venerdì 28 novembre 2008

Venezia, Genitlini sarà probabilmente processato per istigazione all'odio razziale

E’ molto probabile che Gentilini verrà processato per l’accusa di istigazione all’odio razziale. La Procura di Venezia si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per il vicesindaco di Treviso.
Due giorni fa sono stati depositati gli atti dell’inchiesta e ora, entro 20 giorni è attesa una sua memoria. Intanto lo Sceriffo ai giornalisti che lo incitano a parlare dice di non voler rilasciare dichiarazioni fino a quando non avrà a disposizione gli atti ufficiali.
Giancarlo lo scorso 14 settembre alla Festa della Lega, davanti al “suo” popolo radunato a Riva degli Schiavoni, usò parole davvero pesanti contro gli immigrati e i Rom. Disse per esempio «Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani, se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero».
Il pm Carlo Mastelloni, titolare del fascicolo su Gentilini e anche di quello riguardante il gesto del dito medio fatto dal ministro Umberto Bossi all’indirizzo dell’Inno di Mameli, ha chiuso l’inchiesta e pare che voglia procedere con la richiesta di rinvio a giudizio.
In questi giorni l'ASGI ha provveduto a dare una forma definitiva alla denuncia contro Gentilini. Sucardrom invita i singoli e le associazioni a mettersi in contatto con Piero Colacicchi (pierocolacicchi@tele2.it) di OsservAzione per avere copia della denuncia e presentarla in tutti i Tribunali italiani.

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Strasburgo, approvata la Carta dei Diritti dei Rom a livello europeo

Il 24 ed il 25 novembre a Strasburgo, presso il Consiglio d' Europa, si è svolta l'Assemblea Plenaria dell'European Rom and Travelers Forum (ERTF) al quale Alexian Santino Spinelli ha preso parte in qualità di Rappresentante Italiano.
In veste di rappresentante dell' ERTF Alexian è stato ricevuto dall'Ambasciatore italiano Sergio Busetto nella la sede della Rappresentanza Permanente dell'Italia presso il Consiglio d'Europa a Strasburgo . Nel corso dell'incontro Alexian ha presentato le sue 10 proposte per la risoluzione dei problemi con la comunità Rom e Sinta in Italia che l'ambasciatore ha accolto molto positivamente.
L'Assemblea Plenaria dell'ERTF ha concluso i lavori approvando la "Carta dei Diritti dei Rom a livello europeo". Importanti sono stati gli interventi di Thomas Hammarberg, Alto Commissario per I Diritti Umani al Consiglio d'Europa e di Andzej Mirga rappresentante dell'ufficio OSCE -ODHIR per l'Istituzione democratica e i diritti umani.
Recentemente, dal 23 al 26 ottobre 2008, a Zagabria (Croazia) si è svolto, inoltre, il VII Congresso Mondiale della International Rom Union (I.R.U.), organizzazione non governativa che rappresenta la Popolazione Rom all'ONU. Alexian Santino Spinelli è stato eletto Vice Presidente della IRU ed è quindi entrato a far parte del Presidium, composto dalle più alte cariche dell'Organizzazione, che il 23 ottobre è stata ricevuta dal Presidente della Repubblica della Croazia Stjepan Mesi.
In tale occasione Alexian Santino Spinelli ha fatto omaggio al Presidente della Repubblica Croata di una copia della sua raccolta di partiture per orchestra sinfonica dal titolo "Romano Drom", volume che è stato ufficialmente presentato nel pomeriggio, presso l'Istituto per Etnologia e Folkloristica di Zagabria alla presenza di numerose personalità del mondo della musica e della cultura e dell' editore Roberto De Caro (Ut Orpheus Edizioni).Il volume, contenente 11 brani, è pubblicato e distribuito a livello internazionale dalle Ut Orpheus Edizioni di Bologna, prestigiosa casa editrice di musica classica, in collaborazione con CNI Music. Sono state presentate anche le versioni per Ensamble e per Fisarmonica sola. Ogni volume ha un colore diverso: azzurro, verde e rosso i colori della bandiera Rom riconosciuta all'ONU. L'opera, unica nel suo genere perchè è la prima raccolta di lavori per orchestra sinfonica composti e pubblicati da un Rom.

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Ungheria, la società è piena di pregiudizi

La società ungherese è piena di pregiudizi verso la minoranza rom, mentre non è lo stesso verso altre minoranze, come quella di lingua tedesca o croata, secondo quanto emerge da un recente sondaggio pubblicato oggi dal quotidiano Nepszabadsag.
L’avversione contro i rom, che rappresentano circa il 7% della popolazione, è quasi generale; la maggioranza giudica 'estranea' la loro cultura e lingua, tollera malvolentieri che i rom “siano sempre più numerosi”.
Secondo il 75%, i rom “non osservano le leggi”, e intascano “troppi sussidi statali”. Tali pregiudizi sono molto meno avvertiti verso per le minoranze tedesca o croata.
Relativamente pochi (24%) sono quanti considerano un arricchimento la convivenza con i Rom. L'unico tratto positivo fra i Rom, sempre secondo le risposte, la forte solidarietà dentro la famiglia. Gli ungheresi credenti sono un po' meno ostili verso i rom che verso gli atei o non praticanti. “E' emerso chiaramente che la gente si forma un’opinione basandosi soprattutto più su pregiudizi nella società che su esperienze dirette: viviamo fra malaugurati stereotipi e pregiudizi”, ha commentato il responsabile del sondaggio Janos Wildmann.

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Parma, sabato la manifestazione contro il razzismo e la Carta di Parma

"Le aggressioni dei gruppi della nuova destra, le provocazioni della Lega e le norme antimigranti contenute nel pacchetto sicurezza ispirato dalla “Carta di Parma”, vogliono schiacciare ogni possibile solidarietà tra italiani e immigrati, scaricando sui più poveri il peso della crisi economica.
Nella Carta della Sicurezza Urbana, infatti, possiamo trovare due ordini di richieste fondamentali: l’aumento dei poteri ai sindaci per quel che riguarda il controllo del territorio e la disposizione di finanziamenti per le cosiddette opere di riqualificazione.
Il controllo del territorio e la conseguente azione repressiva disposta dai sindaci è a nostro avviso funzionale a mantenere i migranti e le fasce più deboli della popolazione in condizioni di estrema ricattabilità sociale.
La conseguenza economica di tale ricatto è il mantenimento del costo della manodopera a bassi livelli generando così grave; uno scenario di “guerra fra lavoratori”, per cui il ricatto finisce per cadere sulla testa di tutti: per lavorare, migranti ed italiani, sono costretti ad accettare salari sempre più bassi.
Le opere di riqualificazione, inoltre, permetteranno di ‘recuperare’, cioè rendere più belle e appetibili dal punto di vista del mercato, le zone delle città che hanno perso di valore perché abitate da proletari e stranieri, permettendo ai proprietari d’immobili di vedere il proprio patrimonio aumentare di valore grazie all’intervento pubblico. Questa sicurezza a noi non interessa perché estetica e funzionale al mantenimento degli interessi economici di poche persone.
Inoltre, per attuare senza opposizioni questi provvedimenti, si è cercato di infondere insicurezza negli abitanti delle città attraverso martellanti campagne mediatiche, con conseguente aumento della tensione sociale e dell’odio razziale.
Non è un caso se negli ultimi mesi abbiamo assistito all’omicidio di 6 ragazzi africani a CastelVolturno, all’omicidio di Nicola a Verona, all’omicidio di Abba a Milano, al pestaggio di un operaio cinese a Tor Bella Monaca, a quello di Emmanuel a Parma, agli inviti da parte di gruppi di Alleanza Nazionale e dell’estrema destra al linciaggio di una comunità di africani a Pianura, e una lunga lista di aggressioni potrebbe continuare…

Queste violenze sono la diretta conseguenza del clima di odio razziale e di caccia all’immigrato o al Rom scatenato dai partiti politici di destra e di centro-sinistra, dai governi che si sono succeduti in questi anni e dalle amministrazioni locali. Utilizzando lo spauracchio dell’immigrato, descritto come l’origine di ogni crimine e di ogni male, si cerca di dividere i lavoratori e di deviare contro lo “straniero” la rabbia per le proprie condizioni di vita.
L’estrema destra si è volentieri fatta carico del compito di fomentare l’odio, diffondendo idee razziste nelle scuole e nei quartieri, spalleggiando così il governo e reclutando giovani per le loro vigliacche azioni di gruppo contro omosessuali, migranti e militanti della sinistra.
Per sconfiggere il razzismo vogliamo invece ricostruire le ragioni della solidarietà e dell'unità tra sfruttati. Leggi le richieste dell’Assemblea contro il razzismo e la carta di Parma…

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Serbia, la povertà è su larga scala

Nei Paesi che si trovano nel processo di transizione sociale la povertà colpisce molti strati sociali e avviene una stratificazione della società su larga scala. Quando la transizione in una società avviene in concomitanza con la globale crisi economica il numero dei cittadini poveri aumenta notevolmente.
Mentre i media di tutto il mondo parlano delle perdite di miliardi nelle borse in tutto il mondo e in parlamento serbo è in corso la discussione sulle retribuzioni di molte migliaia di euro che i dirigenti delle ditte pubbliche assegnavano a se stessi, gran parte della popolazione serba ha molti problemi per comprare i prodotti di prima necessità e pagare le bollette.
Negli ultimi decenni la povertà colpiva gli stessi strati sociali. La popolazione rurale della Serbia è la più povera. Secondo i dati del governo serbo quasi il 20% di abitanti di queste regioni è povera. Le persone con scarsa educazione, non impiegate e che hanno più di 65 anni e le famiglie con due e più bambini sono le più povere. Negli ultimi anni anche i bambini che hanno meno di 14 anni fanno parte di questa categoria della popolazione.
Sebbene il tasso di povertà sia stato abbassato in tutte le regioni del nostro Paese, le differenze tra la popolazione rurale e quella che vive nelle città sono diventate più profonde. Quasi il 10% delle famiglie che vivono nei villaggi è povero, mentre soltanto il 4% della popolazione che vive nelle città è povera.
Le differenze si sono aggravate notevolmente nel periodo tra l’anno 2002 e il 2007. Se si paragona il comune di Belgrado, il cui tasso di povertà nell’anno 2007 era il 3%, con le zone rurali della Serbia sud-orientale, emergerà che il rapporto tra il tasso di povertà ammontava al 6,2%, mentre cinque anni prima esso era soltanto il 2,9%.
Secondo gli ultimi dati dell’Istituto statale per la statistica nell’anno 2008 il salario medio nei comuni più ricchi, Surcin, Beocin e la Belgrado nuova, ammontava a circa 50 mila denari, vale a dire 570 euro. Nei comuni più poveri, Bela Palanca, Bojnik, Svrljig, il salario medio non superava 14 mila denari, ossia 160 euro.

Sociologi e analisti da anni avvertono che l’educazione della popolazione sia una delle condizioni elementari per la diminuzione della povertà. Sebbene l’educazione elementare e media in tutta Serbia sia gratuita, dall’ultimo censimento che è stato effettuato nell’anno 2002, è emerso che all’incirca 1,3 milioni di persone non hanno terminato la scuola elementare e che un milione e mezzo ha terminato soltanto il primo grado di educazione pubblica.
I capifamiglia di più del 70% delle famiglie povere hanno soltanto l’educazione elementare oppure non hanno nemmeno questa. La percentuale della popolazione più educata in tutte le regioni della Serbia è bassissima.
Per quanto riguarda le famiglie, le più povere sono quelle che hanno sei o più membri, ossia il 18% della popolazione e il 33% dei poveri. La povertà delle famiglie che hanno 7 e più membri è diminuita di più nel periodo tra il 2002 e il 2007. Anche se gli organi rispettivi del nostro stato cercano di aumentare il tasso di natalità, spesso purtroppo il maggior numero di figli apporta la povertà
La storia sulla povertà in Serbia non può ignorare la popolazione rom. La metà della popolazione rom che è stata integrata nella nostra società è povera, mentre gli abitanti rom che vivono nelle baracopoli rappresentano lo strato più povero, il cui numero non si può precisare. di Mirjana Nikolic

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mercoledì 26 novembre 2008

Rom e Sinti, la partecipazione attiva

Rilanciamo l’interessante testo di Nazzareno Guarnieri (in foto) sulla partecipazione dei Sinti e dei Rom. Guarnieri riprende il tema della partecipazione attiva e propositiva (empowerment), contrastando tutte quelle forme di partecipazione passiva e strumentale. Sucar Drom già da alcuni anni ha posto l’attenzione su questo tema con diversi interventi, segnaliamo "partecipazione, interazione e mediazione culturale". Oggi Guarnieri ridefinisce con maggiore forza questo concetto.
La partecipazione è oggi una strategia essenziale per le politiche di sviluppo, strategia che può mettere in discussione il modello dominante degli interventi di sviluppo se è collocato in una prospettiva di trasformazione sociale che si espande oltre i confini di un intervento specifico. Ma cosa si intende per partecipazione? La "partecipazione" non nasconde nella pratica un significato che dipende da interessi materiali dei soggetti che lo utilizzano?
E’ evidente una diversità di interpretazione e soprattutto un differenza tra la retorica e la pratica. Certamente la partecipazione attiva è oggi diventata uno “slogan” alla moda ricorrente in qualsiasi documento di progetto per Rom e Sinti, infatti nella realtà si registra una prevalenza del significato funzionale e strumentale della partecipazione di Rom e Sinti, in cui la partecipazione è solo un mezzo per raggiungere un fine determinato e che quindi NON si espande oltre i confini dell’intervento specifico.
- La partecipazione come un mezzo. Quindi una modalità di “partecipazione che privilegia i risultati della partecipazione con il coinvolgimento di Rom e Sinti come mezzo per raggiungere gli obiettivi di un progetto, per esempio:
a) una semplice informazione dei Rom e dei Sinti sugli obiettivi e le modalità di realizzazione del progetto,
b) una consultazione dei Rom e dei Sinti per utilizzare le loro conoscenze e capacità.
c) l'utilizzo occasionale ed improvvisato di Rom e Sinti nella realizzazione di progetti già definiti.
Cioè una partecipazione “condizionata” imposta dall’alto o anche il risultato di una presenza per ottenere i benefici materiali offerti dal progetto.
Infatti tutti i documenti di progetti per Rom e Sinti affermano di promuovere la partecipazione ad un intervento già strutturato nelle sue logiche di fondo, negli obiettivi e nelle metodologie, senza alcuna possibilità reale per Rom e Sinti di poter incidere nelle scelte, e la eventuale reale presenza di Rom e Sinti in questi progetti avviene solo per accedere ad alcuni benefici materiali e personali, questa è una pratica riduttiva delle partecipazione.
E’ sufficiente questa modalità della partecipazione per migliorare le condizioni di vita di Rom e Sinti, per incidere sulle scelte politiche ed evitare di ripetere gli errori del passato?
- La partecipazione come un fine. La condizione di esclusione e di discriminazione di Rom e Sinti non deriva solamente dalla privazione di beni materiali, ma dalla impossibilità di interagire nelle dinamiche sociali, culturali, politiche ed economiche che formano la nostra condizione di vita.
È evidente quindi che in questo contesto di “disconoscimento” delle nostre minoranze la partecipazione non può essere una questione di occasionale coinvolgimento più o meno sostanziale di Rom e Sinti, ma la partecipazione deve essere un processo per influenzare le scelte che determinano la nostra esistenza individuale e di gruppo. di Nazzareno Guarnieri, continua a leggere…

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Roma, anche i leghisti sono contro le impronte…

Impronte digitali alla Camera? Ai bimbi rom non sono state rilevate, non si penserà davvero di prenderle adesso ai deputati? La rivolta è partita col tam-tam sotto traccia, giusto un insofferente chiacchiericcio in Transatlantico, per approdare poi alle carte bollate che infine hanno sancito il successo contro l'operazione che, appena due settimane fa, era stata battezzata con una certa enfasi come "rivoluzione elettronica". Troppo invasivo quel meccanismo pensato per costringere ogni onorevole a votare per sé e non per il collega: violerebbe la privacy, sentenzia l'Avvocatura della Camera con un parere sollecitato dai malpancisti e prontamente servito. Le impronte saranno sì registrate, ma solo su base volontaria, a chi accetterà di sottoporsi alla rilevazione. E a Montecitorio ieri c'era già chi festeggiava.
L'intento, si ricorderà, è quello di bandire lo spettacolo poco decoroso dei deputati pianisti, sempre lì a sbracciarsi per votare al posto del vicino assente così da non fargli perdere la diaria. Il 6 novembre l'ufficio di presidenza della Camera ha approvato all'unanimità il via libera all'operazione, fortemente voluta dal presidente Gianfranco Fini: installazione dell'impianto, sperimentazione nelle prossime settimane, partenza ufficiale il primo febbraio. Costo della sofisticata macchina per la rilevazione delle impronte in ciascuno dei 630 scranni: 450 mila euro (390 mila più iva, per l'esattezza). Ma ogni rivoluzione, si sa, deve fare i conti con il riflusso e alla Camera dei deputati è arrivato prima che la rivoluzione esplicasse i suoi effetti.
"Da più parti erano state sollevate perplessità legate alla tutela della privacy - spiega il vicepresidente centrista Rocco Buttiglione - La creazione di un registro delle impronte, in effetti, costituisce un problema oggettivo, al di là delle lamentele dei singoli. Abbiamo chiesto perciò un parere all'Avvocatura (ufficio legale della Camera, ndr) che ha confermato quelle perplessità". Tutto lecito e opportuno, sostengono i "giuristi" di Montecitorio nel documento, ma la rilevazione andrebbe fatta "solo su base volontaria", è il suggerimento.

E così avverrà. Le proteste più veementi sembra che siano piovute sulla presidenza Fini proprio dai banchi della maggioranza, Carroccio in testa. "L'esito non poteva che essere quello - se la ride soddisfatto il baffuto leghista Matteo Brigandì, avvocato di mestiere - La registrazione delle impronte, come abbiamo fatto notare in tanti, non potevano certo imporla. E poi, politicamente parlando, non l'hanno voluta per i rom, non vedo perché dovremmo farla noi. Io non concederò la rilevazione delle mie e così molti miei colleghi. Altri facciano quello che vogliono". E siccome a pensarla così non saranno in pochi, alla presidenza della Camera stanno pensando alle contromisure.
"Tra le ipotesi in cantiere c'è anche quella di istituire forme di pubblicità degli elenchi di chi si sottoporrà e chi non si sottoporrà alla rilevazione delle impronte, in rispetto al dovere di trasparenza" spiega Buttiglione. Un po' come da qualche giorno avviene col registro delle presenze alle votazioni, pubblicato sul sito della Camera. Ma basterà a convincere i più riottosi?
"La verità è che tutto si risolverà ancora una volta in una presa in giro per i cittadini - protesta la dipietrista Silvana Mura, tra i big sponsor dell'operazione anti pianisti dentro l'ufficio di presidenza - È stato speso mezzo milione di euro per conseguire ora un risultato che certo non è quello che il presidente Fini intendeva perseguire. La furbizia di pochi vanificherà il risultato, i pianisti non scompariranno e il Parlamento farà la solita figuraccia". di Carmelo Lopapa

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martedì 25 novembre 2008

Milano, Finazzer Flory si tira indietro...

Dopo tante polemiche, ecco l’intervento del neoassessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory che ha scelto AffariItaliani.it per la sua prima intervista – manifesto. Massimiliano Finazzer Flory parla piano, scandendo le parole, riflettendo su ogni termine. Sottolineando con il tono di voce i concetti più importanti.
Ma si perde quando arriva la domanda sull’evento da organizzare a Monza per far conoscere ai milanesi le culture sinte e rom. Infatti, il neo assessore fa una giravolta degna del migliore acrobata da circo (non ce ne vogliano i bravissimi circensi) e afferma: “io parlavo di nomadismo antropologico, ricordando la cultura, ad esempio, ebraica, cristiana, delle migrazioni”.
Secondo Finazzer Flory è stato tutto un equivoco. Infatti, secondo lui “è un caso emblematico. Trovo legittimo che la politica e che alcuni politici traducano le parole a partire dai loro interessi politici ma queste parole sono prepolitiche, sono metastoriche. Probabilmente non sarà l'ultima volta, questa dei rom e dei nomadi, nella quale misureremo la distanza tra i due lessici. La mia sfida è di riscrivere la sintassi del rapporto con la politica. Altrimenti a che serve la cultura?”
Bene Finazzer Flory, anzi male. Nei prossimi giorni Le invieremo un breve testo in cui saranno elencati alcuni dei tantissimi apporti dati dalle popolazioni sinte e rom alla cultura europea. Uno stimolo per non dimenticare il suo stesso slogan: "C'è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima" (Albert Camus).

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Bologna, indagati poliziotti per false accuse contro Rom

Il filmato di una telecamera di sicurezza “inchioda” quattro agenti del Reparto Mobile di Bologna per gli arresti conseguenti a una presunta rapina nel parcheggio di una sexy discoteca di Casalecchio. Coinvolti nella vicenda quattro poliziotti: tre che firmarono i verbali dell'arresto e uno che denunciò il tentativo di rapina da parte di tre Rom.
Dal filmato acquisito dal magistrato, però, la dinamica dei fatti non risulta come raccontata dagli agenti che ora si trovano indagati dal Pm Antonello Gustapane per arresto illegale, calunnia, falso ideologico, lesioni aggravate e frode processuale.
I fatti risalgono alla notte tra il 7 e l’8 ottobre scorsi. Secondo quanto riferito allora, il fatto avvenne dopo una festa organizzata dal VII reaprto Mobile per la raccolta di fondi a scopo di beneficenza. A fine serata, uno dei partecipanti alla cena era uscito dal locale per caricare in macchina alcune attrezzature, fra cui una videocamera digitale e - secondo la versione dei poliziotti - venne aggredito per una rapina nel parcheggio.Dopo - sempre in base al rapporto di allora - intervennero anche alcuni colleghi e dopo una violenta colluttazione i tre Rom vennero bloccati e arrestati. Ma un filmato registrato da una telecamera di sicurezza, acquisita dal Pm, avrebbe mostrato una dinamica diversa e che non ci fu rapina. Oggi Gustapane ha sentito come testi altri poliziotti del reparto Mobile.

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Appello promosso dalla Federazione Italiana Medici Pediatri di Modena

Curare gli indigenti, soprattutto i bambini, è un dovere deontologico per tutti i medici, ma è un imperativo etico per un paese civile. Non cancelliamo con un decreto un diritto costituzionale.
..."chi di questi ti sembra stato il prossimo di colui che fu ferito dai briganti ?" Quello rispose "chi ha avuto compassione e si è preso cura di lui" ed Egli disse "va e fa anche tu lo stesso" (Vangelo secondo Luca)
L'art. 32 della Costituzione Italiana sancisce come diritto fondamentale dell'individuo il diritto alla tutela della salute e garantisce agli indigenti il diritto alle cure gratuite, anche nell'interesse della collettività.
Il DL 286/ 98 all'art. 35 prevede la gratuità delle cure urgenti ed essenziali anche agli stranieri non iscritti al SSN, privi di permesso di soggiorno, e privi di risorse economiche e non prevede nessuna segnalazione, salvo i casi di obbligatorietà di referto, come per i cittadini italiani.
La Lega Nord - Padania ha presentato attraverso 5 Senatori un emendamento che prevede l'abrogazione del comma 5 dell'art. 35 e abolisce la gratuità della prestazione urgente ed essenziale agli stranieri non iscritti al SSN e privi di risorse economiche, e propone inoltre l'obbligo per le autorità sanitarie di segnalarli all'autorità competente.
I Pediatri di libera scelta aderenti alla FIMP ( Federazione Italiana Medici Pediatri ) operanti nel SSN, sottoscrittori di questo appello, ritengono gravissimo tale emendamento che finirebbe per respingere in sacche di esclusione la popolazione più indigente e ne richiedono il ritiro: esso non è soltanto la negazione di un diritto costituzionalmente sancito, ma costituisce anche un pericolo per la tutela della salute della collettività, per la mancata cura di patologie anche gravi, con conseguente rischio di diffusione e rappresenta inoltre un pericoloso passo legislativo verso l'abolizione del diritto alla cura.
Ritengono inoltre che la segnalazione all'autorità competente di un paziente indigente sia in aperto contrasto con il codice etico ordinistico al quale i medici debbono attenersi e di cui affermano il primato.
Denunciano con preoccupazione che tale emendamento priverà della assistenza sanitaria essenziale migliaia di bambini divenuti "per Decreto invisibili e senza diritti" in totale contrasto con la Convezione ONU sui diritti del fanciullo e richiedono che lo Stato Italiano firmatario con
L. 176/91 della Convenzione ONU di New York del 20.11. 1989 sui diritti del fanciullo garantisca ad ogni minore straniero il pieno diritto di usufruire delle prestazioni mediche pediatriche a prescindere dalla regolarità del soggiorno.
Richiedono quindi a tutti i colleghi Pediatri, a tutti i Medici, agli Operatori Sanitari e a tutti i Cittadini Italiani ai quali stanno a cuore i fondamenti dello stato sociale e la solidarietà di sottoscrivere questo appello. Sottoscrivi anche tu l’appello…

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lunedì 24 novembre 2008

Roma, no ai "campi nomadi" fuori dal Raccordo Anulare

No al trasferimento dei “campi nomadi” di Roma fuori dal Grande Raccordo Anulare. Lo hanno fatto sapere, in una nota unitaria, i Sindaci di undici Comuni dell'hinterland romano che venerdì scorso si sono riuniti all'Hotel Victoria di Tivoli Terme, dopo aver registrato una crescente preoccupazione delle comunità locali, anche in relazione alle recenti dichiarazioni del Sindaco di Roma Gianni Alemanno, il quale vorrebbe trasferire fuori dal Raccordo i campi nomadi della Capitale.
Al termine dell'incontro, i Sindaci dei Comuni di Tivoli, Guidonia Montecelio, Monterotondo, Pomezia, Fonte Nuova, Ciampino, Zagarolo, Frascati, Cerveteri, Ladispoli e Anguillara Sabazia hanno sottoscritto un documento unitario, inviato questa mattina al Presidente della Provincia di Roma e per conoscenza al Prefetto di Roma, in cui affermano, tra l'altro “che lo spostamento dei campi nomadi lontano dai centri abitati della Capitale non farebbe altro che - come è già accaduto negli ultimi anni - trasferire ai Comuni dell'hinterland confinanti con Roma i problemi di convivenza e di integrazione sociale attualmente esistenti poiché, vista la conformazione del territorio, ciò porterebbe inevitabilmente a creare le nuove strutture vicino ai centri abitati dei nostri Comuni, vanificando in un solo colpo il lavoro svolto e le risorse utilizzate finora per l'integrazione degli stranieri nei nostri territori”.
“Questa complessa situazione - hanno scritto i Sindaci - deve essere affrontata non cercando di trasferire problemi di difficilissima soluzione ad altri enti - tra l'altro con molte meno risorse economiche rispetto a Roma e strutture non organizzate per affrontare emergenze sociali di questo tipo e portata - ma attraverso un processo di coinvolgimento e di partecipazione, tenendo anche conto dei programmi per l'istituzione dell'Area Metropolitana, di tutti gli enti e le istituzioni, a partire dalla Provincia di Roma, dalla Regione Lazio, dai Comuni dell'hinterland, dalla Prefettura e dalla Questura”.
Nel documento i primi cittadini chiedono al Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti (in foto) “di farsi portavoce delle preoccupazioni delle comunità locali e di assumere un ruolo di coordinamento per coinvolgere tutti i soggetti e gli enti interessati, compresi i Comuni dell'hinterland, con l'obiettivo di affrontare con un metodo condiviso l'intera questione e pianificare di comune accordo i programmi da adottare e le decisioni da prendere”. di T. San

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Mantova, Dova! Basta! Enough! Assez!... Per l’uguglianza contro le discriminazioni

Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni di Mantova ha organizzato una giornata seminariale all’interno della rassegna “rintracciarti” per il giorno giovedì 27 novembre dal titolo: “Dova! Basta! Enough! Assez!... Per l’uguglianza contro le discriminazioni”.
L’evento si terrà a Palazzo della Ragione, in piazza Erbe, a partire dalle ore 10.00. Sarà un occasione per discutere insieme a personalità del mondo dei media e accademico e dei network europei contro il razzismo e per i diritti umani: perché un Osservatorio sulle discriminazioni? Problemi, soggetti e pratiche e l’altro come pericolo. Tra illusioni si sicurezza e costruzione dell’esclusione.
Il programma prevede, dopo il saluto delle Autorità cittadine, un intervento introduttivo di Maria Bacchi che parlerà di come è nato a Mantova l’osservatorio. Seguiranno gli interventi di Luciano Scagliotti (ENAR Italia, European network against Racism) che parlerà delle reti europee contro le discriminazioni e di Udo C. Enwereuzor (COSPE, Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti e RAXEN NFP Italia, European union agency for Fundamental Rights) che parlerà delle discriminazioni e i diritti negati in Italia. Condurrà Barbara Nardi (Vice presidente di Sucar Drom) che alle 12.30 avvierà il dibattito.
La sessione pomeridiana avrà inizio alle ore 15.00 con l’intervento di Lorenzo Guadagnucci (giornalista) che parlerà del movimento nato in Italia di giornalisti contro il razzismo. Seguirà l’intervento di Roberto Escobar (Università di Milano) che presenterà il suo ultimo libro “metamorfosi della paura”.
Per informazioni: dott.ssa Eva Rizzin e dott.ssa Angelica Bertellini, e-mail osservatorio.articolo3@gmail.com, telefono 0376/327353

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L’apartheid, viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo nel Nord-Est

La piccola Fatima, dieci anni, discriminata a scuola perché porta il velo; Meryem, studentessa di economia internazionale all'Università di Padova, che guida le marce contro le discriminazioni razziali; i musulmani di Treviso che pregano inginocchiandosi sui tappeti distesi nei parcheggi dei supermercati, sono alcuni dei personaggi protagonisti del racconto di viaggio di Toni Fontana.
Partendo da piccole e grandi storie, l'autore attraversa i profondi mutamenti e i contrasti determinati dall'arrivo nel Nord-Est dell'Italia di centinaia di migliaia di stranieri. In Veneto risiedono e lavorano oltre 350.000 immigrati. Contro di loro la Lega di Umberto Bossi sta costruendo un nuovo e moderno "apartheid", una società piramidale al cui vertice ci sono i "bianchi" ai quali sono riservati tutti i diritti.
Gli altri, gli stranieri, sono accettati solo come produttori di ricchezza, ma esclusi dalla vita sociale. Un viaggio attraverso il Nord-Est alla ricerca delle nuove paure, un'indagine sulla cultura dell'odio e del razzismo, sulle speranze dei giovani della seconda generazione di immigrati, che sfilano con la bandiera tricolore e non vogliono più essere cittadini di serie B. Il volume è introdotto dalla Prefazione di Walter Veltroni.
A questo proposito ricordiamo a tutti il discorso pronunciato dal prosindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, il 14 settembre scorso alla manifestazione della Lega Nord a Venezia davanti a ministri del governo italiano (manifestazione che è stata trasmessa in diretta dalla Rai), guarda il video...

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Roma, il “piano nomadi” parte da Casilino 900

«Casa di Rosita», lettura della mano, «Casa Vesna e Paola» lezione di cucina, «Casa Senad», mercato. È stata una giornata speciale quella di ieri al Casilino 900, dove ad accogliere il sindaco Alemanno, nel grande piazzale sulla Casilina a ridosso con viale Palmiro Togliatti, c'erano persino clown e giocolieri.
«Non posso crederci, Alemanno entra a casa mia», ride un giovane ragazzo mentre balza dal fango al piccolo patio della baracca numero 5,36. E sì la visita del primo cittadino è un evento. Alemanno è il primo sindaco che entra nello storico campo nomadi della Capitale. Ed è la seconda volta che lo fa in pochi mesi. «La scorsa volta ho trovato condizioni peggiori - ricorda Alemanno - significa che qualcosa è cambiato».
Ad accompagnarlo nel campo c'è il portavoce Najo Adzovic, Don Paolo e l'ex consigliera capitolina Donatella Poselli. Intorno bambini, adulti, bancarelle con oggetti in vendita, per lo più cose vecchie e riciclate, musica e donne che spazzano le malconce scale di legno che portano alle baracche poco prima del passaggio del sindaco. C'è fango per i sentieri del campo dove vivono 650 persone, di cui 250 bambini, dietro le casupole cumuli di immondizia e il panorama non offre che cofani e carcasse di macchine degli sfasciacarrozze.
Poco prima di entrare, il sindaco firma una lettera, una specie di «patto», l'impegno da parte dell'amministrazione alla solidarietà e dei nomadi alla legalità. «Sono profondamente convinto che la questione dei campi nomadi abbandonati nel degrado si possa risolvere - ha sostenuto il Alemanno parlando ai nomadi - Non è pensabile fare un blitz per lo sgombero del campo ma si tratterà di costruire un campo a misura di persona e per questo programmeremo il trasferimento insieme.
Il patto con i Rom è questo, con l'impegno da parte loro a isolare chi compie le illegalità». Il nuovo piano per i campi nomadi della Capitale sarà pronto la settimana prossima, quando verrà presentato insieme al prefetto e il primo campo interessato sarà proprio il Casilino 900.
«Con questo campo noi ci giochiamo la faccia - promette Alemanno - ma occorre essere molto precisi, con i cittadini che scesero per la strada per manifestare la propria contrarietà all'insediamento e con i rom che abitano qui. La settimana prossima comunicheremo la data per il trasferimento del Casilino 900. Diremo il mese "x" del prossimo anno. Contestualmente allacceremo la luce e l'acqua. Costruiremo un nuovo campo che segua le normative europee per dar modo ai rom di avere una vita accettabile. Questo percorso lo dobbiamo fare insieme affinché ci sia un destino diverso per i campi nomadi di Roma e affinché questo sia costruito con una collaborazione con le comunità nomadi della città che vanno anche responsabilizzate. I futuri campi li costruiremo insieme, con il vostro lavoro - ha detto Alemanno rivolto ai rom - per far lavorare voi e per far risparmiare all'amministrazione qualche soldo grazie al vostro impegno». di Susanna Novelli

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Magenta (MI), cacciati perchè Sinti

Negli ultimi mesi sono decine e decine gli sgomberi subiti da Sinti italiani, soprattutto nel Nord Italia. Sono talmente tanti che non riusciamo più a darne notizia. Molti di questi sgomberi avvengono senza che nemmeno i giornali ne parlino.
CiitàOggiWeb, quotidiano del Magentino, Castanese, Alto Milanese e Sempione, ha pubblicato la lettera di una lettrice, Roberta Orpelletti, dopo lo sgombero di 14 Cittadini italiani, appartenenti alla minoranza dei Sinti lombardi. Lo sgombero è stato indotto dall’amministrazione comunale di Magenta che per allontanare dei Cittadini italiani, residenti a Magenta, non ha più permesso a queste persone di stipulare contratti per la fornitura dell’energia elettrica e dell’acqua. Di seguito la toccante lettera
«Se ne sono andati senza far rumore, una sera d’autunno. Quattro piccole roulotte e i loro 14 occupanti. Ora il parcheggio vuoto può finalmente tornare ad essere un buco nel nostro spazio mentale. D’altronde, due mesi senza elettricità, acqua e riscaldamento sono tanti, soprattutto per dei bambini, degli anziani e una donna incinta. A Pontevecchio hanno tirato un sospiro di sollievo, e anche a Magenta. Gli zingari se ne sono andati! Che tornino al loro paese!
Già, il loro paese. Annunziata e Gaetano che parlano il dialetto magentino e vivevano a Pontevecchio da più di venti anni, Johnny e i suoi fratelli che sono nati qui, come i loro figli, di che paese sono? Avevano tutti la cittadinanza italiana e la residenza a Magenta, ma quando in famiglia si parla Sinti, questo non basta. E poi si ostinano a vivere in una roulotte…
Che strano paese l’Italia. Un paese in cui vivere in una roulotte è un reato, mentre lucrare sui soldi dei correntisti, degli azionisti, dei clienti e, in certi casi, persino dei contribuenti è considerato bravura. Un paese dove una ragazzina di 15 anni che sogna di fare la veterinaria è un pericolo di ordine pubblico. Un paese dove si può andare in chiesa tutte le domeniche e rifiutarsi di vedere che una madre sta per partorire in una mangiatoia.
Ma non si può ostacolare il progresso: dal campo comunale dove hanno sostato nell’indifferenza generale per 12 anni dovrà passare la strada che finalmente collegherà Pavia alla Malpensa. E no, un altro campo privato, comunale o parrocchiale per loro proprio non c’era. E non dimentichiamo che il Prefetto aveva iniziato il Censimento delle aree adibite a campo nomadi di tutta la provincia, e questo campo non aveva i requisiti necessari per essere riconosciuto legalmente. E adeguare costa, mentre chiudere gli occhi, in effetti, è gratis. E alla fine è vero: che differenza fa? Tanto, per noi, loro non erano mai esistiti.
E domani torneremo tutti alle nostre vite e ai nostri piccoli e grandi problemi quotidiani. Ma io, almeno oggi, mi vergogno di essere italiana, cristiana, magentina e di abitare in questa frazione di cui non mi sento più parte.
Il vento autunnale soffia sulla piazzola vuota del parcheggio e fa volteggiare nella mia testa un turbinio di parole: quelle dei cittadini di serie A, dei politici, dei preti e anche le mie. E non mi illudo: come le foglie, anche queste verranno presto spazzate via».

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Come si fabbrica l'insicurezza

E’ passato un anno, dodici mesi appena, ma l'Italia sembra un'altra. Meno impaurita e meno insicura. Infatti, l'inverno è vicino, ma il clima d'opinione registra un disgelo emotivo evidente. Come testimonia il 2° rapporto - curato da Demos e dall'Osservatorio di Pavia per Unipolis sulla rappresentazione della sicurezza - nella percezione sociale e nei media. Pochi dati, al proposito (d'altronde, l'altro ieri Repubblica gli ha dedicato molto spazio).
Nell'ultimo anno, si è ridotta sensibilmente la percezione della minaccia prodotta dalla criminalità a livello nazionale e soprattutto nel contesto locale. E' calato in modo rilevante anche il timore dei cittadini di cadere vittima di reati. Da un recentissimo sondaggio di Demos (concluso venerdì scorso) emerge, inoltre, che il problema più urgente per il 31% degli italiani (se ne potevano scegliere due) è la criminalità comune.
Un anno fa era il 40%. Mentre il 21% indica l'immigrazione: 5 punti meno di un anno fa. Gli immigrati, peraltro, sono considerati "un pericolo per la sicurezza" dal 36% degli italiani: quasi 15 punti percentuali meno di un anno fa e 8 rispetto allo scorso maggio. Il legame fra criminalità comune, sicurezza e immigrazione che, negli ultimi anni, è apparso inscindibile, agli occhi dei cittadini, oggi sembra essersi allentato. Cosa è successo in quest'ultimo anno, in questi ultimi mesi di così importante, significativo e profondo da aver scongelato il clima d'opinione? L'andamento dei reati, in effetti, rileva un declino che, peraltro, era cominciato a metà del 2007. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, si è sviluppato senza variazioni tali da giustificare mutamenti di umore tanto violenti.
Invece, l'immigrazione è cresciuta in misura molto rilevante, come segnalano le principali fonti, dal Ministero dell'interno alla Caritas. Gli sbarchi di clandestini sono anch'essi aumentati. Quasi raddoppiati. Non sono i fatti ad aver cambiato le opinioni. Al contrario: le opinioni si sono separate dai fatti. Per effetto di un complesso di fattori. D'altronde, il clima d'opinione riflette una pluralità di motivi, spesso non prevedibili e, comunque, non controllabili.
In questa fase, in particolare, la crisi economica e finanziaria ha spostato il centro delle paure e delle preoccupazioni dei cittadini. Non solo in Italia: anche negli Usa, prima del collasso delle borse, la campagna delle presidenziali era concentrata sull'immigrazione. Poi tutto è cambiato, con grande beneficio per Obama. Tuttavia, la preoccupazione economica, in Italia, è da tempo molto alta. Destinata a deteriorarsi ancora.

Nell'ultimo anno, però, non è peggiorata. Era già pessima. Il profilo delle "persone spaventate" presenta alcuni tratti particolari, utili a chiarire l'origine di questo collasso emotivo. Due fra gli altri: guardano la tivù per oltre 4 ore al giorno e sono vicine al centrodestra; nel Nord, alla Lega.
L'analisi dell'Osservatorio di Pavia sulla programmazione dei tg di prima serata, peraltro, rileva una forte crescita di notizie sulla criminalità comune nell'autunno di un anno fa e un successivo declino - particolarmente rapido dopo maggio. Peraltro, il peso delle notizie "ansiogene" è nettamente più elevato sulle reti Mediaset, ma soprattutto su Studio Aperto e Canale 5.
Seguiti, per trascinamento, dal Tg 1, il più popolare e autorevole presso il pubblico. Il sondaggio di Demos osserva come l'insicurezza sia molto più alta fra le persone che frequentano prevalentemente le reti e i notiziari Mediaset. Ciò suggerisce che i cicli dell'insicurezza siano favoriti e scoraggiati, in qualche misura, dal circuito fra media e politica. D'altra parte, la sicurezza, l'immigrazione e la criminalità comune sono temi "sensibili" negli orientamenti degli elettori.
"Spostano" i voti degli incerti. Rendono incerti molti cittadini certi. Peraltro, come abbiamo già visto, il tema della sicurezza non è politicamente "neutrale". La maggioranza degli elettori (anche a centrosinistra) ritiene la destra più adatta ad affrontare questi problemi - trasformati in emergenze (Indagine Demos, luglio 2007).
Così, per creare un clima d'opinione favorevole, al centrodestra basta sollevare il tema della sicurezza. Cogliere e rilanciare episodi e argomenti che alimentano l'insicurezza sociale. Farli rimbalzare sui media. Il che avviene senza troppe difficoltà. Non solo perché il suo Cavaliere ha una notevole conoscenza del settore, sul quale esercita un certo grado di influenza. Ma perché la paura è attraente. Fa spettacolo e audience. E perché, inoltre, in campagna elettorale, la tivù costituisce la principale arena di lotta politica, su cui si concentrano l'attenzione dei partiti e la presenza dei leader.
Così, l'insicurezza cresce insieme ai consensi per il centrodestra. Senza che il centrosinistra riesca a opporre una resistenza adeguata. Frenato da divisioni interne, particolarismi e personalismi che non gli permettono di proporre e imporre un solo tema capace di spostare a proprio favore il consenso. Il lavoro, i prezzi, le tasse, l'etica: nel centrosinistra c'è la gara a distinguersi e a smarcarsi. Tutti contro tutti.
La recente campagna elettorale di Veltroni, irenica, tutta protesa a marcare la distanza dal passato (Prodi), non ha scalfito l'insicurezza del presente. La morsa della sfiducia e dell'insicurezza si è allentata solo dopo le elezioni politiche e le amministrative di Roma. Non a caso. Il risultato, senza equivoci, non lascia scampo alle speranze dell'opposizione: resterà opposizione a lungo. Così, la campagna elettorale, dopo anni e anni, finisce. E il centrodestra si dedica a controllare, in fretta, il clima di insicurezza che aveva contribuito ad alimentare negli anni precedenti.
Propone e approva provvedimenti ad alto valore simbolico: l'impiego dei militari contro la criminalità, l'aumento di vincoli e controlli all'immigrazione. La liberalizzazione delle polizie e delle milizie locali, padane, private. Gli stessi episodi di razzismo hanno prodotto la condanna "pubblica" dell'intolleranza, con l'effetto di inibirne, in qualche misura, il sentimento.
In quanto gli stranieri, percepiti perlopiù come "colpevoli" di reati e violenze, ne diventano "vittime". Così gli immigrati continuano a fluire, i clandestini a sbarcare e il numero dei reati non cambia, ma l'attenzione dell'opinione pubblica e dei media nei loro confronti si ridimensiona. La paura declina. Un po' come avvenne nel periodo fra il 1999 e il 2001. Anche allora criminalità e immigrazione divennero priorità nell'agenda delle emergenze degli italiani. di Ilvio Diamanti

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Milano, un graffito di Alfred Breitman per denunciare le persecuzioni delle popolazioni rom

Martedì 18 novembre un grande graffito raffigurante la ruota rossa, simbolo delle popolazioni sinte e rom, è apparso a Milano, proprio sulla pavimentazione di piazza Duomo. Sotto il disegno - un cerchio rosso rubino con 16 raggi - la scritta "Interrompete la persecuzione dei Rom".
L'opera di denuncia civile è stata realizzata dall'artista Alfred Breitman, che è rimasto per oltre mezz'ora, in pieno giorno, a spiegarne i contenuti a un capannello di cittadini milanesi. Quando sono intervenuti sul posto alcuni agenti di Polizia Municipale, Breitman ha detto loro che il lavoro gli era stato commissionato dal Circolo culturale "Goffredo Bezzecchi".
Non era la verità, ma l'artista ha inteso rendere omaggio a Goffredo Bezzecchi, Rom di 69 anni che vive a Milano ed è l'ultimo testimone della persecuzione nazifascista dei Rom e dei Sinti lombardi.
Gli agenti hanno creduto alla spiegazione offerta da Breitman e si sono fermati a porre domande all'artista, che ha tenuto anche a loro beneficio una breve lezione sul Samudaripen (porrajmos), lo sterminio delle popolazioni sinte e rom e sulle similitudine fra quel crimine contro l'umanità e l'attuale persecuzione che Milano e l'Italia perpetrano sempre contro i Sinti e i Rom
La performance di Breitman costituisce la prima azione del Gruppo Watching The Sky, per denunciare con gli strumenti dell'arte sociale e dell'arte di strada la più odiosa forma di razzismo del nostro tempo.
Alfred Breitmen ha abbandonato il luogo della performance fra gli applausi di decine di cittadini, ivi compresi i vigili urbani. L'opera d'arte, realizzata con colori naturali, è stata parzialmente cancellata già nel pomeriggio.

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Razzismo, a Roma aggredita troupe del Tg1

Una troupe del Tg1 è stata aggredita a Roma, nella zona periferica del Trullo, mentre girava un'inchiesta sull'aggressione razzista da parte di giovani italiani ai danni di extracomunitari alla luce degli arresti di sabato.
Un ragazzo incappucciato ha spintonato la giornalista, l'operatore e il tecnico, mentre una donna ha insultato e minacciato più volte di morte in particolare la giornalista. La troupe è poi riuscita ad allontanarsi, scortata dai carabinieri. Guarda il video dell’aggressione…
Solidarietà è stata espressa alla giornalista e all'operatore coinvolto da parte del mondo politico, sindacale e istituzionale. «Desidero esprimere la mia più sincera solidarietà ai giornalisti della troupe del TG1 oggetto di un'inaccettabile aggressione.» Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, in una nota, commenta l'episodio. «Nel nostro Paese il diritto di cronaca è sacrosanto - aggiunge Schifani - diritto che è e resterà uno dei cardini della nostra democrazia».
«Non è più tollerabile una situazione che vede i giornalisti sempre di più nel mirino. Dopo le aggressioni e i gesti sconcertanti dei giorni scorsi, oggi è toccato ad una troupe del Tg1. Sono atteggiamenti che vanno condannati senza se e senza ma» ha detto invece Gianfranco Rotondi, ministro per l'Attuazione del programma di governo. «A nome dell'Italia dei Valori esprimo solidarietà al Tg1 per l'aggressione subita al Trullo da una giornalista e dall'operatore. È un episodio grave, invitiamo per questo l'azienda ad agire, anche per vie legali, per tutelare chi lavora, esponendosi anche a situazioni di rischio» ha affermato il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi.

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sabato 22 novembre 2008

Labambina

“Non ha nome, Labambina”. È questo l’incipit del romanzo di Mariella Mehr, scrittrice Sinta Jenische di origini svizzere; e proseguendo nella lettura, ci accorgeremo che questa prima frase è pesante come una pietra, il primo degli infiniti macigni che dal racconto piovono su chi legge, mirando dritto al cuore.
Chi conosce un poco la storia dell’autrice, per tutte le centocinquanta pagine del libro non fa che chiedersi se la storia sia autobiografica: ‘Labambina’ è Mariella Mehr stessa? È questo, il nome che per tutto il libro resta taciuto?
Si tratta, ahinoi, di un dubbio lecito, dettato dai paralleli che esistono tra la storia (storia di fantasia) de Labambina e la storia (storia di realtà che supera la fantasia) dell’autrice. Un tratto, in particolare, accomuna le due donne: l’esclusione.
Escluse dalla liceità: Labambina è figlia dell’incesto; la Mehr è figlia di ‘zingari’, che nella Svizzera degli anni ’50 forse era anche peggio.
Escluse dal coro della comunità maggioritaria e della cultura dominante, estranee per eccellenza del villaggio (reale o metaforico) che le ospita, arcigno, atterrito e bigotto.
Escluse dal lusso del chiamarsi, definite sempre da altri: Accidentidiunabambina, puttanella, sudiciamarmocchia, l’una; Zingara, l’altra.
Escluse dal diritto all’amore di chi le ha generate, tolte entrambe a madri considerate devianti ed inadatte al compito, e trapiantate zelantemente in famiglie più consone: tanto Labambina, quanto Mariella Mehr, vittima dell’azione della Pro Juventute, che nella Svizzera di non molto tempo fa si premurava di togliere i figli alle famiglie rom-sinte ed affidarli a famiglie contadine ‘normali’, affinché crescessero in un ambiente sano.
Escluse dalla possibilità di avere una voce - un sopruso che l’autrice esplicita con una metafora: Labambina è muta. “Labambina non parla, non ha mai parlato”, ci avverte la prima pagina, “ha solo una vocedaria”. Non esce una sola parola, dalla sua bocca; tutto quello che sappiamo di lei viene dai suoi gesti violenti di animale braccato, dai lampi che le attraversano gli occhi, dal terrore che invade le sue notti. Nel suo mondo autistico ci introduce una lingua inventata, la lingua assurda e vuota di una bambina che è stata svuotata, e che non conosce altro che violenza.
La violenza, allora, è l’unica lingua che tutti i personaggi del racconto intendono, l’unico resto di vitalità in un panorama arido e cupo. La violenza sul corpo, la violenza sulla mente, la violenza sui ricordi, sui sogni e sui rimpianti. La violenza subita, che sembra non poter avere mai fine, e la violenza restituita, quella che la “bambinadiguerra” infligge per vendetta, forse solo per risposta.
Perché Labambina – nonostante quel che può sembrare – non è una vittima, così come non lo è Mariella Mehr. Semmai, sono sopravvissute.

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venerdì 21 novembre 2008

Decreto sicurezza, la posizione della federazione Rom Sinti Insieme

In merito al disegno di legge A.S. 733 (decreto sicurezza) in discussione nel Parlamento Italiano, la federazione Rom e Sinti Insieme pone in evidenza quanto segue.
L'emendamento 18.22 al disegno di legge A.S. 733 modifica i commi 1 e 1-bis dell'art. 32 del Testo Unico n. 286/98. In conseguenza di tale emendamento, il rilascio di un permesso di soggiorno al minore straniero non accompagnato che compia 18 anni sarebbe possibile solo a condizione che sussistano contemporaneamente (e non più alternativamente) i seguenti requisiti, ovvero che il minore a) sia affidato ai sensi dell’art. 2 della legge n. 184/1983 o sottoposto a tutela e b) sia entrato in Italia da almeno 3 anni e abbia partecipato a un progetto di integrazione per almeno 2 anni.
Non potrebbe più essere rilasciato, dunque, un permesso di soggiorno ai minori che, pur affidati o sottoposti a tutela, siano entrati in Italia dopo il compimento dei 15 anni e/o non possano dimostrare di aver partecipato a un progetto di integrazione per almeno 2 anni. Questi ragazzi, anche nei casi in cui siano iscritti a scuola o abbiano un contratto di lavoro, alla maggiore età verrebbero espulsi o resterebbero in Italia come stranieri irregolari.
L’esclusione dei minori non accompagnati che sono entrati dopo il compimento dei 15 anni dalla possibilità di ottenere un permesso di soggiorno alla maggiore età introdurrebbe una disparità di trattamento tra i minori stranieri presenti in Italia che non trova un ragionevole fondamento nei principi dell’ordinamento italiano, costituendo una violazione del principio di non discriminazione sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione e dall’art. 2 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Gli effetti di tale modifica normativa, inoltre, sarebbero estremamente negativi, sia rispetto alla tutela dei diritti dei minori, sia rispetto agli stessi obiettivi di promozione della sicurezza che il Governo intende perseguire.

L’esclusione dei minori non accompagnati che sono entrati in Italia dopo il compimento dei 15 anni da ogni prospettiva di inserimento legale, infatti, scoraggerebbe questi ragazzi dall’emergere e dal seguire un progetto di integrazione. Se entrerà in vigore la norma proposta, questi minori avranno la consapevolezza che, anche seguendo con impegno un percorso scolastico, formativo e lavorativo e rispettando la legge, comunque alla maggiore età non potranno ottenere un permesso di soggiorno e diventeranno espellibili: saranno quindi spinti a restare nella clandestinità, fuori dal circuito di accoglienza, costretti a vivere in condizioni abitative assolutamente inadeguate (per strada, in baracche, in fabbriche abbandonate ecc.), non andranno a scuola, non avranno accesso ai servizi sanitari e sociali, e molto facilmente finiranno sfruttati nel lavoro nero, nell’accattonaggio, in attività illegali o nella prostituzione minorile.
Le conseguenze pratiche di tale disposizione porterebbero dunque a gravi violazioni dei diritti riconosciuti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza a tutti i minori che si trovino sul territorio italiano, indipendentemente dalla nazionalità e dalla posizione in ordine al soggiorno (art. 2 Convenzione): i diritti all’accoglienza, all’istruzione, alla salute e alla protezione dallo sfruttamento e più in generale il principio in base a cui il superiore interesse del minore deve essere una considerazione preminente in tutte le decisioni riguardanti i minori (art. 3 Convenzione).
Inoltre, tale modifica normativa avrebbe effetti molto negativi non solo rispetto alla tutela dei diritti dei minori, ma anche per la società italiana, in quanto con tutta probabilità si verificherebbe un aumento del numero di minori sfruttati o comunque impiegati in attività illegali. Continua a leggere…

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Milano, la Maiolo non vuole i Rom

Tiziana Maiolo continua ad agitare la politica milanese nel centro-destra. Il contendere: le elezioni provinciali e la carica di coordinatore regionale di Forza Italia. Affari Italiani ha intervistato l’ex assessore di Milano e ne è uscito un bel quadretto a tinte fosche di come avviene la lotta di potere dentro il centro destra.
La nostra attenzione è stata però attirata da una specifica affermazione fatta da questa maggiorente del centro destra meneghino: «io penso che i rom a Milano non ci debbano proprio stare. Figuriamoci se ci mettiamo anche a fare i convegni». Il giornalista Fabio Massa ha chiesto alla Maiolo cosa ne pensasse del nuovo assessore alla cultura del Comune di Milano, Finazzer Flory. Questa la risposta della Maiolo:
«Lo conosco da moltissimi anni. Insieme a me e a Taradash avevamo fatto un gruppettino di liberali quando ero in parlamento. Stiamo parlando del 1994. Lui non era in Parlamento ma veniva da Trieste, ed era un giovane voglioso di fare, organizzare, agire. Certo, non sapevo di certe sue attività ginniche (la Maiolo si riferisce a un ritratto al vetriolo pubblicato dal Piccolo, ndr). Se mi piace? Mi ha sconcertato la sua prima uscita alla commissione cultura sul Leoncavallo e i rom. Il Leoncavallo può anche passare, anche se - a proposito di legalità - mi piacerebbe sapere se danno lo scontrino al bar. Mentre sui rom dissento totalmente. Io penso che i rom a Milano non ci debbano proprio stare. Figuriamoci se ci mettiamo anche a fare i convegni. A proposito, perché li organizza a Monza visto che lui è assessore a Milano? Rom e Leoncavallo sono stati due scivoloni».
Finazzer Flory alcuni giorni fa aveva infatti affermato che vuole organizzare a Monza un evento sulle culture sinte e rom per farle conoscere ai milanesi. Ma la Maiolo si mette di traverso e se ne esce con una grave affermazione razzista: lei i Rom a Milano non li vuole.
Noi di sucardrom denunceremo la Maiolo ma già da ora Le diciamo che Milano e la Lombardia non hanno certo bisogno di personaggi come lei.

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Rom e Sinti, no alle "classi ponte"

In relazione alla mozione approvata il 14 ottobre 2008 dalla Camera dei Deputati nell’ambito del Decreto di Legge n. 137 del 1° settembre 2008, la federazione Rom e Sinti Insieme esprime contrarietà a qualsiasi forma di separazione fra gli alunni della scuola pubblica italiana su base etnica, sia che questa separazione avvenga in “classi di inserimento”, sia che si espliciti sotto qualsiasi altra forma di discriminazione, anche se definita “positiva e transitoria”.
Tale mozione è in assoluta controtendenza con la cultura d’integrazione della scuola italiana, la quale ha nel tempo maturato metodi, strategie e supporti che la rendono unica nel panorama europeo e mondiale nel campo della formazione e della istruzione.
Nelle “classi di inserimento” l’aggregazione di alunni di diversa provenienza culturale e di diversa età anagrafica rischia di fatto di “segregare” gruppi di bambini ed adolescenti, tra l’altro per periodi di tempo indefiniti.
Come sarà possibile integrare in contesto di apprendimento alunni che, pur avendo imparato tecnicamente la lingua italiana, nulla hanno vissuto dell’aspetto relazionale-affettivo che è sempre implicito in un percorso di apprendimento/insegnamento? Di fatto, l’acquisizione della lingua avviene nel contesto della relazione interpersonale e di gruppo che caratterizza una classe scolastica.
La ferma contrarietà della federazione Rom e Sinti Insieme si estende anche alla possibilità, anch’essa prevista dalla suddetta mozione, di non consentire in ogni caso ingressi nelle classi ordinarie oltre il 31 dicembre di ogni anno.
Si tratta di una scelta che va contro la Convenzione dei diritti dell’infanzia e la Costituzione Italiana, che sanciscono il diritto soggettivo dei minori presenti sul territorio nazionale a frequentare la scuola pubblica.
La Federazione Rom e Sinti insieme esprime la propria contrarietà alla previsione di insegnamenti speciali per gli alunni stranieri.

Nel ribadire la ferma disapprovazione sui contenuti della mozione la Federazione Rom e Sinti insieme propone alcuni elementi utili ad avviare o consolidare nella scuola una piena integrazione:
1. considerare le sperimentazioni già in atto (sostenute tra l’altro da Amministrazioni Comunali, Provinciali e Regionali) nell’ambito delle quali il problema della lingua viene affrontato e risolto, senza privare gli alunni di un processo di apprendimento;
2. monitorare tali esperienze per diffonderle più estesamente, facendo attenzione a rispettare i diversi contesti ambientali;
3. usare le discipline scolastiche come strumento per un’educazione alla conoscenza che tenga conto dell’ampiezza e dell’estensione dei saperi, nonché delle interconnessioni che esistono in tutti i campi delle attività umane;
4. attivare concretamente l’inserimento e il successo scolastico di tutti gli allievi creando allo stesso tempo spazi di coesistenza educativa, mettendo in grado tutto il personale della scuola, in particolare i docenti, di far ricorso a nuovi strumenti professionali e di apprendere, attraverso un’adeguata formazione, modalità metodologiche/comunicative che tengano conto di tutte le diversità presenti nelle classi;
5. attivare laboratori di sostegno linguistico anche fuori orario di scuola, ma ad essa organicamente agganciabili, in collaborazione con organismi e strutture dell’extrascuola specializzati;
6. mettere a disposizione delle scuole le risorse finanziarie necessarie per attuare tali percorsi.

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giovedì 20 novembre 2008

Ue, il rapporto sulla situazione dei Sinti e dei Rom in Italia

«Le azioni perpetrate contro i Rom ad opera delle autorità italiane violano un certo numero di obblighi assunti dall' Italia nel quadro della legge internazionale sui diritti umani... Perciò il governo italiano deve cessare immediatamente di diffondere commenti contro i Rom e di propagare l' odio verso di essi...».
Sono alcune fra le ultime righe del rapporto sulla situazione dei Rom e dei Sinti in Italia, che sta sui tavoli della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento Europeo. (Ieri, è stato discusso dalla stessa Commissione ma ad ora non ci sono lanci da parte delle agenzie stampa italiane).
Se, come sembra probabile, sono state confermate e ufficializzate le conclusioni, da «rapporto intermedio» qual è ora tecnicamente si trasformerà in una relazione su cui sarà chiamato a votare l' intero Parlamento.
E' un documento severo nei toni e nella sostanza, basato su tre filoni di informazione: il viaggio compiuto in settembre a Roma da una delegazione della stessa Commissione (e «movimentato» da una accesa discussione con parlamentari italiani); le relazioni di varie Organizzazioni non governative; e infine, un elenco di episodi di cronaca, dai roghi nel campo di Ponticelli alle chiusure di altri campi a Milano o nel Lazio Alla fine, le conclusioni.
L' Italia viene invitata «ad adottare una campagna nazionale antirazzismo per migliorare la percezione pubblica dei Rom», a «indagare su tutti i casi presunti di maltrattamenti da parte delle forze dell' ordine», «a condannare pubblicamente tutti i pogrom anti-Rom», «a cancellare senza ritardo tutte i provvedimenti che prendano di mira negativamente i Rom».
Esempi: «i Patti per la sicurezza adottati a Napoli, Roma, Milano, Firenze»; le misure di emergenza decise in maggio per i campi in Campania, e «l' iniziativa da parte del ministro dell' interno Roberto Maroni di compiere un censimento dei Rom in Italia attraverso la rilevazione delle impronte digitali, fatto che viola ulteriormente le leggi sulla protezione dei dati personali».
Le prime indiscrezioni sui contenuti nel rapporto hanno già acceso la polemica nei saloni del Parlamento. Anche perché nella Commissione libertà civili, «governata» da una maggioranza composta da socialisti, Verdi e liberali, siedono molti deputati italiani.
«Ho l' impressione che questo rapporto sia prima di tutto intempestivo - dice Mario Mauro, cattolico del Ppe e vicepresidente del Parlamento - perché bisognerebbe aspettare almeno sei mesi, per giudicare i risultati delle misure adottate dal governo. Ma poi, il testo ha più che altro il senso di una provocazione».
In che senso? «Beh, pecca in parte di un approccio ideologico: vari colleghi sono andati in Italia con la voglia di applicare una lettura predefinita, piuttosto che di cercare la verità dei fatti. Che sono complessi, e antichi: perché il degrado dei campi durava da anni, non è iniziato tre giorni prima della visita della Commissione.... Poi, certo, il problema esiste: però ne parliamo oggi, solo perché questo governo ha deciso di affrontarlo. Dopo, diremo se ha agito bene o male: ma per favore giudichiamolo sui fatti, non in base ai pregiudizi». di Luigi Offeddu

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Berlusconi si vergogni!

Questa mattina il Presidente Berlusconi, a margine della Giornata nazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ritorna sulla questione delle ordinanze firmate il 30 maggio 2008.
Ecco la dichiarazione lanciata dalle agenzie stampa: «Questi bambini - osserva - vivono tra i topi. La nostra è stata un’azione decorosa e non una schedatura, in linea con le disposizioni europee. Lo abbiamo fatto per dare un’identità certa anche ai bambini rom».
Noi di sucardrom siamo scandalizzati dal messaggio lanciato dal Presidente del consiglio. Secondo Berlusconi i bambini rom non avevano un’identità certa, prima del censimento fatto dai Commissari in Lombardia, Lazio e Campania.
Di nuovo si veicola un messaggio distorto e lesivo della dignità di migliaia di Cittadini italiani e immigrati, appartenenti alle minoranze sinte e rom. Questi Cittadini, secondo Berlusconi, sarebbero dei genitori che non hanno mai denunciato alle anagrafi comunali la nascita dei propri figli e ci sarebbero quindi migliaia di bambini nati non si sa dove, magari rubati…
Tutti sanno che negli ospedali al momento della nascita tutti i bambini sono registrati all’anagrafe comunale e Berlusconi farebbe bene a dichiarare pubblicamente quanti bambini sinti e rom sono stati “trovati” per la prima volta. Anche perché non c’è Paese europeo (exYugoslavia compresa), dove i bambini non vengano iscritti all’anagrafe al momento della nascita.
L’identità dei bambini sinti e rom è sempre stata certa, quelli che non sono mai stati certi sono i diritti che questi bambini hanno, perché ad oggi dopo 5 mesi e mezzo dalla dichiarazione di emergenza, il Governo italiano non ha fatto nulla per garantire a questi bambini i diritti sanciti dalla nostra Costituzione e dalle innumerevoli dichiarazioni internazionali.
Al contrario, in tantissime Città italiane questi bambini con le loro famiglie sono stati gettati in strada o stanno vivendo l’angoscia (come ad esempio i bambini sinti italiani a Brescia) di essere cacciati dalla Città dove sono nati. Berlusconi si vergogni!

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Italia, razzismo 2008

Era l’alba di Obama: le 5 del mattino, ora italiana, del 5 novembre. E la possibilità – augurabile o temuta – che l’America, nel segreto dell’urna, non avrebbe votato un presidente nero, s’era appena squagliata in qualche residuale pillacchera di livore.
Lasciando il posto a uno stupore molto italiano, quasi avessimo misurato gli umori americani – ripassando la storia dell’apartheid e incrociandola con l’11 settembre e la dirompente immigrazione, ispanica e no, di quel Paese – con il nostro metro di oggi: un po’ più corto e intimorito, un po’ più intollerante e preoccupato.
Tanto da chiederci se quel «razzismo», più o meno sottotraccia, attribuito agli Stati Uniti e mandato a gambe all’aria dall’elezione del presidente nero, non fosse in realtà una riserva tutta nostra. Un disagio a nostra immagine e somiglianza: l’Italia spaventata di oggi.
Sì, razzismo, la parola infine sdoganata. Dalla politica. Dalla Chiesa. E, almeno tre volte nell’ultimo mese, dalla Cassazione: la remissione di querela non ferma un processo per ingiuria a sfondo razziale (2 novembre); i sentimenti di disprezzo e ostilità alimentano l’odio razziale e costituiscono perciò un’aggravante (9 ottobre); condanna annullata per la segretaria di una ex-sezione Ds di Roma che accusava due esponenti di An di alimentare intolleranza e odio razziale: su questi temi, ha decretato la Corte, «è lecita una polemica politica aspra» (24 ottobre).
Sì, razzismo. Quel crescendo di ostilità che ha fatto dire a Gianfranco Fini: «Siamo onesti, negli ultimi tempi in Italia ci sono stati episodi di discriminazione razzista e xenofoba, in alcuni casi anche violenti. Negarlo sarebbe sbagliato ».
Messaggio rivolto a chi tira il sasso dell’intolleranza e poi, dinnanzi alle aggressioni, nasconde la mano, guantandola di «non c’è nessuna emergenza», «solo episodi isolati», e «in fondo non si può parlare di razzismo».
Come se le denunce di Napolitano e Ratzinger, il loro grido di allarme, fossero il capriccio di due anziani signori, un po’ esagerati. Come se negli ultimi mesi – tra campi rom assaltati, neri pestati e clochard bruciati – la violenza xenofoba non si fosse tolta la cinghia, per picchiare un po’ ovunque. Picchiando duro. Soprattutto il nero: il più «straniero». E il più facile da: ingiuriare («riporti suo figlio nella giungla», ha detto una maestra di Milano a una mamma); malmenare (l’aggressione a colpi di «confessa, scimmia» subita a Emannuel Bonsu, di cui sono accusati dieci vigili di Parma); perfino ammazzare (l’omicidio dello «sporco negro» Abdul Guibre, italiano di Milano, che avrebbe rubato dei biscotti). Il nero come il colore preferito dalla paura e dall’insicurezza in una società neo-depressa e un po’ più povera, parola di Istat. di Cesare Fiumi, contina a leggere...

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Unicef: «Non discriminare i minori rom e sinti»

L'Unicef Italia ha chiesto ieri mattina al governo italiano un impegno per i bambini e gli adolescenti rom e sinti che vivono nel nostro Paese. La richiesta riguarda, in particolare, l'adozione di misure per prevenire ed eliminare la discriminazione; campagne di sensibilizzazione ed un'adeguata formazione del personale coinvolto; inclusione sociale e accesso ai servizi; attenzione ai minorenni vulnerabili, che continuamente rischiano abusi e sfruttamenti.
L'Unicef ha espresso viva preoccupazione per la diffusa discriminazione nei confronti dei Rom e Sinti, per gli incidenti razziali e per la disparità nell'attuazione dei loro diritti, specialmente nei settori della salute, dell'assistenza sociale, dell'educazione, delle condizioni abitative.
«Queste misure - ha detto Vincenzo Spadafora, presidente di Unicef Italia - vanno incluse nel piano nazionale per l'infanzia e adolescenza, che manca dal 2004». Nazareno Guarnieri, presidente della federazione Rom e Sinti Insieme, ha aggiunto: «Ci stiamo parlando addosso da 40 anni: è giunto il momento di rendere partecipi i rom e sinti stessi delle questioni relative ai rom e ai sinti».
«Riteniamo poi fondamentale - ha concluso Spadafora - che i rom, i sinti e i nomadi vengano riconosciuti come minoranza linguistica e culturale: questo dovrebbe includere la promozione della loro lingua e della loro cultura».

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Nuovi immigrati, l'85% degli intervistati non li vuole

Gli immigrati? Troppi e con troppi diritti, secondo la maggioranza degli italiani. E' il dato allarmante che emerge da un'indagine condotta da Ipsos Pa per il Corriere della Sera Magazine in edicola oggi in cui è dedicato un'ampia inchiesta sul crescente fenomeno del razzismo in Italia.
Secondo il sondaggio l'85% degli intervistati non vuole nuovi immigrati che, per un italiano su due (51%) hanno abbastanza diritti.
L'indagine è stata condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana per fotografare l'atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri che vivono in Italia e che rappresentano il 5,8% della popolazione.
L'81% di italiani contrari a nuovi arrivi è composto da un 54% di intervistati secondo i quali gli immigrati in Italia sono troppi e bisogna ridurne il numero e da un 31% per il quale gli immigrati sono molti, ma non troppi, e per contenerne il numero basterebbe fermare i nuovi arrivi.
Il 51% degli italiani pensa infine che gli immigrati abbiano abbastanza diritti: se per il 21% i diritti devono rimanere come sono ora per il 30% devono essere invece ristretti.
Dal sondaggio, realizzato con interviste Cati il 5 novembre, risulta che i meno tollerati tra gli immigrati sono romeni e albanesi.
L'inchiesta-denuncia del Corriere si sviluppa ricordando anche tutti i casi di intolleranza e di razzismo verificatisi in Italia nell'ultimo periodo, come il pestaggio di Emmanuel Bosnu da parte dei vigili urbani di Parma fino alla strage di Castelvolturno.
Per la copertina il Magazine ha utilizzato immagini del progetto "White Faces" degli artisti svizzeri Mathias Braschler e Monica Fischer che, in chiave antirazzista, hanno colorato dello stesso bianco i volti di uomini e donne provenienti da tutto il mondo.

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martedì 18 novembre 2008

Un "pacchetto sicurezza" che non è degno di uno stato di diritto

Dai lavori di questa settimana in Senato potrebbe uscire uno statuto legislativo piuttosto pesante nei confronti non solo degli immigrati – quattro milioni circa di persone, "regolari" o "irregolari"–, ma anche di cittadini italiani che risultano in concreto "diversi" rispetto a una normalità di vita comunemente accettata: i "senza fissa dimora".
I provvedimenti che fanno parte del "pacchetto sicurezza" preparato dal ministro dell’Interno sono noti: l’istituzione di "ronde" convenzionate con gli enti locali e formate da «associazioni tra cittadini al fine di segnalare alle forze di polizia dello Stato eventi che possono arrecare danno alla sicurezza urbana»; il permesso di soggiorno "a punti", come per le patenti di guida: una volta persi tutti i "punti", l’immigrato si vedrebbe revocato il permesso e verrebbe espulso; è mantenuto il reato di ingresso clandestino, ma la pena non sarà più di tipo giudiziario (condanna al carcere), bensì una multa fra 5 mila e 10 mila euro; maggiori difficoltà per ricevere assistenza sanitaria e per i ricongiungimenti familiari; la proposta della Lega di interrompere i flussi di immigrazione per due anni, data l’attuale congiuntura in cui aumentano i disoccupati; schedatura di tutti i "senza fissa dimora", anche italiani.
In queste misure colpiscono due caratteristiche comuni: l’inutilità ai fini a cui sono rivolte e l’estrema difficoltà a metterle in pratica da parte di uno Stato la cui giustizia e la cui burocrazia già faticano a tenere il passo delle normali incombenze. In più, esse scontano le conseguenze di un’esagerata descrizione della realtà, come ha dimostrato il caso suscitato dalla decisione, presa nel giugno scorso da Maroni, sul rilevamento delle impronte digitali ai bambini rom, contro la quale Famiglia Cristiana fu fra i primi a insorgere e che meritò le giuste critiche in sede europea.
I nomadi di origine rom e sinti erano molti meno di quelli denunciati, e la loro schedatura – soprattutto dei bambini – è stata effettuata con metodi diversi e più tradizionali, d’intesa con la Croce rossa; anche se questa pratica più civile e più umana, decisa d’accordo con il sindaco Alemanno, è costata la destituzione al prefetto di Roma, Carlo Mosca.

Per quanto riguarda la schedatura dei "senza fissa dimora", osserviamo innanzitutto che molti di loro ce l’hanno, anche se non è scritta in nessun registro pubblico: sono le panchine dei giardini in cui passano le notti, rischiando di essere bruciati vivi dai soliti ignoti, come è capitato a uno di loro a Rimini.
Se poi si tratta di schedarli, in realtà qualcuno lo ha già fatto, ma con spirito diverso da quello del "pacchetto sicurezza". È morta qualche mese fa Lia Varesio, che nel 1980 fondò a Torino la Bartolomeo & C, un’associazione di volontari che tutte le notti uscivano nelle strade alla ricerca di "barboni" che dormivano sulle panchine o sotto i portici delle stazioni coperti di stracci, e portavano loro qualcosa da mangiare e da coprirsi, e li aiutavano a trovare un rifugio.
In una sua "memoria" di qualche anno fa, Lia ricordava di aver attuato per loro, in accordo con il Comune, "la reiscrizione anagrafica", in modo tale che potessero riacquistare un’identità, visto che molti di loro erano stati davvero "cancellati".
L’opera da lei avviata continua, in una cultura opposta a quella della paura, del rifiuto del "diverso" e del ricorso all’autodifesa, in cui le "ronde" rischiano di essere il simbolo d’un comportamento che uno Stato di diritto non può e non deve permettersi. di Beppe Del Colle

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Quanto vale la vita di un Rom o di uno straniero, sulle strade d'Italia?

5 novembre 2008. Bruno Radosavljevic, un Rom di origine croata, nato a Torino, investe ad Acilia, alle porte di Roma, 13 persone, di cui tre restano feriti in modo rilevante. Il giovane, che vive nel campo di Dragona, rischia di essere linciato dalla folla.
I romani che abitano nei dintorni dell'insediamento, ne chiedono a gran voce, indignati, l'immediato smantellamento. Giornali e tv danno un enorme rilievo all'evento: l'odio razzista contro i Rom, in Italia, è di nuovo (se ce ne fosse bisogno) attizzato.
Pochi sanno che lunedì 8 settembre 2008, meno di due mesi prima dell'episodio che ha scatenato tanto clamore mediatico, un italiano residente a Melfi, sotto effetto di stupefacenti, investiva e uccideva in pieno centro un Rom romeno di 25 anni, quindi si dava alla fuga. Viaggiava con lui un altro cittadino italiano.
L'auto dei due ha trascinato il ragazzo Rom per oltre 50 metri, devastando il suo corpo, rendendolo irriconoscibile. I pirati venivano arrestati e denunciati per omicidio colposo e omissione di soccorso. La stampa si premurava di tutelarne le identità e dava il minimo rilievo all'evento, che passava in sordina.
Domenica scorsa, 16 novembre, un romano di 65 anni investiva e uccideva con un Fiat Doblò il 33enne romeno Mihai Constantin, abbandonando poi il luogo dell'incidente senza prestare soccorso. I Carabinieri di Tivoli hanno arrestato il pirata, accusato di omicidio colposo e omissione di soccorso. Anche in questo caso, finora i media - che da questo momento solleciteremo a comportarsi secondo etica professionale - hanno dato ben poco rilievo alla tragedia.Il razzismo è ormai una malattia che ottunde coscienze e ragione tanto ai responsabili dei media, quanto a politici e comuni cittadini. Due pesi e due misure assai diversi per valutare il valore delle vite umane. di Roberto Malini

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Mantova, se questa è democrazia...

Negli ultimi giorni due notizie hanno segnato politicamente la questione sinta e rom a Mantova: l’interpellanza in consiglio provinciale di Giovanni Fava, capogruppo della Lega Nord, e una deliberazione della giunta comunale di Mantova proposta dall’assessore Fabio Aldini.
Due diverse azioni politiche, un’interrogazione e una delibera, che però esprimono nello stesso identico modo la volontà di non considerare i bisogni espressi dalle comunità sinte e rom mantovane: uscire dalle logiche segreganti del ‘campo nomadi’ nel caso dell’interrogazione del consigliere Fava ed esercitare il diritto di manifestazione religiosa (vedi foto) nel caso della deliberazione proposta dall’assessore Aldini.
Nel primo caso il consigliere Fava viene a sapere che la giunta provinciale di Mantova ha deliberato un accordo di partenariato per la realizzazione del piano “mengur velto (il nostro mondo), progetto di interazione sociale”. Per questa ragione chiede all’assessore alle politiche sociali, Fausto Banzi, se le risorse utilizzate per questo progetto non avessero potuto essere prioritariamente utilizzate per finanziare un necessario quanto indispensabile fondo di solidarietà per i lavoratori delle imprese in stato di crisi o di dimissione.
Inoltre, il consigliere Fava chiede di sapere quanti contributi sono stati concessi dalla Provincia di Mantova, negli ultimi anni, a favore di “associazioni o enti che operano nell’ambito della mediazione culturale e nell’inclusione sociale di persone svantaggiate e appartenenti ad etnie diverse quali rom e sinti”. E chiede se corrisponde al vero che il progetto “mengur velto” preveda un costo complessivo di 907.340 euro.
Sarà certo importante far conoscere al consigliere Fava e a tutti i cittadini mantovani che il progetto è triennale e prevede un costo totale di 499.650 euro. Inoltre è da sottolineare che il programma include un finanziamento della Fondazione Cariplo pari a 300.100 euro, su un bando dedicato appunto a rom e sinti. In ultimo è bene far sapere che il progetto affronta tutte le problematiche presenti oggi a Mantova con un approccio integrato. Gli obiettivi sono:
1) costruire percorsi di autonomia per famiglie sinte, uscendo dalle logiche ghettizzanti ed assistenziali proprie del cosiddetto ‘campo nomadi’;
2) strutturare un centro di cultura sinta e rom che sappia offrire sia un punto di riferimento per le famiglie sinte e rom che un punto di diffusione e conoscenza delle ricchezze di queste culture per l’intera cittadinanza mantovana;
3) sostenere le attività lavorative svolte dalle famiglie sinte e svilupparne di nuove attraverso le potenzialità e i saperi espressi;
4) predisporre azioni d’intervento a favore della scuola, delle famiglie sinte, dei minori sinti e di tutti i minori frequentanti le scuole mantovane.
Ma è un’altra la questione che emerge nell’interpellanza del consigliere Giovanni Fava: quei soldi perché spenderli a favore dei bisogni dei sinti? Non sarebbe più logico spenderli per i lavoratori che rischiano il loro posto di lavoro per la crisi economica?

Per quanto riguarda la delibera della giunta comunale di Mantova siamo di fronte a un’azione politica che è diventata già un divieto perché è stata adottata. La Gazzetta di Mantova ha infatti titolato in prima pagina: “Basta raduni dei sinti al Migliaretto”.
Da alcuni anni la Missione Evangelica Zigana, confessione religiosa riconosciuta dallo Stato italiano, organizza a Mantova un convegno religioso, così come in altre città italiane. I pastori evangelici e i credenti vengono a Mantova per annunciare il messaggio evangelico ai sinti e ai rom mantovani ma non solo. Infatti tutti gli anni tante persone che non sono né sinte né rom si avvicinano a questo credo religioso, grazie proprio alla presenza della MEZ.
Di fatto è una manifestazione religiosa come tante altre che durante l’anno interessano Mantova, soprattutto da parte della Chiesa cattolica. Si pensi ad esempio alla processione dei Sacri Vasi. Certo nessuno ha mai pensato di vietare una manifestazione organizzata dalla Chiesa cattolica ma se la manifestazione la organizza una Chiesa evangelica, formata da sinti italiani, la ‘musica’ cambia.
Ma quali sono le ragioni che hanno indotto l’assessore allo sport, Fabio Aldini, a dire: «basta raduni dei sinti al Migliaretto»? I dirigenti del rugby Mantova e Viadana hanno annullato una loro manifestazione sportiva perché c’era la manifestazione religiosa.
E’ da sottolineare che in tutti questi anni quando la MEZ ha chiesto l’utilizzo dello spazio si è sempre adattata alle manifestazioni che già erano state programmate dalle società sportive presenti al Migliaretto. In quest’occasione il Comune di Mantova ad una settimana dall’iniziativa delle società di rugby nulla sapeva, perché nessuna richiesta era stata presentata da queste società per l’occupazione del suolo pubblico. E si sappia che i regolamenti comunali impongono la richiesta un mese prima dalla data di utilizzazione di uno spazio pubblico.
Inoltre, i pastori evangelici hanno limitato la loro occupazione proprio per venire incontro alle richieste delle società di rugby che di fatto avevano bisogno di spazi per il parcheggio delle autovetture. L’altra motivazione utilizzata è che la Polizia municipale aveva accertato la pericolosità per la circolazione pedonale e veicolare: una situazione che si presenta tutte le volte che viene fatta una manifestazione o che potremmo rilevare nell’intera città. Infatti, quando al Migliaretto c’è una manifestazione anche sportiva, bisogna rispettare i limiti di velocità (30 km/orari) e dare la precedenza ai pedoni. Ma a qualcuno dà fastidio, forse perché in questa occasione si tratta di una iniziativa dei sinti?
Ma è un’altra la questione che emerge da questa decisione: quali altri spazi esistono? Perché l’assessore Aldini non ha convocato la MEZ per trovare una soluzione, invece di fare la solita sparata sulla stampa?
Nel primo caso, l’interpellanza del consigliere Fava, si contrappone il bisogno di cittadini italiani che vivono in una situazione abitativa e lavorativa da terzo mondo, al bisogno di cittadini italiani che rischiano di perdere il loro lavoro. La strategia della guerra fra poveri. Implicitamente il consigliere della Lega Nord considera una parte di cittadini italiani – perché appartenenti alla minoranza sinta – meno detentori di diritti di altri cittadini italiani.
Nel secondo caso si contrappone il bisogno di cittadini italiani che organizzano una manifestazione religiosa, al bisogno di cittadini italiani che organizzano una manifestazione sportiva. In questo caso è bene sottolineare che la MEZ utilizza uno spazio pubblico 15 giorni all’anno, le associazioni sportive i restanti 350 giorni. Da alcuni anni a questa parte l’amministrazione comunale continua a ripetere che per attività quali quella promossa dalla MEZ altri spazi adeguati non esistono: ne consegue che la disposizione dell’assessore impegna tutta la giunta in una decisione di esclusione.
In tutti e due i casi, interpellanza e delibera di giunta, gli interessi dei cittadini italiani, appartenenti alle minoranze sinte, devono sempre sottostare agli interessi degli altri cittadini. Mai sono considerati alla pari. Se questa è democrazia… di Carlo Berini per Articolo 3

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San Giuseppe Vesuviano (NA), divieto di sosta per i "nomadi"

Anche nel Sud Italia si emettono le ordinanze sindacali razziste contro le popolazioni sinte e rom. Ultimo in ordine di tempo il Comune di San Giuseppe Vesuviano, in Provincia di Napoli.
L’ordinanza n. 235 impone il “divieto permanente di sosta per nomadi e campeggi abusivi di roulottes, caravans, campers, e similari nel territorio di San Giuseppe Vesuviano”. L’ordinanza è come al solito motivata con ragioni di ordine e sicurezza pubblica, violando di fatto la Costituzione italiana sia nell’Articolo 3 che nell’Articolo 16.
L’articolo 3 è violato perché tutti i Cittadini italiani sono uguali davanti alla legge, anche i Cittadini italiani che vengono stigmatizzati con l’eteronimo “nomadi”.
L’articolo 16 è violato perché si nega la libertà di movimento a dei Cittadini italiani. Infatti, il Sindaco Antonio Agostino Ambrosio può vietare la sosta solo se gli automezzi impediscono la circolazione stradale.
Inoltre, in questa ordinanza si attribuiscono a dei Cittadini italiani comportamenti stereotipati (accattonaggio e microcriminalità) prima ancora che questi si verifichino. Una forma di discriminazione razziale, punita penalmente.
E’ da rilevare che l’ordinanza 235 recita: “E’ disposto il divieto permanente di sosta su tutto il territorio comunale di San Giuseppe Vesuviano di nomadi”. Se domani mattina un Sinto o un Rom italiano parcheggiasse la sua auto per andare a bersi un caffé in un bar a San Giuseppe Vesuviano, i Vigili e i Carabinieri sarebbero obbligati a comminargli una multa di 150 euro ma anche delle non identificate sanzioni penali ed amministrative. Noi di sucardrom invitiamo le associazioni antirazziste napoletane ad intervenire, denunciando per discriminazione razziale Antonio Agostino Ambrosio, Sindaco di San Giuseppe Vesuviano.

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Roma, Alemanno: i Sinti e i Rom fuori dal raccordo anulare

Dopo neppure ventiquattr’ore dalla sostituzione del prefetto Carlo Mosca che già il sindaco Alemanno ha cominciato a dettare l’agenda al suo successore Pecoraro (in foto). Il quale, con il nuovo incarico a Palazzo Valentini, assumerà anche il ruolo di commissario governativo per l’emergenza rom.
«Con il nuovo prefetto Giuseppe Pecoraro affronteremo il problema dei campi nomadi per portarli fuori dal Raccordo anulare», ha annunciato ieri Alemanno, «un processo che va fatto sulla base della legalità: a Roma chi non rispetta le regole deve andare via».
Un’inversione a "U" rispetto a quanto finora dichiarato, soprattutto in campagna elettorale. Ridotto evidentemente a più miti consigli dal generale Mario Mori, capo dell’ufficio comunale Sicurezza, che da settimane lavora a questo progetto. «Senza legalità», ha concluso il sindaco, «la solidarietà non è credibile».
Raccordo e solidarietà, dunque: ecco le due parole-chiave per risolvere l’emergenza nomadi. Peccato che non siano nuove. E tornino, con un anno e mezzo di ritardo, nella stessa identica formula utilizzata nel vecchio "Patto per Roma sicura" siglato dal sindaco Veltroni con il prefetto Serra e il Viminale nella primavera 2007. È quello il testo che, per la prima volta, stabilisce la creazione di 4 grandi campi extra-urbani, chiamati appunto "villaggi della solidarietà", dove accogliere, assistere e controllare tutti i rom della capitale. Da trasferire, appunto, oltre il Gra.
Un’idea però subito contestata, a colpi di petizioni e sit-in, dagli abitanti dei quartieri di cintura e dei comuni limitrofi. E cannoneggiata da An, guidata dall’allora consigliere semplice Alemanno. Il quale, candidato poi alla poltrona più alta del Campidoglio, sembrava non aver cambiato opinione.
Tant´è che sei mesi fa, esattamente il 17 aprile, testualmente dichiarava: «La proposta dei villaggi della solidarietà contenuta nel Patto della sicurezza, quello di Veltroni e Serra, è da cestinare completamente. È irrealistica e irrealizzabile. I centri devono ospitare solo stranieri di passaggio». Una bella retromarcia rispetto alla proposta lanciata ieri.
- La protesta dei comuni dell'hinterland, del PD e della Destra. Non ci stanno i comuni dell´hinterland a diventare «lo scantinato di Alemanno». Accusato dai sindaci di Frascati, Zagarolo e Anguillara di «spostare i problemi anziché risolverli». A scatenare la rivolta, una sua dichiarazione di venerdì: «Con il nuovo prefetto Pecoraro affronteremo il problema dei campi nomadi per portarli fuori dal Raccordo».

«Se il sindaco Alemanno pensa di risolvere i problemi di Roma scaricandoli sul resto del territorio provinciale sbaglia di grosso» attacca subito il primo cittadino di Anguillara, Emiliano Minnucci, accusando l´esponente di An e la sua giunta di «incapacità di assumersi le responsabilità e di affrontare i problemi senza limitarsi a trasferirli altrove». Sa di cosa parla: il piccolo comune lacustre, insieme ai molti altri che circondano la capitale, sono stati già penalizzati dallo sbarco in massa delle prostitute allontanate dall´ordinanza capitolina anti-lucciole. Perciò sono arrabbiati.
«L´hinterland», prosegue Minnucci, «meriterebbe di essere valorizzato e invece si trova costretto a fronteggiare nuovi problemi solo perché il sindaco di Roma non è in grado di lavare i panni sporchi in casa».
Sulla stessa linea il sindaco di Zagarolo e capogruppo provinciale del Pd Daniele Leodori. Che prima premette: «Forse Alemanno pensa che il nuovo prefetto Pecoraro sia un suo assessore, visto che crede di potergli dettare la linea sui rom».
E poi va giù duro: «Spostando i campi nomadi fuori dal Gra il sindaco di Roma continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, scaricando sul territorio provinciale un problema che meriterebbe una vera soluzione e non un intervento di facciata». Ecco perché «almeno stavolta», dice, «spero che ci sia una dura reazione da parte dei sindaci del centrodestra della Provincia, che non possono permettersi di anteporre gli interessi di partito alla tutela dei propri cittadini».
Una sollevazione auspicata sia dal segretario provinciale del Pd, Carlo Lucherini, secondo cui «è incredibile che Alemanno pensi di poter prendere tali decisioni senza concertarle con le altre istituzioni», sia dal partito di Francesco Storace. Che, per bocca del segretario provinciale della Destra, Roberto Buonasorte, invita tutti i sindaci del Pdl a «uno scatto d´orgoglio». Anche contro «una politica», rincara Francesco Posa, sindaco di Frascati, «che vorrebbe far diventare l´area vasta un territorio di serie B». È categorico Posa: «Alemanno deve smetterla di vedere il territorio dell´hinterland romano come uno scantinato in cui riporre i problemi della capitale. E personalmente mi ha stancato questo modo di amministrare autoritario che non prevede alcun tipo di concertazione con le altre istituzioni». di Giovanna Vitale

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Facebook rimuove le pagine contro i Sinti e i Rom

Facebook ha annunciato oggi di aver rimosso dal proprio sito diverse pagine usate da qualche migliaia di italiani per incitare alla violenza, dopo che esponenti politici a livello europeo avevano accusato il sito di social networking di offrire una piattaforma ai razzisti.
Sette diverse pagine di gruppi sono state create sul sito con titoli vari che invocano la violenza contro i Sinti e i Rom.
"L'esistenza di questi gruppi è ripugnante", ha dichiarato Martin Schulz, leader dei socialisti al Parlamento europeo che ha espresso una protesta alla società californiana. Facebook ha detto di aver rimosso le pagine perché violavano i suoi termini di utilizzo.
"Facebook sostiene il libero flusso di informazioni, ed i gruppi forniscono un forum per discutere temi importanti. Tuttavia, Facebook rimuoverà qualsiasi gruppo violento o minaccioso", ha detto nella dichiarazione.
In Italia le comunità rom e sinte sono state oggetto di diversi attacchi mentre i media hanno posto l'attenzione su crimini violenti commessi da Rom o Sinti Il Governo ha smantellato diversi campi dove vivevano rom.
I parlamentari europei ed alcuni gruppi cattolici hanno criticato quella che hanno definito una demonizzazione di un gruppo etnico, che come gli ebrei ha subito uno sterminio da parte dei nazisti.
Facebook permette di caricare dati personali e creare gruppi di amici on-line. Gli utenti possono anche creare gruppi su interessi condivisi come partiti politici, musica o film.
Shimon Samuels del centro ebraico per i diritti umani Simon Wiesenthal ha detto che Facebook dovrebbe creare una tecnologia capace di filtrare i "discorsi di odio".
"Non è una cosa nuova, è successa prima, è già accaduta anche su Facebook. Non siamo sorpresi che questo gruppo davvero marginale di neonazisti italiani ne abbiano tratto profitto", ha detto Samuels a Reuters.
Facebook ha detto di non avere una visione preventiva delle pagine ma di avere una squadra che cerca le violazioni delle sue norme dio utilizzo che vietano di inserire qualsiasi contenuto odioso o deprecabile riguardo razze ed etnie. di Robin Pomeroy

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Firenze, un'osservatorio sull'informazione? Speriamo...

Si chiudono con proposte e impegni le giornate dell’Interdipendenza a Firenze. Tra i relatori anche Roberto Natale presidente Fnsi, che ricorda la Carta di Roma e lancia il progetto di un Osservatorio sull’informazione
Si sono spente le luci sull’Africa nella città di Firenze, almeno per ora. Venerdì scorso si è chiusa alle sette di sera la due giorni sull’Interdipendenza, convegno dedicato all’informazione su un continente ancora sconosciuto.
All’ultima sessione ha partecipato anche Roberto Natale presidente dell’Fnsi che ha ricordato la decisione dell’Agenzia Dire e di Redattore sociale di bandire alcuni termini discriminatori nei confronti dei migranti: tra le altre, la parola “clandestino”e “zingaro”.
Natale ha ricordato poi l’elaborazione della Carta di Roma, avvenuta l’ottobre scorso, promossa dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dal sindacato dei fgiornalisti Fnsi, in collaborazione con i Consigli regionali dell’Ordine e le associazioni regionali della stampa. Un vademecum e un invito per i giornalisti italiani a “osservare la massima attenzione nel trattamento delle informazione concernenti i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti nel territorio”.
Natale infine si è impegnato ad avviare un Osservatorio indipendente sull’informazione e ad introdurre le giornate dell’Interdipendenza nel percorso formativo delle scuole di giornalismo.
“Un impegno importante per il mondo dell’informazione” commenta Martin Nkafu Nkemkia professore di filosofie africane alla Università gregoriana. Nkemkia invita poi a organizzare le Giornate dell’Interdipendenza proprio in Africa per permettere di approfondire la conoscenza dei luoghi.
Mentre Riccardo Barlaam, giornalista del Sole -24 ore e blogger, racconta del suo progetto di una scuola di giornalismo in Cameroon che coinvolgerà africani e occidentali anche nella costruzione di un giornale on line e che sarà avviato a gennaio dell’anno prossimo.
Alla fine della giornata sembra partire proprio da questo tavolo la speranza (il miraggio o il bisogno?) di un nuovo tipo di giornalismo. “C’è stata una costruzione a tavolino della paura nell’informazione italiana – racconta Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente – Basti pensare a quello che è successo mesi fa con i rom”. Poi conclude: “Chiudersi nel fortino non è utile al giornalismo: il vero pericolo per l’interdipendenza è la paura. Questo convegno aiuta ad aprire le porte”.

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Viterbo, razza = razzismo, riflessioni a settant’anni dalle leggi razziali

“Razza = Razzismo. Riflessioni a settant’anni dalle leggi razziali” è il titolo del convegno che si terrà giovedì 20 novembre alle 10.00 nella sala conferenze della Provincia.
“A così tanto tempo da quell’infausta pagina della storia del nostro Paese – commenta l’assessore alla Pace, Giuseppe Picchiarelli (in foto) - purtroppo è ancora necessario discutere, ragionare e analizzare un tema così profondo”.
Il convegno è organizzato dalla Provincia, in collaborazione con l’Afesopsit (Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia), l’associazione 24marzo.it e la Cooperativa sociale Alice.
“Se ancora oggi - spiega Picchiarelli - fenomeni di intolleranza e aggressione nei confronti di chi a volte viene da Paesi diversi, ha il colore della pelle diverso o professa una religione diversa, oppure a volte ha semplicemente un orientamento sessuale diverso, sono purtroppo drammaticamente frequenti, è evidente che occorre allora fondare le nostre culture su radici più solide, capaci di parlare la lingua dell’accoglienza, dell’integrazione, della contaminazione e dell’uguaglianza”.
“Le straordinarie parole che il costituente ha scritto nell’articolo 3 della nostra Carta fondamentale – spiega ancora l’assessore - introducono infatti, associandolo al principio di uguaglianza formale, quel principio ancor più ampio di uguaglianza sostanziale che impone a ciascuno di noi, specialmente a chi riveste il ruolo di amministratore pubblico, di ‘rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
E’ su questa scia che abbiamo organizzato l’appuntamento di giovedì, per smuovere le coscienze e far ragionare su un tema che, purtroppo, rimane di stringente attualità”.
Tra gli interventi previsti, quello della biologa Daniela Cantucci che spiegherà come non esiste un criterio scientifico su cui possa basarsi il concetto di razza; poi, l’avvocato Marcello Gentile racconterà quante e quali sono le leggi razziali.
Ci saranno, quindi, le testimonianze dirette di due vittime delle discriminazioni razziali all’epoca del fascismo, Vera Vigevani e Giulia Spizzichino, e infine di due rappresentanti della comunità rom, Giorgio Bezzechi e Maurizio Pagani. L’apertura dei lavori è affidata a Vito Ferrante dell’Afesopsit e la chiusura all’assessore Picchiarelli. Leggi il programma...

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lunedì 17 novembre 2008

Mantova, l’Italia scopre il razzismo e le discriminazioni

L’associazione “per la sinistra” invita al dibattito pubblico “l’Italia scopre il razzismo e le discriminazioni, dialoghi tra il locale e il globale, A Mantova un’occasione di conoscenza e dibattito”. L'evento si terrà a Mantova, giovedì 20 novembre 2008, dalle ore 17.30, al LUDAS in via Oberdan n. 7
Allarme razzismo in Italia: lo ha lanciato un mese fa il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il Capo dello Stato ha puntato l'indice contro i «rischi ed i fenomeni di oscuramento di valori fondamentali, quello della dignità umana insieme ad altri, anche nel nostro Paese».
L’associazione “per la sinistra” raccoglie l’invito del Presidente Napolitano, che ha chiesto al Paese il «superamento del razzismo», organizzando a Mantova il dibattito pubblico “L’Italia scopre il razzismo e le discriminazioni. Dialoghi tra il locale e il globale, a Mantova un’occasione di conoscenza e dibattito”.
Sarà un’occasione di conoscenza grazie gli interventi di alcune persone che a Mantova si stanno adoperando per monitorare e combattere tutte le forme di discriminazione e di esclusione. Ma sarà anche un’occasione di dibattito: cosa è il razzismo? Cosa sono le discriminazioni? Come poterle affrontare e combattere insieme?
Interverranno tre mantovani
- Dragan Djiukic, che lavora nell’Ufficio Stranieri della CGIL di Mantova, parlerà delle discriminazioni che colpiscono gli immigrati a Mantova e in Italia;
- Eva Rizzin, che lavora nell’associazione Sucar Drom e nell’Osservatorio contro le discriminazioni, parlerà dei “campi nomadi”: politiche di segregazioni di stato condannate dalle istituzioni europee ed internazionali;
- Antonio Benazzi, presidente dell’ArciGay di Mantova e volontario nell’Osservatorio contro le discriminazioni, palerà di una malattia ancora non debellata: l’omofobia.
Chiuderà gli interventi l’Assessore provinciale Fausto Banzi che spiegherà quali sono le risposte che può dare chi è impegnato nell’azione amministrativa. Cosa possono fare gli amministratori per combattere le forme di razzismo e di discriminazione? Ma anche: cosa stanno facendo gli amministratori per combattere tutte le forme di razzismo e di discriminazione?
Introdurrà e coordinerà il dibattito Barbara Nardi, vice presidente della Sucar Drom, impegnata nell’Osservatorio contro il razzismo e membro del comitato politico federale di Rifondazione Comunista.
Ai partecipanti all’incontro sarà distribuito una copia dello speciale di Articolo 3, osservatorio contro le discriminazioni che è stato distribuito al festival della letteratura. Sarà anche possibile iscriversi alla newsletter settimanale che viene inviata via e-mail.
L’associazione “per la sinistra”, presentata da pochi giorni da Moni Ovadia, Maria Luisa Boccia, Gianni Mattioli, Giorgio Parisi, Nichi Vendola, Paolo Cento, Claudio Fava e Umberto Guidoni, intende promuovere l’unità della sinistra in Italia, affermando “che è possibile, di fronte all’offensiva razzista nei confronti dei migranti, rispondere - come fece Einstein - che l’unica razza che conosciamo è quella umana”. Ai partecipanti all’incontro sarà distribuito il documento “COSTRUIRE LA SINISTRA: IL TEMPO E’ ADESSO”. Per informazioni, scivere a carloberini@libero.it

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Lucca, il Consiglio comunale discute sulla situazione abitativa dei Sinti italiani

Nella seduta di giovedì 13 novembre, è stata nuovamente portata all'attenzione del consiglio dai gruppi PD e Rifondaziome Comunista la situazione della comunità Sinti stanziata in via della Scogliera.
E' stato approvato un è stato approvato, con 22 voti a favore e 12 contrari, un ordine del giorno della maggioranza, dando mandato al sindaco, alla giunta e alla commissione servizi sociali "di approfondire i temi del dibattito al fine di individuare tutte le opportune soluzioni acquisendo le necessarie conoscenze".
Hanno votato contro Pd e Rifondazione comunista, proponendo al contempo una propria mozione dove veniva chiesto "al sindaco e alla giunta a predisporre progetti che prevedano soluzioni per le quali vi dia stato il piano di coinvolgimento e l'assenso dei cittadini interessati". L'ordine del giorno è stato respinto.
Ad aprire la discussione, dove era presente anche una rappresentanza dei Sinti, è stato l'assessore al sociale Angelo Monticelli, ricordando, tra le altre cose, che da lungo tempo le amministrazioni comunali stanno cercando una sistemazione diversa per gli abitanti di quest'area, per favorire l'integrazione in ambito di edilizia pubblica.
“In questo lavoro – ha proseguito Monticelli – almeno tre saranno i livelli di analisi, e ciò in considerazione del fatto che le esigenze non sono univoche, ovvero: garantire ai proprietari delle strutture un’alternativa soddisfacente, favorire l’integrazione, dove ci sono i presupposti, con l’assegnazione di case popolari, trovare altre risposte a quei nuclei che rifiutano l’inserimento nelle abitazioni sociali. Si intende perseguire la via dell’integrazione, convinti che non è un percorso facile da tirare avanti, ma al tempo stesso il comune non può limitarsi a concedere aiuti, ma deve chiedere in cambio il rispetto delle regole e della legalità”.

A sua volta l’assessore alla Polizia Municipale Cappellini ha sottolineato come le normative impongano di censire i “campi nomadi” ed i procedimenti da seguire in caso di accertamenti di abusi edilizi: “Mi sfugge – ha detto Cappellini – se da parte della minoranza si contesti l’opportunità di un intervento, peraltro effettuato in sinergia con le Forze dell’Ordine e con le modalità dalle stesse ritenute più opportune, oppure le conseguenze di tale intervento che stanno, come detto, nel diritto e non nei fatti”.
Durante la discussione ha preso la parole anche Padre Luciano, da anni attento alla vita della comunità Sinti. Il trattamento che è stato fornito alla "minoranza culturale", secondo il religioso, è profondamente contraddittorio: “Sono stati mandati in un acquitrinio, hanno cercato di elaborare delle strutture minime per rendere la loro condizione vivibile, hanno subito processi per abusi conclusi con l’assoluzione per “stato di necessità”, non ci si deve meravigliare se molti , nati e cresciuti lì, non se ne vogliono andare. Chiedono solo un dialogo franco e corretto, un approccio positivo e costruttivo”.
Numerosi sono i consiglieri intervenuti nel dibattito. Tambellini (PD) ha sostenuto la reale esistenza di un problema legale per cui è necessaria una soluzione giusta e improntata al dialogo. Dinelli, invece, (Forza Italia verso il Pdl) ha posto l'accento sull'illegalità, come condizione che impedisce la ricezione di aiuti.
Secondo Bertini (PD) non si tratta di un “campo nomadi”, ma di abitazioni a tutti gli effetti. Dell'opinione diametralmente opposta Martinelli (An verso il Pdl), che sottolineato l'ingente presenza degli abusi edilizi messi in atto dai Sinti: "Se un cittadino ne avesse compiuto solo la metà, sarebbe già stato sanzionato. Da un lato dobbiamo garantire la legalità, dall'altro l'integrazione".
Anche per Brancoli (gruppo misto), l'illegalità travia una sana integrazione e coesistenza. "E' necessario fare un salto di qualità e un impegno serio da parte di tutti".
Tagliasacchi (PD) ha chiesto che ora si apra un percorso di confronto attraverso le commissioni consiliari preposte, per trovare una soluzione, “perché la legalità va rispettata, ma bisogna creare le condizioni perché ciò avvenga”. Secondo Maria Teresa Leone (PD) “la scuola è il luogo dove queste conflittualità vengono abbattute, perché nella scuola siamo tutti persone”.
Per Fabbri (F.I verso il Pdl) bisogna trovare una via d’uscita ad una situazione che non fa onore alla città: “se ci sono abusivismi dovuti alla necessità, bisogna rimuovere la necessità”. Infine Bertani (Udc): “Spero che il problema sollevato stasera non cada nel dimenticatoio, ma prosegua nella commissione servizi sociali, che ne prenda coscienza ed elabori, unitamente all’assessore, progetti finalizzati a trovare una soluzione”. di Sara Berchiolli

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sabato 15 novembre 2008

Non chiamarmi zingaro

È un pretesto ben curioso, quello che ha spinto Pino Petruzzelli a scrivere “Non chiamarmi zingaro”, la raccolta di racconti-interviste uscita qualche mese fa per Chiarelettere.
“Sì, deve essere andata proprio così – scrive l’autore nelle pagine introduttive – Fu grazie a quel pianoforte che iniziai a vedere lo zingaro da un diverso punto di vista. Il suo.”
Un pianoforte come pretesto di questo particolare viaggio è una metafora del destino, la risposta alla dedica di Petruzzelli, alla sua preghiera: “A mio figlio e a tutti i bambini della sua generazione affinché crescano con la certezza che una grande melodia non può che nascere da note diverse”.
Ebbene, è dai tasti di un pianoforte che parte il viaggio di approfondimento dell’autore, alla scoperta dell’universo misconosciuto e frammentato di Rom e Sinti.
Dalle baracche sotto i ponti dell’Arno e dagli insediamenti nelle ex fabbriche italiane, ai quartieri ghetto della Bulgaria; dai campi di Roma, alle villette dei giostrai, in Friuli; dalle periferie dei diseredati di Tirana, alle viuzze vestite a festa di Saintes Maries de la Mer, in Provenza, dove ogni anno Rom e Sinti si recano a ringraziare Sara la Kali; dalla Svizzera, alla Grecia, passando per Eboli. Un viaggio durato anni, in cui Petruzzelli si è lasciato prendere per mano ed accompagnare, di volta in volta, da uomini e donne appartenenti ad un popolo la cui storia è sempre stata narrata da altri, manipolata e vilipesa. In questo caso, è andata – finalmente! – in modo diverso: l’autore ascolta, fa domande, si sposta, cerca, registra… ma lascia parlare loro, rendendoli soggetti del narrare, eclissandosi il più possibile dietro le loro storie.
È così che il lettore incontra personaggi dai tratti quasi fiabeschi, eppure assolutamente reali: la prima insegnante Rom d’Albania, e una neurologa Rom che continua a nascondere le proprie origini; un poeta, un pittore, famiglie rumene, un fotografo bulgaro, giostrai ed attivisti italiani; un ragazzo che ha visto morire l’amore della sua vita, un ex pugile emiliano, uno scultore, un prete ed un frate; un elettricista che cura i sistemi d’allarme di una banca (!), e una scrittrice svizzera vittima dello zelo della Pro Juventute, che strappava i figli agli ‘zingari’ per trapiantarli in sane famiglie contadine. Un viaggio tra le tante sfaccettature di un popolo complesso, Rom, Jenisch, Manouche, Sinti – e tra le pieghe della storia che, sulla loro pelle, non è mai stata clemente. Dalle manifestazioni leghiste xenofobe del presidio di Opera, e dall’incuria amministrativa odierna, giù giù, fino alle origini di un odio razziale vecchio di secoli, che raggiunge l’apice durante la seconda guerra mondiale, quando ai cosiddetti Zigeuner viene riservato lo stesso trattamento degli Ebrei: braccati, imprigionati nei lager, seviziati, decimati dalla furia nazista.
Petruzzelli fa un’operazione coraggiosa, cedendo la parola a queste genti – dice il sottotitolo – perseguitate e diverse da sempre, che nessuno conosce ma di cui tutti hanno paura. In un momento storico certamente poco adatto al dialogo e all’attenzione per questi temi. Eppure il testo, lungi dall’essere semplicistico o accomodante, resta una lettura lieve, gentile. Un testo disarmato, proprio come lo sono queste etnie: sparpagliate, mai entrate in guerra, senza rappresentanze diplomatiche, senza terra.

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giovedì 13 novembre 2008

Roma, il Governo "caccia" il Prefetto Mosca

Alla fine anche il Prefetto Mosca è stato “cacciato” da Roma. Erano settimane che circolavano insistenti voci di un cambio alla guida della Prefettura di Roma, soprattutto perché Mosca aveva contrastato le posizioni più discriminanti assunte sia dal Ministro dell’interno, Maroni, che dal Sindaco di Roma, Alemanno, sulla questione sinta e rom. Posizioni censurate dal parlamento europeo e di fatto ritirate nel luglio scorso (raccolta delle impronte digitali).
Giuseppe Pecoraro è il nuovo Prefetto di Roma, nominato questa mattina dal Consiglio dei ministri. La nomina di Pecoraro è arrivata su proposta del ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Per Mosca, si legge in una nota di Palazzo Chigi, che assume l'incarico temporaneo di riorganizzare l'esercizio delle funzioni di rete degli uffici territoriali del governo, è stata già attivata la procedura di nomina a consigliere di Stato.
Ringraziamo il prefetto Mosca per la sensibilità con cui ha lavorato da Commissario per l’emergenza “nomadi” nel Lazio anche se non abbiamo condiviso alcune sue scelte. Nei prossimi giorni chiederemo un incontro al nuovo Prefetto sulla questione del censimento dei romani, appartenenti alle minoranze sinte.

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Sardegna, le borse di studio a favore di studenti rom

Anche per l’anno 2008, la Fondazione Anna Ruggiu conferisce alcune Borse di studio riservate a giovani appartenenti all’etnia rom che frequentino con profitto la scuola.
L’iniziativa, giunta ormai alla V edizione, ha favorito la scolarizzazione di diversi giovani Rom che abitano nei campi della Sardegna, alcuni dei quali hanno già conseguito un diploma delle scuole secondarie, altri le frequentano con soddisfacenti risultati e ci si aspetta che il contributo offerto dalla Fondazione possa rafforzare ed accelerare il processo di scolarizzazione ormai da anni in atto tra le comunità rom della Sardegna.
L’obbiettivo è quello di favorire, attraverso l’elevazione culturale, la comprensione reciproca tra le culture, nella convinzione che il raggiungimento di elevati livelli di istruzione tra gli appartenenti all’etnia Rom, possa svolgere una funzione estremamente positiva in tale direzione. Alcune esperienze scolastiche, peraltro, dimostrano come sia possibile raggiungere elevati livelli di integrazione.
La cerimonia di consegna delle borse di studio, che ammontano a complessivi 5.000 euri, si svolgerà sabato 15 novembre e 10,30 presso il Centro di aggregazione sociale di Pabillonis,
I ragazzi premiati quest’anno non sono semplicemente studenti che riescono a superare una classe, ma giovanissimi che si sono distinti per il merito e che, in alcuni casi, possono a buon titolo figurare tra i migliori della propria classe. Provengono da realtà diverse, Sassari, Pabillonis, Monserrato e ciascuno di essi si distingue per propri peculiari talenti.
Speriamo, un giorno, di trovare alcuni di essi tra i banchi dell’Università. L’iniziativa, è realizzata in collaborazione con l’Unicef della Provincia di Cagliari, e con l’Amministrazione comunale di Pabillonis e coinvolge altre istituzioni, a cominciare dalla Caritas, particolarmente attive in questo settore.
Speriamo che, almeno per un giorno, le cattive notizie di cronaca relative ai Rom, alle quali siamo abituati possano lasciare il posto ad altre notizie di cronaca più positive e, soprattutto, capaci di creare un clima di fiducia e di speranza.

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Rom e Sinti, il dramma delle adozioni facili

Bambini rom e sinti uguale bambini maltrattati: un’equazione assai diffusa nell’opinione pubblica, ma anche fra gli operatori di settore. Ha fatto scalpore in Italia la ricerca commissionata dalla Fondazione della Cei Migrantes al dipartimento di Psicologia e antropologia culturale dell’Università di Verona.
Secondo questa ricerca sono infatti proprio i servizi territoriali per l’infanzia e le autorità guidiziarie a generalizzare con estrema disinvoltura, cedendo ad uno fra i più pericolosi pregiudizi sulla tutela dei minori: quello secondo cui la cultura rom sia sempre e comunque “mancante” nei confronti dei bambini.
Lo studio prevedeva la raccolta e l’analisi di dati documentati relativi all’affidamento e all’adozione di minori rom e sinti a famiglie gagé da parte delle autorità giudiziarie, nel periodo compreso tra il 1985 e il 2005. Partendo dalle dichiarazioni registrate presso otto dei 29 tribunali minorili italiani (Torino, Bologna, Bari, Lecce, Trento, Firenze, Venezia e Napoli) e dalle informazioni raccolte nei servizi sociali di riferimento, comunali e ospedalieri, in materia di allontanamento dei minori dal nucleo famigliare, la ricercatrice Carlotta Saletti Salza ha individuato oltre 200 casi di bambini rom e sinti dichiarati adottabili.
I dati raccolti in ciascuna delle sedi mostrano differenze rilevanti legate al contesto storico e sociale all’interno del quale, negli anni, si sono inserite le diverse comunità nomadi (per esempio, ambiguità e confusione di competenze, con conseguenti ingerenze da parte del tribunale là dove siano carenti i servizi sociali. O al contrario una specializzazione consolidata fra gli operatori sociali, che però rafforza lo stigma culturale).

Nel complesso l’analisi mostra la facilità con la quale tanto la tutela sociale (dei servizi di territorio) quanto la tutela civile (dell’autorità giudiziaria) tendano a identificare un minore rom con un minore sempre e comunque maltrattato. Emerge, infatti, l’enorme difficoltà di molti operatori a riconoscere l’identità del bambino nomade nel suo contesto culturale e nel suo modello educativo: i circa 200 casi di adattabilità dichiarata denunciano un “pregiudizio” (così come inteso dal codice civile) relativo a una tutela dalla quale, paradossalmente, il minore resta escluso. Come accade nel caso di allontanamento famigliare e di inserimento in comunità, col divieto da parte del tribunale di fare incontrare i bambini coi rispettivi genitori fino al termine dell’istruttoria (spesso, per lunghi mesi, con ricadute negative nei loro rapporti).
Ma l’accusa più pesante viene dagli avvocati che seguono questi casi: probabilmente, sostengono, il reale interesse dei vari operatori coinvolti è quello di trovare il maggior numero possibile di minori per le famiglie gagé che fanno domanda di adozione. Un’affermazione pesante che, a prescindere dalla sua veridicità, offre lo spunto per una riflessione su due aspetti: il primo riguarda la definizione della soglia in funzione della quale l’operatore stabilisce per il minore la condizione di “pregiudizio”.
Ad oggi i bambini rom vengono segnalati all’autorità giudiziaria in base al grado di tolleranza personale degli operatori sociali, spesso molto basso. Il secondo apetto riguarda l’applicabilità della norma giuridica italiana a un minore il cui contesto famigliare potrebbe non riconoscere la norma stessa e le sue finalità. Attualmente, pochi magistrati minorili riconoscono la necessità di decodificare il contesto culturale e in molti non ritengono opportuno riconoscerne la specificità dettata dall’appartenenza culturale. di Chiara Cantoni

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Milano, il Pd si adegua sulle posizioni discriminanti del centro destra

Giorgio Bezzecchi (in foto) ha presentato il libro “i rom e l’azione pubblica” alla Commissione politiche sociali del Comune di Milano. Bezzecchi ha denunciato "macroscopiche esclusioni e il rischio crescente di trattamenti discriminatori o differenziali, come l'obbligo di sottoscrivere un Patto di legalità e socialità", sottolineando che "i Sinti e i Rom hanno generalmente perso le loro occupazioni, sia quelle tradizionali sia quelle consentite dal mercato del lavoro in rapida trasformazione, senza che in alcun modo le politiche pubbliche affrontassero il problema del superamento della perdita di autonomia e della ricerca di una nuova professione".
Ripercorrendo le soluzioni realizzate in città per l'accoglienza dei Sinti e dei Rom dalla fine degli anni '70 fino ad oggi, "cosa si è fatto - è il problema posto da Bezzecchi ai consiglieri - in questi anni per risolvere i problemi di chi il lavoro lo ha perso, non lo ha mai avuto, non sa come accedervi?". Per Bezzecchi c'è stata "la perdita di un senso riconoscibile e difendibile nell'azione pubblica rivolta ai rom" che "si somma a tentativi illusori di governo delle contraddizioni, ispirati a pratiche costrittive, rese apparentemente meno repressive ma più ambigue dalla cogestione di interventi assistenziali e caritatevoli da parte di enti benefici, corresponsabili della situazione attuale".
Giustamente Bezzecchi ha fatto notare che "con la spesa in conto capitale destinata a realizzare Triboniano si sarebbe potuto avviare un progetto di inserimento abitativo di ampio respiro, come è stata la strada scelta dal Comune di Bologna, che con una politica di sostegno al pagamento del canone d'affitto ha inserito in abitazioni oltre 500 rom".
Al contrario, a Milano, "il sostegno alle cooperative sociali rom", Romano Drom e Laci Buti, "è stato abbandonato dall'attuale dirigenza comunale senza alcuna spiegazione" mentre "la ripresa di questa esperienza e l'affidamento di commesse e servizi pubblici creerebbero delle condizioni di autonomia e delle alternative alla devianza per molte famiglie".
Davvero singolare la risposta della Commissione. "Anche i rom devono fare la loro parte, non solo le istituzioni. Serve un loro auto-movimento per cambiare". E' la richiesta bipartisan con cui la commissione Politiche sociali a palazzo Marino ha risposto al libro "I rom e l'azione pubblica".
«O c'e' un concorso delle comunità nomadi, con un impegno e con denunce, a collaborare con le istituzioni contro le situazioni di illegalità nei campi e per la formazione e la scolarizzazione, o non si risolverà mai nulla. Non ci possono essere solo rivendicazioni", ha detto il consigliere del Pd, Carmela Rozza.
«Condividiamo pienamente l'istanza di Rozza», ha chiuso il presidente della commissione, Aldo Brandirali, di Forza Italia: «Chiedere, chiedere, chiedere, e non essere soggetti del proprio cambiamento - ha detto Brandirali - è uno scandalo. E la spiegazione della situazione drammatica dei campi».
Forse, ma non crediamo, i diversi Consiglieri comunali non sanno che il Comune di Milano ha cancellato tutti i progetti che vedevano i Sinti e i Rom soggetti del proprio cambiamento. Quindi davvero assurdi i commenti della Rozza e di Brandirali.
E’ davvero incredibile. Il disastro milanese è frutto del menefreghismo ventennale dell’amministrazione comunale che non ha mai ascoltato le proposte fatte proprio da quelle persone, come Giorgio Bezzecchi, che chiedevano a questi politici di approntare in maniera diffusa progetti che vedessero i Sinti e i Rom protagonisti attivi del cambiamento.
Sarà utile che Giorgio Bezzecchi, insieme a Maurizio Pagani e Tommaso Vitale, contestino pubblicamente le dichiarazioni vergognose, uscite dalla Commissione politiche sociali. Noi di sucardrom, si sappia, stiamo denunciando il Comune di Milano per il cosiddetto “patto di legalità e socialità”, vero e proprio simbolo della discriminazione razziale subita dai Sinti e Rom in Italia.

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Venezia, continuano le polemiche sul villaggio per i Sinti veneziani

La proposta di referendum sul nuovo villaggio a favore dei sinti veneziani approderà in consiglio comunale sia pure con il parere negativo delle commissioni congiunte. Lunedì pomeriggio nel municipio di Mestre è andato in scena l’ultimo round della discussione sulla proposta di referendum consultivo sulla costruzione del nuovo villaggio di via Vallenari.
Una seduta affollata, alla quale hanno partecipato molti residenti, rappresentanti del comitato «No campi nomadi nei centri abitati», le forze di opposizione al completo, con il leader del Carroccio Corrado Callegari in prima fila, e l’onorevole Cesare Campa in testa al gruppo di Forza Italia. Il momento clou è stata la votazione della non ammissibilità del quesito referendario, sostenuto da oltre 12 mila firme.
Noi sucardrom ci chiediamo: può esistere in un Paese democratico un comitato che si denomina: no ai campi nomadi nei centri abitati? O meglio, si può legittimare la separazione di una parte di Cittadini italiani? No, secondo noi. Anzi riteniamo che il comitato sia passibile di una denuncia per discriminazione razziale e vilipendio della Costituzione italiana (articolo 3). La Procura della repubblica di Venezia dovrebbe acquisire tutto il materiale e procedere ma per ora assistiamo ad uno squallido dibattito, dove il centro-sinistra giustamente si oppone con fermezza.
«Ritieni che la realizzazione di un campo nomadi che costa milioni di euro rientri nelle priorità del tuo Comune di Venezia?». Il presidente di commissione Patrizio Berengo, con il sostegno del capogruppo del Pd Piero Rosa Salva, ha deciso di mettere al voto una volta per tutte l’analisi del quesito per appello nominale: «La proposta non è ammissibile - ha chiarito - perché tratta di un progetto già avviato, per il quale sono stati messi a bilancio e stanziati dei finanziamenti».
Invece secondo Caccia, capogruppo dei Verdi, il referendum non è ammissibile perché lo statuto comunale vieta di celebrare consultazioni referendarie su materie che hanno a che fare con la tutela dei diritti delle minoranze. In ogni caso, i consiglieri di minoranza si sono opposti al voto, tra questi anche l’azzurro Cesare Campa, che ha bisticciato con il capogruppo del Pd.

Prima di andare al voto il portavoce del comitato «No ai campi nomadi nei centri abitati», Sergio Memo, ha letto un documento rivolto ai consiglieri nel quale ribadisce le motivazioni per le quali proseguirà nella battaglia legale: «Vi riterremo personalmente responsabili di tutto ciò che illegalmente questa amministrazione comunale porterà a compimento». Poi la resa dei conti.
Il presidente Renato Boraso, che non fa parte della commissione, ha espresso parere con delega dell’azzurro Michele Zuin: «Sono favorevole, viva la democrazia» è stata la sua dichiarazione di voto, che ha irritato il consigliere Turetta.
Bagarre tra l’azzurro e il consigliere del Pd Franco Conte, che ha sostenuto i cittadini e il referendum, ma poi ha votato contro. Alla fine la non ammissibilità è passata a maggioranza: in 20 hanno votato contro il referendum, in 7, tra cui Paolino D’Anna, a favore. Adesso il presidente Boraso attende la relazione congiunta delle tre commissioni, poi convocherà il consiglio dove, entro fine mese, ci sarà la battaglia finale e dove la situazione potrebbe anche capovolgersi.
Stizzito il capogruppo del Carroccio, Alberto Mazzonetto: «Le iniziative della maggioranza sono rigurgiti autoritari ed antidemocratici. La giunta Caccia-Cacciari, amica dei no-global, teme la consultazione democratica sulla priorità del campo nomadi perché sa che il 99,9% dei residenti è schierato con l’iniziativa referendaria. La Lega è convinta che molti consiglieri della maggioranza siano contrari al campo nomadi e che, per ordine di scuderia, dichiarino la contrarietà al referendum. Se l’amministrazione rifiuta, dimostra di avere paura del confronto. Un atteggiamento da dittatura sudamericana».

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Orbassano e Rivalta (TO), lite delle amministrazioni su cinque bambini rom

È di nuovo scontro tra le amministrazioni di Orbassano e Rivalta. Dopo la questione della viabilità intorno al nuovo centro commerciale della frazione rivaltese di Pasta, ora a far discutere sono cinque bambini rom residenti ad Orbassano, ma iscritti alla scuola elementare di Tetti Francesi, frazione del vicino comune.
«Il sindaco Neirotti ci ha chiesto senza mezzi termini di inserire questi bambini in strutture della nostra città, benché abbiano già iniziato l’anno scolastico nell’istituto rivaltese - spiega l’assessore orbassanese Walter Alesso -. La motivazione ufficiale è che la scuola in questione è al limite e non è più in grado di seguire come si deve tutti i ragazzi presenti che hanno bisogno di insegnanti di sostegno».
Una scuola che, precisa l’assessore, «funziona molto bene», anche se quello che colpisce sono i tempi della richiesta: «arrivata qualche giorno dopo un volantino circolato per Rivalta, a firma del centrodestra in cui si parlava di una donna rom impiegata come insegnante».
Secondo Orbassano, Rivalta avrebbe fatto una sorta di “dispetto”: «Diciamo che è singolare la tempistica - chiude l’assessore -. Ma sottolineo che noi siamo tranquillamente a disposizione per accoglierli. Anche se in Italia chiunque può iscriversi nella scuola che vuole, sempre che l’istituto possa accoglierli, senza preclusioni di nessun tipo».
La risposta rivaltese, però, è piccatissima: «A Tetti e Gerbole ci sono già 60 bambini rom e sinti inseriti, tra cui anche diversi orbassanesi che continuano a frequentare regolarmente - dice la prima cittadina Amalia Neirotti -. Semplicemente, ci piacerebbe che lo stesso sforzo venga fatto anche a Orbassano, anche perché il livello che è stato raggiunto non ci permette un incremento di numero di bambini da inserire e degli insegnanti di sostegno. Abbiamo chiesto semplicemente a Orbassano di fare la sua parte. Avremmo voluto non esservi costretti, ma al di sopra di una certa percentuale non avremmo potuto garantire una buona accoglienza a quei bambini».

Dunque, Rivalta intende dare una scrollata a Orbassano, giudicata molto indietro rispetto alle politiche di inserimento scolastico dei bimbi rom. «Hanno tutti gli strumenti perché capiti quanto accade a Rivalta, eppure lì il numero di bambini rom iscritti è molto basso - conclude Neirotti -. Io mi sono molto arrabbiata perché i colleghi orbassanesi hanno perso tempo nel prendere atto delle legittime esigenze di queste comunità. Non abbiamo messo il numero chiuso come forse vogliono fare sembrare, ma chiediamo a Orbassano di non fare finta che l’esigenza non esista. Se fossero stati più pronti, la decisione di prendere in carico questi bambini poteva essere presa un mese fa e senza problemi». di Massimiliano Rambaldi e Davide Petrizzelli

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Parma, dieci vigili urbani accusati di razzismo

Napolitano auspica che "cadano vecchi pregiudizi. Occorre un clima di apertura e di apprezzamento verso gli stranieri che si fanno italiani: lavoratori, studenti, ricercatori, imprenditori, sportivi, manager. E' in un simile clima - riflette il capo dello Stato - che possono avere successo le politiche volte a stabilire le regole e a rendere possibile non solo la più feconda e pacifica convivenza con gli stranieri ma anche l'accoglimento di un numero crescente di nuovi cittadini".
Mentre a Parma otto agenti, un ispettore capo e un commissario capo sono accusati di razzismo e non solo. Sono i vigili iscritti nel registro indagati della Procura di Parma per il presunto pestaggio di Emmanuel Bonsu Foster, il ragazzo ghanese di 22 anni fermato dal nucleo 'pronto intervento' del corpo nel corso di un'operazione antidroga al parco ex Eridania.
Quaranta giorni dopo - racconta 'Polis Quotidiano' - l'episodio che è costato alla polizia municipale di Parma l'accusa di violenza e offese razziste, la procura ha formalizzato i capi di imputazione su cui procedere nei confronti di chi ha organizzato, coordinato e diretto l'operazione antidroga e di chi ha eseguito il fermo del ragazzo di colore e il successivo interrogatorio nella sede del comando di via Del Taglio: percosse aggravate, calunnia, ingiuria, falso ideologico e materiale, violazione dei doveri d'ufficio. Reati commessi in concorso, con l'aggravante dell'abuso di potere.
Secondo l'imputazione formulata dalla Pm Roberta Licci, il ragazzo non ha reagito con violenza quando è stato fermato dagli agenti in borghese che non si sarebbero neppure qualificati. Bonsu avrebbe fatto l'unica cosa che poteva fare legittimamente: è scappato. Uno dei vigili gli avrebbe puntato la pistola. Fermato a terra, il ghanese è stato ammanettato. Secondo le accuse, uno dei vigili gli avrebbe tirato un pugno nel fianco mentre veniva condotto verso l'auto di servizio. Altre botte sarebbero arrivate durante il trasporto al comando.
"Negro" e "scimmia". Sarebbero questi gli insulti razzisti che alcuni agenti della polizia municipale di Parma avrebbero rivolto contro Emmanuel. Stando agli inquirenti che hanno iscritto nel registro degli indagati 10 vigili, insulti e percosse avevano la funzione di far confessare al ragazzo "un reato mai commesso": fare da 'palo' ad un pusher palestinese.
Gli agenti avrebbero cercato di farlo confessare "asserendo, peraltro falsamente, di avere le prove documentali della sua responsabilità ". Senza esito. "Mentre era rinchiuso nella cella", si legge nelle ipotesi di reato della Procura, Bonsu "veniva colpito con calci, pugni e schiaffi".
Dopo essere stato portato negli uffici della polizia territoriale "con una bottiglia di plastica sulla testa", il ragazzo sarebbe stato fatto spogliare e, una volta nudo, costretto a fare ripetuti piegamenti. Trattenuto in centrale per quattro ore, senza che nulla fosse comunicato all'autorità giudiziaria, ad un certo punto Bonsu si sarebbe trovato di fronte un agente con un modulo per l'autocertificazione in mano. Il vigile gli avrebbe detto che doveva firmare senza fare storie, "anche si fosse trattato della sua condanna a morte".

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Firenze, picchiata da una commerciante mentre chiedeva l'elemosina

Una rom di 34 anni picchiata da una commerciante mentre chiedeva l'elemosina: è quanto riferiscono l'associazione 'L'Aurora' e il 'Gruppo EveryOne'. L'aggressione sarebbe avvenuta lunedì al mercato di Sant'Ambrogio, a Firenze.
Secondo quanto spiegato dalle associazioni in una nota, la rom, romena, sarebbe stata aggredita ''da una commerciante del mercato, fiorentina''. ''La rom - dicono - chiedeva l'elemosina quando è stata invitata ad avvicinarsi dalla donna'', che prima l'avrebbe accusata di aver rubato un braccialetto e poi ''sarebbe passata alle offese e subito dopo avrebbe iniziato a strattonarla''.
''Come riferisce il referto medico rilasciato dal pronto soccorso dell'ospedale di Santa Maria Nuova - aggiunge la nota - la donna è stata presa a calci e gomitate, e, spintonata, è caduta e ha continuato a ricevere calci alla gamba sinistra. La prognosi è di 5 giorni''.
''Ciò che è accaduto - è il commento di EveryOne e di Aurora - è sintomo del clima di odio razziale e di impunita violenza contro rom, migranti e senzatetto che è sempre più grave in Italia''.

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Viaggio della memoria, Alemanno: "questo è il male assoluto"

Un viaggio duro, complesso, emozionante e tanto carico di significato, quello al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, cui si sono recati per tre giorni oltre 250 studenti romani, provenienti da 62 scuole, accompagnati dal sindaco di Roma Gianni Alemanno, dall’assessore comunale alla Scuola, alla Famiglia e all’infanzia Laura Marsilio.
Con loro, il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici e il rabbino e assessore alla cultura dell’Unione delle comunità ebraiche, Roberto Della Rocca. Con loro anche i superstiti, come le sorelle Andra e Tatiana Bucci, Shlomo Venezia, Samuele Modiano, che hanno raccontato la loro esperienza.
Ad accompagnare gli studenti, tra i quali due rom e due musulmani, il capogruppo del Pdl in Campidoglio Dario Rossin, lo storico Marcello Pezzetti, il presidente del XVII Municipio Antonella De Giusti, il capogruppo dei consiglieri aggiunti Victor Emedka Okeadu, i rappresentanti del'Aned di Roma, dell'Opera Nomadi e i partigiani dell'Anpi
Questa settima edizione del “Viaggio della memoria” con la nuova giunta capitolina, molto propositiva, ha ricevuto anche l’assenso di Pacifici: "La memoria non può appartenere a un solo schieramento politico, sarebbe un errore gravissimo. Un errore gravissimo - ha aggiunto - che non ci permetterebbe di condividere uno dei cardini della nostra Costituzione e del nostro Paese: la memoria e l'antifascismo. Se ci sono delle parti politiche che, anche con ritardo, decidono di fare come proprio patrimonio culturale e condiviso la memoria della Shoah e dell'antifascismo, io credo che questo sia un momento elevato che unisce il Paese e che riporta dopo sessant'anni l'Italia al pari di altri paesi in Europa".
"Questo fu il male assoluto, l'uccisione dell'uomo sull'uomo, la logica di Caino che torna nei tempi moderni". Lo ha detto il sindaco di Roma riguardo alla tragedia dei campi di sterminio nazisti. Poi ha aggiunto: "Non ce ne dobbiamo dimenticare, queste cose appartengono all'animo umano e se non si resta vigili possono sempre risorgere". A proposito della sua esperienza personale, Alemanno ha sottolineato come la visita nei campi di sterminio sia "veramente un’emozione molto forte, la più forte che ci può fornire la storia".

Quindi un viaggio che ha spazzato via tutte le ambiguità, ma che si è attestato su una condanna "uguale e netta del fascismo e del nazismo". Cosa che, sottolinea il sindaco, “non l'ho imparato adesso, lo sapevo già da prima" spiegando di aver fatto in questi mesi "errori di comunicazione". Per Alemanno "è chiaro che una persona di destra si misuri con il totalitarismo di destra, con il fascismo ed il nazismo quindi con forme di degenerazione, ma anche a sinistra c'è lo stesso problema con lo stalinismo". Vivere la propria identità e la propria appartenenza non può significare arrivare agli estremismi, spiega Alemanno.
La polemica si è accesa anche sul padiglione italiano di Auschwitz, quello dove gli studenti, in particolare dovrebbero imparare la storia dei deportati italiani. "Si è utilizzato l'orrore massimo del nazismo - ha sostenuto il sindaco - per nascondere quello del comunismo. Quando in quel padiglione si vede campeggiare la falce e il martello come simbolo positivo è chiaro che c'è un intento ideologico e in qualche modo si è voluto nascondere l'orrore del comunismo". Da qui l'imbarazzo dell'Unione delle comunità ebraica nel voler da una parte ristrutturare il padiglione italiano e dall'altra non creare una spaccatura nel fronte di coloro che lavorano per la memoria, come ad esempio l'Associazione Nazionale degli Ex-deportati (Aned).
Da parte loro i ragazzi sono arrivati ad Auschiwitz-Birkenau, dopo una visita all'antico quartiere ebraico, al ghetto costruito dai nazisti e a una delle sette sinagoghe di Cracovia, per la visita al campo di concentramento, ma anche per conoscere personalmente il sindaco Alemanno. "È un'esperienza sensazionale, unica che tocca dentro - ha detto Matteo, studente di 17 anni della Tullio Levi Civita, kefiah al collo - sono curioso anche di conoscere Alemanno. Mi rendo conto che tutti i politici vivono delle contraddizioni, come ad esempio sulla strada da intitolare a Roma ad Almirante, ma del resto qui la politica non c'entra niente". Più critico, invece, un altro studente, Andrea, del Marco Polo, anche lui con la kefiah al collo: "Alemanno, insieme a Rauti, diceva che i campi di concentramento non sono mai esistiti, spero che vederli gli faccia capire quanto fossero assurde certe frasi. Mi sembra uno strano pulpito quello di Alemanno e soprattutto non credo nelle conversioni repentine". Carlos, rom, 18 anni, per due anni studente alla Teresa Confalonieri, ci tiene a dire al sindaco soprattutto una cosa: "Se sbaglia uno non va incolpato tutto un popolo".
E nei prossimi viaggi della memoria organizzati dal Comune di Roma ad Auschwitz per gli studenti romani sarà dato spazio anche allo sterminio dei Rom e dei Sinti. Lo ha annunciato proprio il sindaco, in una conferenza stampa di ritorno da Auschwitz. "Proprio oggi Massimo Converso dell'Opera Nomadi - ha raccontato il sindaco - mi ha portato a visitare il luogo dove furono sterminati gli zingari, che dovrà essere una tematica da spiegare ai ragazzi". Continua a leggere...

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Pescara, meticci: incontro tra culture

Domani, venerdì 14 ottobre 2008, dalle ore 16.00, siete tutti invitati all’evento "meticci, incontro tra culture", organizzato dalla Cooperativa Sociale Pralipé, presso il Centro Servizi alla Persona in Via Giardino a Pescara.
L'iniziativa della cooperativa Pralipé è voluto per rendere conto di un percorso di mediazioni che li ha visti impegnati in questi ultimi 10 anniì. L’evento vuol essere un punto di incontro tra le mediazioni agite e quelle possibili, tra le azioni percorse e quelle percorribili, in modo da mettere in confronto le esperienze di quegli operatori che, nel corso degli anni, hanno acquisito esperienze e gettato le basi per un'azione condivisa.
L'invito è esteso a tutte le donne e gli uomini che vedono nella partecipazione la possibilità di "mescolare" vite e saperi, mettendo a confronto opinioni e azioni per cambiare quel mondo che ci vuole individui, avendo come intento quello di creare un nuovo spazio di singoli che si incontrano ed uniscono le loro forze e i loro sogni.
Alle ore 16.00 sarà inaugurata e presentata la mostra “Rom e Sinti, uno, cento, mille incontri” e il Laboratorio di Animazione Teatrale “alla ricerca delle porte perdute”.
Alle ore 17.00 si terrà l’assemblea dibattito con gli interventi di: Ezio Sciarra (Università di Chieti) in “modelli di mediazione”; Alain Goussot (Università di Bologna), in “percorsi di mediazione: pratiche meticcie”; Nazzareno Guarnieri (federazione Rom e Sinti Insieme), in “quale mediazione tra culture diverse?”; Alessandro Salerno (cooperativa Pralipé), “la mediazione sociale: una mediazione è possibile?”
La cooperativa Pralipé vi prega di invitare tutti coloro che amate ma anche coloro che non amate.

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martedì 11 novembre 2008

Arriva il registro per schedare i senza fissa dimora

Il democratico Casson, quando governo e maggioranza danno il via libera all'emendamento leghista (firmato Bricolo, Mauro, Bodega, Mazzatorta, Vallardi), lo ribattezza subito "il registro dei clochard" annunciando "un'opposizione durissima della sinistra contro un'inaccettabile schedatura degli homeless".
Proprio così. L'aggiunta del Carroccio al ddl sulla sicurezza, approvato mercoledì notte in commissione Giustizia e Affari costituzionali e previsto in aula al Senato martedì 11, non lascia adito a dubbi.
Recita il testo: "È istituito al ministero dell'Interno un apposito registro delle persone che non hanno fissa dimora". Toccherà al Viminale, "entro 180 giorni", stabilire come dovrà funzionare. Sarà il ministro Maroni, erede di Bossi alla guida della Lega, a decidere modalità e tempi del nuovo "censimento".
L'eco delle polemiche, in Italia e in Europa, per quello sui rom non si è ancora spento, ed ecco che il partito del Senatur ci riprova, coronando con il registro dei clochard una serie di proposte capestro contro gli immigrati e sulla sicurezza urbana.
Doveva essere la legge che puniva con una pena da sei mesi a 4 anni chi entrava illegalmente in Italia. E che inaspriva il carcere contro i mafiosi (il 41bis). Questo pugno duro resta, pure con un testo bipartisan Pdl-Pd, che esaltano il Guardasigilli Alfano ("Tappa straordinaria del governo") e il presidente della commissione Affari costituzionali Carlo Vizzini ("Si ripristina il primato dello Stato"). Ma sul delitto di clandestinità Maroni fa marcia indietro per le pressioni della Ue e della Chiesa. Rimane il reato "d'ingresso e soggiorno illegale", ma punito con un ammenda da 5 a 10mila euro.
Colpirà tutti, chi arriva alle frontiere e chi sta già nel nostro Paese. Il dipietrista Li Gotti ironizza sui clandestini "che dovranno arrivare col bancomat" e su una "norma grottesca, di fatto inapplicabile". E già vede "la catastrofe nei tribunali".

Ma contro gli immigrati c'è ben altro. Il permesso a punti, con l'imprinting leghista, ma la delega al governo a fissare come si azzera se delinqui; la tassa di 200 euro per ottenerlo e l'obbligo di sottoscrivere un imprescindibile "accordo di integrazione". Poi il test linguistico per cui non si varcano i confini se non si conosce l'italiano ("perfino se sei uno studente" chiosa Casson). Dura la stretta su matrimoni e ricongiungimenti (niente bigamie) e soprattutto sulle espulsioni. Il governo impone la regola che, se l'allontanamento è inattuabile, comunque il clandestino, per ordine del questore, dovrà andarsene dall'Italia "entro 5 giorni". In compenso, su proposta del Pd, passa un duro inasprimento contro chi traffica in essere umani punito fino a 15 anni e a un'ammenda di 15mila euro per ogni persona trasportata.
In un ddl che dà poteri ai sindaci e ai prefetti sulla sicurezza urbana il governo infila multe salatissime (da 500 a mille euro) per chi a piedi o in auto getta rifiuti in strada. La Lega spunta anche un altro suo leit motiv, legalizzando le famose ronde padane. Gli enti locali "potranno avvalersi della collaborazione di associazioni di cittadini per cooperare al presidio del territorio". Adesso ci manca solo che possano usare pure le armi. di Liana Milella

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I neri d’america sognano e ora noi stiamo a vedere

In Italia l’accoglienza politica della novità è stata imbarazzante. "Carinerie" a parte, Berlusconi era in visita amichevole e d’affari a Mosca, una delle due capitali (l’altra è Teheran) oggi meno gradite a Washington, proprio il giorno dopo un minaccioso discorso antiamericano del presidente russo Medvedev. E la Lega ha proposto un’altra misura stramba e inutile: la schedatura (a fini di sicurezza) di nomadi, senza fissa dimora, barboni, gli ultimi nella nostra scala sociale (l’Abbé Pierre si starà rivoltando nella tomba). Davvero un bel modo di salutare l’elezione del primo presidente nero negli Stati Uniti, simbolo del riscatto degli ultimi nella scala sociale di quel Paese.
Barack Obama ha davanti a sé compiti durissimi. Nessuno può dire se la condizione dei neri migliorerà davvero, come essi si aspettano. L'augurio di tutti i Paesi civili è che Obama ce la faccia, in questo e in tutto il resto. Su aborto e bioetica, vedremo come agirà.
«Vorrei arrivare a vedere il giorno in cui la mia gente avrà dignità e sarà fiera di sé come neri. E quando si accorgerà che siamo capaci di tutto e possiamo fare tutto ciò che ogni mortale può fare, allora avremo tutte queste cose: uguaglianza, gente importante, presidenti, tutto» (uomo, 19 anni). «Vorrei essere il primo presidente negro» (ragazzo di 17 anni).
Queste frasi, e molte altre, furono raccolte fra il 1962 e il 1964 da un gruppo di esperti incaricati dal presidente Johnson di indagare il più profondamente possibile nella realtà del quartiere nero di Harlem. Il rapporto conclusivo di 600 pagine, presentato alla Casa Bianca, servì alla formulazione del Civil Rights Act, che mise fine nel 1964 alla discriminazione razziale negli Usa; l’anno successivo uscì riassunto nel libro Ghetto negro a opera del direttore di quel gruppo, Kenneth B. Clark, afroamericano. Il libro fu tradotto e pubblicato da Einaudi nel 1969.
La sua lettura è ancora angosciante, ma quando uscì in Italia erano trascorsi alcuni anni dalla prima edizione americana, nei quali negli Stati Uniti si erano svolte centinaia di aspre manifestazioni di protesta nera, con dure repressioni della polizia e violenze omicide compiute da movimenti razzisti, primo fra tutti il Ku Klux Klan: 77 morti, fra i quali quattro bambine bruciate vive.

È vero che la lotta per i diritti civili dei nipoti degli schiavi era stata sostenuta anche da eventi come la grande marcia a Washington di 250 mila cittadini bianchi e neri, nell’agosto del 1963; e che, come si legge nel libro di Clark, «sebbene il presidente Kennedy non si rivolgesse alla folla radunata, fece in modo che fosse chiaro a tutti che quella dimostrazione aveva la sua benedizione» (il che gli costò la vita pochi mesi dopo, come cinque anni più tardi sarebbe stato ucciso un altro apostolo dei diritti civili, Martin Luther King): ma il sogno di quel ragazzo di 17 anni è parso impossibile a qualunque nero americano fino a un anno fa.
L’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca segna una svolta di enorme importanza in quella storia, comprendente anche la guerra civile durata dal 1861 al 1865, in cui i nordisti e i sudisti persero complessivamente 685.205 uomini.
Il nuovo presidente ha davanti a sé compiti durissimi. Nessuno può dire se la condizione dei cittadini afroamericani migliorerà davvero, come essi si aspettano. L’augurio di tutti i Paesi civili è che Obama ce la faccia, in questo e in tutto il resto. Su aborto e bioetica, vedremo come agirà: qualche cosa decisa da Bush può restare (we can, "possiamo", no?). di Beppe Del Colle

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Italia, aumentano “gli atti di xenofobia e di razzismo, alcuni con violenza senza precedenti”

L’agenzia Ansa anticipa la bozza di relazione della visita in Italia compiuta da una delegazione della Commissione libertà civili dell’Europarlamento.
In Italia un clima di “disagio si sta diffondendo e un senso di insicurezza sembra crescere fra cittadini italiani e stranieri nella vita quotidiana”.
È una delle considerazioni contenuta nel documento di lavoro che Gerard Deprez (in foto), presidente della Commissione libertà civili dell'Europarlamento, sta mettendo a punto sulla situazione dei rom in Italia dopo la visita di una delegazione della commissione compiuta lo scorso settembre ed anticipata dall’Agenzia Ansa.
La visita, si legge nella bozza di lavoro, è stata “utile” perché ha consentito di verificare “la tensione sociale e il clima che ora caratterizza l'Italia per quanto riguarda la situazione dei nomadi”.
Secondo Deprez “si è verificato un aumento degli atti di xenofobia e di razzismo, alcuni con violenza senza precedenti”.
Il relatore sottolinea inoltre che “l'allarme sociale invocato a giustificazione del pacchetto sicurezza è ancora presente” ed “il ruolo iper-reattivo dei media e del dibattito politico sembrano alimentare piuttosto che calmare le attuali tensioni nella società italiana”.
In sostanza, spiega la relazione, la visita del settembre scorso ha consentito alla delegazione di capire “parzialmente” la complessità giuridica delle misure italiane e di raccogliere l'impegno delle autorità locali a trovare una soluzione “adeguata per i campi rom, in particolare per la situazione 'stile favela’ del Casilino 900”. Il testo base della relazione dovrebbe essere discusso dalla commissione parlamentare all'inizio di dicembre.

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Pesaro, il gruppo EveryOne chiede tempo prima della cacciata dei Rom

Il Gruppo EveryOne si impegna per assicurare ai Rom perseguitati e scacciati dalla città di Pesaro un'accoglienza umanitaria in altre città. "E' necessario, però, che le Istituzioni ci concedano un po' di tempo"
Pesaro, una città in cui alcuni di noi hanno scelto di vivere e che si stanno sforzando di amare - tentando di contribuire a un difficilissimo risveglio di ideali umanitari, antifascisti e di solidarietà - ha scelto la via della persecuzione delle minoranze etniche e razziali più vulnerabili. Alcuni mesi fa abbiamo consegnato alla giunta comunale e alle forze dell'ordine la legislazione italiana ed internazionale che tutela i diritti degli individui e dei popoli disagiati, segregati ed esclusi, nonché le Direttive e le Risoluzioni del Parlamento europeo che combattono razzismo e intolleranza e promuovono azioni di inclusione sociale.
Abbiamo inoltre spiegato - per iscritto - alle Istituzioni locali la Direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea all'interno degli Stati membri. La città di Pesaro avrebbe dovuto capire, in sostanza, che esiste un obbligo da parte delle autorità di tutelare individui e famiglie in stato di indigenza o addirittura di invalidità, che fuggono da Paesi che non offrono loro una possibilità di sopravvivenza dignitosa e che in nessun caso si possono mettere in mezzo alla strada famiglie che non hanno mezzi di sopravvivenza; al contrario, spetta ai servizi sociali provvedere alle loro necessità, fornendo un riparo e un sostegno sociale, assicurando l'opportunità di un'esistenza sicura e dignitosa.
Successivamente, le Istituzioni hanno - secondo quanto prevede la stessa Costituzione - il compito di proteggere invalidi, malati gravi e bambini, nonché di attuare programmi di inclusione per gli adulti validi. In nessun caso è lecito evacuare esseri umani in difficoltà da alloggi di emergenza (baracche, ponti, edifici abbandonati pubblici e privati) senza prima aver fornito loro una soluzione abitativa adeguata e un supporto sociale.
La città di Pesaro, al contrario, prosegue una politica di vessazione, persecuzione e allontanamento delle minoranze "sgradite". Negli ultimi tempi, per evitare l'interbento delle associazioni umanitarie e dei gruppi per i diritti umani, gli sgomberi avvengono in un colpevole "silenzio stampa". Pochi giorni fa i carabinieri hanno evacuato da una casa abbandonata in via Borgheria una piccola comunità di senza tetto italiani, albanesi e romeni, fra cui minorenni, portatori di handicap, malati gravissimi, alcolisti e tossicodipendenti. Persone socialmente fragili, cui palesemente necessiterebbe un sostegno socio-sanitario urgente.

La scelta di mettere questi esseri umani in mezzo alla strada è una scelta che nulla ha a che vedere con la civiltà, i diritti umani, la cultura tollerante della nuova Europa. E' crudele e inaccettabile la tragica "marcia della morte" in cui sono stati costretti a incamminarsi, verso il nulla, al freddo, senza alcun mezzo di sostentamento, senza un tetto sulla testa, con poche possibilità di sopravvivere al clima rigido e ai pericoli della vita all'addiaccio. Istituzioni e autorità di Pesaro hanno già stabilito un destino identico anche per le ultime famiglie Rom rimaste in città.
Il Gruppo EveryOne, con un impegno instancabile e fra mille difficoltà, è riuscito finora a trovare protezione umanitaria per due famiglie "nomadi", che sono state accolte in un piccolo paese del sud. Grazie alla tolleranza delle autorità del posto e all'impegno di alcuni privati, i capifamiglia lavorano e i bambini frequentano le scuole locali. In particolare, la piccola Annamaria, bambina Rom nata a Pesaro sei anni fa, è guarita da una brutta polmonite che l'aveva colpita nella città delle Marche e che l'aveva ridotta - a causa dell'emarginazione e della povertà in cui viveva - in drammatiche condizioni di salute.
Recentemente abbiamo individuato una soluzione di alloggio e inserimento professionale per un'altra famiglia Rom, cui un piccolo comune - sempre del sud - ha offerto accoglienza umanitaria, dopo aver appreso della situazione di persecuzione razziale in cui si trovano i Rom a Pesaro. Nel frattempo, un altro nucleo familiare è stato ospitato in Francia.
Le autorità conoscono il nostro impegno per mettere al sicuro i Rom perseguitati a Pesaro, ma sembra che non basti loro sapere che è in atto una "campagna della speranza", un'operazione che un po' per volta porrà in salvo le famiglie, consentendo ai bambini di frequentare le scuole e ai loro genitori di lavorare. Anziché agevolarci e concederci un po' di tempo, incalzano questi esseri umani derelitti ed esclusi, preferendo metterli in mezzo alla strada subito piuttosto che vederli allontanarsi a piccoli scaglioni, verso un futuro caratterizzato dalla speranza e non dall'orrore della miseria e del rigore invernale.
Putroppo - e le autorità ne sono perfettamente al corrente - alcuni Rom che vivono a Pesaro, soffrono di patologie importanti, fra cui tumori maligni non più curabili e gravi handicap. Le famiglie che vivono in via Solferino, in particolare, hanno una situazione socio-sanitaria terrificante, ma anziché ricevere aiuto sono stati denunciati per occupazione di proprietà privata e rischiano una pesante condanna detentiva.
E' caduta nel vuoto anche la richiesta, presentata dai Rom di via Solferino al Comune di Pesaro, di incontrare la società Campus srl di Fano, che ha denunciato l'occupazione dello stabile di sua proprietà, per chiedere un po' di tempo prima di lasciare lo stabile.
Il tempo di definire un'alternativa a quella proposta dalla Istituzioni, che è la solita, inumana "marcia della morte". Il Gruppo EveryOne, che sta lavorando per identificare soluzioni umanitarie, non viene neppure ricevuto dalle Istituzioni pesaresi, nonostante svolga la sua attività a tutela dei diritti dei Rom in sinergia con le istituzioni Ue e con un incarico ufficiale.
E' necessario abbandonare questa strada di intolleranza e odio, sostituendola, se non con la cultura dell'accoglienza, almeno con il buon senso. "A nemico che fugge, ponti d'oro" recita un antico adagio.
"La mia organizzazione," dice Roberto Malini, co-presidente del Gruppo EveryOne "chiede agli antirazzisti pesaresi, che siano pochi o tanti, di farsi avanti adesso, nel momento più difficile, e di levare le loro voci a sostegno della 'campagna della speranza', per evitare che la politica disumana e frenetica dello sgombero immediato produca danni umanitari irreparabili, mentre se le Istituzioni ci garantiranno qualche settimana di tempo, potremo evitare dolore e lutti, consentendo alla piccola comunità Rom che vive in città di beneficiare della protezione umanitaria offerta da paesi e città, in Italia e all'estero, in cui razzismo e intolleranza non si sono ancora affermati con tanta spietatezza. Le famiglie Rom che vivono a Pesaro sono seguite direttamente dalla Commissione europea e la loro vicenda non sarà dimenticata. Impegnarsi adesso per tutelare i loro diritti fondamentali significa impegnarsi, a imperitura memoria, anche per il buon nome della città di Pesaro, che non deve tramandare agli storici del futuro nuove pagine di intolleranza e orrore". Gruppo EveryOne

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lunedì 10 novembre 2008

Roma, la Croce Rossa nella casta di lupomanno

La domenica mattina leggo Il Foglio di Ferrara per diverse ragioni che penso interessino poco i lettori di sucardrom. Domenica scorsa con titolo in azzurro si è parlato della presa del potere romano di Gianni Alemanno, lo spoils system nelle municipalizzate, il collateralismo, il rapporto con gli imprenditori e l’establishment di centrosinistra, i sondaggi e le prossime nomine.
L’articolista, Salvatore Merlo, da notizia dei problemi di presa di potere di Gianni Alemanno a Roma, tra il “silenzio nervoso dei camerati della (ex) Destra Sociale in attesa di un incarico e di legittimazione dopo tanta oscurità” e l’evitare strappi troppo violenti nei confronti dell’ex establishment del centro-sinistra ma anche di Forza Italia. Anche considerando che i vari Caltagirone, Navarra, Rebecchini, Muratori, Di Giacomo cominciano a manifestare insofferenza nei confronti di un sindaco che avevano contribuito a far eleggere e che non da a loro nessuna soddisfazione. Insomma anche i palazzinari romani sono in fermento.
Ma qual’è la notizia? Semplice, il Sindaco deve anche decidere chi guiderà la Croce Rossa Italiana a Roma. Già ne avevamo parlato, la Croce Rossa Italiana non è indipendente e un’ulteriore conferma arriva puntuale.
Alemanno dovrà infatti definire chi guiderà le controllate dal Comune di Roma e guarda chi spunta: la Croce Rossa Italiana che ha censito con tanto di fotografia i Sinti e Rom a Roma, neonati compresi.
La Croce Rossa è controllata direttamente dal Sindaco di Roma, insieme a circa altre cento tra società, enti, fondazioni, eccetera, eccetera… La presa di potere, secondo il giornalista de Il Foglio, è condotta però con una strategia a registro variabile: alterando lo spoils system puro (per i ruoli meno in vista) alla concertazione per gli incarichi più importanti, come per esempio il direttore del Tg3 Lazio. Ma la questione è un’altra per noi di sucardrom: può un’organizzazione controllata direttamente sia dal Sindaco di Roma che dal Ministero dell’interno essere considerata indipendente? La risposta è no!

In un Ansa del 27 giugno abbiamo letto: «Per Roberto Maroni le opinioni della Commissione Ue sul rilevamento delle impronte ai minori che vivono in campi nomadi sono “infondate”. “È una procedura - aggiunge il ministro dell'interno- che viene fatta normalmente in tutti i tribunali dei minori. Inviterei i responsabili della Commissione a informarsi prima di esprimere opinioni francamente infondate”.“Non si tratta di una schedatura ma di un censimento -precisa Maroni- Sulle varie fasi di questa azione sorveglierà la Croce rossa”».
Ora tutti possono ben comprendere che è difficile che un “controllato” sia da Maroni che da Alemanno possa sorvegliare il suo stesso “controllore” ma è passata nell’opinione pubblica, e non solo, l’idea che la Croce Rossa sia autonoma e imparziale. Il disastro a Roma sarà drammatico… di Carlo Berini

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Roma, la ricerca sulle adozioni di minori rom/sinti e sulla sottrazione di minori gagé

L’ampia ricerca “Adozione di minori rom/sinti e sottrazione di minori gagé” commissionata dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona e alla direzione del Prof. Leonardo Piasere, si articola in due studi volti a rispondere a differenti ma complementari interrogativi.
L’uno –– in corso di pubblicazione presso CISU – volto a verificare quanti bambini figli di rom o sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione dai Tribunali per i Minori italiani a famiglie gagé, condotto da Carlotta Saletti Salza. L’altro – già edito dallo stesso editore col titolo “La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – sui presunti tentati rapimenti di infanti non-rom da parte di rom, condotto da Sabrina Tosi Cambini.
Il progetto di ricerca “Adozione dei minori rom e sinti” prevedeva la raccolta il più esaustiva possibile di dati documentati relativi all’affidamento e all’adozione di minori rom e sinti a famiglie non rom da parte dei tribunali dei minori italiani, nel periodo compreso tra il 1985 e il 2005, nonché un’analisi dei dati raccolti.
La scelta è stata quella di condurre una ricerca sull’affidamento e sull’adozione dei minori rom e sinti a partire dai dati relativi alle dichiarazioni di adottabilità che sono registrati presso le sedi dei tribunali minorili e dalle informazioni raccolte nei servizi sociali di territorio, comunali e ospedalieri, in materia di allontanamento dei minori dal nucleo famigliare.
Quindi, sono stati raccolti i dati relativi alle dichiarazioni di adottabilità presso otto (Torino, Bologna, Bari, Lecce, Trento, Firenze, Venezia e Napoli) delle ventinove sedi dei tribunali minorili e sono stati svolti colloqui con i servizi sociali di riferimento. Complessivamente, i casi di minori rom e sinti dichiarati adottabili sono oltre duecento.
I dati raccolti in ciascuna delle sedi dove si è svolto il lavoro di ricerca mostrano differenze rilevanti legate al contesto storico e sociale all’interno del quale, nel corso degli anni, si sono inserite le differenti comunità rom e sinte. Per fare un esempio, vi sono situazioni nelle quali troviamo una mancanza di tradizione del lavoro dei servizi sociali (come a Lecce, dove assistiamo a una pericolosa inversione di ruoli dal momento che l’Autorità Giudiziaria minorile si sostituisce alla tutela sociale che dovrebbero invece esercitare i servizi di territorio) e contesti nei quali invece i servizi sociali vantano una sorta di specializzazione nel lavoro con le comunità rom (vedi il caso di Firenze, Torino, Venezia), con una pericolosa stigmatizzazione della cultura da parte dei differenti operatori coinvolti.

Nel complesso, l’analisi dei dati mostra la facilità con la quale, nelle diverse realtà analizzate, la tutela sociale (dei servizi di territorio) e civile (dell’Autorità Giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. Come se la cultura “altra” potesse fare del male al bambino. Questo è ciò che pensano molti degli operatori incontrati. Tutti i minori rom, in quest’ottica diventerebbero dei bambini maltrattati.
L’intervento di tutela operato in molti contesti diventa quindi quello di allontanare, togliere il minore dal suo contesto famigliare, per educarlo, come se la cultura rom non avesse un modello educativo o, per lo meno, come se la cultura rom non avesse un modello educativo valido. I concetti impliciti che precedono questa riflessione propria di molti operatori così come di molti magistrati minorili, vedono il bambino rom come soggetto di una situazione di pregiudizio solo e proprio perché è rom o perché vive su quel pezzo di terra dove si trova il “campo nomadi”. Precisamente, i presupposti impliciti di molti operatori sono che:
- la cultura rom è da considerarsi “mancante”, sempre e comunque, con tutti i bambini;
- nella cultura rom vi è un’assenza delle capacità genitoriali;
- da parte dei genitori e/o della famiglia rom vi è un’assenza della tutela dell’infanzia.
Sono proprio questi i presupposti in funzione dei quali l’intervento di tutela sociale e/o civile del minore rom diventa facilmente quello di tutelarlo dalla sua famiglia o dalla sua cultura. Cosa accade allora ai minori rom? La ricerca svolta evidenzia che la difficoltà di molti operatori nel riconoscere l’identità del bambino rom, il suo modello educativo, porta a gravi situazioni in cui di fatto il minore non viene tutelato.
I circa duecento casi riscontrati di dichiarazione di adottabilità, infatti, denunciano un grave “pregiudizio” (così come inteso dal codice civile) nel quale si troverebbe questa volta non il minore rom, ma il contesto istituzionale che ruota intorno a quella che dovrebbe essere la tutela di qualsiasi minore. Una tutela dalla quale il minore rom, paradossalmente, resta escluso.
Abbiamo quindi situazioni nelle quali i minori trovati in strada da soli o con gli adulti di riferimento vengono allontanati dai genitori e poi inseriti in comunità. Una volta in comunità il provvedimento del Tribunale dei Minorenni dispone che i minori non possano più incontrare i propri famigliari, fino al termine dell’istruttoria.
Concretamente questo vuol dire che potrà accadere che i bambini non possano più incontrare i propri genitori per lunghi mesi, con gravi conseguenze nella loro relazione. Gli avvocati che seguono questi casi affermano che, probabilmente, in questi casi, il reale interesse dei vari operatori coinvolti è di trovare il maggior numero possibile di minori per le famiglie non rom che fanno domanda di adozione.
Come reagire di fronte a queste gravi denunce? Oppure abbiamo casi in cui i minori vengono allontanati dalla famiglia perché i servizi sociali valutano che le condizioni abitative del nucleo, ovvero quelle del “campo nomadi”, non sono adeguate alla tutela di un minore. Ancora, molte volte ci troviamo di fronte a casi di allontanamento che avvengono con molta violenza, sulla base del mero pregiudizio personale di un operatore qualunque che scrive che quel minore non è tutelato perché “mangia con le mani” o “non indossa il pigiama per andare a dormire”. Con quale presunzione noi non rom continuiamo a immaginare che il nostro modello di vita sia il migliore e quello ideale? E, soprattutto, chi lavora nel sociale non dovrebbe avere una formazione adeguata per lavorare con soggetti che appartengono a culture differenti?
Talvolta la responsabilità della mancata tutela del minore viene data alla cultura, talaltra alle istituzioni, che non sarebbero in grado di offrire a questi nuclei situazioni abitative appropriate. In entrambi i casi, il risultato è che non viene salvaguardato l’interesse del minore di vivere nella propria famiglia. Accadrebbe lo stesso se si trattasse di minori italiani?
Non si vuole qui escludere che possano esserci situazioni di abbandono dei minori rom, non si vuole accusare gratuitamente il lavoro degli operatori, ma si vuole mettere in evidenza la contraddizione nella quale invece cadono in molti (sia gli operatori sociali che della magistratura minorile), identificando sempre il minore rom come abbandonato, potremmo dire, “alla” e “dalla” sua cultura.
Possiamo aggiungere quindi che il tema attorno al quale si sviluppare questa analisi è quello di tutela. Qual’é la nostra concezione tutela e qual’é quella dei romá? Cosa accade al bambino rom mentre per l’operatore si sta verificando una situazione di maltrattamento? Da questo interrogativo si apre una riflessione su due aspetti.
- Sulla definizione di quella che viene genericamente definita come la soglia in funzione della quale l’operatore, genericamente inteso, stabilisce che il minore si trova in una condizione di “pregiudizio”. Una soglia viene banalmente interpretata e descritta con un criterio di tolleranza personale: per qualcuno sono i piedi scalzi, piuttosto che il furto o l’accattonaggio o l’appartenenza alla cultura rom, senza riconoscere che il “pregiudizio” dovrebbe essere quello ravvisato specificatamente nell’interesse di ciascun minore. Quello che accade è che i minori rom verranno segnalati all’Autorità Giudiziaria in funzione del grado di tolleranza personale degli operatori sociali, che, come quella di molti cittadini, è molto bassa.
- L’altro aspetto riguarda l’applicabilità della norma giuridica italiana a un contesto culturale differente, un tema che in Italia resta poco approfondito. Al centro di quest’analisi vi è una discussione sulla definizione dei margini dell’applicabilità della norma giuridica a un minore il cui contesto famigliare potrebbe non riconoscere la stessa norma e le sue finalità. In funzione di quali criteri potremo definire l’abbandono di fronte a un minore che appartiene a un contesto culturale differente da quello nel quale è stata elaborata la norma giuridica? Alcuni magistrati portano riflessioni interessanti a questo proposito, affermando che di fronte al minore straniero occorre sempre considerare e decodificare il contesto culturale dal quale proviene, ma il tema resta ampiamente marginale nell’ambito della magistratura minorile. Il risultato è che pochi magistrati minorili riconoscono la necessità di decodificare il contesto culturale del minore e che in molti invece ritengono non opportuno riconoscerne la specificità dettata dall’appartenenza culturale. Questo è quanto emerge nell’ambito del lavoro di ricerca svolto.
Quale soluzione proporre? Frequentemente la cultura non-rom si presenta come “egemone”, più forte di quella dei romá, identificati come appartenenti a una minoranza culturale. Se davvero si riconosce come tale, la nostra cultura dovrebbe prendersi la responsabilità di assumere fino in fondo questo ruolo, creando quegli strumenti che potrebbero anche tutelare il minore rom e la sua famiglia. Questo vorrebbe dire disporre di quegli strumenti di conoscenza che si avvicinino il più possibile al contesto culturale del minore, con il risultato di mettere il minore in una condizione che lo veda tutelato da entrambe le parti: per la magistratura minorile e per la sua famiglia.
Dovremo infine smettere di pensare alle cultura rom come una cultura statica e immutabile, come se i minori fossero destinati alla povertà materiale e culturale dei loro genitori. Se molti romá oggi vivono nei “campi nomadi” è perché si tratta di una chiara scelta delle amministrazioni comunali di mantenere queste comunità in una condizione di grave precarietà sociale e civile. Se i minori rom oggi non sono tutelati e c’è un sistema giudiziario minorile che non li tutela la responsabilità è solo nostra.
La seconda indagine “Sottrazione di minori gagé” originariamente copriva il ventennio dal 1986 al 2005, ma per i fatti successivamente accaduti si è protratta fino al 2007. I casi sono stati individuati e analizzati partendo dall’archivio Ansa e arrivando alla consultazione dei fascicoli dei Tribunali, adottando, oltre a quella giuridica, più prospettive: etnografica, dell’antropologia giuridica ed etnometodologica.
Per dare un quadro del lavoro svolto, possiamo dire che la ricerca si è strutturata in tre fasi: individuazione nell’archivio Ansa dei fatti di nostro interesse; studio del corpus ricavato dall’archivio Ansa per individuare i casi; lavoro sui casi: consultazione dei fascicoli processuali, ricostruzione, comparazione. Quest’ultima fase – che partiva, appunto, dalle informazioni contenute nelle notizie Ansa – ha avuto la sua attività principale nel contatto con le Forze dell’ordine, Procure e Tribunali al fine di verificare se il fatto avesse avuto un prosieguo significativo in termini penali. In caso affermativo, si è cercato di ottenere i permessi per la visione dei fascicoli. Alcune volte, è stato possibile avere un colloquio con il PM e con gli avvocati; in altre, la distanza temporale ha complicato questi passaggi. Per molti è stato possibile anche raccogliere gli articoli apparsi sui giornali e anche su Internet.
Nella nostra analisi prendiamo in considerazione ventinove casi, oltre undici di sparizione di minori (dunque, 40 in tutto), sui quali è da subito opportuno indicare il risultato principale della ricerca, e cioè che non esiste nessun caso in cui sia avvenuta una sottrazione del bambino: nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta, ma si è sempre di fronte ad un tentato rapimento, o meglio, ad un racconto di un tentato rapimento.
Alla confusione che generano i media al momento della denuncia del fatto, dando come provato e “vero” il tentato rapimento, se non vi è un arresto non corrisponde quasi mai la notizia dell’esito dell’azione delle Forze dell’ordine. Nei pochi casi in cui questo accade, la notizia non è per comunicare che i rom non c’entrano niente, ma è perché l’esito scioglie in sé altri eventi: truffe, fatti drammatici, situazioni che suscitano ilarità.
In maniera random si è cercato anche di verificare se per i casi in cui era stata sporta denuncia, ma in cui i presunti rapitori si erano dati alla fuga, le indagini avessero risolto la vicenda in qualche modo: si tratta di un ulteriore accertamento rispetto al fatto che se non c’è stata più nessuna notizia in merito questo ci può far dire che non si era poi svolto nessun arresto. D’altra parte - come dicevamo e come alcuni casi dimostrano - laddove le Forze dell’ordine tramite le proprie indagini verificano che è stato solo un equivoco, una percezione errata della situazione, la stampa ne dà poca o nessuna notizia.
La comparazione dei casi ci ha aperto a strade particolarmente significative, attraverso le quali si sono potuti individuare gli elementi cardine dei racconti dei tentati rapimenti, che sono pochi e si ripetono come un frame, un canovaccio concettuale con poche varianti: ad esempio, nella grande maggioranza, si tratta di ‘donne contro donne’ ossia è la madre ad accusare una donna rom di aver tentato di prendere il bambino; non ci sono testimoni del fatto, tranne i diretti interessati; gli eventi accadono spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali; nessuno interviene in soccorso della madre; non di rado appare la paura che vi sia uno ‘scopo oscuro del rapimento’ per cui la presenza di alcuni mezzi e persone nelle vicinanze vengono interpretate dalle madri (o da altre figure) come complici della zingara (ma i controlli lo smentiscono regolarmente).
L’analisi comparativa dei casi, infine, ci porta a poter affermare che laddove vi è la presenza di un infante, l’avvicinamento di una persona rom è subito vissuto come un pericolo per il proprio figlio: lo stereotipo “gli zingari rubano i bambini” risulta essere molto più potente di qualsiasi altro. Non si ha paura, infatti, che sottraggano il portafogli o la borsa (secondo lo schema mentale “gli zingari rubano”), ma che portino via il bambino.
Dai ventinove, estrapoliamo i sei casi che hanno portato all’apertura del procedimento e dell’azione penale, che rappresentano il cuore del lavoro di ricerca e che nel testo vengono presentati e discussi uno ad uno in particolar modo attraverso i fascicoli processuali.
Si tratta di
- Desenzano del Garda (Brescia) 02/12/1996. Sentenza di colpevolezza [art. 56 c.p. (delitto tentato) art.605 c.p. (sequestro di persona)].
- Castelvolturno (Caserta) 18/01/1997. Sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste.
- Minturno (Latina) 30/08/1997. Archiviazione del caso.
- Roma 10/10/2001. [Sentenza di colpevolezza art. 56 c.p. (delitto tentato) art. 574 c.p. (sottrazione di persone incapaci)].
- Lecco 04/02/2005 (il procedimento penale è in corso – II grado).
- Firenze 25/10/2005 (il procedimento penale è in corso – I grado, il PM nell’ultima udienza del 17 ottobre 2008 ha chiesto l’assoluzione).
Lo sguardo critico proprio della disciplina antropologica fa emergere dalle carte e dalle aule del tribunale l’utilizzo delle categorie del senso comune da parte degli operatori del diritto come base attraverso cui adattare la categorizzazione prevista nei codici alle circostanze del caso e la costruzione della credibilità dei testimoni nella quale assume un forte peso la capacità retorica delle due parti, intesa anzitutto come coerenza interna del discorso quale testimonianza dell’accaduto. Il tutto retto anche da un ‘ragionevole’ assunto iniziale: la madre non avrebbe nessun motivo per accusare la zingara di un atto non compiuto, in pratica non avrebbe alcun senso che la madre si fosse inventata tutto, per cui quello che ella dice è di partenza da considerarsi in qualche modo “vero”.
Non dobbiamo scordarci che ci troviamo davanti a persone appartenenti a gruppi socialmente e giuridicamente deboli: non solo persone immigrate, ma soprattutto e in primo luogo rom (ma chiamati sempre nomadi) e nella maggior parte dei casi “sedicenti”. Addirittura nella sentenza di Brescia si legge che la pericolosità sociale della donna è “in una con la sua condizione di nomade”. Allo stesso modo per il caso di Roma, non ha nessun peso il fatto che il certificato dei carichi pendenti dell’imputata risulti negativo: la sua condizione di nomade sedicente basta – secondo il giudice - a renderla pericolosa e capace di commettere azioni criminose. Il fatto di essere definite nomadi, giustifica di per sé nei confronti delle imputate qualsiasi decisione a tutela della collettività.
Infine, per quanto riguarda episodi di sparizione di bambini (11 casi analizzati), nella maggioranza molto noti all’opinione pubblica, abbiamo ricostruito i vari momenti in cui i rom e sinti entravano tra i soggetti sospetti e gli esiti degli accertamenti che derivavo dall’attività investigativa (sempre negativi). La drammaticità delle vicende di queste sparizioni si rende ancora più acuta in quelle narrazioni di cui si conosce l’epilogo: l’opposizione fra ciò che è accaduto realmente a questi bambini e l’immaginario stereotipico del rapimento da parte dei rom emerge con una forza squassante. Questi bambini sono stati vittime di una violenza brutale tutta interna ai contesti dove vivevano: pedofili, conoscenti, parenti. Anche a partire da questo, il forte invito è quello di allargare il nostro sguardo, interrogarci e riflettere maggiormente su noi stessi (sempre che questo noi così netto esista...).
Le autrici della ricerca
Carlotta Saletti Salza, dottore di ricerca in Antropologia ottenuto presso la Facultat de Ciències Humanes i Socials – Departament d’Història, Geografia i Art – di Castellón de la Plana (Spagna). Svolge da svariati anni attività di ricerca presso Fondazioni e Univeristà. Ha condotto ricerca etnografica tra le comunità xoraxané a Torino e in Bosnia su tematiche relative all’educazione famigliare e scolastica e sulla rappresentazione della morte.
Sabrina Tosi Cambini, dottore di ricerca in Metodologie della ricerca etno-antropologica presso l’Università degli Studi di Siena, svolge da svariati anni attività di ricerca presso Fondazioni, Istituti e Università; è stata operatrice di strada e da tempo coordina progetti sperimentali di lavoro sociale. Attualmente è docente a contratto di Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Firenze e di Antropologia sociale presso l’Università degli Studi di Verona. (10/11/2008-ITL/ITNET)

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Lanciano (CH), Alexian and international friends

L' associazione culturale Thèm Romanò organizza, nell'ambito della stagione teatrale 2008-2009 del Comune di Lanciano, in collaborazione con l' Istituzione Deputazione Teatrale a partire dalle ore 21.30 di sabato 15 novembre a Lanciano presso il Teatro Fedele Fenaroli la quindicesima edizione del Festival Alexian and International Friends un appuntamento artistico e musicale di grande rilevanza internazionale.
La kermesse che vanta un cast di assoluto prestigio, è un incontro artistico e culturale di diversi generi musicali e sarà presentata dalla bella e bravissima conduttrice di Domenica In (Rai Uno) Lorena Bianchetti, già presente in alcune delle passate edizione e dal simpatico e istrionico Paolo Brosio.
Il festival è un trasguardo artistico aperto ai diversi generi musicali: dall'etnico alla musica classica passando per il jazz e la musica leggera per una reale interazione di grande suggestione artistico e culturale.
Alexian Santino Spinelli sarà il cuore pulsante dell'evento interagendo con tutti gli artisti e presenterà il suo nuovo lavoro discografico dal titolo “Me pase ko Murdevele – Io ac-Canto a Dio” prodotto e distribuito a livello internazionale dalla Compagnia Nuove Indye (CNI).
Presente l'Arcivescovo di Lanciano e Ortona, Carlo Ghidelli, che ha curato la presentazione del cd e l'importante produttore della Casa Discografica CNI, Paolo Dossena. Sarà inoltre presentata la raccolta di partiture musicali Rom per Orchestra Sinfonica “Romano Drom - Carovana Romanì” di Alexian Santino Spinelli edito dalla prestigiosissima casa editrice di Bologna Ut Orpheus Edizioni che pubblica e divulga a livello internazionale musica classica, presente l'editore Roberto De Caro, una personalità di grande rilievo culturale.
L'evento è inserito nell'ambito dell'Anno Europeo del Dialogo Interculturale. Nel cast artistico della quindicesima edizione oltre all'Alexian Group di Santino Spinelli sono presenti nomi eccellenti come Eugenio Bennato, che ha partecipato all'ultimo festival di San Remo, il formidabile duo Jalisse, vincitori del festival di San Remo del 1997, Moni Ovadia celebre per il suo grande carisma e attesissimo il suo duetto con Alexian, la Ozen Orchestra che eseguirà musica ebraica (ozen significa “orecchio” in ebraico), i Magadis che eseguiranno musica classica ispirata al mondo rom, non mancherà il jazz con Swing de Bois, un gruppo di jazz manouche che farà un omaggio al grande Djando Reihnardt precursore del jazz europeo.

Protagonista anche il pianista biscegliese Nico Arcieri che si esibirà con Alexian in una composizione scritta a quattro mani dai due artisti. Il festival vedrà la partecipazione straordinaria del regista e attore Leonardo Pieraccioni, del grande musicista gitano Paco Suarez dalla Spagna.
Nelle passate edizioni il festival di Alexian ha ospitato artisti di fama nazionale ed internazionale come i Tazenda, Rossana Casale, Francesco Baccini, Linda, Enrico Beruschi, Sageer Khan dall'India, i Rajko dall'Ungheria, Ternipè dalla Slovacchia, la Kadrievi Orkestar dalla Macedonia e tantissimi altri.
Saranno inoltre presenti i giornalisti scrittori Furio Colombo e Gian Antonio Stella che riceveranno il prestigioso premio Phralipé (fratellanza e solidarietà) nell'ambito della cerimonia di premiazione del Concorso Artistico Internazionale “Amico Rom” che si svolgerà nel pomeriggio al teatro Fenaroli a partire dalle ore 15 con ingresso libero. Un appuntamento intenso da non mancare!
Per informazioni e contatti: giuliadirocco@fastwebnet.it, spithrom@webzone.it, telefono 0872660099, cellulari 392 3577386 o 340 6278489.

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sabato 8 novembre 2008

Zingari di merda

Per la collana Stelle filanti, Effigie edita “Zingari di merda”, di Antonio Moresco, corredato dal reportage fotografico di Giovanni Giovannetti. Si tratta di un carnet de voyage dei giorni nostri, in cui gli autori non partono alla volta di mondi lontani dal fascino fiabesco, alla ricerca del paradiso in terra o di magici esotismi; la meta del viaggio, infatti, in questo caso ha i tratti tragici della miseria.
Il novello Virgilio, autista, guida ed interprete, si chiama Dumitru, un nome che già ci informa del contesto del viaggio. Il punto di partenza è Pavia; anzi, la periferia della periferia di Pavia: l’ex area Snia, un terreno impregnato di residuati di gasolio, benzene, antracene, zolfo e altre sostanze altamente tossiche e cancerogene.
Lo scopo del viaggio, esplicitato nelle primissime righe del libro, è chiaro: “Vogliamo andare a vedere con i nostri occhi da dove si mette in movimento tutta questa disperazione, l’origine di questa ferita.”
La meta, allora, è la Romania.
Moresco all’area Snia pare legato dal destino. Da ragazzo frequentava quella che era allora la seconda fabbrica di Pavia, spedito laggiù dal suo gruppo rivoluzionario perché facesse lavoro politico tra gli operai, che aspettava ogni giorno all’uscita. Quarant’anni dopo, in una società cambiata, in cui i ‘proletari’ non sono più quelli di allora, l’autore torna nell’area dell’industria ormai smantellata; ancora da attivista, ma in difesa – stavolta – di altri diritti.
Là, lontano dagli occhi e dai cuori di tutti, sopravvivono accampati “i miserabili di questa nuova epoca […], riapparsi in massa con le loro antiche facce, la loro disperazione e la loro puzza, gettati a riva da sistemi economici e politici esplosi”.
Migranti rumeni, in maggioranza di etnia Rom. Dumitru è uno di loro.
Il viaggio che condurrà gli autori in Romania, a tastare le origini di questi diseredati che il nostro Paese continua a cacciare, assume tratti danteschi; è un viaggio che però, diversamente dalla Commedia, non prevede paradisi, ma una serie di inferni che pare infinita.
Dall’ex area Snia, infestata da malattie, sporcizia, inquinamento, sovraffollamento e violenza, parte il viaggio di discesa agli inferi, che culminerà nel paese rumeno di Lişteava - l’inferno più inferno -, dove un paesaggio allucinato fa da sfondo alla miseria più cupa e i personaggi hanno i tratti dei dannati.
Lungo tutto il percorso, Dumitru conduce la piccola carovana, decide i tempi e i modi, fa da interprete e da mediatore culturale, donando ai suoi ospiti e al lettore la propria storia più intima; quella che di solito si tace agli estranei, quella di cui vergognarsi pur non essendone responsabili, quella storia di ingiustizia, povertà e antichi soprusi che pare destinata a non finire.
Spoglio da intenti romanzeschi e da ogni fascinazione esotica, il libro non offre facili soluzioni. Finisce male, perché è così che quasi sempre finiscono le storie vere, e queste in particolare.
È un libro che si arrabbia, questo sì, e molto; si indigna, vuole conoscere, non si accontenta della versione di qualche giornale locale, vuole informazioni di prima mano. E si pone continuamente il quesito più difficile: perché?

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venerdì 7 novembre 2008

Roma, l'invenzione della ''zingara rapitrice''

Una ricerca per mostrare che quella della ''zingara rapitrice'' è soltanto un'invenzione, una leggenda nera: lo studio è stato condotto dal Dipartimento di Psicologia e Antropologia Culturale dell'Universita' degli Studi di Verona ed ha preso in esame i presunti tentati rapimenti, addebitati ai rom nell'arco di tempo che va dal 1986 al 2007 in Italia. Il risultato è che ''non esiste alcun caso in cui viene commesso un rapimento. Nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell'infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente''.
La ricerca sarà presentata lunedì 10 novembre a Roma presso la Radio Vaticana in una conferenza stampa promossa dalla Fondazione Migrantes della Cei. Alla conferenza stampa, moderata da don Federico Schiavon, direttore dell'Ufficio Nazionale per la Pastorale dei Rom e dei Sinti della Fondazione Migrantes, interverranno mons. Piergiorgio Saviola, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, il pof. Leonardo Piasere, coordinatore della ricerca, Sabrina Tosi Combini e Carlotta Saletti Sanza, curatrici delle due ricerche, e mons. Piero Gabella, già direttore dell'Ufficio per la pastorale dei Rom e Sinti della Migrantes.
Secondo i dati che verranno presentati lunedì, anche nei casi in cui si è aperto un processo per rapimento di minore a carico di un rom, ''il fatto contestato viene sempre qualificato come delitto tentato e non commesso, le cui circostanze aprono ad una complessa valutazione dell'esistenza o meno della volontà dolosa''.
Durante la conferenza stampa saranno presentati anche i dati di un'altra ricerca volta a verificare quanti bambini figli di rom e sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione dai tribunali dei minori italiani a famiglie ''gagi'', non rom o sinte.

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Firenze, Olmatello ultimo atto

Le ultime famiglie che abitano ancora nel “campo nomadi” andranno in via Lorenzini: 19 alloggi, metà sono per loro Olmatello ultimo atto. Entro un anno uno dei due storici "campi nomadi" di Firenze verrà chiuso. E per i settanta-ottanta ospiti che restano, in gran parte kosovari e macedoni, si apre la porta di un condominio in via Lorenzini.
Un edificio di due piani di proprietà comunale che più volte Palazzo Vecchio ha provato a vendere all´asta senza successo e da cui saranno ricavati 19 alloggi, in parte destinati alle 10-12 famiglie (70-80 persone) che ancora oggi vivono all´Olmatello e in parte ai servizi di accoglienza sociale del Comune. La struttura di via Lorenzini oggi è in condizioni fatiscenti e necessiterà di un grosso intervento di ristrutturazione: per questo il Comune e la Regione hanno già stanziato 900 mila euro a testa.
«Non sarà un ghetto, ma un palazzo aperto - immagina la presidente del quartiere 5 Stefania Collesei - non ci finiranno solo i rom dell´Olmatello ma anche altre persone che i servizi sociali decideranno di accogliere».
Le famiglie pagheranno l´affitto: «Non sarà una quota di mercato ovviamente, ma un contributo sostenibile per garantire la manutenzione e il pagamento delle utenze», aggiunge Collesei. Dov´è il palazzo? Al numero civico 21 di via Lorenzini, incastrato tra il viale XI Agosto e il braccio ferroviario di Castello.
Fino a qualche mese fa ospitava alcune decine di artigiani (carrozzieri, muratori e ferramentisti), ma già da gennaio 2009 partiranno i lavori per la realizzazione di una ventina di appartamenti. E nel giro di una decina di mesi, entro la fine del prossimo anno, il nuovo palazzo potrebbe essere pronto.
Ma non ci saranno solo appartamenti, il progetto del quartiere 5 è più ambizioso. «Se non vogliamo che quello diventi il palazzo ghetto per i rom, dovremo pensare a qualcosa di diverso e di coraggioso», anticipa Collesei.

Cosa vuol dire? «Potremmo immaginare che all´interno del complesso di via Lorenzini, nel cortile interno tra i due immobili che lo compongono, nasca una piazza e trovino casa negozi e uffici», dice la presidente del quartiere 5. Ma per questa operazione ci sarà bisogno di una variante urbanistica e i tempi potrebbero essere più lunghi del 2009.
Oggi l´Olmatello ospita 70/80 persone: non più le oltre trecento della metà degli anni Novanta, quando il campo nacque. Per gran parte gli ospiti sono kosovari, o anche macedoni, bosniaci: molti sono nati in Italia, figli di profughi partiti dalla ex Jugoslavia alla fine degli Anni ‘80 per fuggire a guerre e povertà. Non ci sono più le vecchie roulotte di un tempo: solo una quindicina di case mobili, sorta di container sopraelevati. Tutte con servizi igienici, acqua potabile, lavatrice, tv e almeno una parabola. Ci abitano perlopiù famiglie giovani, molte con bambini piccoli
«Per un paio di famiglie da gennaio si aprirà un posto nelle case popolari del Comune, il resto andrà in via Lorenzini», spiega Collesei, pronta a parlare con i residenti della strada per spiegare la decisione e condividere con loro la scelta di dare una casa vera agli ultimi ospiti dell´Olmatello. di Ernesto Ferrara

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Rom e Sinti, l'identità negata

Rom uguale nomade, sporco, ladro di bambini. Questi sono solo alcuni degli stereotipi che pesano come un macigno sulle spalle di un popolo presente in Italia dal 1400...
...che non è riconosciuto come minoranza linguistica, che vive ghettizzato nei “campi” istituiti da leggi regionali negli anni ottanta e nasconde la propria appartenenza etnica sul luogo di lavoro per paura di perderlo. Pregiudizi e leggende che rendono l’integrazione un percorso ogni giorno più difficile soprattutto se si adottano politiche senza avere nessun rappresentante rom e sinto come interlocutore.
Una delle tante leggende nere, vecchia cinque secoli, l’ha sfatata di recente l’Università di Verona con una ricerca su quanti siano stati i bambini rapiti dai Rom negli ultimi vent’anni. Risultato: nessuno. Su ventinove casi esaminati c’è stata una sola condanna per tentato sequestro mai portata a termine.
Ma sono tante altre le cose che non si sanno o che non si vogliono sapere. “Pochi sono a conoscenza che il 70 per cento dei rom e sinti che vivono in Italia sono cittadini italiani e pochissimi conoscono veramente le caratteristiche dei rom e sinti. Fin quando non ci sarà confronto con i diretti interessati, il pregiudizio non si combatterà mai. La partecipazione dei rom alla vita economico sociale e istituzionale nel nostro paese è da sempre duramente ostacolata. Va messa in atto una politica che affronti globalmente e strategicamente l’intero problema. Scuola, casa e lavoro sono tre criticità connesse tra di loro e non possono essere risolte singolarmente”.
A parlare è Eva Rizzin, trent’anni, italiana appartenente alla minoranza sinta. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in geopolitica e geostrategia a Trieste, la Rizzin oggi è attiva nella lotta per i diritti di sinti e rom in qualità di cofondatrice di OsservAzione, Centro di ricerca-azione contro la discriminazione di rom e sinti, e membro del Comitato Rom e Sinti Insieme.

“Sono tra di noi, ci lavorano accanto eppure riconosciamo in loro solo il nomade o il ladro di bambini. I rom sono costretti a rinnegare la propria identità sui luoghi di lavoro, anche quando ricoprono posizioni importanti: molti sono poliziotti, elettricisti, insegnanti. Come dei perseguitati, preferiscono non dichiarare la propria appartenenza etnica. A livello nazionale la legge 482/99 sui diritti delle minoranze linguistiche presenti nel territorio italiano ha volutamente escluso il ròmanes per il fatto di non essere legato a un territorio determinato”.
“Una legge che disattende la carta europea delle lingue regionali minoritarie che prevede norme anche per le lingue sprovviste di territorio: una grande discriminazione istituzionale”. Le politiche di assistenza messe in piedi fino ad oggi non hanno fatto altro che oscurare l’identità di un popolo ghettizzato nei cosiddetti “campi”.
Il Cerd (Comitato Onu per l’eliminazione delle discriminazioni razziali) ha criticato duramente il trattamento dei rom e dei sinti in Italia e in particolare il nostro governo, che non li ha riconosciuti come minoranza. “Nel nostro paese – conclude Rizzin – hanno varato specifiche leggi regionali per tutelare la caratteristica nomade dei Rom e dei Sinti creando questi campi che sono diventati veri e propri ghetti. Il 95 per cento dei rom e dei sinti che vivono lì sono cittadini italiani ed è contro ogni tutela dei diritti umani la schedatura e la rilevazione delle impronte”. di Manuela Giuliano

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Il commento razzista di Berlusconi

Il commento razzista del premier italiano Silvio Berlusconi sul neoeletto presidente Usa Barack Obama - "E' bello e abbronzato" - fa il giro del mondo su tutti i mass media del pianeta, e lui, Obama, chiama al telefono tutti i principali capi di governo, tranne quello italiano.
L'infelice frase pronunciata ieri da Berlusconi campeggia questa mattina su tutte le prime pagine di quotidiani e siti internet del mondo (Heralrd Tribune, Los Angeles Times, Telegraph, Times, Guardian, France Presse, Cnn, Abc).
Obama non ha commentato le offensive parole del primo ministro italiano, ma lo ha escluso dal giro di telefonate di ringraziamento fatte ai maggiori statisti mondiali: il presidente degli Stati Uniti ha chiamato il presidente francese Nicolas Sarkozy, il premier britannico Gordon Brown, il cancelliere tedesco Angela Merkel, il premier giapponese Taro Aso, l'israeliano Ehud Olmert, il messicano Felipe Calderon, il sudcoreano Lee Myung-bak, l'australiano Kevin Rudd e il canadese Harper.

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Roma, dopo un incidente stradale si scatena la libido razzista

La procura di Roma ha chiesto la convalida dell'arresto e la contestuale emissione dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere per Bruno Radosavljevic, Rom di 26 anni di origine croata che ieri alla guida di una Bmw, è piombato su un gruppo di persone che aspettavano l'autobus alla periferia di Roma ferendone 13.
Il pm Delia Cardia contesta all'indagato il reato di lesioni personali aggravate dalla positività al narcotest e all'etilometro. Domani, nel carcere di Regina Coeli, si terrà l'interrogatorio di garanzia ed il gip Adele Rando deciderà sulle richieste del pm Cardia. Ieri Radosavljevic ha tentato di respingere le accuse, sostenendo di non essere ubriaco e raccontando di aver perso il controllo dell'auto per evitare di investire una persona. «Ho tentato di schivare un passante - ha dichiarato agli investigatori - poi ho perso il controllo dell'auto e ho travolto quelle persone».
Polizia e carabinieri hanno presidiato per tutta la notte il le abitazioni delle famiglie rom di via di Dragona, alla periferia di Roma, dove risiedeva Bruno Radoavljevic. Dopo l'incidente, infatti, si temevano ritorsioni contro i residenti dell'accampamento.
«Non ne possiamo più dei nomadi», avevano attaccato i cittadini del quartiere, e lo stesso presidente della circoscrizione, Giacomo Vizzani (Pdl), aveva manifestato il timore che la convivenza tra cittadini e nomadi, fino a ieri pacifica, potesse sfociare in atti di intolleranza.
Alemanno ieri, durante la fiaccolata organizzata dai cittadini del XIII Municipio organizzata per protesta dopo l'incidente si era detto favorevole all'«integrazione ma non alle persone che trasformano i campi in luoghi dai cui parte la criminalità».
Anche in questo caso la responsabilità, tutta da accertare, di una persona ha dato la possibilità a molti di scatenare la propria libido razzista contro i Rom. Si segnalano in particolare le dichiarazioni del Sindaco Alemanno durante la fiaccolata e i servizi del Tg2 ma anche alcuni programmi mattutini di Rai1. Bene l'intervento del Prefetto Mosca che con le Forze dell'Ordine ha per il momento scongiurato una nuova Apignano.

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mercoledì 5 novembre 2008

La speranza ha vinto sulla paura

Un sogno si è realizzato: un “meticcio” è diventato Presidente degli Stati Uniti d’America. Questa mattina alle sei (ora italiana) Barack Hussein Obama è apparso sul palco del grande parco di Chicago da Presidente degli Stati Uniti d’America. Nel suo primo discorso ha rimarcato che sarà il Presidente di tutti, nessuno escluso.
Obama ha spiegato a tutto il mondo il segreto della potenza USA: la capacità di cambiare. E nessuno può certo negarlo se parla il primo presidente afro-americano di un Paese nel quale fino a pochi decenni fa le persone di colore non potevano neanche sedere sugli stessi autobus, né frequentare gli stessi bar dei bianchi.
Il suo è stato un formidabile discorso realistico sui tanti problemi del mondo ma pieno di speranza. Molte delle facce tra il pubblico rivelavano lacrime di autentica emozione. Per gli Stati Uniti la vittoria di Obama nella corsa alla Casa Bianca è già una grande pietra miliare.
Ed è proprio la speranza la parola magica che per due anni è stata l'anima della campagna elettorale di Barack Hussein Obama, spingendo a votare milioni di persone che non l'avevamo mai fatto prima e portando per la prima volta un candidato nero alla Casa Bianca. Per Obama l’'audacia della speranza' non è stato solo il bel titolo di un suo libro o lo slogan che ha conquistato milioni di americani. E' stato anche un modo di vivere.
Non c’è stato discorso di Obama, in questa campagna elettorale infinita, che non abbia toccato questo tema. E non c’è stata una sola volta in cui le sue parole, pronunciate abbassando all'improvviso la sua potente voce baritonale, riducendola ad un mormorio, non abbiamo messo i brividi agli ascoltatori.
“Speranza è quella cosa dentro ognuno di noi - aveva sussurrato Obama nel suo discorso di vittoria in Iowa, ad una folla piombata nel silenzio assoluto, per non perdere una sola sillaba - che insiste nel credere, malgrado tutto sembri dimostrare il contrario, che qualcosa di migliore ci aspetta se abbiamo il coraggio di combattere per questo”.
E' esattamente quello che è successo in questa campagna elettorale. Quella che alcuni ritenevano solo una frase retorica, “i bei discorsi” tanto sbeffeggiati dal suo rivale John McCain, si è rivelato un progetto operativo messo a punto con la precisione di un intervento neuro-chirurgico.
Lo “spacciatore di speranza”, l'uomo convinto che “insieme persone ordinarie possono fare cose straordinarie”, è riuscito a far diventare realtà le sue parole. Il suo invito a “scegliere la speranza sulla paura”, in un'America governata da un presidente pronto a calpestare numerose libertà civili nel nome della guerra al terrorismo, si è trasformato da esortazione evangelica a programma elettorale.
Un programma senza barriere perché ognuno ha potuto leggere a suo modo la parola “speranza”. Se per gli afro-americani era la liberazione da catene antiche, prima materiali e poi sociali, per i poveri, per gli ispanici, per i giovani, lo stesso messaggio faceva scattare chiavi di lettura e reazioni positive diverse tutte volte comunque a mobilitare e a dare una voce a parti della popolazione americana che finora si era sentita esclusa dalla partecipazione al processo elettorale.
“Speranza non è ottimismo cieco, non è sedere in panchina evitando la lotta”: il messaggio di Obama ha trasformato le minoranze passive in una grande maggioranza attiva che ha trascinato il senatore nero, come una grande ondata irresistibile, verso la vittoria, verso la Casa Bianca, verso la Storia.

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martedì 4 novembre 2008

Un viaggio attraverso l’Italia razzista

È quello compiuto dalla parlamentare europea Victoria Mohacsi (in foto), rom ungherese, accompagnata per i “campi nomadi” d’Italia dai volontari del gruppo Everyone. Le testimonianze raccolte finiscono sul web e al parlamento Ue
“Ho attraversato l’Europa per analizzare le condizioni di vita dei rom e il loro grado di integrazione. Non avevo mai assistito a violazioni di diritti umani così gravi come quelle che le istituzioni italiane rivolgono alla mia gente”. Suonano gravi le parole che usa Victoria Mohacsi, rom ungherese membro del Parlamento europeo, all’indomani della fine del suo ‘tour degli orrori’ fra i “campi nomadi” delle periferie italiane.
Dal 17 al 20 ottobre 2008 l’europarlamentare ha visitato una decina di insediamenti rom tra Firenze, Bologna, Pesaro, Padova e Sesto San Giovanni (provincia di Milano, teatro dell’ultima tragedia di un mese fa, quando un ragazzino è morto carbonizzato nel sonno per un incendio accidentale nella fabbrica dismessa dove dormiva), accompagnata da una delegazione formata da alcuni attivisti per i diritti umani del gruppo Everyone e da una troupe ungherese di riprese documentarie.
La Mohacsi e i suoi collaboratori hanno ispezionato i luoghi in cui vivono gli ultimi Rom romeni rimasti in Italia, alcune comunità di rom e sinte italiane, insediamenti di famiglie Rom originarie dei Paesi della ex Jugoslavia.
“La delegazione ha raccolto documentazione riguardo alla condizione dei ‘nomadi’ in Italia, intervistando decine di testimoni della persecuzione e filmando i luoghi in cui i Rom convivono con topi, parassiti e disperazione”, fa sapere il gruppo Everyone.
“Stiamo preparando un dossier illustrato da fotografie, per raccontare all'Ue le fasi del drammatico viaggio in Italia compiuto da una coraggiosa parlamentare europea che si batte da quindici anni contro la tragedia del razzismo che sta annientando il suo popolo”. Un riassunto dell’esperienza italiana della europarlamentare, anch’esso corredato da fotografie, è già disponibile sul sito web everyonegroup.org. di Daniele Biella

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Cremona, corso di formazione per insegnanti, mediatori culturali e operatori sociali

Il Settore Politiche Educative del Comune di Cremona promuove da diversi anni interventi finalizzati a sostenere e scuole del territorio nell'accoglienza e integrazione degli alunni stranieri. Gli interventi si sono evoluti nel tempo, in funzione delle eigenze rilevate tra i docenti e anche dei risultati e delle competenze progressivamente acquisiti.
Nel corso degli ultimi mesi diversi istituti scolastici hanno segnalato come l'integrazione degli alunni sinti e rom, affluiti in numeri sempre più significativi, rappresenti per le scuole una sfida per certi versi inedita, che mette in crisi alcune delle prassi consolidate nell'accoglienza dei bambini stranieri di altre origini nazionali ed etniche.
Per questo motivo il Settore ha ritenuto opportuno sostenere la realizzazione di un breve percorso formativo, che si rivolge non solo agli insegnanti delle scuole primarie ma anche agli operatori sociali e ai mediatori, in quanto molto spesso i problemi che questi bambini pongono (continuità di frequenza, condizioni di vita che influenzano la possibilità di buona integrazione a scuola...) non possono essere trattati senza l'intervento di tutte queste figure.
Il progetto formativo è stato redatto dall'Istituto di Cultura Sinta, che si occuperà anche della realizzazione del corso. Il gruppo - classe sarà composto da un massimo di 26 partecipanti, in quanto ogni lezioni prevede anche momenti laboratoriali.
Per partecipare, è richiesto di inviare la scheda di iscrizione compilata e controfirmata dal dirigente scolastico (per gli insegnanti) al Settore Politiche Educative del Comune (email politiche.educative@comune.cremona.it, fax 0372 407921).
Gli incontri si terranno nelle date: 6 novembre, 20 novembre e 4 dicembre 2008; 5 e 19 febbraio 2009, dalle 16.30 alle 18.30 presso il Settore Politiche Educative del Comune,via e Vecchio Passeggio 1, Cremona. Di seguito il programma del corso

I MODULO
Primo incontro (6 novembre 2008)
Una storia scritta da altri. L'arrivo delle popolazioni sinte e rom in Europa; la formazione della società capitalistica e dello stato moderno; le politiche subite in seicento anni dalle minoranze sinte e rom; il Porrajmos; dal dopo guerra all’Unione Europea.
Secondo incontro (20 novembre 2008)
Mengur velto (la nostra cultura). Le società e le cultura dei Sinti e dei Rom presenti sul territorio; i valori fondanti; i cambiamenti culturali.
II modulo
Primo incontro (4 dicembre 2008)
La mediazione culturale. Società a confronto; le culture e i rapporti tra società nei paradigmi evoluzionisti; i processi di acculturazione; le tre funzioni della mediazione culturale; i rischi nella mediazione culturale.
Secondo incontro (5 febbraio 2009)
I Sinti e i Rom nella scuola e nelle politiche sociali. Lo strumento sociale scuola nella società maggioritaria (in senso numerico) e nelle società sinte e rom; la pedagogia interculturale nell’organizzazione scolastica; i progetti scuola e i servizi sociali; il bambino e la scuola: il conflitto e l’accoglienza; il rapporto scuola e famiglia.
L’habitat: i progetti sviluppati in Italia. Il lavoro e i lavori nelle diverse società sinte e rom; i progetti sviluppati in questi anni. La cultura della salute e i servizi territoriali. I servizi sociali e l’assistenzialismo.
Terzo incontro (19 febbraio 2009)
Studio e risoluzione di casi. In un primo momento saranno proposte ai corsisti delle esercitazioni sulla didattica interculturale e sui servizi sociali. In seguito saranno i corsisti, divisi per gruppi di interesse, a presentare quattro/cinque casi. Ogni caso sarà analizzato e saranno definite delle possibili soluzioni.

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L'America è pronta per un leader nero ma l'Italia è pronta per un leader sinto?

Secondo segretario di Stato nero nella storia dell’America, primo segretario di Stato nero e donna, Condoleezza Rice è stata uno degli esponenti dell’amministrazione Bush più vicini al Presidente, in un secondo mandato segnato dalla difficilissima guerra in Iraq e da una lunga opera di ricucitura con la Vecchia Europa, dopo lo strappo del 2003.
Oggi è l’ultimo giorno dell’ora Bush, quali pensa che siano i suoi maggiori lasciti?
«Conosco abbastanza la storia per dire che occorreranno parecchi anni per saperlo. Ma so anche che debbo rispondere ora. Credo che il lascito maggiore sia il rafforzamento delle alleanze dell’America nel resto del mondo, soprattutto attraverso l’allargamento e la trasformazione della Nato. Ma probabilmente ancora più importante, specie ai miei occhi, è l’aver portato la democrazia nel cuore del Medio Oriente. Penso che l’emergere di un Iraq multi-partitico e multi-etnico avrà un grande impatto su tutta la regione».
E quali sono i più grandi errori?
«Se guardo indietro, ne vedo parecchi. In Iraq, per esempio, ci siamo concentrati troppo su Baghdad, all’inizio, e abbiamo forse trascurato le province. E oggi appare chiaro come sia il rapporto tra potere centrale e province la chiave della rinascita irachena. Ma non so se nel 2003 avremmo potuto fare una politica diversa».
E la reazione all’11 settembre, fu adeguata, o sproporzionata?
«Sono passati sette anni, ed è difficile ricordare tutti i dettagli di quella giornata. Mi piace raccontare un episodio che può far capire la situazione. Ero nel mio ufficio e mi stavo preparando a un discorso. Quando il primo aereo colpì le Twin Towers, entrò la mia assistente e mi disse che era uno strano incidente. Subito pensai che si trattasse di un piccolo aereo da turismo, ma lei: “No, è un aereo di linea”. Il presidente chiamò, gli dissi che era un incidente molto strano. Mi chiese di tenerlo informato. Scesi giù, per la riunione con il mio staff. Arriva di nuovo la mia assistente per dire che il secondo aereo si era schiantato. Ho pensato, Dio mio, è un attacco terroristico. Poi un terzo aereo colpì il Pentagono. Arrivano gli uomini dei servizi e ci dicono che dobbiamo scendere nei bunker. Dico che devo chiamare il Presidente. Gli parlo, “Non puoi tornare qui. Washington è sotto attacco”. Ho studiato a lungo l’Unione Sovietica, ho fatto molti war game durante la mia preparazione: e due li sperimentai davvero quel giorno. Uno fu contattare i russi. Poi con il Dipartimento di Stato dovetti preparare una dichiarazione da diffondere in tutto il mondo... La maggior parte dei responsabili dell’11 settembre sono ora in carcere o sono stati uccisi. Ma ce ne sono altri, che tramano ancora. Noi non possiamo mai sbagliare, loro possono riuscire anche solo una volta. Non ci sono reazioni eccessive».

Le è cresciuta nel Sud segregazionista, a Birmingham. In che modo l’ha influenzata?
«Sono cresciuta in una meravigliosa famiglia della classe media. I miei genitori erano insegnanti. Hanno sempre cercato di farmi da scudo. Ma sapevi che c’era un motivo per cui non potevi andare in un parco, in un cinema o a un certo banchetto per gli hamburger. Non potevano farti da scudo completamente. Ma erano convinti che il razzismo non dovesse diventare una giustificazione per non riuscire nella vita, che il razzismo era il problema di qualcun altro, non il tuo. Tutto ciò mi ha aiutato molto, ma il 1963 fu un anno durissimo. Esplodevano bombe nel nostro quartiere, giravano i White Knight, mio padre e i miei fratelli dovettero armarsi per difendere le loro case. Un mio compagno di scuola morì bruciato vivo in una chiesa».
Dovette subire episodi di razzismo?
«Certamente, in modi subdoli. Mi ricordo lezioni in cui il professore spiegava perché i neri erano scientificamente meno intelligenti. Ma ho imparato presto a concedere agli altri il beneficio del dubbio, a non pensare subito che qualcuno agiva così perché era razzista».
Pensa che l’America sia pronta a un presidente nero?
«Certo che sì. L’America è un Paese straordinario, dove le attitudini sociali cambiano in modo quasi impercettibile, e poi ti svegli una mattina e tutto è cambiato. Sono dodici anni che l’America non ha come segretario di Stato un uomo bianco. E nessuno ci fa molto caso».
La maggior parte degli afroamericani votano per i democratici. Che cosa l’ha spinta tra i repubblicani?
«Nel 1976, la prima volta che votai, ero attratta da Jimmy Carter. Ma nel 1979, quando l’Urss invase l’Afghanistan, fui molto delusa dalla risposta, e l’anno dopo votai per Ronald Reagan». di Marc Hujer

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Roma, a Casilino 900 è allarme sanitario

Non c’è tempo da perdere, il Casilino ‘900 ha bisogno di «interventi migliorativi in tempi brevi» o esploderà. Nell´agglomerato di baracche tra la Casilina e via Togliatti «si riscontrano» infatti «episodi di Tbc, epatopatie severe, malattie dermatologiche trasmissibili, affezioni gastro-intestinali ed ustioni, in misura rilevante, specie nei bambini». A lanciare l´allarme rosso, stavolta, non è la politica. O almeno non solo. A denunciare l´estrema «precarietà della situazione ambientale e sanitaria» del Casilino ‘900 è il dottor Maurizio Di Marzio, responsabile del camper socio-sanitario che dal ‘99 assiste i rom residenti nel territorio della Asl RmB.
Una relazione inquietante perché, oltre a descrivere una situazione di degrado fin troppo nota, denuncia l´insorgere di malattie come la tubercolosi, che si credevano ormai estinte. «Condizioni allarmanti», mette nero su bianco il medico della Asl, scatenate da diversi fattori: «L´immondizia», recita il rapporto appena inviato in Campidoglio, «deborda dagli insufficienti cassonetti e si accumula nelle aree circostanti, rendendo difficoltosi gli spostamenti. La pioggia forma degli acquitrini permanenti, con conseguente proliferazione di insetti».
Ancora: la fornitura d´acqua «è insufficiente» e «mal strutturata»; «il taglio dell´energia elettrica, a seguito della persistente morosità di alcune famiglie e della presenza di allacciamenti abusivi, ha compromesso ulteriormente gli standard minimi di vita, con difficoltà nella conservazione degli alimenti, nonché di alcuni farmaci»; «i servizi igienici sono garantiti esclusivamente da bagni chimici sempre sporchi»; «il randagismo» è «veicolo di affezioni».
Roba che «nemmeno nei campi profughi palestinesi - disse sei mesi fa il sindaco Alemanno durante un sopralluogo - ho trovato una situazione di questo genere». Ma non è tutto: «Un ulteriore aggravamento ambientale», insiste il dottor Di Marzio, «è costituito dai fumi tossici determinati dalla combustione di materiale plastico» che «si ripercuotono sui quartieri circostanti».
Fotografia confermata nella contemporanea relazione chiesta al comandante dell´VIII gruppo dei vigili urbani Antonio Di Maggio. Il quale per sovrappiù scrive che «i nomadi hanno reso inagibile anche l´attiguo parco di Centocelle, che è stato chiuso al pubblico per motivi di sicurezza. Attualmente è una discarica a cielo aperto», sottolinea Di Maggio, «sono stati asportati cavi elettrici con conseguente distacco dell´illuminazione, rotte le fontanelle pubbliche, divelte le panchine».
Troppo per il delegato del sindaco alla Sicurezza Samuele Piccolo. Che già oggi chiederà «l´immediato abbattimento del campo e la bonifica dell´intera area con lo spostamento dei nomadi in un centro di accoglienza, in attesa di essere ricollocati o nella stessa area o in un´altra zona del territorio».
Le ragioni dell´urgenza stanno tutte nei «risultati devastanti ottenuti dalle indagini dei vigili e della Asl, promosse in seguito alle proteste dei cittadini di Centocelle» incalza Piccolo. «C´è il rischio, altissimo, di diffusione di malattie che pensavamo sparite dalla nostra città». Senza considerare «il pericolo di contaminazione anche da diossina, determinato dalla frequente combustione di materiali nocivi e plastici come pneumatici e residui chimici». di Giovanna Vitale

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Bolzano, un mondo di mondi

L’associazione Nevo Drom e l’U.N.A.R. (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali ed Etniche) presentano “un mondo di mondi”, istantanee culturali sui mondi sinti e rom in Italia. Sucar Drom invita tutti a partecipare.
La manifestazione sarà inaugurata giovedì 6 novembre, alle ore 14.00, presso l’Auditorium Eurac, con un convengo dal titolo “Rom e Sinti: cittadini d’europa”. Il convegno sarà aperto dai rappresentanti degli enti che organizzano la manifestazione e si caratterizzerà con diversi interventi importanti. Segnaliamo: Gad Lerner (giornalista) che guiderà tutta la discussione e Romani Rose (Presidente del Consiglio centrale tedesco sinti e rom) che illustrerà l’esperienza tedesca.
La sera, dopo un bouffet, ci sarà il concerto di Fernec Snetberger, virtuoso chitarrista sinto, che suonerà interpretazioni di musica classica e jazz.
Venerdì 7 novembre, presso Ca’ de Bezzi, in via Andreas Hofer n. 30, si terrà il clou della manifestazione con l’evento “khroll ketane” (tutti insieme). A partire dalle ore 14.00 ci sarà una grande festa con gastronomia e musica sinta e rom. In particolare è da segnalare il concerto di Negrita, cantante e musicista rom francese.
Domenica 9 novembre si concluderà la manifestazione con lo spettacolo teatrale “una ragazza d’oro”, presso l’Auditorium Roen, in via Roen n. 2. Lo spettacolo è nato dall’incontro di due “ex ragazze dell’Est”, l’attrice Dijana Pavlovič e la regista Tatiana Olear.
Per informazioni associazione Nevo Drom, nevodrom@nevodrom.it, telefono 392 1651149.

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lunedì 3 novembre 2008

Opera (MI), Ettore Fusco torna in giudizio per i fatti del dicembre 2007

Con l'accusa di istigazione a delinquere l'attuale sindaco leghista di Opera, in provincia di Milano, Ettore Fusco, dovrà nuovamente essere giudicato dal gup del capoluogo lombardo che il 14 febbraio scorso lo aveva prosciolto.
Il verdetto favorevole è stato annullato con rinvio dai giudici della prima sezione penale che hanno accolto le "obiezioni" sollevate dalla procura della Repubblica. L'accusa contestata dai pm ambrosiani si riferisce all'invito ad occupare l’insediamento provvisorio allestito dalla Protezione Civile che Fusco, quando era consigliere di opposizione al comune di Opera nel dicembre 2007, rivolse al pubblico che seguiva la seduta del consiglio comunale.
La sera stessa ci furono degli scontri e l’insediamento, destinato ad ospitare famiglie rom che erano state sfrattate da un'altra area, venne invaso dalla cittadinanza che distrusse le tende allestite dalla Protezione civile.
All'udienza preliminare di febbraio scorso il giudice, accogliendo le tesi della difesa, prosciolse Ettore Fusco affermando che "le azioni che aveva proposto non erano violente ma avevano il solo scopo di tutelare gli interessi dei cittadini".
La zona sulla quale era stata realizzata la tendopoli infatti era stata in precedenza destinata alla Croce Rossa. Contro il "non luogo a procedere" deciso dal gup la procura ha presentato ricorso in Cassazione. La sentenza 40684 depositata oggi annulla il proscioglimento e invita il giudice a verificare, con una nuova udienza preliminare, "quale forza suggestiva" potessero avere "le frasi pronunciate da Fusco".
A questo proposito i magistrati sottolineano che il reato di istigazione a delinquere si riferisce "a quelle condotte che rappresentano azioni concrete che possono indurre altri a commettere fatti delittuosi".
In sostanza, secondo la Cassazione, non è importante quale fosse l'intento dell'attuale sindaco se le sue parole inducevano, di fatto, la cittadinanza a compiere azioni contro la legge. Una decisione che ha "scavalcato" anche le conclusioni del sostituto procuratore generale della Cassazione, Mauro Iacoviello, che invece aveva chiesto la conferma del proscioglimento.

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Pisa, il villaggio della paura

Il nuovo villaggio Rom è lì che cresce lentamente, silenzioso ed indifferente a quanto succede ai Rom in questi giorni.
Visto dai Rom che abitano a soli pochi metri, oggi appare come una minaccia incombente su di loro, la causa di tanta paura mai vista fino ad ora: due realtà così vicine e legate tra loro, ma mai così distanti ed opposte.
Il villaggio ancora senza vita, freddo mentre la comunità Rom di Coltano vive momenti di disperazione e di paura, perché si sente abbandonata a se stessa, con un futuro insicuro ed incerto.
In un mese ci sono stati ben tre controlli da parte della Questura di Pisa, con decreti di espulsioni, prese di impronte e foto, accompagnamenti ai Centri di identificazione e espulsioni: non un controllo, bensì tre, praticamente uno ogni 10 giorni!
E ogni volta con 5, 7 vittime che si aggiungono alla lista, colpevoli solo di essere Rom e di abitare a Pisa da 10 o 15 anni da irregolari, perché ottenere un Permesso di Soggiorno e mantenerlo è un miraggio, un’impresa a volte impossibile. Ci tocca vivere nella paura pensando a chi toccherà al prossimo controllo… come pedine manovrate da misteriosi giocatori in una battaglia navale, che sanno di dover essere sacrificate per la “vittoria finale”, una vittoria che ora fa paura!
Solo a Pisa avvengono questi continui controlli e con sgomberi di accampamenti Rom, in nessuna altra città italiana i Rom sono minacciati con questa intensità, nell’indifferenza totale, nemmeno nei comuni amministrati dalla Lega! Complimenti sig. Sindaco per il disprezzo che mostra per la vita di questi suoi cittadini!
Tutto questo avviene nel massimo silenzio della cittadinanza, come il silenzio del villaggio vicino, vite parallele che sembrano ignorarsi vicendevolmente: corpi estranei l’uno all’altro.
Da questa parte la vita è espulsa per fare spazio al nuovo villaggio, una vita controllata in continuazione, setacciata, minacciata… in silenzio, nessuna notizia sui giornali, nessuna presa di posizione, nessun richiamo, nessuna associazione che osi affacciarsi per vedere o per capire cosa stia succedendo.

Il comune di Pisa finge di non sapere, operatori sordi che alzano le spalle di fronte al grido di rabbia e disperazione dei parenti che hanno avuto genitori, figli espulsi: non spetta loro richiamare l’operato della Questura, il loro compito per ora è quello di aspettare, silenziosamente che tutto finisca per poi assegnare ai pochi fortunati superstiti le cosi dette “case minime” del villaggio (ora si chiamano così), per poi forse, chiamare a raccolta stampa e TV per raccontare a voce alta il successo del villaggio.
Meglio lasciare estirpare silenziosamente le vite di troppo (esuberi), la colpa si sa, mica è nostra: noi ci stiamo dando da fare per integrare e si sa, a tutto c’è un prezzo da pagare.
Mentre le piazze italiane si riempiono di manifestanti, grida alte di protesta contro i tagli alla scuola pubblica, le preoccupazioni per la crisi finanziaria mondiale… contemporaneamente la scure delle espulsioni dei Rom Pisani lavora celermente in un silenzio assordante e surreale!
Nessuno sente il bisogno di alzare la voce per far conoscere il proprio sdegno, per dire basta in nome della civiltà e per la difesa dei diritti umani di cui sono portatori anche i Rom, nonostante tutto: tuttavia è preoccupante questo silenzio Pisano che grida il decadimento della coscienza civile ed umana.
Intanto è ormai prossimo il Convegno: “Pisa città della Pace e per i diritti umani” alla sua terza edizione, ma riuscirà a rompere questa cappa di silenzio complice?
Con la paura che ci stringe il cuore osserviamo il villaggio che lentamente avanza… Domani ci sarà un altro controllo della Questura? A chi toccherà piangere? di Don Agostino Rota Martir, campo nomadi di Coltano (PI)

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sabato 1 novembre 2008

Bolzano, «pregiudizio razziale», assolto un Rom

Radames Gabrielli, presidente della Nevo Drom e vice presidente della federazione “Rom e Sinti Insieme” ha segnalato quest’interessante notizia apparsa sul Corriere dell’Alto Adige, il 17 ottobre 2008.
La Corte d’appello di Bolzano ha assolto dall’accusa di estorsione Giovanni Levac, Cittadino italiano appartenente alla minoranza dei rom kalderash. La motivazione della Corte d’appello? «Pregiudizio razziale».
L’episodio si era verificato il 18 ottobre 2005 nella zona industriale di Bolzano. Giovanni Levac, residente nel bresciano, si presentò nell’officina Oberosler proponendo la sua attività di arrotino. Il capofficina, Riccardo Ferrari, affidò a Giovanni Levac una commessa che venne eseguita come richiesto. A titolo di prova intervenne anche su alcuni utensili della stessa officina. Giovani Levac, alla consegna di tutto il lavoro, chiese dodicimila euro come compenso.
La richiesta, secondo l’accusa, diventò presto una minaccia anche se nella discussione successiva, Levac ha acconsentito di ricevere solo 4.200 euro per il lavoro svolto. Ma nell’officina venne chiamata la polizia e quando Levac si presentò in officina per ricevere il compenso pattuito venne arrestato con l’accusa di estorsione.
Pochi giorni dopo Giovani Levac venne scarcerato e il reato fu derubricato da estorsione ad arbitrario esercizio delle proprie ragioni. Fu rinviato a giudizio nel febbraio 2006 e l’accusa cambiò di nuovo: tentata estorsione. E vene condannato, in primo grado, dal Tribunale di Bolzano in un processo in cui il pubblico ministero era Guido Rispoli e il giudice Carlo Busato.
La difesa, che in primo grado fu sostenuta dall’avvocato Marco Boscarol, fece ricorso in appello contro la sentenza. Il tribunale di appello ha iniziato ad occuparsi del caso nel 2007. Il procuratore generale aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado ma il giudice ha deciso di assolverlo.
Nella motivazione della sentenza il giudice di appello ha annullato la decisione del tribunale di primo grado perché viziata da pregiudizio nei confronti dei Rom. La sentenza è passata in giudicato perché la procura generale ha deciso di non impugnarla in Cassazione.
Una sentenza importante che purtroppo non ha avuto spazio nei media ma che di fatto crea un precedente utile in altre cause che vedono appartenenti alle minoranze sinte e rom accusati di reati, come nel caso di Bussolengo (VR), e conseguentemente condannati senza che i tribunali e/o le procure vaglino con cura e senza pregiudizi i diversi elementi di prova.

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Firenze, Rom tentò di rapire un bimbo? Il pm chiede la condanna dell’assessore Cioni

L'assessore (in foto) è imputato per rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio in merito al caso della rom accusata di aver cercato di rapire un bambino in via Calzaiuoli nel 2005. Cioni: «Ho agito nell'interesse esclusivo della città»
Una richiesta di condanna a sei mesi di reclusione per l’assessore comunale di Firenze Graziano Cioni, imputato di rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, e a un anno e mezzo per due agenti della polizia municipale accusati di falso, calunnia e omissione d’atti d’ufficio. Così il pm Luca Turco al processo relativo al presunto rapimento di un bimbo di Sanremo (Imperia) da parte di una donna rom a Firenze.
Assoluzione per la donna rom. Chiesta invece l’assoluzione per la nomade, per carenza di prove sul mancato rapimento, e per la vicecomandante della polizia municipale, Patrizia Verrusio, accusata in concorso con l’assessore dello stesso reato.
La vicenda risale al 25 ottobre 2005 quando la madre del piccolo, col marito e il figlio in vacanza a Firenze, denunciò ai carabinieri un tentativo di sequestro del bambino da parte di due donne rom nella centrale via Calzaioli, uno delle quali fu poi bloccata in piazza Signoria.
La madre sostenne anche di aver chiesto aiuto ad agenti della polizia municipale che però non sarebbero intervenuti. In una relazione presentata due giorni dopo dagli stessi vigili l’episodio del mancato intervento venne però ridimensionato: secondo gli agenti la donna si sarebbe loro rivolta per un tentativo di furto del braccialetto del piccolo.
La motivazione della richiesta. Il pm Turco ha chiesto la condanna di Cioni per aver diffuso quella relazione della polizia municipale agli organi di informazione prima che fosse consegnata all’autorità giudiziaria.
Inoltre, secondo il pm, l'indagine sarebbe stata compromessa proprio dalle rivelazioni e dal clamore mediatico che ci fu intorno alla vicenda. Ai vigili ha contestato invece, di aver redatto una falsa relazione sulla vicenda, calunniato la donna e non aver comunicato subito all’autorità giudiziaria la notizia del tentato sequestro riferita dalla madre. Il 23 gennaio 2009 le arringhe dei difensori.
La replica dell'assessore. «Apprezzo la richiesta del pubblico ministero dalla quale si evince che il 25 ottobre 2005 a Firenze nessuno abbia tentato di rapire un bambino. E sono altrettanto felice che un innocente non sia in galera». È il commento dell’assessore Graziano Cioni, riportato in una nota, al termine dell’udienza.
«Ho agito nell’esclusivo interesse della città - ha aggiunto Cioni - nell’ambito delle prerogative che mi dà la legge e che mi impone un dovere di vigilanza sul Corpo di Polizia Municipale. Ritengo che la richiesta di condanna sia totalmente infondata in quanto mi sono limitato a diffondere le risultanze di un’indagine amministrativa tendente ad accertare eventuali responsabilità disciplinari a carico di appartenenti al Corpo. Resto comunque pienamente fiducioso che alla fine il tribunale riconoscerà la verità dei fatti e la totale correttezza della mia azione».

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