sabato 28 febbraio 2009

Rom e Sinti nella letteratura/2 - IL MEDIOEVO

I Rom-Sinti arrivano in Italia, e in Europa, in un’epoca fitta di personaggi curiosi; sulle strade, tra i campi e attraverso le città si incontrano “mercanti, sensali, venditori ambulanti e girovaghi, monaci questuanti o vaganti in fuga dal convento, frati perdonatori e venditori di reliquie, chierici senza patria, poeti cortigiani e cantastorie, studenti itineranti chiedenti la carità muniti della lettera col sigillo universitario, corrieri e cursori, indovini e chiromanti, negromanti ed eretici, settari e predicatori d’ogni ordine e disordine, medicastri e guaritori, istrioni, bari e giocolieri […] Venivano poi gli artigiani e i lavoratori itineranti” [Piero Camporesi (a cura di), Il libro dei vagabondi]. Quello del vagabondaggio è, quindi, un fenomeno in certo modo connaturato al Medioevo, un tempo che si regge però in pericoloso equilibrio tra varie coppie di opposti. In questo contesto, l’emarginato è, da un lato, il prodotto della stessa società e di una tradizione cattolica plurisecolare, figura da rispettare in quanto opera di Dio, o addirittura sua immagine, cui si deve carità; d’altro canto, questo personaggio è ritenuto, come la peste e le guerre, un castigo divino abbattutosi sull’umanità peccatrice, un portatore di sventure che agisce in combutta con il Maligno, un reietto da cacciare (…uom ch’è truante col diavol s’afferra da "Il Fiore e il Detto d’Amore", a cura di E. G. Parodi. Truante: accattone, vagabondo), teoria alla quale aderirà con convinzione anche Martin Lutero.
Lo stesso procedere per contrasti divide la struttura sociale medievale: caratterizzata da “mobilité”, a dirla con Le Goff e ad analizzarne le schiere di viaggianti di varie nature; oppure “local et sédentaire”, secondo una definizione di H. Focillon. Da una parte la stabilitas, dall’altra la vagatio, la nevrosi dell’instabilità e della peregrinazione.

venerdì 27 febbraio 2009

Appello agli uomini! La violenza contro le donne ci riguarda, prendiamo la parola e l’impegno come uomini

E’ sempre più lunga la scia di delitti commessi da uomini contro ex mogli o fidanzate, contro compagne in procinto di lasciarli, violenze di gruppo, stupri consumati durante una festa o aggressioni. Violenze nate nel degrado delle nostre periferie, ma anche stupri e ricatti sessuali ad opera di italiani contro donne straniere e di stranieri contro donne italiane: comunque e sempre uomini. Le reazioni delle istituzioni ci sembrano inadeguate o addirittura negative. Per questo, ad oltre due anni dalla sua prima pubblicazione torniamo a proporre il nostro Appello agli uomini. Nel settembre 2006 era stato pubblicato e sottoscritto da quasi mille uomini di tutta Italia. Oggi lo rilanciamo come appello dell’Associazione Nazionale MaschilePlurale, nata nel maggio del 2007 e vi chiediamo di aderire.
“Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da uomini sulle donne, con dati allarmanti anche nei paesi “evoluti” dell’Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare dell’omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della libertà negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo del corpo femminile. Una ricerca del Consiglio d’Europa afferma che l’aggressività maschile è la prima causa di morte violenta e di invalidità permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni in tutto il mondo e tale violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche.
Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne? Resta il fatto che esiste ormai un’opinione pubblica e un senso comune, che non tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e della prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali denuncia una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più inclini delle loro coetanee a comportamenti violenti, individuali e di gruppo.
Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza, una ricerca approfondita sulle dinamiche della nostra sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.
La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del secolo scorso ha cambiato il mondo. Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari, l’amicizia e l’amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.

L’affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole società occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne si è esteso, con molte forme, modalità e sensibilità diverse, in tutto il mondo. La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche sullo “scontro di civiltà” che sarebbe in atto nel mondo. Noi pensiamo che la logica della guerra e dello “scontro di civiltà” può essere superata solo con un “cambio di civiltà” fondato in tutto il mondo su una nuova qualità del rapporto tra gli uomini e le donne.
Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una larga e violenta “reazione” contraria al mutamento prodotto dalla rivoluzione femminile. La violenza fisica contro le donne può essere interpretata in termini di continuità, osservando il permanere di un’antica attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta a una critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come una “risposta” nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.
Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e comportamenti ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa, etnica e politica, che si accompagnano sistematicamente a una visione autoritaria e maschilista del ruolo della donna. Queste stesse tendenze sono però attualmente sottoposte a una critica sempre più vasta, soprattutto – ma non esclusivamente – da parte femminile.
In un contesto di insicurezza (in parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della politica), di continua emergenza e paura per azioni terroristiche e per le contraddizioni provocate dalla nuova dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a culture e religioni diverse dalla nostra. Molte voci però hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società occidentale non è stata e non è a tutt’oggi immune da questo tipo di violenza. E’ anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla violenza sessuale che viene dallo “straniero” risponda a un meccanismo inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all’esistenza di questo stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei comportamenti di noi maschi occidentali.
Si è parlato dell’esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli Enti Locali e dello Stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino messo sotto accusa un ipotetico “silenzio del femminismo” di fronte alla moltiplicazione dei casi di violenza.
Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell’ordine patriarcale. Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di coscienza collettiva. La violenza è l’emergenza più drammatica.
Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche diffondendo e firmando questo Appello, convocando nelle città manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.
Siamo sempre più convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova libertà: il corpo femminile è negato con la violenza. E invece viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.). Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell’accademia, nell’informazione, nell’impresa, nelle organizzazioni sindacali. Lo sguardo maschile non vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro.
Proponiamo e speriamo che finalmente inizi e si diffonda in tutta Italia una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell’informazione, nel mondo del lavoro, una riflessione comune capace di determinare una svolta evidente nei comportamenti quotidiani e nella vita di ciascuno di noi.”
Per firmare l’Appello: http://www.maschileplurale.it/

Bolzano, perché si deve vivere in mezzo ai veleni?

Ci sono persone che vivono ai margini delle strade, sotto i ponti, sulle banchine, sotto gli alberi nei giardini pubblici, ci sono famiglie intere che vivono nelle roulotte, con i figli piccolissimi, se non appena nati, anche in questo caso stanno vivendo in una maniera che tutti abbriverebbero se pensassero a come dovrebbe essere dura e difficile per loro vivere così, specialmente nei mesi d’inverno,
Poi ci sono famiglie che vivono nei campi nomadi, segregati in campi di concentramento moderni, senza guardie e filo spinato, ma a contatto con persone estranee, messe abitare uno sopra l’altro, attaccati come gemelli siamesi che non possono staccarsi dall’una all’altro, sistema di vita precaria ed immorale.
Ma il permettere di vivere ha contatto, all’interno, sopra a delle sostanze tossiche e cruciali per l’uomo, questo e il massimo d’inciviltà, il colmo supremo, solamente perchè sono d’etnia diversa, li lasciano vivere in una ex discarica che le ricerche svolte dal professore di Udine, Fabio Barbone, dichiarano che il campo nomadi castel Firmiano non può essere adibito a verde pubblico, privato e residenziale, perché contaminato oltre i limiti consentiti con idrocarburi policiclici aromatici, metalli e altre sostanze pericolose e nocive per l’essere umano… Dichiarazioni che erano già a conoscenza di parecchie persone, e questi non curandosi e ignorandole, hanno continuato a lasciar vivere sulla ex discarica piena di non si sa cosa d’altro, intere famiglie per 13 anni, con i propri figli messi sopra una montagna di veleni. Li hanno lasciati li anche se nei vari anni ci sono stati dati certi che l’ex discarica portava malattie che hanno colpito e fatto ammalare parecchi bambini di famiglie Rom, bambini ancora piccoli da non sapere dove, con che cosa giocavano, l’innocenza di non sapere che toccavano, mangiavano, succhiavano, ingerivano soltanto delle scorie che gli facevano ammalare. E nonostante tutto, dopo tutto quello che si sa, ancora oggi ci sono delle persone che ci vivono con i propri famigliari.
Ecco, tutto questo e veramente crudele ed incivile. In una situazione dove nessun essere umano dovrebbe starci nemmeno per un secondo, ci abitano intere famiglie d’etnia Rom. Ma qui, in questo caso, in questo momento non si deve più parlare d’etnie, di zingari, di nomadi o qualsiasi altro nominativo ci si vuole attribuire, per nascondere e far tacere la propria coscienza…oggi qui bisogna solo dire, parlare, gridare che ci sono degli essere umani al 100%, di bambini appena nati, che vivono sopra, in mezzo a delle scorie di una pericolosità enorme.
Questo è immondo, incivile per tutta la razza umana, esistente su questa terra, e tutti si dovrebbero indignare.
Dove sono la Caritas, l'Associazione per i popoli minacciati, l'osservatorio per le discriminazioni, ecc? Perchè nessuno dice niente?
Non bisognerebbe aspettare nemmeno un minuto ancora per trovare delle soluzioni definitive per queste famiglie. Chi dovrebbe risolvere il problema, il Comune, la Provincia, o chi altro ? intanto, nell’attesa di una decisione concreta e definitiva (da discutere pian piano con moltissima calma), i Rom di castel firmiano abitano ancora nella ex discarica.
Pensare che si è appena festeggiato il 60° anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani, e nella civilissima provincia di Bolzano accadono ancora queste cose. di Radames Gabrielli, “essere umano”

Reggio Emilia, oggi inaugurata la prima microarea

Questa mattina la prima famiglia sinta scelta per il progetto sperimentale delle microaree prenderà possesso della struttura di via Felesino a Roncocesi. Ieri sono terminati i lavori per trasportare il caravan della famiglia dal campo di via Gramsci all’area individuata dai tecnici comunali e dall’assessorato alla Solidarietà. E oggi spazio al classico taglio del nastro.
Si conclude così la fase più delicata di un progetto annunciato dal sindaco Graziano Delrio (in foto) un anno e mezzo fa e che in città ha acceso per mesi il dibattito politico. Polemiche spesso durissime con l’opposizione in prima linea per cercare in tutti i modi di ostacolare un progetto che la giunta ha sempre definito «importante per dare un segno tangibile di integrazione e rispetto delle regole».
Ieri mattina, intorno alle 11, un camion specializzato nei trasporti eccezionali, ha raggiunto la microarea di via Felesino trasportando il caravan che ospiterà la famiglia. Quattordici persone che lo scorso anno erano state scelte dai servizi sociali del Comune per far parte di un progetto che questa mattina vedrà il suo compimento.
La famiglia prenderà infatti possesso della struttura, dopo che due settimane fa erano terminati i lavori per la sua realizzazione.
Lavori che in realtà erano finiti alla vigilia di Natale dello scorso anno, ma che dovettero riprendere per riparare i danni provocati dall’agguato incendiario di Santo Stefano. In quell’occasione qualcuno, lanciando due bombe molotov, aveva parzialmente distrutto la microarea, mandando un segnale forte alla giunta per cercare di far tornare sui propri passi il sindaco Delrio e la sua giunta.
Quell’intimidazione aveva però prodotto l’immediata reazione del Comune che aveva subito ordinato il ripristino della microarea. Quel gesto aveva provocato anche l’intervento della polizia. La Digos, che in quell’occasione aveva sequestrato diverso materiale, sta tuttora lavorando per cercare di trovare chi aveva compiuto quell’agguato incendiario.
Il sì definitivo all’arrivo della famiglia Sinti in via Felesino era stato dato dalla seconda circoscrizione lo scorso 2 settembre quando, al termine di una riunione, il consiglio aveva votato e approvato un ordine del giorno di maggioranza che accoglieva favorevolmente la proposta dell’amministrazione. Dodici i consiglieri a favore, quattro gli astenuti.Il terreno - circa 400 metri quadrati - è di proprietà del Comune. E tale rimarrà anche dopo l’ingresso della famiglia. Dal punto di vista della classificazione urbanistica, si tratta di un terreno agricolo sul quale i nuovi arrivati si insedieranno con il loro caravan, accanto al quale l’amministrazione ha costruito i servizi igienici. Nessuna casa, ma bagni in muratura e l’allacciamento delle utenze (acqua, luce e gas che saranno a carico della famiglia). Il progetto delle microaree a Reggio ha trovato l’appoggio delle Nazioni Unite, tanto che l’amministrazione ha utilizzato un contributo economico di 126mila euro di finanziamento Unrra (amministrazione delle Nazioni unite per l’assistenza e la riabilitazione). di Marco Martignoni

Pesaro, cronaca di uno sgombero

Riceviamo la cronaca dello sgombero dal Gruppo EveryOne. Abbiamo vissuto momenti tragici. Una donna è caduta a terra. Madri e padri di famiglia in lacrime volevano darsi fuoco se avessero tolto loro i bambini. Proibita la mediazione umanitaria ai nostri attivisti e nessuna assistenza ai malati. Inatteso il raid della forza pubblica, perché Sindaco e autorità si erano impegnati formalmente ad attuare un programma di integrazione casa-lavoro
Nella mattina del 25 febbraio, a Pesaro, circa 20 tra agenti della Polizia di Stato e della Polizia Locale sono intervenuti intorno alle 7.00 in via Fermo 49, all’altezza della fabbrica dismessa dove da quasi un anno si erano rifugiati 30 Rom romeni – tra cui pazienti cardiopatici e oncologici dell’ospedale San Salvatore, molte donne e 9 minori, compreso un bimbo di pochi mesi – con l’obiettivo di sgomberare lo stabile e sottrarre tutti i minori ai genitori.
Siamo accorsi sul posto e abbiamo assistito a scene strazianti. Madri e padri erano in lacrime e i bambini terrorizzati. Gli agenti avevano annunciato che i bambini sarebbero stati affidati ai Servizi Sociali e quindi sistemati in una comunità. Solo le mamme, però, avrebbero potuto restare con loro, mentre i padri sarebbero stati messi in mezzo alla strada.
Nico Grancea, uno dei più noti attivisti Rom in campo internazionale, faceva parte della comunità “nomade” che viveva a Pesaro. “I poliziotti ci hanno detto che il proprietario della fabbrica aveva denunciato l’occupazione dello stabile, ma sapevano che il Sindaco e tutte le Istituzioni pesaresi erano al corrente della nostra presenza nell’edificio, dove ci siamo rifugiati per sfuggire povertà e intolleranza in Romania. Molte delle persone sgomberate si trovavano sotto la tutela del Parlamento europeo, perché avevano denunciato di aver subito gravi aggressioni, pestaggi e intimidazioni in Italia, sia da parte della Forza Pubblica che di razzisti”.
Le autorità, però, non hanno ascoltato alcuna ragione, nonostante Roberto Malini e Dario Picciau, membri di EveryOne, spiegassero loro la delicata condizione di testimoni per l’Unione europea della comunità Rom che veniva invece smembrata e sgomberata.
Il nostro Gruppo aveva ottenuto un impegno formale da parte del Comune di Pesaro che garantiva un programma casa-lavoro. Il programma avrebbe dovuto iniziare all’inizio di settembre 2008, ma è stato sempre rimandato. Il Messaggero e altri quotidiani locali riportano le dichiarazioni del Sindaco e di alcuni Assessori, riguardo all’impegno assunto dal Comune.
Il Gruppo EveryOne aveva già segnalato nomi, cognomi e caratteristiche della comunità Rom sia ai Servizi Sociali che alle Autorità. Il locale Ospedale San Salvatore, quando è stato informato della presenza di bambini, donne incinte e malati gravi, ha intrapreso un programma di assistenza che ha assicurato cure mediche alle famiglie. Disattesi i tempi in cui era previsto il progetto di inclusione e stremata dalla povertà e dall’inverno, la comunità si trovava ora di fronte al dramma umanitario contro cui si battono la Commissione europea, il CERD delle Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali per i diritti dei Rom: la sottrazione di minori da parte delle autorità.

Le famiglie Rom fanno dell’unione la loro stessa ragione di vita e in molti casi lo smembramento provoca tentativi di suicidio da parte dei genitori. Negli anni dell’Olocausto, i nazisti conoscevano questo aspetto della cultura Rom e infatti ad Auschwitz, a differenza delle famiglie ebree, quelle ‘zingare’ venivano tenute unite nello ‘Zigeunerlager’. Quando padre, madre e figli vengono separati, si creano situazioni di dolore e panico incontrollabili. Durante l’operazione di polizia, una giovane donna è stramazzata a terra, altre si lamentavano disperate, mentre una mamma nascondeva un coltello da cucina in una piega della gonna e sussurrava che si sarebbe sgozzata se l’avessero divisa dal marito. Nonostante il cordone di poliziotti, siamo riusciti a comunicare con la comunità Rom, evitando il peggio.
Non veniva garantita libertà di movimento e comunicazione con gli altri attivisti neanche a Nico Grancea, il giovane attivista protagonista di tante azioni a tutela dei diritti dei Rom perseguitati, testimone e consulente per il Parlamento europeo e organizzazioni internazionali per i diritti umani. “Mia moglie aveva in braccio il nostro bimbo di quattro mesi,” racconta Nico, “mentre le altre madri erano terrorizzate da ciò che si stava prospettando. Gli agenti non ci ascoltavano, non vedevano famiglie davanti a loro, ma una pratica da sbrigare. Non conoscono lo spirito di sacrificio dei Rom. Non sanno che tanti di noi erano vicini a compiere atti di autolesionismo irreparabili. Alcuni meditavano di darsi fuoco se avessero diviso le famiglie. Non ci avrebbero separati, avremmo protestato sacrificando le nostre vite. I miei amici di EveryOne hanno capito perfettamente la gravità della situazione e ci hanno aiutato con la loro esperienza di fronte a situazioni estreme, mentre gli agenti non volevano riconoscere il loro ruolo di mediatori incaricati dal Parlamento europeo”.
Per fortuna le madri Rom si organizzavano e riuscivano coraggiosamente a sottrarsi alle forze dell’ordine, fuggendo con i loro piccoli.
“Studio l’Olocausto e le dinamiche delle persecuzioni da trent’anni,” dice Roberto Malini, “ho pubblicato libri e tenuto conferenze sull’argomento. E’ innegabile che vi sono precise attinenze fra gli anni delle leggi razziali e il presente. La fuga delle madri Rom di Pesaro mi ricorda la famosa operazione del Gruppo Westerweel, in Olanda, condotta da Mirjam Pinkhof – mia cara amica, sopravvissuta alla Shoah – e altri attivisti, che misero in salvo numerosi bambini ebrei”.
Alcuni membri della Commissione Ue e del Parlamento europeo seguivano con ansia le vicende di Pesaro, in contatto con EveryOne. Mentre si svolgevano i fatti, abbiamo tenuto un canale di comunicazione aperto anche con alcuni deputati e senatori italiani, oltre che con la Procura della Repubblica di Pesaro e Urbino. Il timore di tutti era che l’operazione di polizia degenerasse in tragedia. Malini, Picciau e Grancea, però, hanno esperienza da vendere e non è certo la prima volta che EveryOne si trova in situazioni tanto difficili. Ora che però l’azione è compiuta, sono necessarie prese di posizione anche da parte del mondo politico, e alcuni deputati radicali mi hanno confermato la volontà di presentare un’interrogazione parlamentare sull’intera vicenda”.
Non capisco perché le Istituzioni e le Autorità non ci abbiano contattati, prima di attuare un’azione del genere, si chiede Dario Picciau. Mentre si svolgevano i fatti, ero in contatto telefonico con la parlamentare europea Viktoria Mohacsi, mentre le principali ONG europee si prodigavano per organizzare una task-force a sostegno della comunità Rom. Non possiamo criticare gli agenti, che hanno obbedito agli ordini e non hanno considerato, poiché non vi erano tenuti, la vulnerabilità delle famiglie nonché le loro condizioni di salute fortemente precarie e la paura di ognuno, dettata da tanti episodi di intolleranza. Non riusciamo a capire, però, che bisogno c’era di inviare 20 agenti armati con volanti e un furgone anziché risolvere la contingenza intorno a un tavolo, con politici, autorità e attivisti. Viktoria Mohacsi, altri europarlamentari e alcuni dei principali esperti europei di cultura e vita del popolo Rom erano pronti a partecipare personalmente all’eventuale tavola rotonda
.
Domenica 22 febbraio Canale 5 aveva inviato alla fabbrica di via Fermo a Pesaro una troupe, condotta dal giornalista Mimmo Lombezzi, per un servizio sulla condizione dei Rom in Italia da mandare in onda nella puntata di martedì 24 febbraio: Grancea e diversi Rom hanno raccontato alle telecamere il grado di persecuzione che sono costretti a subire quotidianamente, l’atteggiamento delle forze dell’ordine nei loro confronti, la segregazione in cui sono tenuti, l’azione delle ronde di pulizia etnica, che commettono gravi abusi sui Rom profittando del clima di intolleranza. Un uomo aveva mostrato alle telecamere di Canale 5 i lividi ancora evidenti sul corpo per un pestaggio subito ad Ancona il 15 febbraio, il giorno dopo l’offensiva di violenza xenofoba scoppiata in Italia in seguito allo stupro al parco romano della Caffarella.
Un dossier sui fatti di Pesaro è stato consegnato al Parlamento europeo, alla Commissione e al Consiglio Ue, alla Corte Internazionale dell’Aja, al CERD (Comitato anti-discriminazione delle Nazioni Unite) e all’Ufficio Legale Europeo per i Diritti dei Rom, in relazione ai gravissimi danni che hanno cagionato alla comunità Rom i mancati interventi di assistenza e la mancata realizzazione del programma di integrazione garantito dal Comune di Pesaro. Per ulteriori informazioni: Gruppo EveryOne

Per favore basta con i numeri gonfiati

In questi giorni è in atto il seminario annuale del’Opera Nomadi Nazionale. E in queste ore le agenzie stampa hanno battuto alcune dichiarazioni di Massimo Converso (in foto), Presidente dell’associazione che ancora una volta gonfia i numeri probabilmente con il solo scopo di apparire sulla stampa.
Nella sola città di Roma, ha affermato Converso, Rom e Sinti sono circa 20mila, “contrariamente a quanto dice la Croce Rossa, secondo cui sarebbero meno di 10mila”. In tutta Italia, invece, ha spiegato, sono 170mila, di cui 70mila con cittadinanza italiana e 100mila provenienti dai Balcani.
Sembra impossibile che ancora una volta Converso inciti all’emergenza presentando stime che non hanno nessun fondamento e che possono solo ingenerare una sindrome da invasione nell’opinione pubblica.
Converso è purtroppo in buona compagnia, perché quasi tutti i commentatori, compresi intellettuali e leader rom, continuano a scrivere o affermano che in Italia ci sarebbero 160mila Sinti e Rom. Sempre secondo queste stime sommando le presenze a Milano, Roma e Napoli si arriverebbe a circa 60mila persone.
Il censimento della Croce Rossa, in collaborazione con le Amministrazioni comunali, offre un quadro decisamente diverso. E infatti i dati reali affermano che i Sinti e i Rom Milano, Roma e Napoli sono circa 12mila persone, un quinto delle stime.
Tra l’altro il censimento realizzato dalla Croce Rossa a Roma, non ha fatto altro che confermare i dati noti al Campidoglio dal 2006, quando uno studio commissionato dal Comune, giunta Veltroni, basatosi sui dati a disposizione della forze dell’ordine, mise nero su bianco la presenza a Roma di poco più di 7.000 rom, 6500 regolari e altri 500 clandestini.
I nuovi dati confermerebbero i vecchi, facendo sciogliere come neve al sole gli allarmi fatti circolare in campagna elettorale dal centrodestra che parlava di 15-20mila nomadi, un assedio che a Roma non c’è mai stato. Ma Converso e altri continuano ad insistere (errare è umano, perseverare è diabolico).
Il rapporto redatto dalla Croce Rossa a Roma conta circa 7mila persone. Di questi 1190, il 17% , è senza documenti. Sono cinquanta i “campi nomadi” disseminati in città, circa metà sono autorizzati dal comune, mentre altri 18 accampamenti sono abusivi. Gli insediamenti non autorizzati sono piccoli agglomerati di baracche e roulotte senza acqua corrente ed energia elettrica, nei quali le condizioni di vita sono difficili. Non solo, dei 20 insediamenti regolari, almeno 6 ( via della Martora, via Casilina 900, via La Barbuta, via Pontina , via della Monachina e viale di Tor di Quinto) hanno gravi problemi di affollamento, condizioni di vita e sicurezza.
L’Istituto di Cultura Sinta, appoggiandosi al lavoro svolto dall’associazione Sucar Drom in tutta l’Italia, ha sempre affermato che i Sinti e i Rom (Cittadini italiani, Comunitari ed extracomunitari) sono meno di 100mila persone. Circa 80/90mila di cui il 60% sono Cittadini italiani. Il dato considera anche i Sinti e i Rom che non vivono nei cosiddetti “campi nomadi”.
Per l’ennesima volta chiediamo a Massimo Converso, ma non solo a lui, di finirla con queste bugie che portano solo ad allarmismi e di conseguenza ad alimentare provvedimenti emergenziali contro le popolazioni sinte e rom. Grazie!

Pari Opportunità bando per assistenza e integrazione sociale

Si segnala un bando pubblicato il 20 febbraio u.s. dal Ministero per le Pari Opportunità. Finalità e destinatari: integrazione sociale delle persone straniere che intendano sottrarsi alla violenza e ai condizionamenti di soggetti dediti al traffico di persone a scopo di sfruttamento. La scadenza: 6 aprile 2009
Proponenti: i soggetti privati iscritti nell’apposita sezione del registro delle associazioni e degli enti che svolgono attività a favore di stranieri immigrati, di cui all’art. 52, comma 1, lettera b) del regolamento di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina sull’immigrazione e norme sulle condizioni dello straniero, approvato con decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.
Oggetto: progetti rivolti specificamente ad assicurare un percorso di assistenza e integrazione sociale, ivi compresa l’attività per ottenere lo speciale permesso di soggiorno, alle vittime che intendano sottrarsi alla violenza e ai condizionamenti di soggetti dediti al traffico di persone a scopo di sfruttamento.
In particolare i progetti dovranno prevedere le seguenti fasi:
- attività pro-attive e attività di primo contatto volte all’emersione delle persone trafficate a scopo di sfruttamento (unità di strada, sportello, altri servizi a bassa soglia);
- accoglienza abitativa;
- protezione (assistenza sanitaria, psicologica, legale e consulenze varie);
- attività mirate all’ottenimento del permesso di soggiorno ex art. 18;
- formazione (alfabetizzazione linguistica, informatica, ecc. e corsi di formazione professionale;
- attività mirate all’inserimento socio-lavorativo (borse lavoro, tirocini lavorativi, ecc.).
Per informazioni visitate il sito del Ministero.

mercoledì 25 febbraio 2009

Condannata ad essere condannata

Pubblichiamo la traduzione del reportage del giornalista Miguel Mora sulla xenofobia in Italia. Il reportage è stato pubblicato da El Pais il 1 febbraio 2009 e ha avuto una grande eco in Spagna e in altri Paesi.

La politica di repressione contro rumeni e “zingari” in Italia si è estremizzata. Angelica, una rumena di 16 anni, accusata di aver tentato di rapire una bimba a Napoli il maggio scorso, è stata condannata a quasi quattro anni di carcere nonostante le irregolarità e la mancanza di prove valide nel processo. Dietro la sentenza giuridica si intrecciano una serie di interessi politici e cittadini. E la mano della Camorra.
Angelica V., una rumena di 16 anni, è stata arrestata l’11 maggio scorso a Napoli con una schiacciante accusa: tentato rapimento di un neonato. Da qualche giorno appena, un giudice del Tribunale dei Minori napoletano ha condannato la giovane a scontare una pena di tre anni e otto mesi di prigione. È la prima condanna di questo tipo inflitta ad una persona di etnia nomade in Italia. Il suo avvocato farà ricorso, ma non ha speranze. “Il giudizio è stato parziale, lo sarà anche l’appello”, dichiara Christian Valle. E aggiunge, “per tutto il processo i diritti umani di Angelica sono stati violati”.
Angelica si trova da otto mesi nel carcere napoletano per minori di Nisida, nonostante si sia dichiarata innocente e sia stata condannata senza prove se non la testimonianza della madre del neonato. Lì, il 100% delle arrestate sono, come lei, di etnia nomade.
L’insolito caso di Angelica difficilmente si spiega in un paese come l’Italia, che fino ad ora ha la giusta fama di essere uno dei posti in Occidente dove la certezza della pena è meno certa e la giustizia meno efficiente. Per capire il paradosso basta ascoltare la frase pronunciata da Salvatore, un tassista romano: “Qui, dottore (in italiano nel testo, N.d.T.), le regole valgono solo per i deboli”. Angelica V. è debole, è donna, è gitana e non ha studiato. In più si è trovata a passare per Napoli quando era appena cominciata in società la politica dl pugno duro del fiammante Governo Berlusconi.
Napoli, stanca di malgoverno e immondizia nelle strade, aveva votato come mai per il Cavaliere (in italiano nel testo, N.d.T.). Più di tutti gli altri, più di Milano. 36% di voti nella sua città, 48% a Napoli.
A capo degli Interni, Berlusconi ha piazzato un uomo della Lega Nord, l’eterno numero due di Umberto Bossi. Ha baffi e principi, è intelligente, ha un debole per il discorso xenofobo e populista, i sabati suona la tastiera con una banda blues e quando era un giovane di estrema sinistra prese a morsi la gamba di un poliziotto che lo stava arrestando. È Roberto Maroni e il suo obiettivo dichiarato è quello di restituire le strade agli italiani, riportare la sensazione di sicurezza.
Bobo Maroni arriva con le idee chiare e il nemico identificato. Non è la Camorra nè la ‘Ndrangheta, nè Cosa Nostra. Sono i “nomadi”. Come ha detto il suo partito nella vittoriosa campagna elettorale, “violentano e uccidono le nostre donne, rapiscono bambini, aggrediscono anziani”. L’Italia vive l’”emergenza nomadi”. Però lui la risolverà e li caccerà tutti.

La storia di Angelica V. è legata ai perseguitati di Ponticelli. A maggio le immagini hanno fatto il giro del mondo. Dopo che una donna del quartiere lanciò l’allarme per un tentato rapimento del suo neonato, gruppi di giovani centauri si fecero giustizia da soli incendiando e assaltando gli accampamenti “nomadi” del quartiere.
“La reazione è stata violentissima, allucinante”, ricorda Marco Imarisio, giornalista locale del Corriere della Sera, che seguì gli attacchi per il suo giornale e ora ha scritto quello che ha visto in un libro intitolato “I giorni della vergogna. Cronaca di un’emergenza infinita” (L’Ancora del Mediterraneo).
Alcuni tentarono di dipingere gli attacchi come una rivolta popolare contro i Rom, come una spontanea battaglia tra poveri, però a Napoli tutti sanno che si è trattato di un’altra cosa. “Un fatto di Camorra” (in italiano nel testo, N.d.T.). Imarisio dà un dato: “Il clan che comanda nel quartiere, prendeva 60 euro a testa per permettere ai nomadi di stare lì. Per anni. Di colpo è passato dal business all’incendio delle baracche. La gente del quartiere non voleva i nomadi e loro gli chiedevano il pizzo, facevano affari con loro. Il presunto sequestro ha costituito la scusa per cacciarli e recuperare la propria autorità”.
Da allora, il tempo, i mesi passati, hanno rivelato che sotto i selvaggi attacchi scorreva un ingrovigliato cocktail di motivi fatto con ingredienti della peggior marca. Degrado e miseria, razzismo e demagogia, crimine organizzato e speculazione edilizia.
La cosa fondamentale è che su alcuni terreni occupati dagli accampamenti illegali incendiati a maggio, il Comune di Napoli aveva deciso di costruire il Palaponticelli, uno spettacolare intervento urbano dichiarato di interesse pubblico nel maggio del 2007 dalla giunta del sindaco del Partito Democratico Rossa Russo Iervolino. Si tratta di un progetto faraonico, sviluppato su 85.000 metri quadri che include un edificio multiuso, una sala per concerti di 11.000 metri quadri, altri 44.000 metri di zona commerciale, un parcheggio per 3000 macchine, una nuova piazza pubblica, attrezzature… Il costo è di 200 milioni di euro, a carico del promotore privato; e creerà 1000 posti di lavoro (http://www.comune.napoli.it).
Nell’aprile del 2008 Andrea Santoro, consigliere di Alleanza Nazionale, ha denunciato pubblicamente l’operazione come “una delle più grandi speculazioni edilizie e commerciali che abbia mai colpito la città”. L’edile ha avvertito inoltre che un sistema di “scatole cinesi” avrebbe protetto la società promotrice, Palaponticelli, creata ad hoc nel 2007 con un capitale sociale di 2.500 euro. Detta società è proprietà dell’Armonia, impresa di Reggio Emilia, costituita con 10.000 euro di capitale sociale e amministrata da Marilù Faraone Mennella (conosciuta come “Lady Confindustria” perchè suo marito, Antonio Amato, è l’ex presidente del gruppo italiano), e da Silvio de Simone.
Questa società emiliana è proprietà della romana DM che, a sua volta, ha concluso Santoro, è proprietà di un gruppo “outdoor”: F1Napier, F2Napier, Hakon. “Società lussemburghesi, anonime, soggette ad una giurisdizione per la quale è impossibile conoscere i soci. Dietro il Palaponticelli ci può stare chiunque”, ha affermato il consigliere.
Da allora, silenzio assoluto. Le accuse sono finite nel nulla. Il progetto è andato avanti. E giovedì scorso la giunta comunale ha approvato il progetto definitivo senza opposizione apparente.
La giunta municipale afferamava nel 2007 che l’area scelta per il Palaponticelli, “è in condizioni di abbandono e degrado”. Appena un anno dopo, il Comune ha risolto il problema senza cacciare un euro e senza riallocare nessuno. “I nomadi sono fuggiti, sono stati alloggiati in case accoglienza e ora la grande maggioranza sta nel proprio paese”, spiega Roberto Malini, della ONG EveryOne.
Il giorno dell’esodo dei “nomadi”, Patrizio Gragnano, consigliere ex comunista, ha ritenuto colpevole degli attacchi sia la destra che il Partito Democratico (PD). “Non hanno fatto altro che seminare odio e alimentare l’esasperazione della gente”, ha dichiarato a “La Repubblica”. Il giornalista aggiungeva di suo pugno: “Nell’area dove si trovava il campo nomadi, è prevista la costruzione del Palaponticelli, una struttura di 12.000 posti per concerti. Lo sfratto dei nomadi, lì, era programmato da tempo.
Torniamo al rapimento. La donna che ha accusato Angelica del tentato sequestro di sua figlia, si chiama Flora Martinelli, ha 28 anni ed è figlia di Ciro Martinelli, di 57 anni, più conosciuto dai carabinieri come “O Cardinal e O vescovo” (scritti in dialetto nel testo, N.d.T.).
Martinelli è un collaboratore del clan Sarno, il clan camorrista che domina Ponticelli, famoso per la sua abilità di ottenere contratti pubblici. La lista di precedenti penali di O Vescovo occupa varie pagine. Nel 1999 fu condannato per associazione a delinquere. Anche sua figlia, la madre della bimba, fu arrestata nel 2004 per un crimine minore: falso ideologico commesso di fronte ad un funzionario ufficiale (come a dire, mentire ad un poliziotto) e falsificazione di documenti relativi alla ITV e di permessi di circolazione.
Angelica era arrivata in Italia dalla Romania da poco tempo. Andava sempre in giro con il fidanzato. I “nomadi” di Ponticelli, la conoscevano appena. Vivevano nascosti, si guadagnavano la vita rubando, mendicando e facendo commissioni. Angelica non rubava con particolare astuzia. Perchè in pochi giorni è finita per essere vittima di due tentativi di linciaggio a Ponticelli. In entrambi i casi l’ha salvata la polizia, ma nessuno dei suoi aggressori è stato arrestato.
Dopo il parapiglia, Angelica è stata consegnata alla Comunità di Monte di Procida, una delle tante case famiglia che sono cresciute come funghi sul territorio italiano, dove la carità è privatizzata e quasi sempre in mano alla chiesa cattolica. Due o tre giorni dopo, scappa e torna a Ponticelli. Perde un’altra volta la paura di morire. O forse ha fame. E domenica 11, alle nove e mezza di sera, sale al secondo piano di una casa e cerca di portarsi via una bimba. La madre la scopre. Settanta persone cercano di linciarla un’altra volta (per la seconda volta). La polizia la salva. Viene incarcerata il 13 maggio. La stessa notte dell’11 cominciano le vendette. La prima vittima è un rumeno non nomade. Ha una casa, non vive negli accampamenti, è un operaio. Lo aggrediscono in venti. Calci, pugni e una coltellata nella schiena. Dopo seguono gli incendi e le pietrate. Attaccano tutti: donne, bambini e giovani. Ordinano i Sarno (o per ordine dei Sarno). In 48 ore tutti i nomadi fuggono da Ponticelli. La polizia non è capace di garantire la loro sicurezza. Lasciano le loro cose, i vestiti e cinque cani. Sembrano essere gli unici abitanti di una terra affumicata. Non ci sono arrestati.
Questo è il racconto che ha fatto la stampa all’epoca. Forse convincente, però incompleto. Perchè secondo Marco Imarisio, il giornalista del “Corriere” e l’avvocato di Angelica, non c’è mai stato un tentato rapimento. “Il rapimento della bimba non si è mai verificato”, scrive Imarisio. “Del fatto che niente quadra in questa storia, è convinta anche la polizia che dal principio dubitò della versione ufficiale ricostruita in base al racconto della madre della bimba e dei suoi familiari”.
Nel rapporto conclusivo, la polizia ha espresso “fortissimi dubbi” sulla “veridicità” di ciò che è accaduto quel giorno. “Per due mesi i cellulari dei Martinelli furono messi sotto intercettazione”, spiega Imarisio, “per vedere se nelle loro conversazioni private si potessero capire i motivi di ciò che agli investigatori sembrava una messa in scena o, al massimo, una versione ampliata di quello che è successo nella casa”.
O Cardinal è stato colui che ha afferrato la ragazza mentre scappava sull’uscio di casa. “È un personaggio molto conosciuto, un ‘uomo d’onore’. Difficile pensare che qualcuno entri a rubare in casa sua, soprattutto sua nipote”.
Angelica era stata a casa sua in precedenza, raccontano i vicini, “almeno tre o quattro volte”. Secondo gli investigatori “Probabilmente molte di più”. “Lei ha raccontato che ci andava spesso perchè le davano i vestiti”.
La madre della bimba ha dichiarato alla polizia che è entrata forzando la porta e si è presa la bambina. Nel processo ha cambiato versione affermando che la porta era aperta. La tesi della polizia è che Angelica sia entrata con il permesso della famiglia e che la madre della bambina abbia lasciato la neonata nel salone per andare a cercare qualcosa nella sua stanza; in questo momento, forse, Angelica decise di rubare qualcosa e la madre la vide.
Secondo la versione della madre, quando tornò nel salone, vide la giovane nomade uscire di casa con la bimba in braccio. La polizia e l’avvocato giudicano inverosimile il racconto: la distanza era breve ed avrebbe avuto il tempo di scappare, “a meno che non abbia fatto un passo al minuto”. Però, la mamma (in italiano nel testo, N.d.T.), insiste: uscì, afferò la bimba dalle braccia della ragazza e cominciò a gridare.
Il nonno che vive al piano di sotto, sente le grida e sale. È un uomo alto e grasso. Ha il tempo di bloccarle la strada per le scale, ma la lascia misteriosamente fuggire. Dopo la segue per 500 metri fino a prenderla. Un testimone racconta di aver chiesto alla ragazza se aveva tentato di rubare la bambina e lei lo negò. Alla polizia venne raccontato il contrario.
Nel processo, O Cardinale e i suoi vicini hanno sostenuto che nessuno di loro vide Angelica con la bimba in braccio. La vide solo la mamma. Una testimonianza sufficiente per il magistrato Cirillo. Il 13 gennaio, il Tribunale dei Minori ha condannato A. V. a tre anni e otto mesi di carcere con l’aggravante del minore indifeso dal momento che la madre si trovava in un’altra stanza.
Ho l’impressione che abbiano appena condannato un’innocente”, ha commentato Enzo Esposito, segretario della ONG Opera Nomadi di Napoli. L’avvocato Valle ha la stessa sensazione. “Non è stato un processo imparziale. Tutte le domande della difesa sono state considerate irrilevanti. E gli atti non sono stati tradotti, come prevede la legge quando l’imputato non conosce l’italiano. Il giudice le ha offerto il patteggiamento: se si fosse dichiarata colpevole, le avrebbero cambiato la pena in un programma di riabilitazione. Lei non ha accettato. L’unica base della condanna è la testimonianza della madre della bimba. Incredibile, soprattutto perchè ha il precedente di aver mentito alla polizia. Tuttavia, secondo la magistratura e i giudici, la madre non aveva nessun interesse ad accusare la ragazza. E non lo avrebbe fatto se non ci fosse stato il tentativo di rapimento. Non sembra un ragionamento sbagliato, soprattutto in una città in cui le mamme non mentono. Tra una mamma napoletana, figlia di un uomo d’onore e una nomade ladra, a chi credere?
Dopo la sentenza, il gruppo di avvocati di Soccorso Legale, a cui appartiene l’avvocato Valle, ha emesso un comunicato. “Ogni richiesta della difesa è stata sistematicamente respinta, inclusa l’ammissione dell’avvocato d’ufficio. (…) L’apparato giudiziario ha così scatenato la sua offensiva contro la piccola nomade, incarnandosi in un’ossessione di castigo alimentata dal più vergognoso razzismo e dalla devastante ideologia della sicurezza di matrice fascista”.
Angelica era condannata ad essere condannata. Forse aveva la vocazione del capro espiatorio. Nei giorni precedenti all’incidente, gli abitanti del quartiere si erano riuniti numerose volte per studiare il modo di cacciare i nomadi da lì. Imarisio ricorda che gli abitanti delle case popolari nate negli anno sessanta nella periferia orientale di Napoli, figlie della speculazione amministrata dal sindaco e proprietario della città Achille Lauro, avevano fondato non meno di cinque comitati civici (Rinascita Ponticelli, Insieme per Ponticelli, Comitato Civico Lettieri…), per sloggiare gli accampamenti.
Ma il parroco di Ponticelli si era opposto. Era l’unico difensore dei “nomadi” e quando è avvenuta la persecuzione ha dichiarato: “Qui c’è un intreccio incredibile, qualcosa di più della mafia”. Si riferiva al Palaponticelli, all’efficace unanimità con cui i politici e i media italiani hanno montato l’odio contro la popolazione rom. A Napoli, questa criminalizzazione è stata capeggiata dalla sinistra, come dimostra il programma-manifesto distribuito dal partito Democratico locale intitolato “Via gli accampamenti nomadi di Ponticelli”.
Ironico, soprattutto se si pensa che i “nomadi” stavano lì da 15 anni senza che il Comune si sia mai preoccupato di integrarli. Ironico, se si pensa che il quartiere è un posto assolutamente degradato e abbandonato, dove la legge la impone la Camorra. Ironico, perchè in quei giorni Ponticelli era soffocata dall’altra emergenza infinita - quella dell’immondizia - di cui tanto sa il PD che governa la regione e il Comune ormai da più di dieci anni.
Gli abitanti di Ponticelli aspettavano da anni. Aspettavano il messaggio di Berlusconi e Maroni: più sicurezza, più Stato, fuori i “nomadi”. Aspettavano un’imminente pioggia di milioni che non arrivava mai e che avrebbe dovuto cambiare l’aspetto di questa periferia miserabile. Forse questo intreccio ha potuto incoraggiare la denuncia della mamma?
Il fattore camorrista è la terza gamba. Il clan che domina il quartiere, i Sarno, è conosciuto per la sua abilità nel muoversi all’interno del tortuoso terreno dei contratti pubblici, un mondo che si è scoperto solo in parte qualche settimana fa con l’arresto di Alfredo Romeo, super contrattista legato al Partito Democratico, imputato per corruzione insieme ad altre 16 persone. Il giovane che ha diretto gli attacchi contro il “campo nomade” è uno dei nipoti del cugino del sindaco di Ponticelli, Ciro Sarno, che dal carcere, continua ad essere il boss del quartiere.
Il 21 febbraio del 2008, la giunta comunale ha modificato e dato forma definitiva all’agognato Programma di Recupero Urbano di Ponticelli (PRUP). Secondo la stampa locale, la modifica prevedeva un’importante clausola: se i lavori non fossero cominciati prima del 4 agosto, sarebbe decaduto il finanziamento del ministero. Per cui, c’era fretta.
Il giorno in cui Angelica è stata arrestata, il 14 maggio, la direttrice del Dipartimento delle Infrastrutture e dei Trasporti del Comune di Napoli, Elena Carmelingo, con le ceneri ancora fumanti, ha disposto che i tecnici andassero nel quartiere per cominciare a progettare il Palaponticelli. È un progetto storico, “venduto” così nel sito internet del Comune: “Il più grande multiuso in Italia, una Casa della Musica, della Cultura e degli Spettacoli che avrà una capacità di 12.000 spettatori, con spazi annessi per attività culturali, sociali, di attività commerciali e di ricreazione, realizzato interamente con investimento privato, che riempirà la carenza nel capoluogo di provincia campano e nel sud Italia, di luoghi coperti per concerti e altre attività legate alla cultura, alla musica e allo spettacolo, consentendo alla città di far parte dei giri musicali più significativi a livello internazionale”. Il disegno definitivo insiste meno sulla musica: ci saranno 11.000 metri di sala da concerti e 44.000 per il centro commerciale.
Alla fine di maggio scorso, quando i tizzoni non si erano ancora spenti, il ministro Maroni ha annunciato che sarebbe cominciato il censimento di tutti i nomadi d’Italia, inclusi i bambini. Di fronte alle denunce di Commisione e Parlamento europei, ha fatto retromarcia decidendo di applicare la normativa solo agli adulti. A luglio, 30 famiglie “nomadi”, hanno avuto il coraggio di tornare a Via Argine. Prima che gli venisse dato il tempo di sistemarsi, gli abitanti incendiarono i luoghi dove si erano accampati. “Un avvertimento contro il loro ritorno”, dissero i ragazzi del quartiere.
Forse Angelica ha tentato realmente di rapire quella bimba. Sembra improbabile. Secondo uno studio dell’Università degli Studi di Verona per la Fondazione Migrantes, presentato a novembre, il 100% delle accuse di questo tipo fatte in Italia tra il 1986 e il 2007, è risultato falso.
Non c’è stato fino ad ora un solo caso provato nè una condanna. Lo studio, intitolato “La zingara rapitrice” ha analizzato 40 denunce: 29 di rapina e 11 di scomparsa. “In nessun caso c’è stato un riscontro effettivo” affermano gli investigatori, “ma si è sempre trattato di tentativo di sequestro o meglio, di un racconto di tentato sequestro”. E la testimone a carico è sempre una “madre coraggio” che salva il suo bimbo.
L’avvocato di Angelica ricorrerà in appello. Forse la prossima volta la giustizia gli permetterà di citare in giudizio, oltre che il silenzioso O Cardinale, i politici locali, i membri della famiglia Sarno…e magari qualche rappresentante del Governo che appicca il fuoco della xenofobia e continua a tollerare storie come questa. (traduzione di Italia dall’Estero)

Chiari (BS), tutti i diritti umani per tutti

Tavolo della Pace Franciacorta Monte Orfano, che raccoglie le associazioni e i singoli della Provincia di Brescia e in particolare dei Comuni di Rovato, Chiari, Coccaglio, organizza due eventi propedeutici alla Marcia della Pace che si terrà il 22 marzo 2009 a Chiari. Slogan della marcia è “tutti i diritti umani per tutti”.
Il primo evento si terrà venerdì 27 febbraio alle ore 20.30 a Chiari (BS), presso l’auditorium “Flavio Riva” della Fondazione Morcelli Repossi, in via Bernardino Varisco n° 7. L’evento dal titolo “rom, sinti e gagé, convivenza possibile?” prenderà spunto dalla ricerca “la zingara rapitrice” per animare una riflessione ed una discussione su come superare l’attuale momento di stigmatizzazione delle popolazioni sinte e rom. Interverranno: don Piero Gabella (UNPRES), Carlotta Saletti Salsa (ricercatrice dell’Università degli Studi di Verona) e Sergio Suffer (associazione Nevo Gipen di Brescia)
Il secondo incontro si terrà giovedì 5 marzo, alle ore 20.30, sempre presso l’auditorium “Flavio Riva” a Chiari. L’incontro ha come titolo “basta con la sicurezza a senso unico, è tempo dell’accoglienza e del dialogo”. Insieme all’onorevole Agnoletto (Europarlamentare) e a Ibrahim Niane (CGIL Brescia) si dialogherà su come costruire una “città” per tutti, laica, antirazzista e multiculturale.

Trieste, una brutta storia

Secondo le ultime agenzie stampa undici Cittadini bulgari, appartenenti alla minoranza rom, avrebbero portato illegalmente in Italia ragazze bulgare minorenni per 'venderle' come spose: 10mila euro e più per ogni ragazza. Le ragazze venivano poi ridotte in schiavitù e costrette a commettere furti e borseggi a Roma e in altre città.
E' questa l'ipotesi di reato che ha portato all'arresto delle undici persone accusate di tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
L'operazione, coordinata dalla procura antimafia di Trieste, è stata condotta in collaborazione con la polizia bulgara e il Servizio di cooperazione internazionale. Dieci degli arrestati sono stati fermati in Bulgaria.
L'indagine è partita anni fa, dopo la segnalazione al Ros da parte delle autorità bulgare di diciotto ragazze scomparse. I carabinieri, che sono riusciti ad accertare l'ingresso in Italia di cinque di esse, hanno anche documentato le attività degli undici arrestati che sembra “reclutassero” ragazze minorenni provenienti da famiglie rom indigenti, dislocate soprattutto nel nord della Bulgaria.

Lecce, laboratori di manufatti e cooperazione tra le culture

Da domani, giovedì 26 febbraio, prenderanno avvio i laboratori di sartoria-maglieria e costruzione di gioielli con materiale semplice nell’ambito del progetto WorkingRom, co-finanziato dall’Assessorato alla Solidarietà, Politiche Sociali, Flussi migratori della Regione Puglia, dall’Assessorato alle politiche giovanili, dell’integrazione e lavoro della Provincia di Lecce e con il prezioso supporto logistico del Comune di Trepuzzi, che ha gentilmente messo a disposizione un mezzo di trasporto per il collegamento campo sosta Panareo-città di Lecce. I laboratori si svolgeranno all’interno dei locali dello Spazio Sociale Zei – circolo Arci in Corte dei Chiaromonte 2 a Lecce. Parteciperanno sessanta donne del campo sosta Panareo (in foto), distribuite su due cicli. L’invito a prendere parte alle attività laboratoriali è esteso a donne immigrate ed italiane.
I prodotti realizzati saranno poi esposti in un’ultima fase del progetto, a partire da fine maggio. Soprattutto questo è il fine del progetto Working Rom: fare qualcosa insieme. Creare, divertirsi, ma soprattutto conoscersi e parlarsi, vincere la diffidenza, per opporsi alle discriminazioni e ai tentativi di ghettizzare le diversità culturali. Il progetto WorkingRom, finanziato nell’ambito dell’Azione 3/ Piano 2007, misure in sostegno di persone immigrate e loro nuclei familiari, della Regione Puglia, e realizzato da Spazio Sociale ZEI-circolo Arci, Meticcia cooperativa sociale e NAEMI-Associazione delle donne native e migranti, prende avvio il 3 novembre dello scorso anno attraverso la realizzazione di una fase di indagine e di rilevamento delle attitudini delle donne rom del campo sosta Panareo di Lecce, finalizzata alla pianificazione partecipata delle due attività di laboratorio da svolgere presso lo Spazio Sociale ZEI-circolo Arci di Lecce. di Sudnews.it

Roma, ennesima tragedia ma la folla, la politica e la stampa non si scatenano

Un operaio romeno di 31 anni è stato travolto e ucciso domenica sera intorno alle 23 mentre camminava lungo il margine della provinciale che conduce a Capena, in provincia di Roma. L'investitore è un italiano di 24 anni residente a Castelnuovo di Porto.
Il conducente dopo l'urto non ha prestato soccorso all’operaio romeno ma ha continuato la marcia fino alla propria abitazione. In seguito si è recato dai carabinieri per raccontare l'episodio. Con loro è ritornato sul punto dell'incidente e a margine della carreggiata è stato trovato il cadavere del cittadino romeno.
Il conducente del veicolo è stato sottoposto al test dell'etilometro, al quale è risultato positivo con tassi di alcol nel sangue superiori a 1,5 grammi per litro e successivamente è risultato positivo anche ai test per cocaina e cannabis. Dovrà rispondere innanzi al tribunale di Tivoli di omicidio colposo e guida in stato di ebbrezza alcolica e sotto l'effetto di sostanze stupefacenti. L'autovettura su cui viaggiava è stata sequestrata. L'investitore non è stato arrestato.
La stampa ha dato poco risalto al fatto di cronaca. Non sono nemmeno stati intervistati i parenti o i conoscenti della vittima. Noi di sucardrom ci chiediamo cosa sarebbe successo se l’investito fosse stato il Cittadino italiano e l’investitore fosse stato il Cittadino romeno?

martedì 24 febbraio 2009

La foto di una donna stuprata affissa sui muri di tutta la città? A Roma si può

Chi vive a Roma lo sa bene, chi non ci vive lo avrà scoperto al primo viaggio nella Capitale, o grazie al racconto di un amico. Di che parliamo? Dei muri. Ma anche delle fermate degli autobus, dei pannelli pubblicitari, dei colonnati. Cos'hanno di speciale e di diverso, a Roma? Hanno che sono quotidianamente teatri e campo di battaglia delle schermaglie tra partiti e associazioni di ogni estrazione politica. Il mezzo è ovviamente il manifesto, quasi sempre abusivo e soprattutto portatore di slogan vuoti, retorici, offensivi, a volte surreali al limite dell'ilarità. Le autorità da anni non fanno nulla – se fanno, fanno poco: la città è irresolubilmente tappezzata di manifesti di ogni sorta, come se si trovasse sospesa in una campagna elettorale eterna.
In un simile caos, per distinguersi bisogna usare messaggi forti. Chi vuoi che badi al banale «Alemanno vattene» dei Socialisti o al «Roma merita di più» del Pd, nella città in cui si leggono cose come quel «Veltroni ha distrutto Roma: ancora parlate?» del Pdl? Chi vuoi che legga un qualsiasi normale slogan politico, in una città in cui il dibattito sui muri ricorda le scritte sulla lavagna ai tempi della seconda media? Nella giungla del manifesto abusivo chi vuole che il suo messaggio salti all'occhio dei passanti è costretto a spararla grossa, e a dire la verità pochi si tirano indietro.
Succede quindi che nelle stesse giornate in cui l'azienda municipale dei trasporti di Roma rifiuta i manifesti pubblicitari della tv di Al Gore, Current, rei di pubblicizzare un'inchiesta sulle relazioni tra la chiesa e la camorra con un manifesto che raffigura una Bibbia crivellata di colpi, la città si ritrovi tappezzata di alcuni manifesti particolarmente violenti. Si tratta di manifesti che annunciano una manifestazione di Forza Nuova contro «il fallimento del governo sull'immigrazione» e ritraggono le gambe di una ragazza stesa per terra, coperte appena da una gonna vistosamente macchiata di sangue. A questo, siamo arrivati: a utilizzare l'immagine raccapricciante di una ragazza stuprata, affissa su decine di migliaia di manifesti su tutti i muri di Roma allo scopo di pubblicizzare una manifestazione politica contro gli immigrati.

Ora, è noto che per nessuna amministrazione comunale a Roma il reato di affissione abusiva è mai stato un motivo sufficiente per rimuovere i manifesti illegali, ma davanti a un tale barbaro cinismo ci si aspettava che almeno questa volta si facesse qualcosa. Possibile che un'amministrazione comunale così sensibile a evitare che l'immagine di una Bibbia trafitta dai proiettili turbi i fedeli, lasci poi che sulle sue strade quell'immagine così orribile? Possibile, infatti non si è mosso nessuno. La manifestazione si è svolta regolarmente domenica sera e i manifesti abusivi di Forza Nuova sono ancora lì a dare bella mostra di sé per le strade della città.
Non finisce qui, perché a fronte dell'inedia del comune qualcuno ha deciso di muoversi comunque. Una ragazza racconta sul suo blog di aver telefonato alla sede di Forza Nuova per chiedere conto di quell'immagine «cruda e crudele, che costringe a girare lo sguardo altrove, a guardare la strada e a evitare i muri per la paura di guardarlo, e che non può far che altro male a una persona che ha subìto una violenza». Risponde una centralinista, la quale però dice di non poter passare la chiamata a nessun responsabile politico. Alle rimostranze riguardo il manifesto, però, la centralinista di Forza Nuova sconfessa la scelta del suo partito. «Hai ragione, difatti li ha fatti un uomo» - chissà che uomo. Evidentemente certi manifesti di Forza Nuova sono troppo anche per Forza Nuova. di Francesco Costa

Reggio Calabria, le ragioni di un'occupazione

L’occupazione senza titolo degli alloggi Aterp del Viale Europa da parte di un ingente numero di famiglie rom è una reazione ad una grave condizione di disagio abitativo per la quale nessuna risposta è stata mai data.
Con questa azione le famiglie non hanno avuto l’intenzione di negare i diritti dei concittadini che aspettano da 20 anni di essere allocati in questi stessi alloggi, ma solo quella di reagire al silenzio delle istituzioni e quindi al pericolo incombente di una emarginazione definitiva ad Arghillà.
Sbaglia chi legge in questa occupazione l’arroganza e la violenza di un gruppo esercitata contro altri cittadini. In questo modo si crea artificiosamente l’ennesima guerra tra poveri che nei fatti e nelle intenzioni non esiste.
La prova sta nel fatto che nessuna di queste famiglie vorrebbe restare in questi alloggi coabitando con altre 40 nuclei rom perché così si creerebbe un ghetto, ma al contrario vedrebbe bene in questi alloggi poche famiglie rom inserite in mezzo a quelle famiglie non rom alle quali devono essere assegnati gli alloggi.
L’occupazione è nata dalla disperazione delle famiglie che vedono svanire nel nulla la loro speranza di uscire dalla situazione di emarginazione sociale nella quale vivono da decenni.
Difatti la gran parte degli occupanti è composta dalle 30 famiglie rom residenti nei due ghetti di Modena (ex Polveriera in foto e Ciccarello Palazzine) che risultano vincitrici del bando 1999 e che, come più volte denunciato dall’Opera Nomadi, sono stati invitati ad accettare un alloggio ad Arghillà dove, oggi, risiedono 108 famiglie. Un grande ghetto che aumenta sempre di più a danno di tutti.
Queste famiglie per evitare un futuro di emarginazione sociale hanno per due volte presentato al Sindaco, ai sensi della legge reg.le nr 32/96, regolare rinuncia all’alloggio di Arghillà chiedendo una casa in equa dislocazione. Il Sindaco che per il piano di equa dislocazione aveva promesso di accettare queste rinunce non l’ha mai fatto.
Le altre famiglie di occupanti sono costituite da nuclei del 208 che aspettano un alloggio dalla data di demolizione dell’ex caserma (agosto 2007) e da altri nuclei che risiedono a Modena oppure ad Arghillà e che sperano di uscire dalla condizione di ghettizzazione nella quale vivono.
Sui due insediamenti ghetto di Modena nessuna amministrazione comunale negli ultimi decenni ha mai progettato un intervento; il sindaco Scopelliti dopo la demolizione dell’ex caserma 208 ( agosto 2007) aveva promesso che nel gennaio 2008 sarebbe stato avviato un progetto di equa delocalizzazione, ma nulla è stato fatto.

Se per il ghetto del “208” ci sono voluti 36 anni per trovare una soluzione nonostante il progetto del nuovo ospedale Morelli, per i due ghetti di Modena ( ex Polveriera e Modena palazzine) sul cui territorio non esiste alcun progetto, quanto tempo ci vorrà prima che si sviluppi una iniziativa?
La mancanza di una qualche attenzione verso i due ghetti di Modena (nei quali oggi vivono in condizioni disumane 77 famiglie rom) si nota anche dal fatto che nel Contratto di Quartiere di cui è titolare il Comune e che interessa questo territorio non si considera minimamente questa gravissima problematica. Eppure questa tipologia di progetti sono stati promossi negli ultimi anni perché prevedono il coinvolgimento di tutta la popolazione nell’affrontare i problemi che riguardano il territorio. Ci chiediamo come è stato possibile ignorare una condizione abitativa dove esiste un serio pericolo per l’incolumità fisica delle persone come quella in cui vivono dal 1960 le 30 famiglie rom dell’ex Polveriera ma anche quella delle Palazzine popolari che risale al 1981.
Di fronte a questa situazione così difficile e controversa le famiglie degli occupanti chiedono di avere la garanzia di un alloggio in condizioni di equa dislocazione.
La proposta che l’associazione avanza al Comune è quella di costituire subito un tavolo di lavoro con l’Opera Nomadi, con le stesse famiglie e con la Circoscrizione di Modena con la finalità di sviluppare un progetto per la sistemazione abitativa in dislocazione di queste famiglie partendo dalla loro condizione oggettiva e dalle priorità che questa presenta.
Il tavolo di lavoro con il sostegno dell’Opera Nomadi, in prima battuta, dovrà servire ad aprire un dialogo tra le famiglie rom ed il Sindaco fissando un accordo preciso.
Il primo cittadino dovrà garantire personalmente a queste persone un percorso d’inserimento abitativo in equa dislocazione da realizzare in tempi brevi e quindi dovrà spiegare insieme all’associazione che solo pochissimi nuclei, ossia quelli per i quali l’Amministrazione si era impegnata, potranno restare negli alloggi del Viale Europa mentre gli altri dovranno lasciarli aspettando la futura sistemazione.
Il dialogo e l’impegno diretto tra le famiglie rom ed il primo cittadino è servito per concludere l’operazione del 208 e quindi servirà pure oggi per risolvere questo problema dell’occupazione se effettivamente c’è l’intenzione di avviare un programma abitativo di dislocazione evitando la soluzione Arghillà.
Per questo progetto si potrebbe rivedere il Contratto di Quartiere e coinvolgere la Regione Calabria per la richiesta di finanziamenti inoltre si potranno reperire alloggi nel patrimonio di edilizia residenziale pubblica tra quelli non occupati.
L’Opera Nomadi si impegna da parte sua a sostenere il Comune in una progettazione coerente con la dislocazione e che garantisca prima di tutto i diritti delle famiglie più disagiate. di Marino Antonino Giacomo, Opera Nomadi di Reggio Calabria

Lazio, nasce lo sportello antidiscriminazioni

"Regione-Mondo" è lo sportello istituito dalla Regione Lazio a sostegno dei diritti dei migranti e Rom. Dal primo marzo per affrontare le tante emergenze quotidiane e denunciare eventuali discriminazioni, ingiustizie e soprusi, tutti i rom e migranti residenti sul territorio della Regione Lazio potranno chiamare il numero 06 6593 dal lunedì al giovedì dalle 10 alle 15.
Lo sportello, previsto dalla legge regionale sull'immigrazione approvata nel luglio del 2008, è stato istituito presso gli uffici della Consigliera regionale del Lazio Anna Pizzo (in foto), membro della Consulta regionale dell'immigrazione e responsabile del tavolo sull'immigrazione presso la Presidenza del Consiglio regionale.
"Si tratta di uno spazio aperto e libero - ha detto la Consigliera Anna Pizzo - in grado di portare aiuto ai più deboli e di dare risposte concrete a migranti e rom".
'Viste le condizioni di vita sempre più difficili in cui si trovano i cittadini stranieri e considerato che la Regione si è dotata, dallo scorso luglio, di una legge [n.10/2008] sull'immigrazione - ha continuato il consigliere - per procedere il più celermente possibile all'attuazione di tale normativa raccoglieremo le richieste dei cittadini rom e migranti e proveremo a dare loro risposte concrete coinvolgendo gli assessori e i presidenti di commissioni della Regione, delle province, dei comuni e dei municipi, le associazioni presenti sul territorio, le comunità, i comitati di cittadini''.
''Riteniamo che lo sportello Regione-Mondo - ha aggiunto Pizzo - possa rappresentare un utile supporto e un presidio democratico per la tutela di tutti i diritti, compresi quelli alla Casa, alla salute, alla scuola e al lavoro, e per sottolineare che chiunque risiede sul territorio della Regione Lazio è detentore di uguali prerogative e di stessi doveri''.

Roma, sul blitz in via di Centocelle

Alle 7,20 di giovedì 19 febbraio circa 30 Carabinieri con il supporto di un elicottero, accompagnati da diverse troupe televisive, hanno fatto irruzione nell'insediamento di Rom romeni di via di Centocelle a Roma, svegliando d'improvviso le persone e costringendo tutti ad uscire dalle loro baracche.
La temperatura a quell'ora era particolarmente bassa come confermato anche dalle pozzanghere gelate. I bambini, spaventati dall'improvvisa situazione, hanno iniziato a piangere consolati dalle loro mamme. Dopo una prima identificazione tutti gli uomini maggiorenni sono stati radunati e successivamente condotti nella Caserma di Tor Tre Teste per ulteriori accertamenti.
I nostri operatori, avvertiti dalle donne rimaste nell'insediamento, hanno raggiunto la Caserma dei Carabinieri dove si stava procedendo ai rilievi fotografici e delle impronte digitali in un clima relativamente tranquillo. In questo contesto abbiamo anche avuto modo di incontrare i cameramen di tre testate giornalistiche (Tg2, La7 e RomaUno) che continuavano a filmare le operazioni e che ci hanno riferito di essere stati contattati alle 4 del mattino per seguire in diretta, sin dal principio, l'intero intervento.
Alle nostre domande su quanto stesse avvenendo siamo stati ricevuti dal Comandante dei Carabinieri il quale, con modi molto disponibili e cordiali, ci ha rassicurato sul positivo svolgimento dell'intera operazione.
Gli uomini sono stati poi tutti rilasciati durante la giornata, poiché non sussisteva alcun motivo per trattenerli.
Intanto i suddetti telegiornali, gia dall'ora di pranzo, e poi in tutte le successive edizioni della giornata, mostravano le immagini dell'intervento giustificando indebitamente l'operazione come una risposta all'efferata violenza di cui é stata vittima la coppia di giovanissimi sabato scorso.
Come Popica Onlus, essendo ormai da diversi mesi impegnati fianco a fianco con gli uomini, le donne e i bambini dell'insediamento di Centocelle, non accettiamo che i volti di queste persone, oneste e assolutamente vogliose di una reale interazione sociale, siano in alcun modo affiancati alle facce ed alle storie di personaggi che violano la dignità della donna.
Non accettiamo quest'uso discriminatorio dell'informazione che, senza alcun fondamento, trasformandosi in un odioso e fasullo circo mediatico, privo di rispetto verso la persona, riconosce nei rom un pericolo da cui difendersi.
Rivendichiamo la nostra amicizia e la nostra fratellanza con il popolo rom, esprimendo contemporaneamente la nostra più totale condanna verso qualsiasi uomo che violi la persona e la dignità di altri individui. di Popica Onlus

Trieste, ronde intitolate allo squadrista Muti

La speranza è che sia frutto di un malinteso o di un errore giornalistico. Visti i tempi che corrono, invece, è più probabile che si tratti della cruda verità. Si parla di ronde. Quelle che il governo pochi giorni fa, con l’approvazione di un decreto sulla sicurezza, ha reso legali. A Trieste il Movimento Fiamma Tricolore ha deciso di mettere a disposizione dell'intero territorio provinciale un corpo di 100 volontari. “Tutti cittadini italiani”, beninteso, “molti dei quali esperti di arti marziali o ex appartenenti alle forze armate o a corpi di polizia per i servizi di sicurezza del territorio”, si legge in una nota. “I volontari saranno dotati unicamente di telefono cellulare, torce per la vigilanza notturna e spray anti aggressione, il cui utilizzo è divenuto ormai legale”. E avranno anche un nome. Un po’ particolare. Si chiameranno “Squadre Ettore Muti”.
Chi era Ettore Muti? Secondo Stefano Salmé, segretario regionale della Fiamma Tricolore, è “un eroe della militare della prima, come della seconda guerra mondiale”. Definizione che non risponde a verità. Non del tutto quanto meno. Ettore Muti era uno squadrista, un fascista della prima ora. E’ stato gerarca fascista fin dagli esordi, segretario del Partito Nazionale Fascista, e nel suo curriculum può vantare diversi assalti squadristi, e per l'occupazione della prefettura di Ravenna durante le operazioni della marcia su Roma. Muti è stato ucciso a Fregene durante il suo arresto da parte dei carabinieri il 24 agosto del 1943.

Chissà cosa ne penseranno i triestini di questa simpatica iniziativa e soprattutto se si sentiranno più sicuri se nella città gireranno civili armati di spray con nostalgie per il Ventennio che fu. E chissà, poi, che cosa ne penserà il ministro dell’Interno Roberto Maroni, fautore della norma e che ha sempre detto che le ronde non dovevano essere politicizzate.
«L’ipotesi di istituire le ronde è profondamente sbagliata – ha detto Sergio Cofferati sindaco di Bologna - perché introduce nell’ordinamento il principio che lo Stato delega ad altri l’esercizio di funzioni importanti e delicate come sono quelle rivolte a garantire la sicurezza dei cittadini». Secondo Cofferati, inoltre, «ad un'idea sbagliata poi si aggiunge l’aggravante di un'interpretazione che prefigura addirittura un ruolo dei partiti nella costituzione e nell' attività delle ronde stesse».
Insomma, per il sindaco sceriffo, il ruolo svolto dalle ronde «dovrebbe essere svolto dalle polizie di Stato», mentre «sono altra cosa le esperienze degli assistenti civici, che hanno funzioni non sostitutive delle polizie». La loro, ha concluso Cofferati, «è un'attività sussidiaria e nulla più: ben diverso da quello che si propone per le ronde». Specie a Trieste. di Roberto Rossi

lunedì 23 febbraio 2009

A piccoli passi verso l'inciviltà

Un governo estremista e irresponsabile introduce d'urgenza nel nostro ordinamento le ronde dei cittadini, nonostante le perplessità manifestate dalle stesse forze di polizia, accampando la più ipocrita delle motivazioni: lo facciamo per contenere la furia del popolo. Spacciano le ronde come freno alla "giustizia fai-da-te", cioè alle ormai frequenti aggressioni di malcapitati colpevoli di essere stranieri o senza fissa dimora.
Ma tale premura suona come una cinica beffa: la violenza, si sa, è stata fomentata anche dai messaggi xenofobi di sindaci e ministri. Il decreto governativo giunge come una benedizione delle camicie verdi padane e delle squadracce organizzate dalla destra romana. Propone agli italiani di militarizzarsi nell'ambito di un "Piano straordinario di controllo del territorio" fondato sul concetto di "sicurezza partecipata". I benpensanti minimizzeranno, come già hanno fatto con le "classi ponte" per i bambini stranieri, i cancelli ai campi rom, l'incoraggiamento a denunciare i pazienti ospedalieri sprovvisti di documenti regolari. Cosa volete che sia? Norme analoghe sono in vigore altrove, si obietta. Mica vorremo passare per amici degli stupratori? Così, un passo dopo l'altro, in marcia dietro allo stendardo popolare della castrazione chimica, cresce l'assuefazione all'inciviltà. La promessa del grande repulisti darà luogo a sempre nuove misure che lo stesso Berlusconi fino a ieri dichiarava inammissibili.
Il presidente del Consiglio era dubbioso anche sulle ronde, ma si è lasciato trascinare dai leghisti per istinto: forza e marketing non sono forse le materie prime del suo potere suggestivo? Poco importa se ciò lo pone in (momentanea) rotta di collisione con il Vaticano, che denuncia "l'abdicazione dallo stato di diritto". A lui la Chiesa interessa come potere, non come Vangelo: si adeguerà. Quanto al distinguo del presidente Napolitano, gli viene naturale calpestarlo: come prevede la forzatura berlusconiana della costituzione materiale del Paese.
Il capo del governo concede che gli stupri sono in calo del 10% nella penisola. Ma più della statistica vale per lui il "grande clamore suscitato da recenti episodi". Per la verità nel novembre 2007, dopo l'omicidio con stupro della signora Reggiani a Tor di Quinto, fu posseduto dal medesimo impazzimento mediatico anche il centrosinistra, guidato all'epoca dal sindaco di Roma. Mal gliene incolse.

La destra populista invece trova nell'insicurezza il suo principale fattore di radicamento territoriale. Prospetta la riconquista dell'ambito esterno al domicilio privato, vissuto da tanti come ostile. Le parole "ronda", "squadra", "pattuglia", "perlustrazione" - un incubo negli anni della violenza politica - vengono adesso sdoganate come potere calato dall'alto per guidare il popolo. Nuove milizie, nelle quali i volontari dei partiti di governo e gli uomini dello Stato si fondono e si confondono. Come avveniva nel regime fascista.
Lunedì scorso all'"Infedele" una giornalista rumena ha provocato un senatore leghista: "Noi le abbiamo conosciute già, le vostre ronde. Si chiamavano "Securitate"". Lungi dall'offendersi per tale paragone con le squadracce comuniste di Ceausescu, il senatore leghista le ha risposto: "All'epoca in Romania c'era molta meno delinquenza".
Ora anche il governo minimizza. Le ronde saranno disarmate (a differenza di quanto previsto nella prima versione, bocciata al Senato). Mentre la Lega esulta, gli altri cercano di ridimensionarle a contentino simbolico, poco rilevante nella gestione dell'ordine pubblico. Fatto sta che è sempre l'estremismo a prevalere. Berlusconi si era opposto pubblicamente anche al rincaro della tassa sul permesso di soggiorno. Si sa com'è finita. La Gelmini aveva dichiarato che per i bambini stranieri prevede corsi di lingua pomeridiani anziché classi separate. Ma i leghisti stanno per riscuotere le classi separate. Tutte le peggiori previsioni si stanno avverando. La prossima tappa, c'è da scommetterci, saranno le normative differenziali sull'erogazione dei servizi sociali (agli italiani sì, agli stranieri no, e pazienza se pagano anche loro le tasse); seguirà il distinguo nei sussidi di disoccupazione (c'è la crisi, non possiamo mantenere gli stranieri, e pazienza se hanno versato i contributi). Fantascienza? Ha davvero esagerato "Famiglia Cristiana" denunciando il ritorno al tempo delle leggi razziali?
Le ronde dei volontari guidate dagli ex funzionari di polizia annunciano un clima di guerra interna che non si fermerà certo agli stupratori e agli altri delinquenti. Quale che sia la volontà del presidente del Consiglio, cui la situazione sta già sfuggendo di mano. di Gad Lerner

L'Associazione Sinti Italiani manifesta in diverse Città italiane

L’associazione Sinti Italiani, attraverso un comunicato del Presidente Davide Casadio (in foto), ha indetto diverse manifestazioni nel Nord e nel Centro Italia per farsi conoscere. Le manifestazioni si terranno sabato 28 febbraio 2008 a Vicenza, Pavia, Reggio Emilia, Prato, Rimini, Brescia e Verona (Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Toscana).
Le manifestazioni saranno, alla mattina in contemporanea, davanti alle Prefetture di queste città per chiedere il riconoscimento dei diritti di minoranze per i Sinti italiani. La minoranza sinta è in Italia dal 1400 e ha portato in tutta l’Europa lo spettacolo viaggiante (circhi e giostre).
Saranno manifestazioni pacifiche e autorizzate, dove non si protesterà contro qualcosa ma si chiederà il rispetto e il riconoscimento delle popolazioni sinte in Italia.
L’associazione Sinti Italiani chiede il riconoscimento di uguaglianza. Uguali diritti e doveri per una minoranza non ancora riconosciuta. Ma anche legalità e rispetto delle diversità culturali, quindi reciproco riconoscimento e rispetto. Non solo integrazione ma interazione da ambo le parti.

Milano, in piazza per dire no alle ronde

Dopo la manifestazione, organizzata dall’associazione Sinti Italiani, ieri si è tenuta la manifestazione indetta dalla Cgil contro il pacchetto sicurezza. "Siamo circa 30mila" afferma dal palco il segretario milanese della Cgil Onorio Rosati. Interventi dal palco anche di leader sinti, come Sergio Suffer dell’associazione Nevo Gipen. Insieme con lui, Radames Gabrielli, Presidente dell’associazione Nevo Drom, che ha guidato anche un gruppo di musicisti sinti.
Il corteo è partito da Porta Venezia e ha raggiunto piazza Duomo. I manifestanti hanno scandito slogan seri e preoccupati: "Basta razzismo e sfruttamento. No al pacchetto (in) sicurezza", "La Costituzione non si tocca", alcuni degli slogan scritti sugli striscioni. Ma è stata anche una manifestazione allegra, caratterizzata dalla musica "sparata" a tutto volume dagli altoparlanti e dai balli gioiosi dei partecipanti. «Guardiamo con molta preoccupazione - hanno affermato i segretari generali della Lombardia e di Milano, Nino Baseotto e Onorio Rosati - all'inserimento nell'ordinamento italiano delle cosiddette ronde che rischiano di costituire l'avvio di un processo di indebolimento del ruolo e delle funzioni dello Stato e delle forze dell'ordine in particolare».
Sbagliata, secondo i due sindacalisti «qualsivoglia idea di sussidiarietà o di privatizzazione dei compiti cui lo stato deve assolvere» perchè le ronde, hanno spiegato: «Rischiano di rappresentare un pericolo per la legalità e il diritto e di favorire una svolta neoautoritaria».
La Cgil chiede alle amministrazioni locali di stanziare risorse per aiutare l'attività di quelle associazioni che ogni giorno si dedicano a promuovere sicurezza sul territorio come, per esempio, i nonni vigili, i centri antiviolenza per le donne, quelli per l'assistenza ai tossicodipendenti, per le ragazze vittime del racket della prostituzione e per gli emarginati senza fissa dimora.

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Ungheria del 17/02/2009 @ 09:41:00 - Da Hungarian_Roma BUDAPEST, Feb 12 (Reuters) By Krisztina Than - L'approfondirsi delle recensione rifornisce il risentimento verso i Rom d'Ungheria, alimentando le tensioni con la piu' grande minoranza del paese ed aumentando i problemi del governo socialista...
"Bruciamo tutti i rom nella stufa" del 18/02/2009 @ 09:11:12 - Su Internet esplode la rabbia razzista. Facebook: 176 mila inviti all'odio F. MOSCATELLI, F. POLETTI MILANO - «Dopo la spazzatura di...
Serbia del 18/02/2009 @ 09:20:02 - Da Roma_ex_Yugoslavia 12 febbraio 2009 NIS - La Lega per il Decennio Rom chiede alle autorita' di affrontare il problema delle "persone legalmente invisibili", i cui nomi sono spariti dai registri elettorali...
Un mio amico rom ha commentato: "Come ad Auschwitz..." del 19/02/2009 @ 08:44:27 - laRepubblica.it Cronaca Il commissario cambia le regole accesso vietato anche ai parenti Campi rom, tesserino per entrare e alle dieci di sera cancelli chiusi di GIOVANNA VITALE...
Il paradiso perduto del 19/02/2009 @ 09:13:09 - Da tra(s)parentesi l'italia e' un bel paese. voglio dire: siamo gli eredi o gli epigoni di una grande civilta' (si'... vabbe' ci sono state millanta guerre, distruzioni, inquisizioni...
Kosovo del 19/02/2009 @ 09:17:30 - Da Roma_ex_Yugoslavia PRISHTINE/PRISTINA, 14 febbraio 2009 - Il Capo della Missione OCSE in Kosovo, Ambasciatore Werner Almhofer, ha chiesto oggi la piena integrazione della comunita' Askali nella so...
Il Caso poco discusso... del 19/02/2009 @ 09:23:59 - Dal Sito Nazionale della Chiesa Evangelica Zigana in Italia I Sinti italiani, la Costituzione e i diritti inviolabili, Il “Caso poco discusso” dei Sinti italiani, i Sinti italiani evangelici della "Missione Evangelica Zigana" che si vedono vietato il diritto a professare liberamente ...

Svezia del 20/02/2009 @ 09:13:31 - Da Romano Liloro Carissimi. Te Aven Baxtale Romale! Vi prego di osservare che il programma radiofonico della Radio Svedese in romanes, Radio Chachimo cambiera' dal 27 febbraio 2009...
Blitz a via di Centocelle del 20/02/2009 @ 09:31:55 - Ricevo da Marco Brazzoduro: 19.02.09 All’alba circa 30 carabinieri sono arrivati svegliando bruscamente i rom rumeni dell’insediamento e facendo uscire tutti...
Gran Bretagna del 20/02/2009 @ 09:33:22 - Da British_Roma Jo Siedlecka - Una parrocchia nell'Essex si sta preparando per sistemare dozzine di donne e bambini Viaggianti nella sua chiesa...
Paola Reggiani: Smascherare le menzogne con gesti concreti del 20/02/2009 @ 09:46:00 - Il blog di Stefania Ragusa, dopo la segnalazione di settimana scorsa, torna sul caso Giovanna Reggiani Leggo su Redattore Sociale e riporto testualmente:...
Repubblica Ceca del 21/02/2009 @ 09:06:04 - Da Czech_Roma Praga – 17.2.2009 – All'inizio di febbraio l'OnG Zvule Prava ha aperto il suo numero d'aiuto telefonico per i Rom nella Repubblica Ceca. La linea d'aiuto fornisce assistenza in caso di discriminazione illegale...
Serbia del 21/02/2009 @ 09:15:52 - Da Roma_ex_Yugoslavia Ieri (15 febbraio 2009), la STV (Televisione Serba) ha trasmesso un documentario abbastanza lungo dedicato agli orsi ballerini in Serbia. L'idea di partenza era rispettabile, promuovere l'azione della branca bulgara della OnG austriaca Vier Pfoten (I...
Brasile del 22/02/2009 @ 09:13:31 - Da Roma_Daily_News Rapporto Ufficiale: [...] Comunichiamo ai nostri fratelli ed anche a chi stima la nostra cultura, che abbiamo istituito un'associazione che lavorera' per...
Rom e sinti in Germania del 22/02/2009 @ 09:31:33 - Da corriere.it (una risposta a Beppe Sevegnini) Caro Beppe, nella tua risposta a Massimo Burioni (20 febbraio) ti domandi: "Dove sono gli zingari a Berlino? Buon titolo per un'inchiesta: non se ne vede in giro uno...
Gran Bretagna del 22/02/2009 @ 09:47:21 - Mutui e accampamenti : la maledizione delle case inglesi di Giulia Alliani - 17 febbraio 2009 L'anno scorso uno dei nomadi l'aveva predetto: le autorita' locali avrebbero impiegato almeno otto anni per riuscir...

sabato 21 febbraio 2009

Rom e Sinti nella letteratura/1 - GLI ESORDI

La presenza di personaggi Rom-Sinti all’interno di scritti ed opere letterarie di varia natura si riscontra a partire dai primissimi secoli dell’anno Mille, subito dopo l’arrivo in Europa dei primi gruppi. Si tratta di una letteratura densa di stereotipi, che hanno avuto un ruolo di primo piano nella creazione e sedimentazione di forme collettive di razzismo e intolleranza o che, nel migliore dei casi, hanno contribuito a diffondere un’immagine del popolo rom/sinto ben distante dalla realtà, per quanto romantica e per certi aspetti lusinghiera.
Sono dunque due le reazioni degli autoctoni all’arrivo dei Rom-Sinti in Europa, riscontrabili identiche nelle composizioni letterarie di vari secoli: la meraviglia e la curiosità, da una parte, originano quella produzione letteraria che, da Rousseau a Burns, da Goethe a Merimée, da Hugo a Baudelaire, inneggia alla vita libera dei Rom-Sinti, alla sensualità fiera delle loro donne, e creano figure romantiche di bohémiens e danzatrici, suonatori e poeti avvolti da un alone di seducente mistero; d’altra parte, la paura della diversità e la scarsa conoscenza di questo popolo venuto da chissà dove producono una letteratura dell’odio in cui i personaggi Rom-Sinti sono ladri ed accattoni, fannulloni, rapitori di bambini, sporchi e senza legge morale.
I primi cenni letterari a queste genti compaiono in diari e cronache, che registrano i loro costumi, gli usi e la lingua; è tra questi la descrizione di Nicolò da Poggibonsi, il quale, diretto a Gerusalemme nel 1255, incontra in Siria persone dalla pelle di colore nero sozzissimo e dagli svariati vestimenti dalle altre genti, che andrebbero di città in città procacciando chi facci loro del bene, e poi fanno beffe di chi fa loro bene.