Il sottosegretario, Alfredo Mantovano, di Alleanza Nazionale, in una intervista al quotidiano “Il Tempo” ha dichiarato: «Come dimostrano i numeri e la realtà sociologica i rom sono una etnia connessa con un certo tipo di reati. Furti, rapine, per arrivare, come nel caso di Ponticelli, anche al sequestro di persona».
Il sottosegretario Alfredo Mantovano, in particolare per la sua funzione nel Governo dello Stato Italiano, dovrebbe conoscere che la responsabile penale è individuale e non collettiva o di etnia. Le dichiarazioni del sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano sono gravissime e violano la legge, norme e principi fondanti della legalità e dei diritti.
Sono un Rom e non ha mai rubato, né rapinato qualcuno, ne sequestrato alcuna cosa o persona, e come me moltissime persone Rom e Sinte non hanno mai commesso nessuno di tali reati, pertanto le dichiarazioni generalizzate all’etnia rom del sottosegretario sono false.
A nome personale quale appartenente alla minoranza Rom e quale legale rappresentante della Federazione Rom e Sinti Insieme, contesto con indignazione le dichiarazioni, impregnate di discriminazione razziale verso le minoranze Rom e Sinte, del sottosegretario dell’Interno Alfredo Mantovano, rilasciate al quotidiano “Il Tempo”. A nome personale quale appartenente alla minoranza Rom e quale legale rappresentante della Federazione Rom e Sinti insieme chiederò alle Istituzioni preposte la tutela delle minoranze Rom e Sinte nel rispetto delle leggi per le dichiarazioni del sottosegretario Alfredo Mantovano. di Nazzareno Guarnieri, Presidente della Federazione Rom e Sinti Insieme
sabato 31 maggio 2008
Rom e Sinti, condanniamo le dichiarazioni razziste di Mantovano
venerdì 30 maggio 2008
Razzista? No, ma...
«Non sono razzista, spacco solo la faccia». L’outing del mazzolatore capo del Pigneto ci rassicura. Però, un dubbio: se io vado in spedizione, punitiva contro un privato nemico, altri 10/15 che fanno squadra con me non li trovo. Coma mai, se batto il quartiere al grido «marocchini bastardi», invece li trovo? Razzismo? No, disagio urbano.
Sempre a Roma, fermata di bus: «le porte si spalancano e dai passeggeri, squadrate le tre donne Rom, ecco cosa esce: Voi non salite, zingare di merda, vi bruciassero tutte». Cronaca del «Corsera ». Razzismo? No, bus troppo affollato.
Una strada della Capitale per Almirante. Era razzista Almirante? Un pò tanto, tanto tempo fa. Poi divenne padre della patria. E De Gasperi, Nenni, Saragat, Craxi, Spadolini, Moro e tutti gli altri che, comunisti a parte, Almirante lo tennero sempre fuori dall’uscio della Costituzione e della Repubblica cosa erano, della patria patrigni?Come ognun vede non c’è ombra di razzismo in Italia. Chiedere a un Italiano se è razzista è come chiedergli se va a puttane: Io? Mai! Infatti il 90 per cento (sondaggio di giornata) è per riaprire i casini. Ma non per sé, per gli altri, s’intende. di Mino Fuccillo
Pisa, mamma rom cacciata dalla stanza
«Nessuno vuol dividere la stanza con una “zingara”. Basta chiedere in giro per sentire cosa dice la gente e la risposta sarà sempre la stessa. Con i “nomadi” nessuno vuole avere a che fare. Per cui è inutile scandalizzarsi».
A parlare è un medico dell’ospedale Santa Chiara. Commenta così quel che è accaduto qualche giorno fa, quando una rom, dopo aver partorito, è stata trasferita in una stanzetta messa a disposizione delle urgenze della clinica ospedaliera e di quella universitario di ostetricia e ginecologia del Santa Chiara.
Le partorienti e le neomamme non volevano stare con lei: per cui è stato necessario sistemarla altrove. Il tutto sarebbe accaduto lunedì. La ragazza, una giovanissima che ha data alla luce un bel bimbo, sano, è stata dimessa ieri mattina.
Una vicenda che però ha scandalizzato alcuni medici, soprattutto quelli più giovani, anche se i dirigenti delle cliniche e i ginecologi impegnati dei parti la notizia l’hanno appresa dai giornalisti.
A gestire tutta la questione sarebbe stato il personale paramedico, ormai avvezzo a questo tipo di questioni.
«Hanno gridato al razzismo? - si chiede un’infermiera - Allora dovrebbero scandalizzarsi continuamente. Perché non è mica la prima volta che una cosa del genere accade. Succede spesso, tutte le volte che a partorire sono persone che vivono ai margini della società».
Fatto sta che lunedì la ragazza è arrivata in clinica universitaria, quella diretta dal professor Andrea Genazzani, per partorire, ed era insieme ad un nutrito gruppo di gente, come accade spesso. Una volta diventata mamma, l’hanno messa in camera con altre signore ed è scoppiato il finimondo.Una controversia gestita direttamente dal personale infermieristico, che alla fine, per evitare discussioni, ha spostato la ragazza in una stanza comune ai due reparti, quello ospedaliero e quello universitario. La cosa sembrava finita lì, ma l’episodio non ha mancato di suscitare sdegno, soprattutto in un gruppo di giovani medici specializzandi. La notizia quindi ha varcato le mura della clinica.
Ordinarie emergenze partenopee
In una Napoli invasa dall’immondizia con strade e marciapiedi inondati dai sacchetti, con i blocchi stradali, le colonne di fumo nero ecc, il 13 maggio 2008 scoppia l’ “emergenza rom”. Sembra l’inferno. Nessuna delle due “emergenze” è ovviamente un’emergenza ma il frutto di politiche sbagliate e/o di mancati interventi programmatici. Nemmeno a farlo a posta ancora una volta i “rifiuti” sono accomunati.
I fatti di questi giorni. Una donna accusa una ragazza rom di aver tentato di rubare sua figlia nel quartiere Ponticelli, la ragazza rom viene aggredita e rischia il linciaggio da parte di un gruppo di cittadini napoletani, la polizia ferma la ragazza che viene poi portata nel carcere minorile di Nisida.
L’episodio rimbalza sui media nazionali, cresce l’isteria per lo zingaro che ruba i bambini, un gruppo nutrito di persone di Ponticelli attacca i campi abusivi del quartiere, ci sono episodi di aggressione fisica e verbale, vengono lanciate molotov incendiarie e alcune baracche prendono fuoco. I rom si rintanano tutti in due campi, alcune volanti della polizia (poche) presidiano l’area. Sul luogo, alle 14 del 13 maggio c’è Michele Cocuzza per girare “la vita in diretta”. Si scatena il putiferio, in presenza della polizia vengono lanciate altre molotov e i campi continuano a bruciare. La folla è inferocita. I rom sono terrorizzati e reclusi. La polizia presidia i campi. La folla di napoletani controlla la polizia. I rom devono andare via.Arriviamo in serata e un poliziotto ci dice: “siamo rassicurati dalla vostra presenza, fino ad ora non si è visto un politico”. Alcune ore di discussione sul da farsi, arriva la protezione civile, “non ci sono soluzioni, né tende provvisorie, né chiese, né altro”, dicono. Non c’è spazio dove metterli al sicuro. di Francesca Saudino, continua a leggere...
Venezia, i Sinti: «è Favaro casa nostra»
«Vogliono mandarci via, rimandarci a casa nostra, ma dove? È Favaro casa nostra...». «Aspettiamo questo momento da così tanti anni che finché non lo vedo costruito il nuovo campo, non ci credo». «Da qui a 500 metri più in là cosa cambia? Ci conoscono tutti, i nostri figli vanno tutti a scuola nei dintorni, le donne vanno a fare la spesa nei supermercati di Favaro, noi andiamo a tagliarci i capelli dai barbieri della città, beviamo il caffè nei bar, e pure lo spritz». «Noi non viviamo con i soldi del Comune, ma con il nostro lavoro». «Vado anche a donare il sangue, io. Scrivilo, scrivilo che se qualcuno di voi “gaggi” [così vengono chiamati coloro che non sono sinti] ha bisogno di sangue deve ringraziarmi…».
A parlare questa volta sono loro: i residenti del “campo nomadi” di via Vallenari. Siamo entrati nel “campo”, accompagnati dagli operatori dell’Etam che da anni seguono per il Comune la comunità sinta, per ascoltare le voci dei suoi residenti. Sulla scia dei disordini avvenuti in alcuni insediamenti rom a livello nazionale, anche il “campo nomadi” di via Vallenari è stato in questi giorni investito da polemiche, proprio in occasione dell’inizio dei lavori per il nuovo “campo” previsto dal Comune.
Anzi per il “Villaggio dei sinti”: il Comune realizzerà un villaggio dignitoso, con bagni privati e strutture prefabbricate ordinate, a poche centinaia di metri da quello attuale, più distante dalle abitazioni e più vicino a Favaro che è il paese a cui si sentono più legati coloro che vivono da 40 anni in via Vallenari.
Più che accampamento un camping. Chi è stato almeno una volta in un qualsiasi campeggio sul litorale veneziano non troverebbe molto diverso il campo di via Vallenari: casette prefabbricate e roulottes con la veranda, piccoli cortili personalizzati e decorati con fiori, persino una statuetta della Madonna adornata con lumini rossi, qualche cane che gironzola libero, bambini che giocano, donne sedute che chiacchierano insieme.
Un uomo attraversa la strada interna a petto nudo con l’asciugamano sotto braccio: è appena rientrato dal lavoro e va a fare la sua doccia. Sembrerebbe davvero un camping se non fosse che quelle 38 famiglie non si trovano lì in villeggiatura, ma da ormai 40 anni risiedono lì, arrangiate alla meno peggio, con i bagni in comune, per lo più diroccati e con l’acqua fredda (vedi la foto): «Pensi che ci piacciano i bagni in comune? - dice Paolo, uno degli uomini del campo - Pensi che non vorremmo un bagno privato, pulito e accogliente, come tutti? Non viviamo nel fango per scelta, non siamo sporchi, non siamo ladri, siamo gente che lavora».
Via Vallenari, una comunità tranquilla. Siamo all’aperto, in un cortile di ghiaia bianca nella zona più interna del “campo”. I capifamiglia si siedono intorno a un tavolo di legno color verde bosco, all’ombra di un salice, mentre alcuni bambini giocano poco distante. Maria Paola, la moglie di Paolo, che siede anche lei taciturna intorno al tavolo, apprensiva, ogni tanto rimprovera i bambini per paura che si facciano male.
«Casi di furto, omicidi, violenze, rapine: quando mai è stato coinvolto qualcuno della nostra comunità di via Vallenari? Anzi, a dir la verità siamo noi a guardare il telegiornale la mattina e sentire ogni giorno di questi casi compiuti da italiani… siamo noi ad essere preoccupati per le nostre famiglie e i nostri figli… altro che ladri di bambini… Noi lavoriamo tutto il giorno: ogni famiglia ha un camioncino con il quale gli uomini vanno a fare la raccolta del ferro. Abbiamo un patentino di Veritas, noi lo raccogliamo e poi lo consegnamo alla ditta Colombara che ci paga: facciamo un servizio alla città, nel Comune di Venezia. Le donne invece restano nel campo, si occupano della casa e dei bambini, alcune lavorano come addette alle pulizie».
Molti i pregiudizi da sfatare. A sedersi intorno a un tavolo con loro si possono smantellare velocemente parecchi pregiudizi. Innanzitutto si scopre che i sinti di via Vallenari non sono le stesse persone che si vedono girare per la città a chiedere l’elemosina e che spesso si fingono zoppicanti e storpi per impietosire.
I sinti non sono rumeni; le persone che risiedono al campo sono principalmente appartenenti a tre famiglie, di origine Istriana: «Pensa te – dice Paolo – i nostri nonni erano italiani…». Per cercare nei loro tratti somatici elementi identificati come “tipici” dei nomadi bisogna fare un po’ di fatica.
La carnagione scura, i capelli mori sono un po’ troppo poco per definire qualcuno come “zingaro”. Tra i giovani e i bambini è praticamente impossibile: molti di loro hanno i genitori misti e poi vestono in modo curato, soprattutto i ragazzi: abiti firmati, acconciature alla moda… Per non parlare poi della lingua che parlano: il dialetto veneziano.
«Nessuno è santo - dice uno dei più anziani - anche noi possiamo avere qualche problema ogni tanto, in passato possono esserci anche stati episodi spiacevoli, ma mai di tale gravità da giustificare un così forte pregiudizio: è vero abbiamo fatto forse un po’ di confusione per qualche festa, ma non abbiamo mai rubato nulla o violentato nessuno. Possono controllare, che chiedano alla polizia». «Fino a 5 anni fa - continua Paolo - pochissimi sapevano che eravamo qui. Poi hanno costruito dei condomini a ridosso del campo. E allora siamo diventati troppo invadenti, troppo rumorosi, troppo dediti alla vita all’aperto da disturbare le abitudini di coloro che vivevano negli appartamenti con la terrazza che dava sul campo. Ma noi eravamo qui prima di loro. Hanno cominciato ad accusarci, leggiamo sui giornali le dichiarazioni di persone che ci conoscono e che credevamo amici, ma che ora ci voltano le spalle».
«Comunque ce ne andiamo volentieri – prosegue un altro – ora che ci spostano nel nuovo villaggio: siamo contenti, finalmente avremo dei bagni privati, dove poter lavare i nostri figli d’inverno senza farli morire di freddo».
Qualche episodio spiacevole con la polizia. Il fatto che la comunità di via Vallenari non abbia mai avuto problemi con la giustizia non li esenta dal ricevere puntualmente una o due volte la settimana la visita della polizia: «Passa di qua la pattuglia – dice Paolo – controllano. E non trovano niente. Noi non abbiamo problemi: che passino pure, li salutiamo. Il problema è quando vengono con la violenza: è capitato anni fa che ci hanno caricati tutti su due pullman per farci fotografare e schedare. Tutti, anche i bambini, a spintoni trattandoci come criminali. La polizia era addirittura in divisa antisommossa. Poi l’anno scorso fecero un controllo in tutti i campi del Veneto: vennero all’alba, era freddo, e ci buttarono tutti fuori dal letto in malo modo, eravamo tutti in pigiama, buttarono per aria tutto, ci fecero altre foto e comunque non trovarono nulla. In altri campi qualcosa saltava fuori, ma qui da noi non trovarono nulla. Questo per dire che non bisogna mai generalizzare. Ci sono anche i criminali, i ladri, come ci sono tra di voi, ma non in via Vallenari».
Le difficoltà di integrazione però esistono. «E pensare che noi vorremmo semplicemente lavorare e stare con la nostra famiglia – continua Paolo – ci piacerebbe anche fare altri lavori, abbiamo più volte chiesto in giro e a prima vista nessuno ci crea problemi, ma quando viene fuori il nostro cognome, dove viviamo e chi siamo ci penalizzano».
Migliori risultati si ottengono sul piano scolastico, dove l’integrazione è avviata da tanti anni e comincia a produrre i primi risultati: «I nostri figli vanno tutti a scuola – dice Maria Paola – e anche all’asilo, ormai». Nonni e genitori non hanno frequentato la scuola, perché non fa parte della loro cultura, ma piano piano questa abitudine si sta radicando.
«Qualche problema – continua – c’è invece alle medie, dove i ragazzi non riescono ad integrarsi e spesso dopo il primo anno abbandonano lo studio, per riprenderlo più avanti e ottenere la licenza di terza media e poter quindi accedere ad alcune professioni. Alle elementari va molto meglio, grazie anche agli operatori del Comune che vengono ad aiutare i bambini con i compiti».
Un diverso concetto di “casa”. In questa direzione è stato portato avanti il progetto del nuovo villaggio, al quale hanno collaborato con il Comune gli stessi residenti, evidenziando elementi e necessità che altri non avrebbero potuto intuire. Per questo lo aspettano con trepidazione e non vedono l’ora di potersi trasferire per poter vivere dignitosamente ma anche nel rispetto di una loro tradizione, secondo la quale anche il giardino è “casa”.
Ma quando è stato il momento di decidere se trasferirsi nel nuovo villaggio o se rientrare nelle graduatorie per la casa comunale per molti è stata una scelta sofferta. Dietro questa scelta c’è la storia di un popolo, e forse è un po’ troppo facile chiedere semplicemente di “adattarsi”…
«Fino all’ultimo ci abbiamo riflettuto – dice Paolo – ma alla fine abbiamo deciso che non potevamo farcela. Alcune famiglie già in passato si sono trasferite in appartamento, ma per alcuni è stato traumatico, c’è chi non riusciva ad avvicinarsi alle finestre perché soffriva di vertigini: non siamo abituati a vivere con qualcuno sotto o sopra di noi, non siamo abituati all’altezza, e soprattutto non siamo abituati a vivere al chiuso… Ci piace stare tutti insieme con le nostre famiglie: se andassimo a vivere in appartamento dovremmo separarci. E poi abbiamo già perso tutte le nostre tradizioni, almeno questa vorremmo mantenerla…».
In sette famiglie invece hanno deciso di fare il passo. «Non si può essere “zingari” per sempre – dice un uomo appartenente a una di quelle sette famiglie che ha fatto domanda per trasferirsi in appartamento – ho scelto l’appartamento perché ho pensato ai miei figli e ai miei nipoti: il mondo cambia e dobbiamo anche noi civilizzarci. Spero in questo modo incontreremo meno pregiudizi».
Più conoscenza per combattere i pregiudizi. «Non è facile vivere sempre con il pregiudizio sulla testa – dice con una vena di amarezza Paolo – cosa dobbiamo fare per far capire chi siamo? Basterebbe solo che la gente sapesse la verità . Ci sono molte persone che ci conoscono e sanno come viviamo, il mio medico ad esempio viene spesso a cena a casa mia e non ha paura perché mi conosce».
Poi conclude: «Ringraziamo il sindaco e tutti coloro del Comune che finora ci hanno aiutato. Ringraziamo anche il Patriarca che è stato qui con noi, è stata una bella giornata di festa. E a coloro che continuano a vederci con diffidenza diciamo: che vangano qui a vedere, che vengano a conoscerci prima di parlare e di giudicare». di Francesca Bellemo, Gente Veneta, n. 23 del 2008 (in foto il libro pubblicato dalla Provincia di Venezia)
giovedì 29 maggio 2008
Maroni, entro la fine dell'anno non ci saranno più "campi" abusivi
“Entro la fine dell'anno risolveremo la questione dei campi nomadi abusivi, il che significa che ci sarà il rispetto delle leggi”, ha dichiarato il Ministro Maroni, annunciando che il Consiglio dei Ministri approverà domani le ordinanze sui poteri straordinari ai prefetti di Milano, Roma e Napoli per l'emergenza nomadi.
Sui campi abusivi il ministro ha spiegato che “per prima cosa ci sarà un censimento di chi sta nei campi, specie in quelli abusivi: a Roma sono una novantina di piccole dimensioni, a Napoli 8-9 grandi. Quindi ogni città dovrà adottare piani su misura. Io - ha aggiunto - ho esteso l'indagine a tutti i prefetti d'Italia, perché voglio sapere quanti sono i campi per provincia e chi ci sta dentro”.
In questi insediamenti, ha proseguito il ministro, “c'è gente perbene che vive in condizioni misere e tanti minorenni. Naturalmente noi non entreremo con le ruspe e li spianeremo, ma occorre trovare una soluzione”.
Secondo RaiNews24 i dati in possesso del Viminale indicano in 152mila la presenza dei Rom e dei Sinti in Italia, di cui il 37% sono italiani. Secondo sucardrom questi dati sono completamenti errati. Secondo le stime dell’istituto di Cultura Sinta in Italia ci sono meno di 100mila persone, appartenenti minoranze sinte e rom, di cui più del 60% Cittadini italiani.
Emmaus Italia prende posizione sui recenti fatti riguardanti il razzismo e la sicurezza in Italia
Smascheriamo l'ipocrisia e il perbenismo di questa nostra società. Smascheriamo il gioco fatto sulla pelle dei poveri. Una parte della società e della politica, sostenuta dal tam tam martellante dei media, ha cavalcato con eccesso la tigre della paura, del bisogno di sicurezza, dell'assedio e dell'invasione da parte dello straniero, dei Rom, dei poveri che mendicano nelle nostre città. Abbiamo identificato il nemico. Oggi questa parte della società si meraviglia delle reazioni violente e incontrollate avvenute ultimamente nei confronti dei Rom a Napoli e altrove.
L'Abbè Pierre ci ha insegnato a guardare la realtà non con gli occhi di chi cerca solo ed esclusivamente di ricavarne un tornaconto ma con la preoccupazione di chi vuole lavorare per la difesa dei diritti delle persone. In questo senso ci ha insegnato a non aver paura del sentimento della collera; non una collera che si sprigiona solo quando sono in pericolo i nostri interessi ma al contrario quando sono in gioco i diritti degli ultimi, dei più poveri…quando la collera è del tutto disinteressata".
Riportiamo una frase dell'Abbè Pierre: «Bisogna proprio attendere le catastrofi annunciate e ben documentate per riuscire a mobilitarsi? Molte autorità municipali, soprattutto quelle di alcune grandi città, tradiscono - si tradiscono! - rifiutando il loro sostegno ai più deboli… Unitevi tutti per mettere in comune le vostre lotte, i vostri successi e sostenere la vostra azione perché ovunque vengano serviti per primi i più deboli».
Abbiamo paura del diverso e viviamo questa presenza come una “ferita”. Oggi dobbiamo “rischiare” di vivere ed annunciare che la sola “sicurezza”, la pace e il vero progresso nascono dall'incontro con l'altro, col diverso; dall'abbattere piuttosto che innalzare mura, dalla fiducia reciproca, dal capire e vivere che l'interesse più nobile e alto è quello che coinvolge tutti; che la fraternità non è un'utopia ma che per realizzarla vale la pena spendere la nostra vita e il nostro tempo.
Una politica intelligente di accoglienza, storicamente, ha sempre dato risultati più positivi di un regime di segregazione, di persecuzione e di rifiuto.
Non siamo dei disincantati che vivono fuori dalla storia; ci rendiamo conto che l'immigrazione porta anche problemi ed è causa di situazioni tragiche; ma proprio perché siamo una civiltà matura e intelligente non facciamo di tutta un'erba un fascio e non criminalizziamo popoli interi per colpa di qualcuno che delinque.
La collera, che l'Abbè Pierre ci ha insegnato, ci aiuti a non perdere questa passione profonda per l'uomo e soprattutto per l'uomo che soffre e che viene considerato “spazzatura”.
L'Abbè Pierre ci ha insegnato a guardare la realtà non con gli occhi di chi cerca solo di ricavarne esclusivamente un tornaconto ma con la preoccupazione di chi vuole lavorare per la difesa dei diritti delle persone. In questo senso ci ha insegnato a non aver paura del sentimento della collera; non una collera che si sprigiona solo quando sono in pericolo i nostri interessi ma al contrario quando sono in gioco i diritti degli ultimi, dei più poveri… quando la collera è del tutto disinteressata. Emmaus Italia
Milano ospiterà il campionato del mondo di calcio per senzatetto nel 2009
Il Comune di Milano ha annunciato oggi che il capoluogo lombardo ospiterà il campionato del mondo di calcio per senzatetto nel 2009.
La manifestazione, che si disputa ogni anno in una città diversa, è un torneo di calcio da strada a cui partecipano decine di squadre composte da persone che hanno avuto difficoltà abitative o hanno sofferto di situazioni di emarginazione in generale.
"I giocatori di ogni paese rappresentato hanno un passato difficile di emarginazione", ha detto Andrea Canfora dell'associazione Milano Myland, responsabile locale per l'organizzazione del campionato. "L'obiettivo della manifestazione è sfruttare il potere del calcio di cambiare le persone".
Secondo uno studio fatto dalla Homeless world cup, l'associazione che nel 2003 ha ideato la manifestazione, il campionato ha un effetto estremamente positivo sui partecipanti: il 77% dei giocatori ha dichiarato che vivere quest'esperienza ha cambiato in positivo la sua vita, il 40% ha detto che dopo è riuscito a migliorare la propria situazione abitativa e il 38% a trovare un lavoro dignitoso.
All'edizione del 2009, parteciperanno 64 nazionali diverse con oltre 700 giocatori, che si affronteranno per otto giorni nel mese di settembre su campi appositamente studiati e montati all'interno dell'Arena del parco Sempione.
Il calcio da strada si gioca in quattro contro quattro su un terreno sintetico lungo circa 20 metri con piccole porte e bordi rigidi che delimitano il campo rendendo possibile il gioco di sponda.
Avendo vinto già due edizione della coppa, nel 2004 a Gotheborg in Svezia e nel 2005 a Edimburgo in Scozia, l'Italia spera di riconquistare il titolo anche quando giocherà in casa. La sfida sportiva, infatti, è parte integrante dell'obiettivo sociale della manifestazione.
"L'importante è avere un obiettivo nella vita", ha ricordato il calciatore francese Eric Cantona nel video di presentazione della Coppa del mondo dei senza fissa dimora mostrato alla conferenza stampa organizzata dal Comune di Milano.
Un pensiero confermato da Bogdan Kwappik, allenatore polacco della nazionale italiana.
"La squadra italiana è nata cinque anni fa in un campo rom della periferia di Milano fra gente che aveva pochissime prospettive nella vita", ha detto Kwappik intervenendo alla conferenza stampa.
La nostra nazionale dei senzatetto è composta da immigrati e italiani riuniti nell'associazione Nuova multietnica, che si batte per il rispetto dei diritti delle minoranze attraverso l'educazione e lo sport.
Con sudamericani, nordafricani, asiatici ed europei che giocano insieme, la squadra rappresenta un crogiolo di culture che condividono una passione per il pallone e un passato difficile.
"Il clima che si crea durante gli allenamenti e nello spogliatoio è la cosa fondamentale", ha detto Kwappik. Dandosi un obiettivo, molti ragazzi sono riusciti a ritrovare la fiducia in sé stessi e ad aiutarsi fra loro. "Si è creato un clima di grande solidarietà e tutti si scambiano informazioni e consigli su come uscire da situazioni difficili", ha aggiunto.
Roma, i Rom: "pronti a collaborare con le istituzioni e a isolare i delinquenti"
Uniti al di là delle diverse etnie e nazionalità, i Rom dei “campi nomadi” autorizzati si impegnano a emarginare i delinquenti e a collaborare con le istituzioni. Questa la proposta che alcuni delegati rom hanno presentato il 28 maggio 2008 al sindaco Alemanno per evitare che le loro sorti vengano decise da altri.
Moduli abitativi che potrebbero diventare abitazioni definitive per le famiglie, un punto di coordinamento per l’orientamento al lavoro, un ambulatorio di medici volontari per l’emergenza sanitaria, piccoli laboratori artigianali e depositi della raccolta differenziata in collaborazione con l’Ama: sono questi alcuni punti del progetto presentato.
“Al Casilino 900 – ha ricordato Naio Adzovic, portavoce del campo – c’è gente che lavora e che vuole integrarsi, avere una casa, dei documenti e una vita normale. Non è giusto che sia giudicata male un’intera popolazione per colpa di una minoranza che delinque, con cui noi non vogliamo avere nulla a che fare.”
Si sono riuniti i rappresentanti dei campi Salviati 1 e 2, Castel Romano, Salone, Candoni (Magliana), Gordiani e le associazioni Capodarco e Ermes; al loro fianco il gruppo Stalker dell’università Roma Tre, il Cesv, Centro Servizi per il volontariato, e di alcuni rappresentanti della Commissione europea.
Tra gli altri ad esprimere solidarietà al popolo rom ci sono anche il rabbino Di Segni, Massimo Converso, presidente dell’Opera Nomadi di Roma, Sveva Belviso, assessore alle politiche sociali del Comune, che il 27 maggio hanno fatto visita al “campo nomadi” di via Candoni alla Magliana.
“I bambini devono andare a scuola – ha detto la Belviso – e non a mendicare nelle strade. Proporrò a Laura Marsilio, assessore alla scuola del Comune, di fare una sorta di monitoraggio per censire i bambini rom che vanno effettivamente a scuola. Se si vogliono diritti, si devono avere anche dei doveri.”
mercoledì 28 maggio 2008
Milano, i "bravi cittadini" tentano di stuprare una dodicenne
«Ci avete rubato tutto, anche i nostri figli! Adesso vedi che cosa facciamo noi alla tua bambina!». Queste le parole di disprezzo pronunciate verso un padre di etnia rom da un energumeno che sabato sera ha tentato di trascinare via e stuprare sua figlia di 12 anni.
E, quando l’assalto è stato respinto, in circa 20 ragazzi hanno preso d’assalto il camper. Assediandolo. Battendolo con pugni e bottigliate. Insultando ancor più selvaggiamente i componenti di quella famiglia. Che, fortunatamente, è riuscita a ripartire e a fuggire. Il tutto è accaduto in un luogo tranquillo e soprattutto tra decine di palazzi, in piazza Torello, utilizzata il sabato per il mercato del centro cittadino di Collegno.
I fatti risultano dalla denuncia presentata alla stazione cittadina dei carabinieri poco dopo l’accaduto da Boro Brambilla, 46 anni, rom italiano, residente nel “campo nomadi” di strada della Berlia con la moglie Gabriela, i figli e i nipoti.
«Ma da qualche tempo non posso più dormire lì per problemi di salute – racconta l’uomo -. Così passiamo la notte nel camper, io mia moglie e la nostra figlia più piccola». Proprio lei, che chiameremo Diana (il nome è di pura fantasia trattandosi di minorenne), era la vittima predestinata di quel terribile tentativo di violenza. «Da qualche tempo dormivamo in piazza Torello – racconta ancora Boro Brambilla -. Evidentemente a qualcuno non andavamo a genio». Così, probabilmente, è nata l’idea di quello che appare essere un raid punitivo in piena regola. «Ma punitivo di che? – chiede l’uomo – Noi non abbiamo fatto niente…» [sic!].
Così, sabato alle 22,30 circa, Diana sente bussare con forza alla porta del camper. Pensa che sia sua madre, che tornava dall’ospedale di Venaria dove aveva prestato assistenza a una parente. Apre. Un ragazzo rapato a zero, dell’età presumibile compresa tra 25 e 30 anni, l’afferra per il colletto della maglietta e poi per i capelli. Cerca di trascinarla via, ma lei si regge con le braccia ai sostegni della porta e urla disperata. Il padre, che dormiva, si sveglia. Corre e l’afferra, trascinandola dentro il mezzo. Nel frattempo arriva la madre, che si accorge che vicino al camper ci sono tante persone. Che la insultano pesantemente. Lei prima prova a discuterci, poi capisce che hanno cattive intenzioni e corre nel camper. Intanto due dei ragazzi si slacciano i pantaloni e le mostrano il membro. «Aspettaci che arriviamo», le dicono.
A quel punto i 20 ragazzi prendono delle bottiglie di vetro, chi le ha già e chi dalla spazzatura, e si dirigono verso il mezzo. Lo battono con violenza, gli rompono il parabrezza. Brambilla, disperato, accende il motore e riesce a uscire dall’assedio. Scappa in direzione di via Roma. E una notte che avrebbe potuto essere di tragedia finisce nella vicina caserma dei carabinieri, in piazza 1° Maggio. di Davide Petrizzelli
Rom, anche dagli Usa un monito all'Italia contro razzismo e xenofobia
Anche dagli Usa un monito all'Italia contro razzismo e xenofobia. L'Anti Defamation League (Adl), la principale delle organizzazioni americane ha chiesto al governo italiano di «condannare pubblicamente (gli atti di) xenofobia contro i Rom e la retorica contro i Rom», perché «rischiano di incoraggiare l'atmosfera che ha reso possibile attacchi come quelli a Milano e a Napoli».
Il direttore nazionale dell'Adl, Abraham Foxman (in foto), ha scritto una lettera al ministro dell'interno Roberto Maroni, spiegando che a suo avviso «la vitale democrazia italiana uscirà rafforzata da un chiaro messaggio del governo» attraverso il quale «si impegna a proteggere i suoi residenti Rom e tutte le vittime della violenza razzista».
Un silenzio del governo, secondo Foxman «potrebbe inviare un messaggio sbagliato» e cioè che chi «commette violenza xenofoba in Italia rimane impunito».
«Il governo - ha risposto il ministro Maroni - ripetutamente ha già condannato in modo esplicito ogni forma di violenza». Maroni parla delle iniziative «contenute nel pacchetto sicurezza che puntano a garantire a tutti coloro che vivono in Italia libertà e tranquillità». «La dichiarazione che ci viene chiesta - prosegue il ministro dell'Interno - è stata già diffusa dal governo a Napoli, da tutti i ministri e ovviamente da quello dell'Interno. Ma oltre le dichiarazioni abbiamo fatto di più: il pacchetto sicurezza».
Napoli, Bassolino: esplosione di intolleranza gravissima
Anche oggi Napoli e la Campania hanno dovuto registrare un atto di intolleranza nei confronti dei Rom. Lo ha detto il presidente della Regione, Antonio Bassolino, in un intervento sul suo blog.
"Oggi a Ponticelli qualche delinquente ha incendiato uno dei campi rom risparmiati dalle fiamme dei giorni scorsi. Ancora una volta siamo chiamati tutti a fare i conti con un'esplosione di intolleranza gravissima, che dopo tante giuste polemiche e denunce, e dopo anche assurde giustificazioni, continua a covare sotto la cenere di quei roghi.
Innanzitutto dobbiamo impegnarci per evitare che si scateni nuovamente quella violenza. Dopo gli attacchi e la fuga dei nomadi da Ponticelli, rischiamo infatti di vedere quelle tensioni trasferirsi in altre zone della città, magari già afflitte da situazioni di degrado".
Il governatore ha inoltre scritto che la Regione ha convocato un tavolo a cui, oltre a rappresentanti della Prefettura, del Comune e della VI Municipalità, partecipano Opera Nomadi, Sant'Egidio e Caritas.
"Per trovare risposte adeguate alla questione l'assessorato alle Politiche sociali ha attivato due gruppi di lavoro, uno per le problematiche logistiche, uno per quelle giuridiche. Da un lato - spiega - si tratta di individuare aree o strutture disponibili per accogliere gli insediamenti in modo dignitoso. Dall'altro vanno sostenuti legalmente, prima di tutto, coloro che giungono qui da Paesi in cui sono oggetto di discriminazione e persecuzione. Bisogna fare in fretta e collaborare per garantire accoglienza e sicurezza".
Emergenza della quale ha parlato oggi telefonicamente con il ministro dell'Interno, Roberto Maroni per "uno scambio di informazioni e di idee in relazione alla prossima ordinanza di Protezione Civile che nomina il prefetto Pansa commissario ai Rom".
Bassolino aggiunge che "per andare avanti in modo giusto, accanto alle attività del Commissariato, saranno indispensabili politiche attive del Governo e di tutte le istituzioni locali, iniziative delle associazioni e del volontariato, un forte investimento sulla scuola come grande luogo di dialogo e di inclusione. Un luogo in cui i nostri figli costruiscano assieme ai figli dei cittadini immigrati e, sempre di più, assieme ai figli dei Rom una società più aperta e consapevole di quella in cui viviamo noi".
"Negli occhi - conclude - scorrono ancora le immagini dei bambini Rom spaventati davanti alle fiamme, i loro volti impauriti e, per contrappunto, le brutte facce rabbiose ed invasate di teppisti e di camorristi che infierivano sugli accampamenti. Quelle immagini tolgono il respiro. Facciamo in modo che non accada mai più".
Napoli, nelle polemiche ancora le fiamme
Ancora fiamme in un campo rom di Ponticelli. Stamattina vandali hanno dato fuoco all'insediamento situato in via Virginia Woolf, che era stato abbandonato dopo i progrom delle scorse settimane
Nell’insediamento fino a questa mattina si potevano notare le baracche costruite con una certa perizia, ora terreno da caccia per i ratti, in cui restano oggetti di vita quotidiana sistemati in bell'ordine o in completo caos. Quaderni, videocassette («Palermo Milano solo andata», «Il Tagliaerbe», «Titanic»), un vangelo in romeno; i tavoli da cucina spesso infiorettati.
Sulla tettoia in lamiera di un tugurio fa bella mostra anche una parabola satellitare. Il campo è stato nei giorni scorsi anche saccheggiato, soprattutto perché si è aperta la «caccia» ai filamenti di rame, strappati anche dai phon e dalle televisioni. Un campo «congelato» al momento della fuga che somiglia a una sorta di moderna e malinconica «Pompei rom».
Intanto continuano le polemiche sulle esternazioni e sui temi degli alunni di una scuola elementare che nei componimenti hanno dato in molti casi piena adesione alla rivolta contro «gli zingari». Il fatto è stato apertamente stigmatizzato dall'arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, che ha definito «spaventoso» l’episodio dei temi.
Il porporato è intervenuto alla presentazione del libro «Il caso zingari» presso la Pontificia università Agostinianum. «Questo episodio è spaventoso perché fa capire che c’è un certo estremismo ideologico che riesce a colpire anche nelle menti dei bambini». Ai giornalisti, poi, il cardinale ha confidato: «Quelli di Ponticelli non sono bambini, sono adulti cresciuti improvvisamente». «L’unica presenza nei campi rom dell’area di Napoli in tutti questi anni - ha poi denunciato il cardinal Sepe - sono state unicamente quella della Chiesa e quella della Comunità di Sant’Egidio».
Reggio Calabria, sulla questione Rom il Sindaco si riesce a inventare qualsiasi cosa
Il sindaco di Reggio Calabria già da qualche mese sta diffondendo una storia secondo la quale lui avrebbe cancellato i ghetti rom in città applicando una sua ricetta e vincendo le resistenze dei Rom e dell’Opera Nomadi.
È vero che il 29 agosto 2007 il Comune ha demolito il ghetto storico dell’ex caserma “208” in cui, per 36 anni, le Amministrazioni comunali hanno emarginato circa 60 famiglie rom di cittadinanza italiana. Ma è altrettanto vero che mentre si eliminava questo ghetto il Comune contribuiva a costituirne uno molto più grande nel quartiere di Arghillà che, oggi, ospita 106 famiglie rom.
Una buona parte delle famiglie rom dell’ex caserma 208 sono state concentrate nel ghetto di Arghillà nord dove già risiedevano circa 60 nuclei rom.
Il sindaco non ha eliminato affatto i ghetti rom della città, visto che oltre al “208” ampiamente rimpiazzato, esistono da qualche decennio altri due insediamenti ghetto che ospitano complessivamente 80 nuclei rom.
Per quanto riguarda la ricetta abitativa della delocalizzazione che consiste nel far vivere i rom equamente distribuiti nei condomini insieme alle famiglie non rom, bisogna dire che questo modello è stato proposto dalle famiglie rom e dall’Opera Nomadi locale a partire dal 1993, ottenendo risultati eccellenti per l’inclusione delle famiglie.
Il sindaco Scopelliti che si attribuisce la paternità del modello della delocalizzazione, come abbiamo già detto, lo ha accettato solo in parte. Difatti nel mese di marzo il sindaco che aveva promesso ai rom l’assegnazione di quattro alloggi popolari delocalizzati in tre cooperative edilizie, non l’ha fatto perchè i vicini di casa si sono opposti.
L’Opera Nomadi e la comunità rom hanno denunciato la discriminazione razziale promossa da queste famiglie non rom e l’incoerenza del sindaco il quale si vanta di aver sghettizzato le famiglie rom anche se non ha la determinazione per farlo. di Giacomo Marino, Opera Nomadi Reggio Calabria
Amnesty International, l'Italia viola sistematicamente i diritti umani
Irene Khan, segretario generale di Amnesty International, tiene in mano il Rapporto 2008, un libro dalla copertina nera, un censimento delle violazioni dei diritti umani compiute in 150 Paesi: «I leader dei governi debbono chiedere scusa al mondo per le promesse tradite, per l’ingiustizia, la diseguaglianza, l’impunità», dice.
C’è anche un capitolo sull’Italia, disteso su tre pagine, che non sono poche per una nazione «civile» e membro del G8 (per un paragone, il Sudan ha cinque pagine piene di misfatti e la Cina quattro).
Al governo di Roma viene contestato l’atteggiamento nei confronti di immigrati e rifugiati, romeni e rom in particolare.
Sotto il titolo «Discriminazione dei Rom» viene preso in considerazione il decreto legge del 2 novembre 2007 «che consente alle autorità di espellere cittadini dell’Unione europea in base a preoccupazioni di pubblica sicurezza».Secondo la direttrice dell’Ufficio campagne e ricerca della sezione italiana di Amnesty, Daniela Carboni, il rischio è che si apra una «caccia alle streghe». Un clima creato da «dichiarazioni discriminatorie da parte delle istituzioni e atti normativi approvati in modo affrettato e propagandistico». Continua a leggere...
Roma, le associazioni si mobilitano
Ieri mattina si è tenuta a Roma un’affollata assemblea pubblica indetta dalle principali associazioni che operano nel sociale e nel mondo del lavoro per denunciare i rischi e le possibili conseguenze del pacchetto sicurezza.
Tra le proposte più importanti quella di organizzare una grande assemblea a giugno contro il razzismo [in corrispondenza con la discussione in Commissione europea della direttiva sui rimpatri] e una campagna di sensibilizzazione nei confronti dell’opinione pubblica italiana.
Erano presenti, tra gli altri, i rappresentanti delle Acli e dell’Arci, Antigone, la Cgil, il Cnca, Libera con don Ciotti, Lunaria, la federazione “Rom Sinti Insieme” con Nazzareno Guarnieri, Magistratura democratica, il Progetto diritti, le madri per Roma città aperta con la mamma di Renato Biagetti mentre per le istituzioni c’erano l’assessore regionale al Bilancio Luigi Nieri, la consigliera regionale Anna Pizzo e l’europarlamentare Vittorio Agnoletto.
In apertura dei lavori, Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha spiegato che «le iniziative proposte servono a creare una rete nel segno del rispetto dei diritti di tutti, in un momento in cui a parole di odio si sommano provvedimenti odiosi e pratiche violente».
Intervento di Nazzareno Guarnieri (in foto), federazione Rom e Sinti Insieme, il quale ha detto che «ora tocca anche direttamente ai rom che sono in Italia assumersi la responsabilità della partecipazione pubblica».
E se Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, ha ammesso che la situazione che si è creata è molto difficile, Vittorio Agnoletto ha ribadito la necessità di realizzare una giornata intera di mobilitazione collettiva e ha ricordato l’ultima vittima dei Cpt, un cittadino marocchino morto di recente per cause ancora da chiarire nel centro «modello» di Torino.
La mamma di Renato, ucciso a Focene due anni fa da due giovani fascisti, ha invece espresso tutta la sua rabbia di fronte all’incapacità politica di «chiamare le cose con il loro nome, perché il fascismo non venga scambiato per bullismo». Infine, la consigliera regionale Anna Pizzo, ha lanciato un segnale di democrazia importante parlando della nuova legge regionale sull’immigrazione, in contro tendenza rispetto alla normativa nazionale, la cui discussione è già stata avviata in Consiglio.
La consigliera, prima firmataria della nuova legge, ha invitato tutte le associazioni e i singoli a partecipare a un’assemblea pubblica il 3 giugno prossimo, alle 15, nella sala Mechelli del Consiglio regionale del Lazio [via della Pisana].
L’incontro, al quale prenderanno parte anche numerosi consiglieri provinciali, regionali, comunali e municipali, ha lo scopo di «costruire un luogo condiviso nel quale discutere delle conseguenze delle iniziative di repressione nei campi –ha detto la consigliera–e cercare di coordinare gli interventi per rispondere in modo tempestivo ad una prevedibile accentuazione di atti di intolleranza nei confronti delle comunità rom e sinti. L’assemblea potrebbe dar luogo alla istituzione di un tavolo di coordinamento interistituzionale in grado anche di monitorare le condizioni di vita nei campi ed eventualmente, ove necessario, agire anche sul piano legislativo».
martedì 27 maggio 2008
Pesaro, cresce la psicosi rom ma il Comune rassicura con parole razziste
Da giorni i centralini delle forze dell’ordine sono subissati da chiamate che segnalano la presenza di rom per le vie pesaresi: "C’è uno zingaro che cammina vicino a casa mia. Venite alla svelta''. Un altro: ''Fate un giro dalle parti di via Cimarosa, ci sono due nomadi che chiedono l’elemosina ma intanto addocchiano le case''. E soprattutto: ''Questi sono sempre agli incroci, fate qualcosa per mandarli via''. Centralini di polizia, carabinieri e giornali pieni di segnalazioni di questo tipo.
Succede da giorni e la frequenza sta aumentando. Significa che i cittadini non guardano più distrattamente il passaggio di “nomadi” ma li seguono. Dice l’assessore ai servizi sociali Marco Savelli: ''Qui a Pesaro i nomadi non attecchiranno mai. E sapete perché? Non c’è acqua per quei pesci, perché qui la gente lavora. Le relazioni si costruiscono solo col mondo del lavoro perché Pesaro è una città calvinista a differenza di altre. Il nomade non ha un terreno di cultura a lui favorevole perché anche lo straniero che abita qui, ha un lavoro o lo cerca attivamente. Quindi il nomade non trova sponde da nessuno, e se ne va in fretta o viene allontanato''.
La gente che telefona a ritmo serrato ai numeri di polizia e carabinieri per segnalare il passaggio degli zingari che cosa significa, che cosa sta a dimostrare? ''E’ una psicosi generata dalla percezione di minaccia e di insicurezza. In assenza di certezze sul piano del reddito, delle garanzie per la propria vita l’immediata ricaduta è su coloro che rappresentano una minaccia. Un ruolo importante è quello dei media che amplificando la situazione, può portare alle ronde o alle missioni punitive come quelle di Roma. Gli amici spagnoli secondo me non hanno sbagliato del tutto a definirci razzisti''.
''Io sono convinto che alla gente che ha paura di ritrovarsi zingari dentro casa, che rovistano nei cassetti, va data una risposta. Ma al pari di altri che delinquono. Se arriviamo invece a stabilire il concetto che lo straniero, nomade o no rappresenti sempre un pericolo, allora stiamo debordando. Ed è un fenomeno drogato che sono in tanti ad alimentare. Secondo me, la vera paura deve arrivare da quello che è successo qualche giorno fa all’imprenditore Signoretti: una bomba e gli spari contro la fabbrica e la casa''.
''Questo è un fatto che deve spaventare veramente. E non credo che siano stati i nomadi. Oggi i padri temono per il futuro dei loro figli come non mai in passato, quando invece sognavano per loro solo condizioni migliori. Ma sono paure immotivate. Va ricostruita una strada che permetta di ritrovare una sicurezza sociale ed economica in nome di una convivenza civile che invece si sta sfilacciando''.
Napoli, alunni di Ponticelli: bene i campi rom bruciati
Lo hanno scritto e lo hanno anche ribadito: "La gente ha fatto bene a bruciare i campi rom di Ponticelli". In alcuni casi, a quei raid, hanno anche preso parte ed ora, alunni di età tra i 9 anni e gli 11 anni, proprio del quartiere di Napoli, Ponticelli, dicono "Non se ne sono andati con le buone, abbiamo dovuto incendiare i loro campi".
Che siano pochi o molti ad averlo scritto nei temi, dice Mariano Coppola, il vicepreside della scuola coinvolta, l'istituto comprensivo San Giovanni Bosco, "poco importa, è grave anche se è stato uno solo ad averlo detto". "Dietro le frasi dei nostri alunni, ci sono gli adulti, le famiglie - dice il vicepreside - i ragazzi hanno raccontato di aver preso parte a quei raid e, dopo tutto quello che hanno visto, hanno anche ribadito la loro posizione".
"Non tutti, sia chiaro, hanno detto di approvare quei gesti di violenza", dice il vicepreside. Del resto in quella scuola, fino a poco tempo fa c'erano anche alunni rom "e mai sono stati oggetto di azioni di intolleranza".
Ed infatti, i disegni degli alunni della scuola lo confermano. Ci sono case che fumano, gente che lancia bottiglie incendiarie e scritte come "abbiamo sbagliato, aiutiamoli", "non bruciamo le speranze di chi ne ha ancora"; "siamo uguali anche vivendo in mondi diversi"; "nessuno ha diritto di uccidere".
Solidarietà, dunque, voglia di fare qualcosa per i coetanei rom come ha scritto nel suo tema Anna che per risolvere il problema ha pensato a dei "parchi europei che dovrebbero funzionare come piccole società". In tanti dicono: "I rom possono restare ma devono lavorare, devono rispettare i bambini". "Non gli chiediamo di fare lavori duri, possono sopravvivere con qualsiasi attività, basta che non sia illegale", dice Francesca.
Ma in quei temi c'é anche altro: condivisione di violenze e accuse. "Hanno fatto bene - ha scritto Giuseppe - visto che non se ne sono andati con le buone, abbiamo dovuto usare le maniere forti". E poi Ugo: "Non siamo razzisti, ma loro si sono presi troppo la mano e quindi noi abbiamo dovuto incendiare i loro campi".
"I residenti - dice Francesco - sono stati eccessivi ma forse hanno ragione perché sono stati lasciati soli. Ora che il problema è stato sollevato, lo Stato intervenga per risolverlo". Ed ancora, Serena: "La gente ha fatto bene a bruciare i campi rom perché abbiamo già troppi problemi e ci bastano. Lo Stato potrebbe far costruire alcuni palazzi solo per i rom". Temi, questi, che per don Tonino Palmese, responsabile campano di 'Libera', associazione contro le mafie, "sono segnali da non sottovalutare". "Certo, non si può ancora parlare di intolleranza - spiega - ma può diventarla sulla base di discorsi qualunquisti".
I vespri napoletani di Ponticelli
Le vicende dello sgombero forzato dei campi di romeni dal quartiere napoletano di Ponticelli sotto la pressione di gruppi della popolazione esasperata e manovrata da nascosti fili ma non tanto costituiscono un‘autentico affaire che va disvelato con una corretta informazione ed interpretazione per cogliere la posta in gioco, gli attori secondo una regia nascosta ma reale, ed il concorso di fattori e disfunzioni che emergono alla prova dei fatti.
In primo luogo, la posta in gioco era la disponibilità di un’area occupata da campi abusivi di famiglie di rom per la costruzione di abitazioni, servizi privati e pubblici come il Palaponticelli, per la quale secondo il Programma di Recupero Urbano (PRU) approvato dalla Giunta Comunale erano destinati 67 milioni di euro.
Se entro il 4 agosto 2008 non iniziavano i lavori dei cantieri per gli edifici previsti venivano revocati i finanziamenti ministeriali con una perdita non solo per le imprese edili. Questo è il primo fatto ma altrettanto scatenante nella situazione di crescente degrado del quartiere è stato, a nostro avviso, il recupero di una sicurezza esistenziale minacciata non solo dai rom “ladri di bambini” - secondo uno stereotipo diffuso e confermato da un presunto rapimento di un bambino - e più in generale dal diverso che disturba per stile di vita e manifestazioni di devianza da standard sociali (sporcizia, roghi di copertoni per estrarne il rame, accattonaggio, ecc.). Quindi disponibilità di un’area da acquisire con modalità civili e così per il rapporto con il diverso da accogliere civilmente in vista di una possibile inclusione sociale. di Domenico Pizzuti, continua a leggere…
Rom: sono il nemico pubblico uno?
«Prima dell’entrata della Romania nell’Unione Europea, Roma era la capitale più sicura del mondo... Bisogna riprendere i rimpatri». Era inizio novembre e l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, non faceva prigionieri e identificava senza esitazione i colpevoli dell’ondata di criminalità che stava allarmando i cittadini della capitale. La tragica morte di Giovanna Reggiani a seguito della brutale aggressione da parte di un cittadino romeno aveva scosso profondamente la città. Il governo, che si apprestava a varare il tanto annunciato «pacchetto sicurezza», decideva allora di estrarne alcuni provvedimenti da rendere operativi immediatamente attraverso il decreto-legge n.181/2007. L’obiettivo era facilitare l’espulsione di cittadini comunitari ritenuti dalle autorità una minaccia per la pubblica sicurezza e per la sicurezza dello Stato.
La tempistica dell’intervento è stata oggetto di critiche, talvolta da posizioni opposte. Secondo un funzionario del dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità intervistato nelle settimane calde dell’emergenza, «fino a non molto tempo fa la situazione appariva sotto controllo e non di nostra competenza e, probabilmente, abbiamo sottovalutato la portata del fenomeno». A conferma di ciò, in un’intervista al «Financial Times», Romano Prodi affermava: «nessuno poteva prevedere un flusso di tale portata. Nessuno si aspettava un tale esodo dalla Romania verso l’Europa».
Nonostante gli sforzi compiuti dal Ministro Ferrero e dal Sottosegretario De Luca nei mesi precedenti alla crisi per stemperare la tensione e promuovere l’integrazione dei rom, alcuni osservatori hanno evidenziato come la carenza di coordinamento tra i vari ministeri e tra il governo centrale e i comuni abbia indebolito l’efficacia di queste pur valide iniziative.
Il provvedimento «urgente e necessario» nelle prime ore ha riscosso l’approvazione pressocchè unanime delle forze politiche italiane – i distinguo sono iniziati solo dopo qualche giorno, soprattutto in sede di dibattito parlamentare – mentre ha suscitato un coro di proteste da parte delle associazioni e del volontariato, ma anche di importanti osservatori internazionali, che hanno manifestato perplessità per un provvedimento che, per quanto di portata generale nella forma, appariva nella sostanza diretto a un gruppo specifico di persone: i rom romeni.
Per il Presidente dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: «l’arresto di un cittadino rumeno sospettato per l’omicidio [della signora Reggiani] non deve portare a una caccia alle streghe. Il Governo italiano ha il diritto di espellere dei soggetti sulla base di considerazioni legate alla sicurezza, ma tutte le decisioni devono essere prese su base individuale e non collettiva».
Il 19 dicembre, due settimane prima della scadenza dei termini per la conversione in legge, il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, riferiva all’Assemblea l’intenzione del Governo di rinunciare alla conversione per dei vizi formali. Dieci giorni dopo, il 29 dicembre, un nuovo decreto (n.249/2007) veniva inviato al Presidente della repubblica per la necessaria firma. Il nuovo provvedimento riprende ampiamente la sostanza del decreto precedente e la estende includendo anche misure per contrastare il «terrorismo internazionale».
A distanza di qualche mese e con un nuovo governo che utilizza ampiamente la retorica della sicurezza e criminalizza stranieri e zingari, può tornare utile una riflessione su cosa è effettivamente accaduto nei mesi trascorsi, come è stato applicato il decreto, chi e quante persone sono state oggetto di provvedimenti di espulsione e quale è stato il suo impatto reale sui rom.
Una nuova caccia alle streghe?
Il decreto è stato presentato dai rappresentanti del Governo Prodi come una risposta necessaria al crescente allarme sociale causato dall’arrivo in Italia di un cospicuo numero di migranti romeni e dalla comparsa di insediamenti di fortuna abitati soprattutto da romeni di etnia rom in tutte le maggiori città italiane.
Per cogliere l’atmosfera che si respirava lo scorso novembre, «un continuo recriminare contro gli stranieri senza precedenti nella storia recente dell’Italia» secondo il corrispondente del quotidiano britannico «The Guardian», può essere utile ricordare le parole pronunciate in conferenza stampa dall’allora prefetto di Roma a seguito dell’emanazione del decreto n.181: «Firmerò subito i primi decreti di espulsione. La linea dura è necessaria perché di fronte a delle bestie non si può che rispondere con la massima severità».
Le reazioni al decreto sono state diverse, coprendo un arco che va da chi ha condannato il provvedimento come razzista e in violazione dei diritti umani, a coloro che hanno suggerito che il decreto fosse in linea con la direttiva dell’Unione Europea sulla libertà di circolazione dei cittadini degli Stati membri nel territorio dell’Ue (2004/38/CE), a coloro che hanno visto nel decreto una risposta populista all’allarme sociale ma senza alcun impatto reale, o perchè superfluo in quanto la normativa in vigore già permetteva le espulsioni in casi di minaccia alla pubblica sicurezza o perchè troppo limitato nella sua portata.
A partire da gennaio 2007, quando Romania e Bulgaria sono entrate nell’Unione Europea, la minaccia di un’«invasione» di migranti provenienti da questi due paesi verso l’Italia ha occupato spazio crescente nei media. L’arrivo dei rom romeni, iniziato in realtà ben prima dell’allargamento dell’Ue con l’abolizione dei visti nel 2000, la nascita di campi irregolari, una serie di episodi di criminalità riportati con clamore nei media e vecchi e profondi stereotipi e pregiudizi verso «gli zingari» hanno contribuito a creare un senso di allarme e minaccia crescente nell’opinione pubblica.
La tragica morte di Giovanna Reggiani ha fatto esplodere le tensioni che si andavano cumulando e ha messo in evidenza e amplificato quello che si va a configurare come un fondamentale terreno di confronto e scontro nella campagna elettorale in corso: la sicurezza.
Molte delle posizioni espresse dai politici dei vari schieramenti nei giorni caldi di novembre possono essere lette come parte di una battaglia di posizione per la conquista di questo terreno. Per Veltroni, il decreto n.181/2007 è stato «la prima iniziativa politica» del Partito Democratico che ha rotto la classica dicotomia tra sicurezza di destra e solidarietà di sinistra. Anche la sinistra radicale ha provato a dare una risposta alla questione sicurezza e mentre il senatore di Rifondazione Comunista Caprili invitava urgentemente la sinistra a «ritrovare una connessione sentimentale con il proprio popolo», ricordando che «i campi nomadi non sono nei quartieri bene ma nelle periferie», il Presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti affermava che per la sinistra non è sufficiente essere tollerante. Sull’altro versante dello spettro politico, Gianfranco Fini si faceva portavoce del fronte anti-immigrati attraverso dichiarazioni che hanno suscitato sconcerto tra le associazioni anti-razziste e una mezza crisi diplomatica con la Romania.
In un’intervista al «Corriere della Sera», Fini definiva i rom come «una comunità non intergrabile nella nostra società», persone che considerano «pressoché lecito e non immorale il furto, il non lavorare perché devono essere le donne a farlo, magari prostituendosi, e non si fanno scrupolo di rapire bambini o di generare figli per destinarli all’accattonaggio». Fini accusa il decreto di essere blando e dice che dovrebbero essere espulse 200-250 mila persone dall’Italia. Dalla Lega Nord, invece, è arrivato un tentativo di allargare la cornice interpretativa dell’emergenza all’intera questione immigrazione. Umberto Bossi sulle pagine de «La Padania» dichiara: «Adesso tutti parlano di rom e di romeni, tutta l’attenzione è puntata lì. E si dimenticano che ci sono tutti gli altri immigrati, con tutti i problemi connessi. Non sono solo i rom a creare problemi in questo paese». E un altro esponente del Carroccio rivendica la paternità di alcune delle misure incluse nel decreto n.181, anche se «copiate male e troppo tardi» dal centrosinistra.
In generale, si può affermare che la crisi ha prodotto un impoverimento della qualità della dialettica politica. Secondo un esponente dell’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali (Unar), «assistiamo ad un deterioramento del dibattito politico. Ciò che una volta era considerato razzismo è ora accettabile ed è spesso sostenuto e legittimato con un uso strumentale e inaccurato di dati statistici».
Una preoccupante conseguenza di questo abbrutimento è stata l’apertura di spazi di legittimazione per quei gruppi e movimenti di estrema destra che da tempo fanno della lotta «contro gli zingari» il loro cavallo di battaglia. Così, se il movimento di Storace accusa la sinistra per «i milioni di immigrati che hanno invaso l’Italia» e chiede il dispiegamento dell’esercito, Forza Nuova tappezza la capitale di manifesti contro i rom e comunica attraverso il suo sito che il tempo è scaduto e che «da oggi in poi tutti gli italiani sono moralmente autorizzati all’uso di metodi che vanno oltre le semplici proteste per difendere i compatrioti».
Gli effetti diretti e indiretti del decreto
Al 18 dicembre 2007, il decreto aveva prodotto 408 espulsioni, di cui 262 per motivi di pubblica sicurezza, 124 per «motivi imperativi di pubblica sicurezza» e 22 per cessazione dei requisiti di soggiorno. Dieci giorni dopo, il 27 dicembre, a poche ore dalla decadenza del decreto, il computo era salito a 510 espulsioni, di cui 181 per motivi imperativi.
Pertanto si può affermare che il provvedimento non è stato applicato per legittimare espulsioni di massa, come alcuni avevano temuto e altri avevano sperato.
Rispetto alla nazionalità degli espulsi, i dati ufficiali non offrono delucidazioni. Si tratta come è evidente di un dato sensibile viste le accuse mosse al provvedimento di essere diretto a un gruppo specifico. A ogni modo, dalle informazioni raccolte in alcune città italiane (Roma, Milano, Napoli e Bologna) attraverso associazioni, prefetture e giornali, sembrerebbe che i cittadini romeni, soprattutto di etnia rom, siano stati il gruppo più colpito. Il dato sembra confermato anche dal fatto che i campi, regolari e irregolari, sono stati oggetto di un setacciamento sistematico da parte delle forze di polizia in tutta Italia.
Ma, al di là dell’applicazione diretta del provvedimento, il decreto ha avuto anche degli effetti collaterali, più o meno voluti, sia sul piano simbolico che materiale.
Il decreto, infatti, riconoscendo ufficialmente l’esistenza di una «emergenza sicurezza» ha legittimato non solo quei gruppi di estrema destra che tradizionalmente adoperano la paura dell’altro per fare politica, ma anche quelle autorità locali che ormai da alcuni anni – a Bologna, Cofferati ha iniziato la sua «battaglia per la legalità» nel 2005 con ripetuti e sistematici sgomberi degli insediamenti non autorizzati di rom romeni – contrastano l’insediamento di rom nei loro territori con l’arma degli sgomberi. In un anno il solo comune di Roma ha sgomberato oltre seimila persone, molte delle quali rom. I rom, romeni e non, anche se non rappresentano una minaccia alla pubblica sicurezza (nonostante i controlli a tappeto gli espulsi sono stati pochi) sono sicuramente quelli che hanno risentito maggiormente non solo del clima generale di caccia alle streghe, ma anche dell’applicazione del decreto. La campagna di sgomberi dei comuni, i controlli nei campi e la schedatura condotta dalla polizia, le accuse generalizzate da parte dei politici e gli attacchi di matrice razzista hanno contribuito a diffondere un clima di grande insicurezza tra i rom. Molte persone hanno deciso di abbandonare le città dove vivevano per tornare in Romania o per spostarsi in luoghi meno pericolosi. I bambini rom hanno risentito particolarmente di queste migrazioni forzate, essendo costretti ad abbandonarela scuola e i luoghi conosciuti. Costretti alla macchia con i loro genitori da iniziative politiche che forse producono vantaggi elettorali nel breve periodo, ma che sul lungo termine creano criticità, riducono la fiducia nelle istituzioni di quelli che sarebbero nuovi cittadini e minano ogni tentativo, pur piccolo, di integrazione che si era avviato. di Nando Sigona
Ue, interventi vergognosi di quattro parlamentari italiani
Pubblichiamo le trascrizioni degli interventi di alcuni Parlamentari europei italiani che abbiamo ricevuto da Dominguel, un lettore di questo spazio web. Come tutti possono evincere questi interventi sono vergognosi ed alcuni passaggi sono da censurare come forme di istigazione all’odio razziale. Rileviamo poi una completa ignoranza dei nostri Parlamentari sulla questione rom che è stata irrisa da tutto il Parlamento.
Luca ROMAGNOLI. «Signor presidente ho l'impressione le ripetute accuse dei socialisti spagnoli contro l'Italia e il suo sovrano diritto alla sicurezza interna vengono da chi amministra rigidamente il controllo delle coste, da chi è fresco della vicenda di Ceuta e Melilla, da chi tratta l'indipendentismo catalano e basco mettendo sullo stesso piano polemica politica e terrorismo. Lo sanno i socialisti spagnoli di quanta generosità l'Italia accorda ai Rom? Lo sanno quanto ricevono in termini di assistenza sociale godendo di sostegni economici, d'istruzione e di assistenza sanitaria di cui i cittadini italiani non godono? Lo sanno anche quanta parte di reati di allarme sociale è ascrivibile ai cosiddetti nomadi? Vorrei chiedere al commissario Špidla chi tutela i bambini che chiedono l'elemosina, vendono le rose, puliscono i vetri delle auto nelle città italiane ai semafori, insomma bambini sfruttati di cui spesso non si sa assolutamente la genia?
Perchè non attivarsi ad esempio per controllare il DNA di tutti questi bambini allo scopo duplice di tutelare il minore e verificarne i legami parentali? C'è il precedente in argentina dei figli desaparecidos se non sbaglio?
Nessun campo rom in italia a mio giudizio, come del resto è in romania, come del resto, sig. Špidla, è in tutti gli altri paesi dell'unione europea. Anzi, affinchè i rom e cosi via, possano esprimere al meglio la loro identità e perché sia tutelata e perché si possano meglio autogovernare, propongo che l'unione europea promuova la creazione di uno stato rom, magari in un'area dell'Est europeo visto che in gran parte vengono da quell'area. Finirebbe così la loro diaspora, potrebbero amministrarsi e governarsi autonomamente, migliorerebbe la loro qualità di vita e la sicurezza sociale e, finalmente, migliorerebbe anche la nostra».
Roberto FIORE (NI, IT). «Grazie presidente, vorrei dire che qui c'è un atto d'accusa nei confronti di un governo che per due anni ha permesso l'entrata di centinaia di migliaia di persone e ha permesso allo stesso tempo che queste persone vivessero in uno stato di degrado incredibile, creando un nuovo sottoproletariato.
Va anche fatto un atto di accusa nei confronti di chi non ha pensato a una moratoria nel momento in cui la Romania ed altri paesi entravano nella Comunità europea.
Io penso che l'Italia non abbia la possibilità di affrontare questo problema, visti i gravissimi problemi, pensiamo ai rifiuti, pensiamo al lavoro, pensiamo al problema della casa;
Il problema dei rom è un problema insormontabile visto che i campi di cosiddetta solidarietà sono i campi, e lo dimostra la trasmissione di ieri "porta a porta", teoricamente legali, ma dove vi sono continuamente abusi nei confronti dei bambini e le situazioni igienico-sanitaire sono assolutamente terribili.
Io penso che l'unica cosa che l'Italia può fare con l'appoggio dell'Europa, sia:
1. Rivedere del trattato di Schengen per almeno sei mesi per quanto riguarda l'Italia, visto che questa assise riconosce che c'è un problema di emergenza rom in Italia, quindi sospensione del trattato di schengen.
2. L'isitituzione anche in Italia del reato di immigrazione clandestina che in altri paesi esiste.
3. Negoziare, assieme alla Romania, alla Bosnia, alla Macedonia, alla Serbia, cioè paesi comunitari ed extracomunitari, il rimpatrio umano dei rom presenti sul territorio nazionale».
Mario BORGHEZIO (UEN, IT). «Presidente, come anche lei ben sa, è il popolo nel nostro paese a volere che il governo affronti senza buonismi, con realismo, l'emergenza criminalità, anche dei rom. Difendere i diritti umani ma bisognava farlo anche a Ceuta e invece lì c'è stato il silenzio omertoso dell'Internazionale socialista, compagno Shulz o no?
Difendere anche e soprattutto dall'illegalità di tutti, anche dei rom, i cittadini onesti, io personalmente mi batterò affinché il governo italiano faccia diventare figura di reato l'associazione a delinquere tipica delle famiglie rom, finalizzata a commettere furti e rapine, e magari anche reati più gravi.
La violenza xenofoba non appartiene al nostro popolo, meno che mai ai cittadini campani e napoletani, appartiene alla camorra, che dobbiamo combattere.
Il popolo chiede sicurezza, cosa che non esclude provvedimenti umanitari e di solidarietà, ma prima la sicurezza, che è un dovere altrettanto importante da garantire. Il blabla della Commissione non ci convince, i cittadini, nel nostro paese e in Europa, chiedono sicurezza dall'immigrazione selvaggia e dalle invasioni di chi non emigra per lavorare, si tratta molto spesso di delinquenti che emigrano e non di emigranti che delinquono».
Romano LA RUSSA (UEN, IT). Ha anzitutto precisato che aveva previsto un intervento, tuttavia alla luce di quanto asserito dal collega che lo ha precedeuto, ne avrebbe fatto un altro. «Ritengo, da quanto ho appena ascoltato in quest'aula, e me ne dispiaccio moltissimo che le motivazioni che hanno indotto a questo dibattito siano palesemente mosse da un intento persecutorio, accusatorio e punitivo nei confronti di uno Stato membro e di un governo che è stato eletto con larghissima maggioranza di consensi, ma ahimè per alcuni ha la colpa di non essere un governo di sinistra.
Non è colpa nostra se in Italia i rom si manifestano quasi esclusivamente per rapine, furti, rapimenti di minori, accattonaggio abusivo. Questa è l'immagine in Italia, nostro malgrado, dello zingaro, questa è l'immagine che viene data dai rom. Io sono ancora alla ricerca, qualcuno me lo segnali se lo conosce, di un rom in Italia con un lavoro regolare, legale e che paghi regolarmente le tasse.
Non accusatemi di razzismo, siate seri, difendo solo gli europei onesti e anche i rom onesti.
Ogni Stato deve avere come priorità la sicurezza dei propri cittadini, diversamente, i cittadini si sentono giustificati a farsi giustizia da sé.
Per tanto, gradirei che governanti spagnoli e parlamentari europei invasati e di parte tacessero e guardassero un po' di più a casa loro».
Demir Mustafa, troppo facile prendersela con noi rom...
Demir Mustafa è un rom macedone, vive in Italia dall’89. Ha fondato Amalipe Romano (Amicizia Rom) ed è vicepresidente della federazione “Rom e Sinti Insieme”.
In Italia si parla di “emergenza criminalità” legata ai Rom.
Nessuno nasce ladro o criminale. Il problema per tutti gli immigrati in questo paese è che quando arrivano trovano solo emarginazione, come ad esempio nei campi, e in queste situazioni è più facile che cadano in episodi di microcriminalità. Anche tra i rom ci sono persone che delinquono. Ma questo vale per tutti: rom, marocchini, albanesi e italiani. Per questo sono fondamentali le politiche di superamento dei campi o con l’inserimento nelle case popolari o con progetti di autorecupero di immobili abbandonati.
Pensa che in Italia ci sia un problema di razzismo?
I rom e i sinti sono la più numerosa minoranza linguistica europea ma l’Italia non ha una legge in merito e non ci riconosce. Inoltre nel 2006 ci sono stati fondi europei stanziati specificamente per i rom che l’Italia non ha speso. Anche quest’anno verranno stanziati più di 300milioni di euro per l’integrazione. Noi come federazione “Rom e Sinti Insieme”, ci batteremo per il riconoscimento dei rom e porteremo avanti la battaglia contro il razzismo.
Che ne pensa degli episodi di violenza contro di voi come quelli a Napoli?
Si tratta di una guerra tra poveri, nel sud Italia la situazione è difficile per tutti. E poi ci sono le mafie. E mi chiedo: quanti italiani sono morti a causa dei rom e quanti a causa di camorra e ‘ndrangheta? Eppure si scarica l’odio sui più deboli. Nutrendolo di superstizioni. Come quella che i rom rubano i bambini? Nel 1800 erano gli ebrei ad essere accusati di rubare i bambini dei cristiani. Quando accadeva qualcosa a un bambino scattavano i pogrom. Oggi accade con i rom. Ma se guardiamo i fatti, le cose sono diverse.
Adesso lei vive in una casa, lavora, è “inserito”. Ma tutto sembra essere iniziato da capo con un nuovo afflusso di rom, e non solo dalla Romania. Cosa ne pensa?
In Romania ci sono oltre due milioni e mezzo di rom. C’è stato un regime comunista molto duro. Molti di loro, sono poverissimi, così appena sono entrati nell’Unione Europea sono venuti alla ricerca di una vita migliore. Come hanno fatto tanti italiani che sono emigrati negli Usa o in Germania. La situazione non si risolve con un Commissario.
Cosa significa rom?
Rom in romanes (la lingua di origine indiana parlata dalla maggioranza dei rom, ndr) vuol dire uomo e marito. Tutti i rom, sinti e camminanti si chiamano così. Non “zingari”, “gitani” o “nomadi”.
Si sente offeso se la chiamano zingaro?
Non mi offendevo se qualcuno mi chiamava zingaro in Macedonia: a scuola stavamo tutti insieme, albanesi, macedoni, rom. Ognuno con la propria cultura. Ci rispettavamo. Invece, quando sono arrivato qui, nell’89, ho sentito il disprezzo. Stavamo nei “campi nomadi”. Se volevamo lavarci dovevamo andare nei bar e la gente ci guardava male, pensava che volevi rubare.
Perché emigrò?
Sono nato e cresciuto a Skopje, ho studiato, sono diventato tipografo. Ma nella mia famiglia eravamo 4 fratelli e 3 sorelle, e quindi, dopo il militare, ho iniziato a lavorare. Nel frattempo però, primi anni ’80, era morto Tito, le fabbriche chiudevano, i rom venivano licenziati...
Così ha deciso di lasciare il suo paese...
Avevo 26 anni. Prima sono andato a Bruxelles per 7 mesi. Poi in Germania, per 17. Mi hanno dato una casa, facevo l’interprete. Ma non potevo fare richiesta d’asilo politico: non scappavo da una guerra, scappavo dalla povertà. E allora sono venuto a Firenze e per la prima volta mi sono ritrovato in un campo.
Com’è stato l’impatto con il campo?
Stavamo nelle roulotte, che avevo sempre associato al campeggio, al mare. Ma poi è arrivato l’inverno, ci è nato il terzo figlio. Non avevamo luce, acqua, niente. E mi sono chiesto: davvero dovrò vivere tutta la mia vita qui? Poi dal ’91 ho iniziato a fare il mediatore culturale. A studiare la storia dei rom, a scrivere poesie. Intanto la situazione nell’ex Jugoslavia esplodeva…. Eravamo ormai 700-800 persone, c’erano i bosniaci che scappavano dalla guerra. Poi nel ’99 i kosovari che fuggivano dalle pulizie etniche. E allora abbiamo fondato l’associazione Amalipe Romano, nel 2000, per avere rapporti con le istituzioni. Molti hanno avuto lo status di rifugiato politico.
Anche i rom hanno avuto un olocausto, il porrajmos. Perchè non se ne parla?
I rom sono un popolo che subisce le guerre da sempre. Che viene perseguitato. Almeno 500mila rom e sinti sono morti nei campi nazisti. Siamo solo una minoranza etnica, non abbiamo uno stato, una terra, un leader politico. A chi interessa difendere i nostri diritti? di Beatrice Montini
Roma, manifestazione domenica otto giugno
A Roma domenica 8 giugno 2008, si terrà una manifestazione promossa da intellettuali italiani e Rom, associazioni, artisti e persone di buona volontà che non vogliono essere strumentalizzati da nessuno. L’evento sarà l’occasione per costituire un coordinamento permanente per la difesa della dignità della cultura e dei diritti civili dei Rom e Sinti in Italia.
Le Associazioni che aderiscono all’iniziativa diventano automaticamente anche organizzatori e promotori partecipando con i propri singoli rappresentanti al coordinamento nazionale nel rispetto dei principi che hanno mosso l’iniziativa.
Il programma provvisorio prevede durante la mattinata un corteo per le vie di Roma, una conferenza stampa e libera discussione da parte dei manifestanti e dei rappresentanti delle Associazioni aderenti all’evento e la creazione di un Coordinamento nazionale permanente per la difesa della dignità della cultura e dei diritti civili dei Rom e Sinti in Italia. Nel pomeriggio si terranno delle esibizioni musicali con Alexian Group, Taraf de Bucarest e di tutti i musicisti e artisti aderenti. Di seguito il manifesto dell'evento a cui l’associazione Sucar Drom e l'Istiuto di Cultura Sinta aderiscono.
Domenica 8 Giugno si svolgerà a Roma un corteo di protesta civile contro atti di razzismo nei confronti dei Rom in Italia. L’iniziativa è promossa da intellettuali italiani e Rom, artisti e persone di buona volontà che non vogliono essere strumentalizzati da nessuno. Dopo l’ultimo delitto crudele della mistificazione e della calcolata disinformazione non si può più restare in silenzio, occorre agire, questo silenzio è assordante e colpevole.
C’è un’oscura connivenza tra una parte del giornalismo italiano, una parte delle forze dell’ordine, una parte della politica italiana per giustificare un’incivile repressione.
Domenica 8 Giugno le Associazioni Rom e Sinte in Italia e le associazioni di volontariato, gli artisti, gli intellettuali e le persone di buon senso organizzano a Roma un corteo di protesta civile. Aderite e fate aderire prima che sia troppo tardi!!
Occorre ribadire alcuni concetti che vengono mistificati
Tutti credono che Rom siano solo stranieri. Non è vero! Infatti l’80% dei Rom e Sinti che vivono in Italia sono cittadini italiani
Tutti credono che i Rom sono nomadi. Non è vero! Infatti la maggior parte di quelli presenti sul territorio italiano sono sedentari.
Tutti credono che il campo nomadi sia la soluzione ideale. Non è vero! Infatti i rom arrivati in Italia nei loro paesi di origine avevano le case, il campo non è un tratto culturale della popolazione romanì, ma un’imposizione dovuta alla non conoscenza.
Tutti credono che “zingaro” sia il nome di questo popolo. Non è vero! Infatti il termine corretto è Rom o Sinto. Occorre far rispettare le convenzioni internazionali nei confronti dei Rom, il 70% degli italiani sono razzisti nei confronti dei Rom, la carta dei diritti dell’uomo in Italia per i Rom non vale. Non abbiamo nulla se non il nostro coraggio!!!
Guidoni: "i rom sono il capro espiatorio dei nostri mali"
Umberto Guidoni, è noto ai più per i suoi voli nello spazio. Dal 2004 eletto nel Parlamento europeo iscritto nel gruppo Sinistra Europea- Sinistra Verde Nordica è intervenuto più di una volta sul tema della sicurezza. Rivist@ gli ha posto qualche domanda per sapere come dall'Europa vedono questo nostro "improvviso" interessamento alla questione Rom.
Rom è l'emergenza italiana di questo momento. Come è visto in Europa questo improvviso interessamento?
E' chiaro a tutti che è la logica conseguenza di una campagna elettorale impostata sulla psicosi della sicurezza e sulla criminalizzazione dell'immigrato, del rom, ormai divenuto il capro espiatorio di tutti i nostri mali. Non si tratta di una vera e propria emergenza. La domanda di sicurezza è legittima, ma le emergenze in Italia sono altre: i salari, la precarietà del lavoro, la criminalità organizzata, ecc. Si parla contro i rom e gli immigrati per distogliere l'attenzione da quelli che sono i reali problemi. L'opinione pubblica europea ha visto i campi incendiati ed è preoccupata del clima che si vive in Italia.
L'europarlamentare Rom ha accusato che i Rom stanziati in Italia godono delle peggiori condizioni in Europa. Alla fine il fenomeno Rom, sembra essere una conseguenza di questa affermazione, cioè si comportano male, perché li trattiamo come emarginati?
Con circa dieci milioni di persone, la comunità rom costituisce la più grande minoranza dell'Ue. Secondo l'Agenzia europea per i diritti fondamentali, i rom subiscono una discriminazione sistematica nell'educazione, nel sistema sanitario pubblico, nei servizi e nel mondo del lavoro. E' un dato da non sottovalutare, che coinvolge tutta l'Europa. In Italia, poi, molti campi nomadi sono veri e propri ghetti, dove i requisiti minimi igienici non vengono rispettati. L'esclusione sociale e l'emarginazione non portano necessariamente a delinquere, ma comportano la crescita di un disagio sociale che si manifesta nelle forme più svariate. Occorre affrontare con fermezza i comportamenti delinquenziali, ma poi spetta alla politica analizzare e comprendere quel disagio e tentare di porvi rimedio. Questo non significa chiudere gli occhi sui reati commessi da alcuni individui, ma piuttosto aprirli sulle drammatiche condizioni di degrado ed esclusione sociale in cui vive la gran parte dei Rom in Europa e, particolarmente, in Italia.
Molti paventano nella politica italiana un ritorno al concetto di Razza. Come si possono placare i toni?
Occorre dialogo e, sopratutto, non dimenticare la nostra storia. Simili considerazioni, non troppi anni fa, ci hanno portato a vivere momenti bui da cui è stato difficile risollevarsi. Non dobbiamo lasciarci andare ad ondate emozionali. La classe dirigente del paese non dovrebbe mai permettere che principi fondamentali, quali la responsabilità individuale, la non discriminazione, la solidarietà, siano messi in discussione. Al contrario, la Destra in Italia ha cavalcato le ondate xenofobe e razziste per meri fini elettorali.
Nel Parlamento europeo c'è più preoccupazione per la questione sicurezza o per le modalità con cui l'Italia sta affrontando il problema?
Il Parlamento europeo, che rappresenta i popoli d'Europa e non i governi nazionali, vive con maggiore obiettività la questione sicurezza e non la sente, quindi, come un'emergenza. C'è, invece, una certa preoccupazione per la brutta deriva che sta interessando il nostro Paese. I recenti incidenti accaduti in Italia, gli assalti ai campi rom, cui è seguito un vergognoso silenzio, e le misure del pacchetto sicurezza, che contrastano con i principi fondamentali della Carta dei diritti dell'Ue, destano molta preoccupazione alla maggioranza del Parlamento europeo. Continua a leggere…
lunedì 26 maggio 2008
Roma, i Rom: «non lasciateci soli»
Nel momento in cui si abbatte una nuova tempesta di odio sul popolo rom, noi rappresentanti delle comunità presenti a Roma ci appelliamo ai cittadini democratici, alle associazioni di solidarietà, alle forze sociali e culturali, ai partiti democratici, agli organi di informazione alle autorità religiose: non lasciateci soli.
Soli nei nostri campi di miseria, soli nella nostra emarginazione, nei nostri ghetti, soli nella nostra disperazione senza futuro.
Viviamo in mezzo a voi da secoli, molti di noi sono cittadini italiani, altri sono qui da diversi decenni. Abbiamo seppellito qui i nostri padri e qui sono nati i nostri figli.
Siamo finiti nei campi per non dividere le famiglie, noi amiamo i nostri cari, siamo finiti nei campi perché nulla di meglio ci è stato offerto. Vivevamo nelle misere case di Sarajevo, di Mostar, di Vlasenica e di Bucarest e Craiova ora siamo il popolo delle discariche, ma i rifiuti che ci assediano non sono nostri.
I nostri bambini sono stati accolti nelle scuole e ve ne siamo grati. Alcuni ancora non vanno regolarmente e dovremo continuare a sensibilizzare i genitori, ma per tutti, grandi e piccoli, serve almeno una speranza. Poter vedere una luce nel futuro fatto di un lavoro onesto ed una casa.
Non siamo nomadi, non siamo zingari, siamo rom. Abbiamo una storia costellata di persecuzioni, lutti e dolori, abbiamo una cultura millenaria ed una lingua antica.
In questi giorni sentiamo la paura che ci assedia la notte più del giorno quando rimaniamo soli nelle nostre baracche e non sappiamo se presto arriverà anche da noi un bomba incendiaria, una folla inferocita o l’ennesimo controllo della polizia.
Non tutti tra noi sono in regola. Siamo avvolti in una spirale infernale. Non abbiamo lavoro e non otteniamo il permesso di soggiorno. Senza permesso di soggiorno ad un rom nessuno da lavoro. Non resta che arrangiarsi e sperare che domani sia meglio di oggi. I cittadini italiani hanno accumulato tanto rancore verso di noi. Qualcuno di noi non si comporta bene è vero, come è vero che nei quartieri dove riusciamo a vivere in pace con voi sono sempre nate amicizie e fraternità. Mentre oggi qualcuno ha deciso che dobbiamo essere dipinti come la causa principale di tutti i mali dell’Italia.
Alcuni giornali non fanno altro che parlare dei nostri furti e un incidente provocato da un rom ubriaco diviene un fatto di cronaca di cui si parla per mesi. Anche le forze politiche che si sono riconciliate con gli ebrei a noi non hanno mai chiesto scusa anzi ci additano con il peggiore dei mali.
Si sta perdendo la memoria di come sono nati i pogrom e le persecuzioni. Proprio così prendendo a pretesto i comportamenti illegali di alcuni per criminalizzare una intera popolazione.
Chiediamo a cittadini democratici di non lasciarci soli perché i nostri diritti, la nostra dignità vi riguardano. Se le persone infrangono la legge e cominciano a farsi giustizia da soli oggi è toccato a noi, ma domani potrebbe toccare a chiunque, italiano, rom o straniero che sia.
In questo momento, nel momento del dolore si misura l’amicizia e in nome dell’amicizia e della solidarietà che chiediamo a tutti quelli che non ci odiano di sostenerci, di essere uniti. In questo momento non sono ammesse divisioni sulla nostra pelle. Serve il confronto aperto e leale, la solidarietà vera, la ricerca di nuove strade per cambiare la nostra vita.
Per discutere di quali iniziative, per respingere questa marea di odio nei nostri confronti per cercare le risposte adeguate a rilanciare una politica per la nostra dignità per i nostri diritti a vivere, lavorare, abitare, studiare, vi invitiamo ad una assemblea cittadina che si terrà martedì 27 maggio 2008 dalle ore 17.00 presso il CENTRO CONGRESSI CAVOUR, via Cavour 50/a. Per contatti Rom... Oggi...
Imperia, la Cgil raccoglie firme per i Rom
E’ emerso in maniera esplicita, - viene dichiarato all’interno della nota stampa di Costanza Florimonte (in foto), della segreteria CGIL Imperia - un atteggiamento diffuso di sospetto, se non di razzismo ed intolleranza nei confronti degli “zingari”, italiani e immigrati. Al fine di contrastare questi atti, alcuni operatori esperti nel campo dell’immigrazione e dei problemi sociali, con diverse ispirazioni politiche, culturali e religiose, hanno lanciato un appello, a cui è possibile aderire firmando, nelle sedi della CGIL di Imperia. L'appello propone all’attenzione del governo nazionale, regionale e locale, dei media, nonché degli operatori sociali così come di quelli di polizia alcuni punti fondamentali:
- Combattere la campagna mediatica volta a creare atteggiamenti razzisti e xenofobi nei confronti degli zingari, ma anche dell’immigrazione in generale.
- Adottare efficaci politiche di sicurezza e chiudere i campi nomadi, in quanto ghetti e fonte di emarginazione ed illegalità, incentivando misure di vera accoglienza ed integrazione di queste comunità; i “campi nomadi” sono costosi, perpetuano le discriminazioni, ostacolano una reale integrazione. Sono anche una ‘zona grigia’ di illegalità, su cui occorre che sia fatta luce, per tutelare in primo luogo i più deboli tra coloro che vi vivono.
- Procedere ad un vero e completo censimento dei singoli e dei nuclei familiari di “zingari” presenti in Italia, come primo passo verso misure di integrazione diversificate ed efficaci;
- Per i minori e i giovanissimi, nati e vissuti nelle baracche, occorre prevedere con coraggio e creatività opportunità di integrazione e anche di cittadinanza, capaci di rompere un circuito davvero infernale di sottrazione di futuro;
- Ridurre i casi di espulsione solo per le persone che non hanno titolo o che hanno commesso reati legalmente comprovati; chi ha tale titolo, inoltre, deve essere trattato con rispetto e dignità. Prevenire le condizioni di emarginazione, miseria e criminalità sarà sempre più razionale e anche più economico che reprimerne gli esiti.
- Occorre un’integrazione tra il livello europeo, quello nazionale, quello regionale e comunale: occorre evitare infatti che la sindrome del ‘non nel mio cortile’: i rom non sono immondizia.
- Mantenere la memoria collettiva del Porajmos, anche incentivando la ricerca storica sui campi di concentramento costituiti dal governo italiano nel periodo fascista, un evento rimosso e colpevolmente dimenticato.
- Incoraggiare la voce dei Rom e Sinti italiani, che ad oggi sono l’unica minoranza linguistica storica del nostro Paese a non godere di alcuna tutela: auspichiamo che sorga un’associazione rappresentativa della comunità “zingara” italiana.
La denigrazione verbale, genericamente diretta a queste comunità – commenta Florimonte - ed anche gli episodi di aperta violenza e razzismo nei loro confronti, non possono essere tollerati. E' necessaria una politica che si basi sulla sicurezza dei singoli e della collettività, che parta dall'analisi delle cause che portano ad una maggiore devianza tra queste persone (come emarginazione sociale e culturale, assenza di politiche d’integrazione) offrendo misure atte a governare davvero l’immigrazione, ad le politiche di sicurezza con quelle di accoglienza ed integrazione.
Ecco le sedi dove si può firmare: Imperia, via De Sonnaz 10; Sanremo, via Morardo 11; Ventimiglia, via Sottoconvento 42; Bordighera, via Marconi 8; Arma di Taggia, II Traversa via Cornice, 9; Diano Marina, via Milano 19.
Messina, lettera aperta delle associazioni
Lettera aperta di alcune associazioni messinesi - “Nuovi Orizzonti”, “Terra e cielo”, GI.FRA (Gioventù Francescana d’Italia Assistenza Frati Minori), Cesv (Centro Servizi per il Volontariato), associazione ecumenica “E. Cialla”, Arci, M.e.g. (Movimento Eucaristico Giovanile), Rete Lilliput, cooperativa sociale “Scirin”, Auser, Circolo “Peppino Impastato - che intendono difendere “il diritto dei rom a rimanere a Messina e a vivere sempre meglio nel rispetto della legge”. Di seguito il testo della lettera
Noi cittadini e cittadine, appartenenti a gruppi, associazioni, comunità, di diverso orientamento politico, religioso e culturale, a partire della nostra città, vogliamo essere accanto ai nostri fratelli rom e condividere con loro questo difficile momento, inasprito anche dal decreto del governo sulla sicurezza e clandestinità, che alimenta la paura e la diffidenza.
Vogliamo difendere il loro diritto a restare nella nostra città, e a vivere sempre meglio nel rispetto della legge, dando il loro contributo per migliorare la nostra città, di cui fanno parte integrante. E ciò nel rispetto della loro identità e della ricchezza della loro cultura.
Ci rivolgiamo a tutte le donne e gli uomini di “buona volontà” affinché contribuiscano, ognuno per la propria parte, a non commettere un crimine verso la comunità rom nel passato già perseguitata, discriminata, emarginata e sterminata in nome di una “difesa di valori” (sicurezza, identità…?) che richiedono, piuttosto, una società più giusta, più umana, più solidale”. Un incontro sul tema si terrà quest’oggi presso il Cesv, Centro Servizi per il Volontariato di Messina (Via La Farina, n. 7), dalle 19 alle 20,15.
Napoli, in tribunale i bimbi rom «scomparsi»
La scomparsa di alcuni bambini rom a Napoli non è esattamente da attribuire a casi di desaparecidos, come annunciato lunedì dall´europarlamentare ungherese rom Viktoria Mohacsi. La situazione è ben diversa, forse ancora più difficile.
L´esponente della plenaria di Strasburgo che in visita in Italia ha denunciato «le gravissime violazioni di diritti umani» nelle baraccopoli di Roma e Napoli, non ha potuto però comprendere in pieno la tragica vicenda di quasi un centinaio di bambini rom, e forse più, a causa di un problema di traduzione. Così almeno precisa l´associazione Opera Nomadi che, puntualizzando la questione, apre un capitolo, se vogliamo, ancora più drammatico. Sono decine e decine i bambini rom che vengono «prelevati» dal Tribunale dei minori di Napoli, dalle loro famiglie e nella maggior parte dei casi trascorrono mesi e mesi prima che possano rivederle. Non soltanto dodici come nel caso sollevato dalla Mohacsi.
Per alcuni come Mirko, uno dei papà rom sfuggito la settimana scorsa all’attacco incendiario nei campi di Ponticelli, possono trascorrere anche due anni. La figlia di Mirko, vittima di una violenza sessuale da parte di ragazzi napoletani chiede di vedere la famiglia, ma a distanza di due anni, l’incontro non è ancora avvenuto. Il papà Mirko non riesce a spiegarsi come il mancato controllo della ragazzina di dodici anni possa tramutarsi in fine della patria potestà.
«In questo caso in particolare - spiega Cristian Valle, uno degli avvocati che collabora con Opera Nomadi - il papà si è anche costituito parte civile nel processo per stupro, ma per ora non ha ancora potuto vedere la bambina». Mirko non sa neanche dove si trovi la sua piccola. «Ogni volta che ci incontra - spiegano gli operatori di Opera Nomadi - chiede come sia possibile tutto questo».
E veniamo a cosa dice la legge. La procedura è abbastanza complessa e riguarda l’intervento della pubblica autorità a favore dei minori, prevista dall’articolo 403 del codice civile, in caso in cui il minore sia stato trovato abbandonato o «allevato in locali insalubri e pericolosi».
In seguito all’intervento del tribunale, i genitori possono rivendicare la patria potestà e, intanto che le autorità giudiziarie verificano la possibilità o meno dei genitori di provvedere al figlio assistito nel frattempo dai servizi sociali, la famiglia può avere incontri periodici con il bambino.
Qui sorge il primo problema. «Le case famiglia spesso non si assumono la responsabilità di organizzare gli incontri perché non si sentono in grado di gestirli - spiegano ancora da Opera Nomadi - gli assistenti sociali dicono che le figure competenti sono i pm, ma i pubblici ministeri, naturalmente, ricordano che a farlo devono essere gli assistenti sociali. E quindi l´incontro viene rimandato per mesi». I figli del vento, che dalla burocrazia vogliono sfuggire, rimangono imbrigliati nelle maglie di una procedura complicata.
E negli ultimi tempi la situazione è anche peggiorata perché le condizioni di indigenza e elemosina che caratterizzano la vita dei campi vengono scambiate con sempre più facilità per induzione all´accattonaggio. Si moltiplicano quindi i processi nei confronti di genitori rom che, spesso, hanno come unica colpa quella di non avere una casa e un lavoro.
E dire che se un rom vuole iscrivere suo figlio a scuola non riesce mai a farlo. «Quasi sempre a Napoli ci siamo trovati di fronte a scuole che dicono di non avere posti - raccontano da Opera Nomadi - ancora peggio se il genitore vuole trovare un lavoro: non viene considerato». Prima ancora del lungo iter di integrazione per il quale, ha ricordato sempre la Mohacsi «l´Italia non ha chiesto neanche i soldi previsti dalla Ue», i bambini vengono affidati ad altre famiglie. In caso di risposta negativa da parte del Tribunale, alcuni vengono adottati direttamente da famiglie italiane. In altri casi ancora i genitori non sono in grado di reclamare la potestà genitoriale per problemi linguistici e incapacità di richiedere assistenza da parte degli avvocati. di Michele de Lucia
Torino, non esiste un'emergenza Rom
Venerdì l’attacco al ministro Maroni («subito il commissario»), ieri una cordiale stretta di mano con Davico, sottosegretario all’Interno. Torino - per ora - non otterrà poteri speciali per combattere l’emergenza Rom, «perché l’emergenza non è ancora stata raggiunta», ma, nonostante ciò, tra il governo e capoluogo piemontese è tornato il sereno.
E’ questo, almeno sulla carta, l’epilogo dell’incontro avvenuto ieri pomeriggio tra il sottosegretario all’Interno, Michelino Davico, il sindaco Chiamparino, e il presidente della Provincia Antonio Saitta. Un’ora circa di colloquio, in cui l’assessore ai Servizi sociali Marco Borgione e il comandante dei vigili urbani Mauro Famigli hanno spiegato nei dettagli al sottosegretario (che, essendo di Bra, conosce bene il territorio piemontese) la situazione dei campi Rom dislocati a Torino e provincia fornendogli tutte le cifre del fenomeno.
«E’ vero, il commissario per il momento non arriva, ma intanto - ha esordito Chiamparino di fronte ai cronisti - considero un segnale di grande attenzione il fatto che Davico sia subito venuto a trovarci per farsi illustrare di persona la situazione».
E ha aggiunto: «Per il momento poi abbiamo ottenuto la garanzia di ricevere dall’esecutivo un’attenzione proporzionata alle dimensioni del problema che è al limite della soglia critica e quindi non va trascurato e va seguito con grande attenzione».
E mentre Saitta ribadiva che «Torino non rinuncerà a questa richiesta, perché non siamo una città di serie B», Chiamparino usava toni fermi, ma concilianti: «Il fatto che i commissari siano stati nominati a Roma, Milano e Napoli - ha ribadito il primo cittadino - dimostra che a Torino non c’è una emergenza Rom, ma soltanto un problema che è al limite della soglia critica e che quindi, va seguito con attenzione».
Proprio quell’attenzione che il governo, come ha spiegato il sottosegretario Davico, ha promesso: «Le iniziative d’urgenza adottate per Milano, Roma e Napoli per questioni numeriche, di ordine pubblico e di fatti di cronaca - ha detto al riguardo - sono soltanto l’inizio di un’azione seria, che proseguirà con un progetto completo, in grado di coinvolgere tutte le altre città, in primis Torino».
Il sottosegretario ha anche aggiunto che il governo intende portare a buon fine tutte le richieste contenute nel Patto per la sicurezza: «Più risorse e più uomini e più telecamere da calibrare sulle singole emergenze del territorio» ha detto Davico.
E il sindaco, ancora sul mancato arrivo del commissario: «Obiettivamente - ha aggiunto Chiamparino - a Torino c’è una situazione diversa da quella di Roma, Milano e Napoli. Ciò premesso si valuterà con il ministro Maroni e con il tavolo delle città metropolitane se c’è la necessità o meno di definire una figura come quella del commissario. Per ora ci sono state garantite sia eventuali risorse che il governo deciderà di mettere a disposizione sia nuovi servizi per la gestione dei campi nomadi».
Il sottosegretario Davico ha poi concluso la sua visita a Palazzo civico con un annuncio: «Già martedì si ricomincerà a parlare di sicurezza e nei prossimi giorni è previsto un tavolo delle città metropolitane che servirà a coordinare l’azione dei prossimi mesi». di Emanulea Minucci
domenica 25 maggio 2008
Umberto Bossi visto dal Los Angeles Times
“Per un uomo che, appena pochi anni fa, è stato considerato morto politicamente e quasi letteralmente, il ritorno è stato notevole”. Inizia con queste parole l'articolo dedicato a Umberto Bossi in particolare e all'Italia in generale del Los Angeles Times, scritto dalla giornalista Tracy Wilkinson.
“Umberto Bossi, che una volta suggerì di aprire il fuoco contro le barche che trasportano gli immigrati, ha un ruolo chiave nel ritorno al potere della destra (italiana)”, si legge nel quotidiano americano, che titola l'articolo “La destra italiana prende di mira i rom e gli immigrati”.
Bossi viene descritto come “il numero uno di un piccolo partito politico di matrice xenofoba” e anche come il “kingmaker”, ovvero il potere chiave che ha permesso a Silvio Berlusconi di tornare a essere premier dell'Italia.
“Bossi e tre altri membri della Lega Nord hanno ricevuto seggi nel nuovo governo, incluso il Ministero degli Interni, che controlla la sicurezza del paese e la politica”, si legge nell'articolo “In questo clima, sorprende poco il fatto che la prima azione del governo sia stata quella repressiva contro i rom”. Intervistato dalla giornalista americana, Davide Boni, assessore della regione Lombardia, afferma inoltre che “tutti i rom devono andare via”.
L'articolo prosegue parlando anche della vittoria di Gianni Alemanno a sindaco di Roma. “Per 60 anni, sono stati i rappresentanti della sinistra e del centro a controllare il Comune di Roma. Quando Alemanno è arrivato al Campidoglio disegnato da Michelangelo, i suoi sostenitori lo hanno salutato con il saluto fascista. Alemanno, che insiste sul fatto di non essere ne razzista ne xenofobo, ha agito prontamente visitando la principale sinagoga di Roma. Dopo, ha inviato la polizia municipale nel campo rom più grande della capitale".
Ma “gli incidenti più scioccanti si sono verificati la scorsa settimana a Napoli, dove i residenti, reagendo alle voci secondo cui una donna rom avrebbe tentato di rapire un bambino italiano, hanno dato fuoco a molti campi, costringendo centinaia di uomini, donne e bambini a fuggire”.
L'articolo si conclude con la dichiarazione di Bossi, che “interviene con un’apparente giustificazione: la gente fa quanto lo stato non è capace di gestire”.
Cattolici con i Rom e i Sinti: Dosta [basta] razzismo
Un episodio spettacolarizzato dai mass media, ma dai contorni ancora incerti–una ragazza rom di 16 anni accusata di aver tentato di portar via, in una situazione inverosimile, una bambina–ha scatenato una reazione furibonda e violenta, un grande e diffuso pogrom, non solo a Napoli ma in tutta Italia, nei confronti di rom e sinti.
Di fronte a questo fatto e al clima pesante che si è innescato in questi giorni sulla “sicurezza”, ci preme fare alcune considerazioni:
Lo svolgimento dei fatti non è ancora chiaro, ma il giudizio sembra essere già stato emesso e la sentenza è stata già eseguita, indiscriminatamente, contro tutti i rom e i sinti. Eppure, dati alla mano, a cominciare da quelli forniti delle forze dell’ordine e dal Ministero degli Interni, nessuna delle numerose e ripetute accuse abituali rivolte a rom e sinti, in questi ultimi decenni, quando sparisce un bambino, ha trovato un riscontro oggettivo; le indagini hanno sempre smentito che siano stati loro, anche se nessuno poi ha detto e scritto che i sospetti e le accuse iniziali erano ingiusti e falsi.
Non è nei costumi dei rom e dei sinti portare via i bambini a nessuno e l’episodio di Napoli, che sembra smentire questa affermazione, in realtà corrisponde a uno stereotipo che viene abitualmente utilizzato per criminalizzare rom e sinti e che si è rivelato sempre falso: i fatti possono essere stati riferiti malamente dai genitori della bambina, come è avvenuto regolarmente in passato in casi analoghi; può essere stato montato ad arte, per facilitare lo sgombero dei campi e permettere grandi speculazioni; può essere il gesto di una squilibrata, come si è verificato altre volte, in casi in cui sono state coinvolte donne non zingare con problemi personali.
Presto uscirà una ricerca dell’Università di Verona, ricerca voluta, sollecitata, sostenuta e finanziata dalla Fondazione Migrantes della Cei, che partendo dal pregiudizio che “gli zingari rubano i bambini”, ha voluto analizzare scientificamente tutti i casi di denuncia nei confronti di rom come presunti responsabili di questo reato.
In questo modo, si è potuto accertare che, negli ultimi vent’anni, non c’è stato neanche un caso di bambini che siano stati rapiti da rom o sinti, a fronte di centinaia di casi di loro figli portati via con estrema facilità, superficialità e spietatezza dai Servizi sociali, per affidarli, per lunghi periodi e più spesso in modo definitivo, a istituti e a famiglie del tutto ignari della loro cultura, col risultato di creare dei bambini e, poi, degli adulti traumatizzati e disadattati, non più rom, ma impossibilitati a diventare come noi. Non si vuole prendere in considerazione che anche i bambini rom siano affezionati ai loro genitori e questi a loro e che la separazione temporanea o definitiva che sia, rappresenti anche per loro e non solo per i sedentari, una sofferenza indicibile e di difficile superamento, dato che non hanno, per l’età, gli strumenti per metabolizzare questa perdita totale della propria famiglia.
I motivi sostanziali per cui tanti bambini rom e sinti vengono sottratti così di frequente, ai loro nuclei familiari è che si tratta di famiglie povere, che vivono secondo modelli di vita, culturali, educativi, abitativi, diversi dai nostri. Queste diversità culturali e queste condizioni economico-sociali, vengono interpretate, per mancanza assoluta di conoscenze e di rispetto, da parte dell’assistenza sociale, delle istituzioni, della magistratura e dell’opinione pubblica corrente, come forme di maltrattamento, di disinteresse, di sfruttamento dei minori, di inciviltà e di mancanza di amore da parte dei genitori. E’ da questa lettura pregiudiziale del mondo e dei modi di vita dei rom, oltre che dalle pressioni di un’opinione pubblica sempre più insofferente verso gli stranieri e le diversità, che le istituzioni giungono sistematicamente alla conclusione di dover “fare il bene” di questi bambini, togliendoli dal loro ambiente e dando loro un’abitazione, un’educazione e un ambiente “civili e normali”. Ma in questo modo si interviene, disastrosamente, sugli effetti e non sulle cause, perché non si parte dalla presa d’atto, dalla conoscenza e dal rispetto delle diversità culturali e non ci si propone, salvo rare eccezioni, di sostenere e aiutare queste famiglie e questi gruppi “diversi” a superare le difficoltà della povertà e la marginalità escludente a cui sono condannati da una società pregiudizialmente ostile, che considera normali e leciti solo i propri modelli culturali e incivili quelli degli altri.
Il clima xenofobo che si è andato diffondendo, in questi anni e particolarmente nell’ultimo, si è scaricato soprattutto su rom e sinti, facendoli diventare il capro espiatorio delle nostre insicurezze, ansie e paure. Ma se c’è oggi insicurezza, è quella che riguarda soprattutto loro, sono loro che vivono oggi nella massima precarietà, nel pericolo e sotto costante minaccia di aggressioni violente, di espulsioni, di sempre maggiore marginalizzazione. Sono i loro bambini che vivono nella paura e nel terrore, che vengono svegliati nel cuore della notte per essere cacciati via dai campi sosta dalle forze dell’ordine o dalle molotov di chi non li vuole nel proprio quartiere, come dimostrano le vicende, gli incendi e le devastazioni ripetuti di vari campi di Napoli e in particolare di quello di Ponticelli.
Il supposto tentativo di rapimento è diventato il pretesto e l’occasione, nell’attuale clima xenofobo, per cercare di risolvere alla radice, in modo etnico e razziale, il problema dei rapporti con le comunità di sinti e rom, in quanto si pretende di imputare un reato, tutto da verificare e, comunque, sempre personale, a un intero popolo.
Nessuno oggi potrebbe considerare lecito far pagare a una nazione le colpe di un suo membro, ma questo diventa normale quando di mezzo ci sono minoranze come i sinti e i rom o, oggi, anche i rumeni e i cinesi, ieri gli albanesi e i marocchini e ieri l’altro i meridionali. Il crimine di una persona non comporta, in uno Stato di diritto, la perdita da parte dei suoi familiari e dei suoi figli, dei diritti umani fondamentali, come quello all’abitazione o alla residenza, ma, anche in questo caso, il principio non sembra valere per rom e sinti.
I rom non sono un popolo da trattare con leggi speciali e a parte, e la difesa dei diritti umani fondamentali è un valore non negoziabile in nessun momento, perchè ogni persona è sacra e va rispettata al di là dell’età, della cultura, dell’origine, della sua religione, delle sue appartenenze e di quello che, eventualmente, può aver fatto.
Come Chiese, comunità dei credenti, amanti della vita e di ogni persona dobbiamo dire parole forti e inequivocabili che richiamino i valori del Vangelo, quando minoranze, gruppi, persone deboli non sono rispettate nei loro diritti fondamentali, e dobbiamo denunciare e rifiutare, senza paura, le parole di razzismo e le campagne etniche che armano la violenza di gruppi esasperati per i più diversi motivi (vedi l’omicidio di Verona) e sono fatte proprie, per motivi elettorali e di potere, da chi ci governa e da molte forze politiche. E’ una questione urgente perché il clima di razzismo che si sta diffondendo nella nostra società, in modo tacito e senza trovare resistenze, si insinua anche nel pensiero di tanti cristiani.
La Chiesa cattolica che nel 1965, attraverso Paolo VI, aveva dichiarato a rom e sinti “voi siete nel cuore della Chiesa”, con le parole di Giovanni Paolo II, durante il Giubileo del 2000, ha chiesto perdono di tanti suoi silenzi; non vogliamo sentirci ancora colpevoli e non vogliamo che ciò accada di nuovo oggi.
Abbiamo negli occhi roulottes bruciate e bambini che piangono e fuggono terrorizzati, ma di fronte a questo stato di cose vediamo solo molta indifferenza ecclesiale, il favore e la connivenza neanche troppo nascosti delle istituzioni, la mobilitazione e l’organizzazione del razzismo, le ronde, i progetti di legge e i provvedimenti speciali contro i rom e i sinti, ma anche contro i cosiddetti extracomunitari e uno scarso impegno della società civile per ricercare i colpevoli di queste violenze e per renderli innocui. Anche se, come credenti, pensiamo a un altro tribunale, più alto, a cui nessuno potrà sottrarsi, quando ci sarà detto: “avevo fame… avevo sete… ero straniero… nudo … malato… carcerato” e, ancora, ero rom, mendicante, senza lavoro, immigrato clandestino, barbone, lavavetri, ingiustamente sospettato e condannato, cacciato.
Ci auguriamo di poter sentire quanto prima da parte della Chiesa cattolica parole più coraggiose e più ispirate al Vangelo di Gesù, capaci di guidare e di scuotere le comunità cristiane e non solo, perché tutti ritroviamo quei sentieri che abbiamo smarrito, per costruire fraternità nella giustizia e nel rispetto delle vite dei poveri.
Un gruppo di credenti che vivono nei campi sosta, operatori pastorali e amici di rom a sinti: don Federico Schiavon, Udine; Marcello Palagi e Franca Felici, Massa Carrara; padre Luciano Meli, Lucca; padre Flavio Gianessi, Bologna; don Agostino Rota Martir, Pisa; don Piero Gabella, Brescia; Piccole Sorelle di Gesù, Crotone; fratel Luigino Peruzzo, Bologna; Suor Rita e suor Carla Viberti, Torino; Daniele Todesco e Lucia Lombardi, Verona; Giuseppe Bertolucci e Laura Caffagnini, Parma; Gabriele Gabrieli, Mantova; Vittorio e Gabriella Zanmonti, Vicenza; Daniela Romani, Verona, Ines, Vicenza; Alessandro e Elisabetta Bolzonello, Trento.
Adesioni: Franca Volonte, Vicenza; Luca Scaldaferro, Vicenza; don Marco Tenderini, Cinisello B. (Mi).
Le fiamme di Ponticelli sono anche figlie dell'odio e della paura seminati dalle destre per vincere
Mai come in quest'Italia 2008 vale l'antico adagio: "Chi semina vento raccoglie tempesta". Due anni di uso allarmistico, fino al limite dell'isteria, da parte delle forze di destra e col supporto servile della stragrande maggioranza dei mass media specie tv, del problema della sicurezza hanno esasperato lo spontaneo timore delle persone per i rischi della convivenza con il diverso. E ciò anzitutto per uno sporco tornaconto elettorale che s'è purtroppo dimostrato largamente pagante.
A Roma si è giunti a caricare la figura del sindaco della responsabilità per ogni episodio più o meno grave di delinquenza per invocare un nuovo sindaco-sceriffo in barba al fatto che i reati siano in realtà diminuiti nell'ultimo periodo. Per non dire del Nord del Paese dove il successo della Lega è in forte misura attribuibile (al di là di motivazioni sociali-ambientali) alla durezza della campagna xenofoba. Il risultato è un Paese il cui volto appare deturpato alla considerazione dei popoli vicini e lontani, tanto da convincere il Parlamento europeo ad occuparsene in seduta plenaria.
Da qui un duplice problema: la responsabilità della politica e la condizione psicologica di tanti italiani. E' da condividere il giudizio di Umberto Eco per il quale la ricerca di un nemico (oggi individuato nell'extra-comunitario e specialmente nei rom) costituisce il mezzo con cui si cerca di liberarsi dalla frustrazione per la propria condizione o supposta tale. Ci vuole un "nemico" per sentirsi vittima in grado di cercare, anzi pietire, la protezione di un potente dalla voce dura.
Sono secoli, del resto, che i potenti fanno immancabilmente ricorso all'eccitazione di un tale sentimento: non si dimentichi l'odio atavico seminato verso gli zingari eletti come incarnazione del demonio, proprio attribuendo loro la tendenza a rubare bambini, per non dire della "soluzione finale" operata dal nazismo nei loro riguardi in parallelo con quella contro gli ebrei "deicidi".
Bene, ora il potente salvifico cui affidarsi sembra riapparso nella proiezione di alcuni uomini del nuovo governo: dal leghista che ha in mano polizia e carabinieri al post-fascista che ha in mano carri armati e bombardieri, e poco importa se i due fanno attente distinzioni tra colpe individuali e odio collettivo. Essi sono comunque percepiti come gli sceriffi di un'Italia in guerra.
La destra ha voluto che ciò accadesse, ci è riuscita e ora ha il problemino di dimostrarsi risolutiva con o senza i vincoli di Schengen. La vediamo felicissima per il fatto che non si parla più della vera questione critica dell'Italia, cioè del suo essere economicamente bloccata mentre domina una scandalosa crescente distanza tra lavoratori e profittatori.
In quale condizione sia, appunto, lo spirito pubblico è drammaticamente dimostrato dai due contemporanei eventi di Ponticelli e di Niscemi. Nel primo caso il supposto tentato rapimento di una neonata da parte di una ragazzina zingara ha suscitato un pogrom di tipo nazista (in realtà camorrista, poiché lì è la camorra a dominare il territorio) contro gli insediamenti di rom con incendi e saccheggi gettando nel terrore adulti e bambini, donne e vecchi.
Una vergogna senza precedenti negli ultimi sessanta anni che ha avuto un'eco mondiale. Nell'altro caso, ben più tragico, tre "bravi" minorenni italiani, figli di normali famiglie, hanno violentato, ucciso e infognato una coetanea senza tuttavia che si verificasse qualsivoglia impulso di protesta nella comunità locale ma solo dolore, solidarietà, pietà. Viene da chiedersi se una tale civile reazione si sarebbe verificata se a Niscemi il delitto fosse stato compiuto da non italiani. Il raffronto tra i due casi ci dice che è passata in gran parte di noi l'idea, del tutto falsa, che immigrazione sia sinonimo di criminalità. Le forze dell'ordine hanno documentato che tra gli stranieri regolari si registra l'esatto tasso di criminalità esistente tra gli italiani.
Se invece di una paura che alimenta odio regnasse una percezione realistica della situazione la gente non cadrebbe nell'impulso ostile e auto-protettivo ma si porrebbe – come si dovrà porre – in termini razionali il problema di come meglio organizzare l'accoglienza e la presenza dello straniero rafforzando le garanzie pratiche, penali e sociali non dimenticando che l'apporto lavorativo degli stranieri regolari e bene insediati equivale al 6% del prodotto interno italiano.
Ma, appunto, si potrà chiedere alla gente un tale approccio realistico e umano solo se lo Stato, cioè il governo, adotta strumenti e metodi non di guerra indiscriminata, supportati dal seme maligno dell'odio raziale, ma di civile coesistenza e parità di doveri e di diritti. Siamo in attesa di vedere se Maroni, dismesse le vesti dell'agitatore leghista e assunte quelle del pubblico ufficiale dell'Italia democratica, produrrà atti e mezzi degni della civiltà, e non solo per le utilissime badanti. Anche perché, se guerra dovesse essere, non è certo che le vittime sarebbero tutte dell'altra parte. E siamo anche in attesa di vedere se dall'opposizione democratica vi sarà tutta la fermezza occorrente per una soluzione del problema della sicurezza in termini di civiltà europea. Non bastano possibili riforme istituzionali bipartisan per avere un'Italia vivibile. Ad esse bisognerà accompagnare diritti umani e giustizia sociale. di Ponteferro
Milano, tutti contro tutti: Veltroni, De Corato e Penati, per ora…
1, Veltroni. Se la percezione della paura è aumentata è anche perchè “la preoccupazione è stata fortemente indotta. Adesso vedremo se i telegiornali continueranno a enfatizzare alcune notizie come hanno fatto nelle settimane passate sopratutto in alcune città”. Lo ha detto il leader del pd, Walter Veltroni parlando della sicurezza al primo forum dei circoli lombardi, che si è riunito ieri al teatro Strehler di Milano.
Veltroni ha anche citato il vicesindaco della città e assessore alla sicurezza Riccardo De Corato, che in una dichiarazione ha affermato che i rom che vivono a Milano sono troppi e potrebbero essere spostati in altre zone della Lombardia dove c'è posto. “Purtroppo - ha spiegato Veltroni - prevale sempre la teoria 'non nel mio giardino'. E' una teoria semplice quando si è all'opposizione, ma quando si è al Governo bisogna sapersi far carico dei problemi”.
2, De Corato. “Nel 2005 il presidente della Provincia vantava il progetto di 40 villaggi rom da distribuire sul territorio. Un modello che aveva definito 'unico in Europa'. Salvo propugnare oggi, a destra e a manca, la tabula rasa: 'zero campi', a cominciare naturalmente dall'hinterland. Ovvero dal 'suo' giardino”." Così il vice sindaco di Milano Riccardo De Corato replica al leader del Pd Walter Veltroni che gli aveva attribuito alcune affermazioni a proposito della dislocazione del campi rom in Lombardia.
“Sulla presenza dei nomadi - spiega De Corato - io ho semplicemente evidenziato il loro numero eccessivo per le capacità di accoglienza di Milano. Ma, al contrario di Veltroni, non ho la pretesa di fare il commissario per l'emergenza rom. Ruolo che spetterà al prefetto Gian Valerio Lombardi. Che valuterà come, se e dove dislocare i Sinti, che in quanto italiani naturalmente non possono essere espulsi”.
3, Penati. “Se il tema della presenza di persone accampate si risolve al numero di 4000 a Milano e di 2000 in provincia, non si capisce di quale emergenza si stia parlando e non vi sarebbe alcun bisogno di nominare il commissario straordinario. Le cose evidentemente non stanno così, le cifre sono più alte, anche per lo stesso Comune di Milano che ha sempre stimato in 10mila i rom presenti nella sola Milano. Il governo chiarisca, dunque, nel decreto d'incarico, quali siano le competenze e la missione che consegna al commissario per l'emergenza campi rom”. Commenta così il presidente della Provincia, Filippo Penati.
Venezia, la Caritas difende le scelte del Comune
Mai come in questi ultimi tempi si è sentito parlare di sinti, rom, romeni con termini sempre più pesanti e valutazioni generalizzate dove il “tutti” sta prima dell’etnia o della nazionalità, e il “ladri” sta subito dopo. Eppure ci sono i sinti sloveni, ungheresi, bulgari, albanesi ed anche italiani e questo vale anche per i rom. Mentre i Romeni sono un popolo che, come tutti i popoli, italiani inclusi, hanno il buono ed il “marcio”. Il che non toglie che solo pochi anni fa il ricco NordEst delocalizzasse in Romania (solo per abbattere i costi) e eleggesse quel Paese come settimo distretto industriale.
Dentro questo clima si inserisce anche un evento atteso da decenni: la costruzione di un campo degno di questo nome per le persone, le più sono “veneziane” o “mestrine”, che abitano in via Vallenari. Chi da anni conosce questa realtà ha visto bambini in mezzo al fango, la carenza di infrastrutture che dessero dignità alle persone che lì risiedevano e che potessero definire noi un popolo civile.
Il pensare che finalmente ci potrà essere uno spazio adeguato, ordinato e, se volete, più facilmente controllabile anche dal punto di vista dell'ordine pubblico, credo debba farci applaudire e dire “era ora!” che l’amministrazione pubblica lo realizzasse (speriamo in tempi brevi).
C’è chi vorrebbe queste persone disseminate per la città, chi recluse in recinti invalicabili, chi non le vorrebbe per niente. Eppure nella piccola comunità di via Vallenari ci sono bambini, anziani, giovani coppie oneste. E poi c’è anche chi è furbo o poco corretto, o se volete disonesto. Ma non per questo si deve dimenticare il diritto alla dignità e al rispetto, mentre vanno tolti pre-giudizi rivolti a tutti indistintamente. E’ una micro realtà come quella di qualsiasi nostro quartiere o condominio, con il buono, il meno buono ed il cattivo.
Ora il Comune ha trovato risorse per questa nuova collocazione con casette, spazi e servizi, perché i bambini possano giocare e andare a scuola in modo dignitoso: credo sia un atto dovuto, come lo è per l’edilizia popolare o per le case per i soggetti deboli (quelli veri!). Certo, anche quelli che dicono di essere favorevoli ad un nuovo campo, lo vorrebbero in un altro luogo, certamente non vicino a sé, meglio vicino agli altri, rivelando così tutta la propria ipocrisia.
Occorre fare un salto di qualità costruendo un patto forte non solo tra il Comune e i sinti di via Vallenari, ma tra loro e la città, quella città che più volte abbiamo definito “solidale”: «Se rispettate le regole della convivenza noi vi difenderemo, ma se le regole le infrangete saremo noi i primi a denunciarvi».
Noi, come Chiesa, insieme ai volontari che da anni vi operano, abbiamo fatto e continueremo a fare il nostro servizio: aiutare queste persone ad integrarsi con il desiderio di costruire una convivenza pacifica, rispettosa di usi e tradizioni. Ma, come sempre, saremo pronti a denunziare le manchevolezze e gli atteggiamenti che escono dal rispetto delle regole perché siamo convinti che tutti hanno diritto al rispetto e alla sicurezza, alla tutela e al buon vicinato. di mons. Dino Pisolato, direttore Caritas diocesana di Venezia
venerdì 23 maggio 2008
L'uguaglianza calpestata
Il caso ha voluto che l´annuncio del "pacchetto sicurezza" coincidesse con la discussione al Parlamento europeo sugli immigrati in Italia, alla quale la maggioranza ha reagito condannandola come una manovra contro il Governo. Brutto segno, perché rivela che non v´è consapevolezza della gravità di quel che è accaduto a Ponticelli, con un assalto razzista che la dice lunga sulle responsabilità dei molti "imprenditori della paura" all´opera in Italia.
Invece di riflettere su un caso che ha turbato l´Europa, ci si rifugia nella creazione di un nemico "esterno" dopo aver individuato il nemico "interno" nell´immigrato clandestino, nell´etnia rom. Ma l´iniziativa europea non è pretestuosa, perché i trattati sono stati modificati per prevedere un obbligo dell´Unione di controllare se gli Stati membri rispettano i diritti fondamentali. Una prima valutazione del "pacchetto" mette in evidenza, accanto all´opportunità di alcune singole misure (come quelle relative all´accattonaggio e ai matrimoni di convenienza), una scelta marcata verso la creazione di un vero e proprio "diritto penal-amministrativo della disuguaglianza".
Vengono affidati a sindaci e prefetti poteri che incidono sulla libertà personale e sul diritto di soggiorno delle persone, con una forte caduta delle garanzie che pone problemi di costituzionalità e di rispetto delle direttive comunitarie. Il diritto della disuguaglianza può manifestarsi anche attraverso le norme che prevedono la confisca degli immobili affittati a stranieri irregolari e disciplinano il trasferimento di denaro all´estero. Infatti, può determinarsi una spinta verso un ulteriore degrado urbano, visto che gli irregolari saranno obbligati a cercare insediamenti di fortuna. E la stretta sulle rimesse degli irregolari potrebbe far nascere forme odiose di sfruttamento da parte di intermediari. Lo spirito del pacchetto si coglie con nettezza considerando il reato di immigrazione clandestina.
A nulla sono servite le perplessità all´interno della maggioranza, i moniti del mondo cattolico (da ascoltare solo quando invitano ad opporsi alle unioni di fatto e al testamento biologico?), le osservazioni degli studiosi. Si fa diventare reato una semplice condizione personale, l´essere straniero, in contrasto con quanto la Costituzione stabilisce in materia di eguaglianza. Si prevedono aggravanti per i reati commessi da stranieri, incrinando la parità di trattamento con riferimento alla responsabilità personale. È inquietante la totale disattenzione per quel che ha già stabilito la Corte costituzionale, in particolare con la sentenza n. 22 del 2007 che ha messo in guardia il legislatore dal prendere provvedimenti che prescindano «da una accertata o presunta pericolosità dei soggetti responsabili», introducendo sanzioni penali «tali da rendere problematica la verifica di compatibilità con i principi di eguaglianza e proporzionalità».
Questa logica va oltre il reato di immigrazione clandestina, impregna l´intero pacchetto, ignorando che «lo strumento penale, e in particolare la pena detentiva, non sono, in uno Stato democratico, utilizzabili ad libitum dal legislatore». Dopo aver annunciato una sorta di secessione dall´Unione europea, accusata di faziosità, il Governo prende congedo dalla legalità costituzionale? Il Governo dovrebbe sapere che i suoi provvedimenti possono essere cancellati da una dichiarazione di incostituzionalità. Rimarrebbe, allora, solo l´"effetto annuncio" per gli elettori del centrodestra. Così, neppure l´efficienza è assicurata. Un solo esempio. Tutti sanno che sono state presentate 728.917 domande di permesso di soggiorno (411.776 vengono da colf e badanti).
I posti disponibili sono 170.000. Una volta esaurite le pratiche burocratiche, dunque, rimarranno fuori 558.917 persone. Che cosa si vuole farne? Che senso ha, di fronte a questa situazione, parlare di reato e abbandonarsi a proclamazioni «mai più sanatorie»? Ora i governanti parlano di una attenzione particolare per le badanti, ma la soluzione non sta nella ridicola procedura della legge Bossi-Fini, che subordina l´ingresso in Italia alla preventiva chiamata di un datore di lavoro. Chi farebbe arrivare una badante, alla quale affidare funzioni di cura, senza averla vista in faccia?
Ed è inaccettabile la furbesca soluzione di far tornare: gli immigrati per una settimana nel loro paese, farli poi chiamare dal loro attuale datore di lavoro e così farli rientrare regolarmente. Ma che razza di paese è quello che dà una lezione di aggiramento delle leggi proprio agli immigrati dai quali si pretende il rispetto della legalità? Si dice: in altri paesi l´immigrazione clandestina è reato. Ma non si può usare la comparazione prescindendo dal contesto costituzionale, dalle modalità che regolano l´accesso, dal sistema giudiziario. Quali effetti avrebbe sul nostro sistema giudiziario e sulle carceri l´introduzione di quel reato? Sarebbe insensato caricare le corti di diecine di migliaia di nuovi processi, condannando a morte un processo penale già in crisi profonda e rendendo più complesse le stesse espulsioni.
Le carceri, già strapiene, scoppierebbero, o salterebbero tutte le garanzie facendo diventare i Cpt veri centri di detenzione. E tutto questo per colpire persone considerate pericolose "a prescindere", quasi tutte colpevoli solo di fuggire per il mondo alla ricerca di una sopravvivenza dignitosa. E la promessa di accoglienza per le badanti "buone", lascia intravedere ritardi burocratici e possibili arbitri. Si corre il rischio di avere norme, insieme, pericolose e inefficienti. Queste contraddizioni nascono dal trascurare le diverse forme di sicurezza che proprio l´immigrazione ha prodotto. Per le persone e le famiglie, anzitutto.
Come ricorda Luca Einaudi nel libro su "Le politiche dell´immigrazione in Italia dall´Unità ad oggi", le schiere delle badanti hanno consentito di passare da un welfare sociale ad un welfare privato, diffondendo l´assistenza alle persone al di là delle classi privilegiate. Vi è stata sicurezza anche per il sistema delle imprese, provviste di manodopera altrimenti introvabile. E sicurezza per il paese, visto che è stato proprio il contributo al Pil degli immigrati ad evitare rischi di recessione tra il 2003 e il 2005, a contribuire al pagamento delle pensioni di tutti. Detto questo, il tema dell´insicurezza non può essere affrontato ricordando solo che le statistiche sull´andamento dei reati dimostrano, almeno in alcuni settori, una loro diminuzione.
Il senso di insicurezza non nasce solo dal diffondersi di fenomeni criminali, ma da una richiesta di protezione contro un mondo percepito come ostile, contro presenze inattese in territori da sempre frequentati da una comunità coesa, dunque contro mutamenti culturali. Che cosa fare? Quando un sindaco coglie pulsioni profonde tra gli abitanti del suo comune, non può andare in televisione dicendo «non chiedo la pena di morte, ma capisco chi la invoca». Deve piuttosto evocare l´ombra di un Gran Lombardo e ricordare che Beccaria contribuì all´incivilimento del mondo con le sue posizioni contro la pena di morte.
Quando un sindaco vede a disagio i suoi concittadini nella piazza del paese, non fa togliere le panchine per evitare che gli immigrati vadano lì a sedersi. Quando le situazioni s´infiammano, non si propone un "commissario per i Rom", confermando così l´ostilità contro un´etnia intera. Qui sta la differenza tra svolgere una funzione pubblica e il farsi imprenditori della paura. Nel discorso di presentazione del Governo, il Presidente del Consiglio ha sottolineato che «la sicurezza della vita quotidiana deve essere pienamente ristabilita con norme di diritto che siano in grado di affermare la sovranità della legge in tutto il territorio dello Stato». Ben detto. Si aspetta, allora, una strategia di riconquista delle regioni perdute, passate sotto il controllo di camorra, ‘ndrangheta, mafia. Non è un parlar d´altro.
Proprio la terribile vicenda napoletana ha messo in evidenza il protagonismo della camorra, unico potere presente, imprenditore della paura che esercita la violenza per accrescere la propria legittimazione sociale. La discussione parlamentare deve ripulire il "pacchetto", concentrarsi sulla migliore utilizzazione delle norme esistenti, sul rafforzamento delle capacità investigative, sull´adeguamento delle risorse. Mano durissima contro le vere illegalità, contro chi sfrutta il lavoro nero e contro il caporalato, contro le centrali del commercio abusivo, dell´accattonaggio, della prostituzione. Non ruolo da sceriffo, ma capacità di mediazione da parte dei sindaci, incentivando le "buone pratiche" già in atto in molti comuni. Mi sarei aspettato qualche proposta complessiva del "governo ombra", non l´eterno agire di rimessa, segno di subalternità.
E i sondaggi siano adoperati ricordando la lunga riflessione sui plebisciti come strumenti di manipolazione dell´opinione pubblica. Esempio classico: la richiesta ai cittadini di pronunciarsi sulla pena di morte all´indomani di una strage. La democrazia è freddezza, riflessione, filtro. Se perde questa capacità, perde se stessa. di Stefano Rodotà
Il volontariato critica il “pacchetto sicurezza”
Non è la criminalizzazione dei migranti la chiave per affrontare, né risolvere il problema sicurezza. Lo affermano le portavoce del Forum del Terzo settore Maria Guidotti e Vilma Mazzocco.
Di certo, aggiungono, “combattere la clandestinità come fenomeno è una necessità se vogliamo fare una seria politica dell'immigrazione nel nostro Paese”. La lotta all'illegalità è imprescindibile e fondamentale, a tutela dei cittadini italiani come anche degli stessi immigrati. “Ma dalle informazioni sinora disponibili e in attesa di approfondire l'analisi – aggiungono Guidotti e Mazzocco – possiamo già rilevare che alcuni dei provvedimenti annunciati rischiano di criminalizzare i migranti ed i Rom e attribuiscono una rilevanza penale a comportamenti che sino ad oggi sono stati considerati nell'ambito del disagio sociale”.
Provvedimenti drastici ed isolati sono incapaci di guardare alla realtà ed alla complessità delle situazioni: “Non è l'emigrato che sceglie di essere irregolare – ricordano le portavoce del Forum – è la legge che lo obbliga, infatti l'unico modo per entrare in Italia è la chiamata diretta e non esiste un datore di lavoro che assuma senza conoscere il lavoratore, inoltre non esiste alcuna lista dei lavoratori stranieri disponibili”.
L'invito al Governo da parte del Forum del Terzo settore è quello di un'apertura al dialogo con le parti sociali, al fine di elaborare una politica attenta e mirata, che non preveda semplicemente sgomberi ed azioni punitive. “Ciò che può realmente garantire sicurezza sul territorio – concludono le portavoce – è l'applicazione del diritto e la certezza della pena, accompagnate dall'espulsione dei cittadini stranieri irregolari che commettono reati. Il che non inficerebbe la tutela dei diritti sociali e di cittadinanza di tutti i cittadini stranieri che vivono e lavorano onestamente in Italia”.
Maroni: dall'Europa indebite pressioni
Sono "indebite" le pressioni che vengono da alcuni paesi europei al pacchetto sicurezza varato ieri dal governo. Lo ha detto il ministro dell'Interno Roberto Maroni lasciando Palazzo Madama dove ha illustrato ai senatori della maggioranza le nuove misure governative.
"Non intendiamo cedere di un millimetro -dice Maroni- a queste pressioni indebite". Il ministro ha inoltre annunciato l'aumento dei Cpt: "Attualmente i centri di permanenza temporanea sono 10, noi prevediamo che ce ne sia almeno uno in ogni regione". Sul reato di immigrazione clandestina il responsabile del Viminale ha osservato che "e' impossibile e assurdo pensare di distinguere fra le varie categorie sociali di immigrati. Se uno entra per lavorare ha gia un contratto di lavoro e quindi non è clandestino. Tutti gli altri evidentemente lo sono".
Di fronte alle critiche che tutti i clandestini rischiano dunque il carcere, il ministro ha replicato: "la prima obiezione alla quale devo rispondere è quella dei cittadini e quella conta più di qualsiasi altra cosa. Poi perchè per il reato di immigrazione clandestina previsto in Francia e Germania e la sinistra non si strappa le vesti? Se lo fa qui, in Italia, è solo per ragioni ideologiche e per nessun'altra".
Ma sul reato di immigrazione clandestina sull'Unita' l'ex ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha espresso un duro giudizio: "Una norma incivile, giuridicamente insostenibile, contraria ai principi europei. In più totalmente controproducente perchè criminogena".Un nuovo attacco alla politica del Governo Berlusconi sulla sicurezza e sugli immigrati è venuto dal giornale 'The Guardian': "I ministri del nuovo governo hanno accompagnato a questi terribili fatti la richiesta d'espulsione per i rom che delinquono e il ripristino dei controlli di frontiera, in violazione dell'accordo di Schengen".
Roma, Rom: «nessuno ci rappresenta meglio di noi stessi»
Vorrebbero essere gli stessi Rom a rappresentarsi nel dialogo con le istituzioni. Così i rom del campo Casilino 900 si stanno organizzando per presentare al sindaco di Roma, Gianni Alemanno, le loro proposte. Ecco il comunicato con cui annunciano la loro scelta.
«Apprendiamo dai giornali di oggi la notizia relativa all'incontro che si dovrebbe tenere mercoledì prossimo, 28 maggio, tra il sig. Massimo Converso (presidnete nazionale di Opera Nomadi, ndr) ed il sindaco Alemanno. Riteniamo che nessuno possa trattare e decidere questioni relative al territorio che abitiamo ed alle nostre condizioni di vita, senza tenere conto della nostra presenza e delle nostre idee: nemmeno il sig. Massimo Converso. Martedì 27 maggio, nel corso di una conferenza stampa, presenteremo la nostra proposta sul futuro del campo Casilino 900 e delle persone che lo abitano. Quanto all'incontro di mercoledì 28 maggio, riteniamo di essere gli interlocutori principali delle istituzioni comunali, nei confronti delle quali siamo disponbili al dialogo, certo, non sarebbe un buon inizio, se l'incontro si dovesse svolgere senza la nostra presenza». Il Coordinamento del Campo Casilino 900
Roma, Mosca: conferenza territoriale con i Rom
Come primo atto da Commissario straordinario per le popolazioni Rom, "costituiremo una sorta di conferenza in ogni realtà territoriale, alla quale prenderanno parte le varie associazioni che si occupano delle popolazioni senza territorio, i rappresentanti di quelle stesse popolazioni e i rappresentanti dei governi dei territori a livello regionale". Ad annunciarlo è il prefetto di Roma, Carlo Mosca: "Nella prossima riunione del Consiglio dei ministri- sottolinea poi- il governo formalizzerà gli incarichi di Commissario straordinario per le popolazioni senza territorio ai prefetti di Roma, Napoli e Milano, come richiesto dagli stessi sindaci di quelle città".
Oltre alla Conferenza territoriale, "dovremo affrontare il tema dello stato giuridico di queste realtà, e poi prendere contatti con le autorità estere per verificare la possibilità di intraprendere strategie comuni".
Intanto, rende noto sempre il prefetto di Roma, "abbiamo messo a punto una prima strategia che punta a monitorare e censire le presenze di queste popolazioni. In base a questo monitoraggio- prosegue Mosca- sarà poi possibile avere l'esatta sensazione non solo degli insediamenti, ma anche di coloro che ci vivono, e puntare a programmare interventi che riconoscano loro la giusta solidarietà, ma garantiscano allo stesso tempo rigore verso i delinquenti".
Con l'incarico di Commissario straordinario, spiega infine Mosca, "saranno concesse deroghe alla normativa per rendere più efficace la nostra azione in vari campi, dall'edilizia alla polizia locale, senza essere affaticati dalle pastoie procedurali che bisogna ordinariamente rispettare".
Sanremo (IM), un clima da caccia alle streghe
Madre denuncia rapimento del figlio di 3 anni da parte dei rom, ma il bimbo si era solo nascosto. Una madre ha denunciato, stamani, alla polizia il rapimento da parte di Rom del proprio figlioletto di 3 anni, mentre si trovava all'interno del negozio di brocante 'Salvagente', di zona san Martino a Sanremo, mobilitando la polizia, anche se poco tempo dopo si e' scoperto che il piccolo stava bene e si era soltanto nascosto dentro un armadio.
Preoccupata alla vista di alcune persone sospette, che sembravano nomadi e non vedendo più il bambino, la donna si e' subito messa a gridare aiuto, richiamando l'attenzione della proprietaria che ha così chiamato il 113.
Sul posto e' intervenuta una pattuglia della polizia. Alla fine, si è scoperto che il piccolo si era nascosto dentro un armadio, forse perchè consapevole del guaio che aveva combinato, aveva paura di 'prendersele' dal genitore. Gli agenti, tra l'altro, avevano già iniziato a perlustrare un vicino torrente alla ricerca di eventuali “campi nomadi”.
Ue, Fini nega la grave situazione dei Rom in Italia
Il presidente della Camera Gianfranco Fini, presente alla Conferenza dei presidenti dei Parlamenti al Consiglio d'Europa, non ha dovuto rassicurare nessuno dopo le preoccupazioni emerse nei giorni scorsi dall'Europa sul pacchetto sicurezza e sulla situazione dell'immigrazione clandestina in Italia. «Non c'è stata alcuna necessità di rassicurare, né alcun interlocutore mi ha chiesto alcunché» perché spiega Fini «non ci sono rischi di alcun tipo per il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo in Italia»
«È ovvio - spiega il numero uno di Montecitorio - che il presidente della Camera non deve difendere l'azione del governo né quella dell'opposizione. Il Parlamento esaminerà il pacchetto sicurezza con la doverosa attenzione». Ma, aggiunge Fini, «credo sia evidente a tutti che nel Parlamento italiano non ci sono rischi di alcun tipo per il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo, il rispetto del diritto alla sicurezza del cittadino e il rispetto del diritto dei migranti, se ovviamente si integrano nelle condizioni di legalità e di sicurezza per tutti».
Nel dibattito al Parlamento europeo sulla condizione dei Rom in Italia sono state espresse forti critiche verso il nostro Paese e il presidente della Camera Gianfranco Fini, a margine dell'assemblea dei presidenti dei Parlamenti europei nel Consiglio d'Europa, ha chiosato: «Ovviamente sono opinioni rispettabilissime, come tutte. Ma il fatto che siano opinioni non significa che corrispondano a realtà, per lo meno per ciò che riguarda la questione italiana».
Frattini: presenteremo a Ue progetti per integrare i Rom
Il governo Berlusconi presenterà alla Commissione europea progetti per l'integrazione dei Rom rumeni, che sotto il precedente governo Prodi non furono mai chiesti e per cui finanziamenti Ue non furono mai versati. Lo ha dichiarato oggi il ministro degli Esteri Franco Frattini in un'intervista al quotidiano conservatore spagnolo 'Abc', in cui ribadisce anche che "gli italiani non sono xenofobi ma apprezzano gli immigranti legali", e che "quando Zapatero annunciò la regolarizzazione di massa arrivarono 800.000 persone e bisognò cambiare posizione perché la tolleranza era insostenibile".
Frattini precisa anche l'applicazione della direttiva 38 del 2004, secondo cui i cittadini comunitari residenti in un altro paese europeo devono dimostrare il loro reddito, e annuncia "il primo programma" fra la città di Milano e tre città rumene, per finanziare progetti per far rientrare in Romania i cittadini di questo paese privi di reddito che vivono nel capoluogo lombardo.
"La Spagna ha ottenuto dall'Europa 50 milioni di euro solo per l'integrazione dei gitani romeni - dice il ministro, ricordando di averli erogati egli stesso quando era commissario europeo - l'Italia non ha ottenuto nulla perché il governo Prodi non ha chiesto nulla: a partire da e adesso l'Italia presenterà progetti in modo che faremo due cose: sicurezza da un lato e integrazione dall'altro".
Sul reato di immigrazione clandestina contenuto nel pacchetto sicurezza italiano, Frattini ribadisce che Francia e Germania già lo contemplano e l'effetto a catena delle misure adottate in Austria per rimpatriare i romeni indigenti, che "si spostarono in Italia, poiché qui nessuno gli chiede come vivono o se rispettano la legge": il titolare della Farnesina prevede che la direttiva 38/2004 "sarà applicata a poco a poco da altri paesi" ma ricorda che il problema è soprattutto dei paesi del Sud Europa e ricchi.
Padova, raduno Rom? Solo una festa di fidanzamento
Nella grande confusione di questi giorni si susseguono gli allarmi. Un raduno di Rom a Padova per parlare della questione legata ai gravi fatti di Napoli: più o meno costruita, questa è stata la notizia che diversi esponenti politici e molti quotidiani locali si sono affrettati a commentare sollevando allarmi e presunte emergenze. Un raduno politico? No, una semplice festa di fidanzamento come le tante che si tengono, colorite e assolutamente festose, ogni qualvolta c’è un matrimonio alle porte.
E’ così che la città del Santo si appresta, come ogni 13 giugno, ad accogliere un enorme flusso di pellegrini in visita alla Basilica. Molti devoti sono Rom e da sempre arrivano in città per rendere omaggio a S. Antonio, anche se in questi ultimi anni la questione sembra diventata motivo di speculazione politica. Emergenza ed invasione sono i termini con i quali ci si appresta a riproporre attenzioni particolari contro l’accattonaggio, mentre fin da ora, non è certo una coincidenza, si moltiplicano i cartelli con divieti di sosta a roulotte e camper in tutta la cintura urbana.
Ma cosa c’è dietro alla fobia che si è scatenata contro un intero popolo?
In primo luogo molta confusione. Rom, Sinti, “zingari”, “nomadi”, romeni, stanziali, baraccopoli, campi, tutti questi termini vengono indistintamente fatti ricadere in un dibattito teso a schiacciare differenze non di poco conto. E non tanto rispetto a presunte propensioni più o meno presenti all’illegalità, quanto alle possibili strade che la complessa realtà legata a Rom e Sinti, a profughi o cittadini italiani, a stanziali o nomadi, ha bisogno di percorrere.
Ci sono una infinità di sfumature, non di poco conto, profonde differenze che, se non comprese, rischiano di rendere impotente qualsiasi intervento, impedendo di affrontare con strumenti adeguati una problematica, quella della marginalità e della dignità, prima ancora di quella legata a possibili terreni di insediamento di pratiche criminogene, oggi più che mai scivolosa. E’ possibile insomma immaginare una complessa gamma di interventi e politiche in grado di offrire risposte articolate ad un problema, quello delle tensioni che intorno agli "zingari" si vanno focalizzando, oggi più che mai all’ordine del giorno. Ed è possibile farlo proprio a partire dal riconoscimento delle molte differenze che oggi invece vengono consapevolmente celate.
Napoli, i lati oscuri di un presunto tentativo di sequestro
Il caso di Angelica, ragazza Rom accusata del tentato rapimento di una bambina di sei mesi avvenuto a Napoli, nel quartiere Ponticelli, è una montatura. La testimonianza di Flora Martinelli, la madre della bambina, del padre di lei Ciro e dei loro vicini di casa è falsa. Il Gruppo EveryOne ha indagato accuratamente sull'evento che ha scatenato una vera e propria "caccia al Rom", che da Napoli si è diffusa a macchia d'olio in tutta Italia.
"Fin dall'inizio le dinamiche del rapimento non ci hanno convinto, perché chi conosce la palazzina in cui sarebbe avvenuto il reato sa che è praticamente inaccessibile, sia per il cancello che per l'attenta sorveglianza degli inquilini," affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau.
"Vi sono poi discordanze fra le testimonianze della Martinelli, di suo padre e dei vicini. La donna in un primo momento ha dichiarato che la porta del suo appartamento sarebbe stata forzata, poi ha ricordato di averla lasciata aperta. Dopo aver notato la porta aperta, la madre sarebbe andata a controllare la culla, quindi sarebbe tornata verso il pianerottolo dove avrebbe sorpreso - passati almeno venti secondi - la ragazzina Rom con la sua piccola in braccio. Non solo: avrebbe avuto ancora il tempo di raggiungerla e strapparle la bambina. Quindi la Rom si sarebbe mossa al rallentatore, consentendo a nonno Ciro di raggiungerla, afferrarla e schiaffeggiarla al piano di sotto.
Alcuni dei vicini hanno riferito alle autorità che Angelica aveva ancora la bambina in braccio, quando l'hanno fermata. Ma non basta, perché nei giorni precedenti al fatto, gli inquilini della palazzina si erano riuniti più volte, con un solo ordine del giorno: come ottenere lo sgombero delle famiglie Rom accampate a Ponticelli".
Dopo queste analisi di massima, il Gruppo EveryOne - che può contare su attivisti e organizzazioni locali - ha effettuato ulteriori accertamenti, sia presso il carcere, dove un funzionario, dopo aver ascoltato le ipotesi che scagionavano la presunta rapitrice, ammetteva: "Avete ragione, anche noi siamo in difficoltà, perché questo non è un evento diverso da tanti altri, ma qualcuno ha voluto trasformarlo in un caso nazionale".
Gli inquilini di Ponticelli fanno blocco: i Rom non li vogliono più. Qualcuno però, mostra qualche scrupolo di coscienza, ma ha paura, perché le pressioni sono forti e mettersi contro il "comitato" di Ponticelli è pericoloso. "Angelica, in realtà, conosceva una delle famiglie che abitano in via Principe di Napoli, dove è avvenuto l'episodio," continuano gli attivisti del Gruppo EveryOne, "ha suonato al citofono ed è stata notata da alcune inquiline. Pochi istanti dopo è scattata la trappola e la furia dei condomini si è scatenata contro di lei, che è stata raggiunta in strada, afferrata, schiaffeggiata e consegnata alla polizia. Vi sono testimoni che conoscono la verità e due di loro sono disposte a parlare al giudice.
E' importante che l'avvocato Rosa Mazzei, che difende la ragazza Rom, non si faccia intimidire e sostenga la verità in tribunale. Un attivista di Napoli suppone che la linea di difesa potrebbe essere, invece, quella di ammettere il furto, ma non il tentato rapimento".
Le conseguenze del caso di Ponticelli, con l'eco mediatica promossa da quotidiani e network, sono state gravissime e sono un indice evidente di come sia necessario abbandonare razzismo e xenofobia per riscoprire la strada dei diritti umani.
"Adesso è importante che le organizzazioni locali per i diritti dell'uomo vigilino sulla serenità di Angelica, che subisce pressioni gravi e intollerabili. Salvaguardare la tranquillità della ragazza significa salvaguardare la verità sul caso di Ponticelli, che è la tragica verità di un'altra ingiustizia, di un'altra calunnia, di altre disumane violenze subite dal popolo Rom in Italia, già colpito da emarginazione e segregazione, vessato da provvedimenti iniqui".
Gli attivisti del Gruppo EveryOne concludono con alcune considerazioni che dovrebbero far riflettere: "Da anni lanciamo l'allarme riguardo alla campagna razziale in corso in Italia. Grazie all'appoggio di forze politiche transnazionali attive nel campo dei diritti umani e civili, abbiamo ottenuto Risoluzioni europee e documenti-guida da parte delle Nazioni Unite, che ammoniscono l'Italia contro le sue politiche razziali. I Rom in Italia non sono criminali, ma famiglie in difficoltà. Su 150 mila 'zingari' presenti nel nostro Paese, 90 mila sono bambini. La speranza di vita media dei Rom, qui da noi, è di soli 35 anni, contro gli 80 degli altri cittadini. La mortalità dei bimbi Rom è 15 volte superiore a quella degli altri bambini. Sono numeri che esprimono una persecuzione. Riguardo alla criminalità Rom, essa non ha un'incidenza rilevante, come dimostrano i dati del Ministero degli Interni e le aggressioni nei confronti di italiani sono praticamente inesistenti. Il caso di Giovanna Reggiani fu un'altro grande inganno, perché il presunto omicida, Romulus Mailat, non è Rom, ma un romeno di etnia Bunjas, che non ha nulla a che vedere con i popoli “zingari”. L'abbiamo documentato, a suo tempo, agli inquirenti e alla stampa, ma il nostro dossier scientifico non fu preso in considerazione. Il razzismo fa comodo a uno stuolo di persone, a partiti politici e media, alla criminalità organizzata, che muove miliardi di euro ogni anno. A questo proposito, ricordiamo che i Rom coinvolti in delitti agiscono quasi sempre per ordine di criminali mafiosi italiani, i quali - a causa dell'emarginazione e della segregazione in cui versano i 'nomadi' - li hanno ridotti in schiavitù. Lo sanno le autorità, lo sanno i politici e sarebbe ora che lo sapessero tutti i cittadini italiani".
Torino, presidio contro l'intolleranza
Gli episodi recentemente accaduti di intolleranza nei confronti di immigrati e nomadi a seguito di episodi criminosi e le norme repressive varate dal Governo ci fanno dire che: il bisogno di sicurezza va difeso e trasformato in regole da rispettare, proprio per questo siamo contrari a chi vuole confondere la singola responsabilità con una colpa collettiva da addebitare a tutti i nomadi e gli immigrati.
Come ha scritto recentemente Don Ciotti: “Il bisogno di sicurezza ce lo abbiamo tutti, è trasversale, appartiene a ogni essere umano, a ogni comunità, a ogni popolo. È il bisogno di sentirci rispettati, protetti, amati. Il bisogno di vivere in pace, di incontrare disponibilità e collaborazione nel nostro prossimo. Per tutelare questo bisogno ogni comunità, anche la vostra, ha deciso di dotarsi di una serie di regole. Ha stabilito dei patti di convivenza, deciso quello che era lecito fare e quello che non era lecito, perché danneggiava questo bene comune nel quale ognuno poteva riconoscersi.”
”Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando. Sta franando di fronte alle paure della gente. Paure provocate dall´insicurezza economica - che riguarda un numero sempre maggiore di persone - e dalla presenza nelle nostre città di volti e storie che l´insicurezza economica la vivono già tragicamente come povertà e sradicamento, e che hanno dovuto lasciare i loro paesi proprio nella speranza di una vita migliore”.
“La legalità, che è necessaria, deve fondarsi sulla prossimità e sulla giustizia sociale. Chiedere agli altri di rispettare una legge senza averli messi prima in condizione di diventare cittadini, è prendere in giro gli altri e noi stessi. E il ventilato proposito di istituire un "reato d´immigrazione clandestina" nasce proprio da questo mix di cinismo e ipocrisia: invece di limitare la clandestinità la aumenterà, aumentando di conseguenza sofferenza, tendenza a delinquere, paure”.
Per dimostrare pubblicamente il nostro dissenso verso l’intolleranza di qualunque tipo viene indetto un presidio sabato 24 maggio 2008, davanti alla Prefettura di Torino in piazza Castello, a partire dalle ore 17.00.
Promuovono l’iniziativa: CGIL CISL UIL Torino, Gruppo Abele, Pastorale Migrantes, Paralleli. Sono aperte le adesioni da comunicare a: CGIL, Via Pedrotti n. 5, 10152 Torino, telefono 011 2442479, fax 011 2442210; CISL, Via Barbaroux n. 43, 10152 Torino, telefono 011 545450, fax 011 541068; UIL, Via Bologna n. 11, 10152 Torino, telefono 011 2417190, fax 011 2417191.
giovedì 22 maggio 2008
Come vivono i Rom e i Sinti nella società italiana?
Un'indagine Soleterre/Axis Market Research finanziata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri lo ha verificato su un campione rappresentativo in 6 capoluoghi di provincia italiani. Nelle città di Milano, Pavia, Reggio Emilia, Roma e Torino la Axis Market Research ha condotto un sondaggio in merito alla situazione delle popolazioni Rom e Sinte, ripreso quest'oggi dal quotidiano nazionale Il Sole 24 Ore.
Soleterre in queste città ha realizzato nel 2007 un progetto per il contrasto alle forme di discriminazione verso Rom e Sinti e, grazie al contributo dell'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, è stato creato l'Osservatorio Nazionale Permanente per la tutela dei diritti fondamentali delle comunità Rom e Sinti.
La ricerca, che è stata ultimata a febbraio 2008, ha analizzato un campione rappresentativo della popolazione Rom e Sinti nelle città in cui Soleterre ha lavorato.
I dati dimostrano che il 61% di loro ha un lavoro e solo il 2% ricorre all'accattonaggio. Molti i lavori che fanno: da venditori ambulanti a giostrai, da operai a raccoglitori di ferro usato.
Il dato più rilevante che emerge però, secondo il Sole 24 Ore, dall'analisi è che il 75% degli intervistati ha la residenza attuale da almeno quattro anni, e la permanenza media degli intervistati in un campo si attesta sui sette anni e mezzo.
Come spiega "Il Sole 24 Ore" l'indagine offre, riguardo alle popolazioni Rom e Sinte, "un'immagine ben diversa da quella offerta dalla cronaca" quotidiana.
Pacchetto sicurezza? Non ci spaventa!
“Non ci fa paura il pacchetto sicurezza. Il clima esasperato di questi giorni è il frutto di un'evidente strumentalizzazione. Fra poco l’ondata mediatica si sgonfierà ed emergeranno le problematiche reali, che potranno essere risolte solo con il dialogo. Il nostro primo obiettivo sarà quello d'incontrare il ministro dell’Interno Maroni, per ragionare e costruire soluzioni concrete”.
Così Nazzareno Guarnieri, presidente della prima Federazione “Rom e Sinti Insieme” - nata ufficialmente il 17 e 18 maggio 2008 nel corso di un incontro programmatico svoltosi a Mantova – analizza uno dei provvedimenti all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri che si è svolto ieri al Palazzo Reale di Napoli. Primo atto del IV governo Berlusconi, che ha introdotto, oltre all'espulsione immediata dei clandestini, incentivi per il rito immediato, il reato di accattonaggio e la perdita della patria potestà dei genitori per chi utilizza i bambini per chiedere l'elemosina.
La nuova federazione è il risultato di “un anno di concertazioni e analisi fra le comunità a noi legate” spiega Guarnieri, che è stato anche candidato Rom al Consiglio comunale di Pescara nelle passate elezioni amministrative. Diciannove realtà associative che operano in otto regioni italiane, fra cui Lazio, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, dove si concentra il 60% della popolazione Rom e Sinti.
“Siamo nati inizialmente come comitato, nel marzo del 2007, con il proposito di connettere associazioni, cooperative e singoli per dialogare e dare vita a una partecipazione politica attiva di Rom e Sinti italiani e Rom immigrati a tutti i livelli, in grado di formulare delle proposte concrete, partendo dall’esigenza di avere voce in capitolo rispetto alle nostre problematiche e far fronte a un’anomalia tutta italiana: a occuparsi delle nostre minoranze sono stati sempre altri e non noi in prima persona. Associazioni come Opera Nomadi, Arci e Ermes hanno cercato d’interpretare i bisogni delle nostre comunità, costruendo politiche che si sono rivelate fallimentari e la situazione attuale lo dimostra”.
Il presidente della federazione, formatosi fra le file dell'Opera Nomadi, crede che i tempi siano maturi per una leadership Rom e Sinti capace di rivendicare i diritti della propria comunità:”Non credo nel metodo dell'associazione guidata da Massimo Converso. Mi riferisco all’incontro avvenuto a Roma con i capi famiglia delle comunità Rom capitoline per redigere la proposta da presentare alla riunione del Consiglio Comunale il 26 maggio prossimo. E’ un metodo questo non realmente rappresentativo. La sintesi dei problemi e delle difficoltà in cui vertono le comunità va fatta da una leadership preparata, nella quale devono spiccare Rom e Sinti con un certo grado di formazione; non da un nucleo di famiglie improvvisato messo insieme da un’associazione i cui vertici sono costituiti prevalentemente da italiani che, per quanto impegnati, sono di fatto estranei alle realtà della nostra minoranza. Questa e le altre associazioni che hanno in appalto i campi attrezzati non hanno mai realmente investito nella formazione delle consapevolezze e nella partecipazione attiva dei Rom a parte rari casi isolati. Molti non sanno neanche leggere e scrivere, come possono interloquire con le istituzioni? Importante invece il dialogo promosso da rappresentanti Rom e Sinti inseriti attivamente nel tessuto politico e nel terzo settore, che conoscono leggi, diritti ma anche i doveri nei confronti del paese”.
Fra una settimana, consolidati gli aspetti amministrativi e giuridici della federazione, saranno diffuse le linee guida che determineranno la politica di “Rom e Sinti insieme” fino alla fine dell’anno solare. “Ma già siamo operativi. Primo atto del nostro impegno è stato la ratifica di un documento contenente in 7 punti le richieste della comunità Sinti e Rom ai candidati durante la campagna elettorale, al quale hanno risposto esponenti dell’Udc e Sinistra Arcobaleno”. Oltre all'incontro con il ministro Maroni, in programma anche l'allargamento sul territorio nazionale. “Il 3 maggio scorso - conclude Guarnieri - mi sono personalmente recato a Napoli per costituire un’associazione Rom e Sinti Insieme”, su sollecitazione di molti Rom di Scampia”. di Loredana Manghi
Per un mondo senza violenza
“Per un mondo senza violenza”. Così la Comunità di Sant'Egidio ha voluto chiamare il pellegrinaggio che si è tenuto sabato 17 e domenica 18 maggio, al Santuario della Madonna del Divino Amore. Un titolo significativo, in un tempo segnato da gravi episodi di violenza nel nostro Paese. Oltre duemila persone hanno accolto l’invito a questo appuntamento, che ha preso forma in due giorni di preghiera, meditazione, incontri e momenti di festa. Famiglie italiane, straniere e rom con tanti giovani e bambini. Insieme hanno offerto l’immagine di una convivenza possibile e di una diversità che diventa ricchezza condivisa.
In un auditorium gremito si è tenuta una tavola rotonda sulla condizione dei bambini nel mondo e sul servizio ai bambini della comunità trasteverina. Testimoni provenienti da diversi Paesi hanno raccontato l’efficacia dell’amore evangelico, che riesce a trasformare la vita di ogni persona e la realtà di interi quartieri: dalla cura dell’Aids in Africa, alla sottrazione dei giovani alla cultura della violenza in Salvador e della mafia in Sicilia.
Adriana Gulotta, coordinatrice delle attività di Sant'Egidio rivolte ai minori, ha raccontato 40 anni di impegno per i più piccoli, delineando un panorama delle difficili condizioni dei bambini e descrivendo un mosaico di attività che vanno dalla presenza nei quartieri di Roma, all’adozione a distanza, all’educazione alla pace in tanti paesi del mondo.
Durante le due giornate sono stati affollati tutti i luoghi del santuario. Tanti giovani si sono riuniti nel “Memoriale degli zingari”, dedicato al beato gitano Zeffirino, dove si ricorda lo sterminio di mezzo milione di Sinti e Rom nei lager nazisti. Hanno ascoltato la testimonianza di alcune donne anziane sul dramma della seconda guerra mondiale e sull’efficacia della preghiera che, dal santuario, si è levata a Dio per la pace e per la salvezza di Roma, durante gli anni del conflitto. Nello stesso simbolico luogo, hanno anche incontrato un giovane rom che ha ricordato il dramma di chi oggi vive il dramma dell’esclusione e del pregiudizio. Il memoriale (in foto) è opera dell’artista Bruno Morelli.
In serata, una toccante fiaccolata ha attraversato i luoghi più significativi del santuario, partendo dalla Torre del primo miracolo e arrivando di fronte alla chiesetta che accoglie l’immagine venerata da tanti romani. Dopo alcune testimonianze provenienti dall’Africa, migliaia di candele hanno illuminato i sentieri del Divino Amore. La cerimonia si è conclusa con una preghiera d’invocazione, perché il mondo sia liberato dalla violenza.
Pax Christi, le comunità cristiane non dimentichino l'Enciclica Pacem in Terris
Lo sgombero del campo rom di via Bovisasca a Milano, il 1° aprile u.s. e ancor più l'incendio del campo di via Ponticelli, nella zona orientale di Napoli, il 14 maggio u.s., hanno richiamato la pubblica attenzione, non soltanto sulle disumane condizioni di vita in cui versano migliaia di persone, ai bordi delle nostre città, senza che vengano riconosciuti loro i Diritti Umani fondamentali e garantiti quei servizi minimi che, sanciti dai Trattati Internazionali, anche il nostro Paese ha sottoscritto, ma soprattutto quella mentalità violenta ed esclusivista con cui si vorrebbe costruire la società del futuro.
Tale mentalità è immediatamente riscontrabile anche nella scelta di diverse amministrazioni locali - indistintamente di destra o di sinistra, tra cui ormai si distingue quella fiorentina - di perseguire chi chiede l'elemosina per le strade e nella tolleranza - o peggio l'organizzazione - di "ronde di cittadini a tutela del territorio", ruolo di esclusiva competenza dello Stato, mediante le Forze dell'ordine.
Di fronte al triste spettacolo di persone spaventate e disperate, cacciate senza alcuna prospettiva, che nella concitazione del momento perdono molte delle loro povere cose, compresi - in alcuni casi - i documenti che ne attestano l'identità; di fronte agli occhi impauriti dei bambini che, allontanati dai quartieri in cui avevano mosso i primi passi dell'integrazione, finiscono ad ingrossare le fila dell'abbandono scolastico; di fronte al disagio delle donne in stato di gravidanza e di molti neonati; di fronte a questo modo di intendere il servizio istituzionale e all'arroganza di semplici cittadini che si ergono a giustizieri e tutori dell'ordine pubblico ... facciamo fatica a riconoscere il volto democratico e civile del nostro Paese, così come le conquiste civili sancite nella Carta Costituzionale.
Ancora più sconcertanti, ci risultano alcune voci di protesta levatesi all'interno della stessa comunità cristiana. A Milano, ad una manifestazione organizzata sul sagrato del Duomo, contro il Cardinale Tettamanzi, reo d'aver alzato la voce in difesa dei Diritti dei Rom, violati nel corso dello sgombero menzionato, diversi dei partecipanti si professavo credenti e appartenenti a quella Chiesa; mentre a Pisa perfino delle suore hanno protestato contro il progetto per un dormitorio di poveri vicino al loro asilo, per paura che i bambini si spaventassero.
Per contro, forti e chiare si sono levate, in questi giorni, alcune voci autorevoli, tanto per il ruolo che rivestono all'interno della Comunità ecclesiale, che per il servizio che prestano sul campo.
Tra le molte vogliamo ricordarne alcune.
Mons. Plotti, vescovo emerito di Pisa, ha messo il dito nella piaga, smascherando l'ipocrisia che spesso ci impedisce di vedere e giudicare la realtà: «La grande maggioranza di chi chiede l'elemosina è fatta di poveri veri, prodotto sempre più numeroso, fra l'altro, della stessa società che poi li perseguita, e che non sanno realmente come vivere. E come si può pensare che un concetto ipocrita come il decoro, un certo perbenismo di maniera, possano ispirare una qualunque iniziativa efficace riguardo a bisogni reali, concreti, spesso drammatici? ... bisogna partire da un punto di vista totalmente diverso: pensare di avere davanti non un problema di decoro, ma un problema umano».
Don Federico Schiavon, direttore nazionale della pastorale dei Rom e Sinti, scrivendo al vescovo di Cremona, che si era espresso sull'elemosina fuori dalle chiese e zingari, ha auspicato che: «Speriamo perciò che questa situazione, dai contorni spiacevoli al di là dell'intenzione, sarà occasione per una maggiore ed esplicita presa in carico da parte sua e della sua comunità ecclesiale della situazione di Rom e Sinti, attivando quella più ampia giustizia solidarietà e cura pastorale (anche a norma del diritto canonico, come lei ben sa, quelli tra loro e sono molti che appartengono alla chiesa cattolica, quando si trovano nel territorio della sua diocesi sono affidate alle sue cure).
Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e dell'Associazione Libera, contro le mafie, ha scritto direttamente una lettera di scuse ad una donna, il cui volto terrorizzato capeggiava sui giornali, mentre con la sua famiglia veniva sloggiata dal campo in cui viveva.
Per quanto riguarda il problema generale del flusso migratorio in Italia e l'intenzione annunciata dal Governo di trasformare l'immigrazione clandestina in reato, va ricordata la presa di posizione del Card. Renato Martino, per anni Osservatore della S. Sede presso le Nazioni Unite, che pur riconoscendo la legittima esigenza di regolare i flussi migratori, ha però messo in guardia dalla tentazione "di demonizzare gli immigrati"; concludendo: «Non sono assolutamente d'accordo nel considerare reato l'immigrazione clandestina».
Riaffermando perciò la ferma convinzione che una società sicura e ordinata possa essere costruita soltanto sul rispetto dei Diritti Umani, universalmente garantiti, lamentiamo che la logica adombrata tanto in certi incresciosi episodi quanto nei provvedimenti discussi in queste ore, non fanno che sconfessare quelle "radici cristiane" tanto facilmente menzionate e strumentalizzate nel dibattito sociale e politico.
A tale proposito vogliamo ricordare a tutti e in particolare ai cristiani quanto Giovanni XXIII scriveva, ormai 45 anni fa, nell'Enciclica Pacem in Terris: «Ogni essere umano ha il diritto alla libertà di movimento e di dimora nell'interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse (cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1952). Per il fatto che si è cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l'appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale». Leggi la lettera a Napolitano…
Il vicino rom
Dal punto di vista dei numeri, non c’è ragione di lamentare "invasioni" di rom e sinti nel nostro paese. Piuttosto sono assai problematiche le politiche adottate per la gestione di queste minoranze. Nel migliore dei casi si sono allestiti i campi nomadi, diventati oggi un aspetto saliente del problema. Servono invece soluzioni abitative plurime, negoziate con i diretti interessati e con le comunità locali. E progetti più ampi, con il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei destinatari, la condivisione di regole, la presenza di figure di mediazione e accompagnamento.
Secondo le ultime stime disponibili, di Caritas-Migrantes, in Europa vivono all’incirca 9 milioni di rom e sinti, di cui meno di 2 milioni nell’Europa Occidentale. Tra i paesi più interessati dal fenomeno, troviamo la Spagna con una popolazione compresa fra le 650mila e le 800mila unità, la Francia con valori stimati tra 280mila e 340mila, la Grecia, tra 160mila e 200mila.
Per l’Italia, i dati si attestano intorno alla cifra di 120-150mila unità, e dunque pur aggiungendo un incremento in seguito all’ingresso nell’Unione di nuovi paesi membri come Bulgaria e Romania, dal punto di vista quantitativo, il nostro paese non avrebbe molti elementi di fatto per lamentare un’insopportabile invasione delle minoranze più stigmatizzate d’Europa.
Sarebbe bene, fra l’altro, parlarne al plurale, giacché si tratta di un mosaico di popolazioni per molti aspetti diverse: nazionalità, data di arrivo, religione, e così via. Quasi la metà, oggi, è presumibilmente in possesso della cittadinanza italiana, a volte da secoli; l’altra parte, è composta da gruppi stratificati per titoli di soggiorno e dotazione di diritti, con una cospicua quota di neo-comunitari, insieme a rifugiati, apolidi, stranieri in possesso o meno di permesso di soggiorno. Anche l’etichetta “nomadi” traduce più un pregiudizio che una situazione di fatto: solo una minoranza, compresa tra il 15 e il 30 per cento, conduce ancora una vita itinerante; molti non sono più nomadi da tempo, o non lo sono mai stati.
Il (non) governo della questione. Il caso italiano si rivela invece assai problematico se prendiamo in considerazione le politiche indirizzate alla gestione delle popolazioni rom e sinte. Qui due considerazioni si impongono.
1) Come ha ricordato nell’autunno scorso Barroso, a nome dell’Unione europea, l’Italia non ha richiesto fondi comunitari per realizzare politiche rivolte a rom e sinti, a differenza della Spagna e di altri paesi. Del resto, si potrebbe chiosare, in varie regioni nel passato i fondi disponibili non sono stati richiesti dai comuni, per nulla intenzionati a realizzare strutture d’accoglienza o altri servizi per questi scomodi vicini di casa.
2) La misura più diffusa, nei casi benintenzionati, per intervenire sulla domanda abitativa di queste minoranze consiste nell’allestimento dei cosiddetti “campi nomadi”, che col tempo però da soluzione sono diventati un aspetto saliente del problema. Per citare solo una delle molte critiche avanzate da istituzioni internazionali, il comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale (Cerd, Committee on the Elimination of Racial Discrimination), aveva notato nel 1999: “In aggiunta alla frequente mancanza dei servizi di base, l’abitare nei campi porta non solo alla segregazione fisica della comunità rom dalla società italiana, ma anche all’isolamento politico, economico e culturale”.
L’emergenza rom di oggi, e la percezione diffusa di insediamenti selvaggi e minacciosi, ha dunque a che fare con il mancato governo della questione, con la carenza di investimenti appropriati, con l’insistenza su misure ghettizzanti e stigmatizzanti. Nella maggior parte dei casi, si è preferito ignorare il problema, sperando che rom (e sinti) andassero ad accamparsi in un altro comune. Alla fine, il sonno della politica si è ribaltato nella politicizzazione dal basso della questione, con le rivolte dei residenti, gli incendi dolosi e la caccia a donne e bambini terrorizzati: prima dei fatti di Napoli, ricordiamo quelli di Opera.
Malgrado l’opinione diffusa, espellere i rom è tutt’altro che semplice, salvo violare norme europee e garanzie costituzionali. Basti pensare all’alto numero di minori. Neppure sgomberi e allontanamenti risolvono il problema: si limitano a spostarlo, o a riprodurlo in maniera ancora più precaria e derelitta.
D’altronde, anche affrontare l’argomento nominando un “commissario per i rom” suona in maniera inquietante, perché individua una minoranza etnico-linguistica come destinataria di misure ad hoc.
Al di là dei campi. Il conflitto apparentemente insolubile tra popolazione maggioritaria e installazione di gruppi rom e sinti in appositi “campi” richiede di spostare la discussione su un altro piano, ponendo a tema il superamento o almeno la flessibilizzazione della forma-campo, inteso come insediamento eterodiretto, numeroso, istituzionalmente controllato, di fatto permanente, collocato ai margini dei contesti urbani, scollegato da interventi adeguati di integrazione e promozione sociale. Servono invece soluzioni abitative plurime, negoziate con i diretti interessati e con le comunità locali. Servono poi progetti più ampi, che comportino il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei destinatari, la condivisione di regole, la presenza di figure di mediazione e accompagnamento. Serve la repressione dei comportamenti illegali, senza criminalizzazioni collettive e pregiudiziali. Serve l’impegno di associazioni e operatori dotati di competenze specifiche. Serve l’investimento in progetti di avvio al lavoro e alla microimprenditorialità.
Il 2008, anno europeo contro le discriminazioni, è cominciato male e continuato peggio, ma potrebbe ancora conoscere uno scatto d’orgoglio, o meglio, di aderenza ai valori della nostra civiltà. di Maurizio Ambrosini
L'Italia vista dall'informazione estera
Linea dura contro i clandestini, "monsieur" rifiuti e le discariche "zone militari": le prime decisioni del governo Berlusconi su rifiuti e sicurezza hanno eco su numerosi siti dei media stranieri, spesso con richiami sulla home page.
Ha un discreto successo anche la notizia sulla ‘Ndrangheta, che secondo uno studio Eurispes ha un fatturato pari al 3% del Pil: ne parlano tra gli altri i siti della Bbc, del Times di Londra, dell'International Herald Tribune e del Nouvel Observateur.
Si differenzia da tutti gli altri il quotidiano finanziario francese Les Echos, che sceglie di titolare sui temi economici emersi dal consiglio dei ministri a Napoli: «Il governo italiano promette di contenere il deficit pubblico». Il sito ha altri titoli sulla detassazione degli straordinari e sull'Alitalia, per la quale il prestito ponte si trasforma in patrimonio netto.
Nelle cronache su Napoli c'è chi parla degli striscioni con la scritta "Berlusconi santo subito se elimina immondizia e criminali". Il settimanale statunitense Time paragona invece il premier a un sovrano: «Molti re hanno marciato su Napoli…» e ora arriva anche Silvio Berlusconi, «incarnazione della moderna royalty italiana». «Ma al giorno d'oggi conquistare Napoli è più che altro una faccenda di spazzatura da raccogliere».
Il titolo del Time è infatti: «Berlusconi a Napoli: un lavoro di repulisti». Il primo ministro, secondo l'articolo, ha avuto un'accoglienza variegata, «dal sostegno entusiasta al profondo cinismo».
Il Financial Times punta il titolo sul giro di vite contro il crimine. Una linea dura che «potrebbe mettere Berlusconi in rotta di collisione con la Commissione europea, con la sinistra italiana marginalizzata e anche con i comuni cittadini di Napoli, contrari alle discariche sulla porta di casa».
«Berlusconi stringe la morsa sugli zingari», titola il Guardian, riferendo di «scene caotiche» a Napoli, dove hanno manifestato nove organizzazioni. Il Guardian dedica un altro titolo ai rifiuti: «Timori sanitari mentre la spazzatura si accumula d nuovo ».
«Il governo italiano si fa duro sull'immigrazione», scrive il popolare Daily Mail, sottolineando le immediate critiche dei contribuenti italiani che dovrebbero pagare per mantenere in carcere, nutrire e vestire i clandestini arrestati.
Il Times scrive che Berlusconi si impegna a «spazzare via immondizia e crimine dalle strade di Napoli», ma cita l'abitante della periferia che si lamenta: «Hanno tolto l'immondizia attorno al Palazzo Reale ma l'hanno scaricata su di noi».
Per Napoli misure «da disastro naturale», titola la Bbc. L'Independent parte dalla spazzatura e non dimentica la camorra. Il Telegraph mette in evidenza che le discariche per i rifiuti di Napoli saranno dichiarate zone militari.
La stampa francese, in particolare Le Figaro, ha qualche titolo sulla nomina di «Monsieur ordures», il responsabile per i rifiuti Guido Bertolaso (gli americani lo chiamano invece lo "zar dei rifiuti"). Le Monde riporta diversi articoli. «Il governo italiano vuole fare dell'immigrazione clandestina un reato», titola, ricordando le critiche della Chiesa; e ancora: «Rom, la Commissione richiama Berlusconi ai suoi doveri». «Berlusconi dà la precedenza alla soluzione della crisi dei rifiuti» è un altro titolo, corredato da un reportage che cita «la disperazione e la vergogna di essere napoletani». Napoli ha «tutti i vizi di una megalopoli senza averne la ricchezza».
L'immigrazione, oggetto di uno scambio di accuse tra Roma e Madrid, domina le cronache dei media spagnoli: El Pais, El Mundo, Abc, Expansion fanno tutti il titolo sull'approvazione della norma del Ddl he fa dell'immigrazione illegale un reato. El Mundo sottolinea che in precedenza l'idea era stata dichiarata in parte incostituzionale. Il sito propone anche un servizio a parte sulle misure straordinarie adottate per risolvere la crisi dei rifiuti. El Pais prende di mira ancora una volta le donne del nuovo governo in un reportage intitolato «Ministre da passerella per Berlusconi». Sono solo quattro e sono «più famose per la loro bellezza che per il loro curriculum».
Tra i siti della stampa Usa, l'International Herald Tribune mette sulla home page il richiamo: «Berlusconi svela le misure anti-crimine per l'Italia». Le misure, scrive Elisabetta Povoledo, indicano uno stile di leadership diretto non comune nella politica italiana. Il titolo del suo servizio sul New York Times sottolinea la stretta all'immigrazione e le iniziative per allentare la crisi dei rifiuti. «Berlusconi promette di risolvere la crisi dei rifiuti» è un'Ap ripresa sui siti di Usa Today, San Francisco Chronicle, Chicago Tribune. Analogo titolo sulla Cnn, che parte dalla nomina dello "zar dei rifiuti".
Migrantes: non criminalizzate i Rom
I direttori degli Uffici Migrantes delle quindici diocesi del NordEst, riuniti insieme al Vescovo delegato dalla conferenza episcopale del Triveneto, Monsignor Luigi Bressan, hanno condiviso alcune riflessioni sulla situazione che si sta vivendo in Italia nei confronti di persone di cultura sinti e rom, come sui progetti di legge circa la sicurezza che il Governo sta approntando.
“Pur condividendo le esigenze di sicurezza e di tutela da parte della gente - si legge in una nota - si ritiene che un'azione indiscriminata nei confronti dei sinti e dei rom, a prescindere dalla loro nazionalità, presentandoli tutti come persone dedite alla criminalità - prosegue il comunicato - sia una sfasatura della realtà oggettiva. Se, ad esempio, nella loro tradizione culturale il contesto abitativo è 'il campo', ciò non si coniuga inevitabilmente con azioni che li porta ad essere fuori dalla legge. Se restiamo convinti che vanno perseguiti i trasgressori della legge, siamo altrettanto convinti che chi vive dentro la legalità dev'essere tutelato e rispettato sia come persona che come cittadino”.
In secondo luogo, recita la nota della diocesi triveneta, “i progetti legislativi riguardanti la sicurezza non possono vedere solo negli immigrati irregolari e clandestini la causa prima della situazione di criminalità e microcriminalità diffusa. Da una parte - continua il documento - sappiamo che molte persone anziane nel nostro Paese sono assistite da donne straniere irregolari o clandestine che comunque svolgono un servizio importante, e molte volte indispensabile, con umanità e responsabilità. Dall'altra in più occasioni gli imprenditori hanno fatto pressione per quote più consistenti di lavoratori stranieri per poter garantire la prosecuzione delle attività imprenditoriali. Si suggerisce di affrontare l'aspetto migratorio in modo realistico, con metodi fattibili, fuori da ogni proclama che possa alimentare scontri tra culture, nel rispetto della dignità di ogni persona”.
“Non si può dimenticare che molte volte il loro esodo - spiega la nota Migrantes - è legato alla situazione socio-politica, a situazioni drammatiche di insicurezza e guerra, alle condizioni economiche.Una cultura di convivenza e di legalità si costruisce attraverso un confronto leale e sincero, il proporre modelli effettivi di legalità anche tra gli italiani, un perseguire con ogni forma di criminalità organizzata che utilizza gli immigrati.Ai media - ribadisce il documento - si riconosce particolare responsabilità nella creazione di un clima adatto di comprensione e di rispetto nell'informazione anche per ciò che riguarda i fenomeni religiosi”.
“Si auspica che le comunità cristiane delle nostre Chiese del NordEst - conclude la nota dei direttori diocesani Migrantes NordEst - sappiano cogliere nell'unica paternità di Dio il senso dell'unità della famiglia umana, sapendo accogliere ogni persona come portatrice del volto di Dio fatto uomo e, nei fratelli nella fede, soggetti effettivi della comunità dei credenti e sappiano contribuire a costruire, pur nella fatica, una convivenza pacifica”.
Pacchetto sicurezza, un dispositivo ottocentesco nato strutturalmente in crisi
Un primo commento non può esimersi dal valutare questo perseguire in maniera lucida e maniacale l’idea di una differenziazione del soggetto di diritto, cosa assolutamente aberrante dal punto di vista della logica costituzionale, con l’idea per esempio di istituire un commissario ai ROM che già differenzia e circoscrive un intero popolo.
Da questo punto di vista possiamo valutare i dispositivi messi in campo con il “pacchetto sicurezza” con riguardo alla loro incisività sul principio storico dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Da un altro lato possiamo dire di trovarci a confronto con una procedura emergenziale, di fatto ingestibile, che tenderà ad avere effetti evidentemente criminogeni, poiché introdurre un reato come quello di clandestinità, aldilà del fatto che ritengo sia un dispositivo di pura facciata, significa rendere criminale oltre mezzo milione di persone dall’oggi al domani. Questo soprattutto se pensiamo all’ipotesi di trattare come favoreggiatori di reato tutti coloro che permettono di far lavorare i clandestini, che significa fondamentalmente farlo rispetto a tutti quei cittadini che in casa hanno le badanti, nonostante già si immaginino ammortizzatori e sanatorie, come pure nei confronti di tutti quegli imprenditori edili che consapevolmente impiegano migranti irregolari. Intervista a Sandro Chignola dell’Università di Padova.
Proprio intorno a questo tema è emersa una forte contraddizione, che prima difficilmente veniva presa in considerazione nel dibattito politico. Qualcuno voleva raccontarci, e questo provvedimento prova a farlo, che con l’immigrazione si sarebbe fatto “ciò che si voleva”, ed invece ci si trova comunque a fare i conti con la realtà, tutt’altro che facilmente gestibile. Nessuno davanti a questi fenomeni fa ciò che vuole. Tra sicurezza e utilità per il mercato del lavoro si insinua un grosso problema per la governance dei fenomeni migratori. Che dire?
Leggendo l’esito del Consiglio dei Ministri di ieri mi ritrovo proiettato nelle legislazioni del profondo ’800, quando si cercava di distinguere tra classi pericolose e classi lavoratrici; il tentativo cioè di operare un discrimine netto fra chi risulta disciplinabile al lavoro (quindi socialmente utile) e quella straordinaria massa di popolazione da rigettare ai margini dei circuiti di integrazione della cittadinanza.
Questo dispositivo di legge del 2008, che sembra rispondere immediatamente a una logica ottocentesca, fa pensare che la reazione difensiva di fronte all’ingovernabile, ricacci questi politici nei loro ricordi di liceo.
Risulta evidente come di fronte ad una fenomenologia incomprimibile come quella legata alla libertà di movimento dei migranti, i politici non sappiano che fare.
Lo stesso annuncio, in gran parte retorico e di facciata, dell’introduzione del reato di clandestinità, necessariamente deve produrre anche dispositivi di ammorbidimento di quella stessa logica securitaria che lo sottintende.
Quello che perciò ci si aspetta in futuro non potrà essere che un’enorme sanatoria. Di nuovo, il ricorso quindi a tecnologie di governo dei fenomeni migratori costruiti sull’ambivalenza dell’annuncio ad effetto e della gestione reale in termini di "bricolage", di canalizzazione, nel tentativo di cercare di governare ciò che non può essere governato.
Quando ci troviamo a parlare con i migranti scopriamo come periodi di soggiorno irregolare siano assolutamente la normalità. Chi oggi è regolare lo è grazie a sanatorie o a decreti flussi utilizzati come regolarizzazioni. Il Ministro Maroni, a proposito delle badanti ha detto: “bisogna tener conto di quelle situazioni di forte impatto sociale, di tutte le badanti che ancora non si sono regolarizzate . L’irregolarità non è cioè collaterale, bensì strutturale e quasi istituzionalizzata. Questo assorbimento nel mercato di soggetti non in possesso del permesso di soggiorno è utile nella nostra Europa dalla cittadinanza gerarchica?
Si ha la sensazione che il processo di governo delle immigrazioni sia composto da queste grandi camere di compensazione che rappresentano un po’ quelle zone d’attesa nelle quali trattenere più a lungo possibile le persone rendendole di fatto, dal punto di vista sociale, ricattabili. Predisponendole cioè al lavoro in nero e di conseguenza sfruttabili senza ritegno, per poi, con una gestione differenziata dei tempi e della canalizzazione della messa a lavoro, secondo regimi appunto differenziati rispetto allo spazio della cittadinanza, sempre sanarle, includerle, assorbirle.
Chi viene trattenuto troppo a lungo in questo limbo del non diritto e della non cittadinanza può certo essere messo al lavoro e sfruttato, ma può anche essere spinto verso comportamenti e pratiche illegali che proprio questi provvedimenti dicono di voler evitare. Queste zone di compensazione nelle quali trattenere più a lungo possibile i migranti, con tutta la ricattabilità che questo comporta, ma anche con la produzione di pratiche di illegalità estrema, rappresentano, dal punto di vista giuridico e politico, un momento di "sospensione" del diritto che tende costantemente a trattenere nello spazio della messa al lavoro da un lato e dall’altro a dilatare i tempi di integrazione. Queste dilatazioni dei tempi di attesa e di trattnimento (non facciamo riferimento alla detenzione nei Cpt ma anche e soprattutto al trattenimento nell’irregolarità) possono certo essere funzionali al mercato del lavoro, anche se leggendo i documenti di Confindustria o dell’Unione Europea emerge la richiesta di sempre più lavoratori e possibilmente qualificati, come pure, questa dilatazione, esprime la necessità di giocare una partita in cui dare l’impressione di non arrendersi all’inevitabile. Di non cedere alla necessaria e quantomai inaggirabile predisposizione all’accoglienza dei “flussi” migratori.
Quando commentiamo questi provvedimenti si corre il rischio di parlare dei dispositivi di controllo lasciando però troppo poco spazio alla parola diretta dei migranti che invece si fa sempre più forte e della quale sarebbe insensato se non impossibile non tenerne conto. E’ proprio con i nuovi cittadini (ormai molti) che questo pacchetto sicurezza andrà a confrontarsi per prima cosa?
Assolutamente si, perché questa idea della nuova cittadinanza consiste in un andare oltre la nostra concezione di cittadinanza.
C’è chi ragiona con uno schema difensivo ed ottocentesco:classi laboriose, classi pericolose, integrazione lineare, espulsione.
Questo è uno schema classico dal punto di vista della storia costituzionale della costruzione della cittadinanza dall’ottocento in avanti.
L’idea di questa nuova cittadinanza è invece l’idea di uno sfumare di questi confini di inclusione ed esclusione. I migranti che si proclamano nuovi cittadini sono regolari e tuttavia discriminati dagli apparati del diritto, costantemente ostacolati nel loro desiderio di costruirsi una cittadinanza piena, un godimento pieno dei diritti sociali. Ma sono anche nuovi cittadini molto particolari, perchè in qualche modo rovesciano e travolgono questa idea classica di inclusione ed esclusione, per motivi molto banali: molti regolari ospitano nelle loro case irregolari, magari parenti, in attesa del ricongiungimento o amici in cerca di sostegno. Molte volte parliamo di famiglie sanate in parte: marito regolare, moglie irregolare o viceversa, oppure genitori irregolari ma figli pienamente inseriti nelle scuole o in altri ambiti.
Allora questa secca ripartizione binaria tra chi è incluso e chi non lo è, tra chi è buono e chi non lo, ottocentesca e un po’ demenziale, come tutte le reazioni difensive di chi pensa di poter fermare il crollo della diga mettendo un dito nella crepa già abbondantemente aperta, viene di fatto destrutturata all’origine da questa pratica della nuova cittadinanza.
Questo avviene non in termini teorici, ma nella pratica soggettiva di auto-organizzazione e di auto-valorizzazione politica di migranti, che capiscono che questo tipo di dispositivi sono nati strutturalmente in crisi, perchè non afferrano e non sono in grado di imbrigliare processi di movimento e soggettivazione che li eccedono dall’inizio.
Questi dispositivi sono infatti costantemente in ritardo e quindi costantemente perdenti. In primo luogo perchè costitutivamente inapplicabili e antinomici rispetto ai tempi con i quali verranno gestiti.
Necessariamente quindi si andrà in conto ad una sanatoria, che magari verrà presentata in forme ottocentesche e paternalistiche, proposta cioè solo per le badanti, ma che comunque dovrà mettere a regime dei meccanismi di recupero di questo oltre mezzo milione di “criminali”, cioè gli irregolari che diventerebbero tali nel momento in cui si decide che l’ingresso non autorizzato diventi reato. Io non credo che si possano gestire molto facilmente questi dispositivi datati, in un paese preda di oltre mezzo milione di latitanti e di centinaia di migliaia di italiani favoreggiatori dei loro crimini.
Rom e Sinti, i commissari straordinari opereranno a livello regionale
I commissari straordinari per l'emergenza “nomadi” richiesti da Roma, Milano e Napoli opereranno a livello regionale e non solo cittadino e le loro funzioni potrebbero essere stabilite definitivamente già la prossima settimana, probabilmente nel corso del prossimo consiglio dei ministri in programma mercoledì.
E a ricoprire il ruolo saranno con ogni probabilità i prefetti delle città interessate. A spiegarlo è stato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, al termine di una riunione al Viminale cui ha partecipato, insieme al ministro dell'Interno Roberto Maroni, con il sindaco del capoluogo lombardo, Letizia Moratti, l'assessore alle politiche sociali di quello campano Giulio Riccio, il presidente dell'Anci Leonardo Domenici e i prefetti delle tre città, Carlo Mosca, Gian Valerio Lombardi e Alessandro Pansa.
Sucar Drom ha già manifestato al Governo Berlusconi la propria contrarietà alla figura del commissario che porterà inevitabilmente ad aggravare una situazione già di per sé molto critica.
Rom e Sinti, minoranze europee
In occasione del dibattito sulla situazione dei Rom in Italia, il Parlamento Europeo è finito (per una volta) sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali. Va detto che per molti aspetti il tono della discussione è parso, stranamente per lo stile dell'Aula di Strasburgo, molto simile al clima e alle asperità del dibattito politico italiano, al punto che la presidente di turno dell'Assemblea, l'On. Morgantini, ha dovuto giustamente ricordare “qui non siamo a Montecitorio…”
Non è un caso, forse, che molti degli argomenti più puntuali e profondi nell'analisi sulla difficile situazione dei Rom italiani siano venuti da esponenti non italiani.. Sottolineo soprattutto l'importante discorso del Commissario Europeo Spidla, che ha espresso con parole molto forti la viva condanna per l'ondata di populismo politico, di istigazione all'odio e per il battage mediatico che ne è seguito. Il Commissario ha giustamente ricordato l'impegno fissato nell'ultimo Consiglio Europeo di dicembre 2007 per affrontare in modo più incisivo il problema dell'inclusione delle comunità Rom, la cui soluzione è di competenza delle autorità nazionali, ma sui cui certamente la spinta e l'impulso della Commissione può essere decisiva.
E veniamo alle responsabilità delle autorità nazionali, allora, e di quelle italiane in particolare. Perché infatti, ed è stato anche un punto di discussione nel dibattito della plenaria di Strasburgo, la situazione dei Rom in Italia ha raggiunto livelli di preoccupante disagio.
E non è solamente l'emergenza sociale a dover destare timore, la vera questione tocca infatti il rapporto tra le nostre comunità, la politica e il vasto mondo Rom in Italia. E' qualcosa, quindi, che va più in profondo del semplice schema di sicurezza e di prevenzione del crimine, come oggi viene minimizzata e ridotta la questione. Il legame tra le autorità locali e le comunità Rom, infatti, non ha mai creato una dinamica virtuosa, un'integrazione e un dialogo che in tempi passati, penso ad esempio alla Roma del sindaco Petroselli, alla fine degli anni Settanta, era ben vivo e tangibile. Da parte di entrambi, istituzioni e comunità Rom, c'è stato un comune lasciarsi andare, un allontanamento che non è facile recuperare oggi, visto che ogni tentativo di dialogo - laddove c'è - viene sopraffatto da sentimenti di paura e da reazioni di larga parte dell'opinione pubblica.
E in questo, essendo onesti, porterebbe un grande giovamento al dibattito nel nostro Paese una riflessione più ampia, che coinvolga l'intera questione della cittadinanza e delle misure legali che disciplinano questa materia in Italia.
Perché infatti, e solo in pochi lo hanno ricordato, dei circa 200.000 Rom presenti in Italia, 80.000 sono italiani e 50.000 sono nati nel nostro Paese. Come si vede, quindi, una parte del problema è legato a come rendere adeguata una nuova legge sulla cittadinanza e a come estendere i diritti sociali e personali che da essa scaturiscono.
Certamente la questione dell'integrazione delle comunità Rom non riguarda solo il nostro Paese, ed assume ora una piena consapevolezza e dimensione europea con l'ultimo recente allargamento dell'UE all'Europa Centro-Orientale. La Commissione Europea, nel suo intervento di martedì scorso, ha proposto un approccio più incisivo per risolvere in modo durevole la questione dell'integrazione delle comunità Rom, ad esempio disponendo l'utilizzo mirato di parte dei fondi europei - del Fondo Sociale in particolare. Credo si debba incoraggiare questa prospettiva ed andare anche più in là, ad esempio prevedendo il ricorso ai programmi di iniziativa europea, fondi gestiti direttamente dalla Commissione, che puntano sulla realizzazione di progetti-pilota in grado di dare input alle autorità locali e di garantire una gestione virtuosa e positiva dei fondi.
Vista dalla prospettiva del Parlamento Europeo, poi, la questione dell'integrazione dei Rom assume anche una nuova e più incoraggiante prospettiva. Tra i nostri banchi, infatti, siedono tre colleghi provenienti dalle comunità Rom (e non solo dei nuovi Paesi membri), a dimostrazione che già esiste in Europa una via da seguire per nuovi spazi politici e per una vera integrazione positiva dei Rom.
D'altronde, bisogna ricordare che è una richiesta storica delle comunità Rom, quella di ottenere uno status di minoranza europea per la cultura e le popolazioni gitane sparse in tutti i Paesi del Continente, richiesta che attende da tempo un pronunciamento ed una reale considerazione da parte dei 27 Stati membri.Vorrei concludere dando risalto ad una figura ricordata da Enrique Baron Crespo, capo-delegazione del PSOE spagnolo ed ex-presidente del Parlamento Europeo, nel corso del suo intervento in aula. Si tratta di Juan de Dios Ramírez Heredia, eletto circa quindici anni fa nelle fila dei socialisti spagnoli, primo gitano ad entrare nell'Assemblea di Strasburgo. Proprio in questi giorni le sue parole hanno ricordato l'impegno europeista delle comunità Rom: “Noi gitani europei crediamo nell'Europa. Nessuno meglio di noi ha difeso l'Europa senza frontiere, crediamo perciò che porre limiti arbitrari alla libera circolazione sarebbe un grave passo indietro nella costruzione dell'Europa che tanto sogniamo”. di Pasqualina Napoletano, Vice-Presidente del Gruppo Socialista al Parlamento Europeo
Reggio Emilia, intervista a Vladimiro Torre
Il Consiglio d’Europa li ha definiti l’unica vera minoranza etnica europea, l’Unione Europea ha formulato tutta una serie di raccomandazioni e linee guida per il miglioramento delle loro condizioni, il Parlamento Europeo ha votato a larga maggioranza una risoluzione che condanna ogni forma di razzismo e discriminazione nei loro confronti e sollecita la Commissione Europea a sviluppare una strategia per il loro inserimento, il nostro Ministero degli Interni li annovera tra le cosiddette minoranze senza territorio (ma di fatto non li ha ancora riconosciuti ufficialmente con lo status di minoranza).
La loro lingua discende dal sanscrito ed oggi viene insegnata in alcune delle più prestigiose università umanistiche. Sono di origini indiane e depositari di una cultura e di valori antichi, eppure ancora oggi sono tanti i pregiudizi che li costringono a vivere ai margini.
Vengono chiamati zingari, confusi con i rumeni o slavi rifugiati in Italia, piegati dalla fame e dediti alla questua o ad affari illeciti, o, ancora, con i barboni, eppure i sinti non hanno niente a che vedere con loro. Sono pacifisti, non sono mai stati accusatori, ma sempre accusati, in altri tempi sterminati. Sono i figli del vento, nomadi giostrai o circensi da generazioni, ma ormai in molti si sono stanziati.
Vladimiro Torre è uno di loro, vive in provincia di Reggio Emilia dove è nato e cresciuto una sessantina d’anni fa, quella è sempre stata la sua terra, è lì che è sempre tornato anche da bambino o da giovane, quando era ancora giostraio. E’ una figura forte, carismatica nel popolo dei sinti e da dieci anni, da quando ha fondato l’associazione Them Romanò (Mondo Rom) Onlus di cui è presidente, si batte per i loro diritti.
«A un certo punto abbiamo capito che non potevamo più essere rappresentati dai gagi – afferma con un inconfondibile cadenza emiliana/mista a una specie di veneto, quest’ultimo tratto tipico dell’accento sinti. Ai convegni sui sinti c’erano solo gagi: gagi politici, gagi preti, gagi a capo di associazioni nomadi, insomma erano solo loro che parlavano per noi. Ma perché le cose cambiassero era chiaro che noi stessi dovevamo rappresentarci e farci portavoce dei nostri diritti, così nel 1998 è nata Them Romanò».
E aggiunge «Siamo attivi un po’ su tutto il territorio nazionale, ma in particolare in Emilia Romagna, comunque siamo riconosciuti a livello europeo, da Strasburgo». Inoltre, Vladimiro Torre è stato eletto nel Consiglio Direttivo della Federazione Rom Sinti Insieme che unisce le maggiori organizzazioni sinte e rom italiane.
Che vuol dire per voi vivere nel mondo dei gagi?
Vivere con i gagi significa fargli comprendere e accettare la nostra cultura, significa far capire che non è una vergogna avere una cultura e una lingua diverse dalle loro. Eppure se vogliamo lavorare, se vogliamo andare a scuola dobbiamo dimenticarci della nostra cultura e dobbiamo uniformarci a loro, perché se scoprono che siamo sinti non ci vogliono più. I nostri bambini non parlano quasi più il sinto, la nostra lingua, perché assolutamente non devono parlarlo davanti ai gagi altrimenti verranno emarginati.
A cosa pensi sia dovuta questa diffidenza nei vostri confronti?
Sicuramente una buona parte di responsabilità spetta ai media, sono disinformati, pensano che basti vivere in una roulotte o in una baracca per essere un nomade, per cui qualsiasi extracomunitario venga qui in Italia basta dica di essere un sinti per essere assegnato ad un campo. Poi magari in realtà è persino un gagi, e se è una persona senza scrupoli e fa’ del male allora dicono che è stato uno di noi.
E come la mettiamo con i bambini che chiedono l’elemosina?
Non sono bambini sinti. Un sinti non manderebbe mai i suoi figli a elemosinare. Ho quindici figli e diciannove nipoti, non è sempre stato facile sbarcare il lunario ma se proprio mi trovassi costretto piuttosto andrei io a fare l’elemosina. Per noi i bambini sono sacri, è impensabile mandarli per strada.
Tu sei anche mediatore culturale tra gagi e sinti per il Comune di Bologna, per l’Emilia Romagna, e sei nel coordinamento nazionale dell’Unione Nazionale e Internazionale Rom e Sinti in Italia, oltretutto sei anche candidato al Parlamento Europeo per le elezioni dell’anno prossimo, quali difficoltà incontri nella tua attività?
La difficoltà è proprio quella di mediare tra due culture diverse, da una parte ci sono i gagi, dall’altra i sinti ed è difficile . Io spesso mi ritrovo ad andare nei campi nomadi a spiegare che cos’è l’unione europea, dall’altra parte ci sono i gagi con i loro pregiudizi. Quando vengo fermato ad un posto di blocco e la polizia mi chiede i documenti e vede che sono un sinti inevitabilmente fa dei controlli. Quando si accerta che sono incensurato mi dice che sono semplicemente stato furbo, perché, per loro, se sei nomade hai sicuramente fatto qualcosa di illegale nella tua vita. Mi dicono: “Sei stato furbo, non ti sei mai fatto cogliere sul fatto”. Queste sono parole che fanno male. E’ difficile far comprendere a un gagi quello che siamo, i nostri valori, la nostra cultura, la nostra umanità. Dall’altra parte i sinti sono stanchi, non credono più nei gagi, quando cerco di mediare e spiegare alla mia gente la politica, la storia dei gagi talvolta mi dicono che a furia di frequentarli comincio a parlare come loro, che sto diventando come loro.
È vero che voi nomadi rifiutate il lavoro salariato in nome della libertà?
Noi sinti per tradizione abbiamo sempre svolto lavori autonomi (giostrai, circensi, artigiani, allevatori). Non siamo mai stati sotto padrone, è difficile far capire le regole del lavoro salariato ai giovani sinti. Inoltre loro sono più portati per i lavori all’aperto, non è facile per un nomade ritrovarsi al chiuso per ore, magari dietro una scrivania. In questi casi bisogna sensibilizzare il datore di lavoro e abituare i nomadi al lavoro dei gagi. Inoltre è completamente assente qualsiasi conoscenza o cultura del sindacato, che si traduce spesso nell’essere calpestati nell’ignoranza dei propri diritti: i casi di datori di lavoro che ci licenziano dopo averci assunto e aver scoperto che siamo sinti non si contano. Ovviamente questo si riverbera in un’incomprensione reciproca, noi sinti vorremmo lavorare e non capiamo bene i pregiudizi di certi, purtroppo ancora tanti, gagi che a loro volta non riescono a vederci per quello che siamo: non siamo stranieri, siamo come loro, viviamo qui da secoli, eppure ci trattano come diversi, e tanto per dirne una, per i nostri documenti dobbiamo fare le file riservate agli extracomunitari. Ma noi siamo italiani ecco, queste barriere andrebbero finalmente cancellate, ne andrebbe a tutto vantaggio di una migliore integrazione tra tutti. E comunque anche la nostra tradizione di giostrai (Vladimiro spiega che sono anche loro imparentati con gli Orfei e i Togni, tutti sinti, ma sul momento non ricorda se di 4° o 5° grado…) non è così scontata: le zone per le giostre vengono sempre più delocalizzate e questo fa calare vertiginosamente il lavoro, in più sono sempre fatiche mostruose per avere i permessi per montare le giostre e spesso ci si riesce solo attraverso raccomandazione.
Cosa vorresti principalmente per la tua gente?
La possibilità di poter studiare. Vorremmo che i nostri figli potessero accedere come i gagi agli strumenti per potersi inserire e integrare nella società, che avessero un’istruzione e un lavoro. Noi siamo stati disgraziati, ma vogliamo migliori possibilità per i nostri giovani. L’istruzione per noi significa anche iniziare a superare le discriminazioni e la possibilità di un accesso al lavoro significa evitare di cadere nell’illegalità. I livelli di scolarizzazione dei sinti qui a Reggio Emilia sono bassi, ancora oggi i nostri ragazzi si fermano alla licenza media. L’unico caso di una sinti che ha frequentato le superiori arrivando al diploma è stato di una mia nipote cinque anni fa. I media se ne sono interessati, avrebbero voluto intervistarla ma lei si è rifiutata, non voleva che i suoi amici sapessero che era una sinti. Io stesso ho avuto la possibilità di imparare a leggere e scrivere soltanto da autodidatta.
Perché una scolarizzazione così bassa?
Per diversi motivi, un po’ perché i campi nomadi sono stanziati lontano dai centri abitati e dalle scuole, non ci sono sufficienti mezzi pubblici e il Comune mette a disposizione dei pullman solo per i ragazzi che frequentano le medie. Se uno dei nostri ragazzi vuole andare a scuola è costretto a cambiare tre autobus.
Una delle cause per cui la tua associazione attualmente si sta battendo è quella delle microaree. Come si vive nei campi nomadi?
Io mi sono tirato fuori dai campi nomadi, sono dei ghetti. Si vive male, ammassati, segregati. Nel campo nomadi di Bagnolo in Piano ad esempio vivono trecento persone stipate in poco meno di duemila metri quadri, quando una legge regionale prevede per ogni campo la presenza di sessanta fino ad un massimo di novanta persone. Troppe famiglie dividono pochi servizi igienici e gli allacciamenti della corrente elettrica, quest’ultimo è un problema perché se una famiglia vive fuori dal campo per diversi mesi deve comunque dividere le bollette con gli altri, se una famiglia non può permettersi di pagare gli altri devono pagare per lui o c’è il rischio che taglino la corrente, e in quel caso tagliano la corrente a tutti. Questa sarebbe una cosa grave visto che le abitazioni, essendo in lamiera, durante l’inverno sono molto fredde e c’è bisogno di due o tre fornelli elettrici per scaldarle.
Non è difficile pensare che in questi campi, vivendo in queste condizioni di indigenza e di emarginazione, si diffondano elementi di criminalità minorile e non solo. Talvolta circola la droga tra i nostri giovani, in un campo tutto diventa meno controllabile che dentro la famiglia. E’ per questo che, con l’aiuto del Comune, abbiamo istituito delle chiese evangeliche, che fanno parte della Missione Evangelica Zigana, all’interno dei campi. I nostri pastori sinti si adoperano per recuperare i nostri giovani che hanno perso la retta via e la speranza e svolgono un’importante ruolo di coesione sociale all’interno della comunità.
Cosa fa la tua associazione per ovviare a tutto ciò?
Cerchiamo di superare il discorso del ghetto, tipico dei campi nomadi. Siamo l’unico paese in Europa ad avere ancora i campi nomadi: nel 2006 il Consiglio d’Europa ha condannato l’Italia per la politiche abitative dei campi e degli sgomberi. Eppure ancora non si muove molto. ci stiamo battendo per istituire al loro posto delle microaree, dove, in un terreno più ristretto, vivono solo poche famiglie, possibilmente consanguinee. Come fanno già nel resto d’Europa e come hanno già iniziato a fare a Bolzano con ottimi risultati. Attualmente sono sorte sei microaree e il comune di Reggio Emilia ha promesso di crearne altre sei.
Le microaree si basano su un patto di inclusione sociale chiamato “dal campo alla città” che prevede diritti e doveri comuni a tutti, inserimento scolastico, lavorativo e autonomia economica, certo c’è ancora molto da fare e da migliorare, ma abbiamo la promessa ufficiale del Sindaco (di Reggio Emilia) che si faranno. Poi nel corso degli anni abbiamo fatto una serie di corsi per la nostra comunità: alfabetizzazione innanzitutto poi informatica, corsi professionali di avviamento al lavoro in collaborazione con sindacati, associazioni di categoria, enti locali dai comuni alla Regione, associazioni di volontariato, Caritas, Cna, unione di commercio fino a un’importante iniziativa comunitaria finanziata dal Fondo Sociale Europeo e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. di Giuseppina Aiello
mercoledì 21 maggio 2008
Ue, la direttiva 2004/38
Gran parte delle controversie politiche e giuridiche sulle espulsioni dall'Italia, spesso annunciate o minacciate, di cittadini comunitari (come rumeni o Rom rumeni, bulgari o ungheresi) sospettati di alimentare attività criminali, compiere piccoli furti e organizzare accattonaggio forzato, girano intorno all'interpretazione di alcuni passi di una sola direttiva, sempre citata dal ministro degli Esteri ed ex commissario europeo alla Giustizia, Franco Frattini. Si tratta della direttiva 2004/38, che riguarda il diritto dei cittadini dell'Unione europea, e dei loro familiari, di circolare e soggiornare liberamente all'interno degli Stati membri.
La direttiva prevede che qualsiasi cittadino dell'Ue ha il diritto di recarsi in uno Stato membro munito di una carta d'identità o di un passaporto validi, senza che gli venga imposto alcun visto di uscita o di ingresso. Per i soggiorni inferiori a tre mesi, la sola formalità imposta al cittadino dell'Ue è il possesso del documento d'identità o passaporto valido. Lo Stato membro ospitante, tuttavia, può richiedere all'interessato di segnalare la sua presenza sul territorio nazionale entro un termine ragionevole e non discriminatorio.
Il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi è invece soggetto ad alcune condizioni: esercitare un'attività come lavoratore subordinato o autonomo; oppure disporre di risorse economiche sufficienti e di un'assicurazione malattia al fine di non divenire un onere irragionevole a carico dell'assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il soggiorno. A questo proposito, gli Stati dell'Ue non possono fissare l'ammontare delle risorse considerate sufficienti, ma devono tener conto della situazione personale degli interessati.
Proprio in riferimento a questa norma, una recentissima decisione del Consiglio di Stato francese (emessa lunedì 19 maggio) ha annullato una circolare che l'attuale presidente Sarkozy aveva emanato, da ministro degli interni, il 22 dicembre 2006, in cui precisava ai prefetti le "modalità d'ammissione al soggiorno e dell'allontanamento di cittadini rumeni e bulgari". Nella circolare, veniva fissato il livello di risorse economiche giudicate necessarie per poter soggiornare oltre i tre mesi, con un riferimento ai parametri, vigenti in Francia, del reddito minimo d'inserimento o degli assegni di solidarietà per gli anziani. La definizione dell'eventuale 'onere irragionevole', insomma, conferma il Consiglio di Stato, va fatta volta per volta e caso per caso.
Il Consiglio di Stato francese ha annullato anche le disposizioni della circolare Sarkozy secondo cui rumeni e bulgari potevano essere obbligati a lasciare il Paese dal momento in cui si stabiliva che costituivano un 'onere irragionevole' per il sistema sociale francese, in questo caso perché tale obbligo non è mai stato previsto dalla legge nazionale.
Ma questo punto è controverso anche nella direttiva 38, che non precisa che cosa succede a un cittadino Ue al quale le autorità locali del paese ospite rifiutino la residenza o l'iscrizione all'anagrafe, quando giudichino non soddisfatte le condizioni per godere del diritto di soggiorno. L'interpretazione corrente nelle istituzioni europee, comunque, esclude che questa situazione possa dar luogo a una espulsione automatica (praticabile solo per ragioni di ordine pubblico, di sicurezza o di sanità pubblica). Frattini, anche quando era commissario Ue alla Giustizia, libertà e sicurezza, aveva invece sostenuto la tesi che le ragioni economiche fossero sufficienti per procedere all'espulsione.
Proprio per aver sostenuto questa tesi, d'altra parte, Frattini è stato 'censurato' dal Parlamento europeo nel novembre 2007, con una risoluzione che ha avuto 306 voti a favore, 186 contrari e 37 astensioni. L'Europarlamento ha ritenuto che le dichiarazioni in questo senso rilasciate da Frattini alla stampa subito dopo l'omicidio della signora Reggiani fossero "contrarie allo spirito e alla lettera della direttiva 38/2004, direttiva che - sottolineavano gli eurodeputati nella loro risoluzione - gli si chiede di rispettare pienamente". ("Quello che si deve fare - aveva affermato l'ex commissario in un'intervista al 'Messaggero del 2 novembre - è semplice: si va in un campo nomadi a Roma, ad esempio sulla Cristoforo Colombo, e a chi sta lì si chiede: tu di che vivi? se quello risponde: 'non lo so', lo si prende e lo si rimanda in Romania. Così funziona le direttiva europea. Semplice e senza scampo")
La direttiva 38, fra l'altro, prevede chiaramente che sia soppresso il permesso di soggiorno per i cittadini dell'Unione. In pratica, questo vuol dire che un cittadino Ue può trovarsi in qualunque punto dell'Unione senza aver bisogno di un'autorizzazione a soggiornarvi da parte dello Stato membro competente, anche dopo che sono trascorsi tre mesi dal primo ingresso.
Restrizioni al diritto di ingresso e di soggiorno sono possibili, secondo la direttiva, e l'espulsione è dunque praticabile, solo per ragioni di ordine pubblico, di sicurezza o di sanità pubblica (per esempio in caso di epidemie). In nessun caso, invece, la decisione può essere dettata da ragioni economiche. La direttiva, inoltre, prevede che tutti i provvedimenti relativi alla limitazione della libertà di circolazione e di soggiorno devono rispettare il principio della proporzionalità e basarsi esclusivamente sul comportamento personale dell'interessato. L'esistenza di condanne penali non può automaticamente giustificare un tale provvedimento. Inoltre, il comportamento personale deve rappresentare una minaccia effettiva e sufficientemente grave, che pregiudica un interesse fondamentale dello Stato ospitante. La scadenza del documento (carta d'identità o passaporto) che ha consentito al cittadino l'ingresso nel paese non costituisce motivo sufficiente a giustificarne l'allontanamento.
In ogni caso, prima di adottare un provvedimento di espulsione dal territorio, lo Stato membro deve valutare alcuni elementi quali la durata della residenza nel suo territorio dell'interessato, l'età di quest'ultimo, il suo stato di salute, la sua situazione familiare e il grado di integrazione sociale nel paese che lo ha accolto così come i suoi legami con il paese d'origine.
Vi sono poi delle garanzie aggiuntive per i cittadini Ue che abbiano soggiornato nei dieci anni precedenti nello Stato ospitante o che siano minorenni, che solo in casi eccezionali possono essere oggetto di una decisione di allontanamento. Il provvedimento di rifiuto dell'ingresso o di allontanamento dal territorio deve essere notificato all'interessato e motivato, e devono essere indicati i mezzi di ricorso disponibili e i termini entro cui agire per invocarli.
Fatta eccezione per casi urgenti, il termine ultimo per lasciare il territorio non può essere inferiore a un mese a decorrere dalla data di notifica. In nessun caso, il provvedimento di divieto di ingresso può avere carattere permanente. L'interessato può presentare domanda di riesame della sua situazione entro tre anni.
Il diritto di soggiorno oltre i tre mesi è concesso anche agli studenti che seguono un corso di formazione, se dispongono di risorse sufficienti e di una assicurazione malattia per evitare di diventare un onere per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante. Anche i familiari dei cittadini Ue che godano già del diritto di soggiorno possono accedere allo stesso diritto.
Ue, Schulz ha alzato il velo sull’Italia
Per fortuna il capogruppo socialista al Parlamento europeo Martin Schulz ha tolto il silenziatore a quanto stava accadendo in Italia: assieme alla denuncia della spagnola Maria Teresa Fernandez De La Vega il caso italiano, di violazione dei diritti umani, e’ diventato un caso europeo.
Cosi’ Pia Locatelli, eurodeputata socialista al Parlamento europeo, parla della questione rom esplosa in Italia il giorno stesso della presentazione della sua mozione per il prossimo congresso del Ps di giugno.
“E’ la prima volta in 116 anni di storia del movimento socialista che una donna si candida alla segreteria”, annuncia la Locatelli, di origine bergamasca, che dovrà vedersela con l’attuale presidente del consiglio regionale della Toscana, Nencini.
A chi si ispira la neo candidata alla segreteria del Ps? “Ad Anna Kuliscioff”, risponde la Locatelli riferendosi alla Anna Kuliscioff della quale nel 1892, al primo congresso del Partito socialista a Genova, Antonio Labriola diceva “il solo vero uomo del gruppo che da Milano promuove il partito è una donna”, appunto la Kuliscioff che fu molto vicina a Filippo Turati, il primo leader socialista. “E poi mi ispiro alla grande tradizione del socialismo europeo - aggiunge la Locatelli - che e’ il nostro punto di riferimento”.
L’attualità prevale sulla prospettiva di una vittoria al congresso socialista e la mozione Locatelli e’ sostenuta da Mauro Del Bue, Lanfranco Turci, Franco Grillini e della Federazione giovanile socialista. “Il pugno di ferro non va usato a senso unico, solo contro il diverso, contro il rom - precisa la Locatelli - lo si deve usare anche contro chi lancia bombe molotov nei campi rom dove ci sono anche bambini”.
E come “gesto simbolico” la Locatelli annuncia di aver concordato uno scambio tra cinque famiglie italiane e cinque famiglie romene: le une andranno ospiti nel paese delle altre. “Non usare la mano dura contro chi lancia bombe molotov - conclude la Locatelli - e’ un primo passo pericoloso: e’ per questo che sono contenta della presa di posizione del Partito socialista europeo a Strasburgo”.
Sicurezza, Bonino: norme rischiano di violare direttive Ue
La vice presidente del Senato ed ex ministro delle Politiche Comunitarie Emma Bonino boccia il pacchetto sulla sicurezza approvato oggi dal Consiglio dei ministri, affermando che alcune norme violano le direttive europee, e accusa la maggioranza di destra di aver fatto dei rom “un capro espiatorio troppo facile”, anche con la “complicità” delle tv, e di aver alimentato un clima “xenofobo”.
Ieri, nel corso di un dibattito all'Europarlamento sui recenti attacchi a colpi di molotov contro “campi nomadi” a Napoli e in altre regioni, la Commissione europea ha ribadito la condanna di ogni violenza e ricordato che gli Stati membri sono tenuti a proteggere la sicurezza delle persone sul loro territorio, ma non si è pronunciata direttamente sulle iniziative del governo italiano in materia di sicurezza.
“La Commissione europea aspetta i testi, non si può pronunciare su titoli di giornali né su dichiarazioni di questo o di quel politico”, ha detto in un'intervista a Reuters Bonino, 60 anni, eletta al Senato nelle liste del Pd con una pattuglia di parlamentari radicali.
Ma nonostante Bruxelles non abbia ancora parlato, per la vice presidente di Palazzo Madama “le dichiarazioni che si sono sentite sono tutte in aperta violazione di qualunque accordo internazionale abbiamo mai firmato. Abbiamo sentito autorevoli esponenti politici dire che bisogna fermare i clandestini in acque internazionali, una cosa impossibile”.
Bonino contesta anche singole norme del “pacchetto”, come quella che vuole punire con una pena da sei mesi a quattro anni di carcere la mancata notifica da parte del cittadino straniero presente in Italia da almeno tre mesi: “E' in aperta violazione della direttiva 38, perché la direttiva prevede sì sanzioni, ma proporzionate e non discriminatorie, mentre in questo caso si equipara quasi la mancata notifica all'omicidio...”.
Per la vice presidente del Senato in teoria la norma potrebbe colpire per primi i circa 500mila immigrati che lavorano in Italia al nero, spesso come badanti o nell'edilizia, e che hanno presentato richiesta di permesso di soggiorno senza però ottenerlo.
“Di quei 500mila sappiamo nome, cognome e indirizzo, perché hanno presentato regolare domanda, il ministero potrebbe espellerli anche domani mattina”. Continua a leggere…
Corbetta (MI), il Sindaco è serio perchè allontana le famiglie rom
Insultato e aggredito verbalmente durante la manifestazione della Lega Nord di sabato scorso. Considerato come il principale responsabile della presenza dei campi rom in città, il sindaco di Corbetta Ugo Parini ha ricevuto in questi giorni la solidarietà dei cittadini.
“Senza commentare l’opportunità dell’iniziativa, frutto della libera volontà di manifestare il proprio dissenso, vogliamo esprimere la solidarietà - commenta il Gruppo di Maggioranza Uniti per Corbetta - al sindaco Ugo Parini che è stato verbalmente aggredito con estrema volgarità durante il comizio stesso. La nostra vicinanza al Sindaco è tanto maggiore, considerato che è frutto dell’indignazione che può dirsi condivisa da qualsiasi cittadino di Corbetta che conosce il proprio Sindaco, lo considera un “galantuomo” anche quando non ne condivide le idee politiche o le decisioni, e lo sente insultato da un estraneo, perché tale si è dimostrato Borghezio”.
Il gruppo di maggioranza ritiene che l'europarlamentare Mario Borghezio non sia a conoscenza della realtà del problema: “Tale completa lontananza dalla realtà cittadina corbettese è emersa con prepotenza - dicono -, non solo nell’utilizzo di toni del tutto inadeguati e inaccettabili, ma anche nella più buia ignoranza di quanto fatto da questa e dalle precedenti amministrazioni per contrastare e prevenire gli abusi edilizi degli insediamenti nomadi, e nella plateale scorrettezza delle informazioni fornite (il numero degli insediamenti abusivi che da 7 è passato a 14)”.
Al tempo stesso l’Amministrazione si dice ben consapevole dei timori dei Cittadini che hanno manifestato sabato. Chiariscono ancora una volta a chiarire che non si tratta di “campi nomadi” istituiti dal comune, o di stanziamenti su terreni pubblici, dove si potrebbe intervenire con la rapidità che i Cittadini vorrebbero.
Nel caso di Corbetta si tratta di proprietà private su cui è stato compiuto un abuso edilizio: la segnalazione da parte delle autorità comunali è sempre avvenuta puntualmente su ogni progressivo ampliamento o espansione, ma spetta ora alla magistratura o al Prefetto l’ordine per procedere all’abbattimento. L’Amministrazione corbettese ricorda di non avere mai ceduto ad alcuna possibilità di condono edilizio (sic!). Ricordano infatti che a Corbetta, l’unico condono edilizio di un abusivismo compiuto dai “nomadi” è stato elargito dal Governo Berlusconi, che ha condonato una casa nell’insediamento in via per Cassinetta.
Milano, i Rom chiedono i danni
Ventinove Rom Romeni hanno fatto causa al Comune di Milano, chiedendo un risarcimento dei danni non patrimoniali subiti in occasione dello sgombero di via San Dionigi del 5 Settembre scorso.
Proprio in concomitanza con il varo in Consiglio dei Ministri del “pacchetto sicurezza” che introduce, tra gli altri, il reato d’immigrazione clandestina e che sembra essere stato confezionato apposta per colpire i Rom, è arrivata la prima risposta simbolica di una comunità che si sente, a ragion veduta, perseguitata.
Nello specifico, la causa intentata dai ventinove romeni contro il Comune di Milano presenta questa giustificazione: lo sgombero del campo nomadi di via San Dionigi in data 5 Settembre fu una vera e propria “piccola deportazione”. Secondo gli avvocati di parte civile, Alberto Gariso e Sara Russi, infatti, quella mattina il Comune di Milano tenne “un comportamento discriminatorio” e lo sgombero fu “posto in essere in violazione dei diritti della persona”.
I Rom, infatti, essendo un’etnia riconosciuta e garantita dallo Stato Italiano godono della “disciplina antidiscriminatoria” che li tutela. Proprio su questo punto si concentreranno le forze degli avvocati Gariso e Russi che porteranno il caso in aula il prossimo 10 Luglio, come deciso dal Giudice della prima sezione del Tribunale civile di Milano.
Nel ricorso presentato dai ventinove rom, inoltre, gli avvocati hanno fatto riferimento ad alcune dichiarazioni del vicesindaco Riccardo De Corato e degli Assessori Tiziana Maiolo e Mariolina Moioli ritenute discriminatorie nei confronti dell’intera etnia.
Ricordiamo i fatti. Il 2 Luglio del 2007 l’accampamento in cui vivevano più di 200 zingari romeni viene dato alle fiamme per la terza volta nel giro di due anni. Non si registrano né morti né feriti, ma le baracche messe in piedi dai residenti vengono completamente distrutte.
Il Comune sposa la linea dura di Matteo Salvini, capogruppo in consiglio comunale della Lega Nord, e decide di non “versare un soldo per aiutare i rom rimasti senza tetto”. Fortunatamente, anche grazie alla mediazione di don Colmegna che con la sua Casa della carità ha deciso di investire forte nelle baraccopoli dell’area sud di Milano, i rom riescono a trovare ospitalità per la notte nella parrocchia di suor Ancilla.
Pochi giorni dopo alcuni di loro decidono di ritornare in via San Dionigi per ricostruire l’accampamento. La mattina del 5 Settembre alle 8.00, però, 60 uomini delle forze dell’ordine radono al suolo l’intera area con le ruspe approfittando,per loro stessa ammissione, dell’”effetto sorpresa” e costringendo i 160 residenti ad una fuga precipitosa.
“Motivazioni igienico sanitarie” è la giustificazione dell’Assessore Moioli, mentre secondo De Corato il Comune “ha dato seguito alle richieste dei residenti del quartiere”. Qualunque sia stata la motivazione ufficiale, quello che i legali dei ventinove rom contestano al Comune e alla Giunta Moratti è di non aver dato disposizioni per un successivo trasferimento degli sfollati in una struttura alternativa. Anche in quest’ultima occasione, infatti, a farsi carico della salvaguardia della sicurezza delle donne e dei bambini rimasti senza un tetto sopra la testa, fu don Colmegna che ospitò quante più persone possibili nella sua struttura.
Dopo 3 anni di vita all’insegna della precarietà abitativa, dunque, ventinove rom hanno deciso di ribellarsi chiedendo il rispetto dei più elementari diritti della persona e hanno fatto causa al Comune di Milano. La richiesta di risarcimento appare più simbolica che proporzionata al danno subito, ma è proprio questo che contribuisce a rafforzarne le ragioni. I legali, infatti, hanno chiesto che per ogni sfollato il comune versi non meno di 800 euro. Appuntamento al 10 Luglio, dunque, per la prima udienza di questo processo.
Brescia e Mantova, atti di violenza contro Rom e Sinti
In queste ore continuano le segnalazioni da tutto il Nord Italia di violenze, di solito verbali, contro le famiglie sinte e rom. Nei supermercati molte famiglie sono state allontanate mentre facevano la spesa ma le più gravi sono quelle subite dalle bambine e dai bambini sinti e rom a scuola. Già da alcuni mesi sono state segnalate diverse violenze avvenute nelle scuole. Anche gli insegnanti sembrano improvvisamente cambiati e molti bambini si rifiutano di andare a scuola, hanno paura.
Il caso accaduto ieri a Brescia è esemplificativo. Una bambina di otto anni, appartenente alle minoranze sinte, è stata aggredita dalle sue compagne e dai suoi compagni di classe perchè sinta. «Non devi venire a scuola!», «Sei una “zingara”!» «Siete ladri di bambini!». La mamma di questa bambina ha naturalmente protestato e l’Associazione Sucar Drom si farà carico di sentire il Dirigente scolastico nelle prossime ore. Ma non è finita. La mamma con la bambina tornano a casa a piedi molto tristi, hanno un piccolo terreno di loro proprietà nella periferia di Brescia. Mentre sono in un uno spiazzo vicino a casa alcuni adolescenti si avvicinano e iniziano a tirare sassi contro la mamma e la bambina di otto anni. Tirano sassi e gridano: «Sporchi "zingari" andatevene!», «Noi non vi vogliamo!», «Siete degli sporchi “zingari”!», «Ladri di bambini!».
Ma non c’è solo questo, dopo i pogrom di Napoli e le molotov a Novara e Milano anche a Mantova, precisamente nel Comune di Marcaria, una famiglia di Rom Kalderash è stata fatta oggetto di lancio di una bomba carta e di una bottiglia molotov, nella notte tra sabato 17 e domenica 18 maggio 2008. Per fortuna non ci sono state conseguenze se non un grande spavento e molta paura. Sono stati chiamati i Carabinieri che hanno steso un verbale.
La famiglia svolge l’attività lavorativa di calderai in maniera itinerante da moltissimi anni. Un’attività tramandata di generazione in generazione. Questa famiglia è sempre stata presente nel mantovano durante il mese di maggio, offrendo i propri prodotti artigianali ad alberghi, ristoranti e anche a privati cittadini.
Come già scritto la paura è stata grande per questa famiglia che risiede nel veneziano e l’associazione Sucar Drom, dopo aver segnalato il caso alle Autorità competenti, sta aiutando la famiglia a fermarsi per una settimana nel Comune di Mantova.
Napoli, varato il "pacchetto sicurezza"
Varati i primi provvedimenti dal Governo Berlusconi. In evidenza Rom e Rifiuti, come qualcuno aveva predetto alcuni anni fa pubblicando un libro dal titolo: popoli delle discariche. Nel pacchetto sicurezza "c'è il reato di immigrazione clandestina che aveva proposto Alleanza nazionale quando fu fatta la legge Bossi-Fini. Alla fine ci hanno dato ragione". Lo ha annunciato il ministro della Difesa e reggente di An, Ignazio La Russa, lasciando il palazzo della Prefettura di Napoli al termine del Consiglio dei Ministri.
Per ora il reato di immigrazione è l’unica misura che sicuramente è contenuta nel “pacchetto sicurezza”, sul resto si sa molto poco. Questa nuova norma sembra quasi uno specchietto per le allodole.
Il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, sottolinea invece l'importanza delle misure prese oggi dal Cdm: "indicazioni e soluzioni chiare per rispondere alle esigenze prioritarie dei cittadini", a dimostrazione che "il governo Berlusconi mantiene gli impegni".
"Più sicurezza - spiega Gasparri - con l'introduzione del reato di immigrazione clandestina e un maggiore controllo del territorio attraverso un massiccio impiego delle forze dell'ordine anche grazie a nuove assunzioni. Più soldi nelle tasche degli italiani con l'approvazione del pacchetto fiscale che prevede la detassazione degli straordinari e l'abolizione dell'Ici sulla prima casa".
"E poi - aggiunge ancora il presidente dei senatori del Pdl - scelte immediate e chiare per affrontare l'emergenza rifiuti in Campania, con la costruzione di almeno tre nuovi termovalorizzatori e l'efficace nomina di Guido Bertolaso a sottosegretario per l'emergenza rifiuti. Bertolaso saprà certamente operare per una rapida soluzione del problema in collaborazione con il governo e gli enti locali, ma anche avviando un dialogo con la popolazione per far capire che il degrado ambientale e l'inquinamento nascono dai rifiuti nelle strade, e non dai rifiuti depositati in discariche opportunamente individuate. Il governo ha quindi dato un segnale deciso - conclude - che ci auguriamo saprà trovare anche il pieno sostegno di tutte le forze parlamentari".
L'Italia è persa... e l'Europa?
Oggi è chiaro, in Italia nei prossimi anni si attuerà una caccia al rom, al sinto, al “nomade”, allo “zingaro”. Non vi possono essere più dubbi dopo che il Parlamento europeo ha dibattuto sulla grave situazione italiana (pogrom, violenze…) e i maggiori organi di informazione televisiva continuano imperterriti a veicolare razzismo.
Questa sera Ballarò e Matrix, ieri sera Porta a Porta. Ma la musica non cambia: rom, rifiuti e criminalità. Null’altro. A Ballarò la performance di Formigoni in coppia con Veltroni è scandalosa. E Matrix non è da meno con uno scatenato Galan che apre di fatto alla cacciata dei Sinti e dei Rom dal Veneto. Perché è vero che si parla sempre e solo di immigrati ma di fatto in Veneto i Sinti e i Rom sono per il 90% Cittadini italiani e i Comuni si apprestano in queste ore a cacciare Cittadini italiani.
E’ scioccante come gli organi di informazione italiani continuano imperterriti a non dare voce a Sinti e ai Rom. Ai leader Sinti e Rom. E al contrario si raccoglie come verità la voce del Cittadino che dice: “i rom sono il problema”. Se io percepisco insicurezza è giusto che lo Stato ascolti la mia percezione e “bastoni”. Chi? Il diverso! E chi è il diverso per eccellenza, chi è il povero per eccellenza? Il Rom.
La maggioranza degli italiani è favorevole alle ronde, uno su cinque è pronto a partecipare attivamente. Sembra di essere nella Germania nazista degli Anni Trenta, quando un piccolo uomo prima promosse la violenza. Poi annunciò ad una nazione che bisogna fermare le violenze e che lui è pronto a risolvere tutti i problemi, a partire proprio dai Rom. E fu eletto. Si aprì subito la “settimana contro la piaga zingara” che portò tutti i Sinti e i Rom ad essere rinchiusi in campi sosta sorvegliati. Poi si pensò di fare la mappa genetica di queste persone e alla fine tentò di sterminarli.
Serve oggi ricordare in Italia quanto è successo settanta anni fa? Non credo perché una nazione come l’Italia che si è lavata la coscienza con il sangue di pochi gerarchi in Piazzale Loreto e ha cancellato vent’anni di fascismo con tre anni di resistenza, è di fatto rimasta nel profondo razzista. Se chiedi a qualche tuo conoscente dov’erano i suoi nonni o i suoi genitori durante il periodo tra il 1938 e il 1945, ti risponderà inevitabilmente: “aiutavano gli ebrei”. Non si capisce quindi chi abbia acclamato le leggi razziali, chi abbia allestito il concentramento e chi abbia spinto ebrei, sinti e rom sui treni per Trieste, Bolzano, Auschwitz, Bergen Belsen…
Ora rimane solo una domanda nel mio cuore e nella mia mente: l’Europa, l’Occidente si farà trasportare ancora una volta dall’Italia nel baratro della barbarie?
di Carlo Berini
martedì 20 maggio 2008
Il Tg1 alimenta la xenofobia per oscurare il Parlamento europeo
L'ultima notizia di cronaca viene da Catania e il Tg1 di questa sera da ampio spazio a un presunto tentativo di rapimento di una bambina da parte di due rom ma la stessa Polizia è poco convinta dell’accusa. E’ grave il tentativo del Tg 1 di minimizzare le notizie arrivate da Strasburgo, dove si è di fatto condannata l’Italia. Indecente l’intervento, sempre al Tg1 del Ministro Maroni che di fatto giustifica i pogrom di Napoli.
Oggi sono in molti a mettere in discussione la dinamica dei fatti di Ponticelli, con la camorra che sembra abbia montato ad arte il caso per poter liberare una zona occupata dai rom dal 1991, e da pochi mesi dichiarata edificabile. C'entrerebbe dunque poco la questione rom, cavalcata anzi dai clan, proprio approfittando della confusione e della propaganda del momento. Sta di fatto che il caso Italia si è alimentato anche di questi piccoli episodi quotidiani, e di una crescente intolleranza che ha fatto da contesto alla svolta elettorale, fino alle prime esternazioni del nuovo Ministro dell'Interno Roberto Maroni.
Oggi, proprio nel giorno in cui l'immigrazione clandestina diventa reato (la legge sarà approvata domani dal Cdm e poi presentata in Parlamento, e non sarà contenuta nel decreto del governo), il caso Italia, già discusso dalla stampa e amplificato dagli attacchi spagnoli, è approdato all'Europarlamento.
Un dibattito allargato, sia a livello di Parlamento che a livello di Commissione, sulle condizioni di vita dei rom, che partendo dal nostro paese ha coinvolto tutta l'Unione, producendo in conclusione "una direttiva europea contro ogni tipo di discriminazione" insieme con "un'azione di agevolazione e coordinamento delle politiche nazionali per l'integrazione".
Come dire che Strasburgo, nel giorno stesso in cui viene discusso in seduta plenaria il problema dei rom, ammonisce l'Italia ed indica come "necessario e urgente" un intervento normativo per mettere al bando le discriminazioni ancora esistenti, siano relative alla razza, all'età, alla fede religiosa, alla sessualità o alla disabilità. Come ha spiegato l'eurodeputato del Pd, Patrizia Toia "con il voto di oggi il Parlamento europeo ricorda a Josè Manuel Barroso e alla Commissione europea la promessa fatta di presentare entro questa legislatura una direttiva orizzontale in materia di discriminazioni".
La sessione, cominciata alle 17, ha visto prendere parola subito il Commissario europeo Vladimir Spigla, che ha spiegato senza mezzi termini che "la Commissione europea condanna ogni tipo di violenza contro i rom" e che "i fatti come quelli di Ponticelli non sono casi isolati , la violenza politica e xenofoba è un fenomeno diffuso in vari paesi membri". A maggior ragione si è ribadito, pur senza voler generalizzare il problema, la necessità di non prendere misure indifferenziate contro rom e clandestini. Il Commissario infatti ha precisato che "le espulsioni sono possibili solo caso per caso" e sono una "misura urgente", lasciando in qualche modo aperta la porta ai provvedimenti di Maroni, ma allo stesso tempo sgridando la mano dura del governo Berlusconi e forse anche il clima di intolleranza che sta risucchiando l'opinione pubblica italiana. Nel suo intervento Spidla ha stigmatizzato "la violenza razzista che si nutre di populismo", parlando di "un fenomeno che riguarda molti stati membri, chiedendo all'Italia, ma anche a tutti gli stati membri, di fare di tutto per migliorare l'inclusione sociale" dei rom offrendosi come coordinatore. I rom, tiene a sottolineare, sono "cittadini come tutti gli altri", per cui serve uno sforzo congiunto per spezzare il circolo vizioso della violenza e della disperazione".
Al dibattito hanno preso parte anche la deputata Mohacsi, secondo cui "non è vero che c'è stato il tentato rapimento del bambino dei sei mesi" e il socialista Schultz, ideatore del confronto odierno fortemente voluto dal Pse, che ha garantito che "non c'è nulla contro l'Italia", a conferma di quanto aveva sostenuto ieri, dicendo che "non è un problema solo italiano".
Non a caso, Schultz in precedenza aveva parlato al telefono con il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, per evitare che il dibattito sulla situazione dei rom in Europa potesse diventare terreno di scontro fra l'Ue e l'esecutivo nostrano, "non essendo un problema che emerge con il nuovo governo perchè esiste da tempo", e che l'obiettivo è soltanto quello di "impedire che quanto sta accadendo in Italia si ripeta anche in altri Paesi". A dirla tutta non sono solo i socialisti europei a guardare con perplessità a come la vicenda rom viene affrontata in Italia. Basti per tutti il capogruppo dei Liberaldemocratici Graham Watson che, dicendo sì alla discussione in assemblea, aveva spiegato di ritenerla necessaria perché in Italia "si è raggiunto verso le comunità di immigrati un livello di violenza inusuale", dovuto anche - secondo il leader dell'Eldr - alla natura della recente campagna elettorale che "ha portato avanti una cultura dell'impunità" per coloro che attaccano gli stranieri.
Ue, discussione parlamentare dopo i fatti di Napoli
Intervento durissimo di Viktoria Mohacsi sulla campagna elettorale condotta da Silvio Berlusconi. La Mohacsi ha anche sottolineato l’inattività della Polizia di Stato sui gravi fatti di Napoli. Richiamo duro al Ministro Maroni perchè attivi subito indagini e colpisca i colpevoli. Lungo il dibattito parlamentare che ha visto i parlamentari italiani in forte imbarazzo.
Il commissario Vladimír Špidla ha chiuso la discussione ricordando a tutti che la storia europea ha fatto comprendere che il razzismo porta alla catastrofe e se non prestiamo attenzione alle lezioni della storia siamo persi.
Secondo Špidla è un dovere di ogni singolo Paese difendere i diritti umani in qualsiasi modo, in special modo riguardo alle popolazioni sinte e rom perché la povertà in Europa è molto legata a circostanze personali con l’unica eccezione della comunità rom e sinte.
Špidla ha anche affermato che la situazione dei rom e dei sinti è molto diversa Europa. Solo alcuni Paesi hanno riconosciuto a queste popolazioni lo status di minoranze ed hanno attivato seri programmi volti a favorire le popolazioni sinte e rom.
La commissione presieduta da Špidla presenterà a breve un documento alla Commissione europea per illustrare la situazione globale dei sinti e dei rom in Europa e chiedere un’uniformità di interventi anche perché troppo spesso questa tematica viene strumentalizzata.
In ultimo, Špidla si è dissociato da alcuni interventi di parlamentari italiani che hanno espresso idee incettabili.
Lettera aperta al Presidente Napolitano
Egregio Presidente, la nostra è una piccola associazione che offre il proprio supporto, anche attraverso le metodologie della mediazione culturale, a circa cinquemila famiglie sinte e rom (circa venticinquemila persone) nel Nord e nel Centro Italia. Abbiamo l’obiettivo di agevolare le relazioni tra gli individui, le società e le culture per la realizzazione di una cultura della conoscenza, del dialogo e della comprensione, fondata sull'acquisizione responsabile di diritti reciproci.
Le scriviamo perché la gravità di ciò che sta succedendo in queste ore non può esimerci dal chiedere un Suo intervento diretto. Siamo rimasti esterrefatti dalle dichiarazioni rilasciate in questi giorni dal sostituto procuratore di Mondovì (CN), Ezio Domenico Basso. Il dottor Ezio Domenico Basso ha dichiarato: “I nomadi stanno al Nord come la mafia al Sud”. Siamo altresì molto preoccupati da come alcuni organi di stampa (Cuneo Cronaca e Il Giornale) stanno utilizzando queste affermazioni.
Il nostro stupore e la nostra indignazione è data dal fatto che in Italia mai un magistrato aveva etnicizzato i comportamenti di singoli Cittadini italiani. Il dottor Ezio Domenico Basso, nelle sue affermazioni, non circoscrive le responsabilità a chi è stato condannato, secondo l’ordinamento vigente, ma estende un reato, l’associazione a delinquere, a tutti i Cittadini italiani e a tutti i Cittadini immigrati che sono riconosciuti come “nomadi” o “zingari”.
Crediamo che le affermazioni del dottor Ezio Domenico Basso siano una forma di istigazione all’odio etnico/razziale che possano alimentare azioni violente, con motivazioni razziali, contro i Sinti e Rom italiani ed immigrati.
La questione sinta e rom è chiaramente una questione molto difficile e complessa ma dai fatti di Opera (MI) del dicembre 2006 nel nostro Paese si è aperta una “caccia alle streghe” che ha si radici profonde ma che mai si era esplicitata in maniera così violenta.
Tutti gli organismi internazionali hanno rilevato che i Sinti e i Rom in Italia sono discriminati per motivi etnici/razziali. Ultimo, in ordine di tempo, il Comitato dell’ONU per l’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Razziale (U.N. Commitee on the Elimination of all forms of Racial Discrimination, CERD) che ha espresso una grande preoccupazione sui molti casi di discorsi pieni di odio razziale rivolti contro i Rom e Sinti da parte di politici e sul ruolo dei mass media nello spargere tali messaggi contro queste popolazioni. Il Comitato ONU ha anche sottolineato la sua preoccupazione per: la segregazione continua dei Rom e dei Sinti in “campi nomadi”; le ordinanze discriminanti e i segnali stradali che restringono la libertà di movimento dei Rom e dei Sinti in Italia; i rapporti che riferiscono maltrattamenti verso i Rom, in particolare verso i Rom di origine rumena, eseguiti da agenti delle forze di polizia durante i raid nei campi.
Infine il Comitato ha dato particolare rilievo al fatto che il Governo Italiano non ha riconosciuto i Rom ed i Sinti come minoranza e che non ha adottato una politica nazionale capace di migliorare la situazione di queste comunità in Italia.
Sembrerà strano, Signor Presidente, ma mentre tutti gli organismi internazionali rilevano l’esistenza di forme di discriminazione etnica/razziale o di istigazione all’odio razziale contro le minoranze sinte e rom mai nessuno in Italia è stato condannato in maniera definitiva per discriminazione etnica/razziale o per istigazione all’odio etnico/razziale contro un’appartenente alle minoranze sinte o rom. E La preghiamo di considerare che la legge 13 ottobre 1975, n. 654 è in vigore da trentatre anni.
Per farle capire Le sottoponiamo, uno dei tanti casi di discriminazione etnica/razziale su cui lavoriamo ogni giorno. L’attuale Sindaco di Piovene Rocchette (VI) ha emesso un’ordinanza di “divieto di sosta ai nomadi”, con relativi cartelli stradali, per impedire a due anziane sinte italiane (consideri che la vita media non supera i sessant’anni) di risiedere nel terreno di loro proprietà, acquistato alcuni anni fa con i soldi ricevuti dall’assicurazione per la morte del fratello in un incidente stradale. Vogliamo anche sottolineare che le due anziane sinte sono parte di una famiglia che la Prefettura di Valdagno ha inviato allo sterminio in Germania durante il fascismo.
La prassi dell’ordinanze di “divieto di sosta ai nomadi” è abbastanza consolidata nel Nord Italia e non solo. Tant’è che il Ministero dell’Interno era già intervenuto, senza molto successo, con un’apposita circolare già nel 1973 e successivamente nel 1985. L’ordinanza sindacale a Piovene Rocchette vieta la sosta a chi è riconosciuto “nomade” sia negli spazi pubblici che negli spazi privati e con ogni mezzo, pena è il sequestro del mezzo e una multa di cinquecento euro. Quindi se noi, riconosciuti come “nomadi”, parcheggiamo la nostra auto nel parcheggio di un supermercato a Piovene Rocchette, all’uscita, dopo aver fatto la spesa, ci ritroveremmo con l’auto sequestrata e una multa da pagare.
Dopo un anno e mezzo in cui abbiamo cercato di far capire al Sindaco l’incostituzionalità dell’ordinanza, ci siamo visti costretti a presentare una denuncia per discriminazione etnica/razziale alla Procura della Repubblica di Vicenza. Oggi a più di un anno da quando abbiamo depositato la denuncia tutto è fermo e i cartelli rimangono, la Procura non sembra intenzionata a procedere e le due signore anziane sono continuamente cacciate da ogni Comune dell’Alto Vicentino.
Inoltre, siamo indignati, signor Presidente, di ciò che è accaduto nei giorni scorsi a Napoli e in tante altre Città italiane.
Per queste ragioni non possiamo quindi esimerci dal chiedere un Suo intervento diretto perché passare dalla repressione dei crimini commessi da alcuni Rom e Sinti alla criminalizzazione delle intere minoranze sinte e rom purtroppo è oggi una realtà. Inoltre, è chiaro che l’Articolo 3 della nostra Costituzione e tutta la legislazione contro le discriminazioni etniche/razziali sono totalmente inapplicati. In ultimo, Le ricordiamo che l’attuale situazione di criminalizzazione delle minoranze sinte e rom, pur facendo parte da decenni nel senso comune, era stata prodotta dallo Stato italiano solo durante il periodo fascista ed ha portato all’internamento e allo sterminio di tantissimi Sinti e Rom.
In fede Carlo Berini e Yuri Del Bar, Associazione Sucar Drom
Ue, nessuno vuole mettere sotto accusa il Governo Berlusconi
Nel Gruppo socialista, non c'è nessun intento “di fare del dibattito odierno a Strasburgo sulla questione dei Rom un'occasione per mettere sotto accusa il Governo Berlusconi”. Ad assicurarlo è il Presidente Martin Schulz (in foto) nel corso di una "cordiale telefonata" con il ministro degli esteri Franco Frattini.
Il titolare della Farnesina, da parte sua, ha sottolineato l'importanza che la “Commissione Europea ponga a disposizione dei Paesi interessati, e quindi anche dell'Italia, fondi sufficienti per affrontare efficacemente la situazione di degrado e di abbandono in cui vivono da lunghi anni molte comunità Rom”.
Le immagini del roghi dei campi rom hanno fatto il giro del mondo, hanno suscitato le reazioni della Commissione Europea e non potevano certo mancare quelle del Parlamento.
Nella sessione plenaria iniziata ieri a Strasburgo, ci sarà un dibattito sulla situazione italiana ed europea. A chiederla il gruppo del PSE, mentre il PPE, invano, ha chiesto di riservare il dibattito alla commissione parlamentare per le libertà pubbliche. I rom sono la minoranza più numerosa in Europa e per la maggior parte, vive in condizioni povertà e di esclusione sociale. E la Commissione insiste perchè in Italia come in Europa, si approfitti degli aiuti a disposizione per combattere la loro esclusione. Previsto ieri sera per le 18, il dibattito, secondo le ultime informazioni, non ancora definitive, dovrebbe essere anticipato alle 16,49.
Italia, la mamma del cretino è sempre incinta
Tra un'ora il Parlamento europeo discuterà la questione sinta e rom, dopo i gravi fatti italiani. Un parlamentare europeo, Luca Romagnoli (segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore) ha proposto la creazione di uno stato rom, all’interno dei confini europei.
Romagnoli ha dichiarato: “Affinché Rom, Sinti etc. possano esprimere al meglio la loro identità, propongo che l'Ue promuova la creazione di uno Stato Rom, magari in un'area dell'est-europeo, da cui la maggior parte di loro proviene; finirebbe la loro diaspora, potrebbero amministrarsi e governarsi autonomamente, migliorerebbe la loro qualità di vita e la sicurezza sociale, e finalmente anche la nostra”.
Sucar Drom propone che lo Stato Rom sia creato nella Regione Veneto. Si chiede gentilmente a tutti i Veneti che non appartengono alle minoranze sinte e rom, di lasciare le proprie case e recarsi in Lombardia, Friuli Venezia Giulia o in altra Regione italiana. Si chiede al Governo italiano di predisporre tutte le azioni possibili per accogliere i profughi veneti. I veneti che saranno trovati sul territorio regionale, entro la data stabilità alla creazione dello Stato Rom, avranno tempo tre mesi per essere assunti da un Rom, se ciò non avverrà saranno allontanati.
Guarnieri: vogliamo incontrare il ministro Maroni
In Italia è nata la prima federazione di associazioni rom e sinte. Raggruppa oltre 15mila persone. Sono 19 invece le associazioni di otto regioni italiane (fra queste Lombardia, Toscana, Abruzzo, Lazio, Emilia Romagna) che ne fanno parte. Il neo presidente della "Federazione Rom e Sinti Insieme", Nazzareno Guarnieri spiega che la loro prima azione sarà la richiesta di un incontro urgente al ministro Roberto Maroni sull'emergenza di queste settimane. «Vogliamo sederci con le istituzioni e confrontarci. Vogliamo contribuire a rendere migliori le condizioni di vita dei rom, dei sinti e dei cittadini», continua il presidente. Intanto Guarnieri protesta contro Massimo Converso, presidente dell'Opera Nomadi perché «arbitrariamente si arroga il diritto di parlare a nome nostro. Non è un rom, ma imperterrito e ignorando lo statuto della sua stessa associazione, continua le sue incursioni nelle varie trasmissioni televisive interpretando i nostri bisogni e il nostro futuro, nonostante non sia riconosciuto dal mio popolo e sfiduciato dalla sua stessa maggioranza». Critica anche Uno Mattina, la trasmissione Rai che questa mattina ha ospitato in studio Converso perché «non ha invitato un rom o un sinto per dare una corretta informazione ai cittadini».
Watson, in Italia una cultura dell'impunità per i razzisti
Il capogruppo dell'Alleanza dei Democratici e Liberali per l'Europa, Graham Watson, ritiene che in Italia si sia raggiunto verso le comunità di immigrati «un livello di violenza inusuale», dovuto anche alla natura della recente campagna elettorale che «ha portato avanti una cultura dell'impunità» per coloro che attaccano gli immigrati.
Intervenendo all'assemblea plenaria a Strasburgo, Watson ha riferito che la sua collega Viktoria Mohacsi dopo una missione a Roma ha redatto «un rapporto molto preoccupante» sulle conseguenze dei raid violenti contro i campi Rom. Watson cita anche il fatto che lo stesso Frattini, che come commissario Ue si è impegnato per l'integrazione delle minoranze etniche, ora «sta mettendo in discussione il Trattato di Schengen». «Questa questione è un elemento di preoccupazione per tutta l'Europa», ha detto, esortando la Commissione e il Consiglio Ue ad una discussione urgente che si terrà probabilmente oggi alle 18.00.
Roma, Alemanno non è l'uomo nero
Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ieri ha dichiarato: «vengo dal Casilino 900, dove questa mattina ho dato una prima occhiata alla situazione: venendo qui al Circolo Canottieri Aniene mi sembra di passare da una città all'altra. Non ci sono parole per descrivere quello che ho visto».
Il sindaco ha proseguito affermando che «neanche nei campi profughi palestinesi, neanche in Nepal o nelle zone più estreme del terzo mondo ho visto cose del genere, in un campo che è tra l'altro tra quelli autorizzati».
Alemanno ha ribadito che «serve un grande impegno affinchè Roma non diventi una città divisa in due, in modo così profondo: bisogna lavorare - ha concluso - per arrivare ad un livello medio di vivibilità in tutta la città ». Per il sindaco della capitale «a Roma da un lato c'è troppa mondanità e dall'altro troppo degrado: dobbiamo ricongiungere queste due realtà e ridurre la distanza».
«È stata una visita a sorpresa, nessuno se lo aspettava. È venuto questa mattina poco dopo le 11,30. Era accompagnato anche da Bruno Vespa, il giornalista. Alemanno è stato molto gentile, l'unico sindaco a venire a trovarci nel campo in tanti anni». È soddisfatto Najo Adzovic, portavoce del campo rom Casilino 900, della visita del sindaco Alemanno stamane nell'insediamento di via Casilina. «Ci ha rassicurati sul nostro futuro, di non avere paura perché ha detto che troverà una soluzione - ha continuato Adzovic - è venuto fino a casa mia e gli ho regalato il libro che ho scritto sulla vita nel campo e il calendario fatto dai giovani rom. Era stato descritto come l'uomo nero ma non è vero.
Siamo contenti che si sia aperto uno spiraglio di dialogo diretto con lui. Ho lasciato i miei contatti e a presto ci chiamerà rom del Casilino 900, insieme all'associazione Stalker, proporranno al sindaco un progetto per il campo: «Costruzioni decenti per gli abitanti del campo - ha spiegato Adzovic - e poi, un servizio di sicurezza interna, laboratori di sartoria, piani di raccolta differenziata in cui potranno trovare un'occupazione i ragazzi rom».
Mohacsi, la realtà dei Rom in Italia è tra le peggiori in Europa
Situazioni di illegalità diffuse, mancanza di servizi igienici e di acqua potabile, condizioni di sicurezza pubblica totalmente assenti, retate notturne: la realtà dei rom in Italia è tra “le peggiori in Europa”.
E' l'analisi dell'eurodeputata ungherese di origine rom, Viktoria Mohacsi. Reduce dei due giorni di visita negli insediamenti nomadi di Roma (Castel Romano e Casilino 900) e Napoli (Poggioreale) l'europarlamentare illustra così la situazione nel corso del convegno “Emergenza carceri come conseguenza dello sfascio della giustizia”, organizzato a Roma dai Radicali Italiani. (guarda la dichiarazione video…)
“Il vostro Paese - denuncia - è tra i peggiori dell'Unione europea”. Particolarmente grave la situazione a Napoli, dove “centinaia di rom - tra cui moltissimi bambini - vivono tra cumuli di rifiuti, in baracche costruite anche con materiale in amianto”.
Mohacsi denuncia poi la vicenda di 12 bambini rom tolti ai genitori dal tribunale dei minori, perché accusati di accattonaggio: “Di loro si sono perse le tracce; da due anni i genitori non sanno più nulla della loro sorte”.
Mohacsi sottolinea anche un altro aspetto per lei anomalo: “l'Italia non ha chiesto neanche i soldi previsti dalla Ue per l'integrazione delle minoranze etniche. Da voi - aggiunge - vivono 120 mila Rom in condizioni di semilegalità o illegalità totale. Ma se a questi aggiungiamo gli 80 mila che hanno la cittadinanza italiana, il numero totale in Italia è di 200 mila Rom”. Quasi tutti, spiega l'eurodeputata, “sono fuggiti dalla Romania per lo più per scappare dalla fame e dalla miseria. E avrebbero per questo diritto allo status di rifugiati”.
Ad accompagnare ieri Mohacsi a Napoli, una delegazione di deputati radicali eletti nelle liste del Pd tra cui Rita Bernardini, Segretaria Nazionale di Radicali Italiani, Maria Antonietta Farina Coscioni, ed Elisabetta Zamparutti.
“Durante la nostra visita nel napoletano - continua Mohacsi- abbiamo scoperto che questi campi vengono regolarmente visitati dalla polizia, soprattutto nelle ore notturne”. Alla delegazione è stato raccontato che alcuni poliziotti si presentano verso mezzanotte in questi insediamenti, e “prendono a botte i rom che ci vivono senza dire nulla. Alcuni li arrestano per poi rilasciarli dopo 48 ore”. Quei campi rom di Napoli, conferma la Bernardini, sono un'indecenza, “si vive lì in condizioni disumane ma direi che tutta la città è un campo rom: si sta dando nel mondo un'immagine di degrado e di abbandono”. E avverte: attenzione “a non soffiare sul fuoco, a non far precipitare la situazione. Non dico che non si debba intervenire, solo che occorrono misure efficaci. Puntare tutto sul carcere e sull'innalzamento delle pene non porta da nessuna parte”.
Palermo, organizziamo la difesa dei Rom, qui e subito
Sabato 17 maggio si è svolto a Palermo, presso la Facoltà di Giurisprudenza, il convegno “Verso una nuova pulizia etnica? Sicurezza e diritti del popolo rom”. Al convegno hanno partecipato oltre cento persone, con l’intervento di alcuni rappresentanti del campo rom della Favorita di Palermo.
Malgrado la presenza di diversi giornalisti, la stampa locale ha ignorato l’avvenimento che, al di là della dimensione culturale, costituiva, per le esperienze raccolte e per le progettualità individuate, un importante esempio di ricerca/azione e di condivisione quotidiana con le comunità rom di Palermo. Una occasione di riflessione e di approfondimento per proporre iniziative legali e sociali che -nel pieno rispetto del principio di legalità- riuscissero ad attenuare i gravi disagi derivanti per tutti dal colpevole abbandono nel quale si trova il campo della Favorita, favorendo una ( ancora) possibile coesione sociale.
Nel corso del convegno si è appreso delle importanti recenti condanne dell’OSCE, dell’European Roma Rights Center di Budapest e di altri organismi internazionali, per la politica xenofoba annunciata dal nuovo governo italiano nei confronti dei rom e più in generale, dei migranti,che appare in contrasto con le Convenzioni internazionali che garantiscono i diritti umani e con consolidati principi dei trattati e delle direttive comunitarie sulla circolazione delle persone e dei migranti. I partecipanti al convegno hanno condiviso la necessità, sottolineata in particolare da alcuni relatori, da istituire un collegamento continuo con queste agenzie internazionali in modo da denunciare immediatamente tutti gli abusi che dovessero essere praticati a Palermo ai danni della comunità rom.
Negli interventi di Lilla Graci, di Mauro Priano dell’ARCI, dei rappresentanti della comunità rom, di docenti e di mamme di bambini italiani che frequentano le scuole palermitane, si è messo in rilievo il crescente tasso di scolarizzazione dei bambini rom e la buona riuscita dei percorsi di integrazione e di sostegno, anche quando i genitori si trovano in condizioni di irregolarità. Molti di questi minori sono nati a Palermo, come alcuni giovani rom pure nati e cresciuti a Palermo che non riescono ad ottenere dalla Prefettura il riconoscimento della cittadinanza italiana.
Dall’intervento della consigliere comunale Antonella Monastra sono state confermate le inadempienze del comune rispetto alla soluzione dei problemi alloggiativi dei rom, al pari della carenza di una politica abitativa per le altre fasce deboli della popolazione. E’ quindi emersa la necessità di attivare una informazione costante e strumenti di difesa legale di urgenza rispetto alle scelte che dovessero maturare nell’amministrazione comunale o in altre sedi sulla ubicazione dei rom e sul possibile smantellamento del campo, individuato dal comune negli anni 90 e poi lasciato in una condizione di totale abbandono.
Gli operatori sociali e gli avvocati nei loro interventi hanno denunciato una generale difficoltà di rapporto con la Questura di Palermo – Ufficio immigrazione, al punto che questo ufficio si è rifiutato in diverse occasioni di ricevere avvocati, fornire informazioni alle associazioni e di incontrare rappresentanti istituzionali.
Particolarmente grave la situazione per il rifiuto della Questura di rinnovare i permessi per cure mediche già concessi in precedenza, giungendo in qualche caso a comminare provvedimenti di espulsione.
Malgrado una recente nota interpretativa del Ministero dell’Interno, nel caso di rom irregolari gravemente malati ci si limita a sospendere il decreto di espulsione, senza valutare la possibilità di concedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari ex art. 5.6 del Testo Unico sull’immigrazione. Non si risponde neanche alle istanze degli avvocati volte richiedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari, neppure nel caso di malati di HIV o di altre gravi patologie che mettono a rischio la vita della persona. L’intervento della dott.ssa Lorella Vassallo, operatrice dell’A.S.L. 6, ha segnalato la drammatica situazione igienica del campo rom della Favorita di Palermo e la difficoltà di accesso alle cure mediche legata anche alla paura crescente di venire espulsi.
Da altri interventi si è rilevata la percentuale minima di minori rom coinvolti a Palermo nel sistema penale minorile, malgrado le informazioni allarmanti diffuse dalla stampa nazionale e riprese a livello locale. La dott.ssa Maria Luisa Scardina dell’Ufficio servizi sociali del Tribunale dei Minori di Palermo ha ricordato la riuscita dei progetti di reinserimento, messi a rischio da una applicazione restrittiva e burocratica della normativa vigente da parte della Questura di Palermo, oltre che dalle paventate misure governative.
Il prof. Emilio Santoro dell’Università di Firenze ha individuato una vasta gamma di ipotesi di interventi operativi per migliorare la difesa legale dei rom e favorire i progetti di inserimento abitativo e sociale, sottolineando la possibilità che ai giovani rom, nati e cresciuti in Italia, venga riconosciuta la cittadinanza italiana.
In attesa della “pulizia etnica” annunciata dal Governo con il pacchetto sicurezza, ed alla vigilia, forse, dell’ennesimo patto per la sicurezza, con l’allontanamento dei rom fuori dai confini cittadini e il tentativo di espulsione di tutti coloro che sono privi di permesso di soggiorno, è emersa l’urgenza di rinsaldare le reti di protezione attorno alle comunità rom di Palermo. Si profilano espulsioni a valanga, e lunghi mesi di detenzione amministrativa, o di carcere, per i rom ancora privi di un regolare permesso di soggiorno. Assai delicata la posizione di quei rom kosovari ( e delle loro famiglie) provenienti da Kosovska Mitrovica che, già titolari di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, si ritrovano oggi in una condizione di irregolarità e rischiano di essere espulsi, non si comprende verso quale paese, o detenuti a più riprese.
Molti partecipanti al convegno hanno sottolineato la necessità che contro le misure annunciate da Maroni, e le loro possibili applicazioni, ancora più repressive e generalizzate di quelle fin qui praticate, si promuovano reti di difesa dei rom a livello locale. Reti in grado di intervenire immediatamente, anche sul piano legale, in caso di attacchi al campo rom, da qualunque parte provengano, ma anche capaci di promuovere nuovi progetti e di comunicare maggiormente con l’opinione pubblica, destinataria fino ad oggi di messaggi che accrescono la percezione negativa dei Rom.
Per individuare gli snodi operativi di queste reti e per organizzare gli strumenti di difesa legale e sociale della popolazione rom presente a Palermo, alla fine del convegno si è convenuto tra tutti i partecipanti di mantenere ed intensificare i collegamenti a livello locale, nazionale ed internazionale, e di organizzare un seminario permanente per la sicurezza ed i diritti del popolo rom che si riunirà per la prima volta a Palermo, venerdì 23 maggio p.v. alle ore 16 presso il Dipartimento Studi su politica, diritto e società, Piazza Bologni 7, piano terra. Fulvio Vassallo Paleologo, Università degli Studi di Palermo
lunedì 19 maggio 2008
Ue, il Parlamento discuterà sulla situazione dei Rom e dei Sinti in Italia
Il Parlamento europeo ha approvato oggi la richiesta del Pse di inserire all'ordine del giorno della seduta di domani un dibattito sulla situazione dei rom in Italia e in Europa.
"Con 106 voti favorevoli, 100 contrari e 2 astensioni, l'Aula ha accolto la richiesta del Pse di inserire all'ordine del giorno di martedì 20 maggio pomeriggio (probabilmente alle 18.00) un dibattito sulla 'situazione dei rom in Italia e in Europa'", recita una nota.
L'europarlamentare socialista Martin Schulz ha affermato che attualmente i rom stanno affrontando una situazione molto difficile in Italia e in tutta l'Europa, e ha auspicato che la Commissione illustri al Parlamento cosa ha fatto in passato per i rom e cosa intende fare in futuro, anche per "evitare che il fenomeno si esprima in modo così massiccio" come in Italia. Anche l'europarlamentare italiana Monica Frassoni, dei Verdi, ha sostenuto la proposta, spiegando che è importante discutere di cosa succede in Europa "avendo bene in testa quel che accade in Italia".Frassoni ha inoltre affermato che il dibattito dovrebbe affrontare anche la questione degli strumenti europei attualmente esistenti in questo campo e che, invece, "non sono utilizzati".
Memoria e censure su Rom e Sinti in Italia
Un'Italia in evidente crisi economica tira fuori dal cassetto i rom, un capro espiatorio semplice da costruire, non ci saranno ambasciate che interverranno né stati che minacceranno la chiusura di rapporti internazionali. Ricordiamoli questi giorni di metà maggio, sono i Giorni della Memoria , quelli che dovremmo tenere in mente quando il 27 di gennaio il nostro governo (e molti altri politici che non hanno neppure provato a sollevare una voce critica) cominceranno a riproporre l'importanza di fare memoria perchè ciò che avvenne durante il nazifascismo non possa più ripetersi.
Due giorni fa un gruppo di mamme italiane è andato a scovare una giovane ragazza rom che se ne stava nascosta con il proprio bambino di pochi mesi atterrita da quanto stava capitando intorno a lei, a Napoli. La conoscevano, lei, intimorita ne ha salutata una, in risposta ne ha ricevuto uno sputo che ha colpito erroneamente il piccolo....le altre mamme hanno applaudito. Forse anche quel bimbo aveva già in sé la tara genetica del nomadismo e del furto?!
La campagna elettorale ha soffiato sul fuoco della tolleranza zero ed ha dato credito a quella mentalità becera per cui la colpa del singolo (prima ancora di essere valutata dai tribunali) diventa macchia indelebile per tutto il gruppo, allora diventa lecito il linciaggio, lo schiaffeggiamento, il pestaggio (nessuno si indigni, si dice, se lo sono meritato)... succede sempre per le minoranze, succede quando si attiva una campagna mediatica violenta e vigliacca. Succede ed è già successo, ai rom da sempre, ma anche agli ebrei; fu l'inizio di uno sterminio che toccò entrambi e che partì dai pogrom razzisti ...poi le leggi legalizzarono e sistematizzarono ciò che stava già attuando la gente comune sbandierando la evidente inferiorità genetica dello zingaro e dell’ebreo... è ed era la guerra tra poveri , oggi quelle mamme italiane tanto preoccupate per i loro figli stanno dando seguito ad una violenza efferata che tocca uomini, donne e bambini di altri, ma quelli se vivono nel degrado ed oggi anche nel terrore che ce ne importa? sono figli di gente geneticamente ladra!
Mandarli tutti via...ci avevano già pensato fascisti e nazisti, la prima ipotesi fu di concentrarli su un'isola poi finirono prestissimo ad Auschwitz ... schedarli tutti semplicemente perchè rom e sinti ...anche questo lo hanno già fatto in Germania intorno al 1899 e si ripete pressoché giornalmente quando scompare qualcosa nelle nostre città. Dopo averli schedati tutti in nome di futuri arresti preventivi in assenza di reato, rom e sinti finirono in campi di concentramento cittadini tanto in Italia quanto in Germania. Nel nostro paese però questa è una storia cancellata velocemente, si pensi che oggi ad Agnone (Molise), dove sorgeva un campo di concentramento per zingari rimasto aperto fino al 1943, si trova una casa di riposo, eppure l’Italia ha firmato gli accordi di Helsinki che prevedono la conservazione dei luoghi di persecuzione come luoghi di memoria. Ci sono stati internati di quel campo che oggi sono tra gli abitanti dei nuovi campi nomadi sgomberati di recente a Roma. Chissà che avranno pensato? Forse qualche triste ricordo è tornato indelebile alla memoria. Altri sono di certo tra i rom in fuga da Napoli e quella violenza subita è forse il segno indelebile di un post-Auschwitz che ha conservato etichette indelebili da continuare ad attaccare con prepotenza a rom e sinti.
Si parla di un paese che vive l’assenza delle ideologie e che dunque genera giovani sbandati e senza riferimenti; mi pare invece che oggi, almeno negli ultimi 8 mesi, una di quelle ideologie sia tornata prepotentemente in voga e sia stata definitivamente riabilitata, c’è poco da farci, non abbiamo mai avuto un nostro Willy Brandt inginocchiato sul monumento agli eroi del ghetto ebreo di Varsavia. Però conviviamo con il sindaco di Verona che ha bollato gli episodi nazifascisti verificatisi nella sua cittadina come marginali, se ne è distanziato, ma può distanziarsi dalla cultura dell’odio per il diverso, in primo luogo per gli zingari (in toto) su cui ha costruito la propria elezione?
Hanno parlato tutti: prefetti, sindaci-sceriffi, vip e ospiti di grido alle trasmissioni tv, ma la parola a rom e sinti non è stata data. Eppure esiste in Italia il Comitato Rom e Sinti Insieme costituto da persone che avrebbero potuto testimoniare una realtà diversa da quella dipinta dai massmedia, avrebbero potuto essere chiamati ad un contraddittorio, quella stessa possibilità di libera espressione tanto invocata come costituzionalmente irrinunciabile per altri soggetti e per vicende senz’altro meno angoscianti.
La politica in questo caso deve portare il peso di una grave colpa: la scelta di cavalcare il messaggio dell'insicurezza rappresentata solo da rom ed emarginati riproponendo etichette vive negli anni più bui d'Europa... avremmo bisogno di un minor numero di generalizzanti vuoti di pensiero e di qualche energia in più per prospettare obiettivi positivi, intelligenti e condivisi.
I pogrom sono già avvenuti adesso attendiamo il decreto sicurezza che legalizzerà l'allontanamento di interi gruppi per colpe di singoli individui (forse soltanto l’Unione Europea ha qualche possibilità di fermare la deriva culturale nazionale). E' la loro cultura diranno in molti... siano meno ipocriti, la cultura non c'entra nulla, sostituiscano quella parola con razza, sarà più adeguata a quanto sta succedendo...nessuno comminerà loro pene esemplari. In fondo sono mamme italiche! di Luca Bravi, Università di Firenze
ASGI, bisogna reagire al clima di intolleranza
L’ASGI esprime la propria profonda preoccupazione e il suo sdegno per i gravissimi episodi di violenza contro la popolazione Rom avvenuti a Napoli ed in altre città.
Da troppo tempo nel nostro Paese i Rom sono divenuti, in quanto gruppo etnico-culturale, oggetto di sistematiche violenze ed aggressioni verbali e fisiche, anche nelle forme estremamente violente che caratterizzano gli sgomberi dei campi sosta, con distruzione dei beni personali, manifestazioni aperte di disprezzo e maltrattamenti sulle persone.
Nei confronti dei Rom quegli stereotipi negativi che una società democratica dovrebbe progressivamente superare sono divenuti, al contrario, un sentire comune che non appare più ostacolato dalla pubblica autorità, e che trova alimento in un clima politico e culturale che tollera o addirittura incita, anche in modo esplicito, al razzismo, alla violenza e all’esclusione.
Il doveroso perseguimento delle singole condotte illecite dei singoli non può in alcun modo costituire pretesto per tollerare o giustificare una tale ondata di violenza generalizzata. Proprio in quanto associazione di giuristi l’ASGI intende sottolineare con forza che il principio della responsabilità penale individuale costituisce il fondamento dello Stato di diritto e che l’eliminazione di ogni forma di attribuzione di caratteristiche, inclinazioni o responsabilità basate sull’appartenenza etnico-culturale costituisce il principale valore dell’Europa democratica.
Oggi questo pilastro della civile convivenza rischia di essere scosso da atteggiamenti politici irresponsabili, determinando conseguenze imprevedibili.
Va ricordato che l’Italia è stata più volte oggetto di pesanti critiche in sede internazionale, ed in particolare da parte del Comitato ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale – CERD per la politica di segregazione attuata tramite i cosiddetti “campi nomadi” ovvero per la mancanza di politiche attive di contrasto alla discriminazione di tale popolazione, che, giova ricordarlo, non supera in tutta Italia le 200mila persone, di cui parte rilevante costituito da cittadini italiani.
L’ASGI chiede un impegno serio da parte delle Pubbliche Autorità e del nuovo Esecutivo affinché vengano assunte immediate misure finalizzate a fare cessare il clima di impunità che circonda le crescenti violenze e che, anche attraverso i previsti commissari straordinari, venga attuato un piano nazionale di tutela della popolazione rom che preveda altresì il superamento dell’anacronistica formula dei campi sosta a favore di interventi di inclusione sociale nelle comunità locali.
L’ASGI sollecita coloro che hanno a cuore la tutela dei diritti umani fondamentali a reagire a questo clima d’intolleranza ponendo