giovedì 30 ottobre 2008

Furio Colombo (PD): “Quando la roulotte si ferma, di notte, i vigili picchiano sulla roulotte e spaventano i bambini”

Attacco nell'Aula della Camera di Furio Colombo (Pd) in difesa di una famiglia sinta. “Mentre noi stiamo parlando - ha detto Colombo - una roulotte con una famiglia, madre, padre e cinque figli, viene tenuta dal sindaco di Chiari, il senatore leghista Sandro Mazzatorta, in continuo movimento. Si tratta di cittadini italiani sinti. Quando la roulotte si ferma, di notte, i vigili picchiano sulla roulotte e spaventano i bambini”.
La famiglia, fino al 2004, era legalmente residente in un'area sulla quale la precedente amministrazione comunale (nel 2001) utilizzando un finanziamento regionale aveva anche collocato cinque case. Ma, nel 2006, l'attuale amministrazione ha consegnato l’ingiunzione di sgombero dal campo a questa e ad altre quattro famiglie e il 25 settembre del 2007 il sindaco di Chiari ha ordinato la cancellazione della residenza.
La Lega non tarda a rispondere, dichiarando che sulla vicenda Colombo sta mentendo. "Non è vero che a Chiari i vigili vanno a picchiare la gente. Noi chiediamo legalità". Claudio D'Amico (Lega) sostiene "che tre famiglie risedevano in un piccolo campo nomadi, in modo abusivo, e quando il neo-sindaco gli ha chiesto di regolarizzare la situazione gli hanno creato problemi".
La famiglia, dice D'Amico, "non ha rispettato" il nuovo regolamento comunale per il funzionamento del campo nomadi e l'amministrazione "li ha sfrattati. Loro hanno fatto ricorso al Tar che ha dato ragione all'amministrazione. L'amministrazione ha offerto loro tre case che sono state rifiutate. Hanno chiesto qualcosa per lasciare il campo. L'amministrazione gli ha dato 18mila euro a fondo perduto ma ora quando tornano in luoghi non consentiti vengono allontanati, non con i bastoni, non con la forza, ma in modo molto fermo".
Purtroppo è la Lega Nord che dice bugie perché le famiglie non erano tre ma erano nove (quattro famiglie allargate). Il Comune ha offerto tre case che potevano essere utilizzate da meno della metà dei componenti delle stesse famiglie. Le famiglie hanno accettato i 18mila euro (due mila euro a famiglia) dopo pressioni non indifferenti attuate dal Comune e dalla Prefettura di Brescia. Sucar Drom, insieme alle famiglie e ai volontari di Chiari, ha presentato l’anno scorso una denuncia alla Procura della Repubblica di Brescia. Per i lettori che volessero approfondire, invitiamo alla visita nello spazio web di Arturo Zinelli.

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Oshadogan, il razzismo esiste

Oshadogan di nome fa Joseph Dayo. E Dayo in nigeriano sta per “sii felice”. Un nome e uno stato d’animo, quello del difensore centrale della Virtus Lanciano. Papà nigeriano e mamma italiana, lui è stato il primo calciatore di colore a vestire la maglia azzurra, nel 1996. E’ nato a Genova, ma è pisano a tutti gli effetti. E durante la carriera è stato protagonista di un braccio di ferro con la Ternana, la squadra contro la quale giocherà domenica.
Oshadogan, dopo una stagione in serie B chiusa con la retrocessione dei rossoverdi, è stato messo fuori rosa nell’estate del 2006, insieme ad altri giocatori.
Sotto contratto, ma impossibilitato ad allenarsi con i compagni per ordine della società. Una vicenda di mobbing finita nelle mani dei giudici della Figc che hanno dato ragione al calciatore. L’ex tecnico della Ternana Raggi arrivò ad ironizzare sul conto di Oshadogan, dicendo che era un buon golfista. E lui si presentò all’allenamento in tenuta da golf con tanto di mazza al seguito. A distanza di tempo, però, Joseph Dayo non serba rancore. E, alla vigilia della sfida del Biondi, ricorda l’esperienza rossoverde senza alimentare veleni.
Oshadogan, come è arrivato a Terni?
«Conoscevo mister Sala che mi ha voluto. Ma è stata una stagione (2005-2006 in serie B, ndr) con alti e bassi. Anzi, più bassi che alti. Un casino, un campionato nato male e finito peggio».
Nell’estate del 2006, dopo la retrocessione, l’hanno messo fuori rosa.
«Senza motivo, dalla sera al mattino».
E lei si è rivolto alla giustizia sportiva.
«Che mi ha dato ragione su ogni fronte. Non porto rancore, perché tutti mi hanno aiutato. Anche la gente di Terni con la quale ho avuto un rapporto splendido, nonostante il braccio di ferro con la società. Da parte mia, ho solo cercato di tutelare il mio lavoro».
Con la Ternana non ha più giocato.
«No, perché ho ottenuto lo svincolo e sono andato a giocare in Polonia. Io cerco sempre di trarre l’aspetto positivo in qualsiasi esperienza. E se la Ternana non mi avesse messo fuori rosa non avrei mai avuto la possibilità di conoscere Boniek e di andare a Lodz».
Ex senza rancore, esulterà se farà gol?
«Ultimamente, sono stato all’estero e non ho ben capito questa moda di non esultare quando si fa gol a un’ex squadra. Personalmente, potrei non festeggiare solo perché con i ternani ho avuto un rapporto speciale».
E’ stato il primo calciatore di colore a vestire la maglia azzurra.
«Ma la mia emozione è stata forte perché ho indossato la casacca dell’Italia, il mio Paese. Non per il colore della pelle diverso da quello degli altri».
E quell’esperienza è entrata a far parte di un libro.
«Sì, Black Italian’s di Mauro Valeri, un sociologo della Sapienza di Roma. 39 storie di atleti di colore che nelle varie discipline sportive sono arrivati fino alla Nazionale. Tra l’altro, è diventato un libro di testo in qualche università».
Ha dovuto fare i conti con episodi di razzismo?
«Si ostenta un non razzismo che, però, nella quotidianità c’è sempre. Culturalmente, infatti, l’Italia non si identifica con il colore scuro della pelle. E’ inutile prendersi in giro, è questo il problema».
Lei ne ha sofferto?
«Il problema è tutto degli altri, non mio».
L’ultimo episodio di cui è stato protagonista?
«L’anno scorso a Pisa, la mia città. Sono andato a vedere Pisa-Spezia, una partita a rischio di ordine pubblico e quindi riservata solo ai residenti. Ho acquistato il biglietto in prevendita, esibendo un documento. Vado allo stadio con mio figlio e gli amici. Ai cancelli fanno entrare tutti, ma non il sottoscritto. I carabinieri mi chiedono: “Ma lo sa che possono entrare solo i residenti?”. Ho impiegato un po’ di tempo per far capire che sono italiano e pisano doc. Ma loro si sono fatti ingannare dal colore della mia pelle».

Il momento più bello della carriera?
«Le tre gare in Nazionale, l’esordio in serie A. E poi la panchina nella semifinale di Champions League, quando giocavo nel Monaco, contro il Chelsea. Pillole di felicità calcistica».
Il miglior allenatore che ha avuto?
«Bersellini, a Pisa, per me è stato fondamentale. Ma ho imparato tanto anche da Caso, da Capello e da Deshamps».
E il miglior presidente?
«Il mitico Romeo Anconetani. Quando ero a Pisa ha indirizzato la mia vita e la mia carriera. E’ stato importante per me».
Che cosa la fa arrabbiare in mezzo al campo?
«Odio perdere, mi fa star male. Anche perché mi affeziono alle maglie che indosso. Per me è come avvertire un senso di appartenenza».
Dicono che lei abbia un bel caratterino.
«Mi piace dire le cose in faccia. E non sopporto che qualcuno decida per me. Nel mondo del calcio, dove regna la diplomazia, le spigolature del mio carattere mi hanno creato dei problemi. Sono dell’avviso che non si può andare d’accordo con tutti».
Anche lei, come tanti calciatori, è pieno di tatuaggi.
«Ne ho cinque, di cui uno è una croce pisana con dentro i numeri che rappresentano la mia vita».
Tatuaggi, ma niente veline in passato.
«Non sono il tipo. Anche se ne ho avuto la possibilità, non ho mai frenquentato certi ambienti. Ho altri hobby: mi piace giocare a golf, suonare il violino, andare a teatro e ascoltare la musica classica. E poi...».
E poi che cosa?
«Spero di arrivare alla laurea, ce la metterò tutta».
E la Virtus Lanciano?
«E’ stata una mia sfida, credo di poterla vincere».
Non sta andando bene.
«Ho vissuto tante situazioni difficili. L’esperienza maturata in tanti anni nel mondo del calcio mi dà fiducia: ne usciremo fuori bene». di Rocco Coletti

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mercoledì 29 ottobre 2008

Roma, Nicolae Romulus Mailat è stato condannato

Nicolae Romulus Mailat è l'assassino di Giovanna Reggiani (in foto), uccisa a Tor di Quinto la sera di un anno fa. La corte ha riconosciuto anche il vincolo della continuazione per i tre reati contestati, omicidio, violenza sessuale e rapina.
I giudici hanno inoltre dichiarato il rumeno in stato di interdizione legale durante la pena e ne hanno sospeso la potestà genitoriale per lo stesso periodo. In più, si legge nel dispositivo della sentenza, si ordina ''l'espulsione di Mailat dal territorio dello Stato a pena espiata''. La Corte ha inoltre disposto una provvisionale di 500mila euro a titolo di risarcimento al marito di Giovanna Reggiani, l'ammiraglio Giovanni Gumiero, che comunque dovrà essere risarcito in separata sede. Mailat dovrà inoltre pagare mille euro di multa, oltre alle spese processuali e di custodia cautelare. Entro 60 giorni sarà depositata la motivazione della sentenza.
L'avvocato difensore di Mailat, Piero Piccinini, ribadendo che a carico del suo cliente non c'è nulla di concreto, ha detto che non appena la motivazione sarà depositata farà ricorso in appello.''La condanna esemplare inflitta per l'omicidio Reggiani rende giustizia al principio della certezza della pena, specie in relazione ad un reato cosi' atroce''. Così commenta la sentenza l'onorevole Barbara Saltamartini, Responsabile delle Pari opportunità di An. ''Come donna e come cittadina - prosegue - non posso che esprimere soddisfazione".

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Femminicidi: Meredith Kercher e Giovanna Reggiani, se il colpevole è il “negro” o lo “zingaro” è più facile fare giustizia

Ieri Rudi Guede è stato condannato a trent’anni di carcere in quanto colpevole di stupro e assassinio di Meredith Kercher a Perugia. Parallelamente è stato chiesto l’ergastolo per Romulus Nicolae Mailat, con ogni probabilità stupratore e assassino di Giovanna Reggiani a Roma. Sono due crimini orribili e due condanne (se anche quella di Mailat sarà confermata) ineccepibili anche per gravità. Di sicuro l’esposizione mediatica ha in questi casi favorito una giustizia rapida e senza tergiversazioni ed evitato che le difese potessero attuare tattiche dilatorie.
Resta la considerazione, scomoda, che sia molto più facile far giustizia per un femminicidio in Italia quando il colpevole è un outsider, il “negro” o lo “zingaro”, e molto meno facile quando è un insider, un membro della comunità. Perciò vedremo (senza prevenzione) se sarà usato lo stesso metro per il ragazzo borghese difeso dall’avvocatessa e parlamentare di grido (Raffaele Sollecito e Giulia Buongiorno) o per la bella americanina (chissà perché usano il vezzeggiativo, come fidanzatini) Amanda Knox.
Sheryl Grana ha studiato come: “i femminicidi sono ignorati o sensazionalizzati a seconda della razza, classe sociale e attrattiva della vittima”. E’ una costatazione che ci porta a concludere che la rappresentazione mediatica del femminicidio elude sempre i contorni e la portata del fenomeno per ragionare con i canoni dell’infotainement, dell’informazione intrattenimento. Esistono femminicidi glamour, per pruriti sessuali o speculazioni politiche, e altri che è interesse di troppi sopire. Esistono femminicidi con vittime e colpevoli perfetti e ne esistono altri che non corrispondono all’allarme sociale fatto percepire dall’opinione pubblica. di Gennaro Carotenuto, continua a leggere…

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martedì 28 ottobre 2008

Roma, incontro con il Prefetto Mosca

Il 27 ottobre 2008 alcuni operatori delle associazioni firmatarie della "Lettera aperta al Prefetto Mosca" hanno personalmente incontrato il Commissario Straordinario per l’emergenza nomadi a Roma, consegnando un dossier in cui si documenta in modo circostanziato l’attività svolta negli ultimi mesi da forze di polizia, incluse unità dell’esercito, nei confronti degli abitanti di insediamenti di fortuna, culminata con la distruzione delle baracche.

Il Prefetto, pur affermando di non aver finora trovato riscontro a quanto denunciato, si é detto disponibile a ricevere altre eventuali segnalazioni, impegnandosi ad impedire che vi siano sgomberi senza l’individuazione di una soluzione abitativa alternativa dignitosa, come prevede il diritto internazionale.
I firmatari del comunicato dal canto loro ribadiscono l’impegno a monitorare e informare su quanto si muove intorno ai cosiddetti “campi abusivi”, nella prospettiva di politiche che abbiano come obiettivo esplicito e coerentemente perseguito la tutela dei diritti delle persone e l’inclusione sociale.
ARPJ – Tetto ONLUS, Popica ONLUS, Gruppo EveryOne, ARCI Roma e Antica Sartoria Rom

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Sotto la soglia, a casa degli immigrati

Come e dove abitano gli immigrati nel Sud d'Italia. Tutti i numeri nell'indagine "Sotto la soglia" coordinata da un network di associzioni.
Un’emergenza a macchia di leopardo quella della casa per gli stranieri al Sud. Così la fotografa la cooperativa Alisei che nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero del Lavoro, assieme ad altre realtà non profit (Cidis Onlus, Cipac, Cles s.r.l, Promidea Soc. coop, e Solco) ha curato un’indagine, “Sotto la soglia”, sul disagio abitativo al Sud. Sono stati 8.420 gli immigrati intervistati in quattro regioni del Sud: Calabria, Campania Puglia e Sicilia. Oltre ad essi, il gruppo di ricerca coordinato da Carla Barbarella, ha intervistato anche 100 osservatori, tra amministratori locali, dirigenti sindacali, e operatori del Terzo settore
L’emergenza è tale in tutto il Sud, anche se la percentuale di stranieri residenti è molto inferiore rispetto al Nord (varia dal 2 e il 3% contro il 6% attestata nel Nord-Est). Ma le sue caratteristiche variano da Regione a regione in base alle caratteristiche insediative, economiche, occupazionali delle aree regionali di riferimento. Il 60% degli immigrati trova un alloggio grazie alle segnalazioni di amici e conoscenti, il 17% grazie ai datori di lavoro e i restanti attraverso i canali tradizionali. Per molti di essi, la mobilità è uno stile di vita: più della metà degli immigrati intervistati ha cambiato casa 2 o 3 volte in 5 anni. Il più delle volte la qualità abitativa si costruisce col tempo: la maggior parte all’inizio si accontenta di posti letto o coabitazioni forzate. Le soluzioni abitative trovate sono spesso irregolari, soprattutto in campagna dove il 40% degli intervistati non ha un contratto d’affitto: la percentuale scende al 27% nelle periferie urbane e al 22 nelle città.
In Campania, oltre il 50% degli immigrati non dispone di un appartamento in affitto (89mila in totale), ed è costretto ad accontentarsi di un semplice posto letto, oppure a vivere nella stessa abitazione del datore di lavoro. Il disagio è soprattutto urbano. Nell’area metropolitana di Napoli e provincia si riscontra una vera e propria emergenza: gli immigrati sono costretti a vivere in edifici industriali abbandonati, in cantieri navali in costruzione o in baracche costruite sotto cavalcavia e tangenziali.

In Puglia la situazione è molto variegata. Nei pressi delle grandi metropoli (Bari in primo luogo), è facile trovare una sistemazione ma bisogna rinunciare alla privacy. Il sovraffollamento è il problema principale: solo l’1% degli immigrati intervistati vive da solo e il 28, 5% convive con persone che non fanno parte del suo nucleo famigliare. Nelle aree rurali, c’è più spazio, ma soprattutto nel Foggiano si tratta di edifici fatiscenti e privi di servizi utilizzati come basi di appoggio da braccianti e lavoratori stagionali.
In Calabria l’emergenza si consuma soprattutto nelle aree rurali dove si concentrano campi rom e insediamenti temporanei. Il 40% degli stranieri vive in una situazione di disagio abitativo grave. Si tratta di un numero che, a seconda delle stime, oscilla tra le 14 mila e le 22mila persone, concentrate soprattutto nella piana di Gioia Tauro e nella Sibaritide: la maggior parte vive in casolari abbandonati o diroccati, in attesa di un “caporale” che li assuma a giornata. In Calabria, solo un immigrato su tre riesce a trovare una soluzione abitativa soddisfacente.
Infine in Sicilia (più che altrove) il disagio abitativo è legato alla stagionalità del lavoro. In totale colpisce circa 60mila persone, soprattutto nelle zone rurali dove il 58% degli immigrati è costretto a spostarsi periodicamente all’interno dei confini regionali seguendo i cicli colturali. Nei grandi centri urbani, il problema principale è quello del sovraffollamento, soprattutto in quartieri storici come Ballarò Borgo Vecchio e Vucciria. Ma qui, spesso, ci sono strutture non profit ad arginare il disagio. Nelle zone dove è il lavoro stagionale è più diffuso (Comiso, Vittoria o Alcamo), invece, tra il 40 e il 60% degli immigrati è costretto ad vivere in campi attrezzati o ad occupare abusivamente ruderi disabitati. L’alternativa, per molti di essi, è la strada. di Daniela Verlicchi

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Roma, tavola rotonda “i nostri diversi, come i media li raccontano”

Chi sono i nostri “diversi”? Come vengono descritti o raccontati da giornali, televisioni e radio? Esistono stereotipi radicati nell’immaginario collettivo su chi è “diverso” da noi come disabili, immigrati o rom: se ne discuterà domani, mercoledì 29 ottobre, alle ore 16.30, in una tavola rotonda organizzata dall’Associazione Premio Claudio Accardi presso l’Aula Wolf della Facoltà di Scienze della Comunicazione - Sapienza Università di Roma in via Salaria 113, Roma.
L’incontro, patrocinato dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Roma e con il contributo dell’INPGI - Istituto Nazionale Previdenza Giornalisti Italiani, sarà introdotto da Bruno Mazzara, vice preside della Facoltà, e da Claudio Cecchini, assessore alle Politiche sociali e per la Famiglia della Provincia di Roma.
Interverranno: Ileana Argentin (deputata Pd), Massimo Ghirelli (presidente dell’Archivio Immigrati), Mariano Benni (direttore di Misna), Beppe Giulietti (portavoce di Articolo 21) e Marco Binotto (docente di Processi culturali e comunicativi, Sapienza Università di Roma) oltre ai giornalisti Alessandro Barbano (Il Messaggero), Laura Maragnani (Panorama), Ilaria Sotis (Radio Rai) e Gabriella Simoni (Mediaset). Moderatore: Cristina Poli (Tg2).
Per informazioni Andrea D'Agostino, Ufficio stampa Premio Claudio Accardi, telefono 333 1707767, e-mail ufficiostampa@premioclaudioaccardi.it

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Roma, senza luce dalle cinque di pomeriggio

Le istituzioni? Non pervenute! La lettera è accorata, l’ha scritta una mamma del quartiere Talenti (si chiama Orietta Pacioselli), periferia residenziale a nord est della Capitale: “Noi mamme non siamo razziste, lo diciamo subito – ha spiegato a Dnews – e lo vogliamo precisare, ma nella seconda D della scuola media statale ‘Renato Fucini’ ci sono tre ‘zingari’. Il problema – continua la signora Orietta nella sua missiva – è che purtroppo vivono in una condizione molto brutta: hanno la corrente fino alle cinque del pomeriggio e quindi, quando ritornano al campo, non possono farsi la doccia e vanno a letto vestiti per non morire di freddo”.
In classe sono giunte lamentele a causa dell’odore sgradevole “e noi genitori non sappiamo a chi altro rivolgerci (abbiamo scritto una mail anche al sindaco che naturalmente non ci ha risposto). Noi non vogliamo che se ne vadano, ma vogliamo più pulizia. Se devono stare nei campi che gli lascino la corrente 24 ore su 24: l’anno scorso sono andati in gita scolastica e la professoressa ci ha riferito che si facevano più docce al giorno, quindi non è che vogliono essere sporchi – conclude – è che per forza di cose lo devono essere”.
Secondo le stime della Caritas di Roma, lo riferiva proprio ieri Famigliacristiana.it, gli insediamenti spontanei e in seguito ‘attrezzati’ (con acqua, luce e fogne) sarebbero circa 33 con più di 8 mila presenze.
Circa 400 gli Rom e Sinti italiani; 2-3 mila i romeni; gli altri provengono quasi tutti dalle diverse Repubbliche dell’ex Jugoslavia. “Si tratta di persone particolarmente esposte al rischio di esiti negativi per la salute, a causa delle condizioni di marginalità sociale e del ridotto accesso ai servizi”, ha spiegato Salvatore Geraci, medico, responsabile dell’area sanitaria della Caritas romana e curatore, insieme con le Asl locali, di una ricerca presentata a maggio sui risultati di una campagna per l’accessibilità dei servizi socio-sanitari da parte della popolazione rom e sinti.
“La campagna – ha raccontato il settimanale dei Paolini nella sua versione online – dal titolo Salute senza esclusione ha dato risultati significativi, tanto che il collaudato modello di prevenzione e cura attuato a Roma verrà esportato a Firenze, Palermo, Messina e Trento”.
Eppure, dopo gli sgomberi agostani, “i risultati raggiunti sono stati vanificati – ha aggiunto Geraci – e siamo tornati indietro di quindici anni sul coinvolgimento delle Asl competenti nei campi e sul rapporto fiduciario e di continuità creatosi con i rom. Se ci fosse una prospettiva non ci troveremmo ora in questa situazione: i nomadi non sono un’emergenza in Italia, almeno nelle grandi città, dove sono insediati da tempo”.
Tuttavia le resistenze si constatano anche nella comunità cristiana: “I pregiudizi – ha concluso – sono trasversali, purtroppo. Invece la conoscenza di una popolazione al di là dei luoghi comuni, basata sull’incontro e sulla relazione, ci cambia sempre”. di inviatospeciale

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Playboy riapre con un’inchiesta sul mondo rom

«In tempi di crisi, lo so, tutto ciò che non è necessario è superfluo. Ma non è il nostro caso: noi possiamo giocare una carta pesante...». Basta intendersi sul significato della parola carta e si capisce come mai, al primo piano di un ufficio di periferia, sullo stradone che porta all’aeroporto di Linate, da qualche giorno ci siano le fregole dell’eccitazione. Gian Maria Madella, brizzolato navigatore di quotidiani, settimanali e mensili, conta i giorni da qui al 5 dicembre e sfoglia le prime pagine di prova: «Stiamo tornando». Sta tornando l’edizione italiana di Playboy. E la carta pesante, l’ammazzacrisi, s’intuisce quale sarà.
«In fondo è sempre stato così, quando c’è crisi aumenta la voglia d’evasione», dice Madella. E anche qui, sull’evasione, basta intendersi. Le bellone, le bellissime, le foto. Una volta, quando Hugh Hefner se l’è inventato nel 1953, Playboy era il primo passo d’avvicinamento al nudo. Poi è diventato qualcosa di più e di diverso, il mensile che intervista Fidel Castro o John Lennon o Arafat, che sconvolge l’America bacchettona, che provoca e scandalizza. Ora, 55 anni dopo, è il secondo marchio più conosciuto del mondo, appena dietro la Coca Cola. Potenza della carta pesante. 27 edizioni, Filippine comprese.
«In Italia era naufragato negli Anni ‘80 con la Rizzoli - spiega Madella - negli Anni ‘90 un tentativo di rientro si era rivelato poco più che un mensile pornosoft, e nelle edicole lo mettevano accanto alle videocassette». Insomma, robaccia. Adesso, e ci mancherebbe che non la raccontassero così, l’editore Alessandro Ferri di Play Media Company e il suo direttore sessantenne sono sicuri del successo. «I diritti li abbiamo presi sette mesi fa - dicono - e appena si è sparsa la voce abbiamo capito che ce la potevamo fare. La sfida è tra edicola e pubblicità. Puntiamo a 130 mila copie al mese, ma dei primi tre numeri ne stamperemo mezzo milione».
Con quella italiana Playboy arriva a 28 edizioni nel mondo. «Qui ci sono la moda, l’auto, le moto. Per l’editore americano l’Italia è una postazione strategica». Grazie alla solita carta pesante vanno alla caccia di pubblicità. «Che in tempi di crisi non è vero che sparisce, si fa più selettiva». E loro sono lì, pronti a infilarla tra le foto delle pupone. «Non più di tre servizi di nudo, però». E tutto il resto, promettono, è attualità, provocazione, gioco, ironia. «Saremo irriverenti, spregiudicati e mai volgari. E ci piacerebbe ripetere il Playboy degli anni d’oro, quando ogni numero era uno schiaffo».

Playboy Usa intervista Barak Obama, Playboy Francia intervista Nicolas Sarkozy, inevitabile che dal vialone che porta a Linate parta una richiesta per Silvio Berlusconi. O no? La risposta, al momento, è un forse. «Stiamo mettendo in piedi una squadra interessante, con forze fresche, e il Palazzo lo cureranno da Roma quelli di Radio 102,5». Dove lavora Federico Vespa, figlio di Bruno, e non è indispensabile la malizia per immaginare una certa facilità di buone relazioni. «Ma non ci metteremo a inseguire il pettegolezzo». Anche perchè ormai è dappertutto, e con i tempi di un mensile rischierebbero il fuori tempo massimo.
A questo punto, come per tutte le novità, si dovrebbero mettere in fila le prestigiose firme della prestigiosa testata. «Se ne stanno offrendo parecchie, si vede che non conoscono il nostro budget», prova a scherzare Madella. È pronto un librone per i pubblicitari e si possono leggere un paio di nomi. Il primo è lo scrittore Niccolò Ammaniti, il secondo lo psichiatra Paolo Crepet, il terzo Vittorio Sgarbi, il quarto il comico Enrico Bertolino, il quinto l’altro scrittore Andrea Pinketts... definiti, nella presentazione, «squadra decisamente diversa, coraggiosa, nuova». Anche in questo caso basta mettersi d’accordo sulle parole.
La prima copertina sarà «per un’attrice italiana famosa vista da un fotografo famoso». Un’inchiesta sul mondo Rom. Un reportage dagli Usa sui primi giorni del nuovo Presidente. Ma c’è ancora tempo, il 5 dicembre non è domani. «Ma arriveremo prima di quel giorno e ve ne accorgerete», avvisa il direttore Madella. Una campagna in stile, così dice, “marketing guerriglia”: «Happening nelle strade, vere e proprie incursioni delle nostre conigliette». E poi tv, radio, giornali, internet. E lo slogan «Il coniglio sta tornando», sicuro di sbancare. Sicuro come il direttore: «Perchè quando le borse vanno giù la nostra carta pesante sale...». di Giovanni Cerruti

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Scuola, le classi-ponte sono una forma di discriminazione

Critiche di “Famiglia cristiana” contro la mozione proposta dalla Lega e approvata alla Camera a proposito del trattamento speciale per i bambini stranieri: “Le classi-ghetto favoriscono la discriminazione”. La classe politica eletta nelle istituzioni parlamentari, come è giusto che sia, è chiamata a legiferare. E’ meno comprensibile che lo faccia con approssimazione, senza prendersi neanche la briga di sondare gli umori dei soggetti interessati ai provvedimenti in discussione.
Un esempio? La mozione proposta dalla Lega nord e approvata per una manciata di voti alla Camera. Il partito di Bossi ha proposto l’istituzione di una sorta di “classe-ponte” nelle scuole elementari, per favorire la futura integrazione dei bambini immigrati in difficoltà con la lingua italiana. Al termine della “quarantena”, un test dovrà decidere se i medesimi bambini saranno o meno ammessi nelle classi “normali”.
Nel corso di una trasmissione televisiva, il capogruppo leghista a Montecitorio Roberto Cota (primo firmatario della mozione) ha difeso a spada tratta il provvedimento, sostenendo che “a scuola si va per imparare” e che, perciò, un bambino straniero poco avvezzo alla lingua del Paese ospitante rallenterebbe l’intera classe. All’obiezione, rivoltagli da pedagogisti, insegnanti e presidi, Cota ha replicato che l’indicazione da lui proposta rappresenterebbe un aiuto (e non un ostacolo) all’inserimento dei minori immigrati.
Sul caso interviene anche il periodico cattolico Famiglia Cristiana, che - nel numero in edicola pochi giorni fa - boccia senza mezzi termini le classi-ponte definendole “classi-ghetto”. La mozione approvata alla Camera, scrive il settimanale, “fa scivolare pericolosamente la scuola verso la segregazione e la discriminazione”.
“La ‘fantasia padana’ – denuncia il giornale - non ha più limiti, né‚ pudore e la Lega cavalca l’onda e va all’arrembaggio dell’immigrato”, dopo aver proposto le impronte ai rom, il permesso a punti e aver ostacolato i ricongiungimenti familiari.
“Il problema dell’inserimento degli stranieri a scuola è reale – si legge ancora su Famiglia Cristiana - ma le risposte sono ‘criptorazziste’, non di integrazione. Chi pensa a uno ‘sviluppo separato’ in Italia, sappia che quel concetto in altra lingua si chiama ‘apartheid’”. di inviatospeciale

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lunedì 27 ottobre 2008

Roma, Maroni e Alemanno vogliono cacciare il Prefetto Mosca

Inizia oggi quella che probabilmente sarà l'ultima settimana di Carlo Mosca nella carica di prefetto di Roma. Dopo le indiscrezioni degli ultimi giorni sul trasferimento del prefetto, per altro mai smentite dal ministro dell'Interno Roberto Maroni, sembra infatti che dal Viminale abbiano deciso di accelerare le procedure.
Lo scorso fine settimana, infatti, il capo di Gabinetto del ministero, Giuseppe Procaccini, si è recato di persona a Palazzo Valentini per incontrare Mosca. Nel corso dell'incontro, a quanto si apprende, Procaccini avrebbe confermato al prefetto di Roma l'ineludibilità della scelta di Maroni, proponendogli una serie di alternative, tra le quali il Gabinetto del ministero dello Sviluppo economico. E già al prossimo Consiglio dei ministri, previsto per venerdì salvo modifiche dell'ultimo minuto, il provvedimento di sostituzione di Mosca potrebbe arrivare sul tavolo.
Il prefetto di Roma però, un'intera carriera trascorsa agli Interni, non sarebbe disponibile ad accettare un'alternativa, e d'altronde ha già manifestato più volte la volontà di restare in carica nella Capitale: Mosca, insomma, non opterà fino alla fine per un altro incarico, e potrebbe addirittura decidere di andare in pensione con due anni d'anticipo sul previsto.
Chi vuole la sua sostituzione, d'altra parte, non ha la strada del tutto spianata: il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Gianni Letta, è un estimatore di Mosca, così come l'attività del prefetto a Roma è stata finora apprezzata da altri esponenti della maggioranza di governo.
La morsa Maroni-Alemanno, però, si fa sempre più stringente: il sindaco di Roma si è spesso lamentato, con il suo entourage, per il fatto che Mosca "non mi ha sostenuto abbastanza", mentre Maroni non avrebbe gradito, su tutto, la contrarietà di Mosca alla misura delle impronte per i bambini Rom. E intanto si allarga il toto-nomi per la successione a Palazzo Valentini: accanto a quelli di Giuseppe Pecoraro e Mario Morcone (che perde quota), spunta ora il nome di Giosuè Marino, ex prefetto di Palermo.

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Bolzano, avanza la destra xenofoba

La Südtiroler Volkspartei vince le elezioni provinciali 2008 in Alto Adige con il 48,1% dei voti e conquista 18 seggi, la maggioranza assoluta dei 35 disponibili, restando alla guida del Governo dell'Alto Adige. Lo farà ancora una volta con Luis Durnwalder (in foto), lanciato, seppur con un calo di preferenze (dalle 110.051 del 2003 scende alle 97.865 per una differenza di -12.186), verso il suo quinto mandato.
Risultato elettorale senza sorprese per la Sinistra dell’Alto Adige. Nessun consigliere è stato eletto e il risultato complessivo è di 2226 voti, pari allo 0.7%. Discreto il risultato elettorale di Radames Gabrielli che su trentasei candidati, si è attestato al nono posto con 104 preferenze personali.
Ma in Alto Adige ad avanzare considerevolmente è la destra di "Die Freiheitlichen" che con il 14,3% dei voti triplica i consensi rispetto al 2003. Primo partito di lingua italiana è il Pdl con l'8,3% e 3 seggi, mentre il Pd è il quarto partito con il 6,0% e 2 seggi.
Il risultato provinciale ha provocato reazioni politiche a livello nazionale, con la capolista del Pdl, Michaela Biancofiore, che commenta la «grande soddisfazione per il ritorno del Popolo della libertà ad essere il primo partito della comunità italiana dell'Alto Adige», riferendosi al fatto che alla politiche del 2008 il centro-sinistra aveva avuto la maggioranza nella regione.
Di altra opinione Dario Franceschini del Pd, che ai microfoni di Youdem.tv ha detto che nonostante i sondaggi diano la maggioranza sempre in crescita, le elezioni nella provincia di Bolzano dimostrano che il Pdl è in calo di consensi: «Bolzano è particolare per la presenza di partiti in lingua tedesca - osserva Franceschini - e il dato preoccupante è la crescita del partito di estrema destra. Negli elettori di lingua italiana invece c'è una crescita di due punti e mezzo delle forze di centro sinistra mentre il Pdl alla prima prova elettorale è in flessione, ottiene gli stessi voti che aveva preso An da sola l'ultima volta. Il Pd invece cresce».
Tre i dati principali che emergono dalle consultazioni in Alto Adige: il primo è legato al fatto che dopo 60 anni la Svp è scesa sotto il 50%, il secondo alla netta crescita dell'estrema destra di lingua tedesca con i Freiheitlichen, partito liberal-autonomista che prese modello di quello austriaco guidato da Jörg Haider e il terzo, il calo del Popolo della Libertà che comunque resta il primo partito di lingua italiana in provincia. Da sottolineare la crescita di Unitalia e di Suedtiroler Freiheit, il partito secessionista che vede a capo la "pasionaria" Eva Klotz.

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Roma, Veltroni: la madre del razzismo è la paura

In Italia si sta creando un "drammatico cortocircuito" e questo "per colpa di un'equazione tanto ingiusta quanto sbagliata: più immigrazione uguale insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, 'altro' da sé, minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare".
Lo ha detto il leader del Pd, Walter Veltroni, parlando del tema della sicurezza nel discorso di sabato al Circo Massimo.
"Non ci stancheremo mai - ha aggiunto - di ripeterlo e mai di fare di tutto per rendere concreto questo principio: la sicurezza è un diritto fondamentale di ogni cittadino. Chiunque lo colpisce va perseguito, qualunque sia la sua nazionalità. E basta con la vergogna di troppi delinquenti, non importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazie a una serie infinita di premi e benefici".
"Però - ha detto ancora - quell'equazione no, non si può fare. Non si può negare uno dei fondamenti della nostra civiltà: sono gli individui che commettono un crimine che vanno puniti. Mai i gruppi, mai le comunità etniche, sociali o religiose".
"La madre del razzismo - ha aggiunto - è la paura. Il problema è che ad alimentarla c’é anche l'uso politico dell'immigrazione. Il massimo dell'ipocrisia in chi, come il governo, dovrebbe avere l'onestà di dire che da quando ci sono loro gli sbarchi sono raddoppiati, le espulsioni sono ferme e si sta creando una nuova bolla di clandestinità".
Infine, citando diversi episodi di questi ultimi mesi che hanno riguardato cittadini immigrati come quello del giovane Abdoul "ucciso per una scatola di biscotti", ma per i quali, "si è detto 'il razzismo non c'entrà, Veltroni ha detto che il centrosinistra contro il razzismo "combatterà sempre". "L'Italia - ha concluso - non è e non sarà mai un Paese razzista".

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Bologna, sospeso dall’ATC il controllore razzista

Il giorno stesso in cui è stata pubblicata su Repubblica la lettera di denuncia di una passeggera, l’Atc ha sospeso dal servizio e dallo stipendio il controllore che ha trattato un gruppo di rom, adulti e bambini, con frasi ingiuriose e razziste. «Comportamenti estranei ad Atc», dice una nota dell’azienda di trasporti. L’episodio era accaduto martedì scorso alle ore 8 di mattina sulla linea 35, quando tre controllori sono saliti a bordo in via dello Scalo.
La signora Linda Serra ha raccontato con molta accuratezza le frasi che uno dei tre controllori (numero di matricola 09043) ha rivolto ai rom e che hanno evidentemente trovato riscontro in una rapida istruttoria eseguita dai superiori del dipendente Atc.
Proprio mentre stava verificando il biglietto della signora, il controllore ha iniziato col dire «adesso vi liberiamo di un po´ di puzza», poi rivolto ad una coppia rom con un bambino ha detto, sempre secondo la lettera della signora, «tu sacco di pulci o cacci il biglietto oppure vieni in questura» e alla donna «ma stai zitta tu e vai a farti una doccia» e ancora «vieni adesso ti dico anche dove abito così quando vieni a casa ti punto la doppietta che ho nel cassetto, vieni con i tuoi amici che ho i cani che hanno fame... tornate al tuo paese sacco di pulci... adesso andiamo in questura e vediamo che ti succede... te la faccio passare io la voglia di venire in Italia».
Un uomo si è ribellato e dopo aver ammesso di non avere il biglietto ha chiesto che cosa avessero fatto di male, ma l’altro l’avrebbe rintuzzato: «Dovete rispondere delle offese che ci avete fatto, ci avete offeso». La signora Serra a questo punto è intervenuta e ha preso le difese delle persone insultate: «Siete voi che state offendendo e ci state sottoponendo ad una scena degradante».
La scena è stata ricostruita dai responsabili del settore verifiche dell´Atc che hanno preso molto a cuore il caso e hanno emesso un primo verdetto molto duro nei confronti del dipendente: «Il fatto segnalato è molto grave e a seguito di questa segnalazione il verificatore che dovrà rendere conto sul piano disciplinare del comportamento tenuto, è stato comunque da subito sospeso dal servizio e dalla retribuzione. Frasi come quelle riportate non sono tollerabili da Atc che per suo mestiere e tradizione offre il servizio di trasporto indiscriminatamente a tutte le persone, alle quali è richiesto solamente di essere in regola con le norme di utilizzo di biglietti e abbonamenti sul bus».
Atc non si identifica con il titolo attribuito alla lettera pubblicata («Razzismo Atc») «essendo essa stessa danneggiata da un comportamento individuale di cui è chiamato a rispondere personalmente il dipendente che se ne è reso responsabile. Generalmente i verificatori espletano il loro lavoro con riconosciuta professionalità e dovuta cortesia». di Luigi Spezia

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Nel Belpaese dell'intolleranza il microrazzismo quotidiano

Il giorno in cui H., cittadino tunisino con regolare permesso di soggiorno, chiese di partecipare al bando comunale da sessanta licenze per taxi, scoprì che tassisti, qui da noi, si diventa solo se cittadini italiani. Il giorno in cui F. ed L., coppia nigeriana residente in Veneto, risposero a un annuncio per cuochi, scoprirono che l'albergo che li cercava, di neri non ne voleva.
E "non per una questione di razzismo", gli venne detto dalla costernata direttrice della pensione, "perché in giardino, ad esempio", lavoravano "da sempre solo i pachistani". Il giorno in cui S., deliziosa adolescente napoletana, finì nella sala d'attesa di un pediatra di base di Roma accompagnata dal padre, alto dirigente del Dipartimento della pubblica sicurezza, realizzò che insieme a lei attendevano soltanto bambini dal colore della pelle diverso dal suo. E ne chiese conto: "Papà, perché da quando ci siamo trasferiti a Roma siamo diventati così sfigati?".
Il Razzismo italiano è un "pensiero ordinario". Abita il pianerottolo dei condomini, le fermate dell'autobus, i tavolini dei bar, i vagoni ferroviari. "Negro", una di quelle parole ormai pronunciate con senso liberatorio nel lessico pubblico, non nelle barzellette. Volendo, da esporre sulle lavagne del menù del giorno di qualche tavola calda, per allargare a una parte degli umani il divieto di ingresso ai cani.
L'Italia Razzista è la geografia di un odio di prossimità, che nei primi dieci mesi di quest'anno ha conosciuto picchi che non ricordava almeno dal 2005. Un odio "naturale", dunque apparentemente invisibile, anche statisticamente, fino a quando non diventa fatto di sangue. Il pestaggio di un ragazzo ghanese in una caserma dei vigili urbani di Parma; il linciaggio di un cinese nella periferia orientale di Roma; il rogo di un capo nomadi nel napoletano; la morte per spranga, a Milano, di un cittadino italiano, ma con la pelle nera del Burkina Faso; l'aggressione di uno studente angolano all'uscita di una discoteca nel genovese.
Dunque, cosa si muove davvero nella pancia del Paese? Al quinto piano di Largo Chigi, 17, Roma, uffici della presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità, lavora da quattro anni un ufficio voluto dall'Europa la cui esistenza, significativamente, l'Italia ignora. Si chiama "Unar" (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale). Ha un numero verde (800901010) che raccoglie una media di 10 mila segnalazioni l'anno, proteggendo l'identità di vittime e testimoni. È il database nazionale che misura la qualità e il grado della nostra febbre xenofoba. Arriva dove carabinieri e polizia non arrivano. Perché arriva dove il disprezzo per il diverso non si fa reato e resta "solo" intollerabile violenza psicologica, aggressione verbale, esclusione ingiustificata dai diritti civili.

Nei primi nove mesi di quest'anno l'Ufficio ha accertato 247 casi di discriminazione razziale, con una progressione che, verosimilmente, pareggerà nel 2008 il picco statistico raggiunto nel 2005. Roma, gli hinterland lombardi e le principali città del Veneto si confermano le capitali dell'intolleranza. I luoghi di lavoro, gli sportelli della pubblica amministrazione, i mezzi di trasporto fotografano il perimetro privilegiato della xenofobia. Dove i cittadini dell'Est europeo contendono lo scettro di nuovi Paria ai maghrebini.
In una relazione di 48 cartelle ("La discriminazione razziale in Italia nel 2007") che nelle prossime settimane sarà consegnata alla Presidenza del Consiglio (e di cui trovate parte del dettaglio statistico in queste pagine) si legge: "Il razzismo è diffuso, vago e, spesso, non tematizzato (...) La cifra degli abusi è l'assoluta ordinarietà con cui vengono perpetrati. Gli autori sembra che si sentano pienamente legittimati nel riservare trattamenti differenziati a seconda della nazionalità, dell'etnia o del colore della pelle". Privo di ogni sovrastruttura propriamente ideologica, il razzismo italiano si fa "senso comune".
Appare impermeabile al contesto degli eventi e all'agenda politica (la curva della discriminazione, almeno sotto l'aspetto statistico, non sembra mai aver risentito in questi 4 anni di elementi che pure avrebbero potuto influenzarla, come, ad esempio, atti terroristici di matrice islamica). Procede al contrario per contagio in comunità urbane che si sentono improvvisamente deprivate di ricchezza, sicurezza, futuro, attraverso "marcatori etnici" che si alimentano di luoghi comuni o, come li definiscono gli addetti, "luoghi di specie".
Dice Antonio Giuliani, che dell'Unar è vicedirettore: "I romeni sono subentrati agli albanesi ereditandone nella percezione collettiva gli stessi e identici tratti di "genere". Che sono poi quelli con cui viene regolarmente marchiata ogni nuova comunità percepita come ostile: "Ci rubano il lavoro", "Ci rubano in casa", "Stuprano le nostre donne". Dico di più: i nomadi, che nel nostro Paese non arrivano a 400 mila e per il 50% sono cittadini italiani, sono spesso confusi con i romeni e vengono vissuti come una comunità di milioni di individui. E dico questo perché questo è esattamente quello che raccolgono i nostri operatori nel colloquio quotidiano con il Paese".
L'ordinarietà del pensiero razzista, la sua natura socialmente trasversale, e dunque la sua percepita "inoffensività" e irrilevanza ha il suo corollario nella modesta consapevolezza che, a dispetto anche dei recenti richiami del Capo dello Stato e del Pontefice, ne ha il Paese (prima ancora che la sua classe dirigente). Accade così che le statistiche del ministero dell'Interno ignorino la voce "crimini di matrice razziale", perché quella "razzista" è un'aggravante che spetta alla magistratura contestare e di cui si perde traccia nelle more dei processi penali. Accade che nei commissariati e nelle caserme dei carabinieri di periferia nelle grandi città, il termometro della pressione xenofoba si misuri non tanto nelle denunce presentate, ma in quelle che non possono essere accolte, perché "fatti non costituenti reato".
Come quella di un cittadino romeno, dirigente di azienda, che, arrivato in un aeroporto del Veneto, si vede rifiutare il noleggio dell'auto che ha regolarmente prenotato perché - spiega il gentile impiegato al bancone - il Paese da cui proviene "è in una black list" che farebbe della Romania la patria dei furti d'auto e dei rumeni un popolo di ladri. O come quella di un cittadino di un piccolo Comune del centro-Italia che si sveglia un mattino con nuovi cartelli stradali che il sindaco ha voluto per impedire "la sosta anche temporanea dei nomadi".
La xenofobia lavora tanto più in profondità quanto più si fa odio di prossimità (è il caso del maggio scorso al Pigneto). Disprezzo verso donne e uomini etnicamente diversi ma soprattutto socialmente "troppo contigui" e numericamente non più esigui. Anche qui, le statistiche più aggiornate sembrano confermare un'equazione empirica dell'intolleranza che vuole un Paese entrare in sofferenza quando la percentuale di immigrazione supera la soglia del 3 per cento della popolazione autoctona. In Italia, il Paese più vecchio (insieme al Giappone), dalla speranza di vita tra le più alte al mondo e la fecondità tra le più basse, l'indice ha già raggiunto il 6 per cento. E se hanno ragione le previsioni delle Nazioni Unite, tra vent'anni la percentuale raggiungerà il 16, con 11 milioni di cittadini stranieri residenti.
Franco Pittau, filosofo, tra i maggiori studiosi europei dei fenomeni migratori e oggi componente del comitato scientifico della Caritas che cura ogni anno il dossier sull'Immigrazione nel nostro Paese (il prossimo sarà presentato il 30 ottobre a Roma), dice: " È un cruccio che come cristiano non mi lascia più in pace. Se la storia ci impone di vivere insieme perché farci del male anziché provare a convivere? Bisogna abituare la gente a ragionare e non a gridare e a contrapporsi. Non dico che la colpa è dei giornalisti o dei politici o degli uomini di cultura o di qualche altra categoria. La colpa è di noi tutti. Rischiamo di diventare un paese incosciente che, anziché preparare la storia, cerca di frenarla.
Si può discutere di tutto, ma senza un'opposizione pregiudiziale allo straniero, a ciò che è differente e fa comodo trasformare in un capro espiatorio. Alcuni atti rasentano la cattiveria gratuita. Mi pare di essere agli albori del movimento dei lavoratori, quando la tutela contro gli infortuni, il pagamento degli assegni familiari, l'assenza dal lavoro per parto venivano ritenute pretese insensate contrarie all'ordine e al buon senso. Poi sappiamo come è andata".
Se Pittau ha ragione, se cioè sarà la Storia ad avere ragione del "pensiero ordinario", l'aria che si respira oggi dice che la strada non sarà né breve, né dritta, né indolore. I centri di ascolto dell'Unar documentano che nel nord-Est del paese sono cominciati ad apparire, con sempre maggiore frequenza, cartelli nei bar in cui si avverte che "gli immigrati non vengono serviti" (se ne è avuto conferma ancora quattro giorni fa a Padova, alle "3 botti" di via Buonarroti, che annunciava il divieto l'ingresso a "Negri, irregolari e pregiudicati"). E che nelle grandi città anche prendere un autobus può diventare occasione di pubblica umiliazione, normalmente nel silenzio dei presenti.
Come ha avuto modo di raccontare T., madre tunisina di due bambini, di 1 e 3 anni. "Dovevo prendere il pullman e, prima di salire, avevo chiesto all'autista se potevo entrare con il passeggino. Mi aveva risposto infastidito che dovevo chiuderlo. Con i due bambini in braccio non potevo e così ho promesso che lo avrei chiuso una volta salita. L'autista mi ha insultata. Mi ha gridato di tornarmene da dove venivo. E non è ripartito finché non sono scesa". T., appoggiata dall'Unar, ha fatto causa all'azienda dei trasporti. L'ha persa, perché non ha trovato uno solo dei passeggeri disposto a testimoniare. In compenso ha incontrato di nuovo il conducente che l'aveva umiliata. Dice T. che si è messo a ridere in modo minaccioso. "Prova ora a mandare un'altra lettera", le ha detto. di Carlo Bonini

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Roma, la parrocchia di San Cleto a San Basilio

Cinquanta anni fa, al quartiere San Basilio, per poter partecipare alla Messa, la gente la domenica accorreva davanti ai pulmini. «Li aveva messi a disposizione l’Azione Cattolica femminile per le borgate romane. Erano una specie di "chiesa mobile"», racconta il parroco di San Cleto, padre Giovanni Ferraresso. Di abitanti se ne contavano pressappoco 3mila. Per lo più marchigiani ed abruzzesi. I servizi primari mancavano. Le case erano state costruite su un’area abusiva. «Ma allora si respirava un’aria di paese. Tutte le grandi feste le celebravamo tutti insieme».
Oggi qualcuno tira fuori pure le foto in bianco e nero di un gruppo di bambini dell’oratorio, in calzoni corti. «Questo qui ero io», dice con orgoglio Marcello Matteucci, ministrante e catechista, che qui tutti chiamano ancora «Marcellino». Dopo cinque decenni, la comunità che ormai ha visto trasformare quel paese di borgata in un quartiere di 10mila abitanti («al catechismo - sottolinea il parroco - ora vengono capoverdiani, brasiliani, asiatici, c’è stato un interessante rimescolamento della zona») ha voglia di festeggiare ancora insieme. E così, domenica scorsa, per il cinquantenario della parrocchia, affidata alla congregazione di Gesù Sacerdote, in 150 circa si sono ritrovati a pranzare nei locali della parrocchia. I festeggiamenti hanno preso il via con la celebrazione della Messa, presieduta da padre Gian Luigi Pastò, superiore generale della Congregazione fondata da padre Mario Venturini nel 1926 «per la santificazione dei sacerdoti».
«L’attività parrocchiale - spiega padre Pastò - non è insita nella nostra Congregazione». Per questo, «quando 50 anni fa si prospettava per i giovani preti di fare un’esperienza pastorale, i sacerdoti di allora rimasero perplessi». Ma i giovani religiosi «furono accolti subito familiarmente dalla gente del posto», come ricorda Rossana Pieragostini, catechista. Oggi il contesto sociale è cambiato: «Manca la coesione sociale - spiega il parroco -, è difficile aggregare popoli e lingue diverse».
Ma la parrocchia continua a mantenere fede allo spirito di accoglienza. I volontari del gruppo Caritas ogni settimana distribuiscono indumenti e pacchi viveri a circa 30 famiglie. «Si tratta per lo più di stranieri, soprattutto rom», spiega Sandra Torrice, una dei 25 volontari. In realtà, negli ultimi 5 anni le richieste sono aumentate. Ma la comunità continua a darsi da fare per accontentare tutti. «Ora - sottolinea Silvana Ceci - vorremmo riuscire a potenziare anche il Centro di ascolto». Tra i vari gruppi presenti in parrocchia, oltre a quello delle famiglie e dei giovani, attivi l’Apostolato della Preghiera, l’associazione San Filippo Neri, il gruppo dei Cavalieri di Malta.

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Rende (Cs), intelligence, diritto, democrazia

''Intelligence, Diritto, Democrazia''. Questo il titolo del 2* Modulo di studio del Master in Intelligence dell'Università della Calabria, diretto dal Prof. Mario Caligiuri, che si è aperto con le lezioni di Carlo Mosca e Marco Valentini.
Il Prefetto di Roma ha espresso il convincimento che il diritto alla sicurezza sia da considerare un diritto sociale, in quanto tale diritto di legalità, da mettere sul medesimo piano degli altri diritti di libertà.
In un sistema plurale come quello delle nostre Istituzioni, ha aggiunto il Prefetto Mosca, anche la sicurezza, come diritto di libertà vanno coniugate al plurale, nella loro accezione positiva, cioè quale strumento di realizzazione della persona nel quadro dei valori della Costituzione.
E' questo che pensiamo di fare con i bambini rom, ha anche detto il Prefetto di Roma riferendosi all'esperienza di Commissario delegato per l'emergenza nomadi. Rimuovere le cause di abbandono e di degrado, aiutare le famiglie a prendersi cura dei bisogni fondamentali, cioè un operazione che porti al medesimo tempo sicurezza e libertà.
Il dott. Valentini ha invece illustrato i profili innovativi della legge di riforma dell'Intelligence Nazionale, auspicando la crescita di una cultura della sicurezza condivisa che renda virtuosi i processi riformatori alla prova dei fatti. Nel corso della lezione il professor Mario Caligiuri ha presentato il volume ''I Servizi di Informazione e il Segreto di Stato'', edito recentemente quale primo commento alla legge di riforma, di cui il Prefetto Mosca e il Dott. Valentini sono autori insieme a G. Scandone e S. Gambacurta.

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sabato 25 ottobre 2008

Diverso da te, come te







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venerdì 24 ottobre 2008

Elezioni a Bolzano, io sto con Radames

Domenica si votano le provinciali a Bolzano, ci sarà molta agitazione negli schieramenti e nei candidati per il risultato finale. Scoprire se ce l’hai fatta oppure no, forse è il bello della politica: sapere alla fine se veramente hai convinto le persone con le tue idee.
Tra questi candidati c’è anche Radames Gabrielli un sinto che vive a Bolzano, conosciuto come musicista affermato e come Presidente dell’associazione Nevo Drom.
Radames Gabrielli da anni è impegnato nella promozione delle culture sinte, lottando contro chi ha degli stereotipi negativi nei confronti delle nostre minoranze, perchè vuole il rispetto dei diritti nella diversità, pari opportunità ed uguaglianza, condizioni indispensabili per garantire un futuro migliore per tutti i popoli del mondo.
Domenica i bolzanini hanno un’importante occasione, quella di far partecipare alla vita politica un appartenente alle minoranze sinte, presenti in Alto Adige da centinaia di anni.
Votare Radames vuol dire non avere paura del diverso, ma demolire quelle barriere che ancora oggi dividono i nostri due popoli.
Votare Radames vuol dire garantire la partecipazione politica ad una minoranza che è stata sempre esclusa da qualsiasi decisone.
Votare Radames vuol dire interculturalità, che in questo momento in Italia manca.
Votare Radames vuol dire libertà di espressione per una minoranza che può portare elementi culturali importanti nella vita politica di tutti i giorni.
Spero che Radames sia eletto, come ci sono riuscito io a Mantova. Almeno cosi non possono più dire che sono l’unico in Italia e possiamo dire finalmente che un Sinto è Consigliere provinciale.
Voglio ringraziare la Sinistra per l’Alto Adige per la candidatura dell’amico Radames, una scelta coraggiosa che sarà sicuramente ricambiata dal lavoro di Radames. di Yuri Del Bar, Consigliere Comunale a Mantova (in foto con Radames Gabrielli)

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Razzismo, argomento difficile da trattare in Italia

Tutto è cominciato per 'Famiglia Cristiana' con il numero 27 dell’anno 2008, in data 27 luglio, e con il “Primo Piano”, la rubrica con cui si apre ogni settimana quella rivista: un appuntamento abituale, anonimo e dunque da attribuire direttamente alla direzione oggi condivisa fra due sacerdoti paolini, don Antonio Sciortino (in foto), direttore, e don Giusto Truglia, condirettore.
Quel “Primo Piano” recava questo titolo: “Prima però le impronte dei parlamentari e dei figli”, preceduto dall’occhiello: “Silenzio assordante contro l’indecente proposta di Maroni” (cioè il ministro dell’Interno).
Quell’aggettivo, “indecente”, ha fatto scoppiare il caso. Un caso di cui si è parlato a lungo per tutta la scorsa estate ed ha fatto arrivare alla rivista della Pia Società San Paolo, il più diffuso settimanale italiano, una pioggia di articoli, editoriali, interviste su giornali, tv e radio, più migliaia di lettere, di telefonate, di e-mail, non esagero, da tutto il mondo (ne ho ricevuta una io personalmente dall’Australia, dove un amico mi aveva visto mentre una mia intervista veniva diffusa da Rai International).
Di questo caso parliamo qui stasera, con una precisazione rispetto a quanto ho appena detto: quella enorme massa di interventi, pubblici e privati, di politici, opinionisti, semplici cittadini, ma anche sacerdoti, religiosi e religiose, ha espresso in buona maggioranza una piena, cordiale, spesso affettuosa approvazione, l’incoraggiamento ad andare avanti con la critica libera, non faziosa ma democratica, alle decisioni dei governi di qualunque colore, così come era stato fatto ad esempio con quello precedente di Romano Prodi, in più occasioni.
Qualcosa di simile era del resto stato fatto poco prima, nel numero del 15 giugno, non nei confronti del governo ma del maggior partito di opposizione, il Partito democratico, e in particolare il suo segretario Veltroni, accusato di tenere i cattolici in secondo piano per favorire i radicali, con i quali del resto aveva confezionato prima delle elezioni quel “pasticcio veltroniano in salsa pannelliana” che la stessa Famiglia Cristiana aveva denunciato il 2 marzo senza tuttavia sollevare troppi scandali, benché il giorno dopo il voto non si potesse dire che non era stata profetica: l’80 per cento dei voti dei cattolici praticanti e impegnati in politica era andato a Berlusconi.
Non erano mancate, in quelle due occasioni, risposte polemiche in ambito politico, compresi i cattolici del Partito democratico che potevano sentirsi in imbarazzo venendo giudicati ininfluenti nella formazione parlamentare in cui erano confluiti, ma in quelle voci non c’era nulla di paragonabile con le reazioni suscitate dalla critica alle impronte digitali da prendere ai bambini rom. In quest’ultimo caso molti messaggi contrari, sia di lettori della rivista, sia di persone che non la leggono mai, come alcuni articoli di giornali del centrodestra, ci hanno dolorosamente colpito, non perché esprimevano opinioni diverse dalle nostre, e anche opposte – il che era perfettamente naturale in un Paese democratico - ma per il tono, il linguaggio, la durezza delle offese, l’augurio di malanni. Su tutto, dominava l’accusa di “cattocomunismo”, che mai ci saremmo aspettati con il nostro passato. di Beppe Del Colle, continua a leggere…

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Ue, la sinistra non vota per Premio Sakharov a Hu Jia

I vertici della sinistra del Parlamento europeo hanno accolto molto freddamente, oggi a Strasburgo, la decisione di assegnare al dissidente cinese Hu Jia il Premio Sakharov per la difesa dei diritti dell'uomo. Durante il voto sull'attribuzione del Premio, avvenuto stamattina nella Conferenza dei presidenti dei gruppi politici (l'organo di autogoverno dell'Europarlamento), il presidente del Pse, Martin Schulz, e la tedesca Sylvia-Yvonne Kaufmann a nome della Sinistrea unitaria europea (Gue), si sono astenuti, visibilmente poco contenti della decisione.
L'astensione in questo caso non è un gesto di significato minore, visto che tradizionalmente (questa era la ventesima edizione del Premio Sakharov) l'attribuzione viene decisa per consenso: quando diventa chiaro quale candidato è sostenuto dai capigruppo rappresentanti la maggioranza dell'Europarlamento, tutti votano per quel candidato. Freddina, poi, è apparsa stamattina anche l'accoglienza dello 'stato maggiore' del Pse nelle prime file dell'Aula, al momento dell'annuncio ufficiale da parte del presidente dell'Europarlamento, Hans-Gert Poettering, tra gli applausi dell'Assemblea.
Sulle questioni riguardanti i diritti umani e le libertà civili, in genere, il Parlamento europeo si pronuncia poggiando su una solida maggioranza di centro sinistra (Pse, Gue, Verdi e Liberaldemocratici), a cui si aggiunge quasi sempre il Ppe, gruppo di maggioranza relativa, nei casi che riguardano più in particolare la difesa della dignità umana. E' piuttosto inedito, dunque, in questo caso, questa sorta di 'scollamento' del Pse e del Gue.
In questo caso, fra l'altro, l'attribuzione del Premio a Hu Jia era quasi obbligata, viste le furiose (se non minacciose) pressioni che hannpo cercato di esercitare le autorità cinesi sui membri più influenti del Parlamento europeo. Il 16 ottobre, in particolare, l'ambasciatore di Pechino presso l'Ue, Song Zhe, aveva inviato una lettera a Poettering e ai capigruppo politici in cui si affermava che l'eventuale attribuzione del Premio a Hu Jia avrebbe "offeso inevitabilmente il popolo cinese e deteriorato gravemente le realzioni fra la Cina e l'Ue". Song Zhe aveva anche avvertito che "non riconoscere i progressi realizzati in Cina in materia di diritti dell'uomo e insistere sulla confrontazione non potrà che approfondire l'incomprensione fra la Cina e l'Ue".

Le pressioni senza precedenti di Pechino sono state denunciate in particolare dal capogruppo liberaldemocratico, lo scozzese Graham Watson, e dai co-presidenti dei Verdi europei, Monica Frassoni e Daniel Cohn-Bendit, che erano stati i tre 'sponsor' iniziali della candidatura di Hu Jia (insieme ad altri 55 europarlamentari). Lo stesso Poettering, a margine della sessione plenaria del Parlamento europeo, ha dichiarato che "il Premio è attribuito a Strasburgo, non a Pechino", mentre un suo portavoce ha definito "controproducenti" le pressioni cinesi.
Il leader eurosocialista Schulz, da parte sua, aveva candidato inizialmente la franco-colombiana Ingrid Betancourt, ormai libera dopo essere stata sequestrata per anni dai guerriglieri delle Farc nella foresta colombiana, mentre un altro dirigente eurosocialista, l'olandese Jan Marinus Wiersma, aveva puntato sul bielorusso Aleksandr Kozulin (ex candidato alla presidenza del suo paese, condannato a cinque anni e mezzo di prigione), che era sponsorizzato anche dai popolari polacchi. I comunisti del Gue, invece, avevano proposto il Centro europeo per i diritti dei rom (Errc), una candidatura avanzata dall'italiano Vittorio Agnoletto, ma un'altra europarlamentare italiana dello stesso gruppo, Luisa Morgantini, aveva appoggiato Padre Apollinaire Malu Malu, presidente della Commissione elettorale indipendente del Congo. Su quest'ultima candidatura erano poi confluiti anche i socialisti, dopo che Betancourt era stata considerata esclusa (e in compenso invitata a intervenire davanti all'Europarlamento, ormai libera).
"Noi abbiamo sempre spinto - ha detto Monica Frassoni oggi a Strasburgo - affinché il Premio fosse attribuito a persone che stanno ancora nel mezzo della loro battaglia, e spesso nei guai, in modo da aiutarli rendendo più nota, più universale la loro azione. Siamo contrari, invece, a dare il Premio per favorire chi ha concluso, per così dire, il suo lavoro, ed è già iperconosciuto". Quanto alle pressioni di Pechino, la capogruppo verde ha rilevato che "se la situazione dei diritti umani in Cina non fosse drammatica, definirei quasi ridicoli questi tentativi di influenzare Parlamento europeo. Ora è chiaro che l'urgenza della questione dei diritti umani e delle libertà civili in Cina non è finita con le Olimpiadi".
Riguardo all'atteggiamento 'freddo' dei dirigenti del Pse, Frassoni ha osservato: "Francamente non lo capisco: forse erano stizziti per non aver ottenuto che il Premio andasse al loro candidato, com'era sempre avvenuto negli anni scorsi, e forse sono delusi per non essere riusciti a portarsi appresso il Ppe, come cercano spesso di fare. Ma soprattutto - ha concluso la capogruppo dei Verdi europei - mi sembra che temessero di contrariare la Cina, con quello stesso riflesso di 'realpolitik' che frena i governi dei Ventisette quando si tratta di denunciare gli abusi di Pechino".

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Lucca, grande successo per Santino Spinelli

Grande successo per «Viandare», il seminario-concerto che ha permesso di avvicinarsi alla cultura Rom, o come più correttamente si è appreso si dica «romanì», che si è tenuto martedì scorso a Palazzo Ducale, organizzato dagli assessorati alle Politiche sociali e alla Pubblica istruzione della Provincia di Lucca.
L’incontro si è svolto durante l’intera giornata, con una mattina dedicata alle scuole, mentre la sera era aperta a tutti coloro che vogliono conoscere meglio questa cultura. Nonostante l’occupazione che sta avvenendo negli istituti scolastici, molti studenti hanno preso parte alle sessioni mattutina e pomeridiana della manifestazione, mentre numerose persone, anche appartenenti alla comunità rom lucchese, hanno partecipato al seminario-concerto della sera.
La particolarità dell’incontro di Palazzo Ducale è stata quella di unire le parole alla musica e alle danze: grande protagonista, infatti, è stato Alexian Santino Spinelli, musicista e docente universitario di lingua e cultura romanì, accompagnato da due danzatrici. Santino Spinelli (in foto), accompagnato dalla fisarmonica, ha dimostrato come echi della musica dei rom si trovino in numerose composizioni classiche dei secoli scorsi.
Le parole, invece, sono state affidate a Daniela Lucatti, scrittrice e psicoterapeuta, che ha letto alcuni brani tratti da libri che trattano la cultura rom. Molto partecipato il dibattito aperto da padre Luciano Meli, membro dell’Ufficio nazionale per la pastorale tra Rom e Sinti. Il seminario di Lucca ha rappresentato anche l’occasione per vedere il documentario “Building Resistance”, reportage della ricostruzione delle case di Gerusalemme est, da parte di associazioni di pacifisti, presentato dal giornalista di ‘Report’ Giuliano Marrucci.

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Roma, Cassazione: lecita polemica "aspra" su razzismo

Quando si parla dei temi “caldi” dell'integrazione e del razzismo è lecita la polemica politica anche se condotta con toni aspri. Lo sottolinea la Cassazione che ha annullato la condanna per diffamazione inflitta alla segretaria di una sezione romana dei Ds, dalla corte d'appello di Roma il 18 settembre 2007, per aver diffuso un volantino nel quale si affermava che due esponenti locali di An alimentavano l'odio e l'intolleranza razziale appoggiando un gruppo di genitori contrari all'inserimento, nella scuola elementare frequentata dai loro figli, di un gruppo di bambini rom.
Per Giorgio Benvenuti e Luigi Celori, i due politici di An che condividevano la presa di posizione dei genitori in questione, avevano sporto denuncia chiedendo il risarcimento danni per diffamazione. A rispondere del volantino è stata la segretaria diessina Maria Colonna della sezione 'Porto Fluvialè della capitale, che si era occupata di quanto stava accadendo nella scuola elementare “Vincenzo Cuoco” dove era stato avviato il contestato progetto di inserimento dei bambini rom. Con successo la militante dell'attuale partito di Walter Veltroni ha sostenuto, innanzi ai supremi giudici di non essere punibile per avere legittimamente esercitato il diritto di critica.
Piazza Cavour - con la sentenza 38938 - le ha dato ragione rilevando che è «evidente che la polemica innestatasi sul tema si è mossa e sviluppata nell'ambito del confronto politico». Siccome - prosegue la Cassazione - «il diritto di critica assume connotazione di maggiore opinabilità quando si svolge in ambito politico, poiché risulta preminente l'interesse generale al libero svolgimento della vita democratica, non si richiede che l'esternazione si attenga a una fedele riproposizione di accadimenti reali essendone lecita l'elaborazione in un giudizio non necessariamente imparziale, in quanto espressione del retroterra culturale e politico di chi lo formula». Pertanto, l'accusa di alimentare l'odio e l'intolleranza razziale è stata ritenuto dal 'palazzacciò «strettamente attinente allo specifico della contesa politica e non eccedente i limiti di una normale contrapposizione ideologica». Maria C. è stata, dunque, assolta.

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Roma, anche il Commissario pensa alla concentrazione di Sinti e di Rom

Lavoro finito: oggi il prefetto Carlo Mosca consegnerà al ministro dell´Interno, Roberto Maroni, il consuntivo del censimento nei campi nomadi romani da cui emerge un quadro desolante: metà dei 2.500 bambini trovati nei 50 campi visitati non erano mai stati vaccinati, il tasso di scolarizzazione è risultato molto basso e le condizioni di vita nei 40 insediamenti abusivi è apparso a livelli di estremo degrado. Il censimento è propedeutico alla "fase due", quella degli sgomberi e della riorganizzazione dei campi, punti salienti nei programmi di Maroni e del sindaco Alemanno. E a Roma, la ricognizione delle aree disponibili per è già partita.
Chiaro l´obiettivo dell´amministrazione: man mano che i campi abusivi verranno sgomberati, i 2.200 Rom e Sinti in condizioni di forte degrado identificati dal censimento saranno traslocati temporaneamente nei campi attrezzati già esistenti, e saranno poi accolti in una delle grandi proprietà comunali fuori dal Raccordo che la giunta provvederà ad attrezzare. Un elenco che, una volta completato, verrà consegnato al generale Mario Mori, come da lui richiesto. È infatti dell´ex capo del Sisde chiamato a dirigere l´ufficio Sicurezza la regia del piano mirato a stroncare gli insediamenti abusivi che spuntano come funghi negli angoli più nascosti della città.
Una strategia diversa da quella finora messa in campo dal gabinetto del sindaco. Secondo il generale Mori, infatti, non ci si può limitare ad interventi spot, con i Rom allontanati dalle baracche improvvisate sugli argini del Tevere o negli anfratti più nascosti a suon di cariche dei vigili urbani: inevitabilmente, non sapendo dove andare, i senza fissa dimora si spostano di qualche metro ricreando la stessa situazione di prima.
Ieri il capo della Sicurezza capitolina lo ha spiegato chiaramente al sindaco Alemanno e agli assessori Belviso e Marsilio durante la riunione riservata in Campidoglio: occorre dare una risposta più complessa coniugando sgomberi e accoglienza, repressione e politiche sociali. Individuando, appunto, un´area fuori dal Raccordo, il più distante possibile dai centri abitati...

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giovedì 23 ottobre 2008

Bolzano, gli impegni di Radames Gabrielli

Questo sarà il mio impegno per voi:
- tutelare i diritti delle famiglie in disagio;
- favorire la ricerca di soluzioni abitative adeguate;
- incentivare la creazione di opportunità lavorative;
- combattere il razzismo dilagante in tutte le sue forme.
A pochi giorni dalle elezioni che si terranno domenica prossima a Bolzano per eleggere il Consiglio provinciale, pubblichiamo gli impegni politici assunti dal candidato Radames Gabrielli, Sinistra per l’Alto Adige. E’ indicativo che Radames Gabrielli si impegni davanti agli elettori di combattere tutte le forme di razzismo perché questo è un tema molto caldo della campagna elettorale che risente della morte di Haider, il leader della destra xenofoba austriaca.
Radames Gabrielli subito spiega le ragioni dei suoi impegni: «Sono un sinto, spregiativamente uno "zingaro" come mi chiamerebbero in molti. La mia famiglia vive da generazioni in Alto Adige, qui sono nato e cresciuto, così come i miei figli e nipoti. Ho conosciuto sulla mia pelle i problemi delle famiglie numerose e senza un reddito fisso, discriminate nella vita di tutti i giorni, nella ricerca di un lavoro e nel trovare un'abitazione adeguata».
Per queste ragioni Radames afferma: «Adesso voglio fare qualcosa per chi come me non vuole più essere discriminato, per chi vuole la possibilità di un lavoro adatto, per chi desidera un'abitazione dignitosa».
Votami perché sono come te.
Votami perché sono diverso da te.

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Brescia, Sinti: impossibile diventare invisibili

"Abbiamo cercato di procurarci la vernice per diventare invisibili, ma purtroppo non l'abbiamo ancora trovata". Ci scherza sopra Sergio Suffer, dell'associazione Nevo Gipen (Nuova vita) che aderisce alla federazione “Rom e Sinti Insieme".
Nel campo di via Orzinuovi la Camera del Lavoro ha incontrato la stampa per ribadire che "c'è la necessità di una discussione tra l'amministrazione e le famiglie, se un incontro è andato male non bisogna chiudere la porta ma aprirne un'altra".
Secondo il segretario della Cgil bresciana, Marco Fenaroli, "le basi del dialogo dovrebbero iniziare con la fine delle stigmatizzazioni, bisogna smetterla di parlare male dei nomadi, dei rom e dei sinti, altrimenti il confronto non può nemmeno iniziare. Come dialogare", ha aggiunto Fenaroli, "con chi affigge sui muri i manifesti della demolizione del campo di via Girelli, e ci scrive -Uno in meno-?"
L'amministrazione comunale vuole il superamento dei “campi nomadi”, e in questo anche le famiglie sono d'accordo, "ma il superamento non può arrivare manu militari". La Cgil non vuole essere portavoce dei nomadi, ha continuato Fenaroli, "perché ogni famiglia si rappresenta da sé"; e questo rende la situazione più complicata perché l'assessore ai Servizi Sociali Giorgio Maione (in foto) "vorrebbe parlare con una sola persona, ma qua non c'é un rappresentante unico e allora bisogna parlare con tutti".
A raccontare le loro storie ci sono alcuni sinti di Brescia. Sergio Suffer si chiede dove possono andare: "Hanno detto no a tutto ora, con la nuova ordinanza, anche ai parcheggi. Verrebbe da dire che ci vogliono in mezzo alla strada ma anche in mezzo alla strada non possiamo più stare. L'ho detto, non siamo ancora riusciti a diventare invisibili".

C'erano delle bambine, nel campo, in età scolare, nonostante fosse mattina e dovrebbero essere a scuola; si sono giustificate con un "abbiamo perso l'autobus". "Ma di sicuro non riusciremo a mandare i bambini a scuola stando in mezzo ad una strada", ha aggiunto Suffer. La soluzione, secondo i Sinti, potrebbe essere quella di trovare micro aree dove lasciare le famiglie; un'ipotesi che pare essere già stata scartata dall'amministrazione. Nel campo ora abitano due o tre famiglie allargate, il che significa circa centoventi persone, anche se il numero preciso nessuno è sembrato in grado di darlo.
Francesco Held ha raccontato che "mio padre era nomade, quindi io sono nomade, se fosse stato avvocato non sarei stato qui". Di lavoro è giostraio, e un po' di tempo fa si era comprato un'area agricola in via Serenissima, a Buffalora, "per dare stabilità e un futuro a mia figlia. Un'area edificabile non potevo permettermela, così ho messo su la mia casetta in un'area non autorizzata. A quel punto è arrivata questa lettera, mi hanno sequestrato il terreno, mi hanno detto di portare via la mia casa, ma come faccio? Addirittura han detto che la casa la demoliscono e io devo pagare la demolizione!"
Come vivono i sinti del campo? Secondo Suffer, "la maggior parte si occupano della raccolta del ferro"; proprio in quel momento un furgone stava entrando. "Quell'uomo ha settant'anni e da quaranta raccoglie il ferro. Poi c'è la solidarietà delle famiglie, che aiutano i loro parenti più in difficoltà. Noi qui siamo controllati in continuazione", ha concluso poi, con amarezza, indicando le telecamere all'entrata, "c'è il Grande Fratello, ma nessuno di noi diventa famoso". di fr. zam

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Roma, no al razzismo

Soffia sull’Italia il vento del razzismo. Afferma il tuo no al razzismo, l’appuntamento è per sabato 25 ottobre, alle ore 13.45, a Piazza della Repubblica, davanti alla Chiesa di S. Maria degli Angeli, dietro allo striscione “No al razzismo”.
Il pregiudizio etnico, il rancore sociale, l’odio per il diverso, si sono lentamente diffusi nel Paese, con intensità allarmante in alcune regioni.
E’ avvenuto per ragioni sociali, demografiche, culturali, di grande complessità, sulle quali è necessario riflettere e -per quanto possibile- intervenire. Ma ci sono anche fattori politici, soprattutto l’irresponsabile scelta di partiti e esponenti istituzionali di investire sulla xenofobia e sulla paura per conquistare più facilmente consensi elettorali.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. E ciò che vediamo non è una casuale combinazione di episodi di intolleranza, come il governo sostiene.
E’, invece, una impressionante e coerente sequenza di atti di violenza, compiuti sulle persone per la diversità della loro pelle, religione, cultura. Sono atti che avvengono in un preciso contesto culturale, linguistico, simbolico, a lungo alimentato da messaggi di ostilità, inimicizia, divisione. Per lacerare il Paese anziché unirlo. Per produrre nuove marginalità, anche tra i giovani e i bambini, fin dai banchi di scuola.
La Repubblica italiana non aveva mai conosciuto il razzismo in queste forme e dimensioni. Il Partito democratico ripudia questa degenerazione della convivenza civile, che offende i principi della dichiarazione universale dei diritti umani e quelli della Costituzione repubblicana. Perciò intende impegnarsi con tutte le sue energie affinché il razzismo venga riconosciuto, combattuto e sconfitto, in linea con le grandi scelte di civiltà che hanno ovunque segnato la storia dei partiti democratici.

Per questo invitiamo i cittadini che vogliano assumere questo impegno come prioritario per riaffermare i fondamenti della democrazia in una società multietnica e multiculturale, a partecipare alla grande manifestazione del 25 ottobre dietro lo striscione che porterà la scritta “NO AL RAZZISMO”. Un grande, sentito “no” che sarà anche un grande, sentito “per”. Per l’eguaglianza, per l’accoglienza, per una sicurezza civile e libera dai veleni dell’odio razziale.
Primi firmatari: Marcella Lucidi (in foto), Nando Dalla Chiesa, Jean Leonard Touadì, Livia Turco, Mario Scialoja, Moni Ovadia, Tobia Zevi, Claudio Cecchini, Paolo Masini, Cristina De Luca, Marguerite Lottin, Andrea Masala, Enrico Petrocelli, Alessia Marra, Francesco Spano, Alberto Martinelli, Giuseppe Ferrara, Daniele Cini, Nello Correale, Claudio Camarca, Liliana Ginanneschi, Associazione culturale “Rinascimento”, Darif Aziz, Emiliano Boschetto, Antonella Bucci, Khalid Chaouki, Victoria Chioma Ezenoko, Leonardo Dini, Emanuela Droghei, Abdelali El Asri, Innocent Eke, Federica Gaspari, Massimo Ghirelli, Madison Godoy, Luz Maria Gutierrez Escolastico, Sibi Mani Kumaramangalam, Tetyana Kuzyk, Giovanni La Manna, Stefano Mastrantonio, Ndjok Ngana, Christian Okpara, Carla Ortelli, Alberto Restovin, Gabriel Rusu, Romulo Salvador, Gabriella Taricone, Laura Terzani, Anna Maria Volpe Frignano, Zituni Zuani.
Per aderire all’appello, scrivi a: uguaglianze@partitodemocratico.it

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Israele, inaccettabile la beatificazione Pio XII

''Il tentativo di far diventare santo Pio XII (in foto) è inaccettabile''. Suonano come una scomunica nei confronti di Pio XII le parole pronunciate contro la beatificazione di Papa Pacelli dal ministro per gli Affari sociali di Israele Isaac Herzog, che è anche responsabile degli Affari della Diaspora, della lotta all'antisemitismo e dei rapporti con le comunità cristiane. A riportare le dichiarazioni del ministro e' il quotidiano israeliano Hareetz.
''Durante il periodo dell'olocausto il Vaticano sapeva molto bene quello che stava accadendo in Europa'', ha aggiunto l'esponente del governo di Gerusalemme che poi ha spiegato: ''e non vi è alcuna prova, per ora, di alcun provvedimento preso dal Papa che, come Santa Sede, avrebbe potuto ordinare''. Quindi il ministro ha affermato: ''Il tentativo di far diventare santo Pio XII è una forma di ''sfruttamento dell'oblio'' rispetto a quei fatti e testimonia ''una assenza di consapevolezza''. ''Invece di essere coerente con il verso biblico nel quale si afferma 'Tu non permetterai che si versi il sangue del vicino' - ha detto ancora il ministro - il Papa rimase in silenzio e forse fece anche peggio''.
Parole durissime pronunciate questa volta non da un esponente di qualche organizzazione ebraica o da un rabbino, ma da un rappresentante del governo in carica di Israele che, peraltro, ha anche per mandato governativo il compito di gestire le relazioni con le comunità cristiane. Del resto le affermazioni di Herzog arrivano dopo settimane di polemiche intorno alla figura di Pio XII e ai ripetuti interventi del Papa e del Segretario di Stato vaticano in difesa di Pacelli e del suo operato durante la Seconda guerra mondiale.
Sul fronte israeliano la presa di posizione pubblica del Pontefice in favore di Pio XII ha fatto pensare a una sua imminente beatificazione. Da qui una serie di reazioni critiche verso la Santa Sede e la Chiesa cattolica. Ancora, ha destato scalpore l'ipotesi che il Papa non andasse in visita in Israele a causa della didascalia contenuta al memoriale della Shoah di Gersualemme, lo Yad Vashem, nella quale si leggono parole fortemente critiche verso Pio XII e il suo comportamento nel secondo conflitto mondiale.

Successivamente è intervenuto anche il presidente di Israele, Shimon Peres, per ribadire l'invito rivolto a Benedetto XVI a visitare la Terra Santa, tuttavia Peres ha confermato le riserve su Pio XII classificando però l'intero''l'affaire'' come vicenda del passato che non può incrinare gli attuali buoni rapporti con la Chiesa di Roma.
Da parte sua la Santa Sede, attraverso il direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, provava a spegnere le polemiche specificando che il Papa aveva deciso di approfondire ulteriormente l'analisi su Pio XII - rimandando quindi la beatificazione - e osservando che la didascalia allo Yad Vashem, pur assolutamente non condivisa dalla Santa Sede, non poteva considerarsi un ostacolo al viaggio del Papa. E tuttavia nei giorni scorsi altri episodi hanno complicato la situazione. Un sito internet di sostenitori del partito di governo Kadima ha pubblicato un fotomontaggio raffigurante Benedetto XVI con una svastica. L'immagine è stata prontamente rimossa e il Primo ministro, Tzipi Livni, ha spiegato subito che l'immagine vergognosa non rappresentava in alcuno modo il suo pensiero o quello del suo partito.

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Maroni si prepara a cacciare e a concentrare

I Rom e Sinti che hanno «il diritto» di stare in Italia vivranno in «villaggi attrezzati» dotati di acqua e luce, servizi igienici e servizio di raccolta rifiuti. Per tutti gli altri l'unica soluzione è lo sgombero perché tutti i campi abusivi saranno chiusi: e «va da se che non sarà consentita l'apertura di nuovi insediamenti.
Quattro mesi dopo l'annuncio che sarebbe stato eseguito un censimento dei “campi nomadi” presenti a Roma, Milano e Napoli - iniziativa che ha sollevato anche le proteste dell'Unione Europea, poi rientrate dopo le spiegazioni fornite dal Viminale - il ministro dell'Interno Roberto Maroni sottolinea che «l'ottimo lavoro» svolto dai commissari straordinari nominati dal governo, i prefetti delle tre città, Carlo Mosca, Gianvalerio Lombardi e Alessandro Pansa.
E presentando i numeri del censimento ricorda che l'ordinanza di protezione civile che ha stabilito le 'regole' per le rilevazioni «non è mai stata modificata, neanche dopo l'intervento della Commissione europea».
Il censimento ha accertato la presenza di 167 campi, di cui 124 abusivi e 43 autorizzati in cui erano presenti al momento della rilevazione 12.346 persone di cui 5.436 minori. Ma, ed è questo che preme di più a Maroni, almeno altrettante persone si sono allontanate dai campi quando hanno saputo dell'iniziativa.
«È un effetto importante» dice infatti il ministro, secondo il quale la maggioranza di quelli che sono spariti erano cittadini romeni di etnia rom che sarebbero andati in Francia, Spagna e Svizzera. Nei prossimi giorni - aggiunge Maroni - definiremo gli ambiti e i progetti da mettere in atto, in modo da procedere in maniera spedita e arrivare a completare gli interventi entro maggio dell'anno prossimo».
Il primo passo sarà lo sgombero dei campi abusivi e l'individuazione dei siti idonei dove realizzare quelli attrezzati. Intervento questo, assicura Maroni, che verrà fatto 'd'intesa con gli enti locali. Successivamente verranno realizzati quegli interventi necessari per il ripristino delle condizioni socio-sanitarie all'interno dei campi autorizzati e partirà la scolarizzazione dei minori.

«Il nostro obiettivo - dice ancora il ministro - è di passare dai campi nomadi semplicemente autorizzati o tollerati ad una struttura che sarà un vero e proprio villaggio attrezzato dove potranno vivere in condizioni civili tutti coloro che hanno il diritto di rimanere in Italia. È un piano ambizioso che vuole mette fine a questo sconcio e creare un modello che possa essere d'esempio come 'best practice' per tutta l'Europa».
Ma secondo l'opposizione la questione dei Sinti e dei Rom non si risolve sfidando l'Europa. Così il capogruppo del Pd nella commissione Politiche europee della Camera, Sandro Gozi, risponde al ministro Maroni. «Non è sfidando l'Europa che il governo potrà risolvere la questione nomadi - sottolinea - non è dichiarando di trascurare le regole europee che potremmo tutelare il nostro interesse nazionale in materia di sicurezza. Al censimento deve seguire un vero programma di integrazione e proposte costruttive per una vera sicurezza sul nostro territorio che si può assicurare solo attraverso una forte cooperazione con i governi e le istituzioni europee e non contro o a prescindere da loro. Abbiamo bisogno di capire quale sia la linea del governo in materia di libera circolazione dei cittadini comunitari dato che al momento - conclude - c'è solo una serie di dichiarazioni contraddittorie». di l’Unità

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Trento, Carabiniere dice 'no' a immigrati, "nomadi" e ambientalisti

Un plateale atto discriminatorio, di razzismo e minaccia è stato reso noto dal quotidiano trentino 'L'Adige'.
In località Lissa, a Castello Tesino, all'inizio di una stradina che porta a un 'Bed & Breakfast' di proprietà di Romeo Ferranti, carabiniere in servizio presso la locale stazione del corpo vi è un cartello di "Proprietà Privata - Divieto di accesso" con raffigurata una pistola dove si specifica: "Non sono particolarmente gradite intrusioni da parte di: extracomunitari, nomadi, venditori ambulanti o porta a porta, testimoni di Geova, associazioni pseudo ambientaliste o animaliste". Il cartello riporta inoltre che "La persistenza dell'intrusione (dopo la comunicazione di abbandonare il fondo) e nel caso si estendesse ai caseggiati sarà considerata offesa ai sensi dell'articolo 52 del codice penale (legittima difesa) come modificato dal governo Berlusconi".
La modifica dell'articolo 52 del codice penale legittima l'uso delle armi per chi è legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati "quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione" e l'arma "è legittimamente detenuta, per difendere la propria o altrui proprietà, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione" - ricorda il giornalista de L'Adige Renzo M. Grosselli che ha rivelato il fatto.
Il giornalista recatosi sul posto ha fotografato il cartello e, inoltrandosi nella stradina, ha raggiunto il 'Bed & Breakfast' ma nessuno era in casa. Ha quindi telefonato al numero segnalato dal sito dell'esercizio che indicava in Romeo Ferranti il titolare. Che ha risposto alle domande del giornalista.

"Perché quel cartello? - ha chiesto il giornalista. "È a norma di legge" - risponde Ferranti. "Ne siamo certi ma pare una comunicazione piuttosto dura" - commenta il giornalista. "Si parla di intrusi che entrano senza permesso e in modo fraudolento" - è la replica di Ferranti. "D'accordo. Ma lì si nominano espressamente extracomunitari, nomadi, venditori ambulanti. Addirittura testimoni di Geova. Cosa c'entrano i testimoni di Geova?" - incalza il giornalista. "Sa, quando vengono a disturbarti alle 9 del mattino e più volte..." - risponde Ferranti.
"Il cartello fa riferimento all'integrazione dell'articolo 52 del codice penale approvata nel 2006 dal governo Berlusconi. La possibilità di rispondere con le armi legittimamente possedute. E c'è il disegno della pistola sul cartello. Non le sembra una cosa scioccante?" - chiede il giornalista che conclude specificando che "il cartello in questione è esposto al pubblico da vari mesi, molti mesi ci dicono, ma nessuno se n'è mai lamentato".
Appreso del caso il direttore di Unimondo, Fabio Pipinato insieme con Michele Nardelli (Osservatorio sui Balcani) e Armando Stefani (Tremembè) hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Trento chiedendo di indagare sulla vicenda e, in caso di sussistenza di violazioni, di disporre delle sanzioni di legge oltre che all'immediata rimozione del cartello succitato in quanto minaccioso, offensivo e discriminatorio. di G.B.

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Roma, niente acqua ai Rom

A Roma il presidente del municipio circoscrizionale Talenti-Prati Fiscali, un certo Cristiano Bonelli (in foto) del Pdl, ha fatto chiudere le fontanelle dove andavano a bere ei rom del vicino campo nomadi. Il "minisindaco" si è giustificato dicendo: "Dovevo dare una risposta alla mia gente". Poi, sprezzante, ha ridacchiato: "Vorrà dire che andranno a prendere l’acqua a qualche altra fontana, tanto sono nomadi, si spostano, no?".
L'allucinante personaggio, che aspira forse ad entrare nell’eletta schiera dei Tosi, dei Gentilini, dei Borghezio, ha precisato: “Questo non è razzismo, farò anche un piano di integrazione”. Prima di diventare presidente di circoscrizione Bonelli organizzava con "Azione giovani" quelle che spiritosamente definiva "spedizioni pulitive" per "sottolineare la situazione di degrado a Castel Giubileo-Salaria".
Nel suo curriculum elettorale si vanta di aver bloccato il progetto di introduzione dei menù etnici in una scuola del quartiere Montesacro. Che trovasse un seguito in uno dei quartieri più "neri" della Capitale non era difficile prevederlo (il suddetto ha precisato che dopo la chiusura delle fontanelle la sua gente lo ha ringraziato), il problema è che non si tratta più di quattro gatti.
I razzisti sono ovunque, non solo negli stadi; il fascismo non è più strisciante. È al governo (impronte ai bambini rom, classi differenziate per i figli degli immigrati, esercito nelle strade...) ed è nella società che veniva detta civile: uccisioni, pestaggi, insulti, umiliazioni sui mezzi pubblici contro neri, cinesi, omosessuali, rom sono casi pressoché quotidiani.
Nei confronti degli ebrei finora ci sono state solo targhe commemorative distrutte e scritte offensive (l’ultima, qui a Roma, mette in discussione l’Olocausto), ma è avvertibile la sensazione che il limite potrebbe essere oltrepassato. Un conto, tuttavia, è se chi manifesta la sua vigliaccheria razzista è il bottegaio privo d’istruzione o il ragazzetto facilmente plagiabile, un altro conto se si tratta di poliziotti, vigili urbani o di esponenti politici e istituzionali, seppure "mini". E poi, diciamolo, fa una tremenda paura, dal caso Unipol in avanti, la distrazione, l’indignazione di maniera, il pio-pio di una larga fascia dell’opposizione. di Riccardo De Gennaro

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I rom e l’azione pubblica

E’ stato pubblicato, da Nicola Teti Editore, il volume “I rom e l’azione pubblica” a cura di Giorgio Bezzecchi, Maurizio Pagani e Tommaso Vitale.
I gruppi rom e sinti sono molti e differenti. Abitano da secoli il tessuto urbano d’Europa. Sono parte integrante della storia italiana, soggetti in uno stato di diritto. Spesso, tuttavia, le politiche nei loro confronti assumono tratti marcatamente discriminanti e di frequente gli enti locali adottano vere e proprie forme di razzismo istituzionale. Altre volte, politiche e provvedimenti ben intenzionati falliscono per le proteste e le mobilitazioni locali, ma anche per il mancato ascolto e coinvolgimento dei diretti interessati, i rom e i sinti.
Il volume tenta di fornire idee e appigli per uscire da questo senso di impotenza: i diversi contributi che lo compongono mostrano strade concretamente percorribili nell’azione pubblica. Guardando alla sfida di una politica democratica e partecipata, questo libro racconta una pluralità di casi empirici che aiutano a capire come è possibile rispettare i diritti fondamentali delle minoranze, moltiplicando il consenso sulle politiche necessarie per una migliore convivenza.
Il volume contiene saggi di Alberto Giasanti, Amoun Sleem, Antonio Tosi, Carlo Cuomo, Elisabetta Vivaldi, Giorgio Bezzecchi, János Ladányi, Joanna Richardson, Laura Boschetti, Maurizio Pagani, Paola Pessina, Tommaso Vitale, Zoran Lapov.
Giorgio Bezzecchi, presidente della cooperativa Romano Drom, è un Rom Harvato, esperto di processi e politiche di mediazione culturale. Da molti anni è uno dei massimi dirigenti dell’Opera Nomadi. Vive e lavora a Milano.
Maurizio Pagani, dirigente dell’Opera Nomadi, da molti anni è attivamente impegnato in azioni di promozione sociale delle comunità rom e studio delle politiche pubbliche. Vive e lavora a Milano.
Tommaso Vitale, ricercatore di Sociologia, insegna sia Sviluppo locale che Programmazione sociale all’Università degli Studi di Milano Bicocca ed è membro della redazione di Partecipazione e conflitto - Rivista di studi politici e sociali.

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mercoledì 22 ottobre 2008

Bolzano, i punti programmatici della Sinistra per l’Alto Adige

Pubblichiamo i punti programmatici della Sinistra per l’Alto Adige, in vista delle elezioni provinciali di domenica prossima a Bolzano. Sinistra per l’Alto Adige ha fatto una scelta importante: candidare Radames Gabrielli, un Sinto per il Consiglio provinciale di Bolzano.
Noi di sucardrom chiediamo a tutti i bolzanini di sostenere con il proprio voto questa scelta coraggiosa che offre un’importante possibilità di partecipazione politica ad un’appartenente alle minoranze sinte, presenti in Alto Adige da centinaia di anni. Di seguito i punti programmatici
caro vita: occorre predisporre un piano per la grande distribuzione commerciale, consultando sindacati, consumatori e Comuni, al fine di assumere misure atte a salvaguardare la caduta del potere d’acquisto di salari e pensioni, soprattutto a sostegno dei redditi più bassi;
dignità del lavoro: limitazione della precarietà nei rapporti di lavoro, e introduzione di nuove norme sulla sicurezza per un più forte impegno contro le morti bianche;
programma di sviluppo degli interventi: sull’edilizia sociale per evitare una nuova emergenza relativa alla carenza di alloggi, e vanno previsti maggiori interventi destinati al sostegno di servizi sociali, in particolare a favore degli anziani e dell’infanzia;
nuova legge provinciale sull’immigrazione: basata su politiche che promuovono l’integrazione e la multiculturalità, e non sul rifiuto e sull’esclusione come propone la destra;
politica della sicurezza: partendo da un miglior coordinamento tra le diverse forze dell’ordine e dal rafforzamento della loro azione sul territorio, con lo sviluppo degli interventi contro il degrado urbano e l’emarginazione sociale, e combattendo con forza le derive razziste e xenofobe che si sono recentemente manifestate;

una scuola nuova: plurilingue con maggiore carattere interculturale e formativo, ridisegnata sulla base dei modelli europei più avanzati, con il consenso e la partecipazione attiva di tutte le parti coinvolte e con riferimenti comuni alle scuole di tutti i gruppi linguistici, rafforzando il ruolo di promozione e di sostegno al rinnovamento che spetta agli Istituti pedagogici e all’Università;
si: alla libera scelta di iscrizione nelle scuole materne, adottando misure di sostegno per eventuali problemi di inserimento;
si: al libero sviluppo dell’Università, dei Centri Culturali, delle Biblioteche dei Musei per poter svolgere il loro ruolo scientifico e culturale, senza condizionamenti della politica, promuovendo nel territorio un ponte sull’Europa ed un’apertura in chiave internazionale;
si: al progetto che vuole la Città di Bolzano quale Capitale Europea della Cultura;
politica per l’ambiente: basata sulla promozione della raccolta differenziata e del riciclaggio, sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, sulla limitazione del traffico privato e sul potenziamento del trasporto pubblico locale; vanno inoltre previsti presidi ambientali e sanitari permanenti nelle principali zone industriali a difesa di cittadini e lavoratori;
politica energetica: vanno superate le contraddizioni esistenti tra i diversi operatori ed eliminati i conflitti di interesse tra i ruoli di regolatori e regolati, va realizzato un accordo quadro per l’utilizzo delle diverse centrali e portato a termine il processo di liberalizzazione del mercato della elettricità;
laicità delle istituzioni: a tutela della salute della donna va applicata pienamente la legge 194, va garantita l’introduzione della pillola anticoncezionale RU486 e va praticata una estesa e corretta informazione, partendo dalle scuole, sulla contraccezione e sulla legge sulla fecondazione assistita; vanno riconosciuti alle coppie di fatto, anche omosessuali, tutti i diritti di accesso ai diversi servizi; devono essere decisamente respinte le continue interferenze delle autorità ecclesiastiche nelle scelte che riguardano lo Stato e le sue istituzioni;
riforma della politica: iniziativa per la limitazione delle spese elettorale e controlli della trasparenza delle spese della pubblica amministrazione.

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Milano, De Corato è falso e pericoloso

“I provvedimenti del ministro Maroni in tema di sicurezza hanno avuto effetti immediati nella nostra città. A partire dai campi rom. Infatti, grazie alla nomina del commissario straordinario, dopo il censimento dei campi autorizzati e il controllo costante degli insediamenti irregolari, e' dimezzato il numero delle aree occupate e degli abusivi. Passati, questi ultimi, da 10mila ad una stima attuale di 3-4 mila presenze”.
Così il vice Sindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato, intervenuto in apertura del seminario organizzato dalla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione Locale sul tema Le misure urgenti in materia di sicurezza urbana.
Davvero una persona falsa e con la faccia di bronzo, questo politico milanese. Continua a raccontare bugie. Nessun Rom si è allontanato da Milano. Ma il censimento ha fatto emergere il dato reale delle presenze a Milano che è ben diverso dalle stime che lo stesso Vice sindaco ha per mesi annunciato sulla stampa locale e nazionale.
Si ricordino gli allarmi per l’invasione dei Rom provenienti dalla Romania. Roberto De Corato è arrivato a dichiarare la presenza di 35.000 Rom e Sinti a Milano. E qualche giornalista prezzolato come Ronchey gli era anche andato dietro, supportato da una campagna giornalistica infame, nessuno escluso. Oggi il Vice Sindaco già sconfessa le sue stime di un anno fa e parla di 10.000 persone.
Ma il peggio deve ancora venire perché il Vice Sindaco, seguendo le orme del Ministro Maroni, spiega come ha fatto ad allontanare circa 6/7.000 Rom fantasmi. Un’azione di moral suasion. “All'azione di moral suasion si aggiunge l'opera di identificazione di circa 2.500 comunitari svolta dagli agenti della Polizia Municipale e di oltre 700 senza fissa dimora, per la maggior parte rom romeni. Persone che, sulla base di una direttiva Ue, andrebbero allontanati con provvedimento prefettizio se non dispongono dei necessari requisiti oltre i tre mesi di soggiorno”.

Ecco il dato 2.500 comunitari e circa 700 senza fissa dimora che però non possono essere espulse perché l’Europa ha detto no al Ministro Maroni.
E qui De Corato ne esce con le ossa rotte. “Espulsioni che di fatto - ha affermato De Corato - non potremo però mettere in pratica a causa dei veti dell'Unione Europea che, proprio pochi giorni fa, ci ha imposto il semplice invito all'allontanamento. Un atto considerato carta straccia da chi lo riceve. Naturalmente l'Italia si adeguerà anche a queste misure ma, come ha rilevato il ministro Maroni, si tratta di disposizioni inefficaci che tra l'altro vanificano i nostri sforzi. Ci auguriamo quindi che venga fatta presto chiarezza sul tema. Altrimenti potremmo ritrovarci a breve al punto di partenza”.
Noi di sucardrom già immaginiamo quale sarà la soluzione: un’azione di moral suasion. Questa volta non certo a spazzare via i fantasmi inventati di sana pianta per fare il pieno elettorale ma per cacciare da Milano famiglie intere. Come? Nel modo classico. Si minacceranno le famiglie sinte e rom: se non te ne vai le assistenti sociali ti portano via i figli. E sarà dramma…

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Italia, è razzismo o reale e civile integrazione?

La lettera di Linda. Da cristiana sono favorevole all’accoglienza di chiunque, indipendentemente da razza, etnia, religione, colore della pelle e cultura, nomadi compresi. Però, non è accettabile che avvenga a scapito dei nostri più elementari diritti alla sicurezza. Non condivido, quindi, Famiglia Cristiana e le sue pesanti critiche a un Governo che cerca di regolamentare l’immigrazione.
I nomadi non lavorano, eppure campano benissimo. Spesso viaggiano con auto di grossa cilindrata, che un nostro operaio non riuscirebbe mai ad acquistare. Le loro principali entrate vengono dai furti che si verificano nelle zone dove, di volta in volta, si accampano e le loro vittime sono cittadini italiani onesti che lavorano e pagano le tasse. Se colti in flagrante, non sono nemmeno perseguibili, perché utilizzano nomi fasulli. Rilasciati ripartono, pronti a delinquere in un’altra zona.
Ben venga, allora, il censimento per sapere quanti sono e la loro identificazione prendendo le impronte digitali. E non mi scandalizzo affatto se vengono rilevate anche ai bambini rom per garantire loro l’obbligo alla frequenza scolastica. Secondo me, non è razzismo, ma reale e civile integrazione!
Parlando dell’immigrazione clandestina, come non provare comprensione e umana solidarietà verso le masse di disperati che, rischiando la vita e fuggendo da fame e dittature, arrivano nella nostra ricca Europa? Ritengo, tuttavia, che siano troppo semplicistici e retorici gli appelli al dovere dell’accoglienza, perché si mette a rischio la nostra convivenza, senza neppur risolvere il problema di un mondo diviso tra ricchi e poveri. Quei disperati hanno diritto a vivere e progredire là dove sono nati! Per questo le nazioni toccate dall’immigrazione dovrebbero unirsi in una comune battaglia per debellare la povertà nei Paesi d’origine e contrastare i Governi corrotti e autoritari che sfruttano questa povera gente.

Mi piacerebbe se Famiglia Cristiana assumesse una forte iniziativa in tal senso e invitasse il Vaticano a porsi alla testa di un movimento mondiale contro la povertà. Che, non dimentichiamo, è anche all’origine di guerre ed epidemie. Ma, per essere credibili e avere successo, è necessario dare l’esempio a tutto il mondo con atti concreti e coerenti. Penso che il Vaticano e la Chiesa dovrebbero ritornare all’insegnamento di povertà di Gesù Cristo, spogliandosi delle loro ricchezze a favore di chi soffre, e invitare gli altri Paesi a impegnare parte dei propri bilanci allo stesso scopo.
Nel frattempo, anziché distribuire lezioni di etica a destra e a manca, la Chiesa potrebbe, per prima, offrire accoglienza e ospitalità agli immigrati nei suoi palazzi e nei conventi. Diversamente, si finisce per predicare bene e razzolare male, facendo vacillare la fede dei credenti, come è avvenuto per la sottoscritta. Infatti, continuo a credere in Dio, ma non ho più fiducia nei suoi rappresentanti su questa terra! di Linda
La risposta di Famiglia Cristiana. Mi piacerebbe, cara Linda, darti una risposta semplice per un problema complesso. Purtroppo, le risposte semplici rischiano di banalizzare troppo, o di trasformarsi in caricature di soluzioni. Tale mi sembra, se me lo consenti, senza alcuna intenzione di far polemica, anche la tua proposta di alienare i beni della Chiesa e ospitare i diseredati in conventi e monasteri. Ma questo avviene già e la Chiesa ha sempre avuto una particolare attenzione per i poveri, da sempre. Spesso è l’unica voce che si levi a loro favore, supplendo anche alle carenze dello Stato nell’accogliere e assistere i più bisognosi. La Caritas è l’esempio più conosciuto, ma ti assicuro che sono tantissime le realtà di solidarietà che fanno capo alla Chiesa, senza le quali questo Paese sarebbe al collasso.
Detto questo, l’invito a una maggiore coerenza tra ciò che si predica e come si vive merita il massimo rispetto. La testimonianza dei credenti – qualunque sia la loro collocazione nella scala gerarchica – è la spinta che più affascina e stimola ad abbracciare il Vangelo. Che cosa c’è di più convincente – per fare qualche esempio – della testimonianza di un don Oreste Benzi, che di notte batteva le strade per strappare ragazze straniere al mercato della prostituzione, o di un don Tonino Bello che nel suo episcopio accoglieva intere famiglie di sfollati?
Sì, d’accordo: è questo il cristianesimo che tutti siamo chiamati a vivere. Resta aperta la risposta alle questioni che tu sollevi nella prima parte della lettera. Come si deve comportare la società nei confronti di immigrati e di coloro che, per cultura tradizionale, non accettano la sedentarietà (Sinti e Rom, cioè i popoli che, sbrigativamente, qualifichiamo come "zingari")? Quali regole di sicurezza e di ordine pubblico dobbiamo introdurre e far rispettare?
Problemi simili non appartengono solo all’Italia: tutti i Paesi che sono meta di immigrazione, li hanno già affrontati. Stabilire le norme è compito della politica; il Governo italiano ha preso alcune misure che sono state sottoposte a critiche. Anche noi, come ricordi, abbiamo avanzato delle riserve. Senza pregiudizi verso il Governo (come in passato), ma stando sui singoli provvedimenti. È legittimo avanzare critiche? Nei regimi autoritari no (ogni critica viene presa per un attacco), in quelli democratici sì, si discute e ci si confronta liberamente, avendo come obiettivo il bene comune e il bene del Paese. In nome di che cosa avanziamo delle critiche? Noi non siamo un partito politico, osiamo sollevare riserve in forza dei valori umani e cristiani che sono alla base della nostra convivenza. Le soluzioni politiche possono essere diverse, purché rispettose della dignità umana, dei diritti universali e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, senza alcuna discriminazione.
Per essere concreti, di recente, Benedetto XVI ha messo in guardia dal pericolo di razzismo verso il quale stanno scivolando le nostre società. Ora, il suo monito non va misurato, se non vogliamo deformarlo, con l’una o l’altra decisione politica, ma con il messaggio cristiano della fratellanza di tutti gli esseri umani, perché figli di un unico Padre. La politica si colloca su un altro piano, ma le sue fondamenta sono costituite dalle risposte – per lo più implicite – a domande semplici ed essenziali. Come queste: chi è l’altro uomo? Quale convivenza è possibile tra diversi? Da qui derivano le concrete misure di ordine pubblico.
È nostro compito (ma lo è di tutti, al di là delle ideologie e degli schieramenti) vigilare e mettere in discussione la politica quando viene meno alla sua funzione "alta", che è quella di servizio e di attenzione verso i più deboli, per una convivenza civile e solidale. Come cristiani, alla categoria amico/nemico vorremmo sostituire quella più inclusiva di "fratello". di D.A.
Il messaggio di Papa Benedetto XVI. Questa è, anche al presente, nell’era della globalizzazione, la missione della Chiesa e di ogni battezzato; missione che con attenta sollecitudine pastorale si dirige al variegato universo dei migranti – studenti fuori sede, immigrati, rifugiati, profughi, sfollati – includendo coloro che sono vittime delle schiavitù moderne, come ad esempio nella tratta degli esseri umani. (…)
Come non farci carico di quanti, in particolare tra rifugiati e profughi, si trovano in condizioni difficili e disagiate? Come non andare incontro alle necessità di chi è di fatto più debole e indifeso, segnato da precarietà e da insicurezza, emarginato, spesso escluso dalla società? A loro va data prioritaria attenzione. (…)
La Giornata mondiale del migrante e del rifugiato sia per tutti uno stimolo a vivere in pienezza l’amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni, nella convinzione che è nostro prossimo chiunque ha bisogno di noi e noi possiamo aiutarlo… l’esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi dell’intera vita cristiana.

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Piero Pelù, la politica del governo con i Rom è solo un’operazione di marketing

''Non credo al censimento dei rom: sono tutte operazioni di marketing''. Piero Pelù (in foto) parlando a IGN, testata on line del gruppo Adnkronos, critica le scelte del governo per la regolarizzazione dei “campi nomadi”, anche se, precisa, ''non sono qui per far polemica, ma per dare spazio alla loro musica, alle sonorità gitane''.
Domenica prossima l'artista toscano presenterà con un concerto (alle 22, Festival della Creatività alla Fortezza da Basso a Firenze) la sua nuova produzione musicale 'Lacio Drom: Buon Viaggio' realizzato con il gruppo gitano ‘Acquaragia Drom’.
Un progetto che, spiega, ''nasce in un momento in cui i rom sono sempre più al centro di incomprensioni e difficoltà''. Un lavoro ambizioso che ''vuole raccontare un popolo senza fissa dimora: un po’ come tutti noi artisti''.
Durante il concerto verranno suonati brani provenienti dalla tradizione manouche e alcuni stralci dal suo ultimo lavoro ‘Fenomeni’. Dietro al palco la proiezione del videoclip ‘un viaggio’, girato a S. Maries de la Mer in Francia, durante il raduno dei gitani di mezza Europa. ''È stata un’esperienza indimenticabile - dice l'ex leader dei Litfiba -.
Quando si lavora con due registri di linguaggio, due musiche differenti, bisogna avere molta pazienza e sperimentare in continuazione''. Non è semplice anche perché, spiega Pelù, ''la cultura rom non è scritta, ma orale'' e quindi ''non ci sono spartiti, bisogna affidarsi completamente alla memoria''.''È un po’ come quando ci si ritrova d’estate con gli amici in spiaggia e si canta attorno a un fuoco. Le canzoni non sono mai le stesse, ma cambiano, si evolvono. Così è per la musica rom, ogni volta è una scoperta per il pubblico e, lo confesso, un po’ anche per me''.

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Molfetta (BA), le fiamme dopo lo sgombero

Per i carabinieri non si sarebbe trattato di alcun gesto premeditato o riconducibile ad episodi di intolleranza razziale. Sta di fatto che nella tarda serata di ieri mani ignote hanno appiccato un incendio a quel che rimaneva dell’insediamento rom situato nell'area del nuovo stadio comunale a ridosso della Zona 167.
Secondo quanto si è appreso, erano da poco trascorse le 20 quando dall'area sgomberata qualche giorno fa da agenti della Polizia Municipale, hanno iniziato a levarsi le fiamme ed alte colonne di fumo. Sono stati gli abitanti della zona a dare l'allarme ed a richiedere l'intervento dei Vigili del Fuoco.
Sul posto, oltre che i pompieri del Distaccamento di Molfetta sono giunte pattuglie della Polizia Municipale e dei Carabinieri. Ai Vigili del Fuoco è toccato spegnere le fiamme ed avviare i primi rilievi del caso.
Nell'incendio non sono rimaste coinvolte persone. Ad essere divorate dalle fiamme le ultime masserizie lasciate incustodite dalle famiglie rom all'indomani dello sgombero e della demolizione delle baracche decisi dall'amministrazione comunale a seguito di alcune segnalazioni pervenute dai cittadini della zona.

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martedì 21 ottobre 2008

Bolzano, un Sinto in Consiglio Provinciale

Siamo agli ultimi giorni di una dura campagna elettorale per l’elezione del nuovo Consiglio Provinciale di Bolzano. Ieri è arrivata la notizia della conferma del voto per domenica 26 ottobre. Noi di sucardrom invitiamo tutti i bolzanini a votare per Radames Gabrielli, candidato nelle liste della Sinistra per l’Alto Adige. Radames Gabrielli è nato a Bolzano il 15 luglio 1958 e risiede in via Bivio 55/6.
Così si presenta il candidato: «Bolzano… città nella quale risiedo da quando sono nato e dove vivo ancor oggi con la mia famiglia. Prestai il servizio militare nella provincia di Bolzano nel 78 / 79 alla Caserma Vodice di Bressanone, col grado di caporale maggiore (Genio Pionieri Alpini). Ho iniziato a lavorare giovanissimo come musicista nel complesso musicale “I figli del Tzardas”, con mio padre e i miei fratelli; ho continuato questa tradizione di famiglia attraverso la creazione del gruppo “U Sinto” un gruppo dove suono ancora oggi con i miei figli e nipoti. Ho lavorato come operaio generico “l’acconciateti” con una ditta di Bolzano, come guardiano notturno al Consorzio Firmian per più di cinque anni e tantissimi altri lavori precari in nero».
Perché Radames si è candidato: «Ho scelto di candidarmi per fare capire alle persone scettiche, che da quando il mondo e stato creato… su questa terra ci vivono anche i Sinti… che noi Sinti vogliamo l'interazione e non l'integrazione… che vogliamo lavorare e vivere tutti insieme in pace e serenità… ricordandoci che ci sono sicuramente dei doveri, ma anche dei diritti. Diritti eguali per ogni singola persona a prescindere da che etnia egli appartenga».
Conclude il candidato: «Rispetto dei diritti, della diversità, pari opportunità ed uguaglianza, che ritengo siano condizioni indispensabili per garantire un futuro migliore per tutti i popoli del Mondo».

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Venezia, Tosi condannato per propaganda di idee razziste

Due mesi di reclusione (pena sospesa) per aver raccolto nel 2001 firme contro un “campo nomadi” abitato da Cittadini italiani a Verona: è la condanna che la Corte d’appello di Venezia ha inflitto ieri a Flavio Tosi, sindaco leghista della città scaligera.
Assieme ad altri 5 attivisti del Carroccio, Tosi (allora consigliere regionale) è stato riconosciuto colpevole di propaganda di idee razziste. A carico degli esponenti leghisti anche un risarcimento danni di 2500 euro per ognuno dei Sinti costituitisi parte civile e di cinquemila euro a favore dell'Opera Nomadi.
I sei leghisti furono denunciati da sette Cittadini italiani, appartenenti alla minoranza dei Sinti italiani e dall’Opera Nomadi Nazionale, quest’ultima spinta e supportata dall’Opera Nomadi di Mantova.
I sei leghisti furono rinviati a giudizio e condannati nel dicembre 2004 a sei mesi per odio razziale e propaganda di idee discriminatorie. Nel gennaio 2007 la Corte d’appello aveva ridotto la pena a due mesi. In dicembre 2007 verdetto annullato in Cassazione che rimanda il caso alla Corte d’appello con la raccomandazione di non considerare reato le iniziative politiche.
Ieri il quarto grado di giudizio che conferma la condanna di propaganda di idee razziste. Grande soddisfazione tra i Sinti veronesi perché lo Stato italiano ha sanzionato il comportamento di Flavio Tosi, Matteo Bragantini, Barbara Tosi (sorella di Flavio), Luca Coletto, Enrico Corsi e Maurizio Filippi.
Il neo presidente dell’Opera Nomadi di Mantova, Yuri Del Bar, ringrazia gli avvocati Enrico Varali, Federica Panizzo, Paola Malavolta e il professor Lorenzo Picotti che in questi anni hanno sostenuto con professionalità e abnegazione questa dura battaglia legale. Il Consiglio Direttivo dell’Opera Nomadi di Mantova invita l’Opera Nomadi Nazionale a spendere i 5.000 euro a favore di un progetto da costruire insieme ai Sinti veronesi.
Il Sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha annunciato che ricorrerà nuovamente in Cassazione. Vi terremo aggiornati…

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Roma, la federazione ha incontrato il Prefetto Mosca

Una delegazione della federazione Rom e Sinti Insieme, guidata dal presidente Nazzareno Guarnieri, ieri pomeriggio ha incontrato il commissario per l'emergenza “nomadi” nella città di Roma, Sua Eccellenza il prefetto Carlo Mosca (in foto). La federazione ha sollecitato il Commissario a costruire un dialogo diretto con Rom e Sinti ed ha esposto le perplessità in merito al rilevamento dei dati delle minoranze Rom e Sinte nella Capitale, con particolare riferimento al rilevamento fotografico per Rom e Sinti provvisti di regolare documento di identità ed alle future attività di politiche sociali.
Il Commissario ha ribadito la sua volontà di avviare un dialogo diretto e l'attuale incontro ne è la dimostrazione, ha fatto presente la volontarietà del rilevamento dei dati di Rom e Sinti a Roma ed rassicurato che esso avviene nel totale rispetto dei principi Costituzionali. Per Rom e Sinti che vogliono essere censiti possono farlo attraverso il documento di identità (se in possesso) senza la fotosegnalazione, in questo modo non otterranno il tesserino della Croce Rossa poiché già usufruiscono del Servizio sanitario nazionale.La federazione Rom e Sinti Insieme già nei mesi scorsi aveva apprezzato le scelte adottate dal Prefetto Mosca a Roma e con l'attuale incontro ha rafforzato la stima e la condivisione per quando è in atto nella Capitale e per le future attività, dall'habitat al lavoro, che il Prefetto ha ben illustrato.

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Novara, giovane ucciso

Dramma nel novarese la notte di sabato 19 ottobre. Tre giovani sinti mentre guidavano il loro camioncino sono stati raggiunti da colpi di fucile, esplosi da un ignoto. Vittorio Dibois di 19 anni è morto per le ferite riportate.
La dinamica dell'accaduto è ancora piuttosto confusa. E' stato presumibilmente un solo colpo di fucile da caccia caricato a pallini e sparatogli in faccia ad uccidere il ragazzo, mentre era in compagnia del fratello 12enne e a un amico di 17 anni, rimasti entrambi feriti di striscio dalla rosa di pallini. Entrambi ricoverati all'ospedale di Vercelli, le loro condizioni migliorano.
A sparare è stato probabilmente un uomo solo, che si è dileguato immediatamente dopo aver esploso il colpo mortale sulla provinciale 84 che collega Confienza (Pavia) a Vespolate (Novara).
"Le indagini si muovono a 360 gradi, senza trascurare alcuna pista" spiegano gli investigatori della Compagnia dei carabinieri di Vigevano, che preferiscono al momento non sbilanciarsi sul movente del delitto.
Il 19enne è deceduto il giorno dopo intorno alle 21.45 nel reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore di Novara dove era giunto in condizioni disperate.

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domenica 19 ottobre 2008

Ignoranza, pregiudizi, paura e i bambini diventano "invisibili"

Sevla, bambina rom alle soglie dell'adolescenza si sente invisibile. Ignorata dai suoi coetanei, attira su di sé la diffidenza e il sospetto che circonda i Rom e i Sinti, e sono l'unica forma di attenzione che conosce.
Un giorno incontra Vanda, una donna rude e solitaria che finalmente la fa sentire una ragazzina come tutte le altre. Ma una notte alcuni uomini circondano il "campo" dove vive e a Sevla toccherà fare i conti con la sopraffazione e con la violenza imposte da chi non riconosce dignità ai diversi e non sa guardare al di là dei pregiudizi...
I bambini invisibili, di Pina Varriale (in foto), dal 21 ottobre in libreria per Piemme, racconta una storia inventata che è un pezzo di cronaca contemporanea e che apre una finestra su una realtà che pochi conoscono e che tutti giudicano con gli occhi della paura, spesso generata dall'ignoranza.
Napoletana, Pina Varriale ha al suo attivo vari libri con protagonisti adolescenti, tutti molto letti dagli adulti ed è già autrice di Ragazzi di camorra, scritto sulla base di un'esperienza sul campo. Con I bambini invisibili affronta ancora una volta un tema scomodo e di grande attualità, con un linguaggio diretto e frugale che coinvolge e appassiona.
Sevla è rom e non viene accettata dai suoi compagni perché percepita come diversa?
Inizialmente Sevla non è accettata dai suoi compagni perché è percepita come "diversa", in quanto appartenente a una cultura di cui sia i ragazzi che gli adulti sanno ben poco. Basta fare qualche domanda per accorgersi di quanta confusione e ambiguità ci sia sul termine "Rom" che i più ritengono una abbreviazione di "romeno".
Sono davvero pochi quelli che sanno che la parola "Rom" significa in realtà "Uomo", nel senso di essere appartenente alla specie umana. I Rom sono arrivati nel nostro Paese da moltissimo tempo, sono stati a lungo artigiani e fabbri, giostrai e allevatori di cavalli.
L'industrializzazione e la rapida evoluzione della nostra società li ha portati inevitabilmente a essere degli esclusi, anche dal punto di vista lavorativo, non avendo più ragione d'essere il tipo di attività da loro praticato per vivere.
Un destino, quello dei Rom, originari della lontana India e non della Romania, comune a tutte le culture "chiuse", che difendono la propria identità come unico fattore di appartenenza al proprio popolo. Sevla è orgogliosa di essere una Rom, lei per prima, in classe tende a isolarsi dai "gagé" perché, come le hanno insegnato i genitori e i parenti, gli "altri", in questo caso noi, sono sciocchi, superstiziosi e irascibili.
La diffidenza e il "razzismo" non si trova su un unico fronte e se è vero che i compagni di classe non accettano Sevla e anche vero che Sevla fa altrettanto. Le cose cambiano soltanto con la conoscenza reciproca ed è esattamente questo che sperimenteranno Sevla e gli altri ragazzi. Continua a leggere…

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Rom e Sinti, il pensiero leghista

Un quotidiano bresciano ha intervistato il Sindaco di Chiari sulla vicenda di una famiglia sinta allontanata dal comune bresciano con una “buona uscita” di quattromila euro, il tutto con il bene placito della Prefettura di Brescia.
L’associazione Sucar Drom, insieme ai volontari di Chiari, ha denunciato il Sindaco , il leghista Sandro Mazzatorta (in foto). Avvocato, nato a Verbania nel 1965, che vive a Chiari da quando ha vent’anni. E’ primo cittadino dal 28 giugno 2004. Dal 13 aprile 2008 è stato eletto senatore nelle file del Carroccio. Chi volesse può farsi un’idea di quanto successo a Chiari nello spazio web di Arturo Zinelli che ringraziamo per il suo lavoro.
L’intervista, segnalata anche da noblogo, è molto interessante perché esplicita bene il pensiero leghista sui Cittadini italiani, appartenenti alle minoranze sinte e rom. E’ utile soprattutto per le associazioni sinte e rom ma anche le atre che in questi mesi stanno cercando di costruire un dialogo con il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni. In particolare si segnala il cinismo che emerge da questa intervista esemplare, non dissimile da quello espresso dal Ministro pochi giorni fa. Di seguito l’intervista realizzata da Elisabetta Reguitti per quiBrescia.it
La linea politica della Lega sui campi nomadi abusivi è chiara. Ma la storia che abbiamo raccolto e raccontato si è consumata in un'area regolare e messa a disposizione di alcune famiglie Sinti dalla precedente amministrazione comunale di Chiari. Lasciando perdere le scelte della politica, qual è la sua posizione da un punto di vista umano?
Allora come oggi ritengo che la cosa migliore che abbia potuto fare per quelle persone sia stata smantellare quell'area. I bambini vivevano in condizioni igieniche impossibili. Ho un dossier fotografico che lo attesta. Fotografie scattate dagli agenti della polizia locale che testimoniano la sporcizia e il disordine in cui crescevano quei bambini. Il comune di Chiari ha sopportato per anni, troppo a lungo, quella situazione al limite della civiltà. Non esagero definendolo campo nomadi lager.

In quell'area però, come risulta dagli atti, tra le case costruite con fondi pubblici c'era anche un piccolo edificio prefabbricato utilizzato dai volontari della Caritas.
Io non so se c'è stato qualcuno che ha visto e ha taciuto. Posso solamente dire che la Lega ha visto le condizioni drammatiche di quel campo e ha agito secondo leggi e regole che tutti devono rispettare. Per quanto riguarda le costruzioni pagate con soldi pubblici non sono state distrutte bensì smantellate e sono conservate nel magazzino comunale. In ogni caso siamo pronti a consegnarle a qualunque comune che intenda mettere un’area a disposizione di quella famiglia.
Ha qualche idea?
Certamente. Potrebbero farlo tutte le amministrazioni comunali di centrosinistra che governano i comuni limitrofi. Parlo di Cazzago, Cologne, Coccaglio ma anche di Rovato. Perché nessuno si è mai fatto avanti? Lo scriva pure: il sindaco di Chiari sarà felice di consegnare le case a quanti daranno la disponibilità di un'area agricola per accogliere la famiglia di cui avete scritto e che, ritengo, venga solo strumentalizzata politicamente. Perché questi sindaci non iscrivono questi bambini nel registro dei senza fissa dimora?
Ma perché gli altri comuni e non Chiari?
Non è forse il centrosinistra che ha una visione solidaristica di quel registro? Quella della Lega, al contrario, è rigorosa. In ogni caso si faccia pure avanti il comune di Rovato. Noi per esempio, ci siamo occupati di affidare l'ultimo bambino nato in quella famiglia a un nucleo che gli garantisse una vita più normale.
Quindi per lei la questione è chiusa?
Certamente. Voglio anche ricordare come la nostra amministrazione abbia stanziato 4 mila euro a testa per ogni nucleo Sinti che viveva in quel campo. Soldi che sono stati consegnati al momento della sottoscrizione di un accordo siglato in Prefettura, a Brescia. Quelle persone si sono impegnate a lasciare Chiari. Alcune lo hanno fatto. Evidentemente non tutti. Quell'area è stata cancellata dal Pgt. Inoltre nel comune di Chiari nessuno può fermarsi su di un mezzo mobile per più di 24 ore. E' scritto nel regolamento comunale che noi facciamo rispettare.
Neppure i camperisti, quindi?
Neppure loro ovviamente. Ma a Rovato c'è un grande parcheggio...
In ogni caso i bambini sono tali. Non avere una residenza complica loro la vita anche dal punto di vista medico-sanitario. Senza parlare della scuola.
Nella provincia di Brescia ci sono diversi ospedali con relativi Pronto soccorso. Non ci sono solamente l'ospedale e il comune di Chiari. E per quanto riguarda la scuola vorrei che ci risentissimo a fine anno scolastico per vedere quanti giorni questi bambini avranno frequentato le lezioni.
Quindi secondo lei non c’è nessuna speranza di un futuro diverso da quello dei loro genitori per quei cinque bambini Sinti?
I fatti dimostrano che ci sono culture che non hanno nessun interesse né alcuna volontà di cambiare.

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Orvieto (TR), seppellitemi in piedi

Beppe Rosso con i musicisti Marino Serban e Albert Florian Mihai hanno portato in scena lo scorso venerdì, alla Sala del Carmine a Orvieto, uno spettacolo d'impegno civile, intenso e molto piacevole.
"Seppellitemi in piedi" è la storia di un “campo nomadi” nato al confine tra una grande città, Torino, ed una più piccola, Venaria.
Il racconto di cronaca e di antiche storie rom cavalca la musica, elemento essenziale della cultura rom; la narrazione ripercorre l'eterno conflitto fra “nomadi e stanziali”.
Parole e musica riempiono la scena, le note della fisarmonica e del cembalon si intrecciano con la voce di Osman il capo del campo, con i discorsi del sindaco della piccola città in dubbio tra politica ed umanità, con quanto pronuncia il vecchio Carfin fuggito dalle persecuzioni in Romania, segue l'effetto fonico dell'arrivo di un elicottero.
Le vicende non vengono rappresentate ma sono evocate, i personaggi sono tratteggiati ed al pubblico resta il lavoro dell'immaginazione.
La sobrietà della scena aiuta a mantenere desta l'attenzione sul racconto che parte tra allegorie e metafore ed a poco a poco si trasforma nella narrazione dei fatti, veri, dolorosi; imbarazzanti per chi crede di appartenere ad una società civile.
Lo svolgimento dello spettacolo è come percorrere un sentiero dove la nebbia si dirada man mano che si avanza. Sono “zingari”, “nomadi”. Per molti di noi, "abitanti delle villette a schiera", costituiscono un elemento di disturbo con cui è difficile convivere.
Sono coloro che dicono " Mister, noi non rubiamo… vicino al campo non rubiamo mai ". Poi di colpo ci troviamo fuori dalla nebbia e ci appaiono diversamente: sono uomini, donne, vecchi e bambini, sono Cristiani. Sono tradizioni, musica, cultura, sentimenti che non possono essere chiusi nei recinti.
Sono senza diritti, per questo non resistono agli sgombri, perché "per resistere devi avere dei diritti, devi aver peso …". "Sono leggeri come atomi nel vento …" non si possono fermare perché sanno "… che quando il mondo è contro di loro è meglio assecondarne il movimento: farsi più in là, lungo la linea di minore attrito". di Carlo Brunetti

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sabato 18 ottobre 2008

Lippi ha vinto, l'Italia ha perso

Il 13 ottobre molti giornali e siti, tra cui Repubblica.it e Gazzetta.it, titolavano e spiegavano che finalmente si stava concretizzando una risposta alle derive razziste e neofasciste negli stadi. Infatti Marcello Lippi aveva deciso di scendere in campo contro fascismo e razzismo in genere. Moni Ovadia lo aveva contattato e gli aveva chiesto di interpretare dei passi sulla Shoa per un dvd da distribuire in tutte le scuole e l'allenatore aveva acconsentito. Scriveva il sito della Gazzetta dello Sport, autorevole punto di riferimento per i tifosi.
Intanto dopo gli episodi di Sofia si sprecano le dichiarazioni degli azzurri sull'accaduto. "Non è solo la nazionale di calcio, ma tutto il calcio italiano che può fare a meno di questi tifosi" le parole di Marco Amelia.
E il regista di origine ebraica, entusiasta dell'impegno del commissario tecnico della nazionale, spiegava: non voglio parlare solo di ebrei, ci sono i rom, i disabili... Lippi mi aiuterà con la sua pulizia morale di persona che rispecchia una parte di valori del nostro Paese a far capire quanto di ferocemente brutto ci sia in certi pensieri.
Per farla breve, Lippi avrebbe dovuto salire sul palco, come d'accordo, e con lui, a fare da testimonial, avrebbero dovuto esserci anche Jovanotti, Antonio Albanese e Nicoletta Braschi. Su molti blog i tifosi si erano scatenati, accogliendo con grande entusiasmo la decisione e l'impegno dell'allenatore a dire no in prima persona a episodi vergognosi e inaccettabili, che con il tifo di fede calcistica non hanno nulla a che fare.
Ma sul più bello, appena poche ore prima del suo debutto, Lippi ci ripensa, sciorinando scuse e arrampicandosi sugli specchi, in una conferenza stampa, trasmessa al telegiornale, che è tutta da ridere. Dice che lui non aveva capito, che pensava di dover parlare solo di razzismo, mica di altro. Lui, uomo tutto d'un pezzo, non si presta a certi giochetti e politica non ne fa. Annichilita davanti alla tivù, mi pare di averlo sentito usare il termine "deplorevoli", per definire nazismo e fascismo. Bontà sua. Poteva anche dire "riprovevoli", oppure "disdicevoli" o ancora "sconvenienti", o perfino che "non sta bene" dichiararsi apertamente fascista. Non ancora.
Insomma, niente politica sul palco di Lippi, peccato che negli stadi se ne faccia anche troppa, anzi si faccia decisamente apologia fascista e neonazista, con tanto di cori, striscioni e bandiere. Da farsi venire i brividi.

"Quindi schierarsi contro il nazismo e il fascismo significa "schierarsi politicamente?" , si è chiesto Moni Ovadia. E ancora: "Come si fa a non essere contro il nazismo?"
E ce lo chiediamo tutti, anche se sono certa che né Lippi né alcuna altra voce della Nazionale ci daranno una spiegazione di quanto sia accaduto davvero nel tempo trascorso tra il sì a un progetto tanto importante e il rifiuto secco di parteciparvi.
Comunque, a Lecce, l'Italia ha battuto il Montenegro per 2-1, una vittoria soprattutto per Marcello Lippi che eguaglia il record del suo predecessore Pozzo, con 30 partite senza sconfitte sulla panchina della Nazionale.
Il giorno dopo l'allenatore, abbronzato e sorridente, ha detto di essere soddisfatto perché ha reso contenti tutti gli italiani. Non è vero. Ci sono anche molti italiani che del calcio se ne fregano, ma che oggi ne parlano e sono profondamente indignati.
E soprattutto ci sono moltissimi tifosi che non sono contenti per niente (fatevi un giro per la rete e nei blog e vedrete), e che, ora più che mai, non si sentono affatto vittoriosi. Ma perdenti, come possono esserlo i cittadini di un paese dove non si può parlare di fascismo o nazismo, meglio di no. Dove la parola razzismo diventa quasi un tabù, una incredibile fandonia inventata dalla sinistra. Dove si nega la realtà e non si fanno i conti con il passato. Rischiando che ritorni ad essere un allucinante presente. di Claudio Priano

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Forlì, quando l'amico è un poliziotto...

Spacciandosi per agente ha puntato una pistola-archibugio contro un rom minacciandolo. Ma questi ha chiamato un amico, agente di polizia, a cui l'aggressore ha detto di essere un vigilantes. L'uomo, un bolognese di 35 anni residente a Forlì, incensurato e rappresentante di elettrodomestici, stato denunciato per violenza privata, usurpazione di titolo e violazione delle norme sulle armi. La vicenda risale a qualche giorno fa.
Nelle sue due abitazioni di Forlì e Bologna sono state trovate pistole e fucili, alcune centinaia di proiettili, caricatori, distintivi, palette, radio riceventi, e un lampeggiatore.
All'agente di polizia l'aggressore ha detto di essere un vigilantes e di essere intervenuto perchè i due stavano litigando. L'agente ha chiesto anche ragione della pistola, scoprendo poi che l'uomo aveva in tasca anche un paio di manette. A questo punto e' intervenuta una pattuglia di carabinieri, che lo ha bloccato.

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venerdì 17 ottobre 2008

Il ministro Maroni, politicamente in affanno, diventa sibillino e pericoloso

Il ministro Maroni in un’intervista alla Stampa, chiarisce il suo pensiero dopo lo stop imposto dall’Unione europea all’allontanamento dei Cittadini comunitari e al reato di immigrazione clandestina. Il ministro si affiderà alla sua creatività per inventarsi qualcosa di nuovo dopo il veto dell'Unione europea a proposito del rimpatrio di cittadini comunitari, ma ci tiene a ribadire che il reato di ingresso clandestino resta, anche se riformulato. Emblematico Maroni sui Rom che verrebbero comunque espulsi « Ci sono altri mezzi... altri strumenti... Se non li potremo costringere, li convinceremo…». Probabilmente Maroni pensa di attuare a livello nazionale le politiche “creative” già attuate da alcuni Sindaci leghisti: se non ve ne andate vi togliamo i bambini…
Ministro, parliamo di Bruxelles che ha messo il veto alle espulsioni di cittadini comunitari.
«Non condivido, ma prendo atto. Intanto continuiamo con lo smantellamento dei campi nomadi abusivi. Chi avrà diritto a stare, poi, vivrà in campi attrezzati. Chi non ha diritto, tornerà nel suo paese».
Non li potrete espellere, però.
«L'Ue ha detto che ritiene sproporzionata l'espulsione di comunitari in un solo caso: quando non ci siano i requisiti di reddito, ma se i nomadi hanno precedenti penali, si procede comunque all'espulsione. E se non hanno il reddito, non potranno comunque restare. I sindaci, infatti, verificheranno e nel caso non daranno loro la residenza. Certo, non potremo materialmente espellerli, ma la mancata concessione della residenza renderà comunque impossibile rimanere».
E alla fine?
«Ci sono altri mezzi... altri strumenti... Se non li potremo costringere, li convinceremo. Chiaro che io avrei preferito l'espulsione anche per i comunitari. Senza, tutto è più difficile e complicato».

Ministro, spieghiamo meglio la questione del reato. Niente carcere per clandestini, ci sarà una sanzione pecuniaria. Ma così non cambia tutto della vostra politica?
«No. Non è cambiato nulla. Confermo, contrariamente a quanto scritto da altri giornali che l'ingresso clandestino diventerà reato. E, grazie alla nuova formulazione del reato stesso, la procedura di espulsione sarà più rapida dell'attuale. Definire reato gli ingressi illegali, anche se con una sanzione meno grave di quanto si prevedeva prima, ci aiuterà molto. La nuova direttiva europea sui rimpatri prevede per i clandestini solo l'invito a lasciare il territorio nazionale, a meno che non ci sia una sentenza penale. Quindi, chiariamo: estendere il reato a tutti quelli che entrano clandestinamente a prescindere dalla sanzione, carcere o ammenda, ci permetterà di procedere all'espulsione di tutti e non solo di quelli che vengono a delinquere».
Quindi lei è convinto che ci saranno più espulsioni?
«Sì, a noi non interessa tanto la sanzione principale, che fosse il carcere o l'ammenda, ma la sanzione accessoria: cioè il provvedimento di espulsione. Prevediamo che il giudice di pace possa ordinare l'espulsione, direttamente, in udienza, anche prima della sentenza definitiva. Questo è il nuovo procedimento che abbiamo affinato e che presenteremo in Aula a nome del governo. Su questo c'è l'accordo di tutta la maggioranza».
Quindi, da ministro e da leghista, secondo lei non è così grave aver rinunciato allo spauracchio della cella? Non era il cuore della vostra proposta?
«Ripeto. Il reato d'immigrazione clandestina rimane. Ma la cosa che ci interessa di più è l'espulsione immediata. E così sarà».
Intanto la Ue boccia le espulsioni per i cittadini comunitari. Deluso?
«Si. Mi dispiace non avere convinto il commissario europeo Barrot della bontà della nostra proposta. Il commissario ha approvato il 99% del pacchetto sicurezza Bene su tutto, meno che sulle espulsioni di cittadini comunitari».
C'era un accordo con la Libia però gli sbarchi a Lampedusa si moltiplicano. Com'è?
«Sono in corso contatti diplomatici. Ho fatto presente al presidente del consiglio che è urgente ratificare l'accordo bilaterale in Parlamento. La Libia si era impegnata a rafforzare i controlli. Ma di fatto non lo sta facendo. Quindi dobbiamo fronteggiare una situazione di emergenza con nuovi continui sbarchi. Mi aspetto che il problema venga definitivamente risolto prima della prossima primavera, quando il mare calmo favorisce le traversate e gli sbarchi. Lì non rimane altro da fare che l'azione diplomatica. Più che avere stretto un accordo, e aver approntato le motovedette, il ministro dell'Interno non può fare».
C'è poi un problema con Malta.
«Vado lì la prossima settimana per definire meglio col governo maltese le aree di competenza, le procedure comuni di contrasto all'immigrazione clandestina e quelle di assistenza nelle acque internazionali».
Manovre elusive. Deluso, lei che viene dalle Alpi, di questo Mediterraneo levantino?
«Sarà la mia cultura mitteleuropea, ma penso che gli accordi vadano rispettati in toto, non solo nella parte che interessa. Mi riferisco in particolare all'accordo firmato con la Libia».

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giovedì 16 ottobre 2008

Roma, infuria la polemica sulla destra post-fascista

«Non andrò ad Auschwitz al viaggio della memoria con Alemanno, un post-fascista che vuole dedicare una via all'antisemita Almirante». L'ex deportato nel campo di concentramento nazista Piero Terracina (in foto con la mamma di Santino Spinelli) ha attaccato il sindaco di Roma, nel giorno del 65esimo anniversario della deportazione degli oltre mille ebrei romani ad Auschwitz.
Per commemorare quel giorno del 1943, stamattina sono state deposte delle corone davanti alla sinagoga di Roma, il Tempio Maggiore, da Gianni Alemanno, dal presidente della Provincia Nicola Zingaretti, dal presidente della Regione Piero Marrazzo, dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e dal presidente della Comunità ebraica capitolina Riccardo Pacifici.
«Quest'anno non andrò ad Auschwitz per il viaggio della memoria, lì ho perso tutta la mia famiglia, e in quel luogo sarebbe un sacrilegio andare con chi è stato definito post fascista. Che poi sia "post" è tutto da verificare», ha attaccato Piero Terracina, annunciando che quest'anno non parteciperà alla visita di alcuni studenti dei licei romani al campo di concentramento, accompagnati dal sindaco Alemanno.
«Ho provato un grande fastidio - prosegue Terracina - nell'ascoltare le parole del sindaco quando, dopo aver annunciato il viaggio, ha comunicato la scelta di dedicare una strada della città a Giorgio Almirante, un antisemita collaboratore della rivista "La difesa della razza"».
Non è d'accordo, invece, Massimo Rendina, presidente dell'Anpi (Associazione nazionale dei partigiani d'Italia), secondo cui «non è giusto prendere posizione contro chi vuole andare a ricordare i caduti di una strage. Se saremo invitati andremo volentieri».
Pacifici: «Importante una destra antifascista». «Oggi il fatto che almeno nella leadership della destra ci sia l'idea di dichiararsi antifascisti è una conquista che dobbiamo conservare gelosamente - ha detto Paicifici -. È evidente che è un processo molto lungo, che dovrà colpire anche la pancia del partito e specialmente i giovani. Se non si hanno queste caratteristiche, la fusione nel Pdl tra An e Fi, per poi confluire nel Ppe, non si può fare. Sarà un bene per l'Italia, perché c'è necessità anche per l'opposizione di avere una destra che si dichiara antifascista».

«Dossier contro siti razzisti». Poi Pacifici ha annunciato che presenterà al presidente della Camera Gianfranco Fini, in visita oggi alla sinagoga, «un dossier su alcuni siti che sappiamo essere particolarmente brillanti quanto a xenofobia e razzismo, con sigle e domini diversi, ma che fanno riferimento a un'unica regia». «Esiste un voto legislativo in Italia - ha aggiunto - che non consente la certezza della pena, che non deve consistere solo nell'oscuramento di un sito. Ci sono nomi e cognomi di persone che fanno propaganda razzista. È da brivido che ripropongono anche al razza ariana».
Antonio Mazzocchi, deputato del Pdl e presidente dei Cristiano Riformisti, ha poi accolto l'allarme, annunciando «la disponibilità a presentare un disegno di legge contro il dilagare della xenofobia su internet».
«Impossibile Fondazione senza Veltroni». «Spero che ci ripensi. Mi sembra impossibile pensare alla Fondazione per il museo della Shoah senza Veltroni», ha poi detto Pacifici. Veltroni si era dimesso dal comitato del museo in seguito alle polemiche con Alemanno. Pacifici ha spiegato che «il museo della Shoah non sarà il museo degli ebrei, ma racconterà la storia che la Shoah ha provocato a tutta l'Italia, servirà a raccontare gli orrori del nazifascismo che hanno colpito non solo gli ebrei ma tutti i cittadini».
Alemanno ha definito quel giorno del 1943 «una delle giornate più brutte della storia moderna, che dovrà essere un monito alla convivenza e alla tolleranza per tutti e nei confronti di tutti per il futuro. La comunità ebraica ha sempre consacrato questa giornata alla lotta contro il razzismo e l'antisemitismo».
«Non c'è mai stato un litigio o incomprensione tra me e la comunità ebraica. Al di là di quelle che possono essere state le interpretazioni giornalistiche c'è sempre stato un rapporto di collaborazione. Ho sempre ritenuto la comunità ebraica una coscienza viva di questa città», ha detto Alemanno a conclusione della cerimonia di commemorazione al Tempio Maggiore.
«Nei momenti di crisi possono sempre nascere spinte di questo genere - ha detto il sindaco riferendosi agli ultimi episodi di violenza -, dobbiamo dare risposte intelligenti, capaci di dare sicurezza alle persone ed una convivenza basata sulle regole che devono valere per tutti indistintamente».
La lettera di Berlusconi. «Penso che sia mio dovere e dovere di tutti gli italiani ricordare oggi tutte le vittime della deportazione e il ruolo decisivo che gli ebrei hanno sempre svolto nella società italiana». È uno dei passaggi della lettera inviata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al presidente della Comunità ebraica Pacifici. «Caro presidente - esordisce la lettera del premier - è con particolare emozione che quest'anno ricordiamo la tragedia della deportazione degli ebrei romani, poiché proprio nell'autunno di 70 anni or sono l'Italia conosceva la vergogna della promulgazione delle leggi anti ebraiche».
Zingaretti ha detto che «questi appuntamenti non sono più solo un atto dovuto ai caduti, ma anche uno stimolo affinché non ci sia neanche il minimo dubbio che le diversità possano essere un problema». Quanto all'adesione della Provincia di Roma alla Fondazione del Museo della Shoah Zingaretti ha precisato: «L'adesione è ormai ufficiale, i lavori stanno andando avanti».
Marrazzo. «In un mondo come il nostro abbiamo la necessità di tradurre la memoria in un presidio di continua attenzione per quelli che possono diventare elementi di grave pericolo per la società - ha commentato Marrazzo -. Bisogna pensare alla situazione degli anni '30, alla crisi economica che significò scaricare sul diverso le paure e le angosce della società. Dobbiamo stare molto attenti, dobbiamo stringerci tutti attorno ai valori».

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Ue, stop ai rimpatri dei Cittadini comunitari e stop al reato di immigrazione clandestina

Amaro dietrofront per il ministro dell’Interno, il leghista Bobo Maroni. Non potrà più rimandare a casa i rom e i romeni perché c’è un veto dell’Europa. E non potrà nemmeno minacciare il carcere per i clandestini extracomunitari - misura invisa alla Chiesa e alla sinistra - perché nel governo e dentro la maggioranza ha prevalso l’orientamento di ridimensionare il reato d’immigrazione clandestina. Sarà un reato minore, di quelli che comportano una multa, certo non l’arresto.
Ammettono al ministero dell’Interno: «Le carceri sono già sature così, non si poteva fare di più». Dovrebbe restare, però, la sanzione a cui il ministro tiene di più, e cioè l’espulsione immediata per via giudiziaria. Da sei mesi, la stretta sugli stranieri è una bandiera per la Lega. Promettevano: carcere e espulsione per gli extracomunitari clandestini, allontanamento per i comunitari. Ora lo stop. I Rom e i romeni senza fissa dimora: il ministro li voleva espellere a vagonate.
In gergo, queste espulsioni di cittadini comunitari le chiamano «allontanamenti» e le aveva inventate Giuliano Amato. Maroni ci aveva messo il carico perché, oltre al pericolo per la sicurezza, aveva considerato un motivo di allontanamento anche la soglia di reddito legale.
Era proprio in vista degli allontanamenti che s’è provveduto al contestatissimo censimento dei “campi nomadi”. Ma la cosa s’è intoppata perché Bruxelles, dopo tre mesi di riflessione, ha informato ufficialmente il governo italiano che così non si può fare. E alla fine non se ne farà niente.
E’ stato Maroni stesso a spiegarlo in Parlamento: «Il decreto prevede che chi non ha i requisiti per risiedere in Italia debba essere espulso. La Commissione ritiene eccessiva questa sanzione, preferendo l’invito ad allontanarsi dal Paese. Io non sono d’accordo».

Epperò c’è poco da fare se l’Unione europea si mette di traverso. «Rispetto l’opinione della Commissione, ma non la condivido perché non penso che il semplice invito ad andarsene sia una sanzione efficace». Conclusioni: per risparmiarsi altre rogne con la Commissione europea (tra l’altro è in arrivo una procedura d’infrazione per il decreto Amato del 2007), e anche per coerenza, avendo sostenuto che un «invito» del questore a tornare a casa è una burla, Maroni butterà il tutto nel cestino.
«Eviteremo di modificare il decreto del 2007 sulla libera circolazione». Addio decreto legislativo. L’ingresso illegale di extracomunitari: la Lega insisteva per trasformarlo in un reato. Gli alleati e Berlusconi nicchiavano. Dopo tante insistenze, però, così è scritto nel disegno di legge del governo che va in discussione la settimana prossima al Senato. Un reato pesante che prevede una pena da sei mesi a quattro anni di carcere. Non se ne farà niente neanche di questo.
Il reato dovrebbe restare, ma la pena evapora e diventa una multa. «Vogliamo ridisegnare il reato di immigrazione clandestina o di ingresso illegale - spiega il ministro nell’audizione di ieri - puntando principalmente sulla sanzione accessoria del provvedimento di espulsione emanato da giudice, piuttosto che sulla sanzione principale, che sarà pecuniaria».
In questo modo, ha proseguito il ministro, «possiamo procedere alle espulsioni immediate con un provvedimento del giudice, in linea con la direttiva europea». Intanto c’è da registrare che aumentano gli sbarchi dei clandestini. Il ministro ce l’ha con la Libia e non lo nasconde. Dei 325 sbarchi dall’inizio del 2008 (pari a 27.417 persone), ben 306 (22.454) sono avvenuti a Lampedusa. «Nonostante due accordi, il primo firmato da Amato e il secondo di recente da Berlusconi, i controlli sono in diminuzione. Se venisse applicato l’accordo di amicizia, gli sbarchi si ridurrebbero a zero». di Francesco Grignetti

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mercoledì 15 ottobre 2008

Oggi finisce il "censimento"

E' oggi il termine ultimo per la conclusione del censimento dei “campi nomadi” in Italia ed il ministro dell'Interno, Roberto Maroni vedrà, già la prossima settimana, i tre Commissari straordinari per “eleborare i dati raccolti”.
Lo ha annunciato lo stesso responsabile del Viminale nel corso di una audizione alla Commissione Schengen. Maroni, che ha voluto sottolineare come la stessa Europa “ha approvato il censimento che è in linea con le normative Ue”, ha poi spiegato che i dati del censimento serviranno a giungere all'attuazione dei livelli minimi di assistenza, a piani di scolarizzazione e avviamento al lavoro e alle questioni legate all'igiene e alla sanità.
Noi di sucardrom ricordiamo al Ministro che nella Provincia di Mantova il censimento non è stato fatto e pende, presso il Tribunale di Mantova, il ricorso contro il Presidente Berlusconi che abbiamo presentato con le famiglie sinte e l’ASGI.
Inoltre, da quanto sappiamo non risultano censiti i cosiddetti “campi nomadi” nel Lazio e in Lombardia, ad esclusione di Roma e Milano. Nei prossimi giorni invieremo una lettera al Commissario Barrot contestando le modalità di censimento a Roma che hanno visto il fotosegnalamento anche dei neonati. A Milano sembra che il censimento si sia svolto correttamente. Per Napoli e la Campania non abbiamo notizie dirette.
Risulta invece sconcertante la volontà espressa da Maroni di voler continuare sulla strada dei “campi attrezzati”, utilizzando il modello di Voghera. Per questa ragione cercheremo anche nei prossimi giorni di far capire al Ministro che questa strada è sbagliata, infatti porterà le comunità sinte e rom ad essere sempre costrette in ghetti.
Inoltre, è evidente che il Ministro Maroni non ha intenzione di attivare un serio progetto di partecipazione attiva dei Sinti e dei Rom, perché altrimenti non si sbilancerebbe su proposte operative. Prima sarebbe utile ascoltare i diretti interessati e costruire insieme a loro le soluzioni.

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Napoli, il Prefetto non trova duemila Rom...

Si è chiuso il censimento del commissario Alessandro Pansa sui “campi nomadi” in regione. Per la comunicazione ufficiale si attendono le ultime rilevazioni di Caserta, ma già dalle prime notizie informali, emerge un dato importante: solo a Napoli mancano all’appello 2000 rom. Quando, lo scorso giungo, la prefettura ha avviato il censimento aveva fatto una stima di almeno 5000 presenze, sparse tra i grandi campi e i piccoli insediamenti intorno a Napoli. A conti fatti, invece, ci sono circa tremila persone, di cui il 60 per cento sono minori.
Dove sono finiti gli altri 2000 rom, che risultavano dalle precedenti rilevazioni? Secondo i dati della Prefettura sono fuggiti da Napoli e dalla Campania. Sarebbero andati addirittura fuori regione. Secondo noi di sucardrom le stime del Prefetto erano semplicemente errate. E non solo le Sue, perché anche a Roma il dato reale è molto diverso dalle stime sparate sulla stampa da tanti. A Milano, invece, il Vice Sindaco De Corato sta ancora cercando circa ventimila persone...
Tornando a Napoli è da ricordare che due giorni fa qualcuno ha dato fuoco alle baracche sotto il ponte dell´A3, in via Argine, dove si erano rifugiati una trentina di rom di origine slava. Un incendio doloso con numerosi focolai e fiamme altissime.
Ieri la polizia ha fatto nuovi sopralluoghi. Una delle piste investigative è che l’incendio sia legato al giro di prostituzione in via Gallileo Ferrarsi: i rom davano fastidio alle lucciole nordafricane e ai loro protettori. La convivenza era diventata difficile, perciò qualcuno avrebbe deciso di cacciare i rom con la forza. Una spartizione di territorio, anzi una rivendicazione. Il campo di via Argine dato alle fiamme era appena stato censito.

La squadra di polizia, tecnici e volontari, creata dal commissario straordinario per l´emergenza rom per la Campania, il prefetto Alessandro Pansa, ha passato al setaccio i due maxi campi di Secondigliano e Scampia e una ventina di micro campi sparsi in tutta la provincia. «Il censimento si è svolto con modi e metodi democratici - commenta l´assessore alle Politiche sociali del Comune, Giulio Riccio - Senza forzature sulle impronte. Ora dobbiamo però dare l’ultimo colpo di coda e creare dei villaggi di accoglienza strutturati e organizzati. Ogni municipalità dovrà dare il suo contributo».
Due sono ora le emergenze secondo il Prefetto: la casa e la scolarizzazione. E i tempi sono strettissimi, soprattutto per iscrivere i bambini a scuola. Ci sono circa 1000 rom in età scolare, solo nel capoluogo. Per la scolarizzazione, Riccio parla di un «ciclo di scolarizzazione completo, cioè dalle elementari alle scuole superiori, con mediatori rom». E il dirigente regionale scolastico, Alberto Bottino: «Ho dato la mia disponibilità totale a Pansa. Anche se i fondi non ci sono, sono disposto a creare nuove classi, se questi scolari dovessero iscriversi a ottobre o novembre. L´istruzione è un diritto di tutti, siamo pronti a fare l´impossibile».
Ma chi sono proprio i rom a essere veramente in attesa degli esiti concreti del censimento. «Adesso ogni famiglia porta il proprio bambino a scuola, ma vorremmo un servizio di bus. Il ministro ci aveva promesso che il censimento era una buona occasione per tutti. Noi siamo qui» dice Nino, un capofamiglia del campo di Scampia.
Nella periferia nord di Napoli tra Scampia e Secondigliano ci sono 600 bambini in età scolare. E Paola Romano, volontaria della Caritas di Ponticelli: «Avevamo iscritto 40 bambini al 70esimo circolo, ma dopo la diaspora dei roghi nessuno è andato a scuola. Aspettiamo la prefettura, ma siamo a ottobre e non si è mosso niente se non per le iniziative sparse di volontari e della comunità di Sant´Egidio. Tutto il nostro lavoro è andato in fumo, assieme ai campi, nell´indifferenza generale».

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martedì 14 ottobre 2008

Roma, lettera aperta al Prefetto Mosca

Gentile Prefetto, Le scrivono alcune associazioni che da circa tre anni si stanno occupando della situazione dei rom nella città, ponendo particolare attenzione alle numerose famiglie che abitano in quelli che vengono chiamati in maniera significativa “insediamenti abusivi”, ovvero nelle baracche di cartone, legno e lamiera costruite sugli argini dei fiumi, sotto i ponti e i viadotti o semplicemente negli angoli nascosti della città.
Negli scorsi mesi dominati dall’ossessivo allarme sulla presenza dei rom nelle città italiane e dalle proposte più disparate e pericolose non abbiamo potuto non apprezzare il Suo atteggiamento, sempre attento ai principi fondamentali del diritto e al rispetto della persona.
Tuttavia il nostro lavoro quotidiano a contatto con gli uomini, le donne e i bambini che vivono sulla loro pelle la condizione di precarietà e di rischio, ci ha permesso di vedere anche da un altro punto di vista queste settimane di polemiche e censimenti.
Dalla seconda metà del mese di agosto molti degli stessi insediamenti che alcune settimane prima erano stati visitati dalla Croce Rossa Italiana hanno ricevuto la visita inaspettata di unità miste, composte prevalentemente da giovani militari della Folgore in tenuta mimetica e generalmente guidati da almeno un poliziotto del corpo della Polizia Fluviale.
Poliziotti e militari entravano negli insediamenti dicendo che dovevano controllare chi c’era e chi non c’era, ed effettivamente chiedevano documenti a tutti i presenti, dando vita ad un parallelo e silenzioso censimento.
In tutti i casi alcuni dei residenti controllati (generalmente gli uomini, ma in diverse occasioni anche le donne) sono stati portati in questura, dove hanno passato diverse ore, a volte la notte intera, in attesa del canonico controllo dei documenti.
Gli stessi insediamenti sono stati visitati più volte con una escalation di tensione, di minacce e di paura: in molti casi amici e conoscenti rom ci hanno raccontato di vere e proprie violenze gratuite contro le persone e contro le cose: tende tagliate, materassi e coperte gettate via, uomini picchiati.
Almeno in due occasioni sappiamo per certo che queste visite sono state realizzate in piena notte, e anche in quelle occasioni i militari e i poliziotti hanno costretto uomini, donne e bambini (in uno dei campi visitati di notte abitava una donna che aveva partorito una bambina solo dieci giorni prima) ad uscire dai loro ripari, a schierarsi nello spazio più ampio a disposizione, a tirar fuori i propri documenti per l’ennesimo e inutile controllo.

Sorvolando solo per questioni di tempo sulle modalità con cui paracadutisti e poliziotti sono entrati nei campi e nelle misere case, sulle capacità di comunicare e comprendere le diverse situazioni, l’obiettivo esplicito di tutte queste visite era sempre lo stesso: annunciare l’imminente distruzione totale dell’insediamento, spingere con modi bruschi e concreti ad andarsene, far presagire il rischio di ritorsioni ben più gravi per chi avesse deciso di rimanere in quel campo. E questo è effettivamente successo.
Nel quadrante sud della città sono stati distrutti e sgomberati diversi insediamenti: decine di baracche nella zona della Magliana e di Ponte Marconi sono state abbattute a calci e le persone costrette alla fuga spesso senza nemmeno avere il tempo di recuperare gli oggetti personali o almeno una coperta per la notte.
In nessuna occasione era presente personale della Croce Rossa o dei Servizi Sociali Comunali e famiglie intere sono state semplicemente lasciate per strada senza alcuna indicazione e alternativa.
Paradossalmente uno degli insediamenti sgomberati è stato quello in cui è stato avviato il censimento romano; così dopo la visita degli operatori della Croce Rossa, dopo i servizi televisivi e le foto sui giornali, dopo la partecipazione, le promesse e le aspettative, quelle persone si trovano ora per strada, a cercare ogni notte un riparo diverso.
Non è nostra intenzione avviare in questa sede un ragionamento, comunque necessario e urgente, sulla utilità delle misure straordinarie e sul censimento.
Non possiamo tuttavia non denunciare con forza che quelle misure minime di garanzia che lei stesso aveva più volte dichiarato agli organi di stampa, in particolare l’assicurazione che non ci sarebbe stato alcuno sgombero fino al termine delle operazioni del censimento, sono state ampiamente contraddette e disattese. Come nei mesi precedenti alla Sua nomina, la modalità di intervento delle Istituzioni è stata sempre la stessa: creare un clima di paura e costringere materialmente alla fuga chi abita nelle baracche e nei ripari di fortuna.
A questo servono i commissari speciali e l'esercito nella città? Sono queste le politiche attive per la sicurezza che dovrebbero favorire l'inclusione sociale e la legalità?
ARPJ – Tetto, POPICA ONLUS, GRUPPO EVERYONE, ARCI di ROMA

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domenica 12 ottobre 2008

Il clima razzista travolge anche la nazionale di calcio

La violenza negli stadi unita a cori razzisti e al saluto romano diventa un marchio di fabbrica italiano e viene esportato all’estero. La politica del governo di destra Berlusconi inizia così a dare i suoi frutti anche oltre i confini nazionali. Gli ultras italiani hanno così fatto la loro comparsa anche alle partite della nazionale di calcio, durante la partita Italia-Bulgaria valida per le qualificazioni per i Mondiali del 2010. Per ringraziare dell’ospitalità, i nostri tifosi più facinorosi hanno fatto il saluto romano durante l’inno di Mameli.
Cinque tifosi italiani sono stati arrestati in serata nella capitale bulgara per aver bruciato la bandiera nazionale prima dell'inizio della partita. Anche quattro ultrà bulgari sono stati arrestati per aver cercato di portare fiaccole e mortaretti all'interno dello stadio. Tafferugli tra le due diverse tifoserie hanno inoltre animato la vigilia della partita. Un poliziotto è rimasto ferito negli scontri che hanno coinvolto una trentina di tifosi, che si sono lanciati bottiglie e pietre gli uni contro gli altri.
«Se fossi stato lì – dice a denti stretti al telefono il ministro della difesa Ignazio La Russa - mi sarei vergognato. Non c'è nessuna giustificazione storico-politica per questa gente, sono solo maldestre esibizioni muscolari». Non sembra d’accordo Domenico Mazzilli, da poche settimane scelto dal governo come direttore dell'Osservatorio del Viminale sulla sicurezza delle manifestazioni sportive: «I cori “Duce-Duce” ed il braccio teso durante l'inno di Mameli? In Bulgaria non è reato...». «Io non faccio il sociologo – taglia corto - i reati vanno attribuiti nel Paese in cui avviene il fatto. Fino adesso questo gruppo era rimasto in riga, ora vedremo bene cosa è successo e valuteremo per il futuro». Poi nel rappresentante del governo nasce un moto di orgoglio nazionale: «Ma parliamo anche dei fischi all'inno di Mameli: anche quelli non sono reato, ma se mi permettete non sono educazione...».
Di ben altro tono la reazione del ministro dell'Interno nel governo ombra del Pd. «Quello che è successo in Bulgaria è gravissimo e allarmante e rappresenta un colpo duro all'immagine stessa dell'Italia», afferma Marco Minniti. «Per la prima volta al seguito della nazionale fanno la loro comparsa gli ultrà fascisti - sottolinea - è necessario che davanti a quello che è avvenuto vi sia una risposta esemplare. È necessario che i responsabili, gruppetti ben conosciuti, vengano identificati e duramente puniti con la collaborazione della Federazione gioco calcio e con l'impegno delle forze dell'ordine».

Per Pina Picierno, ministro delle politiche giovanili del governo ombra del Pd, «le scene a cui abbiamo assistito sono inquietanti. Svastiche e braccia tese al seguito della nazionale, scontri dentro e fuori lo stadio animati da estremisti nazifascisti italiani e bulgari: uno scenario veramente preoccupante». «Sabato sera - prosegue - abbiamo avuto la chiara evidenza che non si tratta solo della presenza di frange o di gruppuscoli politicizzati ma che il tifo calcistico, per sue peculiarità, presenta in maniera lampante dinamiche in atto nella nostra società. Ci troviamo di fronte ad una internazionale nera degli ultrà, un fenomeno - prosegue Picierno - davanti al quale non si può fare finta di nulla, e che richiede interventi decisi a cominciare dal divieto di accesso agli stadi. Qui non si parla di singoli tifosi ma di persone e gruppi organizzati che sfruttano il calcio per dar sfogo alla violenza politica e xenofoba che anima i loro atti».
«Bisogna porre rimedio a quanto è avvenuto e lo si può fare con l'impegno di tutti, cominciando dalla Federazione gioco calcio e dalle forze dell'ordine- afferma Raffaele Ranucci, senatore del Partito Democratico -: bisogna non minimizzare quanto è avvenuto e colpire duramente i responsabili degli incidenti di Sofia». «Vanno identificati, puniti, tenuti lontani dagli stadi e dalla nazionale -continua- E insieme va fatta una seria campagna contro il tifo ultrà che si collega all'estremismo politico specie di tipo fascista. Una campagna che faccia leva sull'impegno civile dei cittadini e insieme sulla passione sportiva dei tifosi della nazionale che sono i primi a condannare quanto compiuto da gruppetti ben identificati che si sono 'alleatì agli ultrà fascisti della Bulgaria nelle loro disprezzabili gesta».

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Messina, la Chiesa in Campo

Giovedì 16 ottobre, alle ore 18.00, a Messina presso l’Auditorium “Mons. Fasola” (via S. Filippo Bianchi, 28) si terrà una conferenza dal titolo “La CHIESA in CAMPO: la Pastorale tra i Rom e Sinti”, organizzata dalla Caritas e dall’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela. Interverranno mons. Piero GABELLA, Presidente del C.C.I.T. - Comitè Catholique International Tzigane e don Federico SCHIAVON SDB, Direttore nazionale per la Pastorale tra i Rom e Sinti della Fondazione Migrantes.
La situazione dei Rom e dei Sinti, purtroppo, in Italia resta problematica, anzi per molti versi è in costante peggioramento: ciò che più preoccupa è la mancanza di segni di speranza in un cambiamento che si traduca in un futuro migliore.
La parte di società contraria alla presenza dei Rom e dei Sinti fa leva su paure ancestrali, semina dubbi, diffidenze e, non di rado, odio. Questi sentimenti spesso si diffondono anche nelle comunità ecclesiali, qualche volta annullando lo spirito evangelico che dovrebbe animarle.
Sarà particolarmente arricchente, dunque, la presenza dei due relatori, testimoni privilegiati, che da diversi anni vivono in “campi nomadi”; la conferenza sarà un’occasione per ascoltare la voce di una Chiesa che si fa visibile anche dentro le popolazioni sinte e rom “abitandole”. Una “Chiesa in Campo” è una Chiesa che annuncia una Presenza, una Persona che “è venuta ad abitare” incarnandosi.
Ogni uomo ed ogni popolo si sono arricchiti di questa Presenza, che pone dei segni in mezzo ai suoi. Si tratta di leggere questi segni, convincendo: le popolazioni sinte e rom, che spesso dicono di loro: siamo maledetti, cosa può esserci di buono in noi…; noi stessi, che talvolta ci mettiamo nella posizione di salvatori anziché di salvati; la Chiesa istituzionale e tutto il popolo di Dio, che è portato a dire: “Che cosa può venire di buono da questa gente?”.
La Chiesa, che “annuncia abitando”, non traduce solo le sue parole nella lingua delle popolazioni sinte e rom; la Chiesa, che “agisce abitando”, non si limita a vivere in un accampamento, portando lì gli stessi gesti del proprio ambiente, continuando perciò un insegnamento distaccato dall’essenza della vita; ma si fa lievito producendo un unico pane.

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Razzismo, più atti discriminazione e gli esperti criticano la politica

Mentre il centrosinistra accusa il governo di centrodestra di trascurare un'ondata di aggressioni contro immigrati, e il ministro dell'Interno risponde che non c'è una "emergenza razzismo", i dati di un rapporto governativo ancora non pubblicato parlano di un aumento degli atti di discriminazione, almeno nel 2007, e i ricercatori accusano entrambi gli schieramenti di aver alimentato la xenofobia, soprattutto in campagna elettorale.
Gli atti di discriminazione razziale registrati nel 2007 in Italia dai "contact center" dell'Ufficio italiano per la promozione della parità di trattamento (Unar) sono stati 265, in aumento rispetto a quelli segnalati nel 2006.
Lo dicono i dati contenuti nel nuovo rapporto dell'Unar in via di pubblicazione, che Reuters ha potuto leggere.
Nel 2005 i casi registrati erano 282, numero sceso a 218 nel 2006, anche se nella relazione relativa a quell'anno l'Unar segnalava che era aumentata la percentuale dei casi su cui era stata aperta un'istruttoria rispetto al totale delle telefonate ricevute. Meno segnalazioni, insomma, ma più "discriminazioni oggettive".
I dati elaborati dall'Ufficio - istituito con una legge del 2003 e che dipende dal ministero della Pari Opportunità - sono stati raccolti fino all'inizio del dicembre scorso. Mancano invece informazioni sul 2008.
Per quanto riguarda le azioni violente a sfondo razzista, il dato più recente risale al 2006, secondo l'ultimo rapporto dell'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (Fra), con 144 episodi di attacchi a persone o danneggiamenti di beni.
I dati dell'agenzia anti-razzismo della Ue indicano comunque che gli atti di razzismo a partire dal 2000 e almeno fino alla fine del 2006 erano praticamente in aumento in tutti i paesi dell'Unione.
Escalation di episodi sulla stampa. Maroni: ma non è emergenza. Intanto, in queste settimane, in particolare dopo il caso del giovane di origine africana, ucciso a bastonate da due commercianti a Milano al grido di "sporco negro" per una scatola di biscotti rubata, quello della presunta aggressione di alcuni vigili di Parma contro uno studente ghanese scambiato per uno spacciatore, e la strage di immigrati africani nel Casertano da parte della Camorra forse per una "guerra" di droga, la stampa italiana ha continuato a pubblicare notizie di atti xenofobi con allarmante ciclicità.
Anche se, come avverte un ricercatore le statistiche fatte sulla base di articoli di giornale sono "poco scientifiche", il ministro dell'Interno Roberto Maroni non ha mostrato dubbi, e il 5 ottobre scorso ha spiegato: "Non credo che ci sia un'emergenza razzismo, sono episodi che vanno colpiti". Salvo poi dire tre giorni più tardi in Parlamento che "non sottovalutiamo questi episodi", ma "dobbiamo contrastare le strumentalizzazioni".
Per i lettori di Repubblica.it, invece, l'Italia - che oggi conta secondo l'Istat quasi 3 milioni e mezzo di immigrati regolari - è un paese sicuramente xenofobo. Per l'82% dei lettori che nei giorni scorsi hanno risposto a un sondaggio online, esiste una "emergenza razzismo".
All'inizio del 2008, secondo un sondaggio dell'Eurobarometro, il 76% degli intervistati diceva di percepire in Italia un clima di discriminazione etnica. Un dato superiore alla media europea (62%), ma più basso rispetto ad altri tipi di discriminazione avvertiti, per la fede religiosa o l'orientamento sessuale.

L'allarme del Censis, l'accusa di Amnesty. Un serio allarme-razzismo era venuto a fine 2007 dal Censis che nel suo rapporto annuale aveva segnalato che "nel corso nell'ultimo anno compaiono i primi segnali d'insofferenza nei confronti degli stranieri... e iniziano ad apparire le prime crepe nel sistema d'integrazione".
Un fenomeno amplificato da alcuni episodi di cronaca nera con protagonisti immigrati, diceva il rapporto, criticando però "politici e media" per il loro linguaggio, in cui si mescolano confusamente "rom, rumeni, nomadi, zingari, irregolari, immigrati".
Subito dopo le elezioni in primavera, vinte dal centrodestra, un attacco diretto alla politica e alla stampa era arrivato poi da Amnesty International, che aveva dipinto l'Italia come "un paese pericoloso" per rom e immigrati.
Amnesty aveva chiamato in causa sia il leader del Pd Walter Veltroni che quello di An Gianfranco Fini - oggi presidente della Camera - accusati di avere "una gravissima responsabilità" nel clima razzista, sottolineando la "preoccupante linea di continuità" tra governi di centrosinistra e centrodestra.
Oggi, però, Veltroni accusa il governo di "strizzare l'occhio" al razzismo per ragioni di consenso, Mentre Fini afferma: "Occorre avere l'onestà intellettuale di ammettere che ci sono numerosi episodi di violenza, di xenofobia e di razzismo. Negarlo sarebbe sbagliato... il rischio di razzismo c'è". Anche se dice che per battere il fenomeno serve "una politica chiara sull'immigrazione".
Nel frattempo, quest'estate sul governo di centrodestra si è abbattuta una pioggia di critiche da parte dell'Europa sulla politica di emergenza scelta per affrontare la questione dei Rom e dei cosiddetti "campi nomadi" abusivi in molte città italiane, con la polemica sulle impronte digitali da prendere ai bambini.
Ma pur se alla fine la Commissione Ue ha "assolto" l'Italia dall'accusa di discriminare i Rom, un sondaggio commissionato proprio da Bruxelles all'inizio dell'anno diceva che gli italiani sono i cittadini dell'Unione che mostrano la maggiore diffidenza nei confronti delle persone di etnia Rom.
"Gara sulla criminalizzazione" tra destra e sinistra. "Le vittime di atti di discriminazione sono uscite di più allo scoperto negli ultimi anni rispetto a prima, e questo è incoraggiante - dice a Reuters Udo Enwereuzor, un ricercatore del Cospe di Firenze, referente dell'Agenzia Ue per i diritti fondamentali - ma in modo statistico non si può dire nulla di più. Non ci sono dati raccolti in modo sistematico da parte di nessuno".
Il Cospe, spiega Enwereuzor - un nigeriano, in Italia da 30 anni - monitora anche gli interventi pubblici dei politici italiani su temi come immigrazione e razzismo.
"A partire dalla vicenda della ragazza romana uccisa con la punta dell'ombrello da una giovane romena (nell'aprile 2007, ndr), c'è stata una gara sulla criminalizzazione di romeni e Rom, un discorso pubblico decisamente razzista e discriminante".
Il ricercatore dice che "con toni diversi, ma in sostanza con contenuti simili", sia centrodestra che centrosinistra hanno soffiato sul fuoco dell'intolleranza. "Dopo, da parte della coalizione che ha vinto le elezioni, si sono viste anche le azioni, come la vicenda delle impronte dei Rom".
Per Francesco Pompeo, un antropologo che coordina l'Osservatorio sul Razzismo dell'Università di Roma 3, anche se non mancano dati precisi sugli atti di intolleranza e violenza contro gli immigrati, "una cosa è certa: l'aggredito cambia, non è più l'immigrato clandestino, ma si tratta di persone che vivono da anni in Italia, che appartengono magari alla seconda generazione".
E anche l'aggressore è cambiato, dice il ricercatore, non è più semplicemente il giovane militante di estrema destra. "C'è un discorso razzista che è sicuramente legittimato. Non c'è una legittimazione diretta, ma è una specie di impunità psicologica. Dalla xenofobia di vicinato si è passati al razzismo più esplicito, e questo è molto preoccupante".
Pompeo cita tra le cause quello che chiama il "populismo penale" della destra, ma dice anche che "le cause vere e più profonde, e a Roma è più evidente, rimontano alla gestione del territorio, anche da parte delle amministrazioni di centrosinistra: non è un caso che molti episodi siano accaduti in quartieri diventati terra di nessuno".
Prima delle elezioni, aggiunge l'antropologo, per evitare strumentalizzazioni politiche l'Osservatorio rinunciò a pubblicare uno studio in cui indicava situazione a rischio in quartieri romani come Tor Bella Monaca, il Pigneto, l'Anagnina, tutte aree sono poi avvenuti episodi violenti e dove "era assolutamente chiaro che nonostante il trionfalismo dell'ex sindaco Veltroni grossi interventi sul disagio non erano mai stati fatti". di Massimiliano Di Giorgio

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Torino, si annunciano patti di legalità e di socialità

Sei euro l'anno a metro quadro se vuoi vivere all'interno di un “campo nomadi”. Ma l'ingresso è vietato a chi ha un alloggio di proprietà o una casa popolare assegnata dal Comune. Il nuovo regolamento presentato ieri in una riunione di maggioranza dalla giunta comunale guidata da Sergio Chiamparino annuncia un cambiamento radicale nel rapporto fra l'amministrazione e le popolazioni di sinte e di rom che vivono nei quattro campi autorizzati della città: quella che prima era una "autorizzazione" ad occupare una piazzola si trasforma adesso in una "concessione". L'acquisizione di questo «diritto» comporterà però il rispetto di alcuni doveri: primo dei quali l'obbligo per i bimbi dei campi di frequentare la scuola con regolarità.
Per la prima volta la richiesta di un affitto, per quanto simbolico. E non differenziato sulla base della situazione economica delle famiglie, ma un'unica somma uguale per tutti. Ancora da definire, a dir la verità. Dopo alcune riflessioni, fra le quali l'ipotesi che ai sinti e rom si potesse chiedere di versare la somma spesa per luce e gas, è invece prevalsa la scelta che il pagamento avvenisse sulla base dei metri quadri occupati. Una somma che potrebbe oscillare fra i 4 e gli 8 euro a metro quadrato, spiega l'assessore alle politiche sociali Marco Borgione.
Considerato che di norma gli spazi attuali sono di venti, quaranta o sessanta metri quadri, la spesa annuale per una famiglia potrebbe oscillare fra i 160 euro (nel caso che si decida per 4 euro per 40 metri di spazio) e i 320 euro se la cifra dovesse salire a otto euro per lo stesso spazio.
Una prospettiva che anche la sinistra all'interno della coalizione che appoggia il sindaco ritiene «di buon senso». A condizione però, chiariscono i capigruppo di Sinistra democratica e del Prc Monica Cerutti e Luca Cassano «che il regolamento sia discusso con le associazioni e che sia applicato correttamente».
Gli obiettivi sono chiari, spiega l'assessore comunale del Pd (area cattolica della Margherita) che firma la proposta: garantire un ricambio che adesso è praticamente assente «considerato che nella maggior parte dei casi la tendenza è quella di restare nei campi per anni» e garantire un principio di equità patrimoniale. Per questo partiranno i controlli e chi si rivelerà proprietario di un alloggio sarà allontanato.

Stessa sorte per chi nei mesi scorsi si è visto assegnare un alloggio di edilizia popolare o si fosse macchiato di reati come istigazione alla prostituzione o sfruttamento di minori. La frequenza obbligatoria per i bimbi dei campi (circa ottocento persone in quelli autorizzati che salgono a duemila se si sommano i campi abusivi nascosti in città), dice Borgione «è una condizione indispensabile se puntiamo davvero all'integrazione».
Nessun dubbio su un affitto uguale per tutti: «Mi basta guardare le auto parcheggiate nei campi per capire che la maggior parte di chi adesso ci abita può permettersi quella somma», è il commento dell'assessore. Le associazioni torinesi che da anni gestiscono progetti di integrazione delle popolazioni nomadi pongono però un interrogativo. Dice Oliviero Alotto, vicepresidente dell'associazione Terra del fuoco, legata a Libera di don Ciotti: «Siamo proprio sicuri che in questo modo non si rischi di aumentare il numero di nomadi che scelgono i campi abusivi?». di Sara Strippoli

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Roma, dal "campo nomadi" al cinema

Dal campo nomadi di vicolo Savini ad attrice di successo. Una giovane rom sarà protagonista di un film e cooprotagonista di una fiction televisiva che andrà in onda su Rai Uno a marzo (dal titolo “Butta la luna 2”) e prima attrice, nel film “Il prossimo tuo”, che verrà presentato al festival del cinema di Roma.
È la coronazione di un sogno che aveva sin da bambina di una ragazza rom di etnia bosniaca, sedicenne, di nome Romana Hadzovic Merlin Romina, quarta di otto figli di una delle famiglie rom più numerose, in città da oltre trent'anni.
«Tutti dovrebbero conoscere in disagio e il degrado in cui si vive in un campo nomadi, a volte lì dentro si fanno scelte sbagliate imposte dalla situazione che si vive. Non sarei mai arrivata - racconta commossa Romina - a raggiungere questo traguardo, se i miei genitori non mi avessero mandato a scuola con i miei fratelli e se non avessero rifiutato, dopo lo sgombero di vicolo Savini, di farci vivere dentro un altro campo nomadi».
Soddisfazione anche dal regista della fiction, Vittorio Sindoni, che ha visto recitare Romina con l’ex saltatrice di colore Fiona May e con Nino Frassica in una serie televisiva dove si mescolano problemi legati a difficili convivenze legati a diverse culture con una capacità di integrarsi anche in situazioni non semplici come quelle che nascono con l’amore. di Emilio Orlando

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La leggenda degli "zingari" mafiosi

Non è una barzelletta e neanche un paradosso: il mese scorso "qualcuno" ha avviato la più improbabile delle campagne di propaganda anti-Rom. Si è cercato di far credere ai media e al popolo italiano che il traffico di droga in Italia non è in mano alla criminalità organizzata, una rete estesa in tutto il mondo, che muove miliardi di euro ogni anno, ma... ai Rom!
Signore e signori, la N'drangheta, la Camorra, la Sacra Corona Unita, la Mafia non esistono e sono state sostitute dagli "zingari" che sopravvivono nelle baracche e sotto i ponti. Chi controlla il traffico della droga a Catanzaro, in Calabria? Chi gestisce il "fortino della commercializzazione degli stupefacenti, con un sodalizio armato e pericoloso"? Sembra una risposta facile, a cui anche un bimbo di sei anni, a Catanzaro, saprebbe rispondere, sottovoce, naturalmente.
Le autorità cittadine, però, hanno trovato una risposta differente, in linea con la "lotta alla criminalità" attuata dalla Istituzioni centrali. Il 12 settembre scorso, infatti, le massime autorità di pubblica sicurezza catanzaresi hanno illustrato durante una conferenza stampa una brillante
operazione presso il campo Rom sito in località Germaneto: “Se qualcuno si era messo in testa che a Catanzaro possono esistere zone franche, si è sbagliato di grosso e questa operazione lo dimostra. Lo Stato arriva ovunque. A Germaneto siamo intervenuti alle cinque del mattino con cento uomini di vari reparti, con dodici ore di perquisizioni. Quest’area, per quello che è emerso, è da considerare il fortino della commercializzazione della droga, con un sodalizio armato e pericoloso che gestisce lo spaccio di cocaina a Catanzaro”.

Ed ecco i dati di una delle "più importanti operazioni antidroga mai effettuate in Calabria": venti soggetti denunciati a piede libero, undici dei quali... per furto di energia elettrica (i soliti allacciamenti "abusivi"). Ma il reato sarà esteso a tutti gli abitanti del campo (che vivono in spaventose condizioni di miseria, nonostante il loro "impero criminale").
Una donna è stata denunciata per ricettazione e detenzione di droga, dal momento che è stata trovata in possesso di - addirittura! - tre bilancini e "refurtiva riconducibile probabilmente a lei" (merce senza scontrini di acquisto).
Durante la perquisizione nel campo, la autorità hanno annunciato con fierezza di aver scoperto un "importante quantitativo di droga". Se leggiamo il verbale, però, si tratta di pochi etti di hashish, eroina e cocaina. E il pericoloso arsenale? Una sola pistola calibro 22 con matricola abrasa. Tutto qui. Piccolissimo spaccio.
Ma ecco quella che "Il Giornale di Calabria" definisce "la sorpresa più particolare: una decina di scatoloni di lenzuola e vestiti fuori moda. Questo sarebbe il cuore del commercio di stupefacenti di Catanzaro, la cittadella delle armi e della droga! La realtà è ben diversa e le famiglie Rom denunciate rappresentano il gradino infimo della manovalanza al servizio della criminalità organizzata: meno ancora che piccoli spacciatori, veri e propri schiavi.
Questo tipo di operazioni, nelle quali la perdita di stupefacenti e armi da parte della criminalità organizzata è minima, diffondono un'idea errata tanto riguardo ai "nomadi" quanto alle potenti organizzazioni criminali che dall'Italia si diramano in tutto il mondo. Replica a Roma il 18 settembre, pochi giorni dopo il blitz calabrese.
Uno spiegamento di trecento carabinieri e 27 arresti per un'operazione - denominata "White Wolf" - che avrebbe "smantellato una banda Rom" a Roma, che gestiva - secondo gli inquirenti - un colossale traffico di stupefacenti provenienti dalla Colombia, via Spagna. Naturalmente, questi "re della droga" vivevano in campi Rom, senza acqua né luce, in mezzo ai rifiuti e ai topi. L'operazione "White Wolf" in realtà è iniziata nel 2005 e riguarda, anche in questo caso, come dimostrano gli intestatari dei ricchi conti correnti in cui fluiva il denaro illecito, criminalità organizzata italiana. I "nomadi", in gran parte di origine bosniaca e croata, rappresentavano l'ultima ruota del carro ed erano nelle mani - ridotti in schiavitù, come accade sempre ai Rom quando entrano in contatto con la criminalità italiana - delle grandi cosche.
I media hanno divulgato le notizie relative alle due "brilanti" operazioni di pubblica sicurezza, che tuttavia, a causa della loro scarsa o nulla credibilità, non hanno sollevato l'indignazione e l'odio razziale che - nelle sedi del potere - ci si attendeva. di Roberto Malini

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venerdì 10 ottobre 2008

Bussolengo (VR), una battaglia persa

Questa mattina si è svolta la quarta udienza del processo per direttissima contro Sonia Campos (rilasciata il 23 settembre scorso), il marito Angelo Campos e Denis Rossetto (detenuti in attesa di giudizio). Il processo è iniziato sabato 6 settembre e si è concluso oggi, 10 ottobre, con un patteggiamento. La condanna è per resistenza a pubblico ufficiale, la seconda accusa di tentato furto di una pistola è caduta alla terza udienza.
Nessuno dei tre condannati tornerà in carcere e i famigliari di Sonia e Angelo Campos e Denis Rossetto hanno preventivamente rimesso le denuncie contro alcuni Carabinieri della caserma di Bussolengo, presentate nel pomeriggio di sabato 6 settembre. Le denunce erano state presentate da Giorgio Campos, Michele Campos, Paolo Campos, Cristian Hudorovich e Anna Gerogeowistch.
Nessun commento ad oggi delle famiglie Campos e Rossetto. Un commento lo possiamo fare noi di sucardrom innanzitutto per farvi capire il clima in Tribunale a Verona. Nelle udienze precedenti tutti erano chiusi e rabbuiati, un clima pesante aleggiava nell’aula. Oggi al contrario erano tutti felici contenti, a partire dal giudice, passando per i pubblici ministero e gli avvocati, fino ad arrivare ai Rom. Baci abbracci e il Giudice che fa la ramanzina paternalistica ad Angelo Campos e Denis Rossetto e li libera con un buffetto sulla guancia. Insomma tutto bene quello che finisce bene…
Purtroppo non è così. Le famiglie rom hanno la conferma che non serve a niente denunciare i soprusi subiti, perché tanto non potranno mai far valere i loro diritti. Immaginiamo già cosa ci diranno da domani: “avete visto… dove vivete? sulla luna? per rivendicare i “vostri” diritti siamo finiti in carcere…”.
Nelle comunità sinte e rom il messaggio sarà chiaro: lo Stato è un nostro nemico! E questo non è bene perché avremo una sempre più ermetica chiusura e conseguenti scontri sempre più duri che saranno un disastro per tutti.
L’associazione Sucar Drom non si ferma. In questi giorni stiamo contattando diversi avvocati per capire la possibilità di intentare una causa presso i tribunali internazionali, viste la difficoltà incontrate in Italia.

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Brescia, Agnoletto risponde al Vice Sindaco Fabio Rolfi

L'europarlamentare di Rifondazione Vittorio Agnoletto replica alle parole che il vicesindaco e assessore alla sicurezza Fabio Rolfi aveva inviato ieri alla stampa locale.
«L’assessore segnala che le persone che vivevano nel campo sono sinti e non rom. Ritengo che non faccia nessuna differenza quando parliamo di diritti umani, diritti universali previsti da tutte le normative nazionali e sovranazionali. Che siano rom, o sinti, sono sempre persone che hanno dei diritti che lo stato e le istituzioni locali devono garantire. Il vice sindaco, poi, contraddice se stesso: parla di "nomadi" che abitavano da 14 anni nello stesso luogo. Dunque, in realtà, assolutamente stanziali; ed infatti proprio per queste ragioni l'Unione europea sostiene che gli Stati devono potenziare politiche d'inclusione abitativa, sociale e scolastica».
«Il vicesindaco - continua Agnoletto - sostiene poi che le persone residenti nel campo di via Girelli non fossero lì nel corso delle operazioni di abbattimento delle abitazioni: dovevano rimanere a guardare la distruzione delle loro baracche? È evidente che hanno preferito andarsene prima: come dargli torto? Probabile che volessero evitare di assistere al vergognoso brindisi degli esponenti leghisti, incluso lo stesso Rolfi, sulle macerie delle loro case…Inoltre, rispetto alla frequenza scolastica dei bambini residenti nel campo, mi risulta che una parte di costoro frequentasse regolarmente la scuola, al contrario di quanto sostenuto dall’assessore alla Sicurezza. Quello che è certo è che ora non potranno frequentare alcuna scuola».«Infine - conclude Agnoletto - solo poche parole riguardo a come occupo il mio tempo al parlamento europeo e al mio stipendio: proprio perché mi occupo dell’Unione europea credo che le direttive europee vadano rispettate, nello specifico la 2004/38 sul diritto dei cittadini dell'Unione europea e dei loro familiari di circolare e soggiornare liberamente all'interno degli stati membri e la 2000/43 che attua il principio della parità di trattamento fra le persone, indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica. Per concludere segnalo al vice sindaco che ci siamo recentemente auto ridotti lo stipendio e che il sottoscritto versa il 60 per cento al partito nel quale è stato eletto: Rifondazione comunista. Cosa che non mi risulta facciano i suoi colleghi leghisti». di quiBrescia.it

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Sinti e Rom, incontro al Ministero degli interni

I delegati della federazione Rom e Sinti Insieme, Nazzareno Guarnieri di Pescara, Graziano Halillovic di Roma, Sergio Suffer di Brescia e Janovic Nihad di Napoli, il 9 ottobre hanno incontrato il Capo segreteria del Ministro dell’Interno Roberto Maroni.
La realizzazione di questo incontro è stato molto complesso ma utilissimo perchè gli argomenti trattati hanno permesso un confronto ampio.
I delegati della federazione Rom e Sinti Insieme dopo aver manifestato la non condivisione delle iniziative straordinarie emanate dal Governo per le minoranze rom e sinte, hanno sottolineato la urgente necessità di costruire un dialogo diretto con Rom e Sinti per conoscere, programmare e condividere soluzioni corrette ed utili a tutta la collettività.
I delegati della federazione hanno illustrato il programma politico e la strategia organizzativa ed hanno sollecitato il riconoscimento dello status di minoranza linguistica e la partecipazione attiva di Rom e Sinti.
- Partecipazione attiva. La complessità della realtà e dei bisogni Rom e Sinta in Italia necessità di una rete di monitoraggio che offra dati certi, ad oggi inesistenti, da elaborare sia a livello nazionale che a livello locale, per rilevare la realtà ed i bisogni e per monitorare le discriminazioni.
L'apertura di uffici Regionali per Rom e Sinti con la collaborazione dei Ministeri dell’Interno, del Welfare e delle Pari opportunità, per rilevare dati certi sulla presenza e sulla composizione della popolazione rom e sinta, per conoscere a livello regionale la realtà e i bisogni, per monitorare le discriminazioni. Uffici regionali con la presenza significativa di Rom e Sinti.
Il rilevamento di questi dati ed informazioni sono essenziali per le scelte politiche da adottare e le aree da privilegiare.
L'apertura di un Ufficio Nazionale per Rom e Sinti per sistematizzare i dati che arriveranno dagli uffici regionali, fondamentale per le scelte politiche nazionali. Ufficio Nazionale con la presenza di esperti Rom e Sinti.
- Riconoscimento dello status di minoranza. Considerato che circa il 70% di Rom e Sinti sono Cittadini italiani da molte generazioni appartenenti a minoranze etniche, proponiamo che i Ministeri dell’Interno, del Welfare e delle Pari Opportunità si facciano promotori di modificare la legge 15 dicembre 1999, n. 482, per il riconoscimento dello status di minoranza linguistica a Rom e Sinti Italiani. I delegati della Federazione hanno consegnato al capo segreteria del Ministro dell’interno On. Roberto Maroni la proposta di legge presentata nella scorsa legislatura dall’On. Mercedes Frias.

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Brescia, il Vice Sindaco brinda sulle macerie delle case distrutte ai Rom

Alcuni giorni fa sono state abbattute dall’amministrazione comunale le abitazioni di alcune famiglie rom a Brescia. Queste famiglie quattordici anni fa avevano acquistato un piccolo terreno agricolo e avevano sistemato delle strutture abitative non ancorate al terreno, in osservanza alla legge n. 47/1985, allora in vigore.
La nuova amministrazione ha utilizzato la nuova legge (testo unico 380/2001), entrata in vigore nel gennaio 2005, senza dare possibilità a queste famiglie di sanare la loro situazione urbanistica. Da quello che sappiamo l’amministrazione comunale non ha offerto nessuna soluzione alternativa alle famiglie che se ne sono dovute andare, di fatto cacciate dalla loro terra.
Sulla questione urbanistica abbiamo spesso contestato le norme contenute nell’attuale legge ma ciò che ci ha sconvolto è stato l’atteggiamento tenuto dal alcuni componenti del centro-destra che da poco guidano Brescia.
Infatti il vicesindaco Fabio Rolfi (in foto) e la Presidente del consiglio comunale Simona Cordonali, insieme ad una nutrita compagine leghista, sono andati sulla proprietà di queste famiglie rom per brindare alla demolizione appena effettuata.
Giustamente l’opposizione consiliare è insorta. Secondo il segretario cittadino del Pd, Giorgio De Martin, “è inaccettabile che qualcuno festeggi perché si scacciano persone dalle proprie abitazioni. Lo sappiamo, in quel campo si annidavano anche delinquenti che meritano di essere allontanati o di andare in carcere. Ma c’erano anche bambini e tante persone innocenti”.
De Martin nel suo comunicato evidenzia il fatto che "Brescia negli scorsi anni è diventata un modello per le altre città nella gestione della presenza dei nomadi” e che “gli sgomberi di oggi non sono altro che la prosecuzione di scelte operate dalla precedente giunta”. Si tratta di “provvedimenti giusti”, che tuttavia “non devono essere accompagnati da comportamenti indegni”.
Anche la socialista Laura Castelletti, ha stigmatizzato l'episodio “carico di rancore e provocazione”, dal quale “emerge il cattivo gusto e la grettezza di un atto senza precedenti” e che ha segnato “una rottura nella storia di Brescia”.

“Mai rappresentanti delle istituzioni cittadine”, sottolinea Castelletti, “avevano avuto l’indecenza di brindare sulle macerie e la disperazione di altre persone, seppur queste in condizione di non legalità. Quando si ricoprono ruoli istituzionali si ha il dovere di rappresentare l’intera città, anche chi ha votato per altri e agire di conseguenza”.
L’ex candidata sindaco ricorda che a Brescia “i valori della tolleranza, della fraternità, dell’umanesimo cristiano e l’aiuto alle fasce più deboli, sono stati da sempre concretamente, e silenziosamente, parte del tessuto sociale. Oggi sono stati messi in crisi da un atto che svela il vero volto di alcuni rappresentanti comunali, al di là della maschera istituzionale; una maschera che evidentemente viene indossata con fastidio”.
Anche Castelletti ha ricordato che “la chiusura di questa area è frutto di un procedimento iniziato dalla precedente amministrazione, che ha dovuto superare i lunghi tempi dettati dal Consiglio di Stato e dal Tar al quale i nomadi avevano fatto ricorso”.
E’ intervenuto anche l’europarlamentare Vittorio Agnoletto che ha denunciato come gravissimi alcuni episodi avvenuti a Brescia, per i quali ha annunciato un’interrogazione all’europarlamento di Bruxelles. Gli ha risposto il Vice Sindaco Fabio Rolfi.

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giovedì 9 ottobre 2008

Denuncia Gentilini se ti sei sentito offeso dalle sue dichiarazioni

Piero Colacicchi, Presidente di OsservAzione, invita associazioni e singoli che si siano sentiti offesi dalle parole pronunciate da Gentilini, a depositare una denuncia.
Attualmente la Procura della Repubblica di Treviso, su richiesta dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), ha aperto un fascicolo su Gentilini e le sue spaventose dichiarazioni (guarda il filmato o scarica il filmato).
Tutto ciò è stato fatto per ottenere un’immediata risposta: cosa di enorme importanza sia da un punto di vista politico che mediatico. Questo, però, è soltanto il primo, indispensabile, passo. Perché questa azione abbia un effetto non solo sicuro ma duraturo, cioè influisca e faccia diritto, bisogna andare avanti.
Proprio per questa ragione OssevAzione che per prima ha segnalato all’UNAR il discorso di Gentilini, ha predisposto insieme all’ASGI una bozza di denuncia che tutti possono presentare, attraverso il proprio avvocato di fiducia alla Procura della Repubblica della propria città.
Piero Colacicchi, a cui si associa Sucar Drom, pensa che almeno le associazioni di Rom, di Sinti e di immigrati, oltre a quelle antirazziste e di solidarietà, dovrebbero procedere legalmente contro Gentilini.
La denuncia, così come è stata approntata (ma ci sarebbero margini di miglioramento da discutere con gli avvocati) mette in luce tre distinte fattispecie penalmente rilevanti: propaganda razzista, istigazione alla commissione di atti di discriminazione (entrambi ex art. 3, lett. a) l.654/75) e istigazione alla violenza per motivi razzisti (art. 3, ma lettera b, della legge).
Tre aspetti importantissimi che non sappiamo se rientrino tra quelli per i quali Gentilini viene già indagato visto che i giornali non ne danno notizia precisa. Una ragione in più per promuovere le azioni che suggeriamo. Per ulteriori informazioni e per ricevere la bozza della denuncia è possibile rivolgersi a: info@osservazione.org.

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Roma, il vertice Italia-Romania

Si è tenuto a Villa Madama il vertice intergovernativo italo-romeno, primo degli incontri periodici decisi lo scorso giugno nell'ambito di un progetto di cooperazione fra i due paesi. L'obiettivo del vertice era di favorire un rinsaldamento dei rapporti economico-commerciali tra Italia e Romania e confermare la collaborazione in materia di sicurezza e giustizia
Dopo il ricevimento del primo ministro romeno Calin Popescu Tariceanu (in foto) da parte del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, si è tenuta una riunione plenaria. Presenti al tavolo le delegazioni ministeriali dei due governi: per quello italiano erano presenti il ministro degli Esteri, Franco Frattini, il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, per la Giustizia, Angelino Alfano, dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, e della Cultura, Sandro Bondi.
Nella conferenza stampa conclusiva Berlusconi ha voluto sottolineare il rispetto per la popolazione romena presente in Italia, chiedendo di «non badare al risalto dato dalla stampa ai fatti compiuti da alcuni romeni in Italia»: sono persone «serissime che si sono inserite benissimo nel nostro sistema economico e hanno dato un grande contributo alla nostra economia: a loro sono grato», ha aggiunto il premier.
In direzione inversa, le aziende italiane saranno coinvolte nello sviluppo economico della Romania, come richiesto da Tariceanu, che ha detto di «volar attrarre le grandi aziende» per dare slancio ad un'economia «non più emergente, basata su un mercato solido».
Le domande dei giornalisti non potevano però aggirare la questione sicurezza, specialmente dopo le polemiche dei mesi scorsi a seguito dell'elaborazione da parte del governo italiano del pacchetto sicurezza, che prevedeva misure dirette in particolare alla popolazione romena presente in Italia.
Appianati tutti gli attriti, ha assicurato Berlusconi, sebbene il premier romeno abbia ribadito «che i cittadini romeni devono beneficiare dello stesso trattamento di cui godono gli altri cittadini europei».
Il presidente del consiglio italiano ha poi garantito uno sforzo comune per l'inserimento dei Rom nel tessuto sociale italiano. Impegno anche sull'attuazione dell'accordo bilaterale sul trasferimento dei detenuti romeni nelle nostre carceri, siglato nel 2003 ma mai realmente applicato: a questo scopo i rappresentanti delle due parti hanno fatto sapere che si incontreranno regolarmente per «esaminare i risultati della cooperazione e fissare le misure da attuare in via prioritaria». di Valerio Perogio

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Moncalieri (TO), una brutta storia

Vorrei andare a scuola ma mia mamma non vuole, mi fa mendicare. Queste le parole, secondo La Stampa, di una bimba rom di circa 10 anni, Debora, fermata a Moncalieri da due vigilesse. Sempre nell’articolo del quotidiano torinese si afferma che la bimba, “priva di documenti, magrissima e dal peso di appena 25 chili, quando ha saputo che non sarebbe tornata più a casa ma che sarebbe andata in un centro protetto, non ha protestato ne' chiesto di sua madre”.
La piccola, continua il quotidiano, “ha abbracciato le due vigilesse che l'hanno raccolta per strada e le ha ringraziate singhiozzando. La donna che ha detto di essere sua madre, H.Z., di 29 anni, residente in una roulotte alla periferia di Moncalieri, è stata denunciata per induzione all'accattonaggio, abbandono di minore e false generalità”.
Noi di sucardrom speriamo che questa bambina abbia dal Comune di Moncalieri tutto il supporto necessario e non succeda che, accertato quanto scritto da La Stampa, la stessa bambina sia riaffidata ai genitori.

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Albania, l'attenzione dell'Unicef anche sulle condizioni dei Rom

Il Direttore Generale dell’Unicef, Ann M. Veneman (in foto), in occasione della visita di due giorni in Albania , ha visitato una comunità Rom dove circa 100 famiglie vivono in un campo vicino ad una grande discarica di Tirana.
Durante la sua permanenza, ha incontrato il Primo Ministro Sali Berisha, con il quale ha discusso della condizione della comunità rom in Albania, esprimendo così la sua preoccupazione per l’emarginazione e le discriminazioni subite dai Rom, ed in particolare dai bambini.
Cita a tal proposito il recente studio dell'Unicef, secondo cui 5.000 bambini Rom tra 3 e 16 anni, e che solo il 27% di quelli sotto i 6 anni, sono iscritti a scuola, mentre il 43% dei bambini Rom tra 15 e 16 sono analfabeti. Dinanzi a tali richieste, il Governo albanese ha ribadito che si impegnerà in una forte cooperazione con l’Unicef per promuovere la scolarizzazione dei bambini rom e sta attuando una politica diretta a fornire abitazioni alla comunità rom.
“L’Unicef lavora con il Ministero della Giustizia per garantire il rapido esame dei casi che riguardano minori e l’adozione di sentenze flessibili, alternative alla detenzione ogni volta sia possibile”, ha affermato Ann M. Veneman.
Durante l'incontro con il Presidente Bamir Topi, ha infatti discusso la recente riforma della giustizia, soprattutto riguardo agli aspetti riguardanti la giustizia minorile, vista la condizione disagevole in cui si trovano ora i minorenni in custodia presso i centri di detenzione, in attesa di giudizio.
Infine, Ann M. Veneman ha fatto visita all'Istituto dello YAPS (Youth Albania Professional Service), progetto-impresa per formazione e assistenza di giovani e disabili, promosso e sostenuto dall’Unicef grazia anche al contributo di piccoli e grandi donatori italiani. Come ricordato dal Presidente dell’Unicef Italia, Vincenzo Spadafora, “l’Unicef Italia ha destinato al progetto oltre 562.000 euro, consentendo la creazione di un sistema di servizi efficiente e sostenibile, che coinvolge attivamente giovani ed adolescenti socialmente svantaggiati contribuendo a migliorarne condizioni e prospettive future”. di Rinascita Balcanica

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Goodbye Mr “Tripla Piroetta” Togni

Un volo. Un sorriso. Un numero equestre. Una sacchetto di popcorn. Un lecca-lecca. Un momento diverso. L’ingresso dentro una tenda che pare una porta di un nuovo mondo. E non si sa in che modo si tornerà indietro. È il mondo del circo. Che strega e incanta. E che ha regalato per decenni Cesare Togni (1924-2008).
Questi infatti sono giorni tristi per il mondo circense. Piange infatti uno dei suoi più fulgidi protagonisti. Qualche giorno fa, si è spento nell’ospedale di Bussolengo (VR), all’età di 83 anni, proprio lui. Cesare Togni. Trevigiano di Montebelluna, uno dei più carismatici direttori di circo d’Italia, nonché innovatore.
Classe ’24, di origini sinta, è stato membro di una tra le più importanti famiglie circensi italiane operante con gli spettacoli fin dal 1880. Nato in una carovana del Circo dei Fratelli Togni, dall’unione di Ugo Togni e Anna De Bianchi, fin da bambino iniziò ad esibirsi in pista diventando un buon acrobata e cavallerizzo.
Fin da giovane infatti, si rivelò un ottimo trapezista, riuscendo a compiere la tripla piroetta, una novità in quegli anni. A partire dagli anni ’50 poi, prese le redini del circo paterno che da Circo Nazionale Togni diventò il Circo Cesare e Oscar Togni
Nel 1956 fondò l’imponente Circo Massimo con tre piste e un immenso ippodromo. Fino alla definitiva denominazione di Circo Cesare Togni. Da buon pioniere, seguendo le orme di tanti illustri connazionali che hanno viaggiato in lungo e in largo, Togni ha esportato il suo mondo circense in Europa (Spagna, Norvegia, Francia, Portogallo) e oltreoceano, negli States.
Molti grandi hanno calcato il suo palco. Dai trapezisti Tony Steel al grande Enzo Cardona. Dagli eccezionali clown e cavallerizzi Caroli, alla famiglia Larible. E proprio al Circo Cesare Togni, il giovane clown David Larible compie i suoi primi passi prima di diventare la star italiana che ha conquistato il mondo.
Ma aldilà di ciò che ha creato quest’uomo, cosa davvero ci è rimasto? Forse dovremmo cercarlo fra le emozioni di tutte quelle centinaia di migliaia di bambini (e adulti) che ha abbagliato. In una notte. In una giornata, magari iniziata normalmente, e poi conclusa con la sensazione che qualcosa di diverso esiste. C’è. Non c’è miglior testamento di Cesare Togni, se non i colori che ha lasciato dentro ciascuno di noi. di Luca Ferrari

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mercoledì 8 ottobre 2008

Razzismo, FaceBook smentisce Maroni

«Basta poltrire davanti al computer tutto il santo giorno! Basta con la scuse, non ci sono più né “se” né “ma”, il bene della comunità non può più aspettare!!! BRUCIAMO TUTTI QUEI MERDOSI UNTERMENSCHEN ZINGARI!!!», «ovunque c’è uno zingaro ci deve essere una molotov!!!».
Dove sono apparsi questi intriganti messaggi? Nientemeno che in una pagina di quella faccenda meravigliosa che è FaceBook, la moda del momento. Piccola spiegazione per i non introdotti. FaceBook è un «social network», ossia una «rete sociale» o, come forse meglio si traduce, «una rete per la socialità».
E’ una cosa che c’è nell’internet. Ci si iscrive al servizio e si ottiene una pagina web nella quale si possono scrivere sommarie informazioni su di sé e pubblicare fotografie, piccoli video eccetera. La mia pagina, però, può essere letta solo e soltanto da persone che siano iscritte a FaceBook e da me personalmente autorizzate. Queste persone, nella lingua semplificata di FaceBook, sono i miei «amici». E ci sono vari automatismi grazie ai quali io vengo sempre a sapere che cosa succede ai miei «amici» (ovvero: che cosa pubblicano nella loro pagina).
In sostanza, FaceBook è uno strumento molto pratico e comodo per tenersi in contatto con altre persone. Poi ciascuno lo usa come vuole: c’è chi restringe il numero degli «amici» agli amici veri e propri, e c’è chi accetta l’«amicizia» più o meno di chiunque. E spesso FaceBook permette di entrare in contatto con persone in genere non facilmente accessibili. Naturalmente, c’è chi dedica cinque minuti al giorno a vedere che succede nel giro degli «amici», e c’è - si dice - chi ci perde delle ore. Le mode funzionano così.

Lo scorso anno il must era Second Life, quest’anno è FaceBook. Su FaceBook ci sono tutti, naturalmente. Chi non è su FaceBook è perduto, è tagliato fuori. Il sottoscritto è su FaceBook, e su FaceBook ci sono, tanto per non fare nomi, il cabarettista-cantante-narratore Giorgio Faletti, il sindaco di Padova Flavio Zanonato, il costituzionalista Stefano Ceccanti.
In FaceBook è possibile creare dei «gruppi», che si raccolgono attorno a un tema di discussione o a un’iniziativa. Le pagine dei «gruppi» sono per lo più aperte a tutti affinché chiunque, se interessato al tema o alla cosa, possa leggerle ed eventualmente iscriversi al gruppo.
Le belle frasi che citavo all’inizio vengono proprio da una di queste pagine, intitolata «Brucia la roulotte di quartiere!!!» e pubblicata da Luca Murri e Andrea Atzori, studenti del Liceo Ginnasio «Ennio Quirino Visconti» di Roma.
Pubblico questi nomi (che sono già pubblici) avvertendo: potrebbero essere nomi inventati. Gli iscritti al gruppo (al momento pochissimi: una dozzina) contribuiscono con altri messaggi: «Odio odio ODIO gli zingari!!! Bisogna partire col bruciare le donne in modo che non abbiano più la possibilità di riprodursi... La battaglia è difficile ma ci vuole una tattica!!» (Lorenzo Felli, altro studente del «Visconti»), e i fondatori rincarano la dose: «Tutti insieme ribadiamo l’odio per quella sottospecie di individui merdosi che non POSSONO e non DEVONO abitare le nostre strade, mangiare il nostro cibo, elemosinare. Bestie immonde, veri cani randagi, questo siete zingari zozzi. Via! Aderite alla giornata mondiale... che poi deve essere ogni giorno... ogni ora... appena vedete uno zozzo». (Murri).
Raffaele Niro, dal quale ho ricevuta - attraverso FaceBook - la segnalazione dell’esistenza di questa cosa, ha usato parole ineccepibili: «Ognuno giudichi secondo la propria sensibilità, a me sembrano razzisti, vergognosi, violenti e cinici senza motivo». Altri hanno duramente condannato, talvolta ahimè con un linguaggio non molto migliore di quello dei due ragazzi. Andrea Barbieri, in un commento nel blog vibrisse da me curato, suggerisce invece: «Quella cosa secondo me è ironica. Forse è detta con l’intenzione di prendere per il culo gli xenofobi».
Adesso succederà quel che succederà. I gestori di FaceBook forse interverranno, facendo sparire quella pagina e bandendo a vita dal loro meraviglioso sito i temerari Murri e Atzori. I quali, se sono un minimo testardi, si registreranno con un altro nome e ricominceranno (oppure si stuferanno subito del giochino). Ma io, sinceramente, spero che questo gesto di censura non venga compiuto. L’internet è, per certi aspetti, una sorta di gigantesco bar. Nel quale viaggiano milioni di chiacchiere da bar.
La grande differenza tra un vero bar e l’internet-bar è, si dice, che nel vero bar ci sei col tuo corpo, e difficilmente riesci a usare un nome che non sia il tuo; mentre nell’internet-bar non ci sei col corpo e puoi usare un nome qualunque. Questo è vero, ma la differenza importante è un’altra. Al bar, il barista può mandarti al diavolo se fai certi discorsi. Nell’internet-bar, chi fa discorsi sgraditi al barista (ad esempio ai gestori di FaceBook) può essere cancellato in un amen. E io, in nome del mio diritto a far circolare nell’internet discorsi che spero intelligenti e utili, difendo il diritto di questi due cretini a far circolare le loro cretinate. di Giulio Mozzi

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Chiari (BS), i cinque bambini fantasma

Ci sono cinque bambini che hanno una colpa. Quella di essere nomadi sinti nati in Italia. E c'è un'amministrazione municipale senza cuore che li ha messi nel mirino fino a rendere loro impossibile un vita normale.
E' una storia da raccontare quella di Cristina (14 anni), Michele (11), Luca (8), Anastasia (4 anni) e Mattia, nato il 12 dicembre 2007, ai quali un comune della nostra provincia di Brescia, Chiari, nega la residenza. Una storia nella quale il cinismo delle decisioni e dei proclami della politica si scontra con l'attenzione nei confronti degli ultimi e dei meno fortunati e con l'umanità che sempre dovrebbe regolare i nostri comportamenti.
Questi cinque fratelli, insieme con i genitori e la nonna sono, di fatto, dei fantasmi. Non esistono. O meglio: esistono per il dirigente scolastico e gli insegnanti delle scuole che li hanno comunque accolti garantendo loro la continuità delle lezioni, ma non esistono per l'amministrazione comunale di Chiari che, nell'agosto del 2006, ha consegnato l’ingiunzione di sgombero a questa e ad altre quattro famiglie dal “campo nomadi” costruito dalla giunta precedente. La decisione non ha mancato di suscitare polemiche in paese (leggi qui).
E' bene precisare quindi che la storia di vita di questi bambini non è ambientata negli insediamenti abusivi che il ministro degli interni Roberto Maroni intende smantellare e per i quali il governo applica la linea della "tolleranza zero". No. Questa famiglia, fino al 2004, era legalmente residente in un'area sulla quale la precedente amministrazione comunale (nel 2001) utilizzando un finanziamento regionale aveva anche collocato cinque casette.
Un luogo nel quale c'era anche un prefabbbricato della Caritas, smantellato pure quello con ordinanza urgente del sindaco nel febbraio del 2007, dopo essere stato usato per anni come doposcuola per i 12 bambini.

Ma le cose cambiano. Repentinamente. E quasi sempre peggiorano soprattutto per i più deboli. Nel 2004 a Chiari è stato approvato il regolamento comunale per il funzionamento del “campo nomadi” di via Roccafranca che, tra l'altro, conteneva indicazioni quali il divieto di ricevere visite da parte delle famiglie, l'obbligo di comunicare eventuali spostamenti al di fuori dei confini comunali di Chiari (per un periodo superiore ai 15 giorni), il versamento cauzionale di 500 euro da parte di ogni famiglia e il divieto di tenere all'interno del campo le roulotte. Non era facile rispettarlo.
Carte alla mano, l'amministrazione comunale non ha quindi rinnovato il permesso di permanenza e, nell'agosto del 2006, è stata consegnata l'ordinanza di sgombero. Da quel momento in poi, per i bambini, la strada ha cominciato a essere in salita. Come racconta chi ha vissuto queste vicende come Giorgia, del gruppo volontariato nomadi costituito all'interno della Caritas parrocchiale di Chiari, che parla per esempio di costanti controlli da parte della polizia locale, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
L'atto finale di questa storia è stato il 25 settembre del 2007, quando il sindaco di Chiari - il neosenatore del Carroccio Sandro Mazzatorta - ha ordinato la cancellazione della residenza. Le cose si sono complicate anche perché, nel frattempo, Nadia (la mamma) aspettava il quinto bambino. Una gravidanza difficile per la quale i servizi sociali del comune si sono dichiarati non competenti perché la famiglia non era più residente a Chiari.
Il 21 dicembre 2007 Nadia si è sentita male per strada, raccontano alla Caritas, ed è stata ricoverata d'urgenza all'ospedale di Seriate che dispone del reparto di patologia neonatale; è nato Mattia. Prematuro. Ma è nato. Il tribunale per i minorenni, viste le condizioni di vita dei suoi congiunti, ha deciso di affidarlo ad una famiglia di Seriate che lo ha in affido a tutt'oggi.
Si potrebbero raccontare anche i ricorsi al Tar dai quali l'amministrazione è uscita vincente (leggi qui), la richiesta di concessione di residenza inoltrata al primo cittadino di Chiari da varie autorità anche istituzionali. E si potrebbero raccontare anche gli atti vandalici ai danni della tenda sotto la quale vive questa famiglia che gira per la provincia a bordo di un furgoncino usato dal padre per trasportare il ferro.
Ma tutto questo non cambia la sostanza: il problema non può essere solo politico, ma è prima di tutto umanitario. Ci sono cinque bambini che hanno solo la colpa di essere sinti italiani e ai quali viene negata la residenza. L'inverno è alle porte. Vivere in una tenda o a bordo di un furgone non è il massimo. E neppure dover girare di comune in comune sperando di non essere allontanati. di Elisabetta Reguitti

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Roma, siamo arrivati ai punti (permesso di soggiorno) e ai referendum ("nomadi")

Come per la patente, la Lega propone il permesso di soggiorno a punti per gli immigrati, con revoca in caso di violazioni della legge. E inoltre gli emendamenti del Carroccio al ddl sicurezza, assegnato alle commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato, prevedono la possibilità di referendum locali per l'apertura di “campi nomadi”, di moschee e luoghi di culto di altre religioni che non hanno stipulato intese con lo Stato.
In una conferenza stampa a palazzo Madama, presenti tra gli altri il capogruppo leghista Federico Bricolo e la vice presidente del Senato Rosi Mauro, la Lega riporta l'attenzione sul ddl, bloccato in estate per dare priorità al Lodo Alfano, e lancia una serie di proposte emendative che "dovranno essere discusse con il governo e il Pdl, ma che crediamo - assicura Bricolo - saranno in gran parte accolte". Il principio ispiratore è che "chi entra in casa nostra, finchè non ha la cittadinanza è un ospite, e come tale deve rispettare le nostre regole. Non c'è posto per chi non si integra, per chi vive nell'illegalità e per chi vuole imporci le sue regole".
Si parte dunque con il permesso a punti. All'immigrato che vuole conservare o ottenere il permesso di soggiorno viene chiesto il rispetto delle leggi, la conoscenza della lingua e in generale un buon livello di integrazione. Chi ha i requisiti ottiene il 'permesso a punti', con una dotazione iniziale di dieci punti, che possono essere decurtati fino alla revoca del permesso stesso in caso di violazioni, ma anche integrati se si dimostra di procedere sulla strada dell'integrazione. Proprio come per la patente di guida.
Altro emendamento rilevante, la previsione di referendum comunali per la realizzazione di nuovi campi nomadi e di nuovi edifici di culto per confessioni religiose che non hanno stipulato intese con lo Stato, e dunque anche per nuove moschee. Un'altra proposta prevede invece l'obbligo per i medici di segnalare all'autorità gli immigrati irregolari che accedono ai servizi sanitari: "Tutti continueranno ad essere curati - spiega Bricolo - ma i medici dovranno segnalare i clandestini, come succede ad esempio in Francia". Esteso dunque l'obbligo di esibire il permesso soggiorno anche per gli atti di stato civile e per l'accesso ai servizi pubblici per i quali attualmente non è previsto. Restrizioni anche per i ricongiungimenti familiari e per i matrimoni con extracomunitari: si dovrà esibire un titolo di soggiorno valido.

Infine, un altro pacchetto di emendamenti viene riassunto con lo slogan "sicuri in casa nostra, aiutiamoli a casa loro". Vengono inaspriti il minimo e il massimo della pena per i reati di violazione di domicilio, furto e rapina, prevedendo l'aggravante non solo in caso di violenza su persone o cose, ma anche per le minacce.
Al tempo stesso con una quota dei versamenti per le domande di cittadinanza e di permesso di soggiorno, viene istituito presso la Farnesina un "Fondo per la prevenzione dei flussi migratori". Spiega Rosi Mauro: "La cosa più antidemocratica è costringere un cittadino a chiedersi, la sera prima di andare a dormire, se il giorno dopo sarà ancora vivo. Io me lo chiedo prima di andare a letto, perchè ormai non ci si sente più sicuri in casa. Vanno inasprite le pene, e vanno ridotti i flussi migratori: aiutarli in casa loro per essere sicuri in casa nostra".

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Previsioni del tempo

Le borse non la smettono di crollare, il che fa tanto previsioni del tempo [pessime]. A Vicenza la gente va a votare, più di quanto ha fatto in molte occasioni passate, per un referendum non ufficiale [proibito dallo Stato italiano], e anche questo fa tanto previsioni del tempo [pessime per un verso, quello della democrazia ufficiale, ottime per l’altro verso, quello della democrazia sostanziale]. Invece a Trapani viene proibito ai migranti di salire sugli autobus, come nell’Alabama di prima di Luther King, John Kennedy e Malcolm X.
Il ministro dell’apartheid, Roberto «Camicia Verde» Maroni, si costituisce parte civile contro la donna somala che ha denunciato di essere stata seviziata dalla polizia aeroportuale, però nel frattempo i Rom di Tor Vergata, a Roma, sono stati deportati ancora un po’ più in là: avevano pacificamente vissuto sull’argine del Tevere per anni, i bambini andavano a scuola e tutto, però poi li hanno costretti ad andare a Tor Vergata, estrema periferia, in mezzo al nulla, e ora sono nel nulla più nientificato chissà dove.
Il problema è che non sono somali o “zingari” balcanici magari musulmani, non sono nemmeno migranti cui si possa proibire di prendere l’autobus: sono tutti cittadini italiani, perciò danno fastidio.
Sono cittadini a pieno titolo proprio come i vicentini che vanno a votare o quelli di Pianura che resistono all’invasione della orrida politica dei rifiuti di Bassolino e soci, e quindi vengono denunciati: ai media basta pronunciare la parola «ultrà» per spiegare tutto, delinquenti e violenti. Le borse non la smettono di crollare.
E nemmeno la fragile e ipocrita buona coscienza del «bisogna combattere il razzismo», che il papa e il presidente della repubblica si dicono tra loro. Poi Napolitano firma i decreti che Berlusconi gli manda: la democrazia non ha bisogno di parlamenti, dice il Capo. Previsioni del tempo. di Pierluigi Sullo

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Cattolici, dalla delega in bianco ai "peccati di omissione"

Scrive padre Sorge: «La destra ha avuto buon gioco nel presentarsi come garante dell'ordine pubblico, promettendo "pugno di ferro" e "tolleranza zero". Se è stato determinante per vincere le elezioni, ora si ritorce negativamente sull'azione del Governo».
Possiamo dire così: «Oscuramento del principio di uguaglianza». Non è ancora razzismo dichiarato, ma ci siamo quasi. Mettendo in fila gli ultimi nefandi fatti di cronaca (inquietanti per un Paese civile!), colpisce l’assenza di una condanna unanime e inequivoca: dalla violenza dei vigili di Parma al cinese massacrato di botte, fino ad Abdul sprangato a morte a Milano per un pacco di biscotti.
C’è un nemico "sostanziale" che l’Italia ha individuato. Ci sono uomini e donne considerati un po’ meno degli altri. Siamo sulla terribile strada che offende la dignità umana. Eppure, ci si affretta a dire che non siamo razzisti, si tratta solo di sgradevoli episodi.
Sempre più, in realtà, straniero è uguale a delinquente, come se il crimine fosse iscritto nel loro codice genetico. S’è accorto del rischio anche Fini: «Occorre avere l’onestà intellettuale di ammettere che ci sono numerosi episodi di violenza, xenofobia e razzismo. Negarlo sarebbe sbagliato». E anche Napolitano ha riconosciuto che occorre «solidarietà agli immigrati e superamento del razzismo». M c’è chi soffia sull’intolleranza verso chi ha la "pelle nera", chiamandolo, con disprezzo, «sporco negro».
E non ce ne vergogniamo. Anzi. Applaudiamo anche ai provvedimenti contro la prostituzione, ma chi si preoccupa delle "schiave del sesso", tolte dalle strade sì, ma rese invisibili e più sfruttate?
«Il mio sangue è rosso come il tuo», ha scritto un ragazzo nero a Napoli, ma facciamo fatica a capirlo. In giro si respira troppo odio, alimentato da un linguaggio che mortifica e offende.

È vero, esistono gravi problemi di integrazione e di rispetto della legalità. Ma non è una buona soluzione la "politica al ribasso", che mira all’espulsione o a provvedimenti che soddisfano l’emotività degli elettori («ripuliremo Roma da tutti gli immigrati»). Il "pugno di ferro" e la "tolleranza zero", prima o poi, si trasformano in un crudele e terribile boomerang, che accresce ancor più l’insicurezza e la paura.
Come cittadini, ma soprattutto come cristiani, è triste assistere inerti e silenziosi (o zittiti) di fronte al tarlo del razzismo, corrosivo dell’umana e civile convivenza. Non ci riguarda? O forse, come il fariseo del Vangelo, ringraziamo Dio di non essere nati rom o negri? Chi è oggi il "nostro prossimo"? Ci dice ancora qualcosa la parabola del "buon samaritano"?
Cristiani sì, ma viviamo come se il Vangelo non esista, quasi che sui "valori" si possa patteggiare o chiedere un forte sconto per paura, convenienza o disciplina di partito. Per i cristiani, i valori dell’accoglienza e della carità non sono negoziabili, perché saremo giudicati sul comandamento dell’amore.
Come scrive padre Sorge, molti cattolici «oggi sono perplessi di fronte a scelte che si discostano dallo spirito cristiano e da quello della Costituzione», in entrambi gli schieramenti. Sono cattolici delusi, che non possono in alcun modo rassegnarsi, investiti dalla responsabilità di «costruire un giusto ordine nella società».
Dalla crisi di fiducia, oggi è possibile cogliere un «momento favorevole di rinnovamento» per costruire una "buona politica". È troppo chiedere ai politici cattolici, ovunque schierati, di «dire qualcosa di veramente cristiano», evitando il rischio «d’essere zittiti o di divenire insignificanti all’interno di formazioni dove un vero confronto è spesso impossibile o infruttuoso»?
La delega in bianco, come ricorda padre Sorge, non è lecita a nessuno, ma per i cristiani è un vero "peccato d’omissione". di Famiglia Cristiana

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Genova, una compagnia teatrale di Sinti e di Rom

Il suo nome è Sejad, ma tutti lo chiamano Sergio. Molto teso su una sedia, racconta una favola capovolta sull’ultima “zingara” di Auschwitz, dove i cattivi hanno gli occhi azzurri e le mani pulite, mentre i buoni hanno gli occhi scuri e le mani sporche, «e come se non bastasse sono zingari».
Sergio ha 24 anni, camicia azzurra, maglione blu a v, pantaloni scuri con la riga. Vive in un “campo nomadi” di Genova ed è uno dei ragazzi che si è presentato ieri alle selezioni per formare una compagnia teatrale speciale, l’unica del genere in Italia, formata da Rom e da Sinti, sul palcoscenico e dietro le quinte. Per diventare attori, musicisti, danzatori, e poi tecnici, organizzatori, addetti stampa.
Il progetto nasce dalla passione testarda di un attore e regista genovese, Pino Petruzzelli (in foto) del Teatro Ipotesi, che ha dedicato cinque anni per conoscere popolazioni che nessuno conosce, e in compenso tutti pretendono di giudicare. Un tempo molto lungo speso in viaggi per l’Europa che hanno dato vita al libro “Non chiamarmi zingaro”, pubblicato da Chiarelettere, e allo spettacolo “Zingari, l’olocausto dimenticato”.
Adesso Petruzzelli dal raccontare è passato al fare, e insieme alla cooperativa Agorà e all’associazione di Sant’Egidio ha organizzato un corso di formazione teatrale per dieci persone che comincerà a fine mese e si concluderà a maggio con un saggio-spettacolo.
I provini si stanno svolgendo in questi giorni, in un centro civico genovese della Valbisagno; fra gli insegnanti, gli attori Mauro Pirovano e Diana Pavlovic, ma anche il poeta sinto Olimpio Cari.
«La vita nei campi nomadi è inqualificabile» spiega Pino Petruzzelli «il corso è un tentativo di venir fuori da questa situazione. Il 70 per cento dei rom e dei sinti sono italiani a tutti gli effetti eppure sono costretti a nascondere le proprie origini per essere accettati. Alcuni sono laureati, altri dottori, dentisti, elettricisti, calciatori. Siamo sinceri, chi assumerebbe una badante rom o sinti? Come diceva Eduardo De Filippo, chi ruba è perché non ha altra scelta, proviamo a dargliela».
Intanto Sejad/Sergio ha finito il provino e racconta di quando alle elementari nessun bambino voleva sedersi in banco con lui: «Pensavo di essere sbagliato, mi sentivo colpevole, mi vergognavo. Adesso sono cambiato, appena conosco una persona dico subito che sono rom, se è intelligente capirà chi sono e potremo diventare amici».

Lui ha reagito ai pregiudizi, ha fatto il cameriere, il barista, ha preso il brevetto e adesso insegna nuoto ai bambini in piscina. Ha una fidanzata italiana, ama De André e va spesso alla sua tomba, a Staglieno. «Lo ammiro, lui non aveva paura del diverso».
Adesso sul palco ci sono tre ragazze, Carlotta di 17 anni e Izita di 14, nate a Genova, e Temra, 15, nata a Berlino. Cantano, recitano, ballano al ritmo della musica di Goran Bregovic. Le loro attrici preferite sono Angelina Jolie, Cameron Diaz. «Dopo tanti anni in Italia sarà l’occasione di farci conoscere, non siamo ladri di bambini» dice Ismet Cizmic, che ha 42 anni, nove figli ed è nonno «in ogni palazzo ci sono buoni e cattivi, figuriamoci in un popolo di 50 milioni di persone».
Izmet è nato a Sarajevo, suo padre è venuto in Italia nel ’69, due suoi figli hanno un lavoro in regola. E adesso i suoi occhi dicono di sperare e credere in questo progetto. «La compagnia teatrale sarà un’interazione, non un’integrazione, un discorso alla pari, non paternalistico» continua Petruzzelli «Della cultura rom e sinti mi ha colpito l’empatia, la capacità di entrare nel dolore degli altri: quante volte mi è capitato di trovare dei barboni ospiti alle loro tavole».

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Roma, nuova udienza del processo Reggiani

«Il volto insanguinato, le mani piene di graffi». Così nell'udienza di lunedì 6 ottobre del processo per l'omicidio di Giovanna Reggiani, aggredita e uccisa il 30 ottobre scorso nei pressi della stagione ferroviaria Tor di Quinto a Roma, un agente ha descritto la condizioni del presunto omicida, Romulus Nikolay Mailat, al momento del ritrovamento.
Davanti alla Corte d'Assise presieduta da Angelo Gargani sono stati ascoltati gli ispettori Stefano Valdannini e Sara Barrella, l'assistente Mario Forgetta e l'ispettore capo Franco Martinelli, della Polizia scientifica. Ricostruiti quindi i fatti, a partire dalla segnalazione di un autista dell'Atac fermato da una romena che gli disse di avere visto il corpo di una donna sotto un ponte. «La donna - ha ricordato l'agente Forgetta - aveva il maglione alzato, un solo stivaletto e i pantaloni abbassati senza slip. Il volto era tumefatto, il sangue usciva dal naso».
La supertestimone. Fu la stessa romena, indicata come la supertestimone Emilia Neamtu, «a pronunciare il nome di Mailat e invitarci a seguirla fino ad un accampamento poco lontano dal luogo del ritrovamento. Lì ci indicò una baracca dalla quale uscì Mailat - ha continuato il poliziotto - Aveva un giubbetto blu, sangue sul volto, graffi sulle mani e le scarpe infangate. Lo portammo via perché le altre persone del campo cominciarono a inveire contro di noi».
Sotto il letto di Mailat la borsa della vittima. Secondo il racconto degli agenti, inoltre, nella baracca dalla quale uscì Romulus Mailat fu trovata una borsa dentro la quale c'era una busta contenente un fodero di ombrello, uno scontrino di un negozio, un contenitore in plastica e un fermacapelli: «Rifacendo il percorso a ritroso dal luogo della baracca a dove fu trovata la Reggiani trovammo un ombrello dello stesso tipo di tessuto del fodero trovato nella baracca - hanno sostenuto i poliziotti - Lì vicino c'era anche una rete metallica sollevata al di là della quale trovammo un mazzo di chiavi, una scarpa-stivaletto dello stesso tipo di quella che indossava la vittima, un giubbotto, due maglioni uno dei quali macchiato di sangue in più punti, ma soprattutto segni in terra di trascinamento».
Il legale di Mailat: non ci sono tracce materiali. Piero Piccinini, legale di Romulus Nicolae Mailat, sostiene che tutti gli interrogativi e le perplessità restano e continuano a non esserci tracce materiali o biologiche: «Non sono state trovate tracce di sangue sugli abiti di Mailat, né sono stati trovati gli stracci che avrebbe dovuto usare per pulirsi».

«Ci sono troppe contraddizioni - ha continuato il legale - la pioggia non è sufficiente per cancellare il sangue dal viso del mio assistito. Tracce viste al momento dell'arresto avvenuto nel campo rom e che sarebbero sparite al momento del suo trasporto nella vettura della polizia. Tutto questo ci lascia delle perplessità. La signora Emilia (la supertestimone dell'accusa) ci è stato detto che è sotto protezione, che ha paura, ma la verità è che ancora non si trova. Quello che conta sarà sentire i due testimoni Dorin Obedea e Clopotar che ci possono aiutare a capire quello che è successo. Ho citato altri tre testimoni romeni, si tratta di persone che quella sera erano al campo rom e che sono in grado di fornirci gli orari degli spostamenti di Mailat nel campo. Cosa singolare è che nessuno del campo è stato mai sentito».
L'udienza è stata aggiornata a mercoledì prossimo, per sentire due medici legali e un agente che operò al momento del fatto. Tra le altre persone indicate dal pm Maria Bice Barborini anche il marito della Reggiani, l'ammiraglio Giovanni Gumiero, che dovrebbe essere sentito nelle prossime udienze: «Il mio assistito vive in una dimensione privata il suo dolore - ha detto l'avvocato di parte civile Tommaso Pietrocarlo - Se sarà convocato verrà a testimoniare in aula».

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Reggio Calabria, l'Opera Nomadi interviene sulla proposta di legge sulla casa

Oggi la questione della casa, a causa dell’aumento degli affitti e della crisi dei salari, rappresenta uno dei problemi sociali più importanti che interessa una larga fascia della popolazione non abbiente.
L’inclusione sociale di questi cittadini dipende in buona parte dalla casa, mentre la politica dell’alloggio sociale che dovrebbe affrontare questa situazione non da risposte adeguate ormai da tempo. Il patrimonio degli alloggi popolari in Italia è insufficiente ; rispetto all’intero patrimonio di immobili raggiunge una percentuale del 4% mentre in alcuni paesi europei è del 20%. La gestione degli alloggi popolari è assai poco efficiente .
Questi limiti della politica della casa sono stati causati in buona parte dalla legislazione che l’hanno regolata. Nella nostra regione, negli ultimi anni, è stata la legge regionale n. 32 del 1996 a regolare la politica dell’alloggio sociale in modo inadeguato.
Proprio per questo la nuova legge regionale sulla casa dovrebbe portare ad una svolta decisiva per dare risposte concrete, ma il testo proposto anche se esprime l’intenzione di migliorare la situazione, in buona parte, presenta gli stessi limiti della legge in vigore.
L’Associazione Opera Nomadi di Reggio Calabria da circa 30 anni si occupa di alloggi popolari per i cittadini rom e quindi ha sviluppato nel settore una buona esperienza, per questo intende offrire il proprio contributo partendo dal bisogno abitativo che esprimono i cittadini.
Secondo l’esperienza maturata dall’Associazione i principali limiti riscontrati nella proposta di legge n. 181 e nella norma attualmente in vigore si possono raggruppare nelle procedure di assegnazione e di gestione degli alloggi esistenti ma pure nell’azione di incremento del patrimonio erp ( edilizia residenziale pubblica). I nodi critici della normativa proposta si possono sintetizzare nei seguenti punti, continua a leggere…

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Ferrara, ma i Rom non fanno paura

Una questione spinosa quella dei rom di cui «si è troppo scritto e parlato male», come ha detto introducendo gli ospiti il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro. Ospiti guidati, più che moderati, da Gad Lerner che con interesse e consapevolezza ha affrontato un tema difficile, ma soprattutto quasi sconosciuto.
Al fianco del giornalista, Delia Grigore, scrittrice e docente universitaria rom rumena, Alija Krasnici, scrittore rom serbo e Alexian Santino Spinelli, musicista e docente universitario rom italiano.
Difficile partire dal soggetto stesso: rom, “zingari”, “nomadi” tante le definizioni poche le conoscenze. «Dire zingaro per definire un rom - ha chiarito subito Spinelli - è come dire mafioso per descrivere un italiano». Sono proprio gli stereotipi quelli che accompagnano da sempre i rom: un popolo di ladri e nomadi che non vogliono integrarsi. Nulla di più falso: perchè nelle due ore di incontro sono tanti i luoghi comuni che vengono cancellati: «Stiamo parlando di un popolo privo di amore per il lavoro - legge Lerner - che non è riuscito ad ambientarsi, nomade per definizione e negato all’attaccamento alla terra», una citazione da Contra Judaeos di Telesio Interlandi scritto nel 1929 ed indirizzato agli ebrei.
Da questa citazione nascono gli interventi per capire perché sia ancora consentito rivolgere parole del genere al popolo rom. La storia pare essere la prima indiziata, una storia che, come racconta Grigore, ha visto i rom di Romania essere schiavi per ben 5 secoli.
«Una schiavitù che ancora portano dentro - spiega la scrittrice - ancor oggi in Romania sono la parte più povera della popolazione. La loro fuga anche in paesi come l’Italia non è una questione di etnia, ma una questione economica». Impossibile trovare ricette dal breve appuntamento di ieri ma appare chiara una situazione: della cultura rom, gli italiani sanno poco o niente.«Eppure - racconta il musicista - la nostra cultura da secoli si interseca con la vostra, nella moda, nella musica, nel cinema». Un elenco che non dovrebbe essere necessario fare, perché la dignità e il credito sono diritti di un essere umano indipendentemente dai suoi meriti. «Non ci si dovrebbe domandare come fermare il flusso dell’immigrazione, ma cercare un modo per conciliare l’integrazione» ha concluso Grigore facendo scattare l’applauso del pubblico. Pubblico che lo stesso Lerner ha definito «amico», perché fuori dal Comunale la maggioranza dei pensieri non sembrano quelli dei presenti.

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Slovacchia, la xenofobia è un problema irrisolto nell'Unione europea

“Nell’Unione Europea le frontiere nazionali diventeranno virtuali: vedrete che questo risolverà anche i problemi delle minoranze etniche come quella ungherese vivente in Slovacchia.” – queste erano le profezie ricorrenti di politici, esperti e intellettuali alla vigilia dell’ampliamento dell’UE del 2004. Oggi, a quattro anni di distanza da questo vaticinio ufficiale, dobbiamo constatare con rammarico che in certi casi sta avvenendo addirittura il contrario: è proprio il caso della Slovacchia a dimostrare che, almeno nello stato attuale, la comunità europea non è in grado di affrontare dovutamente i particolari fenomeni di razzismo legati alla realtà dell’Europa centro-est.
Con l’ingresso dei 10 nel 2004, l’Unione ha ereditato anche una serie di conflitti risalenti alle guerre e ai trattati di pace del Novecento, mai risolti in maniera rassicurante in questa parte del nostro Continente. Il problema della minoranza etnica ungherese della Slovacchia risale al 1920, quando il dettato di pace di Trianon distaccò le regioni settentrionali del Regno d’Ungheria per creare uno stato nuovo, la Cecoslovacchia. Dopo espatriazioni di massa e tentativi vari di assimilazione forzata, la minoranza ungherese di Slovacchia oggi conta circa mezzo milione di anime (un decimo della popolazione slovacca) che conservano con orgoglio la loro identità culturale diversa. Dopo promettenti tendenze di pacificazione, negli ultimi due anni questa minoranza sta diventando il bersaglio principale della retorica nazionalista del governo slovacco attuale.
Vincitrice delle elezioni nel 2006, la coalizione esecutiva di Robert Fico comprende, accanto al partito dello stesso premier, lo SMER di vocazione social-democratica, due partiti nazionalisti radicali, fra i quali l’SNS di Ján Slota (in foto) occupa posizioni chiave nella politica culturale ed estera del Paese e influenza in una maniera crescente l’opinione pubblica slovacca. Subito dopo l’avvento al potere di questa coalizione di “sinistra nazionalista” si è registrato il rafforzarsi dei movimenti estremisti giovanili, che si manifestava innanzitutto in una serie di aggressioni fisiche contro ungheresi e altri stranieri, per motivi puramente ideologici. Nella serie di tali eventi spicca il caso, tuttora non risolto, della studentessa Hedvig Malina, ricordato più volte anche da Voce d’Italia.

Da allora la tensione cresce costantemente. I leader di SNS sembrano cercare costantemente il confronto: uno è rappresentato dalla propaganda verbale del leader Slota, che nelle sue orazioni politiche ricorre spesso agli attacchi contro i suoi “capri espiatori” preferiti, gli Ungheresi di Slovacchia e la stessa Ungheria; l’altro è il campo della politica culturale, in cui il Ministro attuale della pubblica istruzione ha già compiuto passi considerevoli per ribaltare il delicato equilibrio raggiunto negli anni scorsi fra Slovacchi e Magiari.
Si tratta prevalentemente di nuove limitazioni dell’uso della lingua madre delle minoranze, della discriminazione delle scuole di lingua ungherese nella distribuzione dei fondi europei, a cui si è aggiunta ora, a settembre la “riforma” dei testi scolastici di storia, geografia e letteratura, preparati per gli alunni delle scuole ungheresi, in cui da ora in poi le città della Slovacchia saranno menzionate esclusivamente con il nome slovacco, anche se si tratta di località di fondazione ungherese o abitate attualmente da una maggioranza ungherese.
Il cambiamento corrisponde, secondo il governo Fico, alle norme della nuova legge sull’uso della lingua in Slovacchia. Sarà vero; è chiaro in ogni caso che le restrizioni dell’uso libero della lingua ungherese corrispondono senz’altro alle aspettative maggioritarie della popolazione di identità slovacca, nel seno della quale si registrano oggi sentimenti xenofobi più forti che mai. Secondo un sondaggio recente, fra gli allievi slovacchi delle scuole medie è diffusissima l’avversione contro gli Ungheresi, che oggi risultano più odiati anche dei Rom e, secondo lo stesso sondaggio, la grande maggioranza degli adolescenti slovacchi pensa che l’uso della lingua ungherese in luogo pubblico dovrebbe essere proibito.
Mentre la diplomazia ungherese compie passi titubanti per impedire l’esasperarsi della situazione, Ján Slota sembra fare una virtù degli insulti sempre più ridondanti contro l’Ungheria stessa. Dopo aver ricordato il re medievale fondatore dello stato ungherese come “pagliaccio a cavallo” e il Ministro degli Esteri ungherese attuale, Kinga Göncz, “buona donna spettinata”, Slota ormai accusa l’Ungheria di tendenze revisionistiche e di nascoste tendenze di nazismo. D’altronde, secondo una sua detta ripetuta con predilezione, “la patria degli Ungheresi si trova nel Deserto Gobi e non nel Bacino dei Carpazi”.
Quando, la settimana scorsa, in seguito alla riforma slovacca dei testi scolastici, Kinga Göncz ha chiamato a rapporto l’ambasciatore della Slovacchia, il governo Fico si è dichiarato unanimamente “scioccato” da questo “tentativo di intervento ungherese negli affari interni della Slovacchia” e Slota ha parlato di “quella disgraziata”, in riferimento al capo della diplomazia ungherese.
José Manuel Barroso alcuni mesi fa ha dichiarato che gli attacchi xenofobi di Ján Slota non riguardano Bruxelles, perché sono da considerare un “affare interno slovacco”. Ma intanto il conflitto delle due nazioni europee si esaspera giorno dopo giorno, contribuendo a rafforzare anche le opinioni scettiche nei confronti dell’Unione. di Agnes Bencze

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lunedì 6 ottobre 2008

L'Italia è razzista

Da alcuni giorni tutti i media nazionali discutono sul tema del razzismo. Gli eventi delle ultime settimane hanno scalfito quell’invisibile muro che permea la società italiana. In molti stanno cercando di chiudere questa scalfittura con le solite considerazioni: sono fatti isolati, sono atti compiuti da balordi, la società italiana è tollerante e integrante…
E’ evidente che in molti hanno paura a cominciare di chi guida il Paese, il centro-destra. Perché è palese a tutti che non passa mese che su questo tema non scoppi una polemica che inevitabilmente coinvolge tutta l’Unione europea, perché l’Italia fa parte dell’Unione. E infastidisce essere tacciati, a livello europeo, e non solo, di razzismo.
Anche le forze politiche del centro-sinistra hanno paura perché sono consapevoli che tutto è iniziato quando loro guidavano il Paese. Certo si sono fatti prendere la mano dalle spinte della Lega Nord e di Alleanza Nazionale (ora confluita nel PdL) ma la responsabilità dell’emanazione dei “patti di sicurezza” è propria del Governo Prodi.
Oggi la situazione vede il centro-destra minimizzare, il centro-sinistra denunciare e i più importanti quotidiani nazionali sulla difensiva. Quest’ultimi sono ben consapevoli di essere stati parte attiva nel costruire un clima da “caccia alle streghe” nel Paese, come ben testimonia l’intervento di Roberto Natale (Presidente del FNSI).
La domanda che rimane sospesa è: l’Italia è razzista? Si, secondo il sottoscritto e per diverse ragioni. Prima fra tutte è data dal fatto che il nostro Paese non ha mai fatto un’elaborazione del lutto su quanto successo nel ventennio fascista. Perché è palese che quasi tutti gli italiani pensino di essere stati vittima dei nazisti e non alleati del nazismo, oltre che promotori del fascismo in tutta l’Europa. Il Paese si è lavato la coscienza con due anni di resistenza, fatta da pochi, e con il sangue di Benito Mussolini a Piazzale Loreto il 29 aprile 1945. In poche parole gli italiani si sentono vittime e non carnefici dei fatti successi nel ventennio fascista e di seguito durante la Seconda Guerra Mondiale.
La seconda ragione è da ricercarsi sempre nel ventennio fascista, il corporativismo. Questa forma di governo dell’economia, e non solo, non è mai stata sradicata in Italia e il risultato è che il “diverso”, chi non fa parte della corporazione viene di fatto escluso o meglio discriminato.
La terza ragione, più profonda, è data dal fatto che il razzismo o meglio le forme di discriminazione sono sempre presenti in ogni società e non si può mai dare per scontato di averle eliminate perché sono presenti nel dna del nostro essere società.
L’errore fondamentale è quello di credere che il razzismo si riproponga sempre nelle solite formule. Non è così. Certo verso alcune minoranze si continuano a perpetrare le stesse forme di discriminazione, come è evidente per i Sinti e i Rom. Però in assoluto le forme di discriminazione cambiano di continuo, si evolvono. Ma sottendono ad un’unica logica: il denaro o meglio la proprietà privata. E guarda caso le forme di discriminazione si acuiscono quando un Paese, un Continente o l’intero Mondo vivono una crisi economica.
Il ruolo della politica è fondamentale e in Italia negli ultimi due anni proprio la politica ha dato prova del peggio, insieme alla stampa, ma è indiscutibile che ogni individuo ha una propria responsabilità, non fosse altro che in questo Paese la “zona grigia” (chi sta alla finestra) è sempre maggioritaria. di Carlo Berini

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Roma, grande successo per il volume «Romanó Drom»

Grande successo per la presentazione in prima assoluta della raccolta di partiture musicali per orchestra sinfonica del musicista compositore Alexian Santino Spinelli dal titolo «Romanó Drom» (Carovana Romaní), svoltasi a Roma presso la prestigiosa sede della Feltrinelli Libri e Musica in Piazza Colonna.
Il volume contenente 11 brani, è pubblicato e distribuito a livello internazionale dalle Ut Orpheus Edizioni di Bologna, prestigiosa casa editrice di musica classica, in collaborazione con CNI Music. Saranno presentate anche le versione per Ensamble e per Fisarmonica sola.
Ogni volume ha un colore diverso: azzurro, verde e rosso i colori della bandiera Romanì riconosciuta all'ONU. Le opere nelle tre versioni di partiture per orchestra, partiture per ensamble e partiture per fisarmonica sola e voce sono presentate in sei lingue e anche i testi della linea vocale sono tradotti in sei lingue: romanì, italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco per una diffusione mondiale.
L'opera è unica nel suo genere perché è la prima raccolta di lavori per orchestra sinfonica composti e pubblicati da un Rom. “La presentazione di queste opere in tre versioni diverse pubblicate da una casa editrice specializzata nella musica classica è un riconoscimento enorme per la mia attività di musicista e per la cultura e l’arte romanì”. Ha affermato Alexian Santino Spnelli ai numerosi esponenti della stampa nazionale ed internazionale presenti all'evento.
“Da sempre e soprattutto nel periodo Romantico l’arte romanì è stata sfruttata dai grandi musicisti e compositori. Qui l’operazione che noi proponiamo va in senso opposto: l’orchestra sinfonica o ensamble classico che accompagna e sostiene un gruppo musicale Rom. Un direttore d’orchestra che volesse fare un omaggio all’arte o alla cultura romanì in qualsiasi parte del mondo oggi con queste partiture può farlo. E’ un contributo all’umanità e al patrimonio artistico e culturale universale”. Ha concluso Alexian.
Grande successo ha riscosso anche il concerto dell'Alexian group che nell'occasione ha presentato il nuovo CD musicale dal titolo «Me pase ko Murdevèlë - Io ac-Canto a Dio», (CNI Compagnia Nuove Indye).

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domenica 5 ottobre 2008

Il razzismo nelle "sfumature" di chi guida l'Italia

Il razzismo è un tema grave e delicato che va affrontato senza divisioni o contrapposizioni politiche. Lo ha sostenuto il presidente del Senato, Renato Schifani, intervistato nel salotto politico di "Domenica in", condotto da Monica Setta su Raiuno.
"Mi auguro che questo argomento -ha affermato il presidente del Senato riferendosi alle polemiche scatenate da recenti episodi di cronaca- sfugga alla polemica politica della contrapposizione dei blocchi". "Il tema del razzismo credo vada affrontato come è stato affrontato il tema della mafia, senza distinzioni di parte. Quando si affrontano temi così delicati bisogna coniugare una politica solidale, non vi possono essere governi che hanno fatto bene e governi che hanno fatto male. Sono temi troppo delicati strategici per poter vedere una spaccatura tra centro destra e centro sinistra. Ho sempre sostenuto che la mafia si batte con l'unita' delle forze politiche e così dovrebbe avvenire -ha concluso Schifani- per il razzismo".
Dalla tribuna della Festa della Libertà, Gianfranco Fini attacca i naziskin che "hanno la testa vuota"; e ribadisce che "sarebbe sbagliato negare che esiste un pericolo razzismo e xenofobia". Il presidente della Camera, dopo aver ricordato l'idea di costituire un osservatorio alla Camera per il razzismo, ha sottolineato il ruolo della politica per combattere ogni possibilità di razzismo: "Il razzismo nasce dalla diffidenza e dall'ignoranza e dalla paura nei confronti dell'altro che spesso è motivata [sic!]. Serve una politica chiara sull'immigrazione. Non si possono aprire le porte a tutti per un malinteso senso di solidarietà".
Non esiste un'emergenza razzismo in Italia secondo il ministro dell'Interno Roberto Maroni, che mette in guardia da eventuali "montature". "Non credo ci sia un'emergenza razzismo, sono episodi che vanno colpiti e saranno colpiti", ha detto il ministro a margine dell'intervento alla Festa del Pdl a Milano, commentando una serie di recenti episodi che hanno visto cittadini extracomunitari vittima di aggressioni o atteggiamenti razzisti.

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L’incubatrice del razzismo

Colonia, 20 settembre: divieto di una manifestazione razzista. Venezia, 15 settembre, esempi di oratoria all’annuale raduno della Lega: «Macché moschee, gli immigrati vadano a pregare e pisciare nel deserto» (Giancarlo Gentilini, che rivendica la primogenitura come “sindaco-sceriffo” d’Italia); «Non ci rompete più i coglioni con gli immigrati, vecchie facce di merda» (Mario Borghezio, parlamentare). Le storie parallele possono essere ingannevoli, e vanno maneggiate con cautela. Ma questo accostamento mostra il diverso senso di responsabilità di chi governa, dietro il quale vi è una diversa sensibilità delle opinioni pubbliche.
Le parole dette a Venezia sono il segno d’un degrado pericoloso, e non del parlar schietto di cui i leghisti si vantano. Nella loro brutalità, dovrebbero aiutare a comprendere meglio che cosa sta diventando questo Paese. Il linguaggio anticipa, accompagna, spiega. Invece, viene ormai ignorato (silenzio di quasi tutto il sistema dell’informazione sulla qualità dell’oratoria veneziana), mentre offre una traccia preziosa, seguendo la quale si chiariscono fenomeni che vanno ben al di là del mondo leghista.
La Lega e il territorio. I risultati delle ultime elezioni politiche ci hanno consegnato la Lega come vera vincitrice. E si è improvvisamente scoperto che la ragione forse più importante del suo successo sta nel rapporto che i leghisti e i loro amministratori hanno saputo stabilire con il «territorio».
Da qui molte considerazioni: non è vero che servono soltanto partiti «leggeri»; non è vero che tutto può essere affidato alle pure strategie comunicative; non è vero che i cittadini possono essere considerati solo come carne da sondaggio; non è vero che l’amministrazione oculata non paga. Indicazioni in sé importanti, se non altro perché mostrano come non esista solo il modello berlusconiano di raccolta del consenso, e dunque la vanità e l’insensatezza della corsa verso una indistinta postmodernità che consegnerebbe i partiti «popolari» soltanto all’archeologia politica (altra cosa, evidentemente, sono le tecniche nuove di costruzione d’un partito popolare nel terzo millennio).

Ma l’esperienza e il successo leghista sono fatti anche di altre cose, esattamente quelle che danno radici locali agli spiriti che i leader affidano, e non è la prima volta, alle alate parole citate all’inizio. Non siamo solo di fronte ad una esasperazione dell’intolleranza. Si sta costruendo anche un territorio in senso «etologico», rispondendo appunto a quell’«imperativo territoriale» di cui parlava Robert Andrey, che spinge molte specie a marcare confini, invalicabili anche se fisicamente invisibili, all’interno dei quali nessuno può penetrare e, se lo fa, scatta istintivamente una reazione anche violenta.
Andate altrove, ripetono ossessivamente i leghisti all’«altro» - immigrato, rom, omosessuale - riprendendo (inconsapevoli?) i paradigmi terribili del razzismo. Su questo s’innesta una identità esasperata che, in molte situazioni, diviene il più forte collante sociale. Di questo fenomeno profondo, di quest’idea premoderna impastata di terra e sangue, regressiva, lontanissima dal modo in cui i partiti popolari storici avevano costruito il rapporto con il territorio, vogliamo riconoscere l’esistenza, discuterne seriamente e mettere a punto strategie politiche per contrastarlo?
Un Paese mitridatizzato. Se questo non avviene, è perché si è creata nel tempo un’abitudine, un’assuefazione, in definitiva una rassegnazione. Uno storicismo da quattro soldi induce a pensare e ad agire registrando un successo della Lega di cui non resterebbe che prendere atto realisticamente. Di fronte a questo dato dovrebbe tacere la lotta politica, quella vera, che va alle radici culturali e sociali dei fenomeni. Ecco, allora, le debolezze delle varie sinistre, che si sono mosse senza essere capaci di sciogliere l’intreccio tra la nuova dimensione del localismo, ben individuata dalla Lega, e una serie di manifestazioni che non possono essere derubricate come folklore.
A questo si è aggiunta la narrazione berlusconiana, che va avanti da anni e che, quali che siano le «intemperanze» di Bossi e dei suoi, blandisce, rassicura, ammicca, dice che in fondo sono ragazzate che avranno un epilogo rassicurante nelle bicchierate del lunedì ad Arcore. Si coglie qui una furberia politica ed un messaggio rassicurante. «Vi garantisco che la Lega può essere addomesticata, che i leghisti non impugneranno mai i fucili di cui parlano». Si legittima così la politica della Lega in tutte le sue manifestazioni che, proprio perché appaiono paganti, finiscono per divenire un modello per alleati e concorrenti.
Inoltre, fino a quando la Lega continua ad esibire anche questa faccia, finisce in qualche modo con il dipendere dalla mediazione, politica o personale, di qualcun altro. Ma, in questo modo, nulla si fa per arrestare il degrado civile, l’involgarirsi generale del linguaggio che rivela l’abbandono di criteri fondativi della democrazia, l’eguaglianza e il rispetto della dignità delle persone in primo luogo.
E non è soltanto la Lega a portare la responsabilità della situazione che si è determinata.
Europa. Altri Paesi hanno conosciuto fenomeni simili ma, per intelligenza politica e consapevolezza culturale, hanno fatto in modo che potessero essere circoscritti. Questo spiega l’attenzione preoccupata dell’Unione europea per una serie di vicende italiane: assistiamo all’accelerarsi di dinamiche politiche e sociali che rendono evidenti non il rischio, ma la realtà di pratiche discriminatorie e di vere e proprie aggressioni razziste.
La risonanza europea di quel che sta accadendo non può essere attenuata esibendo qualche modifica di norme inizialmente più aggressive. È il contesto che, giustamente, inquieta. Vi è una preoccupazione delle istituzioni europee per il modo in cui le norme vengono concretamente applicate, e permangono i giudizi negativi sull’aggravante prevista per i reati commessi dagli immigrati.
Una delegazione della Commissione per le libertà pubbliche del Parlamento europeo ha appena concluso una sua visita in Italia proprio per acquisire direttamente elementi per valutare la situazione dei rom. L’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha pubblicato un rapporto sull’assalto al campo rom di Ponticelli. Da qui vengono le contestazioni a rappresentanti del Governo italiano nel corso di una conferenza a Bruxelles: e i nostri diplomatici, invece di levare inutili proteste, dovrebbero aiutare il Governo a comprendere le reazioni europee, il clima che ormai avvolge le politiche italiane in materia di immigrazione, e non solo.
Immigrati buoni e cattivi. Questa distinzione ricorre continuamente nelle discussioni, per mettere in evidenza che le politiche ispirate alla sicurezza pubblica non devono essere temute da chi è venuto nel nostro paese con buone intenzioni, e qui lavora e si comporta correttamente.
Ma chiunque conosca la realtà di molte prefetture e questure, delle modalità dei controlli di polizia, sa che troppo spesso le cose vanno in modo diverso. Mi riferisco ai casi in cui è certo che ci si trova di fronte ad immigrati regolari, a situazioni in cui non esiste alcun pericolo. Molte volte, parlando con immigrati regolari alle prese con le estenuanti e inutili trafile per i continui rinnovi del permesso di soggiorno, ho sentito questa frase: «ci trattano come animali».
Vorrei che il ministro Maroni impartisse disposizioni severe perché ogni persona venga rispettata, soprattutto quando si trova nella condizione di non poter nemmeno protestare, non dico abbozzare una reazione. No, allora, alle urla, agli atteggiamenti intimidatori, all’uso del tu come se ci si rivolgesse ad esseri inferiori, agli apprezzamenti sui tratti del viso o sulle donne, all’insofferenza verso qualsiasi richiesta di spiegazioni. Lì, in quei luoghi, l’immigrato incontra lo Stato. Solo se lo vedrà accogliente riuscirà a rispettarlo.
Razzismo? La parola spaventa, ma dev’essere pronunciata. Di fronte a vicende drammatiche, e spaventosamente eloquenti, ecco subito l’esorcismo: Milano non è razzista, Roma non è razzista e via elencando paesi e città. Che cosa vuol dire? Vi è una specie di immunizzazione territoriale per cui qualsiasi cosa accada in certi luoghi il contagio razzista è impossibile?
Sappiamo che non è così. I razzisti sono tra noi, non in Italia soltanto, ma noi dobbiamo chiederci se stiamo facendo abbastanza non solo per combatterli, ma per evitare che si sentano i veri rappresentanti del tempo. di Stefano Rodotà

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