giovedì 31 luglio 2008

Ma che fine ha fatto il ministro Carfagna?

Questa domanda siamo in molti a porcela. Il neo ministro per le pari opportunità in due mesi e mezzo è stata completamente assente sulla questione sinta e rom e non solo. Mentre tutto il mondo ci tacciava di razzismo, la ministra ha determinato una svolta evidente nella politica sulle pari opportunità: in Italia solo le donne e le bambine subiscono discriminazioni. Tant’è che la stessa presidente della Commissione bicamerale per l'infanzia, Alessandra Mussolini, ha affermato nei giorni scorsi: «aboliamo le pari opportunità serve un dicastero per l'infanzia». Secondo la Mussolini il ministro «Si occupa di infanzia femminile e solo di una parte della pedopornografia».
Sembra quindi che nei prossimi anni le azioni a favore delle pari opportunità in Italia saranno attuate solo a favore delle donne. La lotta contro le discriminazioni razziali sembrano infatti accantonate da questo governo. Ne è prova la nomina del ministro Carfagna di Isabella Rauti (moglie di Alemanno e figlia di Pino Rauti) a capo del Dipartimento per le Pari Opportunità. La Rauti da diversi anni è impegnata nella lotta alle discriminazioni che colpiscono le donne.
A completare il quadro già abbastanza nebuoloso sembra che sia in odore di nomina sempre ai vertici dell’Unar Maria Rosa Dominici. La Dominici è un’attiva sostenitrice di uno spazio web tra i più violenti contro le popolazioni rom e sinte: troviamo i bambini. Questo spazio web è uno dei principali responsabili dell’isteria che ha colpito il nostro Paese sui cosiddetti rapimenti di bambini da parte di Rom e Sinti e dove tra l’altro sono sistematicamente cancellati tutti i nostri interventi.
Noi di sucardrom scriveremo nei prossimi giorni una lettera al Ministro per chiedere un incontro dove ribadire le nostre proposte, a partire dal rendere l’Unar indipendente dal Governo, come succede in tutti i Paesi europei. Inoltre, chiederemo al Ministro che sia istituita una task force, composta da Sinti e Rom, che possa rilevare le più evidenti discriminazioni subite dalle minoranze rom e sinte.

Giornalisti contro il razzismo

La campagna «Giornalisti contro il razzismo», che nelle scorse settimane ha lanciato l’appello «I media rispettino il popolo rom», continua la propria battaglia per un’informazione rispettosa e deontologicamente corretta.
La tappa successiva è la richiesta di adesione ad un glossario che, appunto, ridefinisce le parole più in voga e, secondo i promotori della campagna, maggiormente discriminatorie. L’adesione è chiesta a chi fa informazione nei vari media. Si chiede una responsabilizzazione personale, in modo che si possa aprire una discussione pubblica.
«Mettiamo al bando la parola clandestino [e non solo quella]», è dunque il nuovo appello. Affermano i promotori: «L’appello ‘I media rispettino il popolo rom’ ha ricevuto centinaia di adesioni, moltissime provenienti da giornalisti e ‘mediattivisti’. Crediamo che sia testimonianza di un disagio diffuso nel mondo dei media. Si diffonde la consapevolezza – come scrivevamo nell’appello – che ‘i mezzi di informazione rischiano di svolgere un ruolo attivo nel fomentare diffidenza e xenofobia’. Resta però difficile individuare forme d’intervento efficaci per contrastare questa deriva.
Durante un seminario a Settignano (Firenze) aperto ai firmatari [giornalisti e no] dell’appello, abbiamo avviato una riflessione su questo tema e abbiamo pensato di compiere un primo passo a partire dal linguaggio, dalle parole che si usano per informare in particolare su rom e migranti. E’ nata così l’idea di definire un glossario minimo, a cominciare da alcune parole che ci pare necessario ‘mettere al bando’, e di chiedere a chiunque faccia informazione due cose: impegnarsi a non usare queste parole, se e quando si presenti l’occasione di occuparsi di rom e migranti; partecipare a una discussione pubblica sulle parole utilizzate dai media e sui criteri di selezione e trattamento delle notizie».«Siamo consapevoli – continuano–che le distorsioni dell’informazione e il ‘ruolo attivo’ spesso svolto dai media del fomentare diffidenza, xenofobia e razzismo non si esaurisce nell’uso inappropriato e stigmatizzante delle parole. L’enfasi attribuita a episodi di cronaca riguardanti rom, migranti e in genere ‘l’altro’; la ‘etnicizzazione’ dei reati e delle notizie; la drammatizzazione e criminalizzazione dei fenomeni migratori; l’uso di metafore discriminanti: sono tutti elementi che contribuiscono a creare un’informazione distorta e xenofoba. Sono tutti temi che vorremmo affrontare. Il primo passo che proponiamo, è la messa al bando di alcune parole: clandestino, vu cumprà, extracomunitario, nomadi, zingari. Perché crediamo che un linguaggio corretto e appropriato, quindi rispettoso di tutti, sia la premessa necessaria per fare buona informazione. Altre parole, altre considerazioni dovremo aggiungere in futuro. Chiediamo intanto a chi si occupa di informazione, di impegnarsi a non utilizzare nel proprio lavoro queste parole. E’ un primo atto di responsabilizzazione e il modo, crediamo, per avviare una seria discussione». Continua a leggere…

Basescu contraddice Berlusconi: "sui Rom non siamo d'accordo"

"E' lontano dalla verità che ci sia un comportamento negativo da parte del governo e del popolo italiano nei confronti della comunità romena in Italia". Silvio Berlusconi, conclude così l'incontro con il presidente romeno, Traian Basescu. Lo fa, cercando di rassicurare il leader di Bucarest, che in Italia non è in atto una discriminazione verso la sua gente.
Preoccupazione che Bucarest aveva già manifestato per bocca del premier Calin Tariceanu. E anche oggi Basescu è netto: 'Non approvo parte o gran parte delle misure del governo italiano contenute nel pacchetto sicurezza per i nomadi". A partire dalle impronte per i bimbi rom. Provvedimento che Berlusconi difende: "Si tratta di una misura che vuole garantire a questi bambini di poter andare a scuola e di poterci andare veramente". Ma Basescu mette un preciso paletto: "Le impronte ai bambini devono essere prese solo in presenza dei gentori oppure in presenza di un giudice. Questo solo in mancanza di un documento di identità".
Per il resto il presidente romeno nega "che in Italia ci sia stato un comportamento negativo nei confronti della comunità romena" ma ricorda come "i cittadini rumeni siano cittadini a pieno diritto dell'Unione europa e, pertanto, vadano trattati come tali".
"Riconosco tuttavia - aggiunge Basescu - che abbiamo in Romania un problema relativo alla minoranza rom. Abbiamo proposta, in questa sede, al governo italiano di collaborare al fine di risolvere questo problema che noi non siamo stati capaci di risolvere a casa nostra". Un tema che, il 9 ottobre, sarà sul tavolo del vertice intergovernativo tra Italia e Romania.
Poi tocca a Berlusconi commentare con durezza le critiche arrivate dall'Europa sulle gestione dei nomadi. E lo fa parlando di "disinformazione assoluta". Secondo il premier "la commissione Europea non è intervenuta, ma ha semplicemente risposto con una comunicazione. E' il Parlamento europeo che è intervenuto dunque si è trattato di una risposta politica basata su una irrealtà". In un’agenzia stampa di queste ore Piero Fassino, Pd, afferma: “Non c’è nessun pregiudizio da parte dell’Europa, ma c’e’ solo una richiesta esplicita che ogni paese membro dell’Ue, compresa’ l’Italia, rispetti gli standard in materia di diritti umani e civili che sono stati adottati dall’Unione”.

Berlusconi difende le impronte

Non c’è «nessuna discriminazione» verso il popolo romeno, anzi c’è «un’attività continuativa di collaborazione tra i due Paesi e tra le rispettive forze dell’ordine». Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante una conferenza stampa al termine dell’incontro con il presidente della Romania, Traian Basescu.
Il premier ha anche difeso la decisione di prendere le impronte digitali ai rom e in particolare ai bambini. Una decisione, ha sottolineato, che è stata divulgata come «misura restrittiva». «Ho precisato al presidente - ha detto Berlusconi - che si tratta di una misura che vuole garantire ai bambini di andare a scuola e di andarci normalmente. Questa è una precisazione che mi piacerebbe che anche la stampa potesse divulgare».
«L’identificazione tramite le impronte digitali - ha continuato il premier - è una pratica corrente in molti paesi Europei e che estenderemo probabilmente a tutti i cittadini italiani e ad altri cittadini stranieri che verranno in Italia». Allo stesso tempo Berlusconi ha imputato la dura reazione dell'Europa contro i provvedimenti italiani in materia di immigrazione alla «disinformazione completa» sulla reale applicazione delle norme.
La collaborazione tra i due stati non si ferma qui: la prossima settimana il ministro dell’Interno Roberto Maroni si recherà a Bucarest per incontrare il suo omologo e «organizzare un’azione comune di sfruttamento dei fondi europei per una piena integrazione della popolazione rom».

Traian Basescu: "voglio che voi sappiate che non esiste l'idea di abbandonarvi"

"Voglio che voi sappiate che non esiste l'idea di abbandonarvi. Capiamo anche parte delle misure prese dal governo italiano ma non possiamo essere d'accordo con un trattamento che sia al di fuori delle leggi europee". Lo ha detto il presidente romeno Traian Basescu ai Rom Rumeni del campo di via Candoni a Roma durante la visita effettuata stamattina.
"Ho visto questo campo e sono sicuro che possiamo andare avanti nel dialogo con le autorità italiane - ha continuato il presidente Basescu - Sappiamo anche che quello che non è stato risolto in Romania deve essere risolto qua a Roma. Per questo dobbiamo trovare soluzioni per i posti di lavoro".
"Sono convinto che tornerete in Romania quando ci saranno le condizioni adatte per farlo - ha aggiunto - lo Stato romeno però non accetterà i delinquenti, la legge deve essere applicata e rispettata e noi lavoreremo per avere un trattamento omogeneo".
Il capo di Stato ha poi annunciato che "a ottobre il primo ministro Tariceanu verrà a Roma per continuare il lavoro cominciato oggi. A tal proposito abbiamo pensato a un vertice intergovernativo".
Al termine dell'incontro con Basescu il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha assicurato che "in Italia non esiste nessuna discriminazione e nessuna mancanza di solidarietà. Ho ribadito con chiarezza al presidente Basescu che abbiamo la massima stima del popolo romeno".
"Non possiamo generalizzare determinati giudizi - ha messo in chiaro Alemanno - questo campo è la dimostrazione che c'è uno sforzo di integrazione e solidarietà''. Il sindaco ha quindi ribadito che "la soluzione è cacciare tutti coloro che violano la legge e dare una mano a coloro che vogliono rispettare le regole e le leggi italiane".
"Vogliamo essere chiari sulla stretta unione tra legalità e solidarietà - ha rimarcato il primo cittadino - con l'espulsione di chi viola la legge e con la massima disponibilità all'integrazione per chi vuole venire qui a lavorare. Su questo il presidente romeno è d'accordo, coopereremo per stabilire in Italia come in Romania legalità e solidarietà".

Oggi è meglio non dirsi rom per sottrarsi al disprezzo

Questo capita in vari tempi, in diversi Paesi. Non si sa con esattezza quanti siano i Rom residenti in ciascuno Stato. Sappiamo, però, che in alcuni sono numerosi, soprattutto nei Balcani orientali. Ma un numero ancora più consistente di essi è «sempre in cammino». Chissà da dove vengono o dove vanno; ignoriamo se partono o tornano.
In Europa ce ne sono più di dieci milioni. Se si mettessero insieme formerebbero una popolazione più numerosa di quella di una mezza dozzina di Stati del nostro continente. Non hanno un proprio territorio né un proprio governo. Hanno tutti un paese natale, ma non una patria. Sono parte del popolo in mezzo al quale vivono, ma non di una nazione. Non sono neppure una minoranza nazionale: sono transnazionali.
Arrivarono dall’Asia, sono discendenti di popolazioni dell’India settentrionale. Fin dai remoti tempi dell’esodo, si distinguevano per tribù. Attraverso la Persia, l’Armenia, l’Asia Minore, videro ed impararono come si fa il pane. Questo cibo elementare, peraltro, non era sconosciuto ai loro lontani antenati.
Hanno portato con sé dall’antica terra natia alcuni nomi propri, fra cui quello di Rom. Altri gli sono stati attribuiti da gente a loro estranea. Il termine zingaro deriva del greco Athinganos. Gli slavi del Sud li indicano con il termine ciganin, tsigan, tsigo; in Inghilterra li chiamano gipsy da egytios, anche in Spagna, «per il colore bruno della loro pelle». Sono detti anche Maneschi, Sinti, Gitani, Boemi. Un poeta croato di Dubrovnik, intitolò Jedupka - vale a dire Egiziana - un suo poema che ha per protagonista una bella Romina.
Gli uomini si dedicavano spesso all’arte del fabbro, lavorando i metalli, costruendo attrezzi agricoli, coltelli e spade, ferrando i cavalli; all’allevamento e al commercio degli equini; alla musica suonando chitarre o violini per rallegrare o consolare gli innamorati, gli infelici e gli ubriachi. Le «belle zingare» cantavano, danzavano e seducevano - in alcune regioni lo fanno ancora. E fanno le indovine, senza dimenticare l’«arte» antichissima dell’accattonaggio, tirandosi dietro per mano, attaccati alla gonna, o portati in braccio i loro bambini.

Nella mia terra natale i Rom sembravano essere più numerosi che altrove. Da ragazzo mi univo spesso a loro. I miei genitori mi rimproveravano, temevano che gli «zingari» mi rapissero portandomi via chissà dove - correvano voci di rapimenti. Ma nessuno mi ha mai fatto del male; invece, ho imparato dai Rom molte cose utili. Essi apprendono facilmente le lingue, forse più degli altri. Ignoro se nella loro vita di erranti riescano a conoscere la felicità, ma certamente sanno come si può essere meno infelici. Essi mi hanno aiutato ad ascoltare ed annotare parte del racconto che qui espongo.
I Rom hanno diversi termini per indicare il pane; il più frequente è marno che diventa poi manro, maro e mahno nelle varianti. La farina è arho, un nome che nella romanichila, la lingua dei Rom, non ha il plurale. E la cosa, forse, non è casuale. Il lievito si dice humer, la fame è bok, essere affamato è bokhalo - queste ultime due parole, sono di uso abbastanza comune. Ch’alo (si pronuncia: cialo) è sazio, panif è l’acqua, jag è il fuoco, lonm è il sale; mangiare si dice hav che è infinito e presente insieme. Conoscendo la povertà, la penuria e la ristrettezza, circondati da tante cose ma privati quasi di tutto, i Rom sanno ben distinguere ciò che è pulito (vujo) e quel che è sporco (mariame) non soltanto nel cibo, ma anche negli usi e costumi.
Non si servono di ricette scritte su come si fa il pane o come si prepara qualsiasi altro cibo, ma conservano e si tramandano una lunga tradizione orale che passa di madre in figlia, di generazione in generazione. Il loro modo di vivere non gi permette di servirsi di forni per il pane, ma una focaccia si può cuocere anche sulle ceneri del focolare e la pitha (una specie di pizza) su una piastra di semplice latta. Sapeste come sono saporite le pagnotte e le focacce dei Rom!
Nei loro proverbi sul pane c’è molta saggezza. Ne ho annotati alcuni nella lingua originale e li riporto perché se ne senta il suono; li ho poi tradotti per renderli più comprensibili.
Kana bi e ciorhe marena marnesa, vov bi lengo vast ciumidela: Se il povero venisse bastonato con il pane, egli bacerebbe la mano di chi lo colpisce.
O marno sciai so o Develni kamel thai so a thagar nasc’tisarel: Il pane può fare quello che Iddio non vuole e che l’imperatore non riesce a fare.
Kana bi ovela ne phuo marno savorenghe, ciuce bi ovena vi e khanghira vi e krisa: Se vi fosse pane sufficiente per tutti in questo mondo, le chiese e i tribunali sarebbero deserti.
Te si marne thei nai biuze, na bi trebela rugipe: Se ci fosse il pane e non ci fossero i furbi, le preghiere sarebbero inutili.
O bokhalo dikhel suno e marne, o barvalo dikhel suno pe sune: L’affamato sogna il pane, il ricco sogna i propri sogni.
Una giovane rom, allattando il proprio bimbo al seno, mi recitò quanto trascrivo di seguito, nella sua lingua: una breve canzone dedicata al pane. Me la tradusse persino. Il titolo è Marno, semplicemente: «Pane».
«I voghi e iag giuvdarel, / i pani o arko bairarel. O humer i dai longiarel / thai peske ilesa gudgliarel, gudlo thai baro te ovel, / pire c’havoren te ciagliarel».
Ed ecco la traduzione, purtroppo senza la fisarmonica e il tamburello: «Il soffio ravviva il fuoco,/con l’acqua si gonfia la farina./La mamma versa il sale nella pasta,/la insapora con l’anima sua/perché il pane sia dolce ed abbondante/e nutra i suoi bambini».
L’uomo non nasce mendicante, ma lo diventa. E non lo diventa soltanto per volontà propria. L’accattonaggio è l’ammonimento agli uomini veri e alle fedi sincere: a quelli chiamati a dare il pane a ciascuno, a coloro che non dovrebbero dimenticare la carità. Le armi e le guerre costano molto di più del pane. Gli antichi profeti consigliarono, invano, di sostituire la lancia con il vomere. I Rom non possiedono terre da arare. Ed oggi è per loro più facile mendicare, e talvolta, anche un po’ rubare. Domani, forse, non sarà più così. «Non dovrebbero essere così», dice il vecchio zingo, come una volta lo chiamavano nei Balcani, usando termini vezzeggiativi. di Predrag Matvejevic (traduzione di Giacomo Scotti)

Gallarate (VA), Comune e Sinti: tutto bene

E’ passato (quasi) un anno dal trasferimento dei sinti gallaratesi da via De Magri alla periferica area di sosta di via Lazzaretto. E a distanza di quasi un anno, la soluzione provvisoria adottata – e che scadrà ai primi di settembre - sembra accontentare tanto l’amministrazione quanto le famiglie sinte.
«In questi mesi - spiega il sindaco di Gallarate Nicola Mucci - non abbiamo raccolto lamentele particolari riferite alla situazione del campo». Nel corso di tutto l’anno, dal trasferimento del settembre scorso, la polizia locale ha costantemente monitorato la situazione, con l’attenzione rivolta ai diversi aspetti del campo e della piccola comunità nomade. «Avevamo stipulato con i singoli nuclei familiari un atto di affidamento dell’area che prevedeva precise clausole da rispettare», continua il sindaco.
Una di queste, ad esempio, riguardava il pagamento dei servizi di acqua e luce con contatori e bollette distinte tra i singoli nuclei. Un aspetto – come anche quello relativo ai rifiuti - che non ha sollevato problemi particolari, nonostante qualche lamentela di alcune famiglie. Nel corso dell’anno sono state però rilevate anche quattro violazioni delle norme relative al campo: «Prevalentemente legate a limitati spostamenti all’interno dell’area e a elementi di scarso decoro, peraltro riguardante solo pochi nuclei familiari – prosegue il primo cittadino -; tutte situazioni in gran parte risolte. Molte famiglie si stanno anzi attenendo rigorosamente al regolamento che hanno sottoscritto».
L’associazione Sucar Drom chiederà un incontro al Sindaco, insieme alla comunità sinta di Gallarate, per rivedere una parte del regolamento di gestione che contiene alcuni aspetti da modificare.

«Ci siamo sistemati, vedete? A noi questo posto va bene, ci sono solo alcune cose da migliorare», confermano i sinti. Il sole è caldo come quando arrivarono qui lo scorso anno, ma l’ambiente sembra meno inospitale: al posto della terra battuta i cento metri di strada interna asfaltata dal Comune, i “marciapiedi” di piastrelloni posati dagli stessi sinti, gli alberelli che non offrono ombra ma rendono meno triste lo spazio tra roulotte e case mobili. I bambini giocano sulla strada e tra le roulotte, seguiti da qualche cagnolino.
E i problemi? L’elemento che pesa di più alle famiglie sono gli spazi stretti, già segnalati al momento del trasferimento. Le distanze tra le roulotte e i camper sono minime, un incendio qui sarebbe pericoloso. E poi c’è il “traffico” delle forze dell’ordine: «Quando le automobili dei vigili o della polizia entrano per i controlli sono costretti a fare manovra qui in fondo alla strada (che è a fondo chiuso, ndr), in spazi molto ristretti. Figuratevi se dovesse venire una ambulanza o un camion dei pompieri. E’ una difficoltà per loro e può essere pericoloso per i bambini», spiega Giuliano Casagrande, "portavoce" dei sinti, mentre intorno giocano i bambini biondi della sua famiglia. E proprio questo ha spinto le famiglie a spostare parte delle loro cose sul retro delle case: «Se ci spostassimo di poco verrebbe fuori un piccolo piazzale per far fare manovra, sarebbe vantaggioso per tutti. Potrebbero entrare anche i camioncini della differenziata».
Un aspetto non secondario, visto che qualche problema, sui rifiuti, si è presentato: alcune famiglie sarebbero molto attente nel dividere i rifiuti, altre meno. Ma le diverse componenti dei rifiuti finiscono tutti in contenitori comuni fuori dal campo esterni, su via Lazzaretto. E a volte gli addetti di Amsc non li ritirano: «Se ogni famiglia consegnasse il suo bidoncino, il problema sarebbe risolto. Ogni nucleo famigliare sarebbe responsabile per i suoi comportamenti. Per il resto qui stiamo bene e stiamo rispettando le regole che abbiamo sottoscritto».

Rom e Sinti, incontro con la Prefettura di Roma

Una delegazione della Federazione Rom e Sinti Insieme ha incontrato a Roma il 30 Luglio 2007 il Vice Prefetto di Roma, al quale è stato presentato il programma politico della Federazione ed il seguente documento.
La Federazione Rom e Sinti insieme è consapevole che per individuare corrette politiche di interazione culturale con le minoranze Rom e Sinte è necessario non solo una reale conoscenza, ma anche fare i conti con la storia delle politiche del passato, le quali sono totalmente fallite considerata l’attuale condizione di Rom e Sinti.
Oggi è documentato il fallimento di quel "metodo" politico e la Federazione Rom e Sinti Insieme sollecita un radicale cambiamento di metodo che passa attraverso un dialogo diretto e la definizione di un ruolo attivo a Rom e Sinti.
Da troppo tempo il dialogo ed il confronto con la cultura Rom e Sinta è assente, è più uno specchio che una finestra, perché i processi di acculturazione “interpretativi” e le politiche “differenziate” stanno bloccando ogni miglioramento.
Le politiche per Rom e Sinte in Italia hanno evidenziato una persistente assenza di conoscenza, con gravi implicazioni culturali, percepibile nel fallimento delle politiche del passato: politiche “differenziate”, “assistenzialismo culturale”, “segregazione culturale”, sostenute con l’intento di promuovere e valorizzare la cultura Rom e Sinta, proposte e realizzate in conformità a una “interpretazione culturale” del mondo Rom e Sinto, di fatto hanno condotto le persone di queste minoranze verso la divisione e la esclusione.
La divisione, interna ed esterna, sostenuta soffiando spesso sul fuoco del frazionamento dell’identità culturale collettiva e sulla discriminazione, ha impedito il formarsi di una rappresentatività Rom e Sinta per costruire una proposta condivisa, attiva e responsabile, all’interno delle nostre minoranze per collaborare a soluzioni politiche sociali e culturali utili a tutti.

L'esclusione a tutti i livelli del contesto sociale, culturale e politico, ha anche prodotto nelle persone delle nostre minoranze una condizione di “fatalismo persecutorio” ed una forma di “assistenzialismo culturale” che ha condotto Rom e Sinti verso:
- l’accettazione passiva di ogni forma di iniziativa che proveniva dall’esterna, per beneficiare dell’assistenzialismo, sviluppando sempre maggiormente una mentalità assistenziale estranea ai codici morali della cultura Rom e Sinta;
- il rifiuto o la contrapposizione verso ogni forma di iniziativa promossa all’interno delle nostre minoranze per il timore di perdere una referenzialità personale utile ad ottenere un vantaggio individuale attraverso l’assistenzialismo culturale.
La divisione e l’esclusione sono un grave rischio per l’identità culturale collettiva di Rom e Sinti, ma in particolare un rischio per la perdita di codici morali e culturali collettivi di riferimento per la persona appartenente alla cultura Rom e Sinta.
Le minoranze Rom e Sinte hanno interiorizzato un forzato adattamento alle circostanze, sempre negative, ma la trasformazione che stiamo vivendo oggi prevede una interazione culturale sofisticata, dove tende a rafforzarsi una maggiore consapevolezza culturale per la ricerca di quella unità collettiva, utile per un confronto culturale attivo e propositivo e per un riesame critico, che permetta di essere protagonisti di una nuova “dimensione dei Rom e dei Sinti”.
Le minoranze Rom e Sinte vivono oggi un’occasione se nel sano conflitto generazionale e intercomunitario riescono a superare le divisioni e le frustrazioni del passato e spingersi verso il futuro senza negare la tradizione.
Passaggio delicato per il rischio di falsi modelli che potrebbero orientare verso una distorta dimensione dell’essere Rom e Sinto, dimensione che potrebbe essere estranea sia alla diversità culturale, sia al contesto sociale, politico e culturale.
Passaggio insidioso, se non sostenuto da corrette scelte politiche culturali, sociali ed economiche, la promozione di un dialogo diretto e la definizione di un ruolo attivo a Rom e Sinti.
La Federazione Rom e Sinti insieme sollecita la costituzione di un ufficio nazionale ed uffici periferici per Rom e Sinti così come definitivo nel documento politico.
La Federazione Rom e Sinti insieme chiede a Sua Eccellenza il Prefetto di Roma:
- il dialogo diretto ed un ruolo di collaborazione propositiva di Rom e Sinti;
- la costituzione di un tavolo tecnico, che comprenda la presenza strutturata di professionalità Rom e Sinte, per collaborare alla condivisione di un programma di politiche di interazione culturale con le minoranze Rom e Sinte;
- la predisposizione di percorsi formativi per Rom e Sinti in merito alla “comunicazione e partecipazione”.
La Federazione Rom e Sinti Insieme, nel riconoscere i bisogni del territorio ed evitando ogni forma di contrapposizione non necessaria, si rende disponibile al dialogo ed alla collaborazione responsabile.

mercoledì 30 luglio 2008

Consiglio d’Europa: ''nessun insulto verso la polizia''

“Il commissario - ha detto il portavoce - non afferma che la polizia abbia compiuto raid con delle molotov o contro i rom. Il rapporto fa riferimento a una serie di episodi di sgombero forzato di alcuni campi rispetto ai quali il commissario è abbastanza preoccupato".
“Credo che ci sia un malinteso sulla parola raid". Così il portavoce del Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Thomas Hammarberg, Stefano Montanari, replica dai microfoni dell'agenzia radiofonica Econews al ministro dell'Interno Roberto Maroni.
"Il commissario - ha spiegato il portavoce - non afferma che la polizia abbia compiuto dei raid con delle molotov o contro i rom, il rapporto fa riferimento a una serie di episodi di sgombero forzato di alcuni campi rom per cui il commissario e' abbastanza preoccupato".
Dunque, ha puntualizzato il portavoce, "non c'e' nessun insulto verso la polizia da parte del commissario" e "il rapporto - ha proseguito Montanari - identifica alcune delle preoccupazioni principali in materia di diritti umani che scaturiscono dal pacchetto sicurezza e da alcune misure legislative adottate dal governo. Oltretutto il commissario è preoccupato della possibile conseguenza di queste misure nei confronti dei rom".Le condizioni che "abbiamo visto visitando il campo Casilino 900 - ha poi commentato Montanari rispetto alle soluzioni abitative per Rom e Sinti - sono condizioni quasi disumane. Il commissario è consapevole della difficoltà delle autorità locali per poter trovare della abitazioni degne di questo nome, ma è necessario che una politica seria e durevole sia messa in atto in questo senso".

martedì 29 luglio 2008

Molotov contro una famiglia sinta italiana

«Un episodio che non va assolutamente sottovalutato, anche perché si inserisce in un clima nazionale tutt’altro che tranquillizzante, nel quale pare molto facile fare dell’extracomunitario, del rom o del nomade il capro espiatorio di tanti problemi e tante tensioni che affliggono il paese».
Così Federico Gelli, vicepresidente della Regione Toscana con delega alle politiche per la sicurezza, ha commentato la notizia della bottiglia incendiaria contro una carovana di Sinti, scagliata la scorsa notte nel comune di Cerreto Guidi: «Per fortuna i danni sono stati assolutamente contenuti, ma in altre circostanze ora ci ritroveremmo a registrare qualcosa di assai più grave – sottolinea Gelli – Ma al di là delle conseguenze dell’episodio quello che rimane è la consapevolezza di un segnale grave anche per una regione come la Toscana che pure si è sempre distinta per civiltà e per capacità di accoglienza e di integrazione. Purtroppo in una situazione di crisi come quella che sta vivendo l’Italia in questo momento è facile che xenofobia e razzismo crescano. E si sa, l’intolleranza è sempre cieca, può esercitarsi anche su cittadini italiani come erano, a tutti gli effetti, i Sinti aggrediti ieri notte. Da parte nostra – così conclude Gelli – non possiamo che rafforzare i nostri impegni per l’integrazione e la convivenza civile di tutte le differenze. Con la consapevolezza che le regole devono essere rispettate da tutte, così come l’impegno per la sicurezza riguarda tutti, anche gli immigrati che sempre più spesso si trovano a essere vittime di episodi di intolleranza». di Paolo Ciampi

Il Governo italiano è in grave difficoltà ma viene salvato, in parte, dalla Jaroka

Il Governo italiano ha già risposto al memorandum trasmesso dal Consiglio d'Europa a seguito della visita a Roma del Commissario per i Diritti umani, Thomas Hammarberg, fornendo tutti gli elementi che dimostrano ampiamente come le preoccupazioni espresse sul mancato rispetto dei diritti umani siano totalmente infondate. È quanto precisa in una nota il Viminale. Desta sconcerto, in particolare, sottolinea la nota del ministero dell'Interno, l'affermazione secondo cui le Forze dell'ordine avrebbero condotto raid violenti contro gli insediamenti Rom e Sinti. Il Ministro Maroni, in evidente difficoltà al Tg1, risponderà questo pomeriggio alla Camera dei deputati.
Non solo critiche dall'Europa: l'eurodeputata ungherese di etnia rom Livia Jaroka, iscritta al gruppo del Ppe, difende il censimento dei rom in Italia attraverso la raccolta delle impronte digitali. "Capisco le buone intenzioni da parte del governo", dichiara in un'intervista pubblicata sul sito Euractiv.com

Secondo Jaroka le durissime critiche espresse dal Parlamento europeo nella risoluzione approvata a Strasburgo il 10 luglio sono state superate dalla decisione del governo italiano di estendere la raccolta dei dati dattiloscopici a tutta la popolazione italiana dal 2010. L'eurodeputata sottolinea che il censimento è "necessario" per dare una cittadinanza "a quei bambini e immigrati che non hanno assolutamente alcun documento".
Tuttavia, a lungo termine l'integrazione dei rom potrà realizzarsi soltanto attraverso l'offerta di posti di lavoro, sottolinea Jaroka. "Questo renderà i rom dei cittadini contribuenti", afferma l'eurodeputata, secondo cui negli ultimi anni la Commissione europea ha trascurato il problema. Il 2 luglio un documento di lavoro ha fatto il punto sulle politiche di integrazione elaborate a Bruxelles, ma secondo Jaroka "non contiene molte buone idee". Infine l'eurodeputata ha lanciato un appello ai media a non rappresentare un'immagine stereotipata dei rom, sottolineando che pochi ne conoscono la cultura.

Consiglio d'Europa: «L'Italia fomenta la xenofobia»

''La valorizzazione dei diritti fondamentali e dei principi umanitari è largamente assente nelle misure adottate in questo momento in Italia, ciò che rischia di appesantire il clima di xenofobia”, ha dichiarato il Commissario per i diritti umani commentando la pubblicazione del rapporto sulla visita speciale condotta a Roma il 19 e 20 giugno scorsi.
Thomas Hammarberg, è estremamente preoccupato per la serie di manifestazioni anti-Rom e anti-Sinti in Italia, che in alcuni casi sono state molto violente, e per la rapida adozione o preparazione di leggi che mirano a introdurre ulteriori controlli sulla libertà di movimento dei Sinti e dei Rom.
''I Rom e i Sinti - afferma Hammarberg nel rapporto sulla situazione in Italia e la politica in materia di immigrazione reso noto oggi - hanno urgente bisogno di una protezione effettiva dei loro diritti umani, inclusi quelli sociali, come il diritto a un'abitazione dignitosa e all'istruzione''.
''Adottare lo stato d'emergenza e dare maggior potere ai 'Commissari speciali' e alla polizia non e' il giusto approccio nei confronti delle necessità dei Rom e dei Sinti'', aggiunge il commissario.

La Costituzione ai tempi della democrazia autoritaria

La Costituzione fatica nel compito di creare concordia. Quando una Costituzione genera discordia, è segno di qualcosa di nuovo e profondo che ha creato uno scarto. E il momento in cui le strade della legittimità e della legalità (la prima, adeguatezza ad aspettative concrete; la seconda, conformità a norme astratte) si divaricano. Di legalità si vive, quando corrisponde alla legittimità. Ma, altrimenti, si può anche morire. Alla fine è pur sempre la legittimità a prevalere su una legalità ridotta a fantasma senz'anima.
La difesa della Costituzione non può perciò limitarsi alla pur necessaria denuncia delle violazioni e dei tentativi di modificarla stravolgendola. Una cosa è l'incostituzionalità, contrastabile richiamandosi alla legalità costituzionale. Ma, cosa diversa è l'anticostituzionalità, cioè il tentativo di passare da una Costituzione a un'altra. Contro l'anticostituzionalità, il richiamo alla legalità è uno strumento spuntato, perché proprio la legalità è messa in questione. Che cos'è, dunque, la controversia sulla Costituzione: una questione di legalità o di legittimità? Dobbiamo poter rispondere, per metterci sul giusto terreno ed evitare vacue parole. Per farlo, occorre guardare alla psicologia sociale e alle sue aspettative costituzionali. Questa è un'epoca in cui, manifestamente, le relazioni tra le persone si fanno incerte e il primo moto è di diffidenza, difesa, chiusura. Questo è un dato. Alla politica, che pur si disprezza, si chiede attenzione ai propri interessi, alla propria identità, alla propria sicurezza, alla propria privata libertà. L'ossessione per "il proprio" ha, come corrispettivo, l'indifferenza e, dove occorre, l'ostilità per "l'altrui".

In termini morali, quest'atteggiamento implica una pretesa di plusvalenza. In termini politici, comporta la semplificazione dei problemi, che si guardano da un lato solo, il nostro. In termini costituzionali, si traduce in privilegi e discriminazioni.
Esempi? "A casa nostra" vogliamo comandare noi: espressione pregnante, che sottintende un titolo di proprietà tutt'altro che ovvio. Detto diversamente: ci sono persone che, pur vivendo accanto a noi, sono come"in casa altrui", nella diaspora, senza diritti ma solo con concessioni, revocabili secondo convenienza. Gli immigrati pongono problemi? Li risolviamo con quote d'ingresso determinate dalle nostre esigenze sociali ed economiche e, per quanto eccede, ne facciamo dei"clandestini", trattandoli da delinquenti. Non pensiamo che anche noi, gli "aventi diritto", portiamo una responsabilità delle persone che muoiono in mare o nascoste nelle stive, indotte da questa nostra legislazione ad agire, per l'appunto, da clandestini. La criminalità si annida nelle comunità che vivono ai margini della nostra società (oggi, i rom e i sinti; domani, chissà). Allora, spianiamo per intanto i campi dove vivono e pigiamone i pollici, grandi e piccoli, perché lascino un'impronta. Basta non guardare la loro sofferenza e la loro dignità. Certo, i mendicanti seduti o sdraiati sui marciapiedi ostacolano il passaggio. Noi, che non abbiamo bisogno di elemosinare, vietiamo loro di farsi vedere in giro. Basta non pensare alla vergogna che aggiungiamo a bisogno. L'indigenza si diffonde? Istituiamo l'elemosina di Stato. Si crea così una frattura sociale, tipo Ancien Régime? Basta non accorgersene. I diritti si rovesciano in strumenti di esclusione quando, per garantire i nostri, non guardiamo il lato che riguarda gli altri. In una società di uguali, il lato sarebbe uno solo: il mio è anche il tuo. Ma in una società di disuguali, l'unilateralità è la premessa dell'ingiustizia, della discriminazione, dell'altrui disumanizzazione. Quando si prende questa china, non si sa dove si finisce. Perfino a teorizzare la tortura, in nome della sicurezza.
Ma questa è anche un'epoca di restrizione delle cerchie della socievolezza. Il nostro benessere è insidiato dagli altri: dunque rifugiamoci tra di noi, amici nella condivisione dei medesimi interessi. Al riparo dalle insidie del mondo, pensiamo di trovare la nostra sicurezza. L'esistenza in grande appare insensata, anzi insidiosa: la parola umanità suona vuota, le unità politiche create dalla storia dei popoli si disgregano in piccole comunità sospettose l'una verso l'altra; l'Europa segna il passo.
Le riduzioni di scala della socievolezza riguardano ogni ambito della vita di relazione e, a mano a mano che procedono, creano nuove inimicizie in una spirale che distrugge l'interesse generale e i suoi postulati di legalità, imparzialità, disinteresse personale. La legge uguale per tutti è sostituita dalla ricerca di immunità e impunità. Ciò che denominiamo "familismo" crea cricche politiche e partitiche, economiche e finanziarie, culturali e accademiche, spesso intrecciate tra loro, dove si organizzano e si chiudono relazioni sociali e di potere protette, per trasmetterle da padri a figli e nipoti, da boss a boss, da amico ad amico e ad amico dell'amico, secondo la legge dell'affiliazione. Sul piano morale, quest'atteggiamento valorizza come virtù l'appartenenza e l'affidabilità, a scapito della libertà. Sul piano politico, si traduce in distruzione dello spirito pubblico e nella sostituzione degli interessi generali con accordi opachi tra "famiglie". Sul piano costituzionale, si risolve nella distruzione della repubblica di cui parla l'art. i della Costituzione, da intendersi nel senso ciceroniano di una comunione basata sul legittimo consenso circa l'utilità comune.
Della diffidenza e della chiusura, conseguenza naturale è la perdita di futuro, come bene collettivo. Si procede alla cieca e, non sapendoci dare una meta che meriti sacrifici, cresciamo in particolarismi e aggressività. Le visioni del futuro, che una volta assumevano le vesti di ideologie, sono state distrutte e, con esse, sono andati perduti anche gli ideali che contenevano. Sono stati sostituiti da mere forze divenute fini a se stesse, come la tecnica alleata all'economia di mercato, mossa dai bilanci delle imprese: forze paragonate al carro di Dschagannath che, secondo una tradizione hindu, trasporta la figura del dio Krishna e, muovendosi da sé senza meta, travolge la gente che, in preda a terrore, cerca inutilmente di guidarlo, rallentarlo, arrestarlo. In termini morali, la perdita di futuro contiene un'autorizzazione in bianco alla consumazione nell'immediato di tutte le possibilità, senza accantonamenti per l'avvenire. In termini politici, comporta una concezione dell'azione pubblica come sequenza di misure emergenziali.
Intermini costituzionali, distrugge ciò che, propriamente, è politica e la sostituisce con una gestione d'affari a rendita immediata.
Tutto ciò, invero, è un insieme di constatazioni piuttosto banali che, oltretutto, non rispecchiano l'intera realtà costituzionale, per nostra fortuna fatta anche d'altro. Ma, per quanto in queste constatazioni c'è di vero, non sarà altrettanto banale collegarlo con la Costituzione e le sue difficoltà. Quelle tre nevrosi da insicurezza - visione parziale delle cose; disgregazione degli ambiti di vita comune; assenza di futuro hanno un unico significato: la corrosione del legame sociale. Non siamo solo noi a trovarci alle prese con questa difficoltà, ma noi specialmente. Una domanda classica nella sociologia politica è: che cosa tiene insieme la società? Oggi la domanda si è spostata, e ci si chiede addirittura se di società, cioè di relazioni primarie spontanee, non imposte forzosamente, si possa ancora parlare. In effetti, poiché convivere pur bisogna, vale una relazione inversa: a legame sociale calante, costrizione crescente.
Non è forse questa la nostra china costituzionale? Una china su cui troviamo, da un lato, per esempio, indifferenza per l'universalità dei diritti, per la separazione dei poteri, per il rispetto delle procedure e dei tempi delle decisioni, per i controlli, per la dialettica parlamentare, per la legalità, per l'indipendenza della funzione giudiziaria: indifferenza, in breve, per ciò qualifica come "liberale" una democrazia; sostegno, dall'altro, alle misure energiche, alla concentrazione e alla personalizzazione del potere, alla democrazia d'investitura, all'antiparlamentarismo, al fare per il fare, al decidere per il decidere: in breve, a ciò che qualifica invece come "autoritaria" la democrazia.
La sintesi potrebbe essere la frase pronunciata da un deputato socialista, all'epoca delle nazionalizzazioni decise dal governo Mitterrand e osteggiate dall'opposizione di destra, che aveva promosso un ricorso al Conseil constitutionnel (più o meno, la nostra Corte costituzionale): «Voi avete giuridicamente torto, perché noi abbiamo politicamente ragione». In altri termini, il vostro richiamo alla Costituzione vale nulla, perché noi abbiamo i voti. Quella frase fece grande scandalo, chi l'aveva pronunciata dovette rimangiarsela. Ma si esprime lo stesso concetto dicendo: la gente ha votato, ben sapendo chi votava, e questo basta; la forza del consenso rende nulla la forza del diritto; chi obbietta in nome della Costituzione è un patetico azzeccagarbugli che con codici e codicilli crede di fermare la marcia della nuova legittimità costituzionale.
La Costituzione non ammette questo modo di ragionare. Non c'è consenso che possa giustificare la violazione delle "forme" e dei "limiti" ch'essa stabilisce (art. 1). Ma questa è legalità costituzionale. Pensare di sostenere una legalità traballante nella sua legittimità, invocando soltanto la legalità, è come volersi trarre dalle sabbie mobili aggrappandosi ai propri capelli. Chi vuol difendere la Costituzione deve accettare la sfida della legittimità e saper mostrare, anche attraverso i propri comportamenti, che la Costituzione non è un involucro ormai privo di valida sostanza, non è l'espressione o la copertura di un mondo senza futuro. Occorre far breccia in convinzioni collettive, là dove domina indifferenza, sfiducia, rassegnazione: i sentimenti qualunquistici, naturalmente orientati a esiti autoritari, di cui s'è detto. Se la crisi costituzionale è innanzitutto crisi di disfacimento sociale, è da qui che occorre ripartire. Si difende la Costituzione anche, e soprattutto, con politiche rivolte a promuovere solidarietà e sicurezza, legalità e trasparenza, istruzione e cultura, fiducia e progetto: in una parola, legame sociale. Se non andiamo alla radice, per colmarlo, dello scarto tra legalità e legittimità, ci possiamo attendere uno svolgimento tragico del conflitto tra una legalità illegittima e una legittimità illegale: tragico nel senso più proprio e classico della parola. Ci si dovrà ritornare. di Gustavo Zagrebelsky, La Repubblica

Roma, molta confusione...

«L'inaugurazione della casa di legno per i rom nel campo nomadi Casilino 900, non era stata concordata con nessuno ed è stata subita dai cittadini come una provocazione. Controlleremo le carte e se mancano le autorizzazioni la rimuoveremo immediatamente». Queste le dichiarazioni del sindaco di Roma Gianni Alemanno sulla presentazione della casa di legno ieri mattina nel “campo nomadi” Casilino 900.
La "Casa di tutti" è un modulo abitativo alternativo ai container dei campi. Nata dalla collaborazione tra gli abitanti del “campo” e un gruppo di architetti e studenti dell'Università Roma 3. Due piani, 70 metri quadrati abitabili: la casa è realizzata interamente in legno. L'abitazione è costata circa 8 mila euro, finanziati dall'Università. Per ora, essendo un progetto pilota, la struttura accoglierà uno spazio gioco e studio per bambini, un laboratorio per il centro di medicina solidale e sarà sede di una cooperativa gestita dai Rom per risanare l'insediamento.
Il sindaco: non ho mai aderito. Al termine di un incontro in Prefettura con il comitato di quartiere di via Palmiro Togliatti Alemanno ha spiegato che «non ci sono carte che autorizzano, almeno a quanto ci risulta, questa costruzione. Io non ho mai aderito all'inaugurazione. Può anche essere un'ottima iniziativa ma quello non è il luogo più adatto per ospitarla».

Subito vigilanza, poi lo sgombero. Alemanno ha detto che il “campo nomadi” Casilino 900 verrà sgomberato: «Ci siamo impegnati a fare una ripulitura immediata del campo Casilino 900 per togliere tutti i materiali che vengono bruciati. Poi verrà sgomberato» ha assicurato il sindaco aggiungendo che «nel frattempo verrà attivato un servizio di vigilanza con la Prefettura e la Questura in attesa di avere una destinazione per i nomadi e poter rimuovere totalmente il campo, ma questo appartiene ai compiti del Prefetto in quanto commissario».
Prima dello sgombero Alemanno intende quindi decidere la nuova destinazione: «Nel frattempo metteremo il campo sotto controllo per evitare altri incendi». Erano stati proprio i continui roghi di immondizia e altro materiale a far scendere per strada, sabato sera, un gruppo di residenti di viale Palmiro Togliatti.
I cittadini: stop alla mobilitazione. Al termine dell'incontro con il sindaco, i rappresentanti del comitato degli inquilini di Torre Spaccata ha fatto sapere che la mobilitazione è per il momento terminata: «Siamo soddisfatti perché il sindaco Alemanno ci ha ascoltato immediatamente e ha preso l'impegno di sorvegliare il campo con le forze dell'ordine e di ripulirlo per poi nel medio termine di spostarlo - ha detto la rappresentante del comitato Annamaria Addante - Per il momento la nostra mobilitazione è finita perché dal sindaco e dal Prefetto abbiamo avuto garanzie. Se non verranno mantenuti gli impegni riprenderemo a settembre».
Inopportune le dichiarazioni di Santori. Alemanno ha poi ribattuto alle dichiarazioni del presidente della commissione comunale speciale per la sicurezza urbana Fabrizio Santori, che aveva parlato di «tentennamenti che stanno caratterizzando il censimento rom nella capitale». Affermazioni che il sindaco ha definito «premature e inopportune».
«Il campo di Tor de Cenci è una bomba esplosiva». Sostiene l'urgenza dello sgombero del “campo nomadi” anche l'assessore comunale alle politiche sociali Sveva Belviso: «Oggi sono venuta qui anche per chiederne lo sgombero immediato». ha detto al termine dell'incontro in Prefettura sul tema della gestione del campo Casilino 900: «Nel campo semi-attrezzato e non autorizzato - ha spiegato Belviso - ci sono 350 persone, la metà delle quali ha carichi pendenti o si trova agli arresti domiciliari». Per questo, la richiesta di sgombero alla quale il prefetto ha risposto con la necessità di avviare un censimento non previsto nell'immediato.
Belviso ha spiegato che «la volontà dell'amministrazione comunale è collocare, al termine del censimento, gli aventi diritto del campo mentre gli altri vanno espulsi».
Casa di legno, il coordinatore del progetto: «Siamo nella legalità». «Abbiamo ricevuto una notifica dei vigili urbani per quanto riguarda la documentazione», ha detto Francesco Careri, coordinatore dei progettisti dell'università Roma 3 che hanno realizzato la "Casa di tutti" al Casilino 900: «Abbiamo presentato la richiesta per la costruzione di un prototipo abitativo temporaneo a titolo espositivo, l'8 luglio scorso allo sportello unico per l'edilizia del Municipio VII - ha aggiunto - Ci stanno chiedendo una relazione tecnica, ma i documenti li abbiamo consegnati tutti in municipio. Ora ci approntiamo a consegnare entro 30 giorni dei documenti integrativi come richiestoci dall'ex circorscrizione».
Consiglieri del Pdl: la casa è abusiva. Due consiglieri municipali del Pdl, Emiliano Corsi e Sergio Paolelli, durante la presentazione della Casa di legno al Casilino 900 hanno mostrato un provvedimento dell'ufficio tecnico del Municipio VII, in cui si chiede a partire dal 25 luglio scorso la sospensione dei lavori della "Casa di tutti" per 30 giorni perché abusiva: «Manca l'atto d'obbligo a proprie cure e spese e dall'atto di fidejussione non risulta dimostrata la proprietà dell'area. È insufficiente la documentazione grafica e la relazione tecnica asservata». Queste le motivazioni contenute nel provvedimento: «Non contestiamo il progetto - ha detto Corsi - Ma il fatto che non ha rispettato l'iter burocratico: questa a tutti gli effetti è una struttura abusiva».
Un portavoce del Casilino 900: mai voluta casetta di legno. «La casetta di legno è il primo disagio alla quiete pubblica sia all'interno sia all'esterno del campo». Lo ha detto un portavoce del Casilino 900, Esad Licina. «La casetta è entrata abusivamente tramite un rappresentante finto del Casilino 900 e noi non la vogliamo - ha aggiunto Licina - Abbiamo vissuto per 40 anni nelle baracche, ora vogliamo case prefabbricate in cemento armato e non sperimentazioni di giovani architetti».
Zingaretti: a Roma destra drogata di paura. «La destra a Roma è drogata di paura, non può più farne a meno e, paradossalmente, non può permettersi il lusso di risolvere i problemi, perchè verrebbe meno l'identificazione della paura che spinge i cittadini a votarla». Lo ha detto il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, durante il suo intervento al convegno Pd, non fermiamoci adesso.
Secondo Zingaretti, che è anche segretario regionale del Pd del Lazio «la percezione di paura è stata, per la destra, un'opportunità per vincere e un disastro per governare». Zingaretti, parlando alla platea, ha ricordato che per vincere la percezione di insicurezza dei cittadini bisogna aggredirla su due fronti: «Attraverso l'ordine pubblico, da una parte, e dall'altra attivando politiche sociali che sostengano le famiglie che vivono una condizione disagiata e che, per questo, non si sentono sicure».
Alemanno: Zingaretti strumentalizza. «È comprensibile che il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, parlando ad un convegno di partito, rilasci dichiarazioni con l'unico scopo di strappare qualche applauso alla platea. Vorrei però ricordargli che domani, in prefettura, firmeremo il nuovo Patto per Roma sicura».
Lo afferma il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. «Se quindi Zingaretti - aggiunge - condivide con me gli obiettivi e le soluzioni che abbiamo elaborato insieme per il contrasto alla criminalità, vorrei capire perché accusa la destra di non voler risolvere i problemi della sicurezza e di essere drogatà di paura. Se il presidente della Provincia crede in quello che firmerà domani, allora le sue dichiarazioni sono solo strumentali e - conclude il sindaco - vanno nella direzione opposta del dialogo che lui stesso, a parole, dice di voler sostenere». Il Messaggero.it, partecipa al dibattito…

Linee guida del Ministero dell'Interno

Linee guida del ministero dell'Interno, diffuse il 17 luglio, per l'attuazione delle ordinanze del presidente del consiglio dei ministri del 30 maggio 2008, n. 3676,3677 e 3673, concernenti insediamenti di comunità nomadi nelle regioni Campania, Lazio e Lombardia
Contesto e finalizzazione delle attività
L'adozione dello strumento delle ordinanze di protezione civile, in attuazione della dichiarazione dello stato di emergenza per le criticità relative a insediamenti di comunità nomadi emerse nelle regioni Campania, Lazio e Lombardia, e stata determinata, com'è noto, dalla grave situazione di degrado igienico, sanitario e socio-ambientale che si registra negli insediamenti abusivi e anche in quelli autorizzati.
La situazione di grave degrado è risalente nel tempo.
In più occasioni, gli organismi internazionali preposti alla tutela dei diritti umani hanno invitato l'Italia a risolvere le citate criticità.
In particolare, la risoluzione Ue del 31 gennaio 2008, concernente una strategia europea peri Rom, ha sollecitato gli Stati membri a risolvere il fenomeno delle baraccopoli e dei campi abusivi, dove manca ogni norma igienica e di sicurezza e nei quali un gran numero di bambini muoiono in incidenti domestici, soprattutto incendi, causati dalla mancanza di norme di sicurezza adeguate.
In tale prospettiva, le ordinanze in questione sono da considerarsi, in via primaria, finalizzate a porre in essere misure volte a rimuovere la predetta situazione di degrado e a promuovere condizioni di vivibilità nella legalità per le comunità in argomento, consentendo l'accesso ai servizi di carattere sociale, assistenziale, sanitario e scolastico, avuto soprattutto riguardo ai minori, maggiormente esposti a rischi di abuso e sfruttamento.
Ciò anche alfine d salvaguardare la sicurezza pubblica e le stesse persone presenti in tali insediamenti, recentemente colpiti da episodi di intolleranza e xenofobia che hanno interessato i territori delle città capoluogo delle tre regioni.
Principi fondamentali
L'attuazione delle ordinanze deve avvenire nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona, in conformità con i principi generali dell'ordinamento giuridico e delle direttive comunitarie, come espressamente richiamato nell'articolo 3 dei provvedimenti.
In tal senso, le operazioni demandate ai Commissari non devono riguardare specifici gruppi, soggetti, o etnie, ma tutti coloro che risultano presenti negli insediamenti, autorizzati o abusivi che siano, qualunque sia la nazionalità o il credo religioso.
Sarà cura dei Commissari procedere in modo da escludere effetti che possono essere considerati direttamente o indirettamente discriminatori.
Monitoraggio degli insediamenti e csnsimento delle persone e dei nuclei familiari
L'attività di censimento prevista dall'articolo 1, comma 2, sub. c), delle ordinanze (nota 3) deve essere considerata strumentale al raggiungimento delle finalità di carattere sociale, assistenziale e di integrazione, anche alfine di disegnare la portata e la tipologia degli interventi necessari e di proporre le iniziative conseguenti avviandole, quando possibile, con tempestività.
Tale attività partirà dal monitoraggio e dalla precisa individuazione dell'ubicazione degli insediamenti, autorizzati e abusivi.
Accanto al complessivo monitoraggio della composizione, specie numerica, degli insediamenti occorre poi concretizzare la rilevazione delle presenze, eventualmente a mezzo di apposito foglio notizie che, nel tenere conto delle diverse specificità a livello locale, contenga esclusivamente le informazioni necessarie in relazione alle già descritte finalità, nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignità delle persone, con esclusione di qualsiasi dato non pertinente, in particolare di quelli attinenti all'etnia e alla religione.
Per i dati relativi alla salute - ferma restando la facoltatività delle risposte - possono essere raccolti quelli ritenuti necessari nella prospettiva di interventi di prevenzione e assistenza sanitaria.
Quanto al trattamento dei dati così raccolti, si ribadisce che non va realizzato alcun data base, così come vanno in ogni caso rispettate le norme nazionali e internazionali a tutela della privacy.
Le informazioni raccolte devono essere destinate alle forme di conservazione e archiviazione previste per la generalità dei cittadini, nella responsabilità dei Soggetti autorizzati a detenerle
(Uffici anagrafici, Uffici di Polizia, Uffici per l'assistenza sociale, Asl, eccetera).
Identificazione
Per garantire la necessaria identificazione - a tutela del diritto all'identità della persona - le ordinanze prevedono che si possa procedere, anche nei confronti dei minori e in relazione alle esigenze sopra richiamate, a rilievi segnaletici.
Tale modalità comprende, com'è noto, diverse forme di riconoscimento (descrittive, fotografiche, dattiloscopiche e antropometriche).
Pur restando nella discrezionalità dei Commissari determinare quale forma di riconoscimento sia da adottare, in relazione alla finalità di rendere certa l'identificazione, va aggiunto che i rilievi dattiloscopici devono essere effettuati, secondo le ordinarie procedure previste dalla legislazione vigente, nei casi in cui l'identificazione, che deve essere certa, non sia altrimenti possibile in base a documenti disponibili e circostanze attendibili, sulla base di quanto previsto dal Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza e relativo regolamento di esecuzione.
Ancora una volta, si rammenta che tutte le procedure devono essere eseguite nel rispetto della persona e in condizioni di riservatezza.
Una specifica attenzione, attesa la delicatezza dell'operazione, deve accompagnare la identificazione dei minori, che sarà effettuata, attraverso tali rilievi, allorché necessaria per tutelarli, anche in rapporto ad abusi dei genitori o sedicenti tali.
In particolare, l'acquisizione delle impronte digitali potrà riguardare i soggetti che siano maggiori di 14 anni, salvo che non sia possibile una identificazione in altro modo.
Peri minori di tale età, ma maggiori di 6 anni, le impronte potranno essere acquisite solo ai fini del rilascio del permesso di soggiorno, ove richiesto da coloro che ne esercitano la potestà, secondo quanto previsto dal regolamento Uè n. 380/2008 (nota 4), ovvero, nei casi necessari, attraverso il raccordo con la competente Procura della Repubblica presso il Tribunale dei minori e a mezzo della Polizia giudiziaria.
Al di sotto di tale fascia di età, i rilievi dattiloscopici potranno essere disposti, d'intesa con la Procura della Repubblica presso il Tribunale dei minori, solamente in casi eccezionali, da parte della Polizia giudiziaria, nei confronti dei minori che versino in stato d'abbandono o si sospetta possano essere vittime di reato.
Tutti i rilievi effettuati non dovranno essere oggetto di alcuna raccolta autonoma, bensì saranno conservati negli archivi già previsti dall'ordinamento come, ad esempio, l'archivio stranieri della Questura e della Prefettura, per coloro che avviano la pratica perii permesso di soggiorno, o quello della cittadinanza per coloro che ne richiedono il riconoscimento.
Dati già rilevati
Va infine rilevato, quanto ai dati finora raccolti, che laddove trattati in difformità con le citate indicazioni, non potranno essere ulteriormente utilizzati e/o conservati.
Attività di prevenzione, allontanamenti ed espulsioni
I dati disponibili relativamente all'insediamento di comunità nomadi, in specifiche aree del Paese, dimostrano che queste non sono omogenee nella composizione e risultano essere il frutto di un'aggregazione avvenuta nel tempo di soggetti appartenenti a diverse etnie e nazionalità, anche italiana.
Si tratta in prevalenza di persone senza fissa dimora che si spostano sul territorio creando insediamenti abusivi temporanei.
Gli interventi di ricognizione, identificazione e censimento potranno portare anche alla individuazione di soggetti destinatari di provvedimenti restrittivi della liberta personale, di extracomunitari irregolarmente presenti sul, territorio dello Stato e/o cittadini comunitari peri quali sussistono motivi imperativi di pubblica sicurezza o altre circostanze previste dalla legge che ne giustifichino l'allontanamento, per i quali dovranno essere adottati immediatamente i relativi provvedimenti, previsti dalla normativa vigente.
L'insieme delle attività è funzionale a individuare le persone che potranno legittimamente abitare negli insediamenti autorizzati e punta a eliminare, nel contempo, tutti gli insediamenti abusivi.
Per quanto concerne lo specifico trattamento dei dati, in quanto finalizzato alla tutela della sicurezza con gli ordinari strumenti di prevenzione e repressione dei reati, va operato in modo che le informazioni raccolte siano come di consueto indirizzate verso i canali giudiziari e di polizia previsti dalle vigenti disposizioni di legge.
Croce Rossa Italiana
Le ordinanze del presidente del Consiglio dei ministri prevedono che, per la migliore efficacia delle azioni di propria competenza, i Commissari delegati possano attivare le necessarie forme di collaborazione, tra l'altro, con Ia Croce Rossa italiana.
In considerazione delle finalità delle stesse ordinanze, prioritariamente orientale alla risoluzione di problematiche di natura umanitaria e assistenziale, tale forma di collaborazione è da ritenersi senz'altro auspicabile, tenuto conto del contributo che il ricorso a tale Organismo può garantire in termini di rilevazione dello stato di salute, soprattutto per le categorie più deboli, quali minori in tenera età, donne in stato di gravidanza e anziani, nonché per avviare, ove necessario, adeguate forme di profilassi.
I Commissari delegati designano la Croce Rossa italiana quale responsabile del trattamento dei dati raccolti nello svolgimento della propria attività di collaborazione, trattamento che deve assicura re, nel rispetto delle disposizioni vigenti, la riservatezza dei dati sensibili nonché il loro esclusivo utilizzo ai fini previsti.
Ripristino delle prestazioni sociali e sanitarie, inserimento e integrazione sociale, progetti integrati peri minori, scolarizzazione e avviamento professionale
Gli interventi a sostegno del ripristino delle prestazioni sociali e sanitarie e, più in generale per l'inserimento e l'integrazione attraverso progetti di scolarizzazione e avviamento professionale, rivestono grande importanza anche al fine di una soluzione duratura delle problematiche evidenziatesi.
Il ruolo dei Commissari, in tal senso, si configura di particolare importanza per la funzione, inerente la missione, di stabilire i più proficui rapporti con i Comuni e gli altri Enti territoriali,, nonché con le istituzioni scolastiche e altri soggetti, anche associative del volontariato, per conseguire gli obiettivi.
In tal senso, i Commissari provvederanno altresì a informare l'Autorità di governo sulla necessità di ulteriori interventi da promuovere, se del caso, con la partecipazione di strutture centrali dell'Amministrazione statale.
Elaborazione deaweb.org, Maurizio Buzzani

sabato 26 luglio 2008

Schedatura, il Ministro ha diramato le linee guida

Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha diramato il 22 luglio scorso ai Prefetti di Roma, Milano e Napoli le linee guida per l'attuazione delle ordinanze con le quali sono stati nominati Commissari delegati per l'emergenza relativa agli insediamenti di comunità nomadi nelle regioni Lazio, Lombardia e Campania.
Per assicurare l'uniformità dei comportamenti e il rispetto delle norme nazionali ed internazionali che regolano la tutela della privacy, si forniscono, poi, ai Commissari delegati indicazioni per procedere al censimento degli insediamenti, delle persone e dei nuclei familiari, nonché all'identificazione delle persone che non siano in grado di dimostrare la loro identità.
Il Garante per la protezione dei dati personali ha espresso parere favorevole sulle linee guida in materia di censimento messe a punto dal ministero dell'Interno. Il parere ha, in particolare, sottolineato che le linee guida, che stabiliscono i principi fondamentali e le modalità da seguire nell'identificazione di chi risiede nei “campi nomadi”, tengono conto delle indicazioni e delle raccomandazioni formulate dal Garante stesso.
Ad oggi non abbiamo ancora letto l’intero documento ma sembra che per quanto riguarda i minori, l'acquisizione delle impronte digitali potrà riguardare "i soggetti che siano maggiori di 14 anni, salvo che non sia possibile un'identificazione in altro modo".
Per i minori di 14 anni, ma maggiori di 6, le Linee guida stabiliscono che "le impronte potranno essere acquisite solo ai fini del rilascio del permesso di soggiorno, ove richiesto da coloro che ne esercitano la potestà", oppure "nei casi necessari, attraverso il raccordo con la competente procura della Repubblica presso il Tribunale dei minori e a mezzo della polizia giudiziaria".
Al di sotto di questa fascia d'età, prosegue il documento del Ministero, le impronte potranno essere prese, "d'intesa con la procura della Repubblica presso il Tribunale di minori, solamente in casi eccezionali, da parte della polizia giudiziaria, nei confronti dei minori che versino in stato d'abbandono o si sospetta possano essere vittime di reato".

mercoledì 23 luglio 2008

Clima intimidatorio durante la visita dell’Osce

La delegazione dell’Osce è questa settimana in Italia per verificare le violazioni dei diritti umani, subite da Rom e Sinti. La visita è iniziata lunedì a Milano. Il primo insediamento visitato dall’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa è stato quello della famiglia Bezzecchi, insediamento rom “censito” dal Governo italiano all’inizio di giugno.
Giorgio Bezzecchi è rimasto sorpreso e turbato dallo spropositato spiegamento di forze dell’ordine a seguito della missione Osce. Decine di agenti in borghese e in divisa fanno da “scorta” alla delegazione, incutendo un forte timore nelle famiglie rom che non si sentono sicure nell’esplicitare la situazione che sono costretti a vivere. La paura di ritorsioni è grande.
Noi di sucardrom invitiamo i Rom e i Sinti a non aver paura. Il momento è molto difficile e le continue esternazioni del ministro Maroni certo non aiutano ma oggi è il momento di parlare e denunciare la situazione di segregazione e di discriminazione, vissuta da tanti Cittadini italiani appartenenti alle minoranze sinte e rom.
La missione Osce è un’occasione troppo importante per rimanere in silenzio davanti ai soprusi che quotidianamente i Sinti e i Rom sono costretti a subire. Questo Governo deve capire che non rimarremo in silenzio davanti alle continue vessazioni e discriminazioni.
Consigliamo alle comunità di Roma, dove è oggi la missione Osce, e quelle di Napoli ad utilizzare le lingue sinte e romanés per parlare con i membri dell'Osce per evitare che chi "scorta" la missione possa in alcun modo influenzare i racconti.

Intervista a Nazzareno Guarnieri, presidente della Federazione Rom e Sinti Insieme

“I campi nomadi non hanno nulla a che fare con la cultura Rom. Serve dialogo diretto con i diretti interessati”.
Partecipazione attiva e propositiva e dialogo diretto con la comunità sono i temi che più ricorrono nelle parole di Nazzareno Guarnieri, presidente della Federazione "Rom e Sinti Insieme". Proprio ieri è iniziato ufficialmente a Roma, a partire da un insediamento abusivo, il censimento dei “campi nomadi” della Capitale. Ma i “campi nomadi”, sottolinea il presidente della Federazione, “non hanno nulla a che fare con la cultura Rom”.
Lunedì è iniziato ufficialmente a Roma il censimento dei “campi nomadi” a partire da un insediamento abusivo alla Magliana Vecchia. Qual è la vostra posizione nei confronti di queste iniziative e di questo censimento, che in realtà non riguarda solo Roma ma è in azione anche a Milano e a Napoli?
La posizione della Federazione è molto semplice: siamo sicuramente favorevoli a un censimento della realtà per rilevare la presenza numerica e i tutti i bisogni all'interno della comunità Rom ma siamo nettamente contrari a una schedatura o a un censimento che voglia appunto schedare le persone. Anche perché circa il 90% dei Rom e Sinti che vivono in Italia sono residenti in un Comune e il restante 10% sono le persone più controllate d'Italia perché vengono dalla ex Jugoslavia e hanno uno status giuridico particolare, non essendoci più la ex Jugoslavia e avendo perso l'archivio anagrafico. Oggi bisogna trovare una soluzione politica affinché queste persone abbiano dei documenti. Posso dire che la volontà politica di schedare, di prendere le impronte a Rom e Sinti è solo una vigliaccata della politica per un po' di tornaconto in termini di consenso elettorale. Secondo me tutto questo can can sulle impronte e sul censimento vuole nascondere un dovere della politica: quello di realizzare una politica di integrazione culturale delle minoranze Rom e Sinte. Ancora una volta non si affronta nella giusta maniera un problema che non solo tocca Rom e Sinti ma tocca l'intera popolazione italiana. La convivenza è un valore essenziale, la coesione sociale è un valore irrinunciabile.

Sul vostro blog scrivete che le minoranze Rom e Sinte sono trattate come "rifiuti umani" e sono i "monumenti moderni della segregazione". Come si supera la segregazione?
La segregazione è avvenuta con scelte politiche totalmente sbagliate proposte e realizzate da persone esterne alla nostra comunità. I campi nomadi non hanno nulla a che fare con la cultura Rom. E quando quarant'anni fa dicevo “attenzione che i campi nomadi saranno il nostro inferno” molti mi dicevano che non capivo nulla. Oggi tutti mi dicono che i “campi nomadi” sono stati un grande errore. Ma quelli che li hanno realizzati sono ancora lì. È chiaro che il “campo nomadi” crea segregazione, il “campo nomadi” crea un livello di esclusione molto elevato. Noi proponiamo un dialogo diretto, la Federazione si pone come soggetto rappresentativo, rappresentando 22 associazioni di dodici Regioni italiane. Se il Ministro dell'Interno, o il Ministro degli Affari Sociali, o il Governo, inizia a dialogare con noi, forse si trova la giusta soluzione, condivisa anche dalle minoranze rom e sinte, per avviare un percorso di interazione culturale. Ma questo sembra non interessi a questo governo né a quelli precedenti che hanno sempre rifiutato un dialogo diretto con i diretti interessati.
È questo che intende quando scrivete che la Federazione "Rom e Sinti insieme" si pone come una rete di autorappresentazione? Significa che finora ci sono stati degli intermediari fra Rom e Sinti e istituzioni?
Finora tutte le politiche che sono state realizzate per Rom e Sinti sono state fatte, proposte e realizzate da persone esterne, da Arci, Opera Nomadi, Capodarco e da tante altre associazioni che sicuramente si sono occupate delle nostre minoranze - e a loro va il nostro grazie - ma hanno avuto una lettura interpretativa del mondo Rom. Hanno fatto quanto era loro possibile interpretare ma non c'è mai stato un coinvolgimento attivo e propositivo delle professionalità Rom e Sinte, cioè dei diretti interessati. Per questo si parla molto di partecipazione attiva e propositiva. Spesso questa partecipazione è stata utilizzata in modo strumentale: non è sufficiente essere Rom o Sinti per essere preparati, occorre far partecipare quei Rom e Sinti con la necessaria preparazione. Non posso creare un mediatore culturale di fatto solo perché sono Rom o Sinto ma bisogna fare un percorso formativo. La partecipazione diventa fondamentale. Questo emerge da quarant'anni di politiche sbagliate: l'assenza di partecipazione attiva e propositiva di professionalità Rom e Sinte, in particolar modo in ambito sociale. Le esigenze di sicurezza sono una cosa, le politiche sociali sono un'altra. Occorrono politiche sociali. Solo le politiche sociali possono dare maggior controllo del territorio e maggior sicurezza.
Ha detto che i campi nomadi non sono tipici della comunità e infatti sul vostro sito internet proponete soluzione abitative diverse, come quella della "microarea". Cos'è una microarea? E ci sono esempi in Italia di realtà simili?
Alcuni esempi li abbiamo creati proprio noi della Federazione in Lombardia. Sono terreni prevalentemente agricoli comprati dalle famiglie Sinte dove in accordo con l'ente locale si va a definire la possibilità di costruire un'abitazione per la famiglia allargata di quella determinata famiglia Sinta, con l'obbligo ben preciso che quell'abitazione non può essere posta in vendita. È una soluzione tutta da sperimentare, stiamo provando a lavorare su questo, gli esempi sono molto positivi. Esempi positivi riguardano l'Alto Adige e la Lombardia.
Negli ultimi tempi si è assistito a una mobilitazioni da parte della comunità Rom e Sinta che è scesa in piazza a Roma per rivendicare i suoi diritti e ha tenuto assemblee pubbliche. Si tratta di una novità, sta cambiando qualcosa o queste iniziative c'erano anche prima ma nessuno se n'è accorto?
Sicuramente stanno cambiando delle cose, sicuramente si sente forte le necessità di una partecipazione attiva. Oggi ci si rende conto di quanto sia importante avere anche la partecipazione attiva e propositiva di Rom e Sinti.
Il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha detto di voler concedere la cittadinanza ai bambini Rom senza genitori. Secondo lei può rappresentare una soluzione o riguarda una strettissima minoranza?
È evidente che il Ministro conosce poco la realtà Rom anche perché i bambini Rom senza genitori sono veramente rarissimi, veramente molto pochi. Invece c'è una grossa realtà di bambini Rom nati in Italia ma senza documenti perché provengono dalla ex Jugoslavia. Nel nostro documento, presentato a Cecina, abbiamo chiesto la necessità di riconoscere lo stato di apolidia a queste persone. E di riconoscere la cittadinanza a tutti quei bambini, Rom e non, immigrati, che sono nati in Italia. Questo presuppone un cambiamento della legge sulla cittadinanza: non diritto di sangue ma diritto di suolo, cioè i bambini che nascono in Italia sono automaticamente cittadini italiani. È questa la proposta della Federazione. Sicuramente quelle proposte non vanno nella direzione giusta e per questo chiediamo al Ministro Maroni di incontrarci e di dialogare insieme, e insieme di condividere soluzioni utili a tutti i cittadini. Intervista curata da Sabrina Bergamini

lunedì 21 luglio 2008

Rom e Sinti, delegazione Osce in Italia per tutela diritti umani

È da oggi in Italia la delegazione dell'Organizzazione della Sicurezza e cooperazione in Europa (Osce) che dovrà esaminare il 'fascicolo Rom' e le condizioni di vita delle popolazioni rom e sinte nei “campi nomadi” dopo gli assalti e gli episodi di razzismo delle ultime settimane.
Gli esperti di diritti umani sono guidati dal consigliere anziano dell'Osce per le tematiche Rom, Andrzej Mirga, che in un comunicato stampa ha sottolineato come "obiettivo della visita sia lavorare insieme con le autorità italiane per porre le linee guida con cui affrontare la questione della sicurezza in linea con le raccomandazioni europee", e quindi senza azioni discriminatorie nei confronti della minoranza Rom.
Il team incontrerà per primi i sindaci di Milano, Roma e Napoli (le città con i campi più grandi) e collaborerà con le Ong che lavorano con i Rom e i Sinti sul territorio. La squadra di Mirga è formata da esperti di diritti umani dell'Ufficio dedicato dell'Osce, l'Odhir, e dell'Alta commissione sulle Minoranze.
Le conclusioni della loro analisi saranno trascritte in un report e consegnate al governo italiano a settembre. La delegazione arriva dopo che il parlamento di Strasburgo ha bocciato il piano di emergenza del governo italiano per la “gestione dei campi rom” in Italia. In particolare, l'Ue ha condannato la raccolta di impronte digitali, anche ai bambini, per “censire” le popolazioni sinte e rom.

Il ministro Maroni vuole rubare i bambini ai Rom?

Cittadinanza italiana ai bambini dei “campi nomadi” senza genitori certi. La proposta subdola del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, avanzata per la prima volta mercoledì scorso nella sede dell'Unicef, è stata ribadita oggi a Milano dal titolare del Viminale. Nei prossimi giorni, ha detto il ministro, sarà presentata una proposta per dare ai bimbi nomadi nati in Italia, “come ragione umanitaria”, un nome, un cognome e la cittadinanza italiana.
“Dobbiamo - ha spiegato Maroni - tutelarli. Quello che stiamo facendo è una cosa giusta e di equità. Ci sono in questi campi persone che vivono in maniera subumana. Bimbi il cui destino è tragico. Alcuni, lo sapete, vengono utilizzati nel mercato dei trapianti di organi. E invece il primo diritto di un bambino, qualsiasi bambino, è di avere una identità”.
Noi di sucardrom rimaniamo allibiti da questa proposta del ministro Maroni che prepara, supportato dalla maggioranza di governo, una vera e propria politica razziale. Queste iniziative sono già state viste in Europa, ultima in ordine di tempo la Svizzera che dal 1950 al 1976, attraverso un organizzazione “umanitaria” ha sottratto migliaia di bambini sinti e jenisch dai loro genitori.
Plausi alla proposta del ministro sono arrivati dalle file del Pdl. “E' una proposta - ha detto Alessandra Mussolini, presidente della commissione bicamerale per l'Infanzia - positiva che accolgo con soddisfazione perché in questo modo si garantisce veramente l'integrazione dei bambini rom senza genitori”.

Per la vicepresidente della Commissione, Gabriella Carlucci, “Maroni dimostra le reali intenzioni del Governo sul problema dei bambini nei campi nomadi abusivi. La maggioranza di centrodestra vuole strappare i minori sfruttati ed abbandonati dalle mani di genitori violenti e irresponsabili”.
Da parte sua, Margherita Boniver, presidente del Comitato Schengen, ha ribadito che “l'iniziativa del governo di censire i nomadi è nostro pieno diritto e soprattutto può servire a tutelare i minori che in molti casi vengono sfruttati selvaggiamente dalle organizzazioni criminali”.
Critiche, invece dalle file dell'opposizione. “Sulla questione rom - ha dichiarato il senatore Luigi Lusi (Pd) - il Governo sembra voler diffondere la confusione più totale. Ogni giorno vede una dichiarazione nuova, per un disegno che si fatica a cogliere”.
Ed i radicali Marco Perduca e Rita Bernardini hanno rilanciato. “Perché - hanno chiesto - non introdurre per tutti il principio dello ius soli, già vigente negli Usa, secondo cui nascere su un territorio conferisce automaticamente i diritti di cittadinanza?”. Frecciate anche da Pia Locatelli e Alessandro Battilocchio, del Partito Socialista, che accusano Maroni di paternalismo.
“In realtà”, denuncia l'attivista Rom Nico Grancea, membro EveryOne, “si è voluto costringere i Rom romeni a tornare in patria, sotto la minaccia di perdere i loro bambini. Non a caso, nell'ultimo anno, ben 27mila cittadini Rom romeni, fuggiti dall'Italia, sono stati accolti in Francia, Spagna, Portogallo, Grecia e Romania. Sono Paesi che vanno lodati, perché hanno evitato una catastrofe umanitaria. In Italia si è verificata un’espulsione di massa camuffata da provvedimento a tutela delle famiglie”.

Roma, iniziano a schedare

Oggi è partito il “censimento” dei Rom e dei Sinti che vivono nei campi nomadi della Capitale. L'operazione sarà effettuata dai volontari della Croce Rossa Italiana. Gli operatori della Cri ogni giorno si recheranno in un insediamento diverso, in modo da effettuare il censimento nei 20 campi regolari e nei 50 non regolari che si trovano a Roma.
Anna Pizzo, esponente di Rifondazione Comunista, e Consigliere segretario dell'Ufficio di Presidenza alla Regione Lazio, ha visitato un insediamento Rom nel quartiere Tiburtino. La Pizzo ribadisce che gli insediamenti spontanei o regolari dei Rom e dei Sinti dovrebbero essere superati, e che bisognerebbe trovare delle soluzioni abitative diverse per le settemila persone che vivono nei “campi nomadi”.
L'esponente di Rifondazione è contraria al censimento voluto dal ministro degli Interni Roberto Maroni: «E' soltanto una pressione psicologica e politica sui Rom. Questo è confermato dal fatto che i rom hanno paura in questo momento. La paura non è mai un sentimento democratico. Noi pensiamo di proseguire in questo giro dei campi, cercando anche di capire dov'è che faranno questi famosi censimenti, anzi schedature, perché è la parola giusta. Noi pensiamo di essere lì a fare un presidio democratico di fronte a queste schedature».

Contrario alla schedatura è anche Marco Brazzoduro, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Demografiche a La Sapienza: «Non ritengo che siano irregolari loro, ma che sia irregolare lo stato italiano. Non si può accettare che degli esseri umani stiano qui da trenta o quarant'anni e non abbiano, non dico la cittadinanza, ma nemmeno il permesso di soggiorno. Sono cittadini italiani di fatto, quindi il volerli considerare italiani o clandestini è commettere nei loro confronti una violenza, un'ingiustizia».
Decebal, abitante dell'insediamento Rom nel quartiere Tiburtino, è preoccupato per la schedatura avviata dal governo italiano. La schedatura è un ritorno al passato, è come ritornare «... a quello che è successo con gli ebrei, con i rom, al passato di Hitler e del duce Mussolini».
La maggior parte dei Rom, come ricorda Decebal, rispetta le leggi dello stato italiano, ma è quest'ultimo che non li prende in considerazione come cittadini italiani. Ci sono, ad esempio, molti ragazzi che sono nati Italia a cui è negata la cittadinanza italiana. Soltanto quando i Rom saranno riconosciuti come cittadini italiani, conclude Decebal «avremo dei reali diritti».

Il cardinale Sepe: indifferenza devastante

“Girarsi dall’altra parte o farsi gli affari propri può essere a volte più devastante degli stessi eventi che accadono”. Lo afferma in una nota l’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, riferendosi a quanto accaduto sabato sulla spiaggia di Torregaveta, sotto Monte di Procida.
Due piccole rom, Violetta di 12 e Cristina di 11, sono morte: sono annegate, nonostante l’immediato tentativo di soccorritori di salvarle. Dopo la tragedia, c’è stata la sorprendente reazione di una parte dei bagnanti che hanno continuato a pranzare e a prendere il sole, come se nulla fosse successo.
Alcune foto ritraggono i due corpi senza vita adagiati in riva al mare e coperti con dei teli. Sullo sfondo, si vedono bagnanti rimasti tranquillamente in spiaggia. Sono scene “tristi e orribili” – scrive l’arcivescovo di Napoli - che fanno più male di quelle scattate durante la crisi dei rifiuti.
“Sono queste – aggiunge il porporato - le immagini della nostra città che non vorremmo mai vedere, perfino più di quelle che hanno mostrato per il mondo una Napoli sommersa dalla spazzatura”. L’indifferenza – conclude il cardinale Crescenzio Sepe – “non è un sentimento per gli esseri umani: è tempo di parole chiare per Napoli e non vorremmo che proprio l’indifferenza possa profilarsi come una nuova e più grave emergenza”.

Una morte assurda

Si sono svolti i funerali delle due ragazze morte affogate in mare domenica pomeriggio. I loro corpi erano stati lasciati sulla spiaggia di Torregaveta prima di essere portati via dai soccorritori.
Probabilmente le due ragazze non sapevano nuotare, ma non hanno resistito alla tentazione di tuffarsi in mare per fare un bagno.
Le due ragazze di 15 e 13 anni, del campo rom di Secondigliano, sono annegate intorno alle 13.30 a Torregaveta, sul litorale flegreo. Secondo le prime notizie le due ragazze, che erano in compagnia di altre due minorenni, vendevano oggetti sulla spiaggia. A un certo punto, come hanno riferito i testimoni, hanno deciso di tuffarsi in mare.
Inutile il tentativo di salvataggio dell'autista del 118, che ha provato a soccorrere le piccole aiutato da alcuni bagnanti: per le due ragazze non c'è stato niente da fare. Sul posto sono intervenuti anche i Vigili del fuoco, la Guardia costiera e i carabinieri.
Sucardrom esprime le più sentite condoglianze alle famiglie.

venerdì 18 luglio 2008

Il Ministro Maroni dice bugie al Tg1?

“Non è la questione Rom, ma quella dei campi nomadi. Questa è una differenza fondamentale. Parlare di rom come ha fatto il governo precedente significa fare distinzioni su base etnica. Nei campi nomadi c'è di tutto: ci sono cittadini italiani e quelli rumeni ed extracomunitari. Solo facendo un censimento di tutti quelli che ci stanno, solo così possiamo intervenire con misure di carattere sociale e un piano di scolarizzazione per i minori. È una prova di civiltà per risolvere una situazione di grave degrado”. Lo ha detto il ministro dell'Interno Roberto Maroni intervistato dal Tg1 ieri sera.
Noi di sucardrom siamo stupiti della nuova interpretazione che da il Ministro del decreto legge e delle tre ordinanze (Lombardia, Lazio, Campania). Improvvisamente, dopo che per mesi la Lega Nord e il Pdl hanno criminalizzato i Rom, sembra che oggi vogliano ergersi a difensori di queste minoranze e chiudere definitivamente la brutta storia dei “campi nomadi”. Ciò che però non capiamo proprio è il perché nelle ordinanze si prevede la costruzione di “nuovi campi nomadi”…

Radames Gabrielli, una nuova strada

Come Sinto di nazionalità italiana, mi sento stanco di parlare e commentare sempre e solo ciò che di negativo accade, riguardo a noi Sinti e Rom. Mi piacerebbe utilizzare il tempo che mi e stato concesso per discutere di ciò che invece noi Sinti e Rom abbiamo intenzione di creare insieme.
Come saprete da alcuni anni, quasi in tutta l’Italia ci stiamo organizzando in associazioni e comitati, che come unico scopo hanno il perseguimento di un benessere comune. Sinti e Rom sono ormai stufi di continuare ad esistere ai margini di questa società: ne facciamo parte… e vogliamo farne parte attivamente, consapevoli di dover fare la nostra parte come spesso è accaduto, ad esempio in tempo di guerra.
La nascita di queste associazioni e infatti un chiaro segno di questa nostra voglia di “cittadinanza”. È vero, rispetto al resto d’Europa siamo estremamente e in maniera preoccupante in ritardo, ma questi timidi, ma tenaci segnali… fanno ben sperare. Ad oggi ci sono circa ventidue (22) realtà, aderenti alla neonata Federazione Rom e Sinti Insieme, della quale sono orgogliosamente non solo Vice Presidente, ma anche presidente di una delle tre associazioni fondatrici… e sappiamo che molte altre associazioni in tutto il territorio Italiano, hanno intenzione di entrare a far parte di questa sconosciuta e ancora debole, ma grande federazione nazionale di Rom e Sinti.
La mia associazione si chiama “Nevo Drom” e per chi mastica un po’ di lingua sinta saprà che il significato è “Nuova Strada”.

Nuova strada perché abbiamo deciso di svoltare, cambiare nettamente il percorso e di unirci per conquistare ciò che naturalmente ci spetterebbe di diritto, come ad un qualsiasi cittadino italiano ma soprattutto ad ogni essere umano.
Basta con la vecchia mentalità del Sinto che pensa semplicemente all’oggi senza rivolgere mai lo sguardo agli anni a venire. Ad aver solo pensato a finire la giornata è stata una delle maggiori cause della situazione odierna dei Sinti e Rom e che ha portato ad una non – interazione fra il mondo sinto e rom ha quello della popolazione maggioritaria italiana.
Certo… se i “Gage” non avessero… nel corso dei secoli… cercato forzatamente di integrarci, semplicemente annullando la nostra lingua, tradizioni, usanze… la nostra cultura, le cose sicuramente si sarebbero evolute in maniera diversa e migliore… e oggi, forse, tutti vivremmo meglio.
Quindi la nostra “Nuova Strada” è quella di fare politica, di coinvolgere ogni singolo individuo: uomini, donne, Sinti, Rom e “Gage”… affinché si uniscano tutti a questa nostra battaglia civile, per la conquista del posto che ci spetta... in questa anche nostra Terra.
Per ciò noi, tutte le Associazioni italiane aderenti alla Federazione Rom e Sinti Insieme, andremo avanti fino al raggiungimento pieno della nostra giusta causa. Certamente il lavoro è molto ma la quantità non ci spaventa, andremo avanti con tenacia e perseveranza per scrivere un finale a questa lunga storia.
Concludo rivolgendo un accurato augurio ai giornalisti presenti quì al Meeeting Antirazzista, e non… affinché in futuro non strumentalizzino più i casi di cronaca con l’unico e solo fine di alimentare l’odio razziale e la discriminazione. Ma che si facciano anche portatori di buone novelle che spesso hanno i Sinti e Rom come protagonisti… e che voi, in contrasto con un etica giornalistica che troppo spesso accantonate, non raccontate mai al pubblico. di Radames Gabrielli, Sinto

Eva Rizzin, sinta: impronte a tutti? Prima però ai nostri bambini…

I riccioli biondi, gli occhialetti rettangolari un po' scesi sul naso, italiano perfetto con accento "padano". Quando Eva Rizzin si presenta - «sono sinta, piacere» - sindaci, assessori, giudici, assistenti sociali rimangono generalmente a bocca aperta per qualche secondo. È l'antitesi del paradigma che li vuole tutti «brutti, sporchi e ladri».
Trent'anni, laurea a Trieste in scienze politiche sul suo gruppo etnico - i sinti di origine tedesca - , master in geopolitica, quattro mesi di stage al Parlamento Europeo, lavora a Mantova per la Sucar Drom e all'Osservatorio contro le discriminazioni finanziato da Comune e Provincia. E fa parte del consiglio direttivo della Federazione "Rom e Sinti Insieme", una nuova organizzazione che raggruppa 22 associazioni di diverse comunità di rom e sinti, appunto, che si pone il problema di una nuova interlocuzione con le istituzioni, più fondata sulla partecipazione e la rivendicazione dei diritti finora negati che sulla gestione, un po' magmatica, dell'esistente. «Finora - spiega lei - in Italia non si sa bene come siano stati impiegati i fondi, a parte per la bonifica dei campi, ma tutti gli interventi che ci sono stati avevano comunque un approccio assistenzialista. Lavorando a Bruxelles e avendo modo di confrontare realtà diverse, dove l'integrazione funziona, è chiaro invece che a determinare l'efficacia dei progetti è sempre la responsabilizzazione».

Responsabilità. Per molti il problema è quello della legalità.
«La nostra realtà è molto eterogenea. Ci sono i rom che sono arrivati in Italia intorno al XIV secolo e sono italiani, con cognomi italiani, e votano, come il nostro presidente Nazareno Guarnieri. E ci sono moltissimi che, arrivati bambini durante la guerra nella ex Jugoslavia, vivono qui da decenni senza documenti, senza permesso di soggiorno o asilo, senza neanche la possibilità di richiederlo perché magari l'atto di nascita è andato perso o distrutto con gli archivi dei paesi d'origine. Ci sono i sinti come quelli di Venezia - molti non vivono nei campi ma hanno casomai il problema del mutuo da pagare - e gli ultimi arrivati, dalla Romania o dal Kosovo.
È innegabile che ci sono anche ladri e persone che vivono nel sottobosco della malavita. Anche in Italia non si può negare che ci siano mafiosi e camorristi. Ma la responsabilità penale è personale, no? Non si può processare un intero popolo. Enfatizzare solo il lato negativo, appiattire i giudizi senza verificarli, generalizzando e cavalcando l'onda della paura e soprattutto di una campagna xenofoba costruita ad arte per trovare un capro espiatorio di fronte alle mancanze dello stato sociale, alla riduzione di servizi per tutti, come hanno fatto i mass media più influenti in Italia, è istigazione all'odio. Non è informazione o libertà di espressione, perché anche quella ha dei limiti e delle regole».
Si dice che gli “zingari” non lavorano e non mandano i figli a scuola.
«Trovare un lavoro è difficile per un italiano, figuriamoci per noi. Ci sono dei lavori tradizionali. Molti bosniaci, macedoni, serbi prima della guerra lavoravano come giostrai, musicisti, nei mercati dell'usato, nell'edilizia, anche nelle fabbriche. Ma è difficile riuscire a ricostruirsi una vita dignitosa quando sei continuamente soggetto a sgomberi forzati o ti rinchiudono in un campo nomadi. Anche l'accesso alla scuola - per noi fondamentale per migliorare le condizioni di chi oggi vive nei campi - non è così facile quando parti da una situazione di degrado. E poi spesso agli insegnanti basta togliere i bambini dalla strada, contenerli, e non hanno strumenti culturali per insegnare loro niente, così alla fine vengono solo umiliati e i genitori finiscono per non mandarceli più. Recentemente, nel '99, sono state riconosciute in Italia 12 nuove minoranze linguistiche ma noi no. Noi chiediamo che venga approvata la proposta di legge presentata il 2 luglio 2007. E il rispetto della Direttiva europea 2043 che stabilisce parità di trattamento delle persone al di là della loro appartenenza etnica».
Eppure per integrare i bambini nelle scuole sono stati fatti progetti, stanziati fondi. Anche a livello europeo, no?
«Strumenti anche finanziari ci sono, nel Fondo sociale europeo. Il presidente della Commissione Barroso lo ha ricordato. Il problema è la volontà politica e il sostegno popolare necessario agli amministratori per implementarli. In Europa, ma anche Toscana, con il progetto "città sottili" e la proposta di legge sulle decisioni partecipate, che stabilisce percorsi di confronto e partecipazione delle popolazioni locali, ci sono esempi di buona prassi. Certo se si vuole mandare a scuola i bambini rom non si può cominciare con il prendergli le impronte».
Ma adesso le prenderanno a tutti, nel 2010. Anche agli italiani.
«Sì, intanto però per prima cosa prendono le nostre, quelle dei bambini sinti e rom. Hnno anche detto che non si trattava di una schedatura ma di un censimento. E che lo facevano per noi, per aiutarci. Poi si sono resi conto di aver esagerato, di essere sotto i riflettori dell'Europa, e hanno cercato di correggere. Ma la sostanza di una politica discriminatoria e razzista non cambia. A Napoli tre giorni fa dalla Prefettura fatto girare un questionario in cui si doveva indicare l'appartenenza etnica e religiosa. Poi non ci si può meravigliare se le popolazioni insorgono, danno fuoco ai campi». Rachele Gonnelli