Considerazione 1
Le dichiarazioni dei rappresentanti della Commissione Europea sul provvedimento che stabilisce il rilievo delle impronte digitali ai bambini rom appaiono assai deboli e sembrerebbero riferirsi ad un mero annuncio del governo e non ad una normativa nazionale già applicata in alcune grandi aree metropolitane. Una normativa nazionale a rilievo locale, derivante da diverse ordinanze adottate dal consiglio dei ministri, dopo il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che istituiva lo “stato di emergenza” per la presenza dei nomadi nelle province di Milano, Roma e Napoli, nominando un Commissario per l’emergenza, individuato generalmente nella figura del Prefetto.
Il Prefetto di Milano, d’intesa con il sindaco Moratti, ha già avviato da due settimane la schedatura dei rom che si trovano nei campi, regolari ed abusivi, provvedendo anche a numerosi sgomberi, mentre il Prefetto di Roma sembrerebbe non volere procedere, almeno per ora, al rilievo delle impronte digitali dei minori rom, sul quale sembra frenare anche Alemanno. Ma a Roma si sta giocando una pericolosa partita che potrebbe dividere il fronte delle associazioni che difendono i rom, con il sindaco che sobilla gli uni contro gli altri, accusando alcune associazioni “ di volere strumentalizzare a fini politici la questione rom”. Mentre proseguono le trattative tra un sindaco eletto proprio dopo avere strumentalizzato la paura nei confronti dei rom ed una parte dell’associazionismo, anche gli sgomberi e le deportazioni vengono portati avanti dalla polizia e dai vigili urbani.
Qualcuno si illude che il confronto con l’amministrazione Alemanno possa garantire anche in futuro convenzioni, sicurezza e stabilità degli insediamenti. Ma chi può dire veramente di rappresentare i rom? Perché non si dà mai il diritto di parola ai rappresentanti delle comunità? E chi pensa a tutti i rom di più recente arrivo in Italia, in gran parte comunitari, allo sbando, senza alcuna associazione nazionale di riferimento che ne tuteli almeno i diritti fondamentali? Anche a Napoli, nei campi rom che non sono stati bruciati, sarebbe in corso la schedatura di tutti coloro che sono ritenuti di minore età. Adesso, con il pacchetto sicurezza in corso di approvazione da parte del Parlamento, si vorrebbe estendere la schedatura dei minori rom a tutto il territorio nazionale.
L’Unione Europea attende intanto la approvazione definitiva dei provvedimenti sull’emergenza sicurezza e la notifica a Bruxelles da parte del governo italiano, per esprimere un parere ufficiale sulla intera questione. Dopo che nel Parlamento Europeo si è consolidato un fronte favorevole ad una ulteriore chiusura nei confronti dell’immigrazione, con l’approvazione della direttiva sui rimpatri, si manifesta una maggiore “cautela” delle istituzioni comunitarie nell’esprimere critiche verso governi come quello italiano, che hanno imposto, o favorito, scelte securitarie e meramente repressive. Ma forse sarebbe meglio parlare di ipocrisia e di calcolo politico in favore degli imprenditori politici della sicurezza. Di certo, in nessun paese dell’Unione Europea si è mai proceduto a schedature o a rilievi di impronte digitali esclusivamente rivolti ad un determinato gruppo etnico o a persone, anche minori, genericamente qualificati come “nomadi”.
Il Consiglio d’Europa ha invece espresso una inequivocabile posizione critica. «Sono molto preoccupato - ha dichiarato Thomas Hammarberg, commissario ai Diritti umani -, questi sono metodi che richiamano misure prese nel passato e che hanno portato alla repressione dei Rom». «Non vedo - ha sottolineato Hammarberg - perchè queste misure debbano essere adottate solo per i Rom. E sono ancor più preoccupato perchè le misure colpiranno giovani e bambini, con potenziali effetti traumatici per loro. Il governo italiano dovrebbe trovare dei metodi più umani, non repressivi e non discriminatori per identificare queste persone».
Considerazione 2
Le disposizioni che prevedono il rilievo delle impronte digitali ai minori rom e la schedatura dei nuclei familiari- sono dunque già entrate in vigore in base al Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 21 maggio 2008 contenente la “Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia
(pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 122 del 26-5-2008 ) e quindi sulla base delle ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri del 30 maggio 2008 ( pubblicate nella Gazzetta Ufficiale n. 127 del 31 maggio 2008) che prevedono “Disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio della regione Campania, Lazio e Lombardia”. Il quadro normativo va completato con le norme del pacchetto sicurezza che prevedono l’assegnazione ai sindaci del potere di segnalare persone non in regola con il permesso di soggiorno e la utilizzazione dell’esercito per finalità di ordine pubblico.
Si è creato per legge uno “stato di emergenza”, come se la presenza dei rom fosse una improvvisa calamità naturale, in modo da consentire al governo Berlusconi di intervenire con ordinanze di protezione civile affidate alla gestione di commissari straordinari. Esattamente come si è fatto da anni con l’“emergenza sbarchi”, con ordinanze di protezione civile che hanno consentito l’apertura provvisoria di veri e propri centri di detenzione ed hanno legittimato le peggiori pratiche di deportazione in violazione dell’art. 13 della Costituzione italiana. In entrambi i casi di fronte a fenomeni ampiamente prevedibili e di dimensioni governabili si è preferito lasciare incancrenire i problemi, creare allarme sociale per giustificare poi interventi straordinari. Si tratta di poteri che intaccano diritti fondamentali della persona riconosciuti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali per effetto di disposizioni di carattere amministrativo. Adesso non si comprende bene come si vorrebbe mettere un suggello su questo brutto pasticcio paralegislativo, forse con una previsione di carattere generale contenuta nel “pacchetto sicurezza”. Un vero e proprio artificio, una procedura che si sottrae alle regole del procedimento legislativo, un esempio di degrado istituzionale che non rispetta neppure il principio di legalità costituzionale e la gerarchia delle fonti normative. Dallo stato di diritto allo stato di polizia.
Considerazione 3
Il ministro Maroni ha replicato alle critiche di un portavoce della Commissione europea sulla schedatura dei bambini rom. “Il portavoce del commissario – ha dichiarato Maroni - dovrebbe conoscere bene i regolamenti europei. Ce n'é uno, il 380 del 18 aprile 2008, che prevede l'obbligo di prendere le impronte digitali di cittadini di paesi terzi dall'età di sei anni. Abbiamo agito in base a quello”.
Ancora una volta, come già successo prima che la direttiva rimpatri, la “direttiva della vergogna”, fosse approvata definitivamente dal Parlamento Europeo, con la giustificazione del reato di immigrazione clandestina, si tenta di nuovo un uso strumentale e fuorviante del diritto comunitario per giustificare le peggiori pratiche di vera e propria “pulizia etnica” che il governo italiano intensifica ogni giorno a danno della popolazione rom presente in Italia.
Il Regolamento dell’ Unione Europea n. 380 si limita a modificare il regolamento (CE) n. 1030/2002 che istituisce un modello uniforme per i permessi di soggiorno rilasciati a cittadini di paesi terzi, riguarda esclusivamente cittadini di paesi terzi “ extracomunitari” ai quali si deve rilasciare un permesso di soggiorno. Si precisa che il “regolamento ha il solo obiettivo di stabilire gli elementi di sicurezza e gli identificatori biometrici che gli Stati membri devono utilizzare in un modello uniforme per i permessi di soggiorno rilasciati a cittadini di paesi terzi”, specificando che “l’inserimento di identificatori biometrici costituisce una tappa importante verso l’utilizzazione di nuovi elementi che consentano di creare un legame più sicuro tra il permesso di soggiorno e il suo titolare, fornendo in tal modo un notevole contributo alla protezione del permesso di soggiorno contro l’uso fraudolento”. L’accattonaggio dei piccoli rom non si può contrastare con misure previste per istituire un modello uniforme di permesso di soggiorno, e va quindi combattuto con altri mezzi, soprattutto riducendo le aree di clandestinità e di esclusione sociale, bonificando i campi e individuando alloggi dignitosi, siano case o campi attrezzati, una direzione opposta rispetto a quella seguita dall’attuale governo italiano.
Lo stesso regolamento n. 380 del 2008, invocato da Maroni, aggiunge poi che, “con riguardo al trattamento dei dati personali nell’ambito del modello uniforme per i permessi di soggiorno, si applica la direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati”. Dovrebbero essere ben note al ministro dell’interno ed ai suoi consulenti le precise garanzie previste dalla normativa sui dati personali in favore dei minori.
Bene ha fatto il Garante per la Privacy a denunciare il rischio di una pericolosa discriminazione ai danni dei bambini di etnia rom, chiedendo ai prefetti di conoscere modalità di acquisizione, tempi di conservazione e finalità della raccolta dati.
Se il ministro dell’interno andrà “sino in fondo”, come continua ad annunciare, il Garante per la Privacy dovrà denunciare le decisioni, e le prassi amministrative adottate dal governo italiano, agli organismi internazionali ed alla Corte di Giustizia di Lussemburgo in quanto si ravvisi una violazione rispetto alla disciplina comunitaria sui dati personali ed al più generale divieto di atti di discriminazione istituzionale, che vale anche in questa materia.
Nelle premesse del regolamento comunitario 380 del 2008, relativo alla istituzione di un modello uniforme di permesso di soggiorno per i cittadini non appartenenti all’Unione Europea si precisa poi che, “in ottemperanza al principio di proporzionalità, per conseguire l’obiettivo fondamentale costituito dall’introduzione di identificatori biometrici in formato interoperativo, è necessario e opportuno fissare norme per tutti gli Stati membri che attuino la Convenzione di Schengen. conformemente all’articolo 5, terzo comma del trattato il presente regolamento si limita a quanto è necessario per conseguire gli obiettivi perseguiti”.
Secondo il regolamento “gli elementi biometrici contenuti nei permessi di soggiorno possono essere usati solo al fine di verificare:
a) l’autenticità del documento;
b) l’identità del titolare attraverso elementi comparativi direttamente disponibili quando la legislazione nazionale richiede la presentazione del permesso di soggiorno. Combinando questa disposizione con la normativa sulla privacy emerge chiaramente come il governo italiano, prevedendo il rilievo delle impronte digitali nei confronti di soggetti che non hanno alcun permesso di soggiorno abbia violato non solo le norme contro la discriminazione, ma anche la disciplina interna e comunitaria sulla tutela dei dati personali. A meno che non si intenda concedere un permesso di soggiorno a tutti coloro ai quali, in una situazione di soggiorno irregolare, vengano rilevate le impronte digitali. E magari anche alle loro famiglie….
Il Ministro dell’interno dovrebbe almeno a fare conoscere agli italiani la esatta portata dei regolamenti comunitari che invoca a fondamento delle scelte del suo esecutivo, scelte ancora prive di una base legale certa e dubbie anche sul piano delle procedure seguite, oltre che dal punto di vista della legittimità costituzionale ed internazionale. Ma di questo ci sarà modo di discutere non appena sarà possibile presentare i primi ricorsi alla Corte Costituzionale ed alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Già ad un rilievo testuale appare però evidente come il rilievo delle impronte digitali ai minori si possa giustificare solo in caso di cittadini non appartenenti a stati dell’Unione Europea che chiedano un permesso di soggiorno.
Considerazione 4
Non si comprende quindi come un regolamento dell’Unione Europea che si rivolge a cittadini “extracomunitari” possa essere invocato come base legale per un decreto e per ordinanze governative di protezione civile che si dovrebbero applicare in caso di calamità naturali e non certo quando non si fa richiesta di un permesso di soggiorno, ma neppure per mere finalità di monitoraggio e censimento dei campi “nomadi”, al fine di una eventuale espulsione o altra misura di allontanamento, anche con riferimento ai bambini rom comunitari.
Secondo Maroni le disposizioni che prevedono il rilievo delle impronte digitali ai minori rom sarebbero stata adottate “seguendo le normative europee”. Ma le “normative europee” non collegano – come si è rilevato - il rilievo delle impronte digitali alle operazioni di censimento e di schedatura, di sgombero dei campi o di sottrazione dei minori, come le ordinanze di protezione civile adottate in Italia alla fine di maggio, dopo la dichiarazione per decreto di uno “stato di emergenza”. Queste ordinanze conferiscono al Prefetto i poteri per compiere operazioni di
- “monitoraggio dei campi autorizzati in cui sono presenti comunità nomadi ed individuazione degli insediamenti abusivi”;
- “identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei luoghi ……, attraverso rilievi segnaletici”;
- “adozione delle necessarie misure, avvalendosi delle forze di Polizia, nei confronti delle persone che risultino o possano essere destinatarie di provvedimenti amministrativi o giudiziari di allontanamento o di espulsione”.
Tutto rimane affidato alla discrezionalità dei commissari straordinari, quindi dei prefetti, e poi ancora dell’autorità di polizia, liberi di adottare tutte le “necessarie misure” nei confronti delle persone da identificare “che risultino o possano essere destinatarie di provvedimenti amministrativi o giudiziari di allontanamento o di espulsione”. Senza rispettare il principio di eguaglianza e le scarne garanzie di difesa previste dalle Convenzioni internazionali, dal Testo Unico sull’immigrazione e dalla normativa sulla libera circolazione dei cittadini comunitari. Ed i minori, in ogni caso, non possono essere direttamente “destinatari di provvedimenti di espulsione”, anche se devono a seguire i nuclei familiari in caso di allontanamento forzato.
Considerazione 5
Le misure annunciate sulla schedatura dei bambini rom non produrranno alcuna maggiore sicurezza per i minori “nomadi”, né combatteranno l’accattonaggio, come asserito pretestuosamente dal ministro, ma alimentano da subito un clima di terrore nei campi e di discriminazione razziale al loro esterno, perché costituiscono la premessa per successivi provvedimenti che tenderanno ad allontanare i piccoli rom dalle loro famiglie, quando non abbiano uno status di soggiorno legale o vivano nelle condizioni di degrado nelle quali da anni sono colpevolmente abbandonate dalle autorità italiane.
Tutto questo si sta già traducendo in nuovi interventi repressivi, probabilmente affidati anche all’esercito, oltre che alle nuove polizie urbane armate, interventi che incrementeranno la clandestinizzazione dei rom, spezzando quei percorsi di integrazione in base ai quali si era riusciti a regolarizzare la posizione di intere famiglie partendo dalla integrazione socio-scolastica dei minori figli di irregolari. Si vanificheranno in questo modo quei progetti di intervento sociale che con grande difficoltà stavano tentando di recuperare una effettiva valenza dei diritti di cittadinanza di tutti i rom nel rispetto della legalità e della convivenza civile. Come ha ricordato Francesco Merlo in un suo editoriale, “in tutta l’Europa centrale, che registrava il tasso più alto di popolazione zingaresca, per ben tre secoli decreti e leggi furono emanati per “liberare” i bambini degli zingari dai loro genitori naturali, sino alla soluzione finale nazista e dunque all’internamento di adulti e pargoli”.
Il ministro Maroni ha pure sostenuto che “nei tribunali e nelle procure minorili chi ha meno di 18 anni e deve essere affidato a un istituto perché è senza famiglia viene sottoposto ai rilievi proprio per ricostruire la sua identità. Esattamente la procedura che stiamo portando avanti noi». Il ministro dimentica che la misura adottata negli uffici della giustizia minorile non distingue per l’appartenenza ad un gruppo etnico (i nomadi o i rom) ma prende in considerazione le esigenze di identificazione dei minori (tutti) che entrano in un istituto, nel rispetto del principio costituzionale di parità di trattamento tra italiani e stranieri ( art. 3 della Costituzione).
La sicurezza è un bene indivisibile, per tutti o per nessuno. Il riconoscimento dei diritti è la migliore garanzia del rispetto dei doveri. Ai Rom e ai Sinti insieme deve essere riconosciuto lo “status” di minoranza nazionale, vanno attuate e favorite politiche di integrazione, di partecipazione diretta e di mediazione culturale in loro favore. Inoltre vanno attuate politiche di accoglienza a favore dei Rom comunitari, nell’ambito di una politica europea che rimuova le cause che provocano la loro immigrazione in Italia. Piuttosto che adottare misure di stampo chiaramente repressivo e discriminatorio, al di là delle buone intenzioni che si enunciano, in nome di inesistenti normative comunitarie, occorrono leggi che realizzino anche in Italia le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa a tutela dei Rom.
Occorre una procedura di regolarizzazione, con l’acquisto della cittadinanza a favore dei bambini Rom nati e residenti in Italia, e in questo caso ben venga il rilievo delle impronte digitali, che però allora va esteso a tutti i bambini italiani in età superiore a sei anni, anche perché i casi di rapimenti a danno di minori italiani sono molto più frequenti tra gli italiani, sia in termini assoluti che in percentuale alla popolazione residente. Se si vorrà garantire una maggiore sicurezza, per tutti, attraverso la eliminazione delle sacche di clandestinità e di emarginazione, si dovrà realizzare la legalizzazione di tutti i giovani adulti rom anche di terza generazione, nati e vissuti in Italia ma che non hanno accesso al lavoro regolare ed ai servizi fondamentali perché considerati clandestini e quindi senza nessun diritto di cittadinanza attiva. Anzi espellibili in ogni momento in cui vanno a rivendicare i loro diritti. E sono decine di migliaia. Una condizione di soggiorno regolare è il più forte deterrente verso la commissione di reati, e consente un ingresso legale nel mondo del lavoro. Va riconosciuta la “carta di soggiorno” per i Rom che abitano in Italia da almeno 5 anni e per i rom comunitari, a prescindere dai certificati di residenza.
Prima di procedere al “censimento - schedatura” ed allo sgombero dei campi “nomadi” ritenuti abusivi anche quando sono stati riconosciuti per anni dalle amministrazioni comunali, i diversi gruppi di rom vengano sistemati - come prescrive il Consiglio d’Europa - in insediamenti decorosi: alloggi, case o microaree residenziali a dimensioni di famiglie allargate, scelti in concorso con gli interessati, praticando politiche che si confrontino con le istanze delle comunità locali. Occorre mettere fine alla strumentalizzazione della paura ed alla guerra tra poveri innescata dalle politiche di governo, a livello locale e nazionale, che puntano sulla sicurezza per nascondere tutti i problemi e le frustrazioni derivanti dall’abbattimento dello stato sociale. di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo
lunedì 30 giugno 2008
Razzismo di stato, cinque considerazioni
domenica 29 giugno 2008
Il ministro Maroni richiama all'ordine i prefetti
L'attività di censimento nei “campi nomadi” sta procedendo regolarmente, secondo le indicazioni contenute nelle ordinanze. Lo riferisce una nota del Viminale al termine della riunione con i Prefetti di Roma, Milano e Napoli, Commissari straordinari per l'emergenza relativa agli insediamenti di comunità rom e sinte.
L'incontro - spiega il comunicato - è il primo di una serie di verifiche periodiche e “ha consentito di mettere a punto una completa e condivisa linea tecnica nell'applicazione delle ordinanze del Presidente del Consiglio dei ministri, volta ad affrontare le problematiche fin qui emerse”.
“È stato particolarmente utile - prosegue il ministero dell'Interno - lo scambio di informazioni sulla attività in corso e sulle prassi più efficaci sperimentate, che hanno evidenziato una generale armonia nella prima fase degli interventi. Si è potuto rilevare che l'attività di censimento sta procedendo regolarmente, secondo le indicazioni contenute nelle ordinanze, con l'obiettivo di riconoscere l'identità personale, anche a coloro che non sono in grado di dimostrarla, attraverso il ricorso alle tipologie di rilievo segnaletico necessarie, ivi comprese le impronte digitali”.
Tantissime le dichiarazioni sia nel condannare che nel applaudire l’iniziativa razzista del Governo italiano. A questo punto è urgente che le associazioni sinte e rom sappiano fare sintesi per contrastare con ogni mezzo il primo passo verso una tragedia già vista.
Maroni: andremo fino in fondo
«Andremo fino in fondo con il censimento, così come con tutte le altre misure». Non fa marcia indietro il ministro dell'Interno Roberto Maroni sulla schedatura dei nomadi, bimbi compresi, neanche dopo le dure critiche del Consiglio d'Europa e l'Europarlamento.
L'ordinanza sulle impronte dei rom «rispetta, oltre alle leggi italiane, anche le direttive europee» insiste Maroni in un'intervista al Corriere della Sera, e ribadisce la posizione del governo che a dispetto delle apparenze Maroni definisce «in linea con le decisioni prese in sede comunitaria». E a proposito dei "richiami" dell'Unione Europea Maroni promette "tolleranza zero". «Esternerò al ministro dell'Interno francese la mia posizione rispetto all'Ue - annuncia Maroni - intemperanze verbali e stravaganze non possono più essere tollerate. Ha ragione Berlusconi - dice il ministro leghista - quando dice che i commissari europei e ancor di più i loro portavoce dovrebbero informarsi prima di parlare. Adesso si capisce meglio perché l'Irlanda ha votato contro l'Ue».
E mentre il governo promette di «andare fino in fondo con il censimento così come con tutte le altre misure» senza «farsi condizionare da polemiche immotivate e infondate» frutto solo di «un moralismo ipocrita» le reazioni critiche all'annuncio si moltiplicano.
Il no del prefetto Mosca irrita il Ministro che chiama immediatamente a rapporto i tre commissari (Prefetti di Milano, Roma e Napoli). Il Prefetto di Roma aveva affermato: «così come non si prendono le impronte digitali per il passaporto ai minori italiani così non si vede il motivo per cui bisogna farlo con i bambini rom» ha detto Mosca.
«O si chiedono le impronte a Napolitano e ai bambini rom o sennò questo è razzismo» dice il leader Udc Pierferdinando Casini, a Piacenza durante un faccia a faccia con Enrico Letta. «Adesso però, prosegue il leader dell'Udc, non si dica che non voglio le impronte: solo che o si chiedono a tutti o commettiamo un grave atto di razzismo».
«Nei confronti di immigrati e rom si assiste di giorno in giorno al paventare provvedimenti restrittivi e discriminatori che, prima ancora di essere attuati, destano allarme ed agitazione generale con la previsione di tempi burrascosi per tutti. Per chi è fatto bersaglio diretto di tali provvedimenti, per chi con maggiore o minore insistenza li ha reclamati e per tutta la nostra società italiana». Questa è l'opinione della Fondazione Migrantes, promossa dalla Cei, che registra «con forte preoccupazione», in un documento approvato nella riunione conclusasi sabato a Verona, «il persistere, anzi l'estendersi di un clima di tensione» per quanto riguarda le «misure che si stanno predisponendo» nei confronti degli immigrati clandestini e dei nomadi.
L'intento, rileva Migrantes, è quello di «rimuovere le paure degli italiani», ma «queste misure, oltre ad essere inefficaci», sembra che «vadano in direzione contraria». Inoltre, «si continua ad annunciare lo smantellamento dei campi rom senza indicare sotto quale tetto essi possano sopravvivere. In particolare - aggiunge la nota - non si comprende perché le impronte digitali vengano prelevate soltanto ai minori di questa minuscola etnia rom, quando proprio in questi mesi si è spesso informati di bande minorili italiane, che scorrazzano per le vie e parchi delle nostre città lasciando tracce di violenza non solo verbali».
Intanto l'europarlamentare radicale Marco Cappato, insieme alla collega Viktoria Mohacsi, deputata ungherese di etnia rom, ha proposto al gruppo liberaldemocratico all'eurocamera (Alde) di chiedere un dibattito urgente sulla questione delle impronte digitali ai rom. Se la richiesta verrà accettata dalla conferenza dei capigruppo la prossima settimana, il tema sarà discusso durante la sessione plenaria di Strasburgo del 7-10 luglio.
sabato 28 giugno 2008
Sinti e Rom… la persecuzione continua
Nel 1890 hanno organizzato in Germania uno speciale congresso sul tema Zigeunergeschmeiss ("la schiuma zingara"). Le forze militari vengono ufficialmente autorizzate a regolare i movimenti degli “zingari”.
Nel 1909 un’apposita conferenza dedicata "al problema zingaro" decide di marchiare a caldo tutti i Rom e Sinti tedeschi per una più facile identificazione.
Nel 1920 tutti i Sinti e i Rom presenti in territorio tedesco devono essere fotografati e rilasciare le proprie impronte digitali.
Nel 1938 si svolge la Zigeuneraufraumungswoche (“la settimana di pulizia dagli zingari”). Centinaia di Rom e Sinti in Germania ed Austria sono arrestati, malmenati ed imprigionati. Himmler predispone che determinati Rom e Sinti siano mantenuti in vita alla stregua di "monumenti storico-antropologici" affinchè gli li si possa nel tempo studiare.
Oggi nell’anno 2008, il ministro Maroni ha dato il via alla Polizia per prendere le impronte digitali agli abitanti di tutti “campi nomadi” in Italia, (stranieri e italiani) compresi tutti i bambini ancora minorenni, esseri umani marchiati come animali, fotografati e schedati già da piccoli come delinquenti e criminali, l’unico reato: colpevoli di appartenere ad un’etnia diversa…i Sinti e i Rom. Il ministro Maroni ha riproposto le leggi della Germania, promulgate negli anni 1890, 1909,1920 e 1938.
I rastrellamenti d’oggi sono eguali a quelli di allora, all’orrore passato durante la seconda guerra mondiale dai Sinti, Rom ed Ebrei, oggi la differenza è nulla, stiamo tornando al tempo dove rinchiudevano tutti i Sinti e Rom, senza distinzioni d’età e sesso, stiamo tornando alla Seconda Guerra Mondiale, alle disposizioni dal Reichsführer SS e Capo della polizia tedesca, «regolamentazione della questione degli zingari – in base alla disposizione della polizia degli stranieri del 22 agosto 1939 (RGBI. I p. 1053».
Il Mondo… l’Europa… il Governo italiano… il Presidente della Repubblica Italiana… nemmeno il Santo Padre si fa sentire… personaggi che con un misero piccolo gesto potrebbero fermare tutto quest’assurdo odio razziale che si sta evolvendo sempre più forte, in tutta l’Italia. Queste persone si stanno nascondendo, facendo finta di non sentire e vedere il male che si sta perpetuando verso i popoli dei Sinti e dei Rom, stanno aspettando che un altro olocausto… un nuovo Porrajmos divori tutti, soltanto alla fine interverrà qualcuno a denunciare un altro, a portare un colpevole davanti ad un giudice.
Come fa la gente a dormire, ad alzarsi la domenica mattina, recarsi in chiesa con tutta la famiglia a pregare, a confessarsi, chiedendo “mi assolvi padre perché ho peccato” come fanno a credere in Dio se partecipano tacendo, accettando e permettendo applaudendo tutto il male che sta perseverando in Italia. Come fanno tutte le chiese, le religioni… a stare in silenzio, a permettere tutto questo.
I Sinti e i Rom ancora oggi, dopo 60 anni, stanno rivivendo tutto l’orrore, la paura, la disperazione che hanno provato all’epoca. Sono ancora braccati e perseguitati, devono ancor fuggire nascondendosi nelle campagne e nei boschi, tenersi lontano dai centri abitati. Un vento gelido entra nella mente, nel cuore, la disperazione, l’orrore, la paura vista attraverso gli occhi dei bambini, delle donne e dei vecchi, fanno scoppiare le vene di rabbia, ma anche di crepacuore, perché un pensiero forte, sempre più grande si fa strada, ci ammazzano tutti, dove andiamo, cosa facciamo, con cosa ci copriamo quando fa freddo, i nostri bambini come faranno a crescere sani e forti, senza mangiare e bere, coma possiamo vivere in mezzo a tante barbarie, in mezzo a tante cattiverie…
La consapevolezza certa che non si può far niente, i più forti sono loro, i Sinti e i Rom non hanno dei soldati, degli eserciti che li difende che li salva dal nemico, non possono nemmeno difendersi da soli, perché non hanno nessun tipo d’arma, ne fucili e ne bombe atomiche, nella loro religione, nella mente, nel cuore non c’è mai stata la guerra.
I Sinti e i Rom non hanno nessuno che li aiuta, non hanno terre, capitali, petrolio, oro, miliardi, forse se avessero tutto questo, qualcuno direbbe con voce autorevole , Basta Italia…smettila.
Allora di nuovo come allora, stanno cercando di rinchiudere, di scacciare e di eliminare tutte le minoranze sinte e rom, dopo aver visto che il grande assassino “Adolf Hitler” all’epoca non c’era riuscito. Oggi ci riprova d’Italia, coinvolgendo e istigando all’odio razziale, la maggior parte della popolazione italiana, dichiarando che i Sinti e i Rom sono tutti dei criminali, colpevoli dei reati più grandi e crudeli del Mondo e se tutti i Rom e Sinti d’Italia scomparirebbero… anche tutto il male scomparirebbe.
Rom e Sinti danno fastidio a tutti… non perché rubano… non perché sono sporchi o per le mille ragioni che gli si vuole attribuire… no non per tutto questo… se davvero il motivo principale e quello che gli si vuole attribuire… allora si dovrebbero punire tutti i popoli, perché questo si trova in tutti i popoli esistenti al Mondo.
Il dottor Johann Trost, ex deportato a Dachau, ha così testimoniato alla commissione Olandese per i crimini di guerra: «Tutti disprezzavano gli zingari, di razza pura o meticcia: tutti, dai deportati alle SS. Allora perché rinunciare? Chi si sarebbe lamentato? Chi avrebbe testimoniato? Gli zingari contavano ancor meno degli ebrei. Gli zingari non avevano nessuna rappresentanza negli stati che li avevano visti nascere. Essi non esistevano a livello nazionale o internazionale. Al limite siamo stati in presenza di un delitto perfetto. Un delitto senza cadaveri. Chi volete ancora oggi che reclami uno zingaro».
La stupidità più grande nel mondo è la paura del diverso… ma l’ignoranza più grande è non ammettere che tu stesso sei un diverso fra i mille diversi… di Radames Gabrielli, Sinto italiano, Presidente di Nevo Drom (in foto Sinti tedeschi nel 1928)
Napoli, protesta contro la schedatura etnica
Con un'incursione a sorpresa (anche per noi... vista la mastodontica "macchina di controllo"), una decina di attivisti antirazzisti ha srotolato oggi pomeriggio uno striscione di protesta sotto palazzo Reale in occasione della visita del Presidente Giorgio Napolitano, megafonando le proprie motivazioni.
E' stata un'iniziativa di comunicazione e di protesta per la schedatura etnica di migliaia di cittadini rom, che sta avvenendo nella provincia di Napoli in questi giorni. Sullo striscione c'era scritto: “Leggi Razziste - Schedatura Etnica! Presidente: Perchè non fai niente!?”
Il motivo è il cosiddetto pacchetto-sicurezza che prevede la costituzione del “Commissario alla questione Rom” (con linguaggio francamente da ventennio) e da cui nasce la schedatura di migliaia di persone, compresi i minorenni, per il solo fatto di appartenere a un certo gruppo etnico e sociale. Una forma di razzismo istituzionale in un decreto incostituzionale anche per il 'reato di immigrazione' e 'l'aggravante di clandestinità', che rompe l'uguaglianza di fronte alla legge. Un decreto in contrasto con la Costituzione italiana e la stessa UE.
Da qui la nostra protesta/appello al Presidente della Repubblica per non aver detto e fatto niente, finora, su questo decreto, come il Suo ruolo di garante costituzionale pure imporrebbe.
Momenti di incomprensibile tensione, a nostro avviso, da parte delle forze di sicurezza. Che hanno schierato i reparti antisommossa come fossero davanti a un corteo e poi ci hanno goffamente seguiti quando dopo aver sostato un'ora sotto palazzo Reale, striscione e megafono si sono mossi per comparire a sorpresa nei vari punti del corteo diplomatico legato al vertice. Antirazzisti Napoletani
Il pragmatismo di Cacciari mette all’angolo la Lega Nord?
Ultima puntata della stagione di Otto e mezzo. Ieri sera. La7. Faccia a faccia tra il ministrojazzista (in studio) e il sindacofilosofo (in collegamento). Si parla di emergenza rom e integrazione. Il ministro Roberto Maroni illustra la sua proposta: «Un censimento per tutelare in primo luogo i bambini ». Si difende dall'accusa di fare ricorso a leggi razziali: «Stupidaggini di chi accetta che oggi ci siano in Italia 20/30 mila minori, non si sa quanti, sfruttati, costretti a vivere in miseria e a condividere le proprie abitazioni con i topi». Il sindaco Massimo Cacciari ascolta. Fa visibilmente su e giù col capo. «Annuisce clamorosamente» come sottolineano i conduttori. Quindi spiazza: «Sono totalmente d'accordo».
La domanda-provocazione di Lanfranco Pace, «Ma quindi si smarca da quella sinistra...», cade sotto il peso del Cacciari-pensiero. Il ministro ha fornito l'assist. Il sindaco attacca, portando la palla su un terreno di gioco a lui caro: il campo sinti che sta realizzando a Mestre ma che la Lega Nord contesta.
Tira dritto Cacciari: «Onde appunto risolvere una questione esattamente del tipo di quella descritta dal ministro (anche se non così drammatica) dal '98 abbiamo stabilito di realizzare un nuovo campo sinti». Non “nomadi”: «sinti», «stanziali», «tutti con la carta d'identità italiana», «con i bambini che vanno a scuola». Ecco: «Sono totalmente d'accordo con il ministro: i campi devono essere regolari, sorvegliati ».
Quindi affonda: «Visto che noi stiamo facendo proprio quello che il ministro ha detto, sono certo che mi aiuterà a realizzare questo campo, a differenza dei governi precedenti di centrosinistra che mi avevano promesso dei soldi e invece dopo non me li hanno dati».
Il faccia a faccia continua. Mai nessun riferimento alla proposta di prendere le impronte anche ai bambini. Il sindaco pd accetta suo malgrado l'etichetta di «sindaco sceriffo»: «Nessun sindaco vuole fare lo sceriffo». Parla d'immigrazione come di un «processo epocale», concorda sul fatto che «il fenomeno dei clandestini va controllato e represso», ripete e ripete la parola «integrazione». Quindi conclude: «Credo che sui principi generali che Maroni ha espresso questa sera ci possa essere una fattiva collaborazione, a partire dalle azioni che svolgono le città. È lì il fronte, il fronte tra la marea dell'immigrazione e gli indigeni, non intorno a Palazzo Chigi».
venerdì 27 giugno 2008
Rom e Sinti, l'Italia è incivile!
La stampa britannica punta il dito sul piano del governo di prendere le impronte digitali dei Sinti e dei Rom, bambini compresi.
Il più critico è l'Independent: il quotidiano parla di comportamento «incivile» e di una crescente repressione delle minoranze che ricorda le politiche del fascismo. In un commento intitolato «Comportamento incivile», l'Independent scrive: «Gli elettori italiani sapevano a cosa andavano incontro quando hanno riportato al potere Silvio Berlusconi», alleato della Lega Nord, «notoriamente xenofoba». E il premier «non ha perso tempo».
«La stigmatizzazione ufficiale dei Rom ha scatenato la furia popolare», con gli attacchi ai campi nomadi. Ma gli stessi italiani, continua il quotidiano, patiranno le conseguenze di questo «spasmo di crudeltà» verso gli stranieri, poiché l'Italia si serve degli immigrati per fare tanti lavori, dalla pulizia all'assistenza agli anziani. E c'è anche «un danno, meno tangibile, ma non meno significativo, alla reputazione dell'Italia»: ogni atto di violenza popolare contro gli stranieri, ogni istanza di discriminazione ufficiale contro i Rom «diminuisce la pretesa del Paese di essere considerata una nazione civile».
Il commento è abbinato a un reportage dal titolo «Situazione difficile dei Rom: echi di Mussolini». Nell'articolo, il corrispondente Peter Popham afferma che l'emergenza sicurezza è «una questione strana, una diversione» perché «non sembra esistere né nelle statistiche né come esperienza personale»: la criminalità nelle città italiane non è granché, «non c'è epidemia di rapine, aggressioni, scippi, stupri», l'Italia «è un Paese dove è abbastanza sicuro camminare per strada» eppure «il governo si comporta come se fosse la Colombia».
Con la differenza che «il presunto aumento della criminalità» è attribuito a un particolare gruppo etnico, i Sinti e i Rom. L'articolo parla di «paranoia», ricorda il "Manifesto della Razza" di Mussolini e fa notare che durante l'Olocausto sono morti 1,6 milioni di Rom, e di Sinti «un genocidio proporzionalmente maggiore di quello sofferto dagli ebrei».
Anche la corrispondenza del Telegraph sottolinea nelle prime righe che il progetto è stato paragonato alle politiche di Benito Mussolini. Altri media mettono in rilievo nei titoli le polemiche suscitate dall'iniziativa. E' un «piano criticato» (Bbc), in particolare dall'Unicef (Guardian), un'idea che ha fatto scoppiare «un putiferio» (Daily Mail). Quest'ultimo giornale correda l'articolo online con la foto di una bambina rom del campo di Giugliano (Napoli) che sorride davanti all'obiettivo. Dell'argomento si erano già occupati ieri sui loro siti il quotidiano spagnolo El Pais e quello americano International Herald Tribune, sottolineando preoccupazioni e critiche.
Prefetto Mosca: no alle impronte digitali per i bambini
Intervenendo a un incontro nella facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre, il prefetto di Roma Carlo Mosca, commissario governativo per i “nomadi” per il Lazio, ha detto che nel censimento che sarà fatto nei “campi nomadi” di Roma non farà prendere le impronte digitali ai bambini rom e sinti. E quindi implicitamente afferma che la schedatura comunque sarà effettuata.
«Così come non si prendono le impronte digitali per il passaporto ai minori italiani così non si vede il motivo per cui bisogna farlo con i bambini rom», ha detto Mosca rispondendo ad un giornalista.
Il prefetto ha detto che nei confronti dei Sinti e dei Rom non si farà un'attività di «schedatura» ma di «ricognizione», fatta da personale della Croce Rossa, con l'obiettivo di conoscere diverse realtà fermo restando, nel caso si troveranno persone con problemi di giustizia, che si agirà di conseguenza. «Fermezza» ma nessun attività di discriminazione nei confronti dei Sinti e dai Rom, ha aggiunto Mosca.
Noi di sucardrom rileviamo che la Croce Rossa fu corresponsabile con i Governi tedeschi e italiani durante il Porrajmos, soprattutto in Italia che era di fatto un corpo militare. Questa organizzazione era a conoscenza di quanto succedeva, per esempio, ai bambini sinti ad Auschwitz-Birkenau ma dopo la “visita” i responsabili della Croce Rossa dichiararono: “nulla da segnalare, è un normale campo di lavoro”. La favola di essere stata ingannata dai nazisti e dai fascisti speriamo di non doverla sentire un’altra volta. Inoltre, anche se stimiamo il Prefetto Mosca lo avvisiamo che lo denunceremo se sarà fatta una «ricognizione» sui Cittadini italiani sinti e rom.
Impronte digitali, uno specchietto per le allodole
L’iniziativa di Maroni di schedare i Sinti e i Rom con rilievi biometrici ha fatto scoppiare la polemica in Italia. Soprattutto alimentata dalle dichiarazioni del ministro che anche i bambini sinti e rom saranno sottoposti a tale rilievo.
Il Ministro si fa forte di quanto previsto nelle tre ordinanze (Lombardia, Lazio e Campania) firmate dal Presidente Berlusconi il 30 maggio scorso. Se analizziamo queste ordinanze potremmo trovare molte similitudini con le ordinanze sindacali che ogni giorno vengono emesse, soprattutto nel Nord Italia, contro le popolazioni sinte e rom.
Il Ministro Maroni e gli esponenti della Lega Nord continuano a ripetere che le misure previste sono a favore dei Sinti e dei Rom ma in effetti non troviamo nelle ordinanze la principale misura richiesta a gran voce dalle popolazioni sinte e rom e da tutte le organizzazioni internazionali: il riconoscimento ai Sinti e ai Rom dello status di minoranze.
Anzi, nelle ordinanze troviamo i soliti luoghi comuni che associano le minoranze sinte e rom ai problemi dell’immigrazione ma in Italia la stragrande maggioranza di Sinti e Rom hanno la Cittadinanza italiana perché presenti circa seicento anni.
Certo ci sono situazioni critiche a Milano, Roma e Napoli ma la responsabilità è di chi non ha mai voluto governare l’immigrazione. E il problema non possono essere certo i circa duemila Rom rumeni a Milano, una metropoli di oltre un milione e mezzo di abitanti. Inoltre, in queste Città chi ha amministrato non ha mai promosso una seria politica per la casa non solo per i Rom ma per tutti i Cittadini.
Tutti noi siamo consapevoli dei problemi di queste tre Città ma è indubbio che la volontà che sottende a questi interventi è persecutoria e razzista, come lo sono le innumerevoli ordinanze sindacali che in questi anni sono state emesse, perché in queste ordinanze non vi è nemmeno una delle azioni che ad esempio il Parlamento europeo o il Consiglio d’Europa ha chiesto di attuare negli Stati membri.
Confrontiamo ad esempio la Raccomandazione 1557/2002 del Consiglio d’Europa con l’Ordinanza per la Lombardia. Nella raccomandazione si pongono sei condizioni
1) Riconoscere lo stato giuridico di minoranze ai Sinti e Rom. Azione non presente nell’ordinanza.
2) Elaborare ed attuare programmi specifici atti a migliorare l'integrazione dei rom e dei sinti nella società come individui, comunità, gruppi minoritari, assicurare inoltre la loro partecipazione ai processi decisionali a livello locale, regionale, nazionale ed europeo. Azione non presente nell’ordinanza.
3) Garantire ai Sinti e ai Rom trattamenti in quanto gruppo minoritario nel campo dell'istruzione, dell'impiego, della assistenza medica, dei servizi pubblici, della sistemazione abitativa. Azione non presente nell’ordinanza.
4) Sviluppare e mettere in atto azioni positive che favoriscono le classi svantaggiate quali appunto i rom e i sinti nel campo dell’istruzione del impiego degli alloggi. Azione non presente nell’ordinanza.
5) Prendere provvedimenti precisi e creare istituzioni speciali per proteggere la lingua, la cultura, le tradizioni, di identità sinte e rom. Azione non presente nell’ordinanza.
6) Combattere il razzismo, xenofobia, l'intolleranza e garantire un trattamento non discriminatorio dei rom/sinti a livello locale, regionale, nazionale, internazionale. Azione non presente nell’ordinanza.
È quindi evidente che il problema non è tanto la “schedatura” con rilievi biometrici per i minori e anche per gli adulti ma è un’impostazione criminalizzante che persegue l’obiettivo di negare a Sinti e a Rom i diritti che ogni Cittadino italiano ed europeo gode dalla nascita.
Tant’è che anche i politici, i giornalisti e la società civile in generale si scandalizzano oggi per l’intento del Ministro Maroni di attuare il rilievo biometrici per i bambini rom e sinti ma non si scandalizzano se dei Cittadini italiani sono rinchiusi in un “campo nomadi” con un presidio di Forze dell’ordine all’entrata che controlla i tesserini di chi entra e chi esce. Ne si scandalizzano quando una famiglia di Cittadini italiani è cacciata prima dal luogo di residenza perché non hanno obbedito al “patto di legalità e socialità” e gli vengono tolti i figli dopo alcuni mesi perché non hanno più una “casa”. di Carlo Berini
Ue, Maroni si fermi
Se il governo italiano andasse fino in fondo con l'annunciata intenzione di prendere le impronte digitali a tutti i minori sinti e rom, troverebbe l'opposizione della Commissione europea. Lo ha detto oggi a Reuters una fonte vicina al commissario Ue alla Giustizia Jacques Barrot (in foto).
«E' chiaro che la Commissione punta al rispetto del principio di anti-discriminazione ovunque. Non si capisce qual è il criterio applicato: oggi sono i Rom, domani potrebbero essere i tunisini», ha detto la fonte, commentando l'iniziativa annunciata dal governo di censire i minori sinti e rom sulla base delle impronte digitali, che ha suscitato forti polemiche.
«E' chiaro che la Commissione si oppone ad ogni tipo di iniziativa contro la protezione dei dati dei bambini e dei cittadini in generale», ha precisato la fonte.
Ieri il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha ribadito la volontà dell'esecutivo di centrodestra di andare fino in fondo con l'iniziativa, prevista nel cosiddetto pacchetto-sicurezza, che sarebbe non una "schedatura etnica" ma una garanzia a tutela dei diritti dei sinti e dei rom.
Venezia, iniziano i lavori
Nel giorno dell’avvio dei lavori, senza incidenti, il fronte del no al villaggio Sinti a Mestre annuncia nuove battaglie in memoria di un anziano manifestante morto dopo un malore causato - secondo quanto accertato finora - da un colpo di calore. Sucardrom porge le più sentite condoglianze alla famiglia Serena per la scomparsa del signor Gino.
La notizia della morte di Gino Serena, di 77 anni, invalido civile, ieri si è diffusa come un lampo tra i cittadini e gli esponenti politici del Centrodestra che come ogni mattina si erano dati appuntamento davanti all’area dove dovrebbero essere costruite la casette, con annessa area per una roulotte, destinate alla comunità sinta, composta da persone da decenni residenti a Venezia.
Il progetto prevede un investimento pubblico di circa 2,8 milioni di euro. «È la prima vittima di una legittima protesta - ha detto Alberto Mazzonettto, capogruppo della Lega Nord in consiglio comunale - e mi domando se bisognava arrivare a tanto. Serena era al gazebo fin dal primo giorno, mentre chi ci amministra e dovrebbe ascoltare i cittadini, tutti i cittadini, è totalmente assente».
A sottolineare l’episodio è stato il capogruppo del Carroccio in Senato Federico Bricolo: «Ci inchiniamo davanti a Gino Serena che, nonostante l’età avanzata e una condizione fisica affatto ottimale, ha affrontato assieme agli altri le fatiche e lo stress di un lungo presidio in difesa della cultura e della civiltà del Veneto intero».
Nessuna enfatizzazione della vicenda, ha detto Bricolo, ma un omaggio allo spirito di una persona scesa in campo «per far si che in questo Paese ci sia ancora uno stato di diritto».
Stamani, però, il momento per il ricordo del “compagno di strada” ha dovuto accompagnarsi alla constatazione dell’arrivo del primo camion con gli operai che, sotto l’occhio vigile delle forze dell’ordine, hanno fatto il loro ingresso nel cantiere. L’ingresso del mezzo con gli operai è stato accompagnato da un applauso ironico e da slogan contro il sindaco Massimo Cacciari e l’amministrazione comunale. Da ieri, però, parte una fase nuova della protesta che impegna più fronti: vengono annunciati ancora presidi pacifici accompagnati da manifestazioni davanti alla sede della municipalità locale e nel contempo si preme per arrivare al traguardo delle firme necessarie, 10mila, per chiedere il referendum cittadino. C’è attesa, poi, per l’esame del ricorso presentato al Tar del Veneto.
Le impronte dei bambini rom e il silenzio della Chiesa
A Maroni vorremmo suggerire di prendere le impronte delle mani (e dei piedi) ai neonati cinesi di Milano, che sono già, notoriamente, tutti ladri di identità. Inoltre, per coerenza, potrebbe impartire l'ordine di misurare la lunghezza degli arti ai bimbi di Corleone che crescono (si fa per dire) con il 'criminal profiling' di Totò u curtu. Ed è inutile spiegare a un pietoso uomo d'ingegno come il nostro ministro degli Interni che i minori dell'agro nocerino sarnese e della piana del Sele andrebbero - per proteggerli, badate bene! - sottratti alla patria potestà e affidati alla Dia o, in subordine, allo scrittore Roberto Saviano. E contro il bullismo nelle scuole cosa ci sarebbe di meglio che prendere le impronte, al momento dell'iscrizione, anche ai genitori che sono sempre un po' complici?
Ecco, preferiamo mostrarvi il lato grottesco di questa proposta perché sappiamo bene che Roberto Maroni, credendo di essere astuto, lavora per provocare i nostri buoni sentimenti, e dunque non vogliamo cadere nella sua rozza trappola e farci rubare i pensieri. Insomma a noi viene facile assimilare il bambino ai deboli, agli sfruttati, a tutte le altre vittime dell'umanità adulta. Ma contro l'indignazione i leghisti sono bene attrezzati. Dunque rispondono rinfacciandoci la paura della gente, agitano il valore della sicurezza, e ci eccitano perché vorrebbero che in risposta al loro razzismo scomposto noi santificassimo i rom, negassimo qualsiasi rapporto tra campi nomadi e criminalità, tra immigrazione e delitti.
E invece non è in difesa dell'accattonaggio, né per esaltare la presunta bellezza esotica e imprendibile della zingara Esmeralda che protegge il povero gobbo di Notre Dame, non è insomma in nome della retorica rovesciata dei miserabili che noi diciamo a Maroni che prendere le impronte digitali a bimbi rom è un segno di inciviltà razzista, che neppure ci sorprende perché non è il primo, non è l'ultimo e purtroppo non sarà neppure il peggiore.
Il punto è che, insieme con l'ossessione di Berlusconi per la Giustizia, in questo governo c'è anche l'ossessione leghista per la sicurezza. Ma una cosa è il problema e un'altra cosa l'ossessione. Ebbene, incapace di risolvere il problema che lo ossessiona, Maroni vorrebbe che, per reazione, noi negassimo il problema. Invece noi gli ricordiamo che già il suo predecessore, il mite Giuliano Amato aveva segnalato che in tutte le comunità criminali sta crescendo, anche in Italia, l'uso orribile dei bambini. Ci sono, per esempio, le baby gang. E il libro Gomorra racconta di ragazzini utilizzati nelle vendette trasversali. E in Calabria sono in aumento gli omicidi compiuti da killer ragazzini pagati solo poche centinaia di euro. Ma che facciamo, ministro Maroni, schediamo tutti i bimbi calabresi?
Ecco perché non merita i nostri buoni sentimenti, il ministro Maroni. Perché non è vero che in Italia c'è un dibattito tra rigoristi cazzuti (loro) e lassisti rammolliti (noi). Maroni non c'entra nulla con il dibattito europeo, difficile e importante, tra il rigore e l'accoglienza.
Nei Paesi più civili d'Europa la sicurezza, la serietà e la responsabilità non sono valori di destra. I socialisti francesi e spagnoli, i socialdemocratici tedeschi, i laburisti inglesi e, aggiungiamo, anche i sindaci italiani di centrosinistra hanno maneggiato con durezza l'argomento dell'immigrazione irregolare e della criminalità. Ma senza sparate comiziali, senza colpi di teatro razzisti, senza i paradossi, gli ossimori e le miserie culturali dei leghisti che - come dimenticarlo? - sono quelli che chiamavano gli immigrati di colore bingo bongo, che parlavano di musi di porco e teste scornificate, che invitavano la Marina "a sparare sulle carrette dei clandestini", e denunziavano l'Europa "in mano ai massoni, agli ebrei, ai musulmani e alle mafie degli immigrati". Perché dunque dovremmo stupirci che, arrivati al governo, vogliano prendere le impronte ai bambini rom?
Da anni, ad ogni elezione nelle valli padane, i leghisti affiggono manifesti "giù le mani dai nostri bambini" appropriandosi appunto del vecchio pregiudizio razzista sul misterioso popolo dei ladri di neonati, agitando la leggenda della corte dei miracoli. Si sa che in tutta l'Europa centrale, che registrava il tasso più alto di popolazione zingaresca, per ben tre secoli decreti e leggi furono emanati per "liberare" i bambini degli zingari dai loro genitori naturali, sino alla soluzione finale nazista e dunque all'internamento di adulti e pargoli. Ne furono sterminati più di cinquecentomila. Ebbene, oggi nel rilancio dell'antico pregiudizio con in più la certezza che i bambini rom non siano bambini ma complici, solo criminali in miniatura e dunque più pericolosi e più sfuggenti, c'è la vecchia idea che tutti i bambini del mondo sono allevati per ereditare "la scienza" di papà. E dunque: la criminalità è un destino che il bambino rom ritrova in fondo a se stesso come una roccia.
E va bene che il bambin Gesù non era rom, ma la chiesa che in Italia fonda la sua forza molto più sull'immagine dolce del bambinello che su quella del crocifisso, potrebbe almeno dire che i bambini non si toccano. La Chiesa sì che può (deve) permettersi i buoni sentimenti. Non era Gesù che voleva che lasciassero i bambini venire a lui? La Chiesa, che punisce e scomunica in materia di sesso e di scienza, perché tollera e accetta le volgarità dei leghisti contro i marginali e contro la gente da marciapiedi, contro i disperati dei semafori e dei campi, contro i loro bambini? La Chiesa, che è l'ecclesia dei naufraghi, dei diseredati e dei dannati della Terra, perché non interviene? Forse perché i bimbi rom non fanno beneficenza come il terribile boss della Magliana Renato De Pedis che - lo ha raccontato mercoledì Filippo Ceccarelli - è stato sepolto nel più esclusivo cimitero del Vaticano, "sarcofago di marmo bianco, iscrizioni in oro e zaffiro, l'ovale della foto" e "un attestato di grande benefattore dei poveri..., che ha dato molti contributi per aiutare i giovani, interessandosi in particolare per la loro formazione cristiana e umana". I bambini rom, non avendo avuto la fortuna di essere educati da quel sant'uomo di De Pedis, sono rimasti ladruncoli e tutti infedeli, mentre Maroni, come De Pedis, si dichiara fervente cattolico.
Quando Berlusconi nominò Maroni all'Interno pensammo subito che aveva affidato l'Ordine al Disordine. Il ministero dell'Interno serve a controllare, appunto dall'interno, la tenuta unitaria del Paese contro tutte le cellule disgregative, tanto sociali (delinquenti) quanto politiche (eversori). Ebbene, si sa che la Lega secessionista è una subcultura politica che da più di venti anni attenta, per come può, all'unità del Paese e alla sua legge. Berlusconi, che pensa di essersi liberato del lavoro più sporco affidandolo al suo ministro-mastino, ha in realtà ceduto il controllo dell'eversione all'eversore da controllare. E Maroni, che nella Lega è il più pericoloso perché forse è il meno brutto e il meno ridicolo (ha fatto pure le scuole), sta usando gli aspetti più odiosi del ministero dell'Interno - carcere, manette, impronte digitali - per sollevare nuvole di propaganda, per creare effetti placebo alla paura e alle emergenze sociali, in modo da guadagnare ancor più consenso all'eversione. di Francesco Merlo, La Repubblica
Appello al Presidente della Repubblica
Ill. mo Presidente della Repubblica, a titolo personale quale appartenente alla minoranza Rom e quale legale rappresentante della “Federazione Rom e Sinti Insieme” mi corre l’obbligo di chiedere con estrema urgenza un Vostro autorevole intervento affinché il Governo Italiano ponga fine alla diffusione di odio razziale verso Rom e Sinti ed alla costante violazione di diritti fondamentali.
Le recenti dichiarazioni del Ministero dell’Interno Roberto Maroni, di voler schedare anche i bambini Rom e Sinti, dopo aver provveduto a schedare cittadini Italiani di etnia Rom, è l’ennesima operazione razzista e discriminatoria, una palese violazione dei diritti dell’uomo e del fanciullo, dei principi costituzionali che l’Italia civile e democratica non può permettersi di accettare in silenzio.
Per questo motivo la Federazione Rom e Sinti organizza un’assemblea pubblica, totalmente autogestita, a Roma il 10 Luglio 2008 per portare in piazza le proteste e le proposte di migliaia di persone Rom e Sinte e di Cittadini dell’Italia multiculturale e solidale.
In Italia esiste una questione rom/sinta irrisolta da troppi decenni e le cause sono da attribuire a scelte politiche differenziate di esclusione e di segregazione.
Più volte la Federazione Rom e Sinti insieme ha sollecitato il Governo Italiano ad avviare un dialogo diretto ed un ruolo attivo con Rom e Sinti per una collaborazione positiva e costruttiva, non abbiamo mai ricevuto risposta a dimostrazione di una chiara volontà politica razzista e discriminatoria verso Rom e Sinti.
In questo delicato momento per Rom e Sinti sarebbe di grande importanza un autorevole intervento del Presidente della Repubblica che auspichiamo anche con la richiesta di un incontro urgente con Lei, per consegnarle personalmente il documento e l’invito per l’assemblea pubblica del 10 Luglio 2008 a Roma. Nazzareno Guarnieri, Federazione Rom e Sinti Insieme
giovedì 26 giugno 2008
Impronte digitali, scoppia la polemica
Si fanno sempre più consistenti le polemiche sulla scelta del Viminale di operare una schedatura, tramite la raccolta delle impronte digitali, della popolazione infantile rom.
Sostenitore della linea dura del ministero degli Interni anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno, e come potrebbe essere diversamente vista la cavalcata dell'onda xenofoba che l'amministrazione capitolina sta portando a compimento. Ma in politica la forma vuole la sua parte, e il neosindaco romano si risolve a definire quella di Maroni non come una schedatura, bensì come una proposta volta a proteggere i minori “nomadi” utilizzati per l'accattonaggio.
Una misura "sacrosanta" per la consigliera regionale leghista del Veneto, Mara Bazzotto, per la quale, grazie a questi provvedimenti "avremo finalmente la fortuna di non vedere più ‘zingare bambine' arrestate 82 volte per altrettanti furti, come è successo in passato a Bassano del Grappa".
Non è dello stesso parere il presidente dell'Unicef Italia, Vincenzo Spadafora. Ma il ministro Maroni non demorde e oggi indirizza una domanda retorica al Fondo delle Nazioni unite per l'Infanzia “Tutti coloro che hanno protestato, dall'Unicef in giù, dicano se sono d'accordo nel consentire che oggi in Italia, nei campi nomadi, i minori convivano con i topi. Sono questi i diritti dell'infanzia?”. La risposta di Spadafora non si fa attendere. Il presidente ribadisce che “considera inaccettabili le condizioni di vita attuali di molti dei bambini rom in Italia” e che, come il ministro sa bene “da tempo siamo impegnati in Italia e in altri paesi europei a fianco di progetti concreti di aiuto e sostegno sia ai bambini rom sia ai bambini di altre comunità vulnerabili. Ma ribadiamo con forza che non si può, per 'proteggere' i bambini, violare i loro diritti fondamentali. Non dobbiamo criminalizzare le vittime. Dobbiamo invece, come lo stesso ministro ha sottolineato, colpire chi abusa e sfrutta i bambini”. E spera che il governo tratti “la questione della sicurezza senza trascurare i diritti dei minori, tra cui quelli di essere tutelati e non discriminati” richiamandosi alla Convenzione dei diritti dei minori ratificata dall'Italia nel 1991.
Dall'opposizione il coro di no cresce. La prima reazione è stata quella ieri di Rosy Bindi, deputata del Partito Democratico e vicepresidente della Camera che ha evidenziato come, malgrado il ministro lo neghi, si tratti di una vera e propria “schedatura etnica, francamente inaccettabile” che tratta i bambini come se fossero dei “criminali incalliti”, a cui fa eco oggi l'ex ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, che parla di “una proposta barbara, inaccettabile per un Paese civile” che ha paragonato alle leggi razziali di mussoliniana memoria. “Mi metterò in fila anch'io, per farmi schedare e spero che faranno lo stesso tanti altri cittadini italiani” ha concluso.
Mentre Marco Minniti, deputato del Pd, enfatizza l'aspetto dell'integrazione “se si vuole affrontare veramente, con un equilibrato rapporto fra diritti e doveri, il tema della tutela dei bambini, bisogna partire dall'obbligo per i genitori di mandare i figli a scuola” solo così si può garantire una “effettiva tutela e un impegno per l'integrazione, ed evitare che a questi bambini venga rubata l'infanzia”.
Ma la bocciatura per Maroni arriva anche dall'ex presidente dell'Unione delle Comunità israelitiche, Amos Luzzatto, a cui fa seguito quella di Don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele, che esprime un punto di vista originale “L'identificazione attraverso le impronte digitali di un bambino non è di per sé uno strumento negativo. Anzi, può essere utile al bambino stesso per la sua tutela quando viene venduto, prestato, sfruttato. Questo però vale per tutti i bambini, italiani o zingari che siano. Quello che e' inammissibile è sospettare e condannare a priori un popolo”.
Particolare anche la posizione del procuratore dei minori di Ancona, Ugo Pastore, che ritiene che la certezza dell'identità del minore e dei suoi rapporti con i genitori siano una forma di tutela per il bambino stesso, quindi sì ad un documento di identità o anche alle impronte digitali per tutti i cittadini, maggiorenni e non, e sempre per la certezza della identità, però “qualsiasi misura che riguardi esclusivamente una categoria di persone, su base etnica, sessuale e religiosa, è inaccettabile e presenta profili di incostituzionalità”.
Mentre per quanto riguarda la punibilità per coloro che costringono i figli ad accattonare, Pastore ricorda che esiste già una sanzione, ma da applicare solo quando l'accattonaggio non corrisponde ad una reale necessità familiare di sopravvivenza della famiglia. In caso contrario, lo Stato ha il dovere di protezione sociale e affiancamento della famiglia , come prevedono i trattati internazionali che l'Italia ha sottoscritto.
Dal Consiglio europeo per le attività e i diritti dei rom, il coordinatore Henry Scicluna si dichiara contrario al provvedimento, pur considerando una buona cosa “fare un censimento per sapere quanti bambini vivono nelle città d'Italia”, perché la cosa inaccettabile è che si debbano prendere le impronte digitali, una misura che non si riscontra “in nessun Paese dell'Unione europea”. “Tutte le comunità rom che vivono in Europa devono unirsi e collaborare con le istituzioni”, ha concluso Scicluna.
La delegazione del Prc al Parlamento Europeo, attraverso Giusto Catania, Roberto Musacchio, Vittorio Agnoletto, Luisa Morgantini e Vincenzo Aita ha presentato oggi una interrogazione alla Commissione Europea, nella quale chiede se la misura di Maroni non sia una discriminatoria secondo il diritto comunitario, contraria alle norme del Trattato e della Carta dei diritti fondamentali.
Tra l'altro, si sottolinea nell'interrogazione, “la maggior parte della popolazione nomade ha la nazionalità italiana, mentre altri hanno cittadinanza comunitaria” e dunque si chiede se in questo caso non venga violata il principio di non discriminazione “perché basata su un criterio di appartenenza ad una comunità etnica”.
“I diritti universali dell'infanzia sono il prerequisito di qualunque legislazione democratica” afferma il Coordinamento Genitori Democratici che vede nella proposta del ministro Maroni “una schedatura” che in quanto tale opera “un criterio selettivo su un delicatissimo nodo che rischia di compromettere il futuro dei minori e qualsiasi prospettiva di integrazione ed acquisizione dei diritti”.
Impronte digitali, c'è chi afferma: “i nomadi hanno accettato questo tipo di misura che è stata anche apprezzata"
Offre una sponda al Governo italiano la posizione espressa da Massimo Converso dell'Opera Nomadi di Roma nella polemica di queste ore sulla la raccolta delle impronte digitali della popolazione rom e sinta, minori compresi.
Converso ha affermato: “impronte digitali ai rom minorenni? Non è un problema in sé perché dove è già stato avviato il censimento, a Napoli, il prefetto sta semplicemente applicando la legge italiana che prevede che ogni straniero dia le impronte dai 14 anni in su”.
Secondo Converso “i nomadi hanno accettato questo tipo di misura che è stata anche apprezzata perché finalmente hanno ottenuto un documento di riconoscimento”.
Cosa succederebbe se alle parole "bambini rom" sostituiamo quelle di "bambini ebrei"?
Sul rilevamento delle impronte digitali anche ai minori rom il governo andrà fino in fondo. Lo ha affermato il ministro dell'Interno Roberto Maroni: «Questa è la strada giusta per garantire i diritti ai minori» ha detto, aggiungendo che l'esecutivo non si farà intimidire da sterili polemiche politiche, e colpirà duramente chi utilizzerà i bambini per l'accattonaggio, togliendo la patria podestà.
«Rifiuto l'idea che un paese civile possa accettare di vedere minori che vivono dividendo lo spazio con i topi - ha detto Maroni -, perché è questo che avviene nei campi nomadi. Voglio permettere che i bambini vivano una vita normale, in condizioni decenti, senza essere obbligati all'accattonaggio o a peggio ancora. Per ottenere questo, come disse il ministro Bindi nel luglio 2007, occorre identificare tutti i minori, anche prendendo le impronte».
In difesa dell'iniziativa di Maroni è intervenuto oggi il sindaco di Roma Gianni Alemanno: «La proposta di Maroni non è volta a schedare i minori nomadi, ma a proteggerli - ha detto -. Si è ravvisato che spesso i minori nomadi vengono utilizzati per l'accattonaggio, sfruttati passandoli da famiglia a famiglia ed evitando così le norme per la revoca della patria potestà».
Secondo il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano: «È singolare l'enfasi che si adopera per criticare proposte di buon senso, prescindendo dal loro esatto contenuto - ha affermato - Avere certezza dell'identità di un minore è una misura in suo favore del minore. Una vera e propria necessità di dati personali certi si ha poi per i minori maggiormente soggetti a sfruttamento o ad accattonaggio: l'elenco dei minorenni scomparsi dovrebbe convincere».
Individua invece nella misura possibili problemi di discriminazione il Garante della Privacy: in particolare secondo l'Autorità, il rilevamento delle impronte dei minori potrebbe causare problemi di discriminazione, che possono toccare anche la dignità delle persone e specialmente dei minori. Il Garante ha quindi deliberato di chiedere informazioni alle autorità competenti, in particolare ai Prefetti di Roma, Milano e Napoli.
Il giornalista Gad Lerner invita l'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei) a scendere in campo per rifiutare qualsiasi provvedimento di natura discriminatoria come quello delle impronte per i bambini rom avanzato dal ministro Maroni. Già nel 2002 Lerner, durante il congresso dell'Ucei, avanzò insieme a Riccardo Pacifici (presidente della Comunità ebraica romana) una mozione, poi approvata dall'assise, che respingeva la proposta dell'allora governo e che impegnava tutti gli ebrei italiani, se la norma fosse passata, a recarsi nelle questure per dare anche le loro impronte digitali. Allora il presidente Amos Luzzatto, Riccardo Pacifici e lo stesso Lerner protestarono davanti al Viminale contro la proposta. Lerner ha definito «ipocrita e beffardo» il ragionamento di Maroni, ma anche del sindaco Moratti, che prendere le impronte per i bambini Rom sia assunto a loro protezione.
«Sono d'accordo con Gad Lerner», afferma Anna Finocchiaro (in foto). «D'accordo con quello che dice oggi e d'accordo con l'invito che fece qualche anno fa. Cosa succederebbe se alle parole "bambini rom" sostituiamo quella di "bambini ebrei"? Quali sarebbero le reazioni e le considerazioni? Credo proprio che il ministro Maroni debba riflettere bene prima di fare certi annunci», conclude la presidente dei senatori del Pd.
Unicef, no alle impronte digitali per i minori rom
L’UNICEF Italia esprime stupore e grave preoccupazione per la proposta del Ministro degli Interni Roberto Maroni di avviare un censimento dei bambini presenti nei campi rom, mediante impronte digitali. Verrebbe da proporgli, per rispettare il diritto all’uguaglianza di tutti i bambini, di schedare allo stesso modo tutti i bambini italiani…
Ci auguriamo che si tratti di una proposta provocatoria destinata a non avere seguito.
I bambini rom non sono diversi dagli altri bambini (tra l’altro molti di loro sono cittadini italiani a tutti gli effetti), ma soprattutto i bambini non possono e non devono essere trattati come gli adulti. Sono mesi ormai che l’attenzione delle istituzioni, nonché dell’opinione pubblica e dei mass media italiani si concentra sulle comunità rom presenti nel nostro territorio.
Un’attenzione che, come UNICEF Italia, chiediamo non si trasformi in principi di discriminazione verso popolazioni e soprattutto bambini in condizioni di evidente vulnerabilità.
Auspichiamo che il Governo italiano affronti le tematiche relative alla sicurezza senza trascurare i diritti dei bambini, tra cui quelli di esseretutelati e non essere discriminati, come ricorda la Convenzione Onu suidiritti dell’infanzia, ratificata dall’Italia con legge n° 176 del 27 maggio1991.
Sucar Drom: le rilevazioni biometriche sono una forma di discriminazione
Ieri il ministro Maroni (in foto), davanti alla Commissione affari costituzionali di Montecitorio, ha ripetuto quanto già affermato alcuni giorni fa: censimento di tutti i Rom con rilievo delle impronte digitali anche per i minori. Non è chiaro se ciò sarà esteso anche ai Rom e ai Sinti Cittadini italiani ma dopo le schedature effettuate a Milano, non pensiamo che saranno fatte distinzioni.
Per ora sembra che saranno “censiti” i Cittadini che vivono nei “campi nomadi” ma naturalmente non ci sono certezze perché questo Governo non sembra intenzionato ad incontrare le organizzazioni sinte e rom e la maggioranza delle notizie sono comunque frutto di interventi estemporanei dei diversi Ministri, filtrate dagli organi di stampa. In questo senso è da ricordare che il Ministro Maroni ha parlato anche del rilievo del dna.
Il decreto del governo e le tre ordinanze (Lombardia, Lazio e Campania) del presidente Berlusconi sono però molto chiare in merito. Nell’ordinanza per la Lombardia nell’articolo 1, comma 2, punto “c” si afferma: “identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei luoghi di cui al punto b), attraverso rilievi segnaletici”.
Al punto “b” si legge: “monitoraggio dei campi autorizzati in cui sono presenti comunità nomadi ed individuazione degli insediamenti abusivi”.
Quindi di fatto si attuerà una “schedatura” per chi vive in “campi” autorizzati e in insediamenti abusivi. Nelle ordinanze non è specificato cosa si intenda per insediamenti abusivi. Ad esempio: un immobile di proprietà di una famiglia sinta o rom che manchi anche di una sola autorizzazione urbanistica è considerato un insediamento abusivo?
Una cosa è certa, il Governo sta “correndo” e le organizzazioni sinte e rom sono tutte in difficoltà perché non si hanno strumenti per leggere in maniera così veloce quello che sta accadendo.
Per ora l’associazione Sucar Drom pone alcuni rilievi. Innanzitutto si stanno effettuando “censimenti” in tutta l’Italia e non solo nelle Regioni interessate dalle ordinanze. Ad esempio a Bologna sono stati “censiti” dalle Forze dell’Ordine tutti i Sinti e Rom che abitano nei “campi autorizzati” con tanto di foto segnaletiche, minori compresi.
Ad oggi abbiamo notizia di “censimenti” con il rilievo delle impronte digitali solo a Napoli per Cittadini extra comunitari, provenienti dalla ex Yugoslavia. Pensiamo che in questo momento i Commissari per l’emergenza rom e i Prefetti italiani stiano valutando il da farsi anche perché il rilievo delle impronte digitali di Cittadini italiani incensurati e di minori non è di fatto specificato nelle ordinanze e ci sono motivi per ritenere tale azione anticostituzionale e discriminante.
Ad oggi le impronte digitali possono essere rilevate ad un Cittadino italiano quando è arrestato o accusato di un reato. Inoltre, un Cittadino italiano che richieda la carta d’identità elettronica è obbligato al rilievo dell’impronta dell’indice sinistro. Questa misura è prevista anche per i minori con più di quindici anni. E’ da rilevare che non è obbligatorio avere la Carta d’Identità, come documento d’identificazione può valere ad esempio la patente di guida che non prevede il rilievo delle impronte digitali. E comunque molti Comuni oggi non rilasciano la carta d’identità elettronica perché non sono dotati della strumentazione adeguata.
Secondo la normativa in vigore oggi in Italia un Cittadino italiano potrebbe quindi non subire il rilievo delle impronte digitali e se volesse espatriare potrebbe utilizzare il Passaporto. Oggi per il rilascio di questo documento d’identità non vengono rilevate le impronte digitali.
In ultimo, è chiaro a tutti che questo “censimento” è rivolto solo ed esclusivamente a Sinti e a Rom perché nei “campi nomadi” risiedono solo questi Cittadini. Ma in Italia un’appartenente ad una minoranza etnica può essere riconosciuto dallo Stato italiano per la sua appartenenza etnica solo volontariamente, cioè deve essere lo stesso Cittadino che autonomamente e volontariamente dichiara la propria appartenenza per poter godere dei diritti sanciti dalla legge 482/1999.
Oggi il governo italiano sembra intenzionato a rilevare le impronte digitali di fatto a dei Cittadini italiani, compresi i minori con meno di quindici anni, perché abitano in “campi autorizzati” o in “insediamenti abusivi”. Inoltre, non si sa dove finiranno questi dati, chi li utilizzerà e senza che vi siano organi di controllo che possano verificare come, quando e perché saranno utilizzati i dati raccolti nel censimento. Il fatto poi che tutto questo avvenga in una situazione di “sospensione” di molte leggi, preoccupa in maniera rilevante la nostra organizzazione.
Per tutte le ragioni esposte crediamo discriminante il rilievo delle impronte digitali a Cittadini italiani che vivono in “campi autorizzati” o in “insediamenti abusivi”.
Lo stesso Garante per la protezione dei dati personali questa mattina ha deciso di chiedere informazioni alle autorità competenti sull'eventuale ricorso a forme di rilevazione delle impronte digitali estese ai minori, per finalità di identificazione o di censimento. Il Garante rileva, infatti, che tali modalità potrebbero coinvolgere delicati problemi di discriminazione, che possono toccare anche la dignità delle persone e specialmente dei minori.
Sucar Drom invita il Governo italiano a mettere in campo una mappatura dei bisogni espressi sia dalle comunità sinte e rom che dalle istituzioni. Sarebbe meno oneroso e più efficace per risolvere le problematiche presenti.
Articolo 3, newsletter n° 2
E’ uscito il numero due della newsletter di “Articolo 3, osservatorio sulle discriminazioni”, fondato a Mantova il mese scorso. Nella newsletter troverete alcuni approfondimenti sulle discriminazioni a Mantova e non solo. La redazione è formata da Maria Bacchi; Antonio Benassi; Carlo Berini; Angelica Bertellini; Barbara Nardi; Fabio Norsa; Eva Rizzin. Per ricevere la newsletter a cadenza quindicinale scrivete a osservatorio.articolo3@gmail.com. Di seguito l’intervento di Maria Bacchi che apre questo numero
I nomi dei bambini. Chiamare i bambini per nome è bello. Quante e quanti di noi hanno un po’ sofferto a scuola nel sentirsi chiamati per cognome da insegnanti troppo arcigni. Il nome proprio, diceva Roland Barthes, “come la voce, come l’odore, sarebbe il termine di un languore, l’ultimo sospiro che resta delle cose”. Quando il nostro nome -ciò che ci connota più profondamente, ciò che nasce con noi- diventa un pericolo, credo insorga nella parte più profonda di noi un tumulto doloroso e incomprensibile.
Le bambine e i bambini ebrei per salvarsi la vita, braccati come piccole prede durante l’occupazione nazifascista del ’43, hanno dovuto accettare di portare un nome falso per tentare di passare inosservati attraverso i mille controlli a cui erano sottoposti. Qualcuno non riuscì mai a sentirsi quell’altro; tanto che Donatella Levi, in fuga con la madre verso Roma, a un signore che gentilmente le chiedeva il nome, si trovò a rispondere :- Vuole sapere il nome vero o il nome falso?- Aveva 5 anni, non poteva capire il pericolo, sentiva solo che era intollerabile dover temere il proprio nome. Dopo lunghi mesi di clandestinità ci fu il ritorno; a distanza di anni affiorarono i ricordi: “Tornare è riavere il proprio nome vero, ma non crederci più in modo definitivo” (Donatella Levi, Vuole sapere il nome vero o il nome falso?, Il lichene, Padova, 1995)
E lo stesso accade nella ex Yugoslavia dai primi anni Novanta in poi: in Bosnia, in Kosovo, chiamarsi Yasmina Sarahatlic o Zoran Petrovic, tanto per fare due nomi a caso, poteva cambiare il tuo destino; poteva voler dire l’uccisione immediata, la violenza, o la salvezza.
Nei giorni scorsi mi sono trovata un paio di volte a discutere con un gruppo di ragazze e di ragazzi che vivono in quello che comunemente viene chiamato il ‘campo nomadi’ di Mantova; mi si è stretta la gola quando i miei giovani interlocutori hanno proposto di nuovo questa terribile questione: chi mi dà il coraggio di essere me stesso, col mio nome e il mio indirizzo, se la maggior parte delle persone pensa che quelli come me siano delinquenti da allontanare? Le ragazze e i ragazzi del campo, quasi tutti sinti, uno solo rom, hanno voluto discutere delle questioni che in genere i loro coetanei amano porre: le amicizie, i primi amori, lo sport, il futuro, la scuola, il rapporto non sempre facile con gli adulti. Ma un tema aleggiava intorno e piombava sui nostri discorsi apparentemente sereni: avere paura - fare paura. Molti preferiscono che in classe nessuno sappia che sono sinti; ogni giorno sperano che il pulmino con la scritta Sucar Drom, che li porta a scuola, si fermi lontano dagli sguardi di professori e compagni. Il desiderio di restare fedeli alle proprie tradizioni confligge in loro con quello di confondersi con la maggioranza dei coetanei; la ferita è profonda e basta poco per creare tensione.
La lettera di un signore di Bigarello che si definisce leghista, comparsa sulla Gazzetta del 24 giugno, nel sollevare il problema dell’educazione dei piccoli rom, esprime indignazione per gli insegnamenti che, a parer suo, questi bambini ricevono dalle famiglie: privati della scuola e della socialità comunitaria di tutti i “nostri” bambini, imparano solo il furto e l’elemosina, se non di peggio. Se i provvedimenti di varia natura che compongono come un sinistro mosaico il “pacchetto sicurezza” procederanno, questi bambini saranno costretti a conoscere sempre più spesso anche le irruzioni notturne nei luoghi in cui vivono e perquisizioni, fermi, intimidazioni, schedature. Anche se non faranno niente di male, anche se sono cittadini italiani; gli accadrà per il nome che portano, per il gruppo al quale appartengono. Saranno educati alla paura e alla diffidenza.
Capita che altri bambini, per il nome che portano, per il Paese da cui provengono, per la religione dei loro genitori, vengano quasi tacciati di precoci inclinazioni terroristiche. Anche il loro nome qui non verrà fatto. Non l’ha fatto nemmeno il giornale che mesi fa ha sbattuto un bimbo di otto anni in prima pagina; il nome era taciuto solo per non incorrere in pesanti sanzioni, evidentemente. La Voce di Mantova, l’9 marzo 2008, dedicò a un bambino nordafricano di otto anni un titolo di prima pagina a cinque colonne. La piccola peste della scuola elementare Pomponazzo è un nordafricano, recita l’occhiello. Il titolo: Un bimbo terribile colpisce ancora e nel sommario: I compagni terrorizzati lo fuggono, preoccupati gli insegnanti. Come se non bastasse, all’interno, nella cronaca locale, Bimbo terribile: fuggi-fuggi a scuola. Minacce agli insegnanti e violenza in classe. Terrore alle elementari Pomponazzo. Interrogazione della Lega in Comune contro il bambino nordafricano e suo padre assistito cronico e violento. Nell’articolo il nome del bimbo non viene fatto, ma si racconta da dove proviene e dove vive esattamente, ci dicono che frequenta la seconda in una nota scuola elementare della città dove le classi seconde sono solo due; ci informano che è stato sospeso dal dirigente scolastico e che suo padre riceve assistenza dal Comune.
Il bambino senza nome diventa così facilmente individuabile; un'altra piccola preda, il simbolo di un disagio che deve essere allontanato dalla felice quotidianità dei ‘nostri’ bambini. Con che occhi sarà stato guardato nella scuola che frequenta dopo essere diventato un mostriciattolo sbattuto in prima pagina? Occhi onesti, fortunatamente: le insegnanti e la stragrande maggioranza dei genitori della classe, hanno preso severamente posizione contro questa strumentalizzazione di un disagio non più grave di molti altri. Le lettere di protesta sono state portate a entrambi i quotidiani locali. La Gazzetta di Mantova, coerente con strategie editoriali ormai consolidate in città, non le ha pubblicate per non entrare in conflitto col quotidiano concorrente. La Voce ha pubblicato una lettera di contestazione dell’articolo firmata da 30 genitori della sua classe, la dura presa di posizione del professor Enzo Gemelli (commentata in tono sprezzante dal direttore del giornale); mentre un articolo redazionale, dal gusto pesantemente ironico, ha sintetizzato, svuotandole, le argomentazioni espresse dalle insegnanti in una lettera non pubblicata.
Il bambino nordafricano, senza nome ma con un’identità ormai ben definita, rimane privo delle parole spese in sua difesa dalle sue maestre, le sole persone adulte che lo conoscono bene. Per le bambine e i bambini, contro le discriminazioni e le violenze che subiscono, il nostro osservatorio avrà occhi particolarmente attenti.
mercoledì 25 giugno 2008
Rom e Sinti, l'Europa punti sulla partecipazione diretta
Il 19 Giugno il presidente della Federazione Rom e Sinti insieme ha incontrato il commissario europeo per i diritti umani (in foto), al quale ha presentato la drammatica condizione di Rom e Sinti in Italia e sollecitato le Istituzioni Europee ad un intervento determinato verso il Governo Italiano per il rispetto dei diritti fondamentali.
Al Commissario Europeo per i Diritti Umani. Dopo oltre un anno di lavoro di un comitato di Rom e Sinti per condividere uno statuto e le strategie, il 18 Maggio si è costituita la Federazione Rom e Sinti insieme con sede legale a Roma, la quale alla data odierna rappresenta n. 22 associazioni Rom e Sinte di 12 Regioni Italiane.
Sgomberi di campi nomadi senza soluzione alternativa, pogrom, schedatura etnica, violenze e violazioni, la negazione di diritti fondamentali, ecc. sono oggi scelte politiche ed istituzionali in Italia per Rom e Sinti, che producono una palese discriminazione ed un profondo razzismo.
Dal 2005 in Italia le diverse forme di discriminazione e di razzismo verso Rom e Sinti hanno assunto una dimensione molto pericolosa e fortemente politico/istituzionale. Noi siamo convinti che le cause dell’attuale disumano “trattamento” di Rom e Sinti in Italia sia da attribuire alla diffusione di una conoscenza “interpretativa” della cultura Rom e Sinta, emanata a piene mani nei decenni scorsi, e che ha permesso di fare scelte politiche e soluzioni sbagliate per la totale assenza di Rom e Sinti.
L’esempio della distruttiva politica abitativa dei campi nomadi in Italia, subita dalla popolazione rom e sinta, è significativo delle scelte politiche, della strategia e del metodo sbagliato.
Anche le istituzioni Europee sono responsabili della grave condizione delle nostre minoranze in Italia perchè non hanno dato spazio al dialogo ed al confronto diretto con Rom e Sinti e le risorse messe in campo non migliorano la condizione di Rom e Sinti oppure il cambiamento è molto lento, invisibile, troppo spesso assimilativo.
La responsabilità è da addebitare a Rom e Sinti oppure a scelte politiche e soluzioni sbagliate?
Perché Rom e Sinti non sono protagonisti pensanti nelle scelte politiche e nelle soluzioni?
Quanti Rom e quanti Sinti hanno un ruolo attivo nelle istituzioni Europee?
E’ quindi urgente un radicale cambiamento di metodo nelle scelte politiche per Rom e Sinti e nella gestione delle risorse, in Italia ed in Europa.
Un radicale cambiamento di metodo con un prerequisito sostanziale: il dialogo diretto ed un ruolo attivo di Rom e Sinti a tutti i livelli con la politica e con le istituzioni nazionali ed Europee.
In questo delicato e pericoloso momento per i Rom ed i Sinti in Italia la Federazione Rom e Sinti insieme chiede aiuto alle istituzioni Europee e sollecita il commissario Europeo per i diritti umani a:
1) attivare un radicale cambiamento di metodo con la definizione di un dialogo diretto ed un ruolo attivo a Rom e Sinti a tutti i livelli;
2) una diversa gestione delle risorse destinate a Rom e Sinti;
sostenere concretamente la partecipazione attiva di Rom e Sinti e la costituzione e formazione delle organizzazioni Rom e Sinte;
3) definire a livello Europeo una direttiva per il riconoscimento di minoranza linguistica a Rom e Sinti e ratificata dagli Stati membri;
4) sollecitare il Governo l’Italiano a recepire integralmente nella propria legislazione la direttiva Europea 43 del 2000.
La Federazione Rom e Sinti Insieme pur non condividendo la scelta del Governo Italiano di nominare tre commissari straordinari per i Rom nelle città di Milano, Roma e Napoli, soluzione discriminante che viola diritti fondamentali, invita il Commissario europeo per i diritti umani a sostenere presso il Governo Italiano la nostra proposta di costituzione di un gruppo tecnico, con la presenza di Rom e Sinti, per le attività sociali e culturali che Commissari straordinari per i Rom devono mettere in atto.
Tettamanzi: "Militarizzare le città è un errore la paura non passa con un decreto"
«Militarizzare le città serve solo ad aumentare il senso di smarrimento e la paura. Perché la paura non passa per decreto legge». Guarda dalla finestra del suo studio, il cardinale Dionigi Tettamanzi, e vede una piazza Duomo affollata di milanesi che la attraversano di corsa per spostarsi da un ufficio all'altro, ma anche di immigrati che si incontrano, bevono, bivaccano, litigano.
«Non sempre – dice l'arcivescovo di Milano - affacciandomi vedo il cuore della mia città. Molto più spesso vedo piazza Duomo come il teatro in cui tante, troppe solitudini si sfiorano». Perché questo è il punto: «È la solitudine, causata soprattutto dalla privatizzazione dei tempi e degli spazi e dal conseguente calo della qualità della socializzazione, ad aver generato le paure della gente. Sono soli tanti anziani. Soli troppi giovani. Soli molti adulti, anche con posizioni sociali prestigiose. La solitudine causa ulteriore sfiducia verso l'altro e genera la paura dell'incontro. Le parrocchie e il volontariato, non solo cattolico, sono delle oasi di relazioni».
Quali risposte devono dare le istituzioni a questo disagio?
«Guardiamo in avanti, non speculiamo sulla paura. Da sempre il forestiero desta sospetti e pregiudizi. Ma nel passato Milano è stata capace di rimettere in discussione la propria identità per ridefinirla insieme ai nuovi venuti. Penso alla migrazione dal Veneto o dal Mezzogiorno che ha raddoppiato in pochi decenni il numero di abitanti di Milano e decuplicato la popolazione dell'hinterland. Sono stati processi non privi di fatiche e ferite. Il principio che ha portato alla costruzione del volto sintetico della città è stato il forte senso di solidarietà che la animava. Una forza inclusiva che si è indebolita».
Sì, ma come si spiegano alla gente i valori dell'accoglienza e della solidarietà, in una città dove si susseguono i reati, perfino i più odiosi come le violenze sulle categorie più deboli?
«Milano saprà trasformare tutti suoi abitanti, anche gli immigrati, in cittadini. È per il bene, la sicurezza, l'arricchimento di tutti che dobbiamo compiere questo sforzo. Barricarsi in casa, criminalizzare alcune categorie di persone, presidiare militarmente le città, sono gesti che aumentano il senso di smarrimento e solitudine. La solitudine cessa se si sperimenta la bellezza dell'incontro. Chi ne è deputato faccia rispettare la legge per impedire quegli atteggiamenti che rendono spiacevoli o pericolosi questi incontri».
Legalità, appunto. È - dicono il governo e le istituzioni locali - il perno intorno a cui far ruotare le politiche sulla sicurezza e l'immigrazione.
«Non è mio compito promuovere o bocciare le leggi dello Stato. Papa Benedetto XVI ai vescovi italiani ha chiesto di non chiudere gli occhi di fronte alle povertà, rispettando le leggi. Sia all'interno dello Stato che nei confronti di chi vi giunge dall'esterno. Solidarietà, rispetto delle leggi e accoglienza devono coniugarsi. Da anni a Milano promuoviamo il "patto di legalità" con chi chiede di vivere da noi. Le istituzioni devono far rispettare le leggi e creare le condizioni affinché siano rispettate e gli immigrati non siano risucchiati dall'illegalità. Carità e legalità non sono mai in contrapposizione: gli immigrati, prima di essere tali, sono persone. Chi delinque sia affidato celermente alla giustizia. Ma il rispetto della dignità delle persone non può mai essere omesso».
Di recente la Curia ha sottolineato che in alcuni casi, per esempio lo sgombero del campo rom della Bovisasca, si è agito sotto i livelli minimi di rispetto della dignità umana. Ne è nata una polemica con il sindaco di Milano, Letizia Moratti.
«Quando il vescovo interviene lo fa a partire dal Vangelo e per ricordare a tutti che esistono valori umani così alti che esigono di essere non solo proclamati ma rispettati, sempre».
Lei pensa che i blitz all'alba nei campi rom, le schedature, i controlli a tappeto sui mezzi pubblici, gli slogan "zero campi rom", la carcerazione dei clandestini abbiano effetti positivi e siano compatibili con il rispetto della dignità delle persone?
«Che beneficio portano certi metodi? Servono veramente a risolvere il problema, a rassicurare adeguatamente la gente contro la paura, oppure corrono il rischio di rivelarsi tentativi effimeri? Ho la sensazione che causino l'effetto contrario a quello sperato…».
Cardinal Tettamanzi, l'Expo a Milano è un'opportunità o un rischio?
«È un'opportunità grande e un motivo di orgoglio. Mi piace lasciarmi guidare da una suggestione, dal significato del nome della nostra città. Milano rimanda a Mediolanum, ad una terra che "sta nel mezzo". Un luogo dove si converge, ci si incontra, si dialoga. Che opportunità l'Expo se - già da oggi - permette a Milano di essere sempre più città dell'incontro. Tra religioni e culture differenti, tra collocazioni sociali diverse, tra chi è cittadino a tutti gli effetti e chi lo vorrebbe diventare, tra età della vita distanti, tra chi ha un lavoro e chi l'ha perso o non l'ha mai avuto, tra chi è sano e chi è malato…»
Come giudica lo sviluppo urbanistico di Milano? Interi pezzi della città stanno cambiando volto.
«Occorre che la città diventi "bella". Bella nella sua dimensione più interiore, spirituale. Mi hanno incuriosito e affascinato i progetti da realizzare per il 2015. Abbiamo bisogno di questo e di molto altro splendore: una città "bella" nella sua architettura rende migliori anche i suoi abitanti. Occorre porre da subito l'uomo al centro della Milano che sarà, con i suoi bisogni. Anche spirituali: dove sono gli spazi per vivere questa dimensione? Progettando, pensiamo al 2015 ma anche e soprattutto ai cittadini di Milano nel 2016, quando i visitatori se ne saranno andati. Sento un gran discutere di grattacieli, finanziamenti, deleghe… Ma del bellissimo tema al centro di questa Expo "Nutrire il pianeta, energia per la vita" qualcuno se ne sta occupando?»
Ma lei preferisce i grattacieli dritti o quelli storti?
«E lei? Difficile dire in assoluto se siano più belli dritti o curvi. Ciascuno giudica secondo i suoi
criteri estetici. Ma se devo proprio dire la mia opinione, io li preferisco dritti».
In definitiva, cardinale, che Milano vede dalle sue finestre? La Milano ricca metropoli internazionale proiettata nel futuro o la Milano metropoli delle diseguaglianze, dell'intolleranza e del disagio sociale?
«L'unico mio giudizio su Milano è l'amore per questa città e per i suoi abitanti. Sono fiero di essere milanese. È un amore che mi spinge ad appassionarmi a questa città e ai suoi abitanti, specie quando le circostanze ne causano la sofferenza. Più che di giudicarla, sento il bisogno di amarla».
Ora vi racconto...
C’è pure la televisione, per raccontare come la gioventù romana si diverte a Trastevere il venerdì sera. L’ora dell’aperitivo. Le vie attorno a piazza Trilussa gremite di persone. Cinque o sei bancarelle di venditori ambulanti. Un ragazzo ha appena regalato un paio di orecchini alla sua fidanzata. Le sirene della polizia colgono tutti di sorpresa. Non è un semplice controllo: tre macchine e una camionetta vuota che ha tutta l’impressione di dover essere riempita. È la prima operazione contro i venditori ambulanti dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza, che amplia i poteri per i sindaci in materia di ordine pubblico. Mi fermo ad osservare, come molti altri. Non è curiosità, la mia. È un istinto di controllo.
I poliziotti iniziano a sbaraccare i banchetti. Via la merce, raccolta sommariamente nei lenzuoli su cui era disposta. Un agente tiene un indiano stretto per il braccio, mentre dal suo viso trapela tutto, la paura, la rassegnazione, fuorché l’istinto di scappare. È ammutolito. Un donnone africano, del Togo, è invece molto più loquace. Se la prende quando l’agente raccoglie violentemente i lembi del telo a cui erano appoggiati gli orecchini e le collane che vendeva. «fammi mettere nella borsa, almeno!» dice all’agente. «Non scappo, non ti preoccupare, ecco il mio permesso di soggiorno». «Ma perché tutto questo? – dice – non stavo facendo nulla di male». All’agente scappa un sorriso, forse un po’ amaro: «è il mio lavoro». Poi la donna incalza: «conosco la nuova legge. Ora mi fate 5.000 euro di multa. Ma perché non ci date un modo di fare questo lavoro regolarmente?» Nessuna risposta dall’agente, che se ne va e lascia il posto ad un collega, molto meno accomodante. «E muoviti, su!», dice senza accennare ad aiutarla a trasportare le sue cose. Lei, con lo stesso sorriso sul volto, chiude la valigia arancione e con le mani occupate dice «dove andiamo, di qua?», mascherando con l’orgoglio la paura che in fondo in fondo le sta crescendo. Mantiene l’ironia però, quando mi avvicino e le chiedo da dove viene. «Da Napoli, bella Napoli, vero?», e intanto, mentre mi svela le sue vere origini africane, si toglie gli orecchini: «questa bigiotteria non mi serve più, stasera».
Due metri più distante due ragazzini italiani, con il loro banchetto in tutto e per tutto uguale agli altri. Devono sbaraccare anche loro, ma gli agenti usano maniere molto più educate. Non li tengono per le braccia, non gli ammassano la merce. La ragazza raduna le poche cose che avevano in vendita. Lui è allibito, terrorizzato, e inizia a parlare nervosamente: «ve lo giuro, è la prima volta che vengo, lasciatemi andare». «Se prendiamo loro dobbiamo prendere anche voi», risponde un agente. Ma alla fine non sarà così. Il ragazzo si dispera, «sono di Roma, non posso credere che mi trattiate allo stesso modo che a quelli lì». Evidentemente è un discorso convincente. Si avvicina un signore in borghese che è lì a dirigere l’intera operazione. «Dottò, Capitano, Maresciallo, giuro che non lo farò mai più…». Si sbraccia, sembra un bambino appena messo in punizione dalla mamma. L’uomo in borghese si mostra irremovibile, ma si capisce subito che vuole solo dargli una lezione, e appena gli altri fermati – 7 persone, tutte straniere – non sono più a vista, lo lascia andare.
A operazione conclusa vado dal signore in borghese, mi presento, «sono un giornalista e ho assistito alla scena. Perché avete fermato solo gli stranieri?», chiedo. La risposta è eloquente. «Portatelo via, identificatelo, e controllate – aggiunge guardandomi negli occhi – perché ha l’alito che puzza di birra». Già, la birra che stavo bevendo prima, e che mi è andata di traverso con tutto quello che succedeva. Per fortuna non è ancora reato, comunque.
Mi portano in due verso il ducato dove sono radunati gli stranieri, tenendomi strette le mani sulle braccia. Non mi era mai successo, prima, ed è una sensazione davvero sgradevole. «Questo per adesso è nell’elenco dei fermati» dice l’uomo alla mia destra, anche lui in borghese, ad un collega. Spalle alla camionetta, mani fuori dalle tasche, cellulare sequestrato. «Perché avete fermato solo gli stranieri?». L’uomo con la polo rosa, quello che mi stringeva da destra, mi risponde, anche se – dice – non sarebbe tenuto: «perché questi sono tutti irregolari». Balle, ho visto con i miei occhi la donna togolese dare il proprio permesso di soggiorno al poliziotto, prima. Ma non mi aspettavo certo una risposta veritiera. «Certo che non avevi proprio nient’altro di meglio da fare», dice con sprezzo uno degli agenti. «Ho fatto una domanda, voglio una risposta». L’uomo in rosa, che ha la mia carta d’identità e sta scandendo il mio nome per radio si gira verso di me, «hai finito di parlare?» grida. A quanto pare anche rispondere alle domande costituisce un grave errore, e infatti un terzo poliziotto, defilato fino a poco prima si indirizza a me dicendo «guarda che a fare così peggiori solo la tua situazione». Chiedo di sapere i loro nomi e gradi, come avevo fatto già con l’uomo in borghese al principio, convinto che per legge sia un loro dovere identificarsi. Un altro poliziotto – ma quanti ne ho attorno, quattro, cinque? – mi da la sua versione della legge. «Vedi qual è la differenza, è che io posso chiederti come ti chiami e tu non puoi chiedermi niente, chi comanda sono io». Un suo collega aggiunge: «certo, se lo vuoi mettere per iscritto è diverso, ma non te lo consiglio, la cosa si farebbe piuttosto scomoda». La minaccia mancava, in effetti. Interrompe la discussione l’uomo in rosa. «Luca!», e con la mano mi fa cenno di andare da lui. «Vuoi andare?» «Voglio una risposta alla mia domanda», insisto. «Non hai capito – si spiega – hai voglia di chiuderla qui questa storia o no?». «Non sono stupido, so quello che mi sta dicendo, ma io voglio la mia risposta». Mi accompagna lontano dal furgone, in piazza Trilussa. Davanti a me l’uomo che comanda l’operazione, quello dell’alito puzzolente. Mi chiedo se tornare da lui, ma mi rendo conto che nel gioco del muro contro muro il suo è molto più duro. Aspetto ancora in piazza, osservo l’operazione concludersi, fino all’istante i cui gli immigrati vengono caricati sul furgone che si mischia al traffico del lungotevere. Non c’è altro da fare, questa sera, se non raccontare in giro quello che ho visto. Questa triste deriva, quest’inverno italiano che avanza. Oggi inizia l’estate. Evviva. di Luca Trinchieri
martedì 24 giugno 2008
Razzismo: si presenta oggi al Parlamento europeo il Rapporto 2007
Il documento, anticipato dall’Ansa, mette sotto accusa l’Italia per la situazione dei Rom, per le discriminazioni dei cittadini stranieri nell’accesso alle case popolari in alcune regioni, per non avere un sistema di segnalazione degli atti di razzismo. Problemi anche con le donne musulmane con il velo e con i medici immigrati.
Sono i Rom i cittadini europei maggiormente discriminati, in particolare su tre aspetti: lavoro, casa e scuola. A rivelarlo è il Rapporto 2007 dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali che, nell’analisi, mette sotto accusa anche l’Italia.
Il Rapporto, anticipato ieri dall’Agenzia ANSA, critica l’Italia per le condizioni dei campi, per l'accesso limitato alle cure mediche ed anche per le espulsioni: come quella di “un migliaio di Rom rumeni da un campo di Roma il 19 luglio 2007”, come denunciato da tre organizzazioni non governative. Inoltre - secondo l'Agenzia - l'Italia non possiede alcun dato sulla frequenza scolastica dei minori Rom.
Il rapporto verrà presentato oggi al Parlamento europeo da Morten Kjaerum, direttore dell'Agenzia. Nel documento è scritto inoltre che “uno dei maggiori problemi per l'Italia è costituito dalla mancanza di un sistema di raccolta dei dati sugli incidenti ed i crimini a sfondo razzista”.
Gli unici dati esistenti sono quelli relativi ai 144 casi di intolleranza registrati dal Ministero dell’interno nel 2006. “La maggior parte degli incidenti razzisti - si legge nel rapporto - non sono segnalati alla polizia e, se lo sono, non sono oggetto di un procedimento”.
Gli unici Paesi Ue che hanno messo in piedi un “sistema esaustivo” per la segnalazione degli atti di razzismo sono il Regno Unito, la Finlandia e la Svezia; l'Italia ha invece un sistema limitato mentre Spagna, Grecia, Cipro e Romania non forniscono alcun dato (nel 2006 anche l'Italia rientrava in questa categoria).
Oltre ai Rom, la discriminazione tocca in particolare gli immigrati ed i richiedenti asilo. Il rapporto censura i regolamenti di Lombardia e Piemonte sull'accesso alle case popolari.Atti di razzismo anche in corsia, con il 45% degli infermieri italiani che assicura di “aver assistito a manifestazioni di xenofobia” in particolare contro donne musulmane che portavano il velo. Ma razzisti si sono dimostrati anche i pazienti italiani nei confronti di medici e di infermieri stranieri.
Lettera aperta alla Conferenza Episcopale Italiana
Eminenza Reverendissima Card. Angelo Bagnasco, durante lo svolgersi dell’ultimo nostro incontro internazionale a Trogir (Croazia) sul tema: “ Essere artigiani di Pace di fronte a un contesto antizingari crescente”, i 130 partecipanti di 21 diversi paesi europei, hanno manifestato la loro forte preoccupazione per le nuove forme di razzismo a volte latente, a volte banalizzato e a volte manifestamente violento, razzismo che ancora va a colpire la popolazione tzigana. Come nel suo passato, questa popolazione, ancora oggi, è vittima di un rifiuto e di una povertà inquietanti. Questo giudizio è ampiamente confermato da diversi rapporti ufficiali e seriamente oggettivi.
Questa lettera aperta fa seguito alle conclusioni di detto incontro. Noi ci permettiamo di indirizzarla a Lei quale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana nella speranza che il nostro appello possa avere una ripercussione sui membri della Conferenza stessa.
Di fatto, la situazione in Italia, con l’evolversi di reazioni sempre più violente e ostili caratterizzate da irrazionalità, è particolarmente grave al punto che sembra rispondere a un disegno precostituito. Non denunciare le ingiustizie, ne la deriva sociale che esse creano, costituirebbe un delitto di cui non ci sentiamo di portarne la responsabilità sia come battezzati che come “artigiani della pace”.
Per questo sentiamo il dovere tassativo e inderogabile di non tacere!
È profondamente ingiusto l’imputare il comportamento inadeguato di qualche Zingaro all’insieme della comunità e prendere al riguardo misure pesanti e generali che non hanno fondamento né giuridico né morale.
È profondamente ingiusto che siano diffuse attraverso strumenti politici di primo piano notizie false e tendenziose, confermate e divulgate dai media, senza che alcuna voce, altrettanto autorevole, senta il dovere di approfondirne la veridicità e richiami alla riflessione seria e alla oggettività delle notizie.
È profondamente ingiusto prendere “misure di sicurezza” che rifiutano questa popolazione in quanto tale. Visto che la stessa è la parte più debole della società richiederebbe, al contrario, una speciale attenzione e protezione. Inquieta constatare come con facilità si può favorire una drammatica inversione dei valori.
È profondamente ingiusto assistere passivamente ad atti di violenza in terreni di stazionamento che, anche se tutti sanno essere luoghi di vita subumana e abbandonati a se stessi, sono pur sempre e comunque luoghi di vita familiare intensa.
È profondamente ingiusto ignorare il pesante tributo di persecuzione e di umiliazione che gli “Zingari” hanno già pagato nel corso della loro storia. Questo fatto ha marcato drammaticamente la loro coscienza collettiva. Oggi, basterebbe il buon senso, si imporrebbe di evitare ulteriore accanimento sulle loro ferite.
È profondamente ingiusto ricercare soluzioni populiste le quali non possono che incancrenire e interiorizzare un risentimento negativo dell’anima fra le comunità tzigane e la società maggioritaria. Questo provocherà nuove ed inevitabili violenze che avranno come risultato la penalizzazione delle parti più deboli.
È profondamente ingiusto che una maggioranza permetta, con il suo silenzio, agli “integralisti” di diffondere disprezzo, diffidenza, paura e odio e di “ripulire” ciò che ci disturba. Domani la stessa maggioranza si laverà le mani e si giustificherà affermando che è stata obbligata a ripulire la sporcizia lasciata da altri.
In forza della presenza dell’Amore di Cristo che abbiamo scoperto a partire da questo popolo umiliato e in forza dell’Incarnazione, che è la piena forma della solidarietà, Le chiediamo di vegliare costantemente affinché la voce della Conferenza Episcopale Italiana si faccia sentire coraggiosamente e fortemente chiara per condannare queste ingiustizie che oltretutto sono un’ingiuria al messaggio evangelico di cui Lei è portatore e che costituiscono una grave minaccia per il futuro sia sociale che ecclesiale.
In queste tragiche circostanze, noi non riusciamo a nasconderci dietro un fragile rifugio chiamato prudenza che alla fine provocherà una grave ferita alla giustizia; noi dobbiamo, al contrario, osare di assumere, tutti insieme, il rischio che comporta il messaggio di Gesù Cristo.
Fin d’ora La ringraziamo, Eminenza, per le iniziative che Ella non mancherà di prendere in seno alla Conferenza Episcopale Italiana al fine che venga percepito lo sguardo evangelico della Chiesa e La preghiamo di credere alla nostra volontà di collaborare alla costruzione della pace in modo tale che tutta la comunità ecclesiale e civile possa riceverne beneficio.
Don Pietro Gabella, Maryan, Leon e Elisa Tambour, CCIT (Comitato Cattolico Internazionale Zingaro) e Claude Dumas e Karolina Mjliak consulenti Pontificio Consiglio
GISCEL Sardegna e Rom
Siamo insegnanti di tutti gli ordini di scuole - dalla scuola per l’infanzia all’università - e lavoriamo per un'educazione linguistica democratica, per il diritto al possesso pieno della lingua come strumento di partecipazione effettiva alla vita democratica.
Il nostro impegno si svolge prevalentemente nella scuola ma siamo consapevoli del legame inscindibile fra la scuola e il contesto culturale e sociale in cui questa agisce. Perciò osserviamo con grave preoccupazione gli episodi di xenofobia e di razzismo che si sono manifestati in diverse regioni d’Italia e di cui vittime privilegiate sono gli stranieri poveri e - capro espiatorio per eccellenza – rom e sinti, rumeni o italiani non fa differenza.
Tale deriva razzista, che si è manifestata nel nord come nel sud d’Italia, non trova nelle istituzioni dello Stato i necessari anticorpi e le necessarie iniziative (culturali e sociali) di contrasto. Osserviamo invece che le affermazioni di alcuni autorevoli esponenti istituzionali e il cosiddetto pacchetto sicurezza, approvato recentemente dal governo, alimentano il sospetto e il rifiuto verso gli stranieri poveri, che vedono misconosciuti i loro diritti e che rischiano di diventare criminali per il solo fatto di essere entrati clandestinamente in Italia, nel tentativo di sfuggire alla miseria o alle persecuzioni.
Quanto ai rom, ancora prima dell’ultimo decreto che li riguarda, i loro diritti più elementari sono stati violati, ad esempio nel 2007 a Roma (quando un omicidio isolato è stato occasione per la distruzione del campo con le ruspe, con decreto del sindaco) e nel 2008 a Milano ( quando gli zingari, dopo lo sgombero della Bovisacca, sono stati inseguiti e dispersi).
Senza attenzione alcuna ai loro diritti di cittadini europei e senza tutela da parte delle istituzioni. Ma anche in altre città non è molto diverso. Ce lo confermano gli episodi terribili di Ponticelli, a Napoli, dove l’iniziativa della distruzione del campo si deve ad alcuni gruppi di cittadini Il nostro impegno per un’educazione linguistica democratica ci chiede anche un impegno per un’effettiva educazione alla cittadinanza.
Per questo vogliamo innanzi tutto denunciare la deriva razzista verso cui sembriamo incamminarci (come chiamare altrimenti il coinvolgimento di un’intera etnia nelle responsabilità di un singolo? Come valutare la sospensione dei diritti che i cittadini rumeni hanno acquisito come cittadini europei? Come non preoccuparsi dell’opposizione di alcune fasce di cittadini al progetto del comune di Venezia, che mira a offrire condizioni di vita decenti ai sinti, che sono fra l’altro cittadini italiani?).
Facciamo appello alle istituzioni (e innanzi tutto alle autorità scolastiche) perché si facciano carico di un problema così grave; la scuola, pur nei suoi limiti, offre, grazie alla sensibilità dei suoi operatori e delle sue operatrici, alcuni esempi eccellenti di inclusione: è necessario diffonderli e potenziarli, generalizzandoli.
Ma è necessario soprattutto che, come docenti direttamente impegnati nella crescita culturale delle nuove generazioni, assumiamo come nostro un problema che la storia dovrebbe averci insegnato a non sottovalutare: come ci ricorda anche l’insigne studioso Lorenzo Renzi, “la Germania nazista, nel 1933, ha privato gli zingari di tutti i diritti, li ha avviati ai forni crematori, dove ne sono scomparsi, pare, cinquecentomila”. Non possiamo rimanere in silenzio.
Vogliamo assumerci anche noi, qui, le nostre responsabilità: con l’osservazione critica dei comportamenti sociali; con la denuncia delle responsabilità istituzionali; con l’impegno progettuale e quotidiano negli ambiti di lavoro e di relazione sociale. Nella speranza che, anche a partire dalla scuola, siano i bambini e i ragazzi a diffondere in famiglia e nella società semi di educazione civica e interculturale. Giscel Sardegna, gruppo di intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica
Roma, Rom …anticamente "zingari"
L'Associazione Duncan 3.0, con il Patrocinio della Provincia di Roma, presenta una iniziativa che coinvolge istituzioni, associazioni e i rom in prima persona, per confrontarsi, discutere di politiche sociali, ma soprattutto per conoscere e illustrare la cultura rom, dal viaggio fino agli istituti culturali più importanti (l'arte, l'assetto sociale, gli anziani, la danza...) e fare una panoramica di come le comunità rom sono distribuite sul nostro territorio.
Una conferenza dibattito con proiezione video con l'obiettivo di mostrare al pubblico la cultura Rom da una prospettiva diversa rispetto a quella comunemente lasciata passare sui media ed affrontare con autorità politiche e personalità del sociale un tema quanto mai attuale.
L’evento si terrà giovedì 26 giugno 2008, alle ore 17.00, a Palazzo Valentini - Sala delle Bandiere in Via IV Novembre a Roma. Interverranno: Gianluca Peciola, consigliere provinciale; Armando Gnisci, Università di Roma "Sapienza"; Paolo Perrini, dirigente Arci Solidarietà del Lazio; Graziano Halilovic (in foto), mediatore culturale.
"I Rom: rubano per cultura; sono nomadi per cultura; inaffidabili per cultura..", stereotipi che rappresentano un popolo sconosciuto.
Dopo le fiamme nei campi rom di Ponticelli a metà maggio, le schedature su base etnica di cittadini Rom e Sinti a Milano, lo sgombero di aree di sosta a Roma, le molotov in un campo a Napoli, un popolo cerca di sopravvivere difendendo le proprie tradizioni, la propria cultura.
“Rom …anticamente Zingari”, vuole rappresentare più che un incontro un viaggio di avvicinamento a culture solo apparentemente così lontane da noi.
Mediatori culturali, esponenti delle comunità Rom, studiosi, ripercorreranno le tappe del cammino che ha portato la popolazione di etnia Rom dall'India fino in Europa, facendo chiarezza sui molti luoghi comuni che da sempre colpiscono le comunità zingare.
All’evento partecipano: Cecilia D'elia, Assessore alle politiche culturali della Provincia di Roma e Claudio Cecchini, Assessore alle politiche sociali e per la famiglia ed ai rapporti istituzionali della Provincia di Roma. porterà il suo saluto la Presidente del Consiglio provinciale, Ina Maturani. Sono stati invitati: Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma e Carlo Mosca, Prefetto di Roma.
Milano, classe ghetto per bambini rom?
Una classe ghetto per bambini rom. O quasi. Succede alla scuola dell'infanzia di via Magreglio a Milano. Il prossimo anno scolastico ci saranno 25 bambini rom, alcuni del vicino campo nomadi di via Triboniano. Di questi, tredici finiranno in un'unica classe, con altri quattro bimbi stranieri e otto italiani.
Da qui la protesta del collegio scolastico: “Se il ruolo della scuola è quello di promuovere un pieno e completo processo di integrazione, come può il Settore educazione creare classi nelle quali c'è una presenza elevata di bambini della stessa etnia e in cui gli stessi, anziché beneficiare di una sana e serena integrazione, si vedranno maggiormente emarginati? Non sarebbe più rispettoso per i bambini un'equa distribuzione in almeno due scuole?”.
Una richiesta arrivata, sotto forma di lettera, all'assessore comunale alle Politiche sociali e rilanciata dalla Cgil. “È giusto inserire i bambini rom nelle scuole comunali, ma metterne così tanti in un'unica classe diventa una forma di ghettizzazione, così non si costruisce l'integrazione”, spiega Adriano Sgrò, segretario cittadino della Cgil-funzione pubblica.
La scuola di via Magreglio ha quattro classi - che da settembre diventeranno cinque - e cento bambini, tra cui molti figli di stranieri. Ma mai, finora, bambini rom. I 25 in arrivo sono stati inseriti dalla Casa della Carità di don Virginio Colmegna (i genitori hanno firmato il "Patto di legalità") che, in realtà, aveva iscritto i bambini del Triboniano in cinque scuole della zona, per evitare alte concentrazioni, e invece ha scoperto che il Comune ha dirottato la maggior parte proprio in via Magreglio.
La protesta delle insegnanti non è però una questione di razzismo, anzi. “Non è che non vogliamo questi bambini - spiegano - ma è un numero troppo alto, considerando che non abbiamo una formazione professionale adeguata e mancano mediatori culturali e strutture”. Ora, dopo la lettera inviata all'assessore Moioli e dopo la denuncia della Cgil, si aspettano risposte dal Comune. E fanno una riflessione amara: “Ci sentiamo ancora una volta abbandonate nella nostra dignità di professioniste e di lavoratrici. Dovremo affrontare una sfida come questa, senza nessun tipo di aiuto e di sostegno da parte dell'Amministrazione che tanto parla di qualità del servizio educativo e poco o nulla investe, riducendo i servizi a baby parcheggi e a pura assistenza sociale. Ma il ruolo di noi insegnanti è ben altra cosa”.
lunedì 23 giugno 2008
C’è del primitivo nelle pulsioni sociali in Italia
Riportiamo una lettera interessante del signor Mario Costa, pubblicata da Il Secolo XIX questa mattina, e di seguito la risposta/commento del Direttore del quotidiano ligure.
In alcune popolazioni cosiddette “primitive” dell’Africa e del Papua N. Guinea, quando la società è sottoposta a pressioni che ne minano la struttura si ricorre alla figura dalla “strega”. Essa è un personaggio immaginario, proveniente dall’esterno, che ha l’obiettivo di “maledire” e destabilizzare con le sue pratiche antisociali il benessere della società.
Questa figura “straniera” e la conseguente lotta contro di essa svolge molte funzioni salutari: ristabilisce la pace nella società proteggendo il sistema da presunte interferenze esterne; rinsalda i vincoli tra gruppi, poiché ci si unisce contro un nemico comune; scarica le colpe di una cattiva amministrazione dei beni comuni su un nemico “esterno” e “straniero” che, benché immaginario, funge da capro espiatorio.
Di fronte ad un nemico comune, scaricate le responsabilità dei propri errori all’esterno, la società si ricompatta, trovando nuova linfa vitale e armonia fino alla successiva crisi. In una società come la nostra, in cui si leggono quotidiani nazionali scrivere che «i rom sono la nuova mafia», si è sollevato un gran polverone sulla criminalità rom.
L’obiettivo è stornare l’attenzione da chi non sa governare, e dalle loro reali responsabilità: la corruzione dilagante, la mancanza di etica pur vivendo in un Paese che si definisce “cristiano”, e la totale assenza di una classe politica capace e responsabile. Non sarebbe ora di uscire da una condizione “primitiva” accollandoci le nostre responsabilità una volta per tutte?
No, sarebbe ora di accettare serenamente la primitività di tutto quanto concerne attualmente le nostre pulsioni sociali e psicologiche.
Pubblichiamo la sua lettera pur avendo il dubbio che possa essere fatto oggetto di ludibrio e condanna, sarcasmo e insulti di ogni sorta e maniera per la teoria che espone e che è certamente vista dai più come offensiva.
A mio parere è ragionevole, e per questa ragione so di meritarmi la mia parte di insulti, offrendola alla pubblica considerazione. Sì, ho letto anch’io l’affermazione, avente per autori un bel mazzolino di fiori del giornalismo nazionale, che i rom siano la nuova mafia. La cosa non mi ha sconvolto affatto, nonostante sia un’ipotesi piuttosto ardita; mi piacerebbe sapere cosa ne pensa la vecchia mafia, se condivide o è rimasta lievemente turbata da questo spodestamento.
Ma, come avrà certamente notato, i rom sono oggi lievemente arretrati nell’attenzione dei media sull’emergenza sicurezza; in primissimo piano c’è oggi la difesa della riservatezza a cui il nostro governo sta lavorando con un disegno di legge limitante la pratica delle intercettazioni telefoniche. Chissà tra un mese o due i rom saranno ancora nella top ten.
Venezia, la Lega Nord continua ad istigare l'odio razziale
Nuovo blitz di esponenti e simpatizzanti della Lega Nord questa mattina a Mestre (Venezia), per bloccare i lavori di costruzione del villaggio per i Sinti veneziani, finanziato dal Comune con 2,8 milioni di euro.
Alla manifestazione di oggi ha partecipato il parlamentare leghista Corrado Callegari: lo scopo è bloccare l'avvio dei lavori. Oltre agli esponenti del Carroccio, sono presenti i rappresentati del comitato di residenti contrari alla costruzione del villaggio, che è destinato a una comunità sinti che da decenni vive a Mestre.
Il progetto prevede la realizzazione di piccole casette con annessa, a ciascuna, lo spazio per parcheggiare una roulotte. "Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari - ha detto stamani il capogruppo della Lega in consiglio comunale, Alberto Mazzonetto - rinunci alla assurda costruzione di questo campo e si rivolga alla città. Chiediamo un referendum perché siano i veneziani ad esprimersi su un opera che costa denaro pubblico e che non va ad aiutare quei veneziani, almeno 2000, sotto sfratto o privi di casa che sono la vera emergenza abitativa della città". I manifestanti, complessivamente una cinquantina di persone secondo una prima stima, si sono posizionati in due punti diversi ritenuti i possibili accessi all'area dove sono previsti i lavori per il campo: al cantiere, comunque, non è arrivata alcuna maestranza. "Noi andremo avanti a oltranza - ha annunciato Mazzonetto - oggi e nei prossimi giorni per impedire questo progetto. Il sindaco dovrebbe dimettersi".
Milano, Bezzecchi: «ormai siamo all´apartheid»
Vanno bene le regole, va bene l´idea di un superamento del campo rom, ma «attenzione a non cadere nella demagogia» prevedendo una permanenza massima di tre mesi nei container del Comune. Il primo a bocciare la norma che renderebbe provvisoria la sosta nei “campi nomadi” è Corrado Mandreoli, responsabile dell´area problemi del territorio della Camera del lavoro. La bozza del futuro regolamento delle aree di sosta per i Rom è ancora nei cassetti del prefetto ma già iniziano le polemiche sulle novità che cambierebbero non di poco il "modello Triboniano" che ne è all’origine.
«Sarebbe bello che i rom dopo soli tre mesi potessero abbandonare la roulotte - dice il sindacalista - ma per far questo ci vorrebbe l´intervento dell´amministrazione per immaginare percorsi di autonomia per questa gente, quindi investimenti per dar loro modo di trovare lavoro regolare e case popolari in affitto».
Sulla stessa identica linea è don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, che fra le altre cose gestisce per conto del Comune un campo in via Novara dove abitano 220 rom kosovari e macedoni: «Il discorso dei 90 giorni nella nostra struttura è impensabile, visto che qui ci sono rom ma anche profughi di guerra con lo status di rifugiati. In altri campi invece abitano rom italiani, stanziali da decenni, come molti romeni. Anche per questi dovrebbe valere la regola dei tre mesi?». Lo scetticismo di don Davanzo trapela nonostante la sua vigorosa adesione all´idea della legalità: «Ben venga la presenza delle forze dell´ordine, così come il comitato di gestione e il rispetto delle regole pena l´espulsione. Ma l´amministrazione premi il buon esempio di chi manda i figli a scuola e di chi lavora onestamente, aiutandolo a trovare una casa vera».
Don Virginio Colmegna, che gestisce il campo di via Triboniano con i suoi 600 romeni e bosniaci, sottolinea che «sarebbe importante che prima di stendere qualsiasi regolamento futuro ci fosse un confronto con chi vive in mezzo ai problemi». Colmegna traccia un bilancio positivo dell´esperienza Triboniano allo scadere del primo anno di gestione: «Ci sono luci e ombre, perché rimane ancora un grave disagio abitativo per molte famiglie. I risultati comunque si vedono: i ragazzi vanno a scuola, gli adulti cercano lavoro. La Casa della carità ha anche organizzato una colonia al mare per i bambini, perché non si può vivere solo di sicurezza ed emergenza, ci vuole anche la normalità, la felicità almeno per i piccoli».
La bozza di regolamento piace molto al vicesindaco Riccardo de Corato che promette ancora più rigore: «Sarà sul modello Triboniano ma con più disciplina, con qualche ulteriore limitazione». Rincara la dose il capogruppo della Lega in consiglio, Matteo Salvini: «Non serve alcun regolamento, se non transitorio, perché noi non vogliamo campi».
Protesta, invece, dall´insediamento di via Impastato, il rom cittadino italiano Giorgio Bezzecchi (in foto), per 23 anni consulente dell´ufficio nomadi del Comune, oggi collaboratore dell´università Bicocca: «Ormai a Milano siamo all´apartheid. Chi appartiene al mio popolo è sottoposto ad ogni tipo di controllo, schedatura e limitazione, anche se lavora in regola come me ed è da generazioni in Italia. Il Patto di legalità ha aperto la strada alla criminalizzazione dei rom e in futuro sarà solo peggio».
Milano, missionario rom pestato a sangue
Dopo l'aggressione avvenuta la mattina del 17 giugno nei confronti di Rebecca Covaciu - la bambina che si è aggiudicata il Premio Unicef 2008 per le sue doti artistiche - e dei suoi familiari, ieri sera, 20 giugno 2008, a Milano, un altro pestaggio, ancora più violento e inquietante, ha colpito il papà di lei, Stelian Covaciu, missionario della Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale. Ad aggredire Stelian, membro da diverso tempo del Gruppo EveryOne, due agenti di Polizia in divisa, intorno alle 22.
Gina Covaciu, moglie di Stelian, chiamava ancora gli esponenti del Gruppo EveryOne che, insieme a un responsabile dell'associazione milanese Naga, allertava un'ambulanza e le forze della Polizia di Stato, che accorrevano sul luogo dell'agguato e conducevano l'uomo, pieno di contusioni e traumi interni, sofferente e in stato confusionale, presso l'ospedale San Paolo, dove veniva sottoposto a esami e ricoverato. E' tuttora in prognosi riservata.
Dopo aver allertato il Partito Radicale, che raccoglieva i particolari dell'avvenimento per agire a tutela delle vittime sul piano politico, il Gruppo EveryOne contattava la questura centrale per assicurarsi che le autorità formalizzassero la denuncia di aggressione ed effettuassero indagini scrupolose.
“Quando Gina ci ha chiamato,” riferiscono i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, “era talmente agitata e disperata che faticava ad articolare discorsi comprensibili. Vicino a lei, Stelian si lamentava, pronunciando parole sconnesse. Quando la donna si è calmata, ci ha raccontato i particolari dell'agguato. Gli stessi energumeni che avevano picchiato, insultato e minacciato i Covaciu si trovavano ancora davanti a loro. Stavolta però erano scesi da un'auto della polizia, in divisa e armati di manganelli. Dopo la prima aggressione, la piccola Rebecca, che è una ragazzina molto intelligente e intuitiva, ci aveva già detto che gli aguzzini della sua famiglia indossavano guanti simili a quelli che indossano i poliziotti. Un sospetto c’era, ma speravamo di sbagliarci. L'ipotesi più grave, invece, è stata confermata dai fatti e gli agenti razzisti hanno colpito ancora”.
Questa volta, secondo quanto affermato da EveryOne, la violenza si è concentrata sul capofamiglia Stelian. La loro azione brutale si svolgeva in piazza Tirana, nei pressi della Stazione San Cristoforo, dove la famiglia vive all'interno di un riparo di emergenza, fatto di teli e cartone.
“Gli agenti si sono avvicinati all'uomo,” proseguono i leader di EveryOne “e l'hanno apostrofato con un tono minaccioso: «Ci riconosci? Hai fatto un errore a parlare con i giornalisti, un errore che non devi ripetere».
Quindi hanno cominciato a picchiarlo con cieca violenza, sia con i pugni che con i manganelli, riducendolo in condizioni penose. Mentre Stelian era a terra, l'hanno insultato e minacciato: «Non raccontarlo a nessuno o per te saranno guai ancora maggiori».
Quando i due picchiatori si sono allontanati, Gina, i figli e alcuni concittadini di Stelian l'hanno soccorso. Lui si lamentava ed era in evidente stato di shock. Fortunatamente la targa della volante è stata presa ed è ora in nostro possesso”.
Intanto un'attivista sopraggiungeva sul posto e raccoglieva numerose testimonianze da parte dei Rom che vivono nei dintorni della stazione di San Cristoforo, che confermavano le parole di Gina Covaciu ovvero che due poliziotti in divisa, scesi da un'auto della polizia, erano gli autori del violento pestaggio.
"E' necessario che si ponga fine a questa persecuzione” concludono gli attivisti. “Sappiamo che le forze dell'ordine sono formate per la maggior parte da agenti che operano seguendo il codice etico europeo. Ci appelliamo anche a loro affinché i razzisti e i violenti siano isolati e perseguiti. Un Paese che si rende colpevole di una simile ingiustizia, un Paese che accetta tanta violenza, tanta crudeltà verso un intero popolo è un paese imbarbarito, è un Paese che ha perso la strada dei Diritti Umani ed è vicino a una crisi dei valori tanto grave da essere paragonata all'Italia delle leggi razziali, dei manganelli, delle camicie nere e dei treni per Auschwitz”.
Per ulteriori informazioni: Gruppo EveryOne e Associazione Nazionale Thèm Romano ONLUS
domenica 22 giugno 2008
Veltroni si sveglia? Forse no...
Veltroni annuncia per l'autunno una «grande manifestazione nazionale per aprire una nuova stagione politica». Un radicale cambio di passo nei riguardi di maggioranza e governo. Anche perché l'attuale luna di miele del governo con i suoi elettori, prevede, finirà presto, proprio in autunno, quando si capiranno meglio i risvolti della manovra economica dove non c'è nessun intervento a favore dei salari, mentre il governo taglia la spesa per sanità ed enti locali.
Sull'Europa Veltroni sottolinea la «gaffe» di Berlusconi che ha reso necessaria una replica diretta del presidente Barroso. E anche per quanto riguarda la sicurezza avverte che «vanno puniti gli individui, a qualsiasi paese appartengano, non le comunità etniche o religiose. Chi nega questo fondamento - sottolinea - scivola verso la barbarie». E dunque «una folla scatenata contro un campo rom è parte del problema, non la soluzione».
Cita la parola d'ordine di Barack Obama: «Change», cambiamento. Per ribadire che di fronte ad un centrodestra che rischia di portare l'Italia nelle «paralisi della paura», è il Pd a dover ricostruire una «razionale speranza di cambiamento».
«La lettera a Schifani - sottolinea Veltroni - è uno spartiacque. In quella lettera Berlusconi ha assunto la paternità del decreto legge che strappa la delicata tela del dialogo». Per il segretario del Pd si ripete la storia dei passati governi Berlusconi: «Si antepone l'interesse personale a quello pubblico». Non solo. Il centrodestra pensa di governare facendo leva sulla paura, attrae facili consensi «coltivando l'egoismo sociale», ma così non si governa e si rischia una vera e propria «recessione di democrazia».
Bene, forse Veltroni si è accorto che una cappa nera ha avvolto il Paese ma non ci dimentichiamo che lui stesso, insieme ad Amato, è stato l’artefice di questa situazione. Perché dopo il delitto Reggiani è stato proprio Veltroni a salire a Palazzo Chigi per imporre a Prodi il “decreto sicurezza”. E se lo Stato, di fronte ad un delitto, risponde con la “pancia”, perché non lo possono fare dei semplici cittadini, ad esempio, a Ponticelli?
Milano, il concentramento di Cittadini italiani
«Se si fa la somma delle violazioni e delle molteplici esazioni che vengono denunciate sotto i nostri occhi, è possibile immaginare un futuro in cui, in un'Europa concentrazionaria, non resteranno libere che le guardie carcerarie, pronte a loro volta a imprigionarsi a vicenda. Quando ne rimarrà una sola, sarà nominata secondino capo e si arriverà così alla società perfetta, in cui i problemi dell'opposizione, incubo dei governi del ventesimo secolo, saranno finalmente e definitivamente risolti». di Albert Camus, 1957
Con questa citazione un lettore di Repubblica ha commentato le ultime notizie da Milano. Infatti, il prefetto Lombardi, commissario per l’emergenza rom in Lombardia, ha di nuovo esternato, dopo le dichiarazioni di venerdì scorso.
A Milano nei “campi nomadi” si rimarrà solo per tre mesi a turnover, saranno meno "disordinati", all’entrata ci sarà un “portinaio” con un presidio di Vigili Urbani e le feste saranno un’eccezione…
Il prefetto ha in mente un progetto di media scadenza e sta già mettendo a punto un regolamento per i campi. Un'articolata lista di “diritti” e doveri che verrà adattata alle due fasi della gestione rom: quella immediata, con le persone che ci vivono in pianta stabile, e quella futura, con il turnover ogni tre mesi.
Noi di sucardrom immaginiamo che il tanto lavoro del prefetto produrrà il solito “patto di legalità e socialità” che sospenderà di fatto la Costituzione italiana per i Cittadini italiani che vivono nei “campi nomadi”. Il prefetto ha anche dichiarato che ci sarà più attenzione all'istruzione dei bambini e un aiuto per gli adulti a trovare un lavoro regolare, noi di sucardrom ci chiediamo come possa riuscirci in tre mesi...
Milano, polemiche per la sfilata rom
Chi si aspetta uno stile silenzioso e senza sorprese cambi passerella. Non c'è traccia nel dna di Vivienne Westwood (in foto) di quella pesante, soffocante e sbiadita normalità. Sarà per l'aria rivoluzionaria respirata accanto ai Sex Pistols al fianco del marito- manager della band punk britannica, o per quell'inconsueta quanto invidiabile voglia di non ripetersi.
Madame Viv non si arrende e dopo essersi battuta per i diritti civili aderendo alla campagna Liberty creando t-shirt da collezione con lo slogan «I am not a terrorist, please don't arrest me», a Milano ha portato alla settimana della moda i Rom. Non solo la loro cultura tradotta in abiti per la collezione uomo primavera-estate 2009, ma proprio loro.
Sfilano modelli dalla pelle ambrata, tatuaggi, sorrisi incastonati in dentature d'oro, catenoni e stampe floreali, cachemire indiano, camicie a righe e pantaloni stretti e tirati. Resuscitato il tartan westwoodiano di due icone come Cary Grant e Clark Gable, regalato all'icona del fashion newyorkese Carrie di Sex and City l'abito (sfortunato) per convolare a nozze con l'amato Big, madame Viv si è lasciata affascinare dalla cultura Rom. Cosa non gradita a tutti in questa Milano che si sta preparando a cacciare tutti i Rom.
L’assessore Tiziana Maiolo non ha gradito e ha affermato: «credo che la stilista abbia un' idea dei rom che non corrisponde più alla realtà. Se vuole l'accompagno io in un campo nomadi».
Ma poi si lascia andare ed esprime il suo vero pensiero: «Westwood è disinformata e nostalgica perché i rom non sono più quelli - ha detto l'assessore - ora è gente che non vuole più lavorare, manda i bambini a chiedere l'elemosina, e vive di furti: io per anni mi sono occupata della loro integrazione e alla fine ho capito che vogliono fare la loro vita ma senza rispettare alcuna regola, quindi, se è così, devono andarsene dalle nostre citta». Madame Viv risponde che la sua collezione «è un omaggio a una minoranza etnica di cui la gente [compresa l’assessore Maiolo] conosce poco, con una storia e una cultura antiche». Guarda le foto della sfilata…
Ue, i limiti della direttiva 2004/38/CE
Il commissario UE alla Giustizia Jacques Barrot ha risposto all'interrogazione presentata dall'europarlamentare radicale dell'ALDE Marco Cappato (in foto) sullo sgombero da parte del Comune di Milano, di due baraccopoli alla periferia della città, avvenuto il 1° aprile scorso, e sul ventilato rimpatrio degli sfollati, le cui modalità sarebbero attualmente allo studio del Comune. Il provvedimento, si legge nell'interrogazione, sarebbe stato eseguito "senza alcun preavviso, assistenza, presidio medico, o la proposta di soluzioni alternative", facendo sì che gli oltre cento abitanti delle baracche - rom e rumeni, tra cui neonati, anziani e malati - si ritrovassero senza dimora.
Marco Cappato aveva chiesto alla Commissione se non ritenesse che l'episodio fosse in contrasto con le risoluzioni del PE in materia di diritti umani e libera circolazione dei rom; se le modalità dello sgombero, soprattutto in mancanza di soluzioni abitative alternative, non costituissero una violazione dei diritti della quasi totalità degli sfollati, in quanto cittadini comunitari, e infine se il rimpatrio di cittadini UE non violasse la direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione.
Barrot ha risposto ricordando che proprio la direttiva 2004/38/CE autorizza gli Stati membri a rifiutare il soggiorno a cittadini dell'UE che non rispettino le condizioni per ottenere tale diritto, anche per ragioni di ordine pubblico, sanità e sicurezza, ma che la stessa direttiva comprende garanzie procedurali come l'obbligo di notifica, completa e di facile comprensione, del provvedimento di allontanamento che comunque non può essere eseguito prima di un mese dalla notifica, salvo casi di urgenza comprovata.
"Se un cittadino dell'UE ritiene che il provvedimento di allontanamento preso nei suoi confronti non sia conforme alla legislazione comunitaria - precisa nel testo della risposta - può presentare ricorso dinanzi ai giudici nazionali". Il Commissario alla Giustizia ha inoltre sottolineato l'impegno delle istituzioni europee nella tutela dei rom sul territorio UE, in particolare tramite fondi per finanziare l'integrazione dei migranti e delle minoranze etniche. E, proprio nel quadro della lotta contro la discriminazione per razza o origine etnica, Barrot ha ricordato il procedimento di infrazione avviato nei confronti dell'Italia e di altri Stati membri, "per le carenze riscontrate nel recepimento della direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica". Leggi l'interrogazione scritta di Marco Cappato...
sabato 21 giugno 2008
Dosta… Basta … manipolazione e autoreferenzialità. Rom e Sinti: dialogo diretto e ruolo attivo
La Federazione Rom e Sinti Insieme promuove l’assemblea pubblica: “Dosta… Basta … manipolazione e autoreferenzialità. Rom e Sinti: dialogo diretto e ruolo attivo”, il 10 Luglio 2008 a Roma dalle ore 14.00 al Foro Boario del Quartiere Testaccio (a 700 metri dalla stazione Piramide della Metro linea B).
Partecipa ed invita a partecipare Rom e Sinti, gli amici di Rom e Sinti, la società civile ed i cittadini dell’Italia multiculturale e solidale per dire Basta!… alla discriminazione razziale verso Rom e Sinti, per chiedere la piena applicazione delle norme e dei principi Costituzionali, Europee ed Internazionali, il rispetto della legalità e la sicurezza per tutte le persone, nessuno escluso.
Individuare nelle minoranze Rom e Sinte il nemico e colpevolizzare un’intera popolazione, accusata di essere costituita da pericolosi criminali, ci riporta ad un funesto passato.
La lettura dei dati dal punto di vista mediatico, individuale o politico, incuranti delle conseguenze che le false dichiarazioni e l’agire politico/mediatico hanno sulla popolazione, sottolinea come la richiesta di legalità sia una “maschera” che non collega più la causa all’effetto e che genera insicurezza.
L’obiettivo dichiarato sembrerebbe quello di “garantire la sicurezza” ma spesso l’effetto concreto è quello di aumentare inutilmente il tasso di percezione dell’insicurezza e della paura civile senza risolvere il problema in modo responsabile, ma sempre funzionale al proprio tornaconto mediatico, individuale o partitico.
Le minoranze Rom e Sinte non hanno mai chiesto privilegi, ma la normalità, cioè il riconoscimento democratico di minoranza, alla pari di tutte le altre minoranze, ed essere protagonisti pensanti di una sicurezza sociale basata sulla risoluzione non violenta dei conflitti e nelle relazioni sociali e culturali aperte, responsabili e solidali.
La Federazione Rom e Sinti Insieme dice: Basta!… Dosta!... Dosta!… illegalità e insicurezza.
Dosta!… al comportamento di quei cittadini, quei politici e quei media che ci condannano, non per responsabilità e colpe individuali, ma per la nostra appartenenza etnica, senza conoscerci.
Dosta!… alle dichiarazioni pubbliche false, diffamanti e discriminanti contro tutti i Rom e contro tutti i Sinti che fanno da detonatore alle tensioni, mettendo in moto una "giustizia fai da te", montata ora dopo ora tra gente esasperata.
Dosta!… al clima di odio razziale diffuso dai principali media italiani contro le minoranze rom e sinte, con mistificazioni e falsità, senza alcun diritto di replica alla rappresentatività rom e sinta, alla quale hanno sempre negato la presenza attiva mentre hanno concesso spazio mediatico a presunti esperti, opportunisti senza scrupoli che si sono arrogati il diritto di autorappresentare i Rom e i Sinti.
Dosta!… alle soluzioni “differenziate”, segreganti e discriminanti, senza prospettiva di normalità, subite passivamente da Rom e Sinti.
Dosta!… all’indifferenza verso i Rom immigrati, costretti a fuggire dai loro Paesi per la guerra, arrivati in Italia da moltissimi anni e ancora oggi sprovvisti di documenti e della Cittadinanza Italiana, difficile se non impossibile da ottenere nelle condizioni in cui vivono, soprattutto ora.
Dosta!… all’assenza di un dialogo diretto e di un ruolo attivo di Rom e Sinti.
Dosta!… al “lavoro sporco” per frammentare e dividere Rom e Sinti.
Dosta!… manipolazione, autoreferenzialità e assistenzialismo culturale.
La Federazione Rom e Sinti Insieme invita ad aderire e a partecipare all’assemblea pubblica del 10 luglio 2008 a Roma con un caloroso appello:
- a Rom e Sinti per rendere visibile la nostra numerosa presenza, per dare voce alle nostre proteste e alle nostre proposte, per farci conoscere direttamente;
- a tutte le persone rom e sinte che hanno usufruito di corrette opportunità per “farcela”, per non essere più costretti a nascondere e rinnegare la propria storia familiare e personale per la paura della discriminazione razziale;
- agli amici di Rom e Sinti per sostenere il dialogo diretto ed il ruolo attivo di Rom e Sinti, per dire Basta!… alle violenze e alle violazioni;
- ai cittadini dell’Italia multiculturale e solidale per la piena affermazione dei diritti e dei doveri per tutti, nessuno escluso;
- alle organizzazioni della società civile per manifestare solidarietà alla popolazione Rom e Sinta;
- alle personalità e agli artisti italiani ed europei, per dire con autorevolezza “no alla discriminazione razziale, si all’applicazione delle norme e dei principi Costituzionali, Europee, Internazionali.
Per adesioni: federazioneromsinti@yahoo.it
Per aggiornamenti sull’assemblea pubblica: http://comitatoromsinti.blogspot.com/
venerdì 20 giugno 2008
Venezia, intervento di Yuri Del Bar
«Il concetto risolutivo non è quello di integrazione, bensì di interazione. Non c'è una cultura migliore delle altre. Bensì ci sono tante culture diverse che devono, appunto, interagire, collaborare nel rispetto reciproco e nel riconoscimento reciproco. Solo così è possibile mantenere e sviluppare la propria identità nell'ottica di una crescita reciproca. L'integrazione invece presuppone il fatto che io mi debba adeguare in qualche modo all'altro e viceversa. E questo è solo un processo che snatura».
A intervenire nel dibattito scaturito dalla decisione del Comune di costruire un villaggio sinti in via Vallenari è una voce autorevole, quella cioè del sinto Yuri Del Bar, mediatore culturale, consigliere comunale a Mantova fra le fila di Rifondazione Comunista, nonché coordinatore nazionale della Federazione Rom e Sinti Insieme cui aderiscono 21 associazioni presenti in nove regioni.
«Anch'io come il professor Santino Spinelli, sinto come me, sono contrario al cento per cento ai campi nomadi, ma ogni questione deve essere contestualizzata alla situazione contingente. I sinti di Mestre vivono in condizioni a di poco precarie, quindi se per dare loro dignità sociale e abitativa bene venga come misura emergenziale e tampone la realizzazione di questo villaggio. Ma non ci si deve fermare qui. Occorre fare un altro passo, come a Mantova, dove 15 anni fa si è data la stessa risposta ma poi il sindaco ha deciso di chiudere il campo e passare ad un progetto per aiutare tutte le famiglie all’acquisto di un terreno privato su cui insediarsi: si tratta di aree distribuite in diverse zone della città dove il nucleo sinto può vivere secondo i propri usi e costumi che quasi sempre non contemplano la casa in muratura». «Quello che mi ferisce - continua Del Bar - sono i pregiudizi che continuano a pesare sul mio popolo. In particolare l'equazione sinto è uguale ladro. Non è così. I sinti e i roma lavorano e rispettano le leggi. Le mele marce ci sono dappertutto e se uno sbaglia è giusto, giustissimo che paghi. Ma non per questo bisogna condannare un'intera etnia. Quello che noi sinti scontiamo da secoli è un'assurda politica di esclusione basata su una miope diffidenza che poggia sulla paura del diverso, dell'altro da te. Noi non siamo rappresentati a nessun livello e per questo non abbiamo cittadinanza alcuna, essendo noi cittadini italiani, vale la pena di ricordarlo, dal 1400. Siamo vissuti come un problema perché siamo rifiutati a priori. Io sono convinto, invece, che se tu conosci la famiglia sinti essa non è più un problema bensì si trasforma in una risorsa all'interno di una società veramente e sinceramente multietnica. Spero che i cittadini di Mestre - conclude Del Bar - vogliano superare la logica della separazione e si aprano a quella dell'interazione». In foto un'opera di Gabi Jiménez, sinto francese
Genova, «ho visto anche degli “zingari” infelici, oggi come ieri leggi razziali e persecuzione etnica»
«L´idea di vivere nelle case non ci piace, così rischiamo di perdere la nostra cultura». Tito ha cinquant´anni e quattro figli, il più piccolo ha quindici anni e il nipote più grande, il figlio della figlia maggiore, ne ha tredici e mezzo.
«Tra quelli che vivono nelle case ci sono quelli che spacciano o violentano le donne. Tra di noi, i Sinti, queste cose non accadono. Qualcuno ruba? Se abbiamo rubato, lo abbiamo fatto solo per vivere, ma ognuno si assuma la sua responsabilità: certi politicanti da quanto tempo rubano, e sulla pelle di tutti?». Tito è un sinto piemontese, ha vissuto nel campo di Bolzaneto, sotto la Madonna della Guardia, per parecchi anni, ora invece sta a Pontedecimo, dove lavora come muratore e dove si è sistemato la casa. «Ma nel campo sono lo zio di tutti, anche perché siamo tutti parenti» spiega.
E domani pomeriggio sarà tra i protagonisti del dibattito promosso da Rete Laica alla biblioteca De Amicis, al Porto Antico: per raccontare cosa sia la vita dei Sinti, taliani che vivono sulla pelle la crescente diffidenza quando non l’odio aperto che si respira in Italia da oltre un anno. Da quando cioè il numero dei Rom rumeni entrati nel nostro paese è cresciuto in maniera esponenziale e negli zingari, anche grazie ad una propaganda politica sempre più serrata, si è cercato di identificare la radice di tutti i disagi delle città.
«Ho visto anche degli “zingari” infelici. Oggi come ieri leggi razziali e persecuzione etnica» è il tema del dibattito, accompagnato dalle mostre fotografiche dell’Istituto di Cultura Sinta sul Porrajmos, il genocidio subito dai Sinti e dai Rom durante il fascismo e il nazismo, e sulla vita dei Sinti nel Nord Italia.
«Lì basta una scintilla e prende fuoco tutto, io l’ho detto anche all´arcivescovo Bagnasco quando l’ho incontrato - racconta Tito - Vorrei che la sindaco venisse a vedere come stanno i Sinti, così non va. Ma non va bene nemmeno l’idea di trasferirci nelle case: se ne andrebbe la nostra cultura. Qualcuno ruba? Può essere. Un anno fa buttarono una bomba carta nel campo, poteva essere un inferno. la polizia venne, ma nessun telegiornale ne ha parlato. Invece...».
Invece si parla, si parla tutti i giorni del pericolo rom. «E così anche a noi adesso guardano tutti di storto. Io sono nato a Torino, mio fratello a Sampierdarena, tutti i nostri ragazzi sono nati qui. Mio figlio va a scuola, fa la terza media, vorrei che andasse all’università. Ma adesso anche quelli che ci conoscono, le persone che venivano a portare aiuto al campo, ora ci tengono lontani».
Il clima di diffidenza allontana anche il lavoro. E a questo punto la ghettizzazione è totale. «Qualcuno ha un mestiere, altri si arrangiano - ammette Tito - Ma ora c’è poco da fare: se sentono che stai al campo, o se uno dei nostri ragazzi parla nel nostro dialetto piemontese, dicono "via via", non si fidano più. Eppure io vorrei che la gente venisse al campo, cercasse di capire chi sono i Sinti, come viviamo. Ci sono anche due uomini e una donna che erano gagé come voi, quelli che vivono nelle case, e hanno sposato dei Sinti. E ora stanno con noi».
E i Rom? «In fondo, siamo della stessa etnia, anche se veniamo da paesi diversi». E la paura, i furti, i disagi? «Ripeto, non facciamo di tutta l´erba un fascio. Come in tutti i popoli c’è anche chi fa cose sbagliate. Se vogliamo capirci, incontriamoci». di Donatella Alfonso, la foto è tratta dalla mostra "...con gl'occhi dei bambini", progetto fotografico dell'Istituto di Cultura Sinta
Il sonno della ragione genera mostri, l'appello diventa seminario
Promosso da oltre 600 personalità, l’appello “il sonno della ragione genera mostri” nelle scorse settimane ha invitato il governo e le autorità locali ad un confronto vero per soluzioni concrete sulla questione sinta e rom. Ora l’iniziativa si trasforma in un seminario con autorità, Rom, Sinti e società civile.
I Rom, i Sinti non possono diventare i capri espiatori della crisi politica ed economica del nostro sistema Paese ed il clima di caccia alle streghe scatenato nelle scorse settimane, oltre che moralmente odioso, è anche pericoloso in quanto produce lacerazioni e contrapposizioni deleterie e difficilmente sanabili nel futuro in termini di civile convivenza.
L’8 luglio, presso la sede della Provincia di Roma, si terrà un’assemblea pubblica sul tema della condizione delle minoranze sinte e rom in Italia, con l’obiettivo di mettere insieme autorità politiche nazionali e locali ed esponenti della società civile, per un confronto di merito sui problemi, capace di portare a soluzioni concrete ed eque, efficaci sul piano della sicurezza, ma anche rispettose dei diritti fondamentali della persona. L’appuntamento è presso la sede della Provincia, palazzo Valentini, via IV Novembre 119/A, dalle ore 10.00 alle ore 13,00.
L’iniziativa segue il lancio dell’appello “il sonno della ragione genera mostri”, firmato da oltre seicento personalità. L’appello, che vede l’adesione di numerosi parlamentari italiani ed europei, esponenti del mondo della cultura, dell’arte, della politica, del sindacato e del mondo associativo, è stato inviato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Presidenti di Camera e Senato, a quattro ministri (Interno, Welfare, Esteri e Pari Opportunità), ai sindaci di Roma, Milano e Napoli, nonché ai leaders di tutti i partiti rappresentati in parlamento e non.
Gli aderenti all’appello sono convinti che solo dal dialogo e da un confronto sul merito dei problemi possono venire soluzioni concrete, eque, e rispettose dei diritti fondamentali della persona. Chiamano, dunque, ad un momento pubblico di confronto, chiedendo alle autorità cosa si intenda proporre e fare per rimuovere le condizioni di estrema emarginazione e miseria in cui versa gran parte delle popolazioni sinte e rom e quale soluzione umana e civile si voglia proporre per le persone oggi in condizione di irregolarità che lavorano e vivono onestamente nel nostro Paese.Interverranno tra gli altri, Nicola Zingaretti - Presidente della Provincia di Roma; Claudio Cecchini - Assessore alle Politiche Sociali della Provincia di Roma; Livia Turco, Savino Pezzotta e Fabio Porta - parlamentari, Roberto Natale, Presidente della FNSI, Nello Rossi magistrato. Chiediamo a tutti, a cominciare dai firmatari, di essere presenti. I promotori: Daniela Carlà, Giuseppe Casacci, Luca Cefisi e Piero Soldini.
Articolo 3, newsletter n° 1
E’ uscito il numero uno della newsletter di “Articolo 3, osservatorio sulle discriminazioni”, fondato a Mantova il mese scorso. Nella newsletter troverete alcuni approfondimenti sulle discriminazioni a Mantova e non solo. La redazione è formata da Maria Bacchi; Antonio Benassi; Carlo Berini; Angelica Bertellini; Barbara Nardi; Fabio Norsa; Eva Rizzin. Per ricevere la newsletter a cadenza quindicinale scrivete a osservatorio.articolo3@gmail.com.
Di seguito l’intervento di Maria Bacchi che apre questo numero
Breve dialogo su politica e storia. Incontro un amico che vota Lega e che per questa formazione politica ha anche ricoperto incarichi amministrativi in un paese della provincia. E’ una persona simpatica, da anni ci scambiamo frammenti di ragionamento e frecciate tutto sommato benevole. Mi dice che, anche se non tutto lo convince, è soddisfatto del nuovo governo, guarda con più fiducia al futuro. Io invece sono molto preoccupata, gli rispondo: mi stanno a cuore le libertà individuali e collettive e i diritti delle minoranze.
«Non preoccuparti- tenta di rassicurarmi- lo sai come vanno le cose da noi, tutto viene fatto ‘all’italiana’, senza troppi danni. Hai visto che anche con le leggi razziali le conseguenze sono state, tutto sommato, lievi».
«Ottomila deportati in campo di sterminio!»
«Capisco che ogni vita ha valore, ma si era in guerra e poi rispetto a quelli fatti fuori da Hitler…!»
Il cortocircuito storia-politica che il mio amico della Lega ha attivato subito è molto interessante e mette a fuoco la ragione fondamentale per cui Articolo3 si occuperà anche della rappresentazione e dell’uso della storia. Il suo discorso non è poi così insolito; molti continuano a coltivare il mito degli italiani “brava gente”. Qualche cifra per riflettere?
Complessivamente dall’Italia e dai territori italiani furono deportati, o uccisi prima della deportazione, 8869 ebrei, dei quali i deceduti sono complessivamente 7860. Gli arresti furono effettuati in buona parte da italiani. A Mantova, ad esempio, solo da italiani. Se si pensa che nel 1939 gli ebrei in Italia erano circa 50 mila e che le uccisioni e le deportazioni si concentrarono in soli 18 mesi, tra il settembre 1943 e il marzo del 1945, bisogna riconoscere il buon livello di efficienza persecutoria del fascismo italiano. Anche perché le deportazioni furono rese più ‘facili’ dalle ripetute operazioni di censimento, registrazione, schedatura, discriminazione, segregazione previste dalle leggi razziste del 1938.
Anche fra i 500 mila rom e sinti sterminati dai nazisti ci fu un numero imprecisato di italiani. Dal settembre 1940 il governo fascista aveva ordinato la loro reclusione in campo di concentramento.
Inoltre, per dimostrare che gli italiani non fanno le cose ‘alla leggera’, non farebbe forse male ricordare che nelle liste della Commissione per i crimini di Guerra dell'ONU risultavano alla fine degli anni Quaranta 1.200 italiani ( presunti) responsabili di massacri in Libia, in Etiopia, in Slovenia. Mai processati perché mai estradati dal nostro paese. La Germania ebbe la sua Norimberga, l’Italia no.
Il mio amico della Lega osserva: «Vuoi dire che noi italiani siamo buonisti soprattutto con noi stessi?»
Mantova, intervista a Yuri Del Bar
E’ bastato che venisse denunciato un (molto) presunto tentativo di rapimento di un neonato da parte di una ragazzina Rom per scatenare a Napoli autentici pogrom, come sottolineato dalla Parlamentare europea Viktoria Mohacsi. Gravi episodi stigmatizzati dalla maggioranza della stampa anche se non è mancato chi in modo estremamente esplicito ha soffiato sul fuoco. Questo dimostra per l’ennesima volta la precarietà della situazione e la scarsa propensione della popolazione ad installare un rapporto con i nomadi (che tali poi, nella maggioranza dei casi, non sono) basato sulla reciproca comprensione. Le analisi politiche e sociologiche su questo argomento si sprecano a conferma della esistenza di un problema la cui soluzione non è alle porte e che comunque comporterà una reciproca presa di coscienza e disponibilità ad un dialogo costruttivo di cui ora si vedono solo poche tracce.
Naturalmente anche la nostra città conosce il fenomeno dell’insediamento dei Rom e dei Sinti anche se, apparentemente, non si sono verificati i comportamenti violenti registrati altrove. Ma quale è realmente la situazione? Nel Consiglio Comunale di Mantova siede un Sinto, Yuri Del Bar (in foto con Ivana D'Alesandro del Consiglio d'Europa), mediatore culturale che si occupa con passione dell’aiuto e della tutela delle popolazioni Rom e Sinte locali.
Consigliere Yuri Del Bar, come stanno le cose a Mantova? Possiamo parlare di una discreta condizione di inserimento dei nomadi nel tessuto sociale e lavorativo del territorio?
Vorrei fare una premessa. I termini “nomadi”, “zingari” o “gitani” non ci appartengono, sono stati altri ad inventarli. Noi facciamo parte di una aggregazione di ventinove etnie differenti che si dividono in due macrogruppi, i Rom ed i Sinti, con storie, usi, costumi, linguaggi diversi. I Sinti sono esclusivamente italiani e sono suddivisi in vari raggruppamenti a seconda della zona di insediamento e quindi abbiamo i lombardi, i veneti, i marchigiani e altri. I Rom sono sia italiani che europei, particolarmente provenienti da nazioni teatro di guerre come la ex Yugoslavia oppure dalla Romania. Credo che la situazione dei nostri gruppi sia poco conosciuta e predominino i pregiudizi. Forse sarebbe meglio prima di giudicare, informarsi.
I fatti recenti di Napoli dimostrano che in effetti i rapporti con le comunità sinte e rom non sono facili, anzi spesso sembrano sul punto di rottura con le conseguenze che ognuno può vedere. Che cosa ne pensa?
Guardi, credo che se uno di noi sbaglia o delinque debba essere processato e se riconosciuto colpevole, condannato e da parte nostra vi sarà piena accettazione della sentenza. Ma la responsabilità deve essere personale, è inaccettabile che tutta la collettività sia colpita. A Verona un ragazzo è stato massacrato senza alcun motivo valido, ma nessuno ha pensato di andare a bruciare le case dei genitori degli assassini.
L’Unione Europea in più riprese ha richiamato l’Italia per atti compiuti nei nostri confronti. A Brescia una bambina è stata presa a sassate, a Marcaria ieri ( 21 maggio) è stata lanciata una bottiglia molotov contro un insediamento Rom. Lo sa che in alcuni supermercati è stato impedito ai Sinti di entrare? Tutto questo a causa di un presunto rapimento la cui esatta dinamica deve essere ancora accertata
La gente ci teme e la paura nasce da una campagna di disinformazione e da certa stampa che ci definisce sporchi, brutti e cattivi. Si sprecano i dibattiti su di noi, ma guardacaso, non siamo mai invitati, nessuno ci dà la parola. Molti sono inseriti nella vita sociale, ma veniamo esclusi. Si sparano cifre assurde sulla consistenza dei cosiddetti “ nomadi” in Italia ma la verità è che siamo solo centomila e di questi sessantamila sono italiani. Pensi che il vice sindaco di Milano De Corato ha detto che nella sua città i Sinti e i Rom sono oltre quarantamila, mentre da un censimento risulta che non arriviamo a settemila!
La Federazione Rom e Sinti Insieme, che raggruppa venti associazioni di dieci regioni ha contattato un pool di legali per svolgere una indagine sui giornali e le televisioni e denunciare chi dichiara il falso contro le nostre comunità. Siamo aperti al dialogo, la destra e la sinistra non c’entrano, possiamo collaborare anche con questo Governo per affrontare una situazione drammatica da cui rischiamo di non uscire più. Le Amministrazioni locali spendono cifre anche importanti per prendere decisioni calate dall’alto come la creazione di campi su cui non siamo d’accordo.
Quali soluzioni proponete?
A Mantova esiste un "campo nomadi" che apparentemente non dà problemi, in esso vivono prevalentemente famiglie sinte, ma noi non siamo d’accordo sulla sua esistenza e chiediamo che venga chiuso. Sa perché? E’ il simbolo stesso della nostra emarginazione, è una specie di marchio che ci contraddistingue e ci discrimina. Lo sa quante volte i nostri giovani e meno giovani in cerca di lavoro, quando comunicano la loro residenza in “ Viale Learco Guerra” vedono allontanarsi la possibilità di una assunzione fino a quel momento quasi conclusa? La verità è che ci escludono e rischiano di collocarci ai margini.
Che cosa proponiamo? Bisogna partire dal presupposto che non siamo tutti uguali, i gruppi sono distinti e con diverse aspirazioni. I Sinti per esempio non vogliono case, preferiscono vivere in roulotte, ma con uno spazio loro riservato, un terreno a loro disposizione che sono disposti a comperare. Diverso il discorso per i Rom, che spesso provengono dall’estero dove si sono allontanati frequentemente per vicende belliche o a causa di bande armate che mettevano a repentaglio la loro sicurezza. Questi nei paesi di origine avevano una abitazione ed ora cercano una sistemazione analoga. La nostra Associazione, la Sucar Drom (in lingua sinta significa “bella strada”), ha proposto un inserimento accompagnatorio con un progetto di lavoro che consenta a questi Rom che vengono dall’estero di svolgere attività per le quali sono esperti e quindi in condizioni di dare un valido apporto alla società. Abbiamo muratori, carpentieri esperti in varie specialità ma anche artisti. Sa che vi è un Rom che era musicista nel suo paese e che quindi vive di elemosina?
I Sinti ed i Rom lavorano alle dipendenze o in proprio e in questo caso sono dediti soprattutto al recupero del ferro vecchio e alla successiva vendita. Si tratta di una attività precaria che si vorrebbe venisse maggiormente tutelata creando per esempio una cooperativa che permetta di operare con maggiore tranquillità. Le nostre donne spesso effettuano la vendita porta a porta di oggetti di abbigliamento come centrini, borse ecc., ma siamo in presenza di un lavoro quanto mai precario e di reddito incerto.
Come siete strutturati?
A Mantova abbiamo l’Associazione Sucar Drom che lavora in collaborazione con l’Amministrazione Provinciale e da poco anche con il Comune di Mantova con convenzioni nell’azione di mediazione culturale nel campo sanitario, scolastico ed altri settori. Per le manifestazioni e le iniziative culturali è stato creato l’Istituto di Cultura Sinta.
Vorrei tornare sulla questione della chiusura del cosiddetto campo nomadi e sulla possibilità di alloggiamento di coloro che ora si trovano lì. Diverse famiglie, grazie all’azione di Sucar Drom hanno trovato una sistemazione in provincia e gli abitanti che rimangono potrebbero trovare una collocazione se venisse fornito loro sette o otto terreni su cui le famiglie Sinte allargate avrebbero la possibilità di installare le loro roulotte. I Rom venuti negli anni novanta sono stati inseriti in un progetto abitazioni ed in buon numero hanno trovato una casa. A Casalromano sono stati sistemate un centinaio di persone.
Vi è un fenomeno di mendicità dovuto a Rom che vanno e vengono ogni giorno da Verona. Abbiamo segnalato più volte questo problema e la necessità di porre un freno, ma nessuno ci ha ascoltato. Pensiamo che una via d’uscita potrebbe essere il coinvolgimento delle Associazioni di Rom e di Sinti che sarebbero in condizioni di trattare con il loro abitanti.
A livello scolastico avete problemi?
Abbiamo qualche difficoltà con il Comune di Mantova per una divergenza di vedute. Noi sosteniamo che i ragazzi debbono frequentare le classi normali ed essere aiutati nelle proprie abitazioni per l’inserimento, mentre l’Amministrazione vorrebbe che gli operatori scegliessero i bambini per staccarli dagli altri e fare dei nuclei a sé.
Comunque vorrei far notare che a Mantova vi sono Sinti e Rom che frequentano le scuole superiori e questo è sicuramente una novità positiva.
Avete paura?
Sì, perché assistiamo a fenomeni inquietanti di incomprensione e di intolleranza. di Sandro Saccani, pubblicato da “La Cittadella”
Milano, si prepara la grande cacciata
Il Prefetto Lombardi, neo commissario per l’emergenza nomadi, ha rilasciato un intervista a Oriana Liso, pubblicata oggi sulle pagine della Lombardia di Repubblica.
Il Prefetto per tutta l’intervista parla e risponde sui “nomadi”, facendo sempre riferimento a Cittadini comunitari ed extracomunitari, quando sa bene che la maggioranza sono Cittadini italiani.
Sono significative alcune affermazioni di Lombardi. Ad esempio all’inizio dell’intervista afferma: «bisogna essere chiari su un punto: è un’anomalia che si parli di nomadi quando molti di loro sono stanziali da anni». Ma poi nel proseguo dell’intervista afferma: «a tutti i nomadi regolari stiamo dando una tessera di riconoscimento personale per poter accedere nel proprio campo: d´ora in poi, senza di quella, non potranno entrare».
Ciò che veramente spaventa sono alcune affermazioni di Lombardi al termine dell’intervista. Perché prima spiega che i “campi” regolari saranno gestiti ma poi quando la giornalista gli fa notare che il ministro Maroni ha annunciato la chiusura, in prospettiva, dei “campi nomadi”, il Prefetto risponde così: «I campi non verranno chiusi, ma diventeranno luoghi di transito in cui si potrà restare non più di tre mesi».
Praticamente prima dice che è un’anomalia che si parli di “nomadi” ma poi lui stesso afferma che in prospettiva i “nomadi” non potranno vivere a Milano per più di tre mesi, quindi li si costringerà ad essere "nomadi". Noi ci chiediamo: dove andranno i Cittadini italiani che oggi vivono nei “campi nomadi”? Come faranno a mantenere i lavori che svolgono oggi? Dove andranno a scuola i bambini? Come potranno avere il medico di famiglia? E una visita specialistica come potranno farla a Milano? E se vengono a Milano per votare, saranno scacciati?Tutte domande che forse ne Lombardi ne Maroni si sono mai posti ma si sa i Sinti e i Rom non sono come tutti gli altri Cittadini italiani, per esempio non pagano le tasse…
La fabbrica della paura
Straniero, rom, clandestino, pericolo, paura: queste parole si rincorrono, ormai da mesi, dall’inizio della campagna elettorale in poi, insieme a quell’altra -“sicurezza” - che ci viene offerta dalle destre come se esse fossero le più adatte a liberarci da ogni minaccia.
Naturalmente, problemi di ordine pubblico esistono anche in Italia e questa percezione ha orientato il voto di molti elettori; eppure in molti sentiamo, più o meno chiaramente, che la paura è un’emozione che può essere incrementata artificialmente nell’opinione pubblica; e che proprio questo è avvenuto.
Vale allora la pena di domandarsi che cosa sia la paura, come si presenti nello sviluppo psichico delle persone, e se davvero possa essere influenzata da chi si presenta poi come detentore di poteri salvifici.
La paura è una emozione importante nella vita psichica. I genitori, quelli animali e quelli umani, proteggono i loro piccoli alimentandone l’allarme nei confronti di tutto ciò che rappresenta un pericolo per la loro sopravvivenza, e dal canto loro i piccoli chiedono loro protezione quando hanno paura.
Anche i cinque sensi, predisposti a questa funzione e stimolati dai genitori, mettono il bambino o il cucciolo nelle condizioni di riconoscere, per es., quando un sapore o un odore è diverso dal consueto, da ciò che è ormai noto come innocuo o addirittura come benefico.
L’ignoto può recare danno: se un bambino non ne avesse paura, non vivrebbe a lungo; gli ospedali pediatrici sono pieni di bambini “senza paura” che hanno mangiato “caramelle”, che invece erano medicine, o bevuto “aranciate”, che invece erano detersivo.
La paura è una emozione importante anche nello sviluppo psichico. La nostra crescita avviene attraverso un susseguirsi di attaccamenti e di distacchi dalle figure di accudimento e in questa vicenda la paura è un elemento essenziale.
Gli psicologi vanno sempre più sottolineando quanto siano fondamentali per la strutturazione psichica del bambino l’attaccamento alla madre, nei primi mesi di vita, ma quanto sia necessario, anche, che, a partire dal sesto mese, si sviluppi un processo separativo. Da questo momento in poi, il piccolo, più maturo dal punto di vista neuronale, diventa gradualmente capace di percepire che lui e la madre non sono una cosa sola, che egli è limitato e quindi inerme e dipende da un’estranea che potrebbe andare perduta e ciò gli fa paura.
Nei sogni di pazienti in terapia analitica che rivivono questo periodo separativo, ri-compare talvolta l’angoscia relativa a tale percezione; allora la madre può essere rappresentata in forme terrificanti (come la dea Kalì, con otto braccia o come una strega. Le favole sono costituite da questi vissuti).
In un normale processo di sviluppo successivamente la madre amorevole viene recuperata e il senso di estraneità che il bambino aveva vissuto nei suoi confronti e che lo aveva tanto spaventato viene spostato sul padre che, comparendo sulla scena, può apparire al bambino una fonte di paura, come, del resto, ogni persona “nuova” cioè non ancora conosciuta.
Gli specialisti dell’età evolutiva considerano un segno di maturità psicologica che un bambino in braccio alla mamma, a circa otto mesi, guardi un estraneo che gli si avvicina con interesse ma anche con paura, sospetto e ritrosia. (Incide sulla paura del bambino, e su come egli riesce a superarla, non solo il rapporto di ciascuno dei genitori con lui ma anche la modalità della relazione genitoriale. Quando i genitori litigano, cioè scaricano sul coniuge le proprie frustrazioni, è come se le scaricassero sul bambino, e quindi aumentano la sua paura invece di lenirla).
Il gioco del rapporto a due, che viene sempre interrotto da un terzo che spezza l’intimità (ma allarga le relazioni) continua per tutto lo sviluppo: nella tappa edipica, nell’adolescenza e anche più avanti quando un nuovo nato disturba l’idillio a due dei novelli sposi. Al terzo che interviene si guarda sempre con difficoltà e una certa paura (pensiamo ai giovani padri che spesso accolgono con gioia, ma anche con timore, il piccolo, temendo che prenda il loro posto nel cuore della moglie).
Da questa breve panoramica si può vedere come la paura abbia una funzione dinamica essenziale nello sviluppo; come tuttavia per diventare fattore positivo di crescita debba essere quantitativamente e qualitativamente regolata.
I genitori e tutti coloro che hanno cura di un bambino intuiscono facilmente che la sua struttura psichica si sviluppa in modo graduale, e così anche la capacità di contenere le emozioni; e che la paura provata dal piccolo non deve essere di qualità e intensità tale da superare tale capacità.
Un processo educativo può essere considerato buono se è capace di utilizzare la paura quando è necessario, ma di attenuarla quando diventa eccessiva.
Il grande psicoanalista Wilfred Bion scriveva che il compito principale della madre è quello di liberare il bambino dal “terrore senza nome” che, soprattutto nei primi tempi della vita, potrebbe annientarlo psichicamente, o addirittura fisicamente, se egli si sentisse in uno stato di inermità eccessiva. Quando la paura è superiore alla propria capacità di contenimento diventa panico: il rapporto equilibrato cognitivo-emozionale allora si spezza.
Chi è in preda al terrore non è più in grado di ragionare e può avere comportamenti insensati. (Pensiamo a certe reazioni illogiche dopo l’attentato delle Due Torri: persone che si lanciavano dalle finestre del trentesimo piano!). di Clotilde Masina Buraggi, continua a leggere…
giovedì 19 giugno 2008
Thomas Hammarberg in Italia
Il commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa Thomas Hammarberg oggi e domani è in visita in Italia per discutere con le autorità governative le implicazioni del “Pacchetto sicurezza” nel campo dei diritti fondamentali. Lo riferisce un comunicato del Consiglio d'Europa diramato oggi a Strasburgo.
“Voglio stabilire - spiega Hammarberg nella nota - un dialogo con il nuovo governo Berlusconi; ho già incontrato il ministro degli Affari europei a Strasburgo e ho avuto uno scambio di corrispondenza con il governo a proposito delle politiche nei riguardi dei migranti e delle comunità Rom. Sono impaziente di avere delle discussioni più concrete sull'argomento”.
Oltre alle autorità governative, Hammarberg incontrerà il presidente e il segretario generale dell'Associazione nazionale magistrati, il capo dell'ufficio di rappresentanza della Commissione europea in Italia e il presidente della Federazione Rom Sinti Insieme.
“Ho ricevuto diversi rapporti sui recenti sviluppi della situazione dei migranti e della minoranza Rom in Italia, e perciò vorrei farmi una mia opinione della situazione”, ha detto il commissario del Consiglio d'Europa.
Domani, 20 giugno, Hammarberg, che visita per la prima volta l'Italia, parlerà alla cerimonia per la Giornata mondiale del rifugiato, organizzata dall'Alto rappresentante delle Nazioni Unite per i rifugiati ai Musei di San Salvatore in Lauro, in Piazza San Salvatore in Lauro, a Roma.
Sinti italiani in viaggio per il diritto e la cultura
Da alcune settimane è nato in rete un nuovo spazio web sinto: sinti italiani in viaggio per il diritto e la cultura. Lo spazio è gestito dal Pastore Davide Casadio, già promotore dello spazio web la buona novella. L’intenzione dell’autore è quello di far emergere gli aspetti culturali che esprimono le minoranze sinte italiane e anche le rivendicazioni dei diritti oggi negati a queste minoranze.
I primi post sono fotografie dell’essere sinto o sinta oggi in Italia, con particolare attenzione ai valori fondanti nelle culture sinte. Inoltre, nello spazio web sono presenti tanti stimoli culturali, soprattutto per quanto riguarda la musica. Arte importante nelle culture sinte, a partire dal genio di Django Reinhardt.
Nello spazio web potete trovare anche una sezione di approfondimento sul Porrajmos, la persecuzione razziale subita dai Sinti e dai Rom in Italia, Germania e nei Paesi occupati, durante il fascismo e il nazismo.
Se qualcuno ci chiedesse: perché navigare in sinti italiani in viaggio per il diritto e la cultura? Noi risponderemmo: perché sarebbe un modo semplice per conoscere la realtà dei Sinti italiani e saper leggere così in modo critico la disinformazione che ogni giorno ci viene scodellata dagli organi di stampa.
UCEBI: siamo vicini ai Rom
Uno dei momenti più sentiti della 40a Assemblea generale dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI) (Bellaria, 12-15 giugno) è stata la discussione e l'approvazione di una mozione di solidarietà con il popolo Rom.
“L'ordine del giorno che abbiamo presentato all'Assemblea è il frutto dell'ascolto dei Rom evangelici che ho più volte avuto modo di visitare nei loro campi - ha spiegato il pastore Carmine Bianchi, coordinatore del Dipartimento chiese internazionali dell'UCEBI -. Nelle loro parole e nelle loro preghiere era palpabile una sensazione di paura e di sofferenza. Proprio in questo momento è dunque importante manifestare la nostra vicinanza a questi fratelli e sorelle che fanno parte di un popolo che in Italia non è riconosciuto come tale”.
La mozione, preceduta nel testo da un'analisi sulla situazione dei Rom in Italia, impegna le chiese dell'UCEBI ad avviare “campagne di sensibilizzazione per debellare il pregiudizio e la conseguente discriminazione nei confronti dei Rom”, la costituzione con gli altri evangelici italiani di “un gruppo di lavoro e di pressione presso il Parlamento italiano perché si arrivi al più presto all'approvazione di leggi per la tutela della presenza Rom nel nostro paese” e a valorizzare e “sostenere il ruolo della Missione evangelica battista Rom in Italia (MEBRI)”, soprattutto nelle sue attività volte “a favorire la scolarizzazione dei bambini e delle bambine e l'emancipazione delle donne tra la popolazione Rom”.
Proprio il presidente della MEBRI, pastore Cesare Levak, è intervenuto in Assemblea dopo l'approvazione all'unanimità della mozione. “Ritengo importante questo gesto di fraternità e di vicinanza alla nostra comunità - ha dichiarato Levak -, soprattutto attraverso un testo che è stato discusso direttamente con la nostra Missione”. La MEBRI opera in tutta Italia ed è impegnata - oltre alle attività legate al culto, come la predicazione e la formazione biblica - in progetti di formazione e inserimento lavorativo e di recupero scolastico.
I "rom" della cultura
Se un americano arrivasse all’Istituto di Cultura Sinta e formulasse la domanda: in Italia le popolazioni sinte e rom sono discriminate? La risposta potrebbe prevedere le immagini di Ponticelli e tanto altro ma Il Sole 24 ore ha pubblicato domenica 15 giugno 2008 un articolo esemplificativo su che aria tira in Italia.
Il giornalista è Riccardo Chiaberge (in foto) che un mese fa, citando un'intervista fatta a Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, ha scritto: «Le mafie in Italia hanno ucciso, negli ultimi trent'anni, qualcosa come diecimila persone. Più morti che nella striscia di Gaza. Una minaccia permanente alla vita e alla sicurezza della gente per bene. Ma contro i "quartieri alti" della camorra , a Ponticelli e dintorni, nessuno pare disposto a marciare».
Un giornalista che certo non può essere tacciato di razzismo, anzi… ma il 15 giugno ha scritto un articolo segnalando al neo ministro Brunetta le disfunzioni degli Istituti italiani di cultura. Nell’articolo spiega le funzioni di questi istituti sparsi per il mondo e punta il dito sul loro funzionamento e in particolare sul personale: «Il vero problema è il personale, gli “addetti culturali” e i “contrattisti” che lavorano (o dovrebbero lavorare) alle loro dipendenze. Gli addetti culturali (due o quattro per ogni sede, di cui molti ex-professori d’inglese o tedesco delle scuole medie in soprannumero, presi in carico dalla Farnesina e spediti nel mondo), per lo più sanno poco della cultura del loro paese e meno ancora del paese in cui si trovano, ma vengono pagati come superesperti (otto-diecimila euro al mese) e si comportano da impiegati statali. Il direttore di un importante istituto racconta di aver convocato una riunione un pomeriggio alle 16,30 con due suoi “addetti” e questi dopo 25 minuti si sono alzati, perché era finito il loro orario giornaliero: “se no facciamo straordinari e poi ce li deve dare come recupero”».
Cosa fare? Qui il giornalista, che ripetiamo un mese fa si è indignato sulla questione sicurezza, si lascia andare ed esplica bene come vengano viste le popolazioni sinte e rom in Italia: «Alcuni di questi signori [riferito agli addetti culturali] girano il mondo da vent’anni, cinque anni a Londra, cinque a Buenos Aires, e magari non parlano nemmeno la lingua del posto. Sono i Rom della cultura, un’emergenza per l’erario che il ministro Brunetta dovrebbe affrontare con la stessa "tolleranza zero" che si usa per i campi nomadi».
I fannulloni della pubblica amministrazione sono quindi apostrofati: “i Rom della cultura”. A cui naturalmente bisogna contrapporre una politica “seria”: la tolleranza zero.
Naturalmente Fabio Giancaspro, Segretario Nazionale del Coordinamento CONFSAL UNSA ESTERI, esprime «sdegno e incredulità» nel leggere un articolo su un giornale che fa parte di «un gruppo multimediale che opera nel settore dell’informazione e dell’editoria specializzata per una clientela professionale» e che «si vuole distinguere per autorevolezza, integrità e accuratezza, come si legge nella presentazione web del Suo giornale», un articolo che «è una prova non solo di cattivo gusto e stile per i toni feroci e commenti denigratori accompagnati da un eventuale retrogusto xenofobo (riferimento ai "matrimoni misti" e agli "indigeni"), ma soprattutto per la stessa disinformazione e superficialità con la quale affronta un argomento che richiederebbe più sensibilità e approfondimento da parte dello scrivente».
Si ci eravamo dimenticati che il giornalista non si è lasciato sfuggire un intervento degno della rivista “La difesa della razza”: «Molti sposano indigeni o indigene e si fanno una famiglia in loco, perdendo ogni legame con la lingua e la cultura d’origine».
Nei prossimi giorni, noi di sucardrom, invieremo a Riccardo Chiaberge un libro da poco pubblicato e che nei prossimi giorni sarà recensito in questo spazio web: “sono razzista, ma sto cercando di smettere” (Laterza), di Guido Barbujani e Pietro Cheli. Forse questo libro aiuterà sia Chiaberge che tanti altri a capire che purtroppo il razzismo esiste.
Monserrato (CA), una festa insieme
"Lasciate che Rom e Sinti vivano tra noi. Ne abbiamo bisogno. Potrebbero aiutarci a scompigliare un po’ del nostro ordine rigido. Potrebbero insegnarci quanto prive di significato sono le frontiere: incuranti dei confini i Rom e i Sinti sono di casa in tutta Europa. Sono ciò che noi proclamiamo di voler essere: cittadini d’Europa. Forse ci servono proprio coloro che temiamo tanto".
Non sono le parole di un marziano catapultato sul pianeta terra. Le ha scritte il premio Nobel per la letteratura Gunther Grass e cantano talmente fuori dal coro che stanno rimbombando nel nostro paese da risultare quasi assordanti.
In questi tempi di rabbia collettiva alimentata da un’informazione incosciente, foriera di aggressioni a intere comunità, qualcuno ha pensato di raccogliere l’invito dello scrittore tedesco creando un ponticello tra i Rom e i sardi per promuovere iniziative in risposta al clima xenofobo che sta montando in Italia.
L’associazione sarda contro l’emarginazione (ASCE) ha costituito un comitato con i Rom che vivono nel “campo” di Monserrato. Non è stato facile avvicinarli. Dopo i fatti di Napoli anche quelli che lavorano e mandano i figli a scuola hanno paura. Di fronte alle migliori intenzioni di un gruppo di gagè - così vengono chiamati i non rom - inizialmente hanno titubato. Ma alla festa organizzata ai giardinetti di Monserrato sono arrivati numerosi e quasi si stentava a distinguerli dai gagè. Che scompiglio. C’erano solo persone allegre. di Annalisa Chessa
mercoledì 18 giugno 2008
Barletta (BA), incendio doloso?
“Li ho visti anche ieri sera quei due, sul loro motorino, come le altre volte, che passano e dicono che devono bruciarci e ci chiamano bastardi e brutti zingari, come hanno visto fare a Napoli. Ieri sera, però, non hanno detto nulla, c'era già il fuoco, li ho visti in lontananza, forse erano venuti a godersi lo spettacolo”.
Azdovic Idriz, rappresentante della comunità Rom che vive nel “campo nomadi” di Barletta, a Barberini, è convinto che qualcuno abbia dato fuoco alla baracca distrutta dalle fiamme alle 23 del 16 giugno scorso. La baracca era temporaneamente disabitata e nessuno è rimasto ferito a causa dell’incendio.
Anche di fronte al fatto che, secondo i vigili del fuoco, non ci sono elementi certi che le fiamme siano state appiccate, Idriz insiste. “E' vero – dice – che non ci sono tracce di un incendio appiccato da qualcuno,- ma le fiamme bruciano tutto ed è difficile, dopo, dire perchè c'è stato un incendio, le fiamme non nascono dal nulla”.
Ieri mattina Idriz ha avvisato i proprietari della baracca distrutta, una famiglia che ha lasciato Barletta da qualche tempo per andare in Montenegro ma che tra poco sarebbe tornata a Barletta. “Non credevano a quello che gli ho detto – racconta – ora dovranno ricostruire la loro casa: anche quel poco che c'era lì dentro è stato distrutto”. Masserizie, tre bombole di gas, quasi esaurite, e altri pochi oggetti erano nella capanna bruciata, niente altro.
I vigili del fuoco, che hanno spento l’incendio, sono tornati anche stamane, insieme con i carabinieri di Barletta, per accertare, di giorno, che non vi fossero elementi trascurati nella notte per dire che le fiamme sono riconducibili a qualcosa e a qualcuno, e – a quanto viene reso noto – non li hanno trovati.
“Io e la mia famiglia, perchè siamo una famiglia – aggiunge Idriz – viviamo qui da quasi trent'anni e siamo benvoluti da tutti, non solo nel quartiere, ma anche a Trani, ad Andria: i nostri figli frequentano le scuole di questa città”.
“Se a dare fuoco alla nostra baracca sono stati quei ragazzini e sono del quartiere – conclude – io parlerò con i loro genitori, qui ci sono solo amici, e cercheremo di mettere tutto a posto perchè questa volta non è successo nulla, nessuno si è fatto male, ma se non fosse andata così come avrebbero potuto stare a posto con la loro coscienza?”.
La scuola è finita il 10 giugno scorso, e i bambini del “campo” erano lì stamane. Una piccola si avvicina: “Frequento la terza elementare in via Paolo Ricci – dice – e mi piace scrivere, sono brava”. Alla domanda se racconterà in un tema quanto accaduto ieri sera risponde: “Non lo so, che cosa è successo ieri sera?”. “Niente – le dice la mamma – niente, dormivi”.
«Il sentimento per quanto accaduto, qualora le forze dell’ordine accertino che si sia trattato di un atto di violenza, è di dura condanna e biasimo». Così afferma Luigi Terrone, assessore comunale alla sicurezza e legalità del Comune di Barletta, a proposito dell’incendio che nella tarda serata del 16 giugno nel "campo nomadi" alla periferia della città ha distrutto una baracca temporaneamente disabitata. Un episodio sul quale indagano i carabinieri di Barletta.
Se fosse un atto doloso, sarebbe – per Terrone – la prima volta che una cosa del genere accade in 30 anni di convivenza civile e pacifica tra i rom che vivono nel "campo" e i barlettani: «questo – aggiunge – crea sgomento e preoccupazione». «La città – conclude – deve prendere una posizione univoca e netta perchè quelli sono cittadini barlettani e a quanto accaduto va data una spiegazione».
Milano, «Rom bastardo, indagine sul nuovo razzismo in Italia»
«Romeni bastardi»: è la scritta che campeggia su un muro di fianco a un gruppo di case a Pavia, dove vivono alcune famiglie di rom. Segno evidente di un doppio luogo comune e, soprattutto, del un nuovo clima di razzismo dilagante, oggi, in Italia.
Quello che vuole tutti i romeni inevitabilmente rom. E quello che vuole tutti i rom inevitabilmente «bastardi». Non a caso «ve ne dovete andare bastardi» era anche la frase più urlata dalla gente a Napoli mentre venivano bruciate le baracche di un campo rom. «Stirpe di Caino», direbbero i notabili dei governi autoritari europei di quattro secoli fa, quando iniziarono a porre quel marchio razziale che indusse i nazisti a sterminare, assieme agli ebrei, mezzo milione di rom.
Ma i rom sono davvero «sporchi, nomadi, ladri»? Sono loro a produrre «sporcizia» o alcuni italiani, invece, li usano come alibi per le proprie discariche esistenti proprio vicino ai loro campi? È vero che rifiutano l’integrazione, la scuola, il lavoro, la casa? E perché se un italiano ruba è un ladro, ma se un rom ruba tutti i rom sono ladri o, ancora peggio, assassini?
Da queste domande prende il via il documentario «Rom bastardo - Indagine sul nuovo razzismo in Italia», realizzato dai giornalisti Carolina Borella, Franco Capone e Andrea Minoglio per cercare di analizzare e smontare alcuni dei luoghi comuni sui rom, che verrà presentato giovedì 19 giugno, alle ore 21.00, presso l'Associazione culturale Villa Pallavicini, in via Meucci 3, Milano.
Puglia, sono seimila i Rom
I Rom presenti in Puglia sono circa diecimila. Un dato attendibile, ma non ufficiale. Dietro questa incertezza c’è una motivazione precisa: più della metà dei Rom sono italiani, perciò non sono identificabili né tra gli extracomunitari, né tra gli immigrati.
A mappare l´intero territorio italiano ci ha provato il Ministero dell’Interno, con una rilevazione che ha portato a stimare intorno alle quarantamila unità la presenza dei Rom. Numero che sale vertiginosamente secondo fonti europee, ma non supera le 160mila persone. Una presenza comunque molto minore rispetto alla percezione comune, che stima sui due milioni i rom in Italia.
In Puglia, invece, le diecimila unità rappresentano un dato per eccesso. "In realtà il numero di nomadi nella nostra regione dovrebbe essere molto minore, intorno ai seimila" - spiega Annamaria Candela, dirigente del settore dei servizi sociali dell’Assessorato alla Solidarietà - "e nonostante siano presenti comunità di rom molto antiche, la gran parte degli arrivi si è registrata durante e dopo la guerra che ha interessato ex Jugoslavia e Kossovo".
Nella nostra regione sono presenti ad esempio molte persone discendenti dalle famiglie rom abruzzesi, socialmente integrate ed economicamente importanti. L’etnia sinta è invece quella maggiormente diffusa nel centro - nord della penisola. "Proprio perché molti nomadi sono in realtà italiani" - spiega ancora Annamaria Candela - "mappare è impossibile: basti pensare che la prefettura di Bari ha chiesto a noi dei dati certi".
Per questo è già previsto un censimento che provvederà soprattutto a trovare insediamenti sconosciuti. Attualmente nella regione ci sono quattro “campi” rom: due a Bari (uno riconosciuto e attrezzato a Japigia e uno meno a Poggiofranco), uno a Lecce e uno a Foggia. Nella sola città salentina, secondo le stime dell´Osservatorio immigrazione della Provincia di Lecce, sarebbero 250 i presenti.
A Foggia, i rom rumeni, invece, sono 273 in città e 83 nei dintorni di Cerignola, dove vivono sul posto di lavoro (in aziende agricole e fabbriche) e mandano i loro bambini in età scolare alle elementari a Lavello, in Basilicata. I rom bulgari, invece, sono quasi duecento, tra adulti e bambini, cinquanta dei quali ospitati nella scuola Garibaldi di Foggia.
Proprio in una scuola foggiana, qualche giorno fa, il timore di ripercussioni conseguenti agli atti di violenza già avvenuti a Napoli, ha spinto diversi alunni a una prolungata assenza dai banchi.
Per mettere fine alla paradossale situazione che vede i rom discriminati ma senza alcuna protezione, la sesta commissione del Consiglio regionale, in fase di dibattimento del disegno di legge sull’immigrazione, ha deciso di estendere le prestazioni previste per tutti gli altri gruppi minoritari, anche alle comunità rom.
Milano, continua la schedatura
Proseguono le schedature dei Sinti e Rom ordinati dal commissario straordinario, il prefetto Gian Valerio Lombardi. Questa mattina polizia e carabinieri sono entrati nel insediamento di via Martirano e sono stati identificati 120 Rom e Sinti, quasi tutti italiani. Nell’insediamento sono infatti presenti Sinti lombardi, Rom abruzzesi e due famiglie di Rom provenienti dalla ex Yugoslavia.
Due donne sono state denunciate per edificazione abusiva: dieci anni fa avevano costruito delle verande, ad uso cucina, in muratura sulle roulotte di loro proprietà.
“Presegue l'azione di censimento - commenta il vice sindaco di Milano e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato -, interventi importanti per sapere chi vive negli insediamenti comunali, che si affiancano ai costanti controlli dei campi abusivi”.
Quello di via Martirano, preceduto dai censimenti nei campi nomadi di via Impastato e di via Barzaghi, è il terzo intervento dal 6 giugno. Sempre in via Martirano erano già intervenuti a maggio gli agenti, denunciando sei persone per edificazione abusiva.
Milano, aggredita 12enne rom premio Unicef 2008
E' accaduto ieri mattina, 17 giugno, alle 8 a Milano. La famiglia Covaciu, romena di etnia Rom, già oggetto di continue peregrinazioni per l'Italia a seguito di vessazioni, minacce e sgomberi, stava uscendo dalla tenda in cui da diversi giorni si era stabilita, in un microinsediamento nella zona di Giambellino, quando è stata brutalmente aggredita da due italiani di età compresa fra i 35 e i 40 anni.
Rebecca, 12 anni , nota per essersi aggiudicata in Italia il Premio Unicef – Caffè Shakerato 2008 per le sue doti artistiche applicate all'intercultura, e il fratellino Ioni, 14 anni , sono stati prima spintonati e poi picchiati.
I genitori, uno dei quali è Stelian Covaciu , pastore della Chiesa Pentecostale, che assieme al fratello maggiore di Rebecca erano accorsi per difendere i figli, sono stati ricoperti di insulti razzisti, minacciati, indotti a lasciare immediatamente l'Italia e subito dopo percossi.
I Covaciu a quel punto sono fuggiti verso la stazione di San Cristoforo, in piazza Tirana, e accorgendosi di essere ancora se guiti hanno chiesto aiuto ai passanti. Nessuno è intervenuto.
Mentre la famiglia si stava avviando verso il parco antistante la stazione, la signora Covaciu, cardiopatica, è stata colta da un malore. Stellian Covaciu ha a quel punto contattato telefonicamente Roberto Malini del Gruppo EveryOne, che ha dato l'allarme facendo inviare sul posto una volante della Squadra Mobile di Milano e un'ambulanza.
All'arrivo della Polizia, gli aggressori si sono dileguati. Prima ancora dell'aggressione, l'Unicef aveva manifestato indignazione per la vicenda della piccola Rebecca, simbolo di un'infanzia senza diritti. Il Gruppo EveryOne era in procinto di organizzare un ritorno della famiglia in Romania per sottrarla all'ostilità che colpisce i Rom a Milano.
“Questa nuova violenza contro le famiglie Rom è spaventosa e deve sollevare la protesta della società civile” commentano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau.
“Quello che è avvenuto a Rebecca e alla sua famiglia è sintomatico del clima, ormai fuori controllo nel nostro Paese, di odio e intolleranza nei confronti del popolo Rom. Purtroppo non si tratta affatto di un caso isolato, ma dell'ennesimo gravissimo episodio di violenza, ai danni di una famiglia innocente, che rimarrà impunito e annuncia tempi davvero oscuri per l'Italia”.
Il Gruppo EveryOne ha recentemente denunciato l' aggressione a Rimini, avvenuta nell'indifferenza generale, di una ragazzina Rom incinta, presa a calci da un italiano mentre chiedeva l'elemosina. A Pesaro, qualche giorno fa, Thoma, il membro più anziano della locale comunità Rom, sofferente di un handicap a una gamba e cardiopatico, è stato colpito al capo e umiliato in pieno centro storico. Nella stessa città, i parroci hanno recentemente vietato ai Rom di chiedere l'elemosina davanti alle chiese.
Nei giorni precedenti all'aggressione della famiglia Covaciu, EveryOne ha ricevuto segnalazioni di numerosi episodi di violenza da parte di italiani nei confronti di persone di etnia Rom, soprattutto dei più deboli: bambini e donne.
“L'attuale clima di discriminazione generale e l'atteggiamento ostile delle autorità”, continuano Malini, Pegoraro e Picciau “fanno sì che le persone aggredite non trovino più il coraggio di denunciare i loro aggressori. Inoltre, dichiarazioni come quelle del ministro dell'Interno Roberto Maroni, che predica la tolleranza zero contro i Rom, la loro schedatura con foto segnaletiche e addirittura il prelievo del DNA, lo sgombero indiscriminato e senza alternative di campi di fortuna e insediamenti regolari, la sottrazione dei bambini Rom alle famiglie senza mezzi di sostentamento – proclami che sconcerterebbero qualunque esponente democratico di un Paese civile –, finiscono per fomentare violenze e soprusi ai danni dei più indifesi”.
Assieme a EveryOne, anche Santino Spinelli, dell' Associazione Thèm Romano onlus, e il gruppo “Caffè Shakerato” di Genova , organizzazione per l'intercultura e il rispetto dei diritti dei bambini, esprimono la più viva preoccupazione per l'episodio, effetto ancora una volta dell'odio razziale che imperversa in Italia.
“E' necessaria una condanna unanime del mondo politico italiano e delle Istituzioni europee” concludono i leader del Gruppo “e sono ormai indispensabili provvedimenti seri contro chi viola i diritti umani e si fa portatore di violenze e discriminazioni di matrice xenofoba e razzista”. di Vita
martedì 17 giugno 2008
Roma, mille voci contro il razzismo
No al razzismo, no al decreto sicurezza del Governo. A dirlo sono le mille voci e le decine di organizzazioni della società civile e del no profit che questa mattina si sono ritrovate nell'Aula Magna dell'Università La Sapienza di Roma per «aprire un agenda culturale e un cammino sociale condiviso per l'accoglienza».
Grandi assenti professori e studenti cui va il richiamo del pro-rettore Piero Marietti in apertura dei lavori. «Me ne scuso e ne prendo atto - dice Marietti - questa è un'accoglienza dovuta - ma vedo che la cultura cui ci si appella oggi non ha ritenuto di dover partecipare». Presenti, fra i tanti, l'Unhcr, la Caritas Italiana, la Fondazione Migrantes, il presidente della Regione Puglia Nicki Vendola, l'ex ministro Paolo Ferrero, Tullia Zevi, Gad Lerner.
L'appuntamento ha inizio con un minuto di silenzio per coloro che il governatore della Puglia Nichi Vendola definisce i «morti del cimitero del Mediterraneo», cioè le centinaia di migranti in fuga dal proprio paese che trovano la morte per arrivare in Italia. Insieme per ridare alla questione dell'integrazione «il senso» che esula dal «consenso» dice Vendola.
Ma l'Assemblea, promossa da associazioni laiche e cattoliche come l'Arci, Amnesty International, Acli, Antigone, Cgil, Cnca, Federazione Rom e Sinti Insieme, Libera, Magistratura democratica, va al di là della retorica e di fatto dà il via ad una sorta di mobilitazione contro il razzismo «per dire che non c'è sicurezza per nessuno se mancano i diritti umani e la dignità della persona» come sottolinea il presidente dell'Arci Paolo Beni. Lo scopo dell'agenda comune è lo «sforzo per un lavoro educativo e culturale così che sia più facile anche il lavoro politico» come spiega Miraglia dell'Arci all'apertura dei lavori dell'Assemblea.
Fin dalle prime battute è chiaro che al vaglio dell'Assemblea c'è necessariamente il decreto sicurezza all'analisi del Senato e sul quale si chiede un ripensamento in Parlamento. E contro il decreto si alzano le mille voci e le decine di striscioni portati in silenzio nell'Aula dalle associazioni migranti. «Italiani/Sinti- Sinti/ italiani» dicono quelli dell'Associazione Rom e Sinti insieme, «Italiani dal 1400» dice un altro slogan, «Clan destino» è scritto su una maglietta, «Siamo i Sinti di Roma» si presentano i romani con un gioco di parole.
E a prendere la parola per primi sono proprio loro, i migranti, «le vere vittime della sicurezza» come si definisce uno dei rappresentanti immigrati e rifugiati di Caserta, che con una petizione sta cercando di cambiare le regole per il permesso di soggiorno della legge Bossi- Fini. «Criminale non è una parola che si porta scritta sulla fronte - spiega - criminale è chi commette un reato». E «scusate se sono qui» conclude il suo intervento.
Dopo l'emozione si appella alla «razionalità» il pro-rettore dell'Università La Sapienza, che spiega quanto tutti i discorsi restino «vuota retorica» senza il sostegno della scienza. «Tra me e un nigeriano c'è un 3 per mille di differenza genetica» spiega Marietti e questa è una delle ragioni per cui essere razzisti è irragionevole».
«La vera esigenza è il canale di Sicilia» prende la parola Luciano Eusebi, docente di Diritto penale dell'Università la Cattolica che spiega: «Il diritto è il riconoscimento dell'altro, non il diritto ad autorizzare noi stessi ad abortire l'altro dalla nostra vita. Invece questo decreto è soltanto un uso strumentale del diritto per fini penali. Se si introduce la possibilità di lasciare libero ingresso ai migranti solo in caso di necessità - continua Eusebi - gli scafisti faranno in modo che i viaggi della speranza siano sempre più viaggi d'emergenza. Con questo decreto si introduce inoltre la "colpa d'autore": Sei più colpevole non per il reato che hai commesso ma per quello che sei».
Per Tullia Zevi, rappresentante della comunità ebraica di Roma, la sicurezza dipende «dall'integrazione e dal riconoscimento dell'altro» e il timore è che «senza memoria si torni a 50 anni fa quando in nome di un'ideologia razzista nella civilissima Europa si sterminarono 6 milioni di persone sradicando la cultura della diversità».
«Non bisogna aver paura, insomma, di essere ormai una minoranza» incita il giornalista Gad Lerner, intervenendo all'assemblea della Sapienza. «Ho paura che ci stiamo abituando al fatto che il razzismo faccia parte del senso comune del paese e anche in nome del popolo. È il popolo che lo vuole e allora si cancellano la pietà e i valori fondamentali dell'essere umano - continua Lerner - dividendo la gente che muore da quella che crepa».
Per il giornalista non si può rischiare di diventare subalterni ad una maggioranza che «prevede i commissari ad hoc per un'etnia, obbligo delle impronte digitali anche per i minori, che legittima un linguaggio che prevede il termine derattizzazione per gli essere umani e che lascia dire ad una radio del partito di Governo che «se gli “zingari” sono finiti nei lager una qualche ragione ci sarà pure stata. Abbiamo perso le elezioni sull'equazione migranti sicurezza, ma non ci possiamo escludere dalla decisione: bisogna votare contro il decreto sicurezza» conclude Lerner.
Sulle questioni del diritto internazionale ha molto da dire Mauro Palma, presidente del comitato europeo per la prevenzione della tortura, nel ricordare che «il Governo italiano si sta nascondendo sotto l'ombrello dell'Ue per quanto riguarda le norme della detenzione e del rimpatrio. Ma quello che il governo sta mettendo in atto sono tutto sommato tre norme «che esulano da qualsiasi legge europea». Quello dei 18 mesi di detenzione nei centri di permanenza temporanea, in realtà - spiega Palma - non è il limite minino ma il limite massimo posto dall'Ue per paesi che prima avevano tempi di detenzione più lunghi». Dunque è una norma fatta per i paesi con una forte emergenza tra i quali non è certo l'Italia».
CastelGoffredo (MN), Berini: «se torna il divieto, denunceremo il Comune»
«Rifaremo a breve l’ordinanza che vieta la sosta ai nomadi. Porterò io stesso la proposta nella prossima giunta». Il vicesindaco Roberto Lamagni conferma il ritorno del divieto che due anni fa impedì la sosta a Sinti e Rom. L’ordinanza, su segnalazione dell’associazione Sucar Drom e dell’Opera Nomadi di Mantova, era finita nel mirino del ministero delle Pari Opportunità ed era stata revocata solo nel febbraio scorso dal commissario prefettizio Angelo Araldi. Ma Berini ora avverte: «Se tornano quei cartelli siamo pronti a denunciare il Comune».
«Noi rispetteremo la legge - attacca Lamagni (Lega) -. La nostra ordinanza del 2006 era dettata da motivazioni di carattere concreto che permangono tuttora. Non c’entrano sinti o rom: non abbiamo un’area di sosta attrezzata per coloro che non hanno casa, ma vivono in modo itinerante, ovvero i nomadi. Il nostro diniego è dettato da ragioni di carattere sanitario e di sicurezza, non certo razziste».
Nell’ordinanza emessa nel maggio 2006 dall’ex sindaco Anna Maria Cremonesi si citavano problemi «di ordine igienico-sanitario, di salvaguardia del patrimonio pubblico e di microcriminalità». Formulazione che fece scattare una segnalazione della Sucar Drom e dell’Opera Nomadi alla presidenza del consiglio dei Ministri. Che il 30 luglio 2007 chiese lumi al Comune individuando «una potenziale fattispecie di discriminazione collettiva».
La risposta dell’allora Sindaco ricordò che il Comune non era dotato di spazi per la sosta collettiva, ma alcuni mesi dopo fu il commissario straordinario Angelo Araldi ad incaricarsi della revoca, facendo togliere i cartelli di divieto dal territorio comunale.
Venezia, anche Cacciari si perde...
Parola di investigatori: per la cattura della donna responsabile di uno scippo è risultata preziosa la collaborazione degli occupanti del “campo” in cui S.S., quarantenne pluripregiudicata, in cui risultava domiciliata, vale a dire quello di via Vallenari a Mestre. Ma la precisazione, contenuta nella nota della questura, non basta a fermare la polemica alla vigilia dell'apertura ufficiale del referendum contro la costruzione del villaggio Sinti e nel giorno dell'incontro in prefettura con i portavoce del Comitato di cittadini residenti di via Vallenari schierati per il "no" al progetto del Comune e appoggiati da An, Fi, Lega, Pne e Udc.
La comunità sinti, per parte sua, si affida alle parole di Paolo Hudorovic: «Episodi come questo danneggia tutti noi che rispettiamo le leggi e isoliamo chi le vìola. Sto pensando al sindaco a quanto sta facendo per migliorare la condizione delle nostre famiglie per dare un futuro dignitoso ai nostri figli. Sto pensando ai nostri concittadini che in queste settimane ci hanno manifestato la loro solidarietà. Al sindaco e a tutti, voglio ribadire a nome di tutti e con tutta la forza e chiarezza possibile che questa comunità ha rispettato e continuerà a rispettare tutte le leggi e tutte le norme che regolano la convivenza civile».
Ma il Sindaco Cacciari si perde… e dichiara: «Tengo a sottolineare come l'arresto della donna sia stato possibile anche grazie alla collaborazione fornita da residenti del medesimo campo. Va da sé che la responsabile del furto, come chiunque altro si renda colpevole di qualsivoglia reato, sarà escluso dall'assegnazione di alloggio nel nuovo Villaggio per i Sinti in via Vallenari».
Cacciari si presta alle tesi razziste già sancite dagli Anni Settanta in diversi regolamenti dei “campi nomadi” e ultimamente riscoperte dalla Casa della Carità e dal Comune di Milano che le hanno inserite nel patto di legalità e socialità.
Se io Cittadino italiano assegnatario di un alloggio popolare compio un reato andrò in galera. E basta. Al contrario se io Cittadino italiano, ma appartenente alle minoranze sinte e rom, assegnatario di un alloggio popolare compio un reato andrò in galera e perderò: il diritto alla casa, il diritto alla residenza, il diritto all’assistenza sanitaria, il diritto di voto…
Questa è un’aperta violazione alla parità di trattamento che è sancita nell’articolo tre della Costituzione italiana.
Pacchetto sicurezza: le osservazioni dell'ASGI
Pubblichiamo le osservazioni dell’ASGI sul decreto del presidente del consiglio dei ministri del 21 maggio 2008 recante la dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle Regioni Campania, Lazio e Lombardia e sulle successive ordinanze del 30 maggio 2008. Per leggere il documento completo…
Preliminarmente si osserva che il d.p.c.m. 21 maggio 2008 non prevede alcun tipo di specifica misura, fa riferimento soltanto a generiche situazioni di estrema precarietà degli insediamenti nomadi di tre Regioni, allude soltanto a problemi di ordine pubblico e non precisa quale sia l’obiettivo che si vorrebbe raggiungere mediante il ricorso a mezzi e poteri straordinari per il superamento dell'emergenza.
Successivamente le tre ordinanze del Presidente del Consiglio dei ministri del 30 maggio 2008 prevedono poteri sostanzialmente identici in capo ai 3 commissari straordinari nominati tra i Prefetti. I loro poteri si concentrano essenzialmente nel coordinare il monitoraggio, il censimento, il risanamento e l’eventuale sgombero dei campi nomadi e l’apertura di altri, mentre il reperimento di altre e più idonee soluzioni abitative resta secondario.
Con riguardo al d.p.c.m. del 21.5.2008 va rilevato che appare emesso al di fuori delle previsioni normative sulle quali ha preteso di basarsi. Si ricorda, infatti, che la legge 225/92, istitutiva del Servizio nazionale della protezione civile, all’art. 2 “Tipologia degli eventi ed ambiti di competenze” delinea compiutamente l’ambito entro il quale possono essere adottate misure di protezione sociale.
Esso, infatti, stabilisce che “1. Ai fini dell'attività di protezione civile gli eventi si distinguono in:a) eventi naturali o connessi con l'attività dell'uomo che possono essere fronteggiati mediante interventi
attuabili dai singoli enti e amministrazioni competenti in via ordinaria; b) eventi naturali o connessi con l'attività dell'uomo che per loro natura ed estensione comportano l'intervento coordinato di più enti o amministrazioni competenti in via ordinaria; c) calamità naturali, catastrofi o altri eventi che, per intensità ed estensione, debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari.
Evidente è il riferimento ad eventi naturali o indotti dall’uomo, laddove in entrambi i casi il denominatore comune è il rischio di situazioni di pericolo per il territorio inteso come elemento naturale.
Nessun richiamo né riferimento è contenuto, in alcuna delle previsioni normative della legge 225/92, a situazioni derivanti da forme di convivenza della popolazione, condivise o non condivise che siano.
Inoltre, il successivo art. 5 della legge 225/92, nel delineare la facoltà per il Presidente del Consiglio dei ministri di dichiarare lo stato di emergenza, fa richiamo espresso ad una situazione eccezionale, tale da consentire l’uso di poteri straordinari di intervento anche in deroga alle ordinarie previsioni , attuabili mediante “ordinanze emanate in deroga alle leggi vigenti devono contenere l'indicazione delle principali norme a cui si intende derogare e devono essere motivate”.
Con il d.p.c.m. “nomadi” è stata dichiarata una situazione di emergenza, e dunque attribuiti poteri extra ordinem, in riferimento a situazioni – gli insediamenti abitativi da popolazioni rom e sinti – che non solo non hanno nessuna caratteristica di pericolosità per il territorio inteso come ambiente naturale, ma che certamente non hanno neppure caratteristiche oggettive di eccezionalità e straordinarietà.
Al contrario, le nuove previsioni amministrative, invertendo la ratio legis, fanno diventare eccezionale non tanto una situazione “da protezione civile” quanto una parte di popolazione: quella rom e sinti.
Per altro verso, l’adozione di strumenti straordinari per una parte specifica della popolazione – quella rom e sinti – evoca dannate esperienze del passato che l’Italia pareva avere superato.
Invero, l’emergenza dei Rom non può dirsi tale perché il degrado e l’abbandono della condizione dei Rom è strutturale da decenni, tanto da essere stata oggetto di condanna da vari Organismi internazionale, non da ultimo ad opera del Comitato ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale – CERD e dal Comitato europeo dei Diritti sociali.
In generale si può affermare, senza tema di essere smentiti, che da troppo tempo nel nostro Paese i Rom ed i Sinti sono divenuti, in quanto gruppo etnico-culturale, oggetto di sistematiche violenze ed aggressioni verbali e fisiche, anche nelle forme estremamente violente che caratterizzano gli sgomberi dei campi sosta, con distruzione dei beni personali, manifestazioni aperte di disprezzo e maltrattamenti sulle persone.
Nei confronti dei Rom e dei Sinti quegli stereotipi negativi che una società democratica dovrebbe progressivamente superare sono divenuti, al contrario, un sentire comune che non appare più ostacolato dalla pubblica autorità, e che trova, anzi, alimento in un clima politico e culturale che tollera o addirittura incita, anche in modo esplicito, al razzismo, alla violenza e all’esclusione.
Il doveroso perseguimento delle condotte illecite dei singoli non può in alcun modo costituire pretesto per tollerare o giustificare una tale ondata di violenza generalizzata.
Occorre ribadire che il principio della responsabilità penale individuale costituisce il fondamento dello Stato di diritto e che l’eliminazione di ogni forma di attribuzione di caratteristiche, inclinazioni o responsabilità basate sull’appartenenza etnico-culturale costituisce il principale valore dell’Europa democratica. Oggi questo pilastro della civile convivenza rischia di essere scosso da atteggiamenti politici irresponsabili, determinando conseguenze imprevedibili.
Va ricordato che l’Italia è stata più volte oggetto di pesanti critiche in sede internazionale, ed in particolare da parte del Comitato ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale – CERD - per la politica di segregazione attuata tramite i cosiddetti “campi nomadi” ovvero per la mancanza di politiche attive di contrasto alla discriminazione di tale popolazione, che, giova ricordarlo, non supera in tutta Italia le 200mila persone, di cui parte rilevante costituito da cittadini italiani.
Un’effettiva tutela dei diritti umani fondamentali esige la reazione a questo clima d’intolleranza ponendo in essere ogni forma d’iniziativa utile al fine di riaffermare lo Stato di diritto.
Perciò il Governo dovrebbe non tanto emanare provvedimenti straordinari emergenziali quando assumere immediate misure finalizzate a fare cessare il clima di impunità che circonda le crescenti violenze e dovrebbe definire ed attuare un piano nazionale di tutela della popolazione Rom, che preveda altresì il superamento dell’anacronistica formula dei campi sosta a favore di interventi di inclusione sociale nelle comunità locali.
In proposito occorre ricordare che assai significativa anche per l’Italia è la disciplina del diritto all’abitazione nella Carta sociale europea revisionata, promossa dal Consiglio d’Europa, firmata a Strasburgo il 3 maggio 1996.
L’art. 30 della Carta afferma il diritto alla protezione contro la povertà e l'emarginazione sociale, per rendere effettivo il quale gli Stati si impegnano sia “a prendere misure nell'ambito di un approccio globale e coordinato per promuovere l'effettivo accesso in particolare al lavoro, all'abitazione, alla formazione professionale, all'insegnamento, alla cultura, all'assistenza sociale medica delle persone che si trovano o rischiano di trovarsi in situazioni di emarginazione sociale o di povertà, e delle loro famiglie” sia “a riesaminare queste misure in vista del loro adattamento, se del caso”.
L’art. 31 della Carta in particolare per garantire l'effettivo esercizio del diritto all'abitazione impegna gli Stati a prendere misure destinate:
1. a favorire l'accesso ad un'abitazione di livello sufficiente;
2. a prevenire e ridurre lo status di"senza tetto"in vista di eliminarlo gradualmente;
3. a rendere il costo dell'abitazione accessibile alle persone che non dispongono di risorse sufficienti.
Sul punto l’Italia è stata condannata con la decisione adottata il 7 dicembre 2005 dal Comitato europeo dei Diritti sociali (Centro Europeo per i Diritti dei Rom – ERRC - reclamo n. 27/2004) per ciò che riguarda l’accesso alla casa per i Rom a seguito di un reclamo presentato da associazioni di Rom.
Il Comitato ricorda che l’art. 31 mira alla prevenzione dello status di senza casa e delle sue conseguenze sulla sicurezza personale e sulla salute dell’individuo: il diritto all’abitazione assicura l’inclusione sociale e l’integrazione degli individui nella società e contribuisce all’abolizione di disuguaglianze socio-economiche.
Afferma, inoltre, che il Governo italiano, persistendo nella sua pratica di mettere rom e sinti nei campi, ha fallito nel prendere in considerazione tutte le differenze rilevanti o di prendere misure adeguate per assicurarsi che essi abbiano accesso ai diritti e ai benefici collettivi che devono essere disponibili a tutti.
Il Comitato, perciò, rileva che l'Italia non ha dimostrato di prendere misure adeguate per assicurarsi che ai rom e ai sinti vengano offerte abitazioni in quantità e di qualità sufficiente ai loro bisogni particolari, né di assicurarsi, o di aver preso misure per assicurarsi che le autorità locali stiano adempiendo alle loro responsabilità al riguardo.
Per questa ragione, il Comitato giudica che la situazione costituisca una violazione dell'art. 31§1 visto congiuntamente all'art. E della Convenzione, che prevede che i diritti previstiti dalla Carta devono essere garantiti senza qualsiasi distinzione basata in particolare sulla razza, il colore della pelle, il sesso, la lingua, la religione, le opinioni politiche o ogni altra opinione, l'ascendenza nazionale o l'origine sociale, la salute, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, la nascita o ogni altra situazione.
Il Comitato ritiene anche illegittima la pratica degli sgomberi forzati, delle minacce di allontanamento, la distruzione sistematica di proprietà e l'invasione delle abitazioni dei rom e sinti da parte delle autorità italiane e ritiene, altresì che l’Italia, come ogni Stato parte della Carta, sia vincolato al principio di eguale trattamento per i rom e sinti per quanto riguarda l’accesso ad abitazioni pubbliche.
Per queste ragioni, il Comitato conclude unanimemente che la scarsità e l’inadeguatezza dei campi sosta per Rom e Sinti nomadi costituisce una violazione dell’art. 31§1 della Carta, letto congiuntamente all’art. E, che gli sgomberi forzati e le altre sanzioni ad essi associati costituiscono una violazione dell’art. 31§2 letto congiuntamente all’Art. E, che la mancanza di soluzioni abitative stabili per rom e sinti costituisce una violazione dell’art. 31§1 e dell’art. 31§3 della Carta, letti congiuntamente all’art. E.
Sulla base di questa condanna il Consiglio d’Europa ha chiesto al Governo italiano:
1) di conoscere i progressi realizzati al fine di garantire un’offerta quantitativa e qualitativa di alloggi idonei a soddisfare i bisogni dei Rom e come le autorità locali si siano impegnate ad adempiere gli obblighi loro incombenti a questo riguardo;
2) di indicare le misure adottate per garantire che le procedure di sfratto (o espulsione) siano svolte nel rispetto della dignità delle persone coinvolte e che siano garantite soluzioni alternative di rialloggio;
3) di conoscere le misure prese per migliorare le condizioni abitative dei Rom al fine di garantire soluzioni abitative permanenti, inclusa la possibilità di accedere concretamente agli alloggi popolari, tenendo in considerazione la loro particolare situazione;
4) di indicare, ove possibile, i dati statistici diretti a consentire una valutazione concreta dei progressi realizzati al riguardo.
Sulla base di tali precise condanne e richieste della Comunità europea ed internazionale, anziché emanare ordinanze straordinarie e prevedere figure altrettanto straordinario, meglio sarebbe che il Governo operasse sulla base dei seguenti punti:
1) effettuare un piano nazionale per l’integrazione sociale dei Rom, presentando all’Unione europea domande per il finanziamento di determinati progetti di integrazione sociale dei Rom presenti in Italia;
2) elaborare, anche con il contributo di esperti e delle associazioni dei Rom, una legge statale sulla minoranza Rom che tenga conto delle tutele necessarie sulla base delle peculiarità culturali degli appartenenti a tale minoranza, della loro eterogenea condizione giuridica (italiani, cittadini di altri Stati membri dell’Unione europea, cittadini di stati extracomunitari, apolidi, rifugiati), della loro eterogenea condizione abitativa (stanziali o nomadi), dei diritti e doveri fondamentali di ogni persona e delle giuste esigenze di tutela della sicurezza di ogni persona, italiana o straniera;
3) esigere che i diritti fondamentali dei Rom siano comunque rispettati in ogni Stato dell’Unione europea e che ogni Stato membro dell’Unione europea adotti misure attive e promozionali di sostegno ed integrazione sociale dei Rom che vivono sul suo territorio per evitare che una strutturale dimenticanza dei locali sistemi di Welfare o atti di discriminazione non prevenuti e repressi dalle locali autorità diventino una forma più o meno diretta di incentivo all’emigrazione verso altri Stati membri dell’Unione, ferma restando la libertà di circolazione, soggiorno e stabilimento dei cittadini dell’Unione europea in ognuno degli Stati membri.
A.S.G.I. - Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione
Segreteria Organizzativa - telefono/fax +39 0432 507115 - cell. 347 0091756 - e-mail: info@asgi.it
Sede legale a Torino, via Gerdil n.7 – 10100 - telefono / fax 011 4369158 - e-mail: segreteria@asgi.it
Giornata Mondiale del Rifugiato 2008
A Roma domani mercoledì 18 giugno 2008 in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2008 sarà presentata: “Presenze trasparenti”, ricerca sulle condizioni e i bisogni delle persone a cui è stato negato la status di rifugiato. L’evento si terrà alle ore 10.30 presso la Sala Di Liegro della Provincia di Roma a Palazzo Valentini in Via IV Novembre 119/a.
Chi sono i diniegati? Quanti ce ne sono in Italia? Cosa si può fare per sostenerli? A queste e ad altre domande hanno cercato di dare risposta cinque Associazioni di volontariato: Caritas Diocesana di Roma, Casa dei Diritti Sociali, Centro Astalli, Federazione Chiese Evangeliche e Progetto Casa Verde, nell’ambito della ricerca “Presenze trasparenti” promossa dai Centri di Servizio per il Volontariato Cesv e Spes.
Presenze Trasparenti è una ricerca-intervento condotta da Organizzazioni coinvolte nella cura e assistenza ai rifugiati e richiedenti asilo, che hanno stabilito un contatto con i diniegati per cercare di cogliere gli aspetti problematici della loro presenza a Roma e nel Lazio e poi programmare interventi e servizi ad hoc.
Con questa doppia finalità, si sono predisposti due strumenti di analisi: un questionario somministrato a 100 diniegati e una raccolta di storie di vita volta ad individuare le principali criticità che hanno vissuto 10 diniegati sul territorio preso in esame.
Inoltre nella ricerca è stato dedicato ampio spazio alle proposte di buone prassi da mettere in atto nei confronti di queste persone e all’analisi dei provvedimenti di diniego dello status evidenziando alcune criticità sullo svolgimento dell’esame in commissione e sul rispetto dei diritti dei richiedenti asilo.
Dalla ricerca si evince chiaramente che i diniegati sono prevalentemente giovani uomini con un livello medio – alto di istruzione, arrivati in Italia per mare dopo viaggi lunghi, con mezzi di fortuna e spesso nelle mani di contrabbandieri. Vengono prevalentemente dall’Africa (Nigeria, Camerun, Guinea, Liberia, Sudan) e dall’Asia (Afghanistan e Kurdistan).
Pressoché tutti, nonostante la loro domanda di asilo non sia stata accolta, hanno paura di ritornare nei loro paesi dove si sentono ancora minacciati. Dovendo scegliere di restare in Italia senza un permesso di soggiorno o ritornare da dove sono scappati, i diniegati fanno di tutto per rimanere. Molti iniziano un ricorso nella speranza che un tribunale riconosca loro la protezione che si aspettano dal nostro paese. Per la maggior parte il non poter lavorare regolarmente è la cosa più difficile da sopportare.
Presenteranno la ricerca: Walter Irvine (delegato UNHCR), Lê Quyên Ngô Dình, (Responsabile Area Immigrati della Caritas Diocesana di Roma), Marco Accorinti (ricercatore IRPPS - CNR), Padre Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli), Giulio Russo (presidente Cesv).
Christopher Hein (Direttore CIR), Claudio Cecchini (assessore alle Politiche Sociali della Provincia di Roma). Modera l’incontro Giovanni Maria Bellu (giornalista Repubblica).
L’incontro sarà introdotto dalla compagnia teatrale Hidden Theatre che proporrà un brano tratto dallo spettacolo "Dinieghi". Ai partecipanti verrà distribuita una copia della pubblicazione.
Per informazioni: Donatella Parisi: Fondazione Centro Astalli - tel. 06.69925099 - e.mail: astalli@jrs.net; Area Comunicazione Cesv – Centro Servizi per il Volontariato – tel. 06.491340 – e.mail: comunicazione@cesv.org
Lombardia, l'ordinanza Berlusconi
Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri, 30 maggio 2008, “Disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio della regione Lombardia”. (Ordinanza n. 3677). (GU n. 127 del 31-5-2008)
Il Presidente del Consiglio dei Ministri
Visto l'art. 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225; Visto l'art. 107 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112; Visto il decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401;
Visto il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in data 21 maggio 2008, con cui è stato dichiarato, fino al 31 maggio 2009, lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia;
Considerata la situazione di estrema criticità determinatasi nel territorio della regione Lombardia, a causa della presenza di numerosi cittadini extracomunitari irregolari e nomadi che si sono stabilmente insediati nelle aree urbane;
Considerato che detti insediamenti, a causa della loro estrema precarietà, hanno determinato una situazione di grave allarme sociale, con possibili gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e sicurezza per le popolazioni locali;
Ravvisata la necessità di procedere all'adozione di provvedimenti di carattere straordinario e derogatorio finalizzati al rapido superamento dell'emergenza, demandando ad organi all'uopo istituiti la realizzazione dei singoli interventi;
Ravvisata l'esigenza di attivare tutte le iniziative volte a garantire il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità delle persone, assicurando mezzi certi di identificazione, anche ai fini dell'applicazione delle vigenti disposizioni di carattere umanitario e in materia di immigrazione, e strumenti che consentano l'accesso alle prestazioni essenziali di carattere sociale, assistenziale e sanitario, avuto anche riguardo alla tutela dei minori da soggetti o organizzazioni criminali che utilizzano l'incertezza sulla identità o sulla provenienza anagrafica al fine di porre in essere traffici illeciti e gravi forme di sfruttamento;
Visto il «Patto per Milano sicura», sottoscritto in data 18 maggio 2007 dal Prefetto di Milano ed il Sindaco di Milano;
Visto il «Protocollo d'intesa per la realizzazione del piano strategico emergenza rom nella città di Milano» siglato il 21 settembre 2006 dal prefetto di Milano, dal Presidente della regione Lombardia, dal Presidente della Provincia ed il Sindaco di Milano;
Vista la direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 ottobre 2004, recante «Indirizzi in materia di protezione civile in relazione all'attività contrattuale riguardante gli appalti pubblici di lavori, di servizi e di forniture di rilievo comunitario»;
Acquisita l'intesa della regione Lombardia;
Su proposta del Capo del Dipartimento della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri;
Dispone:
Articolo 1.
1. Prefetto di Milano è nominato Commissario delegato per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei
Ministri del 21 maggio 2008, citato in premessa, nel territorio della regione Lombardia.
2. Il Commissario delegato, nell'ambito territoriale di competenza, se del caso anche in deroga alle disposizioni vigenti in materia ambientale, paesaggistico territoriale, igienico-sanitaria, di pianificazione del territorio, di polizia locale, viabilità e circolazione stradale, e salvo l'obbligo di assicurare le misure indispensabili alla tutela della salute e dell'ambiente, provvede all'espletamento delle seguenti iniziative:
a) definizione dei programmi di azione per il superamento dell'emergenza;
b) monitoraggio dei campi autorizzati in cui sono presenti comunità nomadi ed individuazione degli insediamenti abusivi;
c) identificazione e censimento delle persone, anche minori di età, e dei nuclei familiari presenti nei luoghi di cui al punto b), attraverso rilievi segnaletici;
d) adozione delle necessarie misure, avvalendosi delle forze di Polizia, nei confronti delle persone di cui al punto c) che risultino o possano essere destinatarie di provvedimenti amministrativi o giudiziari di allontanamento o di espulsione;
e) programmazione, qualora quelli esistenti non riescano a soddisfare le esigenze abitative, della individuazione di altri siti idonei per la realizzazione di campi autorizzati;
f) adozione di misure finalizzate allo sgombero ed al ripristino delle aree occupate dagli insediamenti abusivi;
g) realizzazione dei primi interventi idonei a ripristinare i livelli minimi delle prestazioni sociali e sanitarie;
h) interventi finalizzati a favorire l'inserimento e l'integrazione sociale delle persone trasferite nei campi autorizzati, con particolare riferimento a misure di sostegno ed a progetti integrati per i minori, nonchè ad azioni volte a contrastare i fenomeni del commercio abusivo, dell'accattonaggio e della prostituzione;
i) monitoraggio e promozione delle iniziative poste in essere nei campi autorizzati per favorire la scolarizzazione e l'avviamento professionale e il coinvolgimento nelle attività di realizzazione o di recupero di abitazioni;
l) adozione di ogni misura utile e necessaria per il superamento dell'emergenza.
3. Fermo restando quanto disposto dal comma 4, l'approvazione dei progetti da parte del Commissario delegato sostituisce, ad ogni effetto, visti, pareri, autorizzazioni e concessioni di competenza di organi statali, regionali, provinciali e comunali, costituisce, ove occorra, variante allo strumento urbanistico generale e comporta dichiarazione di pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità dei lavori, in deroga all'art. 98, comma 2, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 salva l'applicazione dell'art. 11 del decreto del Presidente della Repubblica n. 327 del 2001 e successive modifiche ed integrazioni, anche prima dall'espletamento delle procedure espropriative, che si svolgeranno con i termini di legge ridotti della metà.
4. Qualora per l'approvazione dei progetti di interventi e di opere per cui è prevista dalla vigente normativa la procedura di valutazione di impatto ambientale di competenza statale e regionale, ovvero per l'approvazione di progetti relativi ad opere incidenti su beni sottoposti a tutela ai sensi della legge n. 42/2004, la procedura medesima deve essere conclusa entro e non oltre quarantacinque giorni dalla indizione della conferenza dei servizi. A tal fine, i termini previsti dal titolo III del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 e della citata legge n. 42/2004 sono ridotti della metà.
5. Il Commissario delegato cura l'attuazione delle procedure di trasferimento degli impianti e delle opere, realizzati sulla base della presente ordinanza, ai Comuni od agli altri soggetti istituzionalmente competenti, secondo il regime proprio dei singoli interventi.
Articolo 2.
1. Per la migliore efficacia delle azioni di propria competenza, il Commissario delegato può attivare le necessarie forme di collaborazione con la Regione, altri soggetti pubblici e, per i profili umanitari e assistenziali, con la Croce Rossa Italiana.
2. Al fine di assicurare piena effettività agli interventi e alle iniziative di cui alla presente ordinanza, il Commissario delegato è assistito dalla forza pubblica ed a tale fine i prefetti delle altre province territorialmente coinvolte dall'emergenza in rassegna, i questori e le altre autorità competenti assicurano piena collaborazione per l'attuazione dei provvedimenti del Commissario delegato.
3. Per le esigenze derivanti dall'esecuzione delle iniziative da porre in essere ai sensi della presente ordinanza, il Commissario delegato si avvale di unità di personale civile e militare dipendente da Amministrazioni dello Stato e da enti pubblici territoriali e non territoriali, che sarà messo a disposizione, con oneri a proprio carico, da parte degli uffici di appartenenza entro dieci giorni dalla richiesta.
Articolo 3.
1. Per il compimento delle iniziative previste dalla presente ordinanza il Commissario delegato, ove ritenuto indispensabile, è autorizzato a derogare, nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento giuridico, delle direttive comunitarie e della direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 ottobre 2004, alle seguenti disposizioni normative:
- regio decreto 18 novembre 1923, n. 2440, art. 3, ed articoli 8, 11 e 19;
- regio decreto 23 maggio 1924, n. 827, articoli 37, 38, 39, 40, 41, 42, 117, 119;
- regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, art. 4;
- regio decreto 6 maggio 1940, n. 635, art. 7;
- decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, articoli 13, 54, comma 1, lettere b) e c), commi 2, 3, 4;
- legge 7 agosto 1990, n. 241, articoli 7, 8, 9, 10, 10-bis, 12, 14, 14-bis, 14-ter, 14-quater e 14-quinquies, e successive modificazioni ed integrazioni;
- decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327, articoli 11, 15 commi 2, 3, 8 (limitatamente ai termini ivi previsti che sono ridotti alla meta); art. 19; art. 22-bis; articoli 32, 34,
37, 38, 40, 41, 42, 47, 50;
- decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, articoli 6, 7, 8, 9, 10, 13, 14, 17, 18, 19, 20, 21, 33, 37, 42, 55, 56, 57, 62, 63, 65, 66, 68, 70, 75, 76, 77, 80, 81, 98 comma 2, 111, 118, 128, 130, 132, 141, 241;
- decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, articoli 21, commi 4 e 5, 22, 25, 26, 28, 45, 46, 151 e 153, e successive modifiche ed integrazioni;
- regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265, e successive modifiche ed integrazioni;
- decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, articoli 11, 12, commi 3, lettera b), e 5, 13, 45, comma 6, 159, 195, 200, 215, e successive modifiche ed integrazioni;
- decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modifiche ed integrazioni, articolo 101, 105, 106 e 107 - Titolo I - Sezione II - Parte III; articoli 118, 120, 121, 124, 125 e 126 Titolo IV - Sezione II - Parte III; articoli 199, 208, 210 e 211 Titolo I - Parte IV; articoli 239, 240, 241, 242, 243, 244, 245, 246, 247, 248, 249, 250, 251, 252, 253 - Titolo V - Parte IV;
- decreto legislativo 28 marzo 2000, n. 76, articoli 16 e 17; - legge 23 dicembre 1978, n. 833, e successive modifiche ed integrazioni;
- leggi ed altre disposizioni regionali strettamente connesse agli interventi previsti dalla presente ordinanza.
Articolo 4.
1. Per l'avvio dei primi interventi di cui alla presente ordinanza, è assegnato al Commissario delegato un primo stanziamento di euro 1.000.000,00, da trasferire su apposita contabilità speciale all'uopo istituita ed al medesimo intestata.
2. Agli oneri di cui al comma 1, pari ad euro 1.000.000,00 si provvede a carico del bilancio della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
3. Con successive ordinanze di protezione civile verranno quantificate, all'esito delle attività preliminari poste in essere dal Commissario delegato e delle progettualità individuate come necessarie, le ulteriori risorse finanziarie da destinare all'attuazione del presente provvedimento e disposti i relativi
stanziamenti.
Articolo 5.
1. La Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della protezione civile rimane estranea ad ogni rapporto contrattuale posto in essere in applicazione della presente ordinanza. La presente ordinanza verrà pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
Il ministro Sacconi è in confusione!
L'integrazione si realizza nell'ordine, “l'ordine è la premessa anche per il riconoscimento dei diritti di cittadinanza”. Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha voluto commentare la situazione del campo sinti di Mestre e le polemiche che hanno accompagnato ieri a Treviso la preghiera degli islamici in un parcheggio.
“Sono tensioni che nel nostro territorio si legano ai problemi dell'integrazione sociale - ha concluso, a margine della presentazione a Marghera della nuova ammiraglia di Holland American Line costruita da Fincantieri - soprattutto quando questa si riferisce alle comunità di immigrati”.
Noi di sucardrom ci chiediamo se il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, abbia un’idea di chi siano i Sinti veneziani, perché se associa una questione legata all’immigrazione (la professione della religione) con la questione abitativa di Cittadini italiani, forse non ha ancora chiare alcune cose…
lunedì 16 giugno 2008
Anche il Presidente Formigoni non si è letto la Costituzione italiana...
“Un incontro che è servito a raccordare al meglio le energie di ciascuno”. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, commenta così ''il Tavolo per la Sicurezza Urbana'' che si è svolto questa mattina presso la Prefettura di Milano, alla presenza del Ministro degli Interni, Roberto Maroni, con particolare riferimento all'emergenza rom.
“La Regione Lombardia - ha spiegato Formigoni - assicura l'impegno a sostenere con 1 milione di euro i nuovi compiti del Prefetto e mette a disposizione personale e supporto tecnico/informatico”.
Formigoni ha fatto presente che le nuove strategie non potranno in alcun modo “prescindere da un censimento approfondito che dia l'esatta fotografia di tutti i campi e di tutti i rom presenti nella nostra Regione”.“In questa direzione - ha aggiunto - un valido supporto e una buonissima base di partenza sarà sicuramente quello che noi abbiamo già realizzato, per esempio con il censimento effettuato su tutta la Regione, che va naturalmente via via aggiornato”.
Il ministro Maroni ha mai letto la Costituzione italiana?
“L’obiettivo è quello di procedere entro pochi mesi al censimento di tutti coloro che abitano nei campi rom, compresi i minori; registrarne le impronte digitali per il riconoscimento; arrivare alla chiusura di tutti i campi, anche quelli autorizzati se non attrezzati e alla possibilità di creare dei campi adeguati per ospitare i cittadini italiani. Gli altri che non hanno i requisiti per rimanere in Italia saranno espulsi, mentre quelli che potranno rimanere saranno spostati in campi temporanei fino al massimo di tre mesi entro i quali dovranno dimostrare di avere un adeguato reddito come prevede la normativa comunitaria”.
Così il ministro degli interni, Roberto Maroni, ha illustrato, il provvedimento e l’iter che sarà attuato dal commissario straordinario per l’emergenza dei campi rom a Milano, il prefetto Gian Valerio Lombardi. Inoltre, il Ministro ha dichiarato: "non solo le impronte digitali per l'identificazione dei clandestini ma presto sara' possibile farlo attraverso il Dna".
Maroni ha specificato che “i cittadini italiani saranno trattati come tutti gli altri cittadini italiani, pagando le tasse, con tutti i servizi; mentre per chi non ha diritto a rimanere prevediamo per i comunitari la possibilità di transito per tre mesi poi, se non riescono a dimostrare di avere i requisiti per rimanere, torneranno a casa”.
Noi di sucardrom domandiamo al Ministro Maroni: in Italia i Cittadini italiani, neonati compresi, che non appartengono alle minoranze sinte e rom subiscono la schedatura con tanto di registrazione delle impronte digitali?
Se la risposta è no, ci troviamo di fronte ad una violazione palese dell’articolo 3 della Costituzione Italiana che recita: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Venezia, i «sinti di Cacciari»: troppo normali per trovare ascolto nel paese della paura
«No campo nomadi di Mestre, campo nomadi di Mestre». Quattro o cinque bambini fanno il trenino e girano per il campo canticchiando una canzoncina della quale non capiscono bene il significato. «Ecco - dice sconsolato Stefano - questo è il risultato di questa campagna».
I bambini ridacchiano e continuano il loro trenino. «Purtroppo - dice Radiana, operatrice del comune - i bambini sono stati i primi a fare le spese di questa vicenda. A scuola, dove non avevano mai avuto problemi, adesso cominciano a essere isolati dagli altri bambini, a essere presi in giro».
All'attuale “campo” sinto si accede dalla strada, non ci sono cancelli o entrate. Le tre famiglie principali e storiche del “campo” si sono sistemate a zone. Centocinquanta persone, 45 nuclei familiari. Le roulotte sono accanto a prefabbricati e case mobili. C'è anche qualche casettina di legno. Hanno fatto tutto da soli i sinti per cercare di rendere più accogliente il campo. Che altrimenti effettivamente è assai desolato. Basti pensare che ci sono soltanto quattro servizi igienici e otto docce. Niente elettricità.
«D'inverno si gela - dicono Stefano e la moglie Daniela - fare la doccia è una sorta di tortura». Dalla casupola di Stefano e Daniela ai servizi ci saranno una trentina di metri. «Sufficienti per congelare - dice Stefano - anche perchè quando poi si entra nella doccia è freddissimo. L'acqua calda c'è ma finisce presto». Infatti ci sono 100 litri di acqua calda e poi bisogna aspettare un paio d'ore per riaverla.
La famiglia più vecchia qui è quella degli Hudorovich, origini crate, ma sono in questo campo dagli anni '60. In Italia da prima: loro sono scappati durante la guerra mondiale. E' stato don Vecchi a concedere il terreno alla comunità sinta. I terreni infatti erano di proprietà della curia. Negli anni qualche miglioria è stata fatta, ma certo si è ormai al limite. Anzi al limite si era già arrivati dieci anni fa. E proprio allora, assieme all'amministrazione comunale, i sinti avevano cominciato a ragionare sull'ipotesi di un nuovo villaggio. I finanziamenti destinati ai contratti di quartiere sono sembrati una buona possibilità e così la gente del “campo” insieme a operatori e tecnici hanno cominciato a concretizzare un progetto.
Ne è venuto fuori il villaggio di via Vallenari. Ma sono passati dieci anni e ancora non c'è nulla. «Il comune però l'anno scorso - dice Stefano - ha deciso di finanziare il progetto visto che ormai i soldi dei contratti di quartiere erano stati stornati nelle infrastrutture». In teoria i lavori del nuovo villaggio sarebbero dovuti partire nelle settimane scorse, ma la Lega e An si sono opposti, andando a presidiare il sito.
«Francamente non ci aspettavamo questa reazione - concordano tutti - perchè noi abitiamo qui da tanti anni, ci conoscono tutti. Andiamo a fare la spesa nei negozi e la gente ci conosce, chiacchiera con noi. E' stata davvero una profonda delusione».
La voce di Stefano si incrina rivelando che la ferita è davvero profonda. «Anche con i vicini qui - e indica le case costruite dopo il campo e incredibilmente a ridosso di esso - non è che abbiamo problemi davvero insuperabili». Si lamentano, i vicini, del rumore. Che poi vuol dire della musica, delle feste, dei canti che ogni tanto la comunità organizza. «Perchè per noi ci sono delle feste importanti che celebriamo secondo le nostre tradizioni».
Le famiglie qui sono evangeliche e cattoliche. Celebrano i battesimi, il natale, in misura minore la pasqua. I matrimoni non particolarmente. «Sai com'è, - dice Stefano - i fidanzati qui vanno via dal campo per qualche giorno, poi telefonano per sapere se le famiglie sono tranquille, se non ci sono problemi. E allora tornano e si sposano». Non capiscono tanto bene i sinti perchè i gagè si scocciano così tanto per le feste, per la musica. Difficile non condividere il loro stupore: in fondo di fronte a tante cose tristi, dicono, perchè perdere anche la voglia di ridere e stare insieme, festeggiando, cantando e suonando.
I sinti qui a Mestre sono tutti cittadini italiani, da generazioni. «Mio padre - dice Stefano - ha servito la patria. Ha fatto il bersagliere». E la nonna di Gaetano ha fatto la resistenza. Ma a quelli della Lega poco importa. Fanno leva sull'immaginario che vuole gli “zingari” (tutti) qualcosa da temere.
E i luoghi comuni si sprecano. Non pagano le tasse, il comune pensa solo a loro. Gli uomini qui lavorano nella raccolta del ferro. Hanno una convenzione con la Veritas. Quanto agli aiuti comunali. Nel campo viene pagato un solo assegno sociale: a un invalido civile in attesa di pensione di invalidità. Stefano coccola la sua bimba fra le braccia. Ha un anno e mezzo. Orgoglioso papà mostra il vestitino da spagnola che le hanno portato dei parenti. Adesso è difficile spostarsi. Anche loro sono sostanzialmente stanziali.
«Figurati - dice ricordando il passato - una volta potevamo andare e fermarci ovunque. Adesso dobbiamo sostare in un campeggio altrimenti sono guai». Il nomadismo è un ricordo. Che viene in parte rispolverato quando un parente sta male. «Allora - dice Stefano - si parte. Magari in quattro in macchina. Sostiamo davanti all'ospedale, dormiamo in macchina ma importante per noi è essere sempre accanto a chi sta male».
Ieri in prefettura c'è stato l'ultimo incontro sul nuovo villaggio. Si è deciso di rivedersi martedì per dare modo ai comitati di riesaminare il progetto corretto. Ma mercoledì, ha detto il prefetto, i lavori riprenderanno. I comitati dal canto loro non esiteranno a cercare di mettere i bastoni fra le ruote al progetto, anche utilizzando strumentalmente l'arresto proprio ieri di una donna del campo accusata di furto. di Orsola Casagrande
Gli "zingari" e il vocabolario...
Ne siamo consapevoli: le estremizzazioni del politicamente corretto portano a risultati a volte grotteschi. E poi in tempi come questi non ci si può permettere di andare tanto per il sottile. Bisogna badare alla sostanza, come insegnano i cittadini che incendiano i “campi rom”. Altro che chiacchiere. Per Riccardo Noury, il direttore dell'ufficio comunicazione di Amnesty International Italia, questi concetti appartengono alla routine quotidiana. Il tono del suo messaggio, infatti, è cauto. Un suggerimento sottovoce: "Provate a digitare la parola "insediamento" nel "Grande dizionario di inglese" del vostro sito Internet".
Fatto. Ci sono due diversi significati di "insediamento". Il primo è quello del linguaggio istituzionale e il termine inglese corrispondente è "installation". Esempio: "L'insediamento del nuovo presidente" - "The installation of the new president". Il secondo appartiene al linguaggio comune e indica la presa di possesso di una zona o di un territorio da parte di gruppi umani organizzati. L'esempio è: "The gipsy settlement was contested by the local inhabitants" - "L'insediamento degli zingari è stato contestato dagli abitanti della zona".
E' questa frase ad aver colpito l'attenzione del responsabile comunicazione di Amnesty: "Con tutti gli esempi a disposizione - scrive nel suo messaggio - guarda un po' quale è stato scelto. Sarà un segno dei tempi?"
In effetti - se proprio si voleva parlare di un insediamento di “zingari” e non di pellegrini, di campeggiatori o di profughi - "the gipsy settlement" lo si poteva anche immaginare "realizzato nello spazio messo a disposizione dalle autorità comunali", o si poteva dire che era stato "visitato dagli assistenti sociali".
D'altra parte, se si va a cercare lo stesso termine in un dizionario della lingua italiana come lo Zingarelli, si trova un esempio completamente diverso: "Studiare gli insediamenti dell'uomo primitivo". Insomma, non c'è alcuna necessità di tirare in ballo gli “zingari”. Invece, nel dizionario online (più recente e più aggiornato di tutti gli altri) non solo si parla di "gipsy" ma si afferma che la loro presenza suscita fastidio tra i "local inhabitants". E' davvero un segno dei tempi?
Verifichiamo andando sul link che presenta il "Grande dizionario" e ne descrive la completezza e l'ampiezza. Apprendiamo che le voci sono ben 176.000 e i vocaboli, tra composti e derivati, sono addirittura 500.000. Veniamo a sapere che vi sono anche voci di lessici specialistici (economico-commerciale, tecnico-scientifico e medico) e "termini e locuzioni della lingua colloquiale". A questa categoria - la "lingua colloquiale" - appartiene la frase sul campo degli zingari. Una scelta neutra, dunque.
Il curatore del vocabolario, quando ha dovuto spiegare cosa è un "insediamento" nel senso di "settlement", ha scelto come esempio una delle locuzioni usate con maggiore frequenza nei nostri discorsi. Esattamente come, per chiarire l'uso del termine "ristorante", ha indicato la locuzione "to go to a restaurant", per il termine "casa" ha scelto frasi come "to look for a house" (cercare casa) o "to rent a house" (prendere in affitto una casa). In definitiva, l'ostilità degli abitanti del quartiere è ufficialmente, anche per il vocabolario, l'attributo colloquiale all'espressione "campo nomadi".
Sì, un segno dei tempi. Di tempi cupi. Il dubbio ha trovato conferma poco dopo. Conclusa la ricerca suggerita dal dirigente di Amnesty, abbiamo aperto la posta della rubrica. C'era questo messaggio, inviato da Padova: «Quando farete un discorso serio sugli zingari parlando con chi ci sta in mezzo? I miei amici carabinieri non ne possono più. Quando li arrestano, prima si sentono minacciati e, dopo 24 ore, li vedono liberi. Un carabiniere mi ha detto: "Se te ne trovi uno in casa non chiamarci neanche. Arrangiati. Fallo fuori e buttalo in un canale. Non faremo troppe indagini». Altro che politically correct, chiacchiere e dizionari. Gli altri NOI, di Giovanni Maria Bellu
domenica 15 giugno 2008
Verso la pulizia etnica anche in Sicilia?
Lombardia, Lazio e Campania sono state le prime regioni nelle quali il nuovo Governo ha affrontato la “questione nomadi”. Secondo il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. «è iniziata l'azione di identificazione di chi vive nei campi abusivi - ha spiegato - e abbiamo un programma di azioni che in pochi mesi porterà alla soluzione della questione: chi ha diritto di stare vivrà in condizioni umane, chi non ha diritto sarà rispedito a casa».
Nel corso di una visita a Venezia in cui ha incontrato il prefetto della città, Maroni ha detto di avere "intenzione di chiudere i campi nomadi abusivi"."Questo è quello che stiamo facendo a Milano, a Roma e a Napoli. Su tutto ciò che è abusivo e illegale si deve intervenire”.
A Roma, dove continuano gli sgomberi avviati negli anni scorsi da Rutelli e da Veltroni, adesso anche in danno dei campi abitati da rom cittadini italiani, le attività di censimento producono deportazioni violente come nel recente caso del campo ubicato a Foro Boario.
Secondo il prefetto di Roma «Il nostro obiettivo è quello di monitorare e censire i campi, dando la precedenza quelli non autorizzati. Il censimento riguarderà l'intera area regionale: mi incontrerò con i prefetti del altre province per coinvolgerli». Ad ogni censimento, da Milano a Roma seguono arresti e trasferimenti coatti con l’obiettivo di terrorizzare i rom e indurli ad abbandonare i territori urbani.
Ovunque si fomenta impunemente l'odio razziale e si criminalizzano etnie in quanto tali, a Ponticelli, vicino Napoli, nessuno ha impedito attacchi incendiari ai campi rom, che sono stati scacciati con le spranghe e con le bottiglie incendiarie, mentre a Mestre si giunge ad impedire all’amministrazione comunale l’avvio dei lavori di sistemazione di un campo per rom cittadini italiani e si tollera che un manipolo di razzisti militanti della Lega blocchi decisioni democraticamente e legittimamente assunte dalle istituzioni locali.
La situazione dei rom e dei sinti in Italia è ormai fuori controllo. Le operazioni di sgombero procedono inesorabili e non si fermano neanche di fronte alla richiesta delle famiglie rom di aspettare il ritorno dei bambini da scuola, come è successo a Roma.
Associazioni umanitarie internazionali e importanti rappresentanti del Parlamento Europeo ribadiscono come non sia accettabile che gli interventi delle “forze dell’ordine” nei campi rom siano effettuati senza alcun preavviso e soprattutto senza alcuna proposta di sistemazione alternativa.
Gli sgomberi dei campo “nomadi” in corso in queste settimane in Italia si stanno svolgendo in violazione del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, ratificato dall'Italia con la Legge 881 del 25/10/ 1977, che sancisce il divieto di sgomberi senza alternative di alloggio.
In Sicilia la situazione dei rom non è meno grave che in altre parti d’Italia, anche se si tratta di poche centinaia di persone, in maggior parte donne, bambini, profughi di guerra per i quali non sarebbe difficile trovare una sistemazione dignitosa.
A Catania si è verificato uno “sgombero fantasma” con la intimazione da parte di “falsi”agenti di polizia ad abbandonare un campo abitato da Rom rumeni, prontamente seguito, da un rogo che ha distrutto completamente l’insediamento. Subito dopo i fatti, il Prefetto di Catania ha negato che vi fosse stata una intimazione ufficiale ad abbandonare il campo, ed anzi che vi fosse stata una vera e propria operazione di sgombero da parte della polizia, sostenendo che i rom si sarebbero allontanati volontariamente. Di certo non appena usciti dal campo i rom, mani anonime hanno appiccato il fuoco a tutto quello che restava nell’area appena abbandonata, senza che nessuno intervenisse. Una vicenda sulla quale la stampa e la magistratura devono fare ancora chiarezza.
A Palermo si rincorrono da tempo gli allarmi che, tra breve tempo, si procederà allo sgombero del campo della Favorita, in via del Fante. Risulta che già da settimane agenti di polizia e carabinieri (veri) minacciano i rom affermando che per lo sgombero del campo è solo una questione di tempo, con il risultato che alcune famiglie montenegrine, terrorizzate da questi “avvertimenti”, e dagli ostacoli frapposti dalla locale questura al rilascio dei permessi di soggiorno per motivi di salute, o al rinnovo dei permessi per motivi umanitari, hanno abbandonato il campo, probabilmente dirette all’estero.
Eppure il campo Rom della Favorita di Palermo non si può definire un campo “abusivo”, essendo stato istituito dal Comune nel 1994, ed essendo stato lo stesso Comune a trasferirvi allora i rom già presenti i città, precisamente allo ZEN ( Zona espansione Nord) ed in via Messina Marine. Da quella data il campo ha una sua storia, di impegni mancati, una storia documentata da provvedimenti amministrativi, come l’Ordinanza del Municipio di Palermo n. 573 del 12 febbraio 1999, tra le altre, con la quale si stabiliva in premessa di “ assicurare la vivibilità delle aree assegnate alla popolazione nomade, in particolar modo sotto il profilo igienico sanitario” e si impartivano disposizioni al Direttore dell’Azienda del gas, al Direttore dell’Azienda dell’acqua (AMAP), al Direttore dell’azienda per la rimozione dei rifiuti (AMIA) di adottare interventi per garantire acqua, luce e servizio rimozione rifiuti agli abitanti del campo. La stessa ordinanza intimava al Direttore generale dell’azienda trasporti urbani “ di mettere a disposizione del competente ufficio Igiene Pubblica dell’ASL 6 un mini/autobus per il trasporto delle persone presso centri opportunamente individuati dagli operatori sanitari”.
Da allora ad oggi il campo della Favorita ha vissuto una situazione di progressivo degrado, con l’abbandono quasi totale da parte dell’amministrazione comunale, che, salvo saltuari interventi di derattizzazione, in qualche caso con conseguenti morti sospette, si è limitata a garantire negli anni la fornitura di acqua e luce ad una parte del campo. Numerosi bambini sono stati morsi dai topi, in un caso con esito letale, e non si contano le malattie e le morti sospette. A otto mesi di distanza dalla morte non sono stati ancora consegnati i risultati dell’autopsia disposta dalla magistratura sul corpo di Vera Selimovic, una rom montenegrina morta lo scorso anno dopo una derattizzazione del campo, per cause ancora non chiare, malgrado tre giorni di vani tentativi di cura in ospedale.
I percorsi di integrazione che hanno portato alla scolarizzazione di quasi tutti i minori ed alla scomparsa di qualsiasi fenomeno di microcriminalità sono rimasti affidati al lavoro quotidiano delle associazioni alle quali no si è neppure garantito un tempestivo sostegno finanziario.
Di certo, stando alle “categorie” assunte dal Ministro dell’interno Maroni, a fronte dell’imponente documentazione amministrativa che lo contempla, il campo della Favorita di Palermo non si può definire un campo “abusivo”, anche se insiste su un area successivamente destinata a riserva naturale. Estenuanti tentativi di individuare un area alternativa per l’alloggiamento dei rom presenti a Palermo, in gran parte provenienti dalla ex Jugoslavia, in particolare profughi kosovari, sono rimasti senza risultati concreti, soprattutto per l’opposizione dell’Assessorato regionale territorio ed ambiente, tanto negli incontri presso la Prefettura, a partire dal 2000, quanto nelle periodiche riunioni del Consiglio territoriale per l’immigrazione.
Adesso si teme che da Roma arrivi la direttiva di procedere allo sgombero del campo e non si ha notizia delle determinazioni che starebbe per assumere il Comune o la locale Prefettura, presso la quale sembra che da tempo sia in discussione il problema di un “trasferimento” dei Rom attualmente insediati nel campo della favorita in via del Fante, in una zona sulla quale peraltro insistono forti pressioni speculative.
Le associazioni umanitarie operanti a Palermo in difesa dei diritti del popolo rom hanno creato una rete di collegamento permanente per denunciare immediatamente tutti gli abusi che dovessero essere commessi ai danni della comunità rom e per attivare immediatamente strumenti di controinformazione e di difesa legale, individuale e collettiva.
Occorre che qualsiasi decisione venga adottata dalla pubblica autorità sia conosciuta per tempo e divenga oggetto di una contrattazione preventiva al fine di individuare soluzioni generalmente condivise che non pregiudichino il lavoro di integrazione portato avanti con grande fatica da molti anni. Se anche a Palermo dovesse prevalere la logica dello sgombero forzato le conseguenze sul piano della lesione dei diritti fondamentali e delle prospettive di convivenza pacifica e nella legalità sarebbero incalcolabili. La sicurezza dei cittadini palermitani è la stessa sicurezza dei rom, molti dei quali nati proprio a Palermo. La sicurezza non si difende con i muri, con il filo spinato e con le deportazioni. Il principio di legalità vale per tutti, cittadini, immigrati ed amministrazioni pubbliche. di Fulvio Vassallo Paleologo - ASGI
venerdì 13 giugno 2008
Roma, mille voci contro il razzismo
Acli, Amnesty International, Antigone, Arci, Asgi, Cantieri Sociali, Cgil, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Federazione Rom e Sinti Insieme, Fuoriluogo, Giuristi Democratici, Libera, Link, Lunaria, Magistratura Democratica, Medici Contro la Tortura, Mensile Confronti, Progetto Diritti promuovono l’incontro “mille voci contro il razzismo”.
L’incontro, che ha come tema “il razzismo ci rende insicuri”, sarà introdotto dal Pro-rettore dell'Università La Sapienza Prof. Piero Marietti. Sono previste le prolusioni di Pietro Ingrao, Gad Lerner e Tullia Zevi.
Saranno presenti: Lucio Babolin (Presidente Cnca), Paolo Beni (Presidente Arci), Laura Boldrini (Portavoce Unhr), Angelo Caputo (Magistratura Democratica), Don Tonio Dall'Olio (Vice-Presidente Libera), Prof. Domenico Maselli (Presidente FCEI), Oliviero Forti (Responsabile immigrazione Caritas italiana), Padre Gianromano Gnesotto (Direttore Ufficio per la pastorale dei profughi e degli stranieri in Italia della Fondazione Migrantes della Cei), Patrizio Gonnella (Presidente Antigone), Nazzareno Guarneri (Presidente della Federazione Rom e Sinti Insieme), Giulio Marcon (Presidente di Lunaria), Luigi Nieri (Presidente Link), Riccardo Noury (Portavoce Amnesty International), Andrea Olivero (Presidente Acli), Mauro Palma (Presidente del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura), Anna Pizzo (Cantieri Sociali), Maria Quinto (Comunità Sant'Egidio), Anna Maria Rivera (Università di Bari, promotrice appello contro il razzismo di massa), Arturo Salerni (Progetto Diritti), Piero Soldini (Responsabile immigrazione Cgil), Lorenzo Trucco (Presidente Asgi), Franco Uda (CNVG), Grazia Zuffa (Fuoriluogo).
Per informazioni contattare Filippo Miraglia (Responsabile Immigrazione ARCI): miraglia@arci.it
Udine, diversità paura sicurezza
“Diversità paura sicurezza” è il tema del dibattito organizzato dal Centro interdipartimentale di ricerca sulla pace “Irene” dell’Università di Udine, con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura di Udine, che si terrà giovedì 19 giugno alle 17 nell’aula 7 di Palazzo Antonini in via Petracco 8 (primo piano).
Sono previsti gli interventi di don Pierluigi Di Piazza, responsabile del Centro Balducci di Zugliano, don Federico Schiavon, direttore dell’Ufficio per la pastorale dei Rom e Sinti della Fondazione Migrantes, del consigliere comunale Diego Volpe Pasini e del vicario del Questore di Udine Antonio Tozzi. L’incontro sarà moderato dal vicedirettore del Centro “Irene” Fulvio Salimbeni.“Il dibattito politico-sociale degli ultimi tempi - sottolinea Francesco Pistolato del Centro “Irene” - è notoriamente dominato da timori per la nostra sicurezza. Scopo dell’incontro è discutere quanto queste paure siano oggettivamente fondate, con particolare riferimento al nostro territorio e avvalendosi di una delle caratteristiche migliori della civiltà cui siamo orgogliosi di appartenere: la razionalità. Il Centro Irene ha promosso nel corso degli ultimi mesi molte iniziative su temi di ampio respiro, attinenti alla costruzione di una società pacifica, convinta del contributo che l’Università può fornire in merito. Sembra ora opportuno, di fronte a episodi di violenza in nome anche di una giustizia fai-da-te, proporre un momento di riflessione e discussione. A questo seguiranno, in autunno, incontri aventi lo scopo di far conoscere aspetti della cosiddetta diversità, non necessariamente sempre più inquietante della presunta normalità”.
Rom e Sinti, il decreto del governo Berlusconi
Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia (GU n. 122 del 26-5-2008)
Il Presidente del Consiglio dei Ministri
Visto l'art. 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225; Visto l'art. 107 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112; Visto il decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401;
Considerata la situazione di estrema criticità determinatasi nel territorio della regione Lombardia, a causa della presenza di numerosi cittadini extracomunitari irregolari e nomadi che si sono stabilmente insediati nelle aree urbane;
Considerato che detti insediamenti, a causa della loro estrema precarietà, hanno determinato una situazione di grave allarme sociale, con possibili gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e sicurezza per le popolazioni locali;
Considerata la situazione in cui versa il territorio della città di Milano, in cui la presenza dei nomadi è stimata in circa seimila unità, e dove all'interno dello stesso insediamento urbano sono sorti accampamenti abusivi in aree industriali dismesse nei quali confluisce la grande maggioranza della popolazione nomade;
Considerata la particolare conformazione urbanistica della città di Milano, in cui i confini dei numerosi comuni limitrofi giungono in un'area molto prossima al perimetro urbano del capoluogo di regione, con conseguente impossibilità di adottare soluzioni finalizzate ad una sostenibile distribuzione delle comunità nomadi senza il coinvolgimento di tutti gli enti locali interessati;
Considerato che la medesima situazione di elevata criticità interessa anche le provincie di Napoli e Roma, dove si registra un'elevata presenza di comunità nomadi nelle aree urbane e zone circostanti, con insediamenti in larga misura abusivi;
Considerato altresì che la sopra descritta situazione ha determinato un aumento dell'allarme sociale, con gravi episodi che mettono in serio pericolo l'ordine e la sicurezza pubblica;
Considerato che la predetta situazione, che coinvolge vari livelli di governo territoriale, per intensità estensione, non è fronteggiabile con gli strumenti previsti dalla normativa ordinaria;
Visto il «Patto per Milano sicura», sottoscritto in data 18 maggio 2007 dal prefetto di Milano ed il sindaco di Milano;
Visto il «Protocollo d'intesa per la realizzazione del piano strategico emergenza rom nella città di Milano» siglato il 21 settembre 2006 dal prefetto di Milano, dal presidente della regione Lombardia, dal presidente della provincia ed il sindaco di Milano;
Visto il «Patto per Roma sicura» sottoscritto in data 18 maggio 2007 dal prefetto di Roma, dal presidente della regione Lazio, dal presidente della provincia ed il sindaco di Roma;
Viste le note del 14 e 16 maggio 2008 con cui il Ministro dell'interno, rappresentando la grave situazione determinatasi, ed il concreto rischio che degeneri ulteriormente, ha richiesto l'urgente adozione di misure di carattere eccezionale;
Ritenuto quindi necessario il ricorso a mezzi e poteri straordinari per il superamento dell'emergenza in rassegna, ricorrendo, nel caso di specie, i presupposti di cui all'art. 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225;
Acquisita l'intesa delle regioni Campania, Lazio e Lombardia;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri adottata nella riunione del 21 maggio 2008;
Decreta: ai sensi e per gli effetti dell'art. 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225, in considerazione di quanto in premessa, è dichiarato, fino 31 maggio 2009, lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lombardia e Lazio.
Il presente decreto verrà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
Il Presidente: Berlusconi, Roma 21 maggio 2008
La maglietta «clandestino»
La maglietta «clandestina» viene da lontano. Aarong sono i mercati di villaggio del Bangladesh. Ed è anche il nome della Ong che da trent’anni organizza programmi sanitari e di educazione, e progetti di artigianato in diverse aree rurali del paese [coinvolgendo trentamila lavoratori, l’85 per cento delle quali donne].
Aarong collabora con una delle più importanti organizzazioni del commercio equo italiano, Altra Qualità di Ferrara [www.altraq.it]. La maglietta è lavorata dagli artigiani di Aarong e stampata da Arte’ grafica di Asti [www.promotus.it].
Acquistandola, inoltre, potrete sostenere il progetto della sartoria rom del campo Quintiliani di Roma [a cui è destinato il 10 per cento del prezzo finale], promosso dalla bottega del commercio equo Tutti giù per Terra di via Carlo Caneva 9 [assolastrada@libero.it] e da un gruppo di donne rom che hanno occupato un capannone abbandonato nelle periferia est della città.
Le magliette, tutte di color nero, sono disponibili in diverse misure: «M», «L» e «XL». Se volete ordinarle, ma anche se volete diffonderle presso botteghe, centri sociali, associazioni, circoli di partito, scrivete a bottega@carta.org oppure chiamate il numero di telefono 06 45495659.
Prezzo trasparente
Prezzo finale della maglietta: 12 euro
• 4,80 euro [pari al 40% del prezzo finale] per il progetto di commercio equo: di cui 26% prezzo al produttore Aarong [materia prima, taglio, cucito, tintura]; 12% costi di importazione; 18% margine dell’importatore [Altra Qualità]; 27% stampa artigianale Arte’ grafica di Asti; 17% imposte
• 1,20 euro [pari al 10% del prezzo finale] alla sartoria rom Quintiliani di Roma
• 1,80 euro [pari al 15% del prezzo finale] a Carta
• 2,20 euro [pari al 18% del prezzo finale] spese postali di spedizione compreso nel prezzo o incasso del venditore terzo.
• 2,0 euro [pari al 17% del prezzo finale] Iva
AVVISO: le magliette sono in fase di lavorazione e saranno disponibili in redazione per essere ritirate o spedite a cominciare dal 15 giugno.
Riepiloghiamo di seguito tutte le modalità di pagamento disponibili:
- Versamento con carta di credito tramite la Bottega OnLine, del quale riceviamo comunicazione via mail direttamente dal circuito interbancario;
- Versamento tramite bollettino postale su c/cp n°16972044 intestato a Carta Soc.Coop., la cui copia va poi spedita via fax al n°06/45 49 63 23;
- Versamento tramite bonifico (Banca Popolare Etica) IBAN IT85 D050 1803 2000 0000 0110 440, la cui copia va poi spedita via fax al n°06/45 49 63 23.
Milano, incontro di discussione del “pacchetto sicurezza”
Su iniziativa del Coordinamento Rom è indetto un incontro di discussione del “pacchetto sicurezza” mercoledì 18 giugno 2008, ore 21.00, presso la Camera del Lavoro di Milano in Corso di Porta Vittoria 43 (Sala Bozzi).
Interverranno: avv. Leonardo Bardi; avv. Enrico Belloli; prof. Marilisa D’amico; avv. Alberto Guariso; prof. Luca Masera; avv. Livio Neri. Coordina: prof. Marzia Barbera.
In occasione dell’incontro verrà presentata la proposta di istituzione di un Osservatorio sul rispetto dei diritti fondamentali. In particolare, verranno analizzate, anche sotto il profilo della loro costituzionalità e conformità agli obblighi comunitari, le disposizioni del Decreto-Legge 23 maggio 2008, n. 92, recante Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica, relative all’espulsione dello straniero e all’allontanamento del cittadino dell’Unione europea; all’istituzione della condizione di “soggetto che si trovi illegalmente sul territorio nazionale” come aggravante specifica e della cessione di immobile a titolo oneroso a immigranti irregolari come reato comportante anche la confisca del bene; all’attribuzione al sindaco di funzioni di polizia.
La discussione riguarderà anche le norme, contenute nei tre disegni di legge adottati di recente dal Consiglio dei Ministri, che prevedono l’introduzione del reato di immigrazione illegale, che portano a 18 mesi il trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione (ex CPT), nonché le norme più restrittive in materia di richiesta di asilo politico e ricongiungimenti familiari.
All’incontro sono invitati a partecipare, in particolare, i soci delle associazioni che lo promuovono, i componenti degli sportelli e degli uffici legali e vertenze delle organizzazioni sindacali e delle altre associazioni; i legali, i magistrati e i docenti che seguono la materia dell’immigrazione, della condizione dei Rom, della tutela antidiscriminatoria.
Il Coordinamento Rom Milano (ACLI; Arci; Associazione Liberi; Associazione Nocetum; Associazione Oltre il Campo; Aven Amenza; Caritas Ambrosiana; CGIL Milano; Comitato per le libertà e i diritti sociali; Comitato Rom e Sinti Insieme; Comunità S.Egidio; Fondazione Casa della Carità; Gruppo Abele; Naga; Opera Nomadi; Padri Somaschi)
Morte di uno "zingaro"
Togli pure la mano
dal tuo cuore di cuoio,
nemico sconosciuto:
non ruberò i tuoi miseri sogni.
Oggi voglio rubare
al cielo della notte
la stella più vicina.
La metterò sotto la mia camicia
sporca di rabbia antica
e splenderà dentro di me
come un fiore di fuoco.
Oggi il mio amico flauto
non ha più note
per irretire i ricordi:
le mie scarpe sono vuote
accanto al mio letto
d’erba e sassi.
Una nuvola apre al vento freddo
la finestra della mia stanza.
E voi che camminate, in fila,
fieri, nei vostri abiti puliti,
ditemi: chi di voi
ha mai posseduto
una casa così grande?
Valeggio sul Mincio (VR), terraemoti: culture in festa
Anche quest'anno l'associazione culturale Humus, con il patrocinio del Comune di Valeggio sul Mincio e la collaborazione del CESTIM e del cartello associativo "Nella mia città nessuno è straniero", ripropone il festival di musica e cucina del mondo "Terraemoti - culture in festa".
L'edizione di quest'anno, la sesta, si terrà il 28 e il 29 giugno presso Villa Zamboni, e si concentrerà sulla cultura iraniana e sui popoli sinti e rom, con spettacoli musicali, degustazioni di enogastronomia etnica, incontri, esposizioni fotografiche e proiezioni cinematografiche.
Sabato 28 alle 19 si terrà un incontro con Carlo Berini dell'ass.ne Sucar Drom e Radames Gabrielli dell'ass.ne Nevo Drom che avrà come titolo "Pringiarasmi - conosciamoci" e al cui interno troverà spazio la proiezione del documentario "La vita e altri cantieri", di Giuseppe Schettino.
La serata proseguirà con una cena a base di piatti tipici rom e col concerto del BRUSKOI TRIU, uno dei più importanti gruppi italiani di musica gitana e un caso più unico che raro di progetto musicale che nasce dalla spontanea collaborazione di Rom virtuosi e musicisti Italiani. Da mezzanotte verrà proiettato il film "Gadjo Dilo", di Tony Gatlif, manifesto del cinema Rom contemporaneo.
La domenica all'incontro delle 19 interverranno Sergio Paronetto di Pax Christi e Carlo Melegari del CESTIM, in un dibattito sul tema "Quale cittadinanza oltre la paura?". Dopo la cena a base di pietanze persiane ed iraniane, si esibirà il gruppo degli AVINAR, 4 musicisti iraniani che proporranno la musica folkloristica di regioni diverse dell’Iran. A chiusura della due-giorni verrà proiettato il film "Persepolis", di Marianne Satrapi.
In entrambi i giorni presso le stanze interne di Villa Zamboni sarà allestita la mostra fotografica sull'Iran di Alessandro Gandolfi (fotoreporter free-lance collaboratore di riviste come National Geographic, Repubblica e Touring fra le altre), e sulla realtà dei campi rom a cura di Lorenzo Monasta (ricercatore e fondatore del centro studi OsservAzione).
L'ingresso alla manifestazione è gratuito, info su myspsace.com/associazionehumus.
giovedì 12 giugno 2008
Bergamo, la Mez invita tutti al convegno
La Chiesa evangelica sinta, M.E.Z., invita tutti i Cittadini di Bergamo al Convegno religioso che si terrà dal giorno 10 al giorno 17 giugno 2008, presso via Aria della Fiera Nuova. Tutti saranno accolti nella grande tenda dove i Pastori proporranno la Parola di Dio ai cuori di tutti i partecipanti: con i nostri camper e le nostre roulotte ci siamo riuniti per far conoscere la grande verità del Vangelo.
Le funzioni religiose si terranno tutte le sere dalle ore 20.30, la domenica si terrà la funzione religiosa dalle ore 10.30 della mattina.
Inoltre, venerdì 13 Giugno si terrà il “Giorno nazionale dei sinti e delle associazioni” a cui sono inviati politici, giornalisti e tutti i Cittadini.
La M.E.Z., è associata alle Assemblee di Dio in Italia (A.D.I.) e conta oggi circa duemila aderenti, in maggior parte Sinti italiani. Attualmente i pastori consacrati sono quaranta; sei di essi svolgono attività missionaria in alcuni paesi dell’Europa dell’Est (Slovenia, Serbia, Slovacchia, Ungheria e Romania) allo scopo di evangelizzare le comunità Rom e Sinti di quelle regioni. Vi sono inoltre dei candidati al ministerio di pastorato. La Missione è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale (O.N.L.U.S.).
In primavera ed estate la Missione organizza Convegni religiosi in tutta l’Italia, riunendo tutti i convertiti all’Evangelo e tutte le persone che si stanno avvicinando alla Parola del Signore.
Nel periodo autunnale ed invernale i pastori sono inviati nelle diverse Comunità sinte, garantendo regolari servizi di culto.
La Missione, oltre al suo scopo religioso e spirituale, svolge un’azione di aiuto e recupero sociale di tutte le persone che si trovano in difficoltà esistenziale. I pastori assistono spiritualmente e socialmente gli ammalati e le loro famiglie anche attraverso le offerte dei convertiti.
La Missione svolge campagne di evangelizzazione, attività didattiche per i bambini, consulenze individuali e di coppia, incontri di carattere spirituale, distribuzione gratuita della letteratura cristiana, produzione di materiale audio e video ecc...
Per informazioni più dettagliate contattare il Pastore Casadio Davide (cellulare 334 2511887, che risponderà a tutte le vostre domande. Sito internet: http://mez-italia.blogspot.com.
Brescia, una storia di ordinaria discriminazione
“Non ti curo perchè voi rom mi fate schifo”. E' la pesantissima frase con cui una dottoressa dell'Asl di Brescia potrebbe aver negato le cure a una donna rom. Per cercare di far luce su quanto sarebbe effettivamente accaduto i parlamentari del Pd Paolo Corsini e Pierangelo Ferrari hanno presentato un'interrogazione urgente al Ministro del lavoro, salute e politiche sociali e al Ministro delle Pari Opportunità.
I due parlamentari sono venuti a conoscenza di quanto sarebbe accaduto da un'inchiesta pubblicata da un quotidiano locale di Brescia. E' stata la donna, che si chiama Luisa, malata seriamente da 4 anni e madre di 5 figli, uno dei quali con seri problemi di salute a rife
