"Non molesterai il forestiero né lo opprimerai perché voi siete stati forestieri in terra di Egitto” (Esodo, 22,20)
Noi missionari/e sentiamo il dovere di reagire e protestare contro la strage in atto nel Mediterraneo e le leggi razziste contro gli immigrati che arrivano sulle nostre coste. È una tragedia questa, che non ci può lasciare indifferenti: migliaia e migliaia di africani che tentano di attraversare il Mare nostrum per arrivare nell’agognato "Eden". Un viaggio che spesso si conclude tragicamente. Dal 2002 al 2008 sono morti, in maggioranza scomparsi in mare, 42 mila persone, secondo la ricerca condotta a Lampedusa da Giampaolo Visetti, giornalista di La Repubblica. Trecento persone al giorno! Il più grande massacro europeo dopo la II Guerra Mondiale che si consuma sotto i nostri occhi.
E qual è la risposta del governo? Chiudere le frontiere e bloccare questa "invasione". E per questo il "nostro" governo ha stipulato accordi con la Libia e la Tunisia. Il 5 gennaio 2009 infatti il Senato ha approvato il Trattato con il governo libico di Gheddafi per impedire che le cosiddette carrette del mare arrivino a Lampedusa. Com’è possibile firmare un trattato con un paese come la Libia che tratta in maniera così vergognosa gli immigrati in casa propria?
Il 27 gennaio 2009 il ministro Maroni si è incontrato con il ministro degli Interni tunisino per la stessa ragione. Il regime di Ben Ali in Tunisia non è meno dittatoriale di quello libico. Questi tentativi italiani per bloccare l’immigrazione clandestina, sono sostenuti dal Frontex, l’Agenzia Europea per la difesa dei confini, che ha ricevuto oltre 22 milioni di euro per tali operazioni.
Ci dimentichiamo però che questa pressione migratoria è dovuta alla tormentata situazione africana, in particolare dell’Africa Centrale e Orientale. Le situazioni di miseria e oppressione, le guerre troppo spesso dimenticate dell’Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan, Ciad sospingono migliaia di persone a fuggire attraverso il deserto per arrivare in Tunisia e Libia dove sono trattate come schiavi: lunghi anni di lavoro in nero per ottenere i soldi per la grande traversata (soldi che andranno alle mafie). E se riusciranno (pagando 3-4000 euro) ad attraversare il Mediterraneo ed arrivare a Lampedusa, verranno rinchiusi in un vero e proprio campo di concentramento, il Centro di “accoglienza” trasformato il 24 gennaio in Cie (Centro di identificazione ed espulsione): un vero lager che può ospitare 900 persone ed invece ne contiene 1900! Di qui le drammatiche rivolte di questi giorni con i tentati suicidi di parecchi tunisini che non vogliono essere rimpatriati perché sanno quello che li attende.
Tutto questo grazie alla solerzia del nostro ministro Maroni che ha detto che bisogna essere «cattivi» con gli immigrati. E il suo Pacchetto Sicurezza è la «cattiveria trasformata in legge», come afferma il settimanale Famiglia Cristiana. Infatti nel Pacchetto Sicurezza il clandestino è dichiarato criminale. Una legislazione questa che ha trovato un terreno fertile, preparato da un crescente razzismo della società italiana (così ben espresso dalla Lega!) e da una legislazione che va dalla Turco-Napolitano (l’idea dei Centri di permanenza temporanea) all’immorale e non-costituzionale Bossi-Fini, che non riconosce l’immigrato come soggetto di diritto, ma come forza lavoro pagata a basso prezzo, da rispedire al mittente quando non ci serve più.
La legge infatti prevede, fra le altre cose, la possibilità che i medici denuncino i clandestini ammalati, la tassa sul permesso di soggiorno (dagli 80 ai 200 euro!), le "ronde", il permesso di soggiorno a punti, norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e i matrimoni misti, il carcere fino a 4 anni per gli irregolari che non rispettano l’ordine di espulsione. Maroni ha pure deciso di costruire una decina di Centri di identificazione e di espulsione, ove saranno rinchiusi fino a 6 mesi i clandestini. Questa è una legislazione da apartheid: il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, Rom e mendicanti. È una cultura xenofoba e razzista che ci sta portando nel baratro dell’esclusione e dell’apartheid. Tutto questo immemori di essere stati noi “forestieri in terra di Egitto” quando così tanti italiani oltre al doloroso distacco dalla propria terra, hanno sperimentato l’emarginazione, il disprezzo e l’oppressione.
Per questo noi chiediamo ai missionari/e, religiosi/e, laici/che impegnati con il Sud del mondo:
- di schierarsi dalla parte degli immigrati contro una «politica miope e xenofoba» e che fa «precipitare l’Italia, unico paese occidentale, verso il baratro di leggi razziali», come afferma Famiglia Cristiana.
- di organizzare una processione penitenziale, per chiedere perdono a Dio e ai fratelli migranti per il razzismo, la xenofobia, la caccia al musulmano che, come forza diabolica, sono entrate nel corpo politico di questa Italia.
Per questo noi chiediamo alla Conferenza Episcopale Italiana di chiedere la disobbedienza civile a queste leggi razziste. È quanto ha fatto nel 2006, in situazioni analoghe, il cardinale R. Mahoney di Los Angeles, California, che ha chiesto nell’omelia del mercoledì delle Ceneri a tutti i cattolici americani di servire tutti gli immigrati, anche quelli clandestini.
Per questo noi chiediamo alla Chiesa cattolica in Italia e alle altre Chiese di riprendere l’antica pratica biblica, accolta e praticata anche dalle comunità cristiane di fare del tempio il luogo di rifugio per avere salva la vita, come indicato nel libro dei Numeri 35,10-12. Su questa base biblica negli anni ’80, negli USA, nacque il Sanctuary Movement che oggi viene rilanciato.
Come missionari/e facciamo nostro l’appello degli antropologi italiani: "Quell’antropologia impegnata dalla promessa di ampliare gli orizzonti di ciò che dobbiamo considerare umano deve denunciare il ripiegamento autoritario, razzista, irrazionale e liberticida che sta minando le basi della coesistenza civile nel nostro paese, e che rischia di svuotare dall’interno le garanzie costituzionali erette 60 anni fa, contro il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali. Forse anche allora, in molti pensarono che no si sarebbe osato tanto: oggi abbiamo il dovere di non ripetere quell’errore".
Viviamo un tempo difficile, ma carico di speranza nella misura in cui siamo capaci di mettere in gioco la nostra vita per la Vita.
Promotori dell’appello: Comunità Comboniana - Rione Sanita (Napoli), Alex Zanotelli e Domenico Guarino, Missionari Comboniani-Castelvolturno (Caserta), Casa Rut – Suore Orsoline (Caserta), Casa Zaccheo – Padri Sacramentini (Caserta), Missionarie Comboniane – Torre Annunziata (Napoli). Aderiscono: padre Fernando Zolli (comboniano), Giovani impegno missionario Campania, Nigrizia. Per adesioni cliccare su http://www.nigrizia.it/doc.asp?id=11879&.IDCategoria=108
martedì 31 marzo 2009
Appello al mondo missionario, alla CEI, alle Chiese
Macedonia, il Comune dei Rom
Tra la prigione e il cimitero, Shuto Orizari: l’unico insediamento rom al mondo diventato Comune, con tanto di regolari elezioni per il sindaco, scuole, ospedale, centri religiosi, collegamenti via bus per il centro della vicina Skopje. E infatti “Shutka”, come viene chiamato da tutti, non è un ghetto o un campo nomadi. Ma “un Comune dove la gente sceglie di vivere, e vi si stabilisce perché è libera di seguire la way of life rom in libertà”, come spiega Sheny, giovane rom di 26 anni che lavora come taxista nel centro e frequenta una delle università della capitale della Macedonia.
L’insediamento di Shutka (uno dei più grandi a livello europeo) nasce nel 1963, quando il terremoto che colpì Skopje distrusse, fra l’altro, il vecchio quartiere rom. Oggi il Comune, fondato nel 1996, conta circa 40.000 abitanti e si divide in diversi quartieri che rispecchiano, in miniatura, le divisioni della società macedone: c’è la zona dei rom macedoni, quella dei rom albanesi (con rispettive scuole, dove si tengono lezioni in albanese ed in macedone). Ma camminando per le vie del centro si sentono lingue di tutta Europa, e anche lo stile delle case rispecchia quello dei vari Paesi di provenienza degli abitanti di Shutka. Pluralità che si declina anche sul versante religioso: il 60% delle persone che vivono a Shutka segue i dettami dell’Islam (e infatti, sta per essere completata la costruzione di una grande moschea, che si dice finanziata con donazioni di Amdi Bajram, rom eletto al Parlamento macedone, e fondi provenienti dalla Turchia), il restante un mix di religioni “ereditate” dai Paesi di provenienza.
Molti dei rom di Shutka lavorano nel mercato del centro, il “bazaar”, particolarmente frequentato anche dagli abitanti della vicina Skopje per i bassi prezzi degli articoli. Anche se quello della disoccupazione, come anche quello della bassa scolarità, è uno fra i problemi principali degli abitanti del Comune. Si sussurra che sia il sindaco Erduan Iscini a pagare, di tasca propria, l’elettricità; mentre in estate acqua e luce sono razionate. In certe strade, case modeste e povere fronteggiano eleganti villette con giardino: il livello medio dei rom che abitano a Shutka è basso, ma quelli che hanno fatto fortuna non mancano, e lo testimonia anche l’alto numero di automobili di buona qualità parcheggiate sui marciapiedi del centro. Attaccamento alle radici? Certo. Ma anche consapevolezza che vivere a Shutka, conviene: i costi in genere sono piuttosto contenuti, ci si può permettere qualche lusso in più rispetto ad altre zone intorno a Skopje.
Il prossimo weekend, a Shutka, sarà “election day”: si va al ballottaggio per le presidenziali macedoni, e i cittadini saranno chiamati anche a votare il nuovo sindaco. La carriera politica, in Macedonia, non è preclusa ai rom: oltre ad un parlamentare rom, Amdi Bajram, è stato nominato anche un ministro rom, senza portafoglio, Nezdet Mustafa. E c’è chi guarda con interesse alla vicina Bulgaria, dove il leader del partito di centrodestra GERB e sindaco di Sofia Boyko Borissov ha recentemente dichiarato, in attesa delle elezioni politiche che si terranno entro la fine dell’estate, di stare riflettendo sulla possibilità di creare un Ministero che rappresenti la popolazione rom presente nel Paese. di Greta Sclaunich, vai alla galleria fotografica...
Rimini, il Sindaco risponde ai Sinti
Sono tornati in piazza per chiedere un incontro con le Istituzioni i Sinti riminesi che da anni vivono una situazione di disagio al “campo nomadi” di via Islanda. Sempre le stesse le proteste degli ultimi mesi: la mancata chiusura del campo dove mancano servizi igienici e fognature, gli alti costi per le bollette della luce. In molti cartelli esposti inoltre si fa riferimento alla residenza da 80 anni circa della comunità al comune di Rimini. Sempre la stessa anche la richiesta: la formazione di microaree come stanno portando avanti altre città italiane.
I rapporti tra Sinti e Istituzioni si sono raffreddati ancora di più dopo il sopralluogo del 10 marzo al Campo quando la Polizia e i tecnici dell'Enel avevano verificato la regolarità di allacci di utenze e riscontrato diversi abusi edilizi. La protesta di questa mattina si è conclusa con una stretta di mano, rubata al sindaco Alberto Ravaioli mentre usciva dal Municipio.
"Il Sindaco ha detto che il campo nomadi di Rimini non va chiuso - ha detto Davide Gerardi, esponente Associazione culturale Sucar Mero - Alla richiesta di una motivazione mi ha risposto di fare domanda per le case popolari. Mi ha inoltre detto di fare richiesta alla sua segretaria per un incontro. Speriamo che possa andar a buon fine ma dalle parole che mi ha detto credo proprio di no".
Nel pomeriggio é arrivata in risposta un'articolata dichiarazione del sindaco Ravaioli:
“Ritengo utile precisare la posizione dell’Amministrazione Comunale in merito alla situazione del campo nomadi non autorizzato di via Islanda, sul quale- noto- si sta facendo troppa propaganda disinformata. Innanzitutto vanno distinti i problemi. Quello è da oltre vent’anni a tutti gli effetti uno spazio occupato dalla comunità nomade Sinti. All’inizio- e si sta parlando di fine anni Ottanta- si doveva trattare di una soluzione temporanea. Il suo protrarsi nel tempo è diventato problema difficilmente gestibile nell’ultimo biennio allorché si sono avute decine di nuovi ingressi di persone di origine rumena fuori da ogni controllo e di fatto ‘tollerate’ dagli abitanti del campo. Tale inedita situazione- aggravata dal fatto che per lungo tempo la comunità Sinti aveva interrotto ogni rapporto con le Associazioni di volontariato e le Istituzioni riminesi- è divenuta recentemente oggetto di valutazione e quindi di corretto intervento da parte del Comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza. Bisogna essere molto chiari su questo: il Comune di Rimini non ha alcuna preclusione al dialogo ma a condizioni chiare.
La prima è che quello spazio possa ‘ingrossarsi’ disordinatamente di presenze che non hanno nulla a che fare con la popolazione italiana lì stanziata da anni. E’ una questione della quale si deve fare garante la stessa comunità.
La seconda è che i percorsi per l’integrazione non possono seguire corsie privilegiate, altrimenti diventano essi stessi motivi di discriminazione per altre categorie. Quindi per l’accesso alla casa o per il fondo affitti, questi cittadini possono e devono fare domanda nelle graduatorie specifiche, così come accade per ogni altro cittadino.
Per quanto riguarda la questione delle aree dedicate, considero la strada più efficace (anche per evitare soluzioni pasticciate e ipocritamente ‘temporanee’ come quella di via Islanda) che la questione sia posta all’interno della pianificazione urbanistica in essere del Piano Strutturale Comunale, avendo come indicazione precisa l’individuazione di uno spazio esclusivamente per la sosta di periodi temporali circoscritti”. di NewsRimini
Roma, questa mattina scatta il secondo censimento a Castel Romano
“Piano nomadi”, si va avanti a piccoli passi. Il regolamento varato dal Prefetto 40 giorni fa per ora resta inattuato. Il Casilino 900 resta lì dov’è da 10 anni. Questa mattina è previsto il censimento dei rom nel campo di Castel Romano, sulla Pontina, dopo quello effettuato dalla Croce Rossa Italiana. Il più grande di Roma, con circa 700 Rom, in maggioranza croati e bosniaci. A condurre le operazioni di identificazione e controllare i permessi di soggiorno saranno le forze dell’ordine Fra i rom dell’insediamento c’è tensione. «Ci hanno avvisato e chiesto di collaborare, e siamo d’accordo» afferma il presidente dell’Unione nazionale internazionale rom Sinti in Italia (Unirsi) Kasim Cizmic: «Basta che tutto venga fatto senza aggressività e senza portare le persone via dal campo, come le altre volte».
Motivo dell’allontanamento, - Cizmic non lo dice, - i documenti non in ordine o addirittura inesistenti. C’è chi teme i controlli. Come Fikret, 50 anni: «Ho il permesso di soggiorno e pago i contributi perché lavoro come artigiano - dice - ma mia moglie non ce l’ha perché non ha trovato lavoro qui in Italia. Abbiamo due figlie e ho paura che domani mi portino via mia moglie».
C’è invece chi alle prime luci dell’alba probabilmente si darà alla macchia. Come un amico di Fikret: «Io non ce l’ho il permesso di soggiorno, noi siamo bosniaci e non possiamo tornare nell’ex Jugoslavia, perché è stata occupata dai serbi che non ci vogliono. Non so se domani mi farò trovare» dice.
Sui campi rom resta in piedi, però, la domanda più importante. A quando lo sgombero di Casilino 900? «Niente servizi sanitari nè igienici, niente luce, per acqua solo quella di una cisterna in mezzo alla strada» ha detto ieri da Auschwitz Vera Salom, presidente dell’Aned, associazione nazionale esuli deportati: «Assomiglia a un lager». Parole dure. «Ma la signora Salom ha ragione - concorda Fabrizio Santori, presidente della commissione capitolina sicurezza -. Dentro Casilino 900 non c’è acqua, servizi igienici, elettricità, nulla. Noi abbiamo ereditato questa situazione dalla precedente amministrazione, stiamo facendo il possibile. Ma sono problemi che richiedono tempo».
Casilino 900 è il primo campo da sgomberare, nei piani dell’amministrazione. «Al massimo entro la fine dell’anno», ha assicurato Alemanno. Il campo va cancellato. E’ una priorità assoluta. In teoria non ci sono problemi. I rom sono d’accordo. Sono i primi a chiedere di abbandonare quell’accozzaglia di baracche e fango. Ma per andare dove?
La risposta non è facile. Forse ha ragione Luigi Camilloni, presidente dell’Osservatorio sociale: «Facciamo un referendum prima, vediamo dove la gente li vuole». Per il momento Casilino 900 resta lì. Per quanto ancora? Occorre attuare prima il nuovo regolamento per i campi regolari. Quello denominato «Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nel Lazio», firmato dal Prefetto Pecoraro il 18 febbraio. E rimasto finora lettera morta. La permanenza prevista nelle aree può essere di 2 anni e prorogata fino a 6 nel caso si debba «completare l’integrazione socio-educativa». Ma c’è chi non è d’accordo. «Chiederemo al Prefetto di limitare la proroga a un solo anno» annunciano Santori e il consigliere comunale Ludovico Todini.
Sui campi abusivi si va intanto avanti a piccoli passi. Sgomberi di micro-insediamenti, poche roulotte alla volta. Ma spesso i Rom fanno qualche chilometro e si attendano di nuovo. Sono ben 20 i nuovi micro-insediamenti sorti in città negli ultimi mesi. Il più grosso accanto al campo semi-abusivo de La Martora, a Collie Aniene. L’assessore Sveva Belviso giorni fa si è rivolta al Prefetto: «Bisogna che le roulotte abusive vengano scortate fuori dalla provincia di Roma». di Marcello Viaggio
Grande Fratello 9, Ferdi è "spinto" dagli autori?
Rilanciamo la cronaca dell’ultima puntata del Grande Fratello 9, andata in onda ieri sera, che sta entrando nel vivo, dopo undici settimane. Sembra che Ferdi (in foto) sia la persona su cui il Grande Fratello stia puntando per la vittoria finale. Di seguito la lettura critica di un blogger che ieri sera è stato alzato fino a tardi…
La Marcuzzi, esagitata come al solito, entra in scena, chiude il televoto ed annuncia subito che Gerry stasera avrà l’opportunità di rientrare in Casa per confrontarsi con Siria e “per capire se potrà perdonarla” (?). Come se fosse colpa di Siria se Gerry non è riuscito nemmeno a battere Pastamatic Marcello. Imprevisto sketch con la Gialappas, che si collega per pubblicizzare il passaggio di ‘Mai Dire GF’ su Canale 5. “Guardateci, perché noi facciam vedere le cose vere, non le cose false che fate vedere voi” riescono a buttare lì i Gialappi nell’imbarazzo generale.
Si parla ora degli ultimi, tumultuosi avvenimenti della Casa. “Datemi una leva e solleverò il mondo”, affermava Archimede. Allo stesso modo il GF, facendo astutamente leva su un piccolo ma doloroso punto (le gelosie tra alcuni inquilini), questa settimana ha trasformato la Casa in una polveriera. Lunedì scorso, infatti, gli autori han spedito Alberto e Francesca nel Tugurio, col risultato di scatenare un putiferio che si protrae da sei giorni. In breve (e qui parte la sigla di Beautiful), Ferdi è geloso di Francesca perché pensa le piaccia Alberto, fidanzato di Vanessa, la quale si sfoga con gli altri inquilini sollevando dubbi su Francesca, che intanto in Tugurio parla con Alberto, il quale tornato in Casa consiglia a Vanessa di dialogare con Francesca, che dubita della sincerità di Vanessa, che si confida con Vittorio e Gianluca, il quale a sua volta parla con Francesca, che intanto inciucia con Cristina e Siria, che discute con Alberto, che difende Vanessa, che alla fine affronta Francesca. Vanessa chiede scusa con l’entusiasmo d’una mummia egizia, ma ormai la frittata è fatta. Ah, se non avete capito niente, non crucciatevi: non ho capito niente neanch’io.
Mostrano un video ai ragazzi, con l’ovvio intento di farli litigare. Francesca e Vanessa strepitano ed arruffano le penne, Ferdi ci casca con tutte le scarpe e carica contro Alberto. Mh. Vogliono far passare Ferdi per la vittima della situazione, ma non mi convincono. A me pare vittima più di sè stesso che degli altri. Con Francesca si è dimostrato geloso ai limiti del paranoico, ed ha sempre timore che la gente parli di lui. Mi sembra un personaggio untuoso, che ha paura della sua stessa ombra, che cambia opinione a seconda di chi gli sta davanti e che se la fa sotto quando vede che le cose girano male. Francesca, comunque, non fa molto per aiutarlo: prima gli dice che corre troppo, poi quando lui si ferma lei gli chiede perché s’è allontanato. Non le sta bene che lui la tampini, ma neppure che lui le stia lontano. A quanto pare desidera solo che il rom rimanga genericamente “a sua disposizione”… uno schiavetto, insomma, pronto a leccarle la mano ed a soddisfare ogni suo capriccio. Si, ok, diamogli un osso e poi mettiamogli il collare, visto che ci siamo. di Paul S., continua a leggere…
lunedì 30 marzo 2009
Angelica ed il coraggio del dubbio
“Non ci siamo mai innamorati di quella leggenda popolare che guarda ai rom come ai ladri dei bambini, se questo è il sospetto. Anzi, eravamo così coscienti del rischio di avallare un tale pregiudizio, che abbiamo messo in campo una cautela estrema, il massimo equilibrio, indagini svolte in ogni direzione. Volte persino a capire se vi fossero preconcetti razziali nella famiglia della signora Flora Martinelli, la madre da cui proveniva l'accusa”. Così Luciana Izzo, Procuratore Capo per i minori di Napoli su “Repubblica” del 14 marzo 2009, nell’articolo titolato: “Ecco perché Angelica è colpevole”.
Scrive la giornalista Conchita Sannino: “Voce bassa, il tono sereno di chi è allenato a distinguere i fatti giudiziariamente accertati dalle rispettabili opinioni di chi coltiva il coraggio del dubbio… Luciana Izzo, è una donna schiva e un magistrato che parla solo attraverso gli atti”.
Ecco quali potrebbero essere i fatti giudiziariamente accertati.
E’ una sera di maggio. Angelica si trova davanti alla casa dei Martinelli, una palazzina di tre piani. La quindicenne solo qualche giorno prima è stata arrestata per un tentativo di furto, proprio lì vicino. In quella occasione è stata malmenata dalla folla e solo il pronto intervento della Polizia l’ha salvata. E’ sola. Probabilmente non conosce nessuno degli abitanti di quella casa, sicuramente nessuno di loro conosce lei. Si trova davanti ad un cancello in ferro battuto, distrattamente lasciato aperto. Entra, percorre un breve tratto del piazzale, raggiunge il portone d’ingresso distrattamente lasciato aperto. Entra, sale al primo piano, ma non si ferma. Sale al secondo piano. Trova una porta. Non è una porta qualsiasi: sembra blindata e sicuramente ha una serratura di sicurezza, con cinque cilindretti di acciaio che non aspettano altro che andarsi ad incanalare nell’altra parte della serratura, con un semplice giro di chiave.
Ma la porta è distrattamente lasciata aperta. Entra e si trova subito nell’ampio salone: la prima cosa che nota è la presenza della piccola nel suo seggiolone. Agisce d’impeto ed in pochi secondi materializza l’agghiacciante tentativo di sequestro: il suo “piano” è semplicissimo, consiste nel prendere la bambina, allontanarsi dalla casa, uscire per strada, schivare le decine di persone che potrebbero incontrarla e recarsi al campo nomadi percorrendo circa due chilometri a piedi, sempre con la bambina in braccio. Il movente è ancora più chiaro: venderla in Romania, lì pagare bene i bambini – lo confesserà lei stessa all’incredulo Ispettore Sergio S. - Così si avvicina, sorride alla piccola che contraccambia il suo sorriso, la prende in braccio e lentamente, ma molto lentamente, ritorna indietro sui suoi passi per poi fermarsi, quasi immobile, sull’uscio della casa appena varcata la soglia. A questo punto, quasi per miracolo, la mamma della piccola, che si trovava nella stanza da letto per riporre alcuni panni del bucato, entra nel salone. La prima cosa che vede è la porta di casa aperta. Si avvicina per chiuderla, meccanicamente sbircia di fuori e vede la sua bambina in braccio ad una zingara. Solo un attimo di smarrimento, riesce a strapparle la figlia, che adesso non sorride più alla sua rapitrice e comincia a piangere. La prende e la posa per terra, presumibilmente sul freddo pavimento del pianerottolo.
Comincia ad urlare. Nonno Ciro, che abita al piano di sotto, esce subito di casa e si trova davanti la piccola zingara, le molla un paio di schiaffoni ma nonostante la stazza (o forse proprio per questo) gli scappa via dalle mani, incredibilmente, per quella scala stretta che non ha altre vie di fuga. Escono tutti. Angelica che fino ad adesso si è mossa al rallentatore prende a scappare velocissima. La rincorrono per circa un isolato, ma non ce la fanno a prenderla, viene bloccata dalla “folla inferocita” richiamata dalle grida. Fortunatamente qualcuno ha chiamato la Polizia, ed ancora oggi a Napoli non si spiegano come mai solo quando si tratta di “zingari” le Forze dell’Ordine arrivano subito.
Continua il Procuratore Capo: “Io stessa, sulle prime, non ci credevo” - come darle torto? - “E, provenendo da trent'anni di uffici giudiziari, minorili e ordinari, a Bologna, a contatto con una vasta comunità di rom, sapevo quanto fosse diffusa e ingiusta la "credenza" popolare che teme i rumeni. Coltivavo la convinzione che quel popolo avesse un radicato senso della famiglia, sebbene molto allargato. Ragiono a posteriori: forse è cambiato qualcosa, forse i bambini sono visti oggi più come strumento di arricchimento che non di ricchezza familiare”.
E come sarebbe? Ragionandoci sopra forse il pregiudizio ha una sua fondatezza? E questo ragionamento potrebbe, in un qualche modo, influire sulla valutazione complessiva della vicenda di Angelica? Quindi può essere che oggi gli zingari rubano i bambini esattamente come sostiene la credenza popolare? E quale interesse potrebbe avere, non una quindicenne ma una qualsiasi organizzazione criminale a “rubare” una bambina Italiana per portarla in Romania dove, purtroppo, ce ne sono a centinaia completamente abbandonati? Angelica stessa non è “giudiziariamente” una minore non accompagnata? E se Angelica considerasse sua figlia uno strumento di arricchimento e non di ricchezza familiare, per quale motivo se ne sarebbe dolorosamente separata, lasciandola a casa con i nonni, per venire in Italia in cerca di migliori condizioni di vita?
E se diamo conto ai “pregiudizi” non è forse un luogo comune a Napoli mettere sempre in mezzo la camorra? Miguel Mora, domenica 1 febbraio, scrive sopra “El Pais” che ad Angelica è come se le avessero avvelenato l’anima facendole bere un micidiale cocktail “elaborado con ingredientes de la peor marca. Degradación y miseria, racismo y demagogia, crimen organizado y especulación urbanística”.
Ma non è questione di pregiudizi ed, infatti, il Procuratore Capo conclude: “Ebbene, siamo di fronte ad un fatto unico”. Senza dubbio… siamo di fronte ad un fatto unico. Ritornando a leggere, infatti, apprendiamo: “Se l'imputata si chiami davvero Angelica V. oppure Maria D. nessuno può dirlo”.
Ma come… questa “sposa bambina” che si aggirava “invisibile” caritando per le vie di Napoli, non ha ancora un nome? Quando uno pensa ad un processo indiziario per sequestro di persona a carico di una minorenne straniera, Cittadina Europea, durato circa otto mesi, inevitabilmente, si immagina una cosa complicatissima: fascicoli sopra fascicoli, testimonianze, confronti, riscontri, sopralluoghi, perizie tecniche intese ad accertare la dinamica dei fatti, analisi dei possibili moventi per verificarne la concretezza, lettere fra Consolati, traduzioni di documenti al fine garantire la perfetta conoscenza delle imputazioni alla minore in un Paese straniero, indagini a 360° magari anche per stabilire se sussista una relazione fra i fatti contestati e quelli immediatamente susseguitisi, senza dimenticare l’interesse superiore del minore, sancito dall’art. 3 della Convenzione dei Diritti del Fanciullo, sottoscritta New York il 20 novembre 1989, che a nostro avviso essendo la Romania in Europa e non dall’altra parte del mondo, non può prescindere dalla individuazione di criteri certi di riferimento per valutarne la personalità nell’ambito del contesto di appartenenza… come a dire una montagna di carte, atti che da soli dovrebbero togliere spazio alle parole e cercare, per quanto possibile, di chiarire ogni dubbio.
Se la realtà processuale, dopo otto lunghi mesi vissuti da Angelica a Nisida, da una lato riesce ad attestare la presunta colpevolezza, tutto sommato soltanto sulla base di un “racconto” che oggettivamente suscita molte perplessità, su una “frase” capita o più probabilmente detta male e sulla mancata “collaborazione” dell’imputata, ma allo stesso tempo non chiarisce nessuna delle questioni evidenziate non riuscendo a dare nessuna prova certa sulla colpevolezza ed arrivando all’assurdo di condannare la minore di età, che si è sempre detta innocente, senza avere certezza neanche del suo vero nome… non è che poi ci vuole molto a “coltivare il coraggio del dubbio”. Viene proprio spontaneo. di Gruppo EveryOne. Leggi anche Nisida, Nisida… così vicina così lontana, parte uno e parte due.
Rimini, i Sinti manifestano
Oggi l’associazione Sucar Mero ha indetto una manifestazione davanti alla sede dell’amministrazione comunale, in Piazza Cavour, dalle ore 13.00 alle ore 16.00. Alla manifestazione participeranno Davide Gabrieli, Presidente di Sucar Drom e Bernardino Torsi, Vice Presidente di Sucar Drom. Di seguito il testo del volantino che sarà distribuito durante la manifestazione
Oggi siamo qui per far conoscere alcuni dei problemi che i Cittadini italiani vivono nel cosiddetto “campo nomadi” di via Islanda perché da decenni chiediamo delle soluzioni a questi problemi ma ancora oggi non abbiamo avuto risposte serie dalle Istituzioni.
Siamo stanchi di essere trattati come prigionieri di un lager! Nel “campo nomadi” di via Islanda manca tutto: servizi igienici, fognature, impianto elettrico, impianto idrico… Non mancano topi, zecche, odori maleodoranti… E da alcuni mesi il costo dell’energia elettrica è diventato insostenibile. Esempio: 1 solo kw di energia elettrica ogni quindici/venti giorni costa circa euro 150,00.
Quali sono le risposte delle Istituzioni?
1) I Vigili urbani hanno denunciato per abuso edilizio una signora anziana perché alcuni volontari gli hanno costruito una piccola tettoia mobile per impedire all’acqua piovana di entrare nella sua vecchia roulotte con il tetto bucato;
2) I Vigili Urbani hanno denunciato per abuso edilizio una famiglia perché sotto i cavalletti della casa mobile ha posizionato dei prismi di cemento (50 cm x 40 cm) per impedire agli stessi cavalletti di affondare nell’asfalto rovente durante l’estate;
3) I Vigili Urbani hanno denunciato per abuso edilizio alcuni volontari che hanno costruito una piccola struttura mobile da utilizzare come luogo di culto per le famiglie Cristiane evangeliche.
Inoltre, sembra che la Guardia di Finanza voglia sequestrare le vecchie roulotte, utilizzate come casa da alcune famiglie povere, perché sprovviste di documenti. Queste roulotte sono state acquistate alcuni anni fa dalle stesse famiglie per pochi euro da un camping che ha ristrutturato le proprie strutture.
Da due anni abbiamo formato l’associazione Sucar Mero per costruire insieme alle Istituzioni dei percorsi di interazione nel lavoro, nella scuola, nell’abitare ma ne il Sindaco, ne gli Assessori, ne il Prefetto vogliono ascoltarci. Eppure le soluzioni che proponiamo sono adottate a Reggio Emilia, Bologna, Modena…
Nonostante siamo riminesi da più di ottonat’anni, siamo ancora discriminati, tanto da dover nascondere la nostra appartenenza alla minoranza storica linguistica dei Sinti italiani.
Adesso diciamo basta! Siamo stanchi di pagare le inefficienze, siamo stanchi di sentire promesse che non sono mai mantenute e siamo stanchi di essere discriminati.
Chiediamo un incontro con le Istituzioni per costituire un tavolo di lavoro permanente dove discutere e realizzare insieme soluzioni serie che sappiano risolvere i problemi che viviamo da decenni, così come sta succedendo in tutta la nostra Regione.
Milano, continuano a litigare...
L'uno, ossia il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati (in foto), punta il dito perchè, secondo lui, "il Prefetto di Milano viene sistemticamente scavalcato"; l'altro, il vicesindaco Riccardo De Corato, rigira l'accusa, sicuro che "Penati straparla e farebbe meglio a informarsi". Il motivo della discordia sono i dieci milioni di euro stanziati dal ministero dell'Interno per i campi rom milanesi. Risorse che, secondo il presidente di Provincia, dovevano passare per il Prefetto che "da qualche mese è stato nominato commissario straordinario al contrasto dell'emergenza nomadi ma che, invece, viene sistematicamente scavalcato dagli stessi che l'hanno nominato, dal ministro Maroni al vicesindaco De Corato. A questo punto mi chiedo perchè non si dimetta".
Chiamato in causa, De Corato fa presente che "i dieci milioni di euro stanziati dal ministero passano attraverso il commissario per l'emergenza nomadi in Lombardia, che non merita questi continui attacchi strumentali a fini puramente elettoralistici". In più, il vicesindaco ha voluto spiegare che i soldi "non sono per i rom, ma per la loro rotazione nei campi autorizzati, come avviene in Svizzera. Questo significa la messa in sicurezza delle aree. Penati - ha aggiunto - che è veltronianamente pro e contro i nomadi, anche se a giorni alterni, si legga bene il nuovo regolamento stilato dal commissario per l'emergenza nomadi in Lombardia. Lì c'è scritto che le aree di sosta sono transitorie. E la pianti di tirare in ballo il Prefetto a scopi elettorali".
Sulle strade dei Rom rumeni
Nella strada Judetul Gorj del paese di Tintareni, dintorni di Craiova in Romania, vivono solo rom. Sono 600, ovvero il 10% dei 6mila abitanti: il resto sono romeni, abitano lontano da Judetul Gorj e mai ci mettono piede. Lo stesso succede in alcuni quartieri periferici di Bals, cittadina a mezz’ora da Tintareni. O nella vicina Salcuta (in foto). Lunghe strade, più che quartieri, sui cui lati sono disposte, una in fila all’altra, le case delle famiglie rom.
Case, non campi. Perchè in Romania, dove i rom sono il almeno due milioni dei 20 milioni di cittadini totali, vivono tutti in case. Chi le ha povere, austere, o dignitose. Chi di lusso, a più piani, perchè ha fatto fortuna all’estero. Magari in Italia, dove è passato (o passa ancora, in un andirivieni constante) per i campi rom di Milano, Roma, Napoli, o in provincia. La maggior parte dei rom di Tintareni, Bals, Salcuta, sono passati dall’Italia, e hanno almeno un parente che ci vive in questo momento.
Vita, seguendo le orme di un progetto della Fondazione Casa della carità di inserimento lavorativo di rom in un’azienda romena (la prima esperienza del genere), è stata sulle “vie dei rom romeni”, è entrata nelle loro case, ha bevuto una qafa (il loro caffè) dopo l’altra, si sono fatti raccontare le loro storie. I loro perchè, compresi quelli che, da noi, si chiedono in molti: perchè venite in Italia? Perchè arrivate a vivere in campi fatiscenti, in baracche di lamiere, in cascine pericolanti, ai limiti della sopravvivenza?
Questi e altri sono i perchè, che loro hanno raccontato a Vita, che sono stati ritratti nei volti di donne, uomini, anziani e bambini, alcuni dei quali li vedete nella galleria fotografica (le foto sono di Annalisa Guglielmino, Paolo Proserpio e Daniele Biella). Leggi il reportage…
sabato 28 marzo 2009
Rom e Sinti nella letteratura/6 - IL ROMANTICISMO
Nel 1824, Aleksander Pushkin, più grande poeta russo di tutti i tempi ed esponente del movimento romantico, realizza il sogno di tanti intellettuali suoi contemporanei aggregandosi per un certo tempo ad una carovana di Rom-Sinti; compone il poema Tsygany (Gli Zingari), descrivendo la vita nell’accampamento come la risposta al desiderio di un mondo migliore:
Gli zingari in chiassosa folla / vagano per la Bessarabia / oggi sul fiume / nelle lacere tende pernottano, / come la libertà giocondo è il loro giaciglio […]
E più avanti, quando Zemfira, uno dei personaggi principali, presenta al padre l’ospite Aleko, trovato nel deserto e perseguitato dalla giustizia, il vecchio lo accoglie:
Rimani fino al mattino / all’ombra della nostra tenda / o sta’ con noi anche più a lungo, / come vorrai. Son pronto / a dividere teco pane e tetto. / Sii dei nostri, avvezzati alla nostra sorte / alla errante povertà e libertà; / e domani coll’aurora / nello stesso carro partiremo; / scegli il mestiere che ti piace; / batti il ferro o canta canzoni / e gira i villaggi coll’orso.
Nel 1832, anche Victor Hugo da vita ad un personaggio appartenente al mondo dei Rom-Sinti: è la volta di Esmeralda, la bella giovane di Notre Dame de Paris, che ricorda per molti aspetti Carmen, gitana e ugualmente intrigante, vivace, sensuale; e al fianco della danzatrice dal fascino misterioso, Hugo pone tutta una serie di altri personaggi, gli appartenenti alla Corte dei Miracoli, falsi mendicanti, truffatori, vagabondi, al cui vertice sta Clopin Trouillefour, naturalmente Rom-Sinto. La Francia del romanzo è quella del XV secolo, è la Francia che assiste all’arrivo dei primi gruppi Rom-Sinti, e ad esso reagisce; attraverso la penna di Hugo, quindi, convivono nell’opera sia le romanticherie, aspetti di due epoche: le immagini artistiche e sentimentali dell’Ottocento (Esmeralda è il prototipo di donna Rom-Sinta, quale se la immaginano i Romantici e quale, in certi contesti, è rimasta ancora a lungo: ammaliatrice, capace di incantare e rendere schiavo del suo amore chiunque senta il suo canto o assista alla sua danza, bella e misteriosa), e gli antichi pregiudizi dei secoli precedenti - dietro le doti seduttrici di Esmeralda non può che nascondersi qualche sortilegio, la giovane viene quindi accusata di stregoneria e condannata al rogo.
venerdì 27 marzo 2009
L'Italia che dorme
Nello spazio web RomSinti@Politica, gestito da Nazzareno Guarnieri (in foto) è stato pubblicato oggi un post con una breve riflessione e alcune domande. Questo post si riallaccia a quanto ha dichiarato il Ministro Maroni a Novara, durante il Convegno su amministratori locali e sicurezza organizzato dall'Anci.
La riflessione e le domande sono rivolte a tutti i Cittadini italiani che hanno votato l’attuale maggioranza di centro-destra o che vedono positivamente quanto questo Governo sta facendo a “favore” dei Rom e dei Sinti che vivono a Milano, Roma e Napoli.
In sintesi Nazzareno Guarnieri si chiede il perché questo Governo ha promesso agli italiani, in campagna elettorale, lo smantellamento dei “campi nomadi” e oggi, dopo aver adottato una legislazione speciale, propone la costruzione di “campi nomadi”. Aggiungendo che questa politica costerà agli italiani 43 milioni di euro.
Noi di sucardrom condividiamo quanto scritto da Nazzareno Guarnieri e invitiamo i lettori a rispondere alle domande poste. Leggi e rispondi alle domande…
mercoledì 25 marzo 2009
Novara, Maroni: «Investire ancora di più nella figura del sindaco come titolare della sicurezza sul territorio»
Il ministro dell'Interno è intervenuto a Novara al Convegno su amministratori locali e sicurezza organizzato dall'Anci. Il ministro ha accolto con favore la proposta avanzata dagli amministratori locali tramite il vicepresidente Anci e sindaco di Torino Sergio Chiamparino, sulla creazione di un Servizio centrale per la sicurezza urbana gestito dall'Anci e dal ministero dell'Interno. Una proposta positiva, secondo il ministro, non solo ai fini di una migliore gestione delle risorse, ma anche per monitorare l'azione dei Comuni in questo delicato settore.
Grande apertura agli amministratori locali, insomma, da parte del ministro dell'Interno, che ha dichiarato di essere disposto ad «investire ancora di più nella figura del sindaco come titolare della sicurezza sul territorio».
Tema emergente del convegno è stato il nuovo modello di governo locale che si è andato delineando dopo l'entrata in vigore, il 5 agosto scorso, del decreto legge n.92/2008 che ha ampliato i poteri dei sindaci in materia di sicurezza urbana. Sul tema l'Anci ha condotto un'indagine, presentata oggi al Convegno, che ne analizza le dimensioni in base ai risultati, in termini di quantità e qualità delle ordinanze adottate fino ad oggi, ed alle problematiche emersi dopo l'intervento normativo.
Il ministro Maroni ha toccato diversi aspetti legati al tema del convegno, tra cui il collegamento tra poteri dei sindaci e concetto di 'sicurezza partecipata', a cui si ispira la previsione di associazioni di volontari per la sicurezza del territorio, e la riforma delle polizie locali, vista con favore perché migliorerebbe lo scambio delle informazioni tra forze di Polizia e l'efficacia della loro azione.
Maroni ha anche affrontato il tema dell'intervento nei “campi nomadi”, parlando delle strategie messe in atto per superare l'emergenza del luglio scorso.
«Abbiamo già realizzato la prima fase del censimento, ora stiamo realizzando la seconda fase con un intervento di carattere sanitario» ha detto il ministro descrivendo il modello di campo a cui si sta lavorando, da 'esportare' una volta testato: «un campo attrezzato con acqua potabile ed energia elettrica, una sorta di 'condominio orizzontale'. Questo modello sarà messo a disposizione di tutte le regioni che lo vorranno».
Un quadro europeo per promuovere il microcredito
Nell'UE vi è una domanda potenziale significativa per il microcredito «che non è ancora stata soddisfatta». E' quanto afferma la relazione di Zsolt Becsey (PPE/DE, HU) che, approvata con 574 voti favorevoli, 23 contrari e 12 astensioni, chiede alla Commissione di presentare una o più proposte legislative in materia sulla base di raccomandazioni particolareggiate. Anche perché l’attuale crisi finanziaria e le sue possibili ripercussioni sull’economia nel suo insieme «mostrano gli inconvenienti dei prodotti finanziari complessi» e la necessità di esaminare vie «per migliorare l’efficienza e porre in essere ogni possibile canale di finanziamento quando le imprese hanno un accesso ridotto al capitale causato dalla crisi di liquidità».
La Commissione definisce attualmente come microcredito un prestito di importo pari o inferiore a 25.000 euro, mentre la raccomandazione 2003/361/CE stabilisce che una microimpresa è un’impresa che occupa meno di 10 persone e realizza un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiori a 2.000.000 di euro. Per i deputati, queste definizioni «non sembrano pertinenti per tutti i mercati nazionali e non consentono di stabilire una chiara distinzione tra microcrediti e microprestiti alle microimprese, microcredito per i mutuatari non bancabili e microcredito per le microimprese bancabili».
Finanziamento UE, soprattutto ai più svantaggiati. Il Parlamento suggerisce il finanziamento o cofinanziamento di una serie di progetti, purché lo scopo specifico sia di promuovere la disponibilità di microcredito per tutte le persone e le imprese che non abbiano accesso diretto al credito, quali gruppi bersaglio svantaggiati (comunità rom, immigrati, persone che vivono in aree rurali svantaggiate, persone che si trovano in situazioni di lavoro precario e donne).
Questi progetti, più in particolare, dovrebbero riguardare il rilascio di garanzie per gli erogatori di microcredito da parte di fondi nazionali o dell’UE, la prestazione di servizi aggiuntivi per i beneficiari di microcredito che includa una formazione mirata obbligatoria finanziata mediante i Fondi strutturali e lo scambio delle migliori pratiche di gestione. I progetti potrebbero anche consistere nella creazione di un sito web in cui i potenziali beneficiari di microcredito possano presentare i propri progetti a coloro che sono disposti a prestare denaro per sostenerli e di un database comunitario che includa le informazioni creditizie sia positive che negative riguardanti i beneficiari di microcredito.
Al fine di evitare sovrapposizioni, i deputati precisano che la Commissione dovrebbe designare un'unica entità di coordinamento che riunisca tutte le attività finanziarie UE connesse al microcredito e finanziare o cofinanziare solo i progetti associati al mantenimento dei diritti di sicurezza sociale quali l'assegno di disoccupazione e l'aiuto al reddito.
Un quadro comunitario armonizzato per gli istituti microfinanziari non bancari. Il Parlamento suggerisce alla Commissione di proporre atti legislativi che forniscano un quadro a livello europeo per gli istituti microfinanziari (MFI) bancari e non bancari. Per quanto riguarda questi ultimi, il quadro dovrebbe includere una chiara definizione di erogatori di microcredito, «che stabilisca che questi non accettano depositi e non si possono pertanto considerare istituzioni finanziarie ai sensi della direttiva sui requisiti di capitale», la capacità di condurre esclusivamente attività di erogazione di credito e di concedere nuovamente crediti, nonché regole armonizzate e basate su criteri di rischio per quanto concerne l'autorizzazione, la registrazione, la comunicazione di informazioni e la vigilanza prudenziale.
Le norme antiriciclaggio non ostacolino i microcrediti a chi è senza carta d'identità. Per i deputati, in sede di revisione della direttiva relativa alla prevenzione dell'uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo (2005/60/CE), la Commissione dovrebbe assicurare che le disposizioni ivi contenute «non siano d'ostacolo nell'accesso al microcredito a quelle persone che non dispongano di un indirizzo permanente o di documenti d'identità personali». Occorrerebbe quindi prevedere «una deroga speciale alle disposizioni riguardanti gli obblighi di diligenza nei confronti della clientela».
Regole di concorrenza più adeguate. Il Parlamento chiede alla Commissione di prevedere, in sede di revisione delle norme sugli aiuti "de minimis", la differenziazione dei limiti degli aiuti "de minimis" fra uno Stato membro e l'altro allorché si tratta di supporto finanziario per gli erogatori di microcredito, l'abolizione della discriminazione nella concessione di aiuti "de minimis" alle imprese del settore agricolo, se l'aiuto viene concesso nel quadro del microcredito, nonché la riduzione degli oneri amministrativi se l'aiuto viene concesso nel quadro del microcredito.
Dovrebbe inoltre sancire in diritto che il ruolo svolto dagli erogatori di microcredito non bancari, e se del caso il sostegno pubblico che tali istituzioni ricevono, «sono in linea con le regole comunitarie di concorrenza» e applicare norme che consentano un trattamento preferenziale ai beni e servizi forniti dai beneficiari di microcredito nelle procedure pubbliche di appalto.
Sensibilizzazione in materia di microcredito. Il Parlamento chiede alla Commissione di prevedere l'introduzione del concetto di microcredito nelle statistiche e nella legislazione attinenti alle istituzioni finanziarie, elaborare una strategia di comunicazione allo scopo di promuovere il lavoro autonomo come alternativa al salariato, «in particolare come modo di sfuggire alla disoccupazione per le categorie svantaggiate di destinatari» e vagliare, alla luce della recente crisi dei subprime, i vantaggi e gli svantaggi delle forme dirette di microcredito rispetto agli strumenti di credito cartolarizzato. Infine, gli Stati membri dovrebbero poter applicare un meccanismo capace di «escludere tassi d’interesse eccezionalmente elevati».
Partecipa anche tu alla costruzione dell’Almanacco Clandestino di Carta
Sorpresa! Nell’uovo di Pasqua l’Almanacco Clandestino di Carta. Il 10 aprile, il venerdì prima di Pasqua, uscirà un numero di Carta molto speciale, che resterà per due settimane: 100 pagine, tema monografico di grande urgenza, ovvero i migranti, i rom, il razzismo e chi e come cerca di arginarlo nel precipitare della Grande Crisi.
Sarà non solo una buona lettura – e per esempio sarà pubblicato un grande racconto di Marco Aime, uno dei migliori antropologi italiani, intitolato «La capanna delle libertà» e un intervento del sociologo Adel Jabar – ma anche un vademecum, e un manuale, sulla miriade di associazioni antirazziste e organizzazioni di migranti.
Carta pubblicherà dunque un grande censimento – certo non esaustivo – che segnala però la presenza di «anticorpi sociali» importanti e in continuo cambiamento, che faticano a coordinarsi e sostenersi. Per questo si stanno raccogliendo indirizzi di associazioni, gruppi, ambulatori, cooperative, luoghi di aggregazione, reti… di migranti, di rom e non solo.
Chi volesse inviare indirizzi può scrivere a carta@carta.org entro il 30 marzo. Le informazioni che stiamo raccogliendo, in sintesi, sono: nome del soggetto sociale, indirizzo civico e città, riferimento telefonico e web [sito e email], principale settore di intervento [sintetizzabile in pochissime singole parole, ad esempio, “assistenza legale”, “scuola di italiano”…], eventuali segnalazioni [brevissime] particolari.
Federalismo fiscale, il mio no in nome della Costituzione
Pubblichiamo il testo della dichiarazione di voto dell’onorevole Furio Colombo (in foto) alla Camera dei deputati, prima della votazione di ieri sul federalismo fiscale.
Signor Presidente, mi congratulo con il governo e in particolare con i ministri secessionisti della Lega Nord per il loro successo: fanno votare questa Camera per un federalismo fiscale che non è federalismo perché sconnette l'Italia e riconnette parti disuguali. Non ha niente di fiscale perché non comprende e non indica numeri, una cifra o un riferimento alla realtà e alla verità economica.
Mi congratulo perché, mentre in ogni democrazia del mondo i vostri colleghi di governo e i nostri colleghi di Parlamento stanno lavorando giorno e notte per rendere meno aspra la crisi, meno fatale la recessione, meno duro il destino di chi sta perdendo il lavoro o sta perdendo l'impresa, voi ci avete tenuto qui inchiodati a preparare la vostra campagna elettorale che ha a che fare solo con le vostre ossessioni.
Per cominciare avete invitato gli immigrati legali islamici ad "andare a pisciare nelle loro moschee". Poi abbiamo discusso le impronte digitali ai bambini Rom, le classi separate in regime di apartheid. Ci avete imposto un'emergenza che richiedeva forza armate nelle strade. Avete, da statisti, studiato e proposto il reato di clandestinità, i medici spioni e il permesso di soggiorno a punti.
Quando questo magnamino giro di revisione della civiltà italiana è stato compiuto attraendo sul nostro Paese sarcasmo, diffidenza, satira, condanna, siete arrivati forti e determinati con la legge sul federalismo fiscale.
E' affidata al vostro buon cuore, che ho appena illustrato, perché è una legge delega. Come in quel gioco televisivo, ci avete mostrato e fatto discutere solo delle scatole. Ma, a differenza del gioco televisivo, non le avete aperte.
Personalmente sento il dovere morale di dire NO. Non riesco a liberarmi dal sapere ciò che la Lega ha fatto da Gentillini a Borghezio, da Calderoli a Bossi. E ciò che sta per fare frantumando questo Paese, sentimenti, leggi, paura, malanimo e ronde.
No, io voglio dichiarare che la mia Italia è quella della Costituzione intatta da cui traggo un pensiero di speranza in questo momento.
Lo spettacolo diventa risarcimento
Giusto così. La prima apparizione tv di Karol Racz toccava a Bruno Vespa, che da tempo svolge un ruolo di supplenza istituzionale: ora con funzione legislativa, ora esecutiva, ora giudiziaria. Il quarto potere, quello dell'informazione, gli sta stretto. Racz, detto «faccia da pugile», è stato vittima di un errore giudiziario, con un'accusa infamante. Ma la sua colpa principale era di carattere fisiognomico, cioè televisivo: con quella faccia un po' così, da romeno, da nomade, da rom, da aspirante pasticciere non poteva che essere lui, lo Stupratore della Caffarella. Un perfetto capro espiatorio creato dalle circostanze, dalla fretta di trovare un colpevole.
Prima che la giustizia compia il suo corso e lo risarcisca ci vorrà del tempo, troppo. C'è un solo modo per accorciare i tempi, almeno sul piano simbolico: farne un eroe televisivo e ieri sera, presenti una traduttrice e il suo avvocato, è iniziata la pratica. Che si è conclusa con una pudica, commozione fuori onda. Una notizia non è mai una notizia nuda e cruda, specie se riguarda un delitto; la notizia è un racconto su una cosa accaduta. «Porta a porta» si è incaricata di fornire una versione che sovrasti le altre versioni (perché poi i dubbi rimangono, e se non è Racz è un altro romeno). Succede che una vittima passi per responsabile delle sciagure pubbliche ed è necessario, perché la persecuzione finisca, che la stessa vittima ristabilisca l'ordine compromesso: Bruno Vespa non ha condotto un programma ma ha officiato una specie di cerimonia pubblica capace di cancellare il senso di vergogna che in questi giorni ci ha oppresso (o avrebbe dovuto) e di restituire visibilità (dignità) alla vittima.
Nonostante la presenza inquietante di Paolo Crepet e di Vincenzo Mastronardi, che frugano nella mente altrui come si fruga in una borsetta. Il risarcimento principale consiste dunque nel consegnare quella faccia un po' così, finalmente mondata di ogni stereotipo della persecuzione, al circuito dei media. Si può avere la faccia da pugile, il naso schiacciato, lo sguardo torvo e zingaro senza per questo essere un delinquente. Speriamo ora che Karol trovi un lavoro e non inizi la peregrinazione ossessiva di salotto tv in salotto tv. La compassione che si fa spettacolo è il più crudele dei sentimenti. di Aldo Grasso
Napoli, nessun rischio di infezioni e di malattia tubercolare
Nessun rischio di infezioni e di malattia tubercolare nella succursale di Mergellina a Napoli dell'istituto comprensivo Fiorelli dopo il caso della bambina rom di otto anni alla quale era stato diagnosticato nelle settimane scorse un principio di tubercolosi. Dai controlli effettuati sulla famiglia della bimba non ci sono altri casi ed è ipotizzabile, ha sottolineato l'esperto, che non ve ne siano neanche nell'ambito scolastico.
È quanto ha reso noto, al termine degli screening, Giorgio Napolitano, responsabile dell'unità di Pneumologia dell'Asl. «Già le prime valutazioni dei sanitari erano state tranquillizzanti - ha detto l'assessore comunale all'Educazione, Gioia Rispoli - e ora abbiamo la conferma definitiva che il caso registrato non è assolutamente contagioso. La bambina non corre nessun pericolo e così tutti i suoi compagni di scuola. L'allarme diffuso ieri è stato solo frutto di una comprensibile paura. Mi auguro che questa notizia riporti serenità tra i familiari dei bambini e consenta ai piccoli il normale decorso delle lezioni». La Rispoli aveva incontrato nella giornata di ieri la preside e i bambini della scuola, visitando le classi.
Milano, dal campo-al villaggio-all'abitazione
Prefabbricati al posto dei container. Un progetto a medio-lungo termine per famiglie rom che assicurino il pagamento di una parte delle spese, la frequenza scolastica dei bambini, il lavoro degli adulti. I soldi ci sono già: 750mila euro finanziati dal ministero delle Politiche sociali e altri 330mila assicurati dal Comune per realizzare in via Barzaghi, dove oggi c’è già un campo nomadi, il progetto “Dal campo al villaggio e all’abitazione”. Una novità contenuta nel “piano di zona 2009-2011” dell’assessorato alle Politiche sociali che, ancor prima di approdare in Consiglio, è già contestato all’interno dello stesso centrodestra: a cominciare dalla Lega, che rifiuta uno stanziamento di 11 milioni per gli immigrati.
Sul progetto che riguarda via Barzaghi — e che, nelle intenzioni dell’assessorato, dovrebbe partire entro pochi mesi — qualche perplessità la esprime anche don Massimo Mapelli, della Casa della carità, che gestisce quel campo: «Che senso ha spendere soldi per rendere più stabile la permanenza nei campi, quando l’obiettivo dichiarato è quello di superare il concetto stesso degli insediamenti?», si chiede don Massimo. Da parte sua, l’assessorato assicura che proprio questo progetto sarà la prima sperimentazione del passaggio verso «diverse, autonome soluzioni abitative». «Non costruiremo case, ma moduli abitativi prefabbricati, che quindi potranno essere smontati in qualsiasi momento», spiega l’assessore Mariolina Moioli (in foto).
Sui criteri di assegnazione delle future “casette” nel campo, il progetto detta alcune regole base: saranno destinate a «nuclei familiari, di origine rom, romeni con un reddito derivante da un lavoro regolare e quindi in grado di contribuire col pagamento di un affitto». «Ho più di una perplessità sul piano — spiega Matteo Salvini, capogruppo leghista in Consiglio — Su questo progetto non dico un no a priori, ma prima di spendere un milione di euro voglio capire a chi sono destinati questi prefabbricati, anche perché nella zona mi segnalano un ritorno di furti e vandalismi». di Oriana Liso
martedì 24 marzo 2009
Roma, Karol Racz libero dopo 35 giorni di carcere
Questa sera alle 19.45, dopo 35 giorni di carcere, Karol Racz ha lasciato Regina Celi. Con lo sguardo fisso, senza mai abbassare la testa, il romeno accusato ingiustamente degli stupri di Primavalle e Caffarella, ha affrontato flash e telecamere prima di salire a bordo di un'auto assieme al suo avvocato, Lorenzo La Marca.
"Siamo pronti a chiedere il risarcimento danni, ma adesso non è il momento di parlarne - ha assicurato l'avvocato mentre attendeva l'uscita del suo assistito - Oggi abbiamo vinto una battaglia legale importante ma credetemi di gente come Racz ce ne è tanta in galera".
Giacca blu, camicia a righe bianche e celesti, jeans: 'Faccia da pugile' ha lasciato la cella circa due ore dopo la decisione del Tribunale del riesame. La prima notte da uomo libero la trascorrerà in un albergo della capitale: "Non so cosa farà Karol in futuro - ha proseguito La Marca - ma mi sento in dovere di lanciare un appello: lui è un bravo pasticciere e fornaio, chiunque voglia offrirgli un lavoro lo faccia".
Racz era stato arrestato in un “campo nomadi” di Livorno il 16 febbraio scorso e subito marchiato come mostro da tutta la stampa nazionale. A tirarlo in ballo era stato Alexandru Loyos: i due vivevano in una tenda all'interno di un insediamento abusivo a poche centinaia di metri da via Andersen, a Primavalle, luogo dove il 21 gennaio avvenne lo stupro di una donna di 40 anni (per gli inquirenti 'Faccia da pugile' era coinvolto anche in questa violenza). La vittima conferma anche se non si dice "completamente sicura" che Racz sia il suo aguzzino. Un dubbio spazzato via dal test del Dna che scagiona il romeno sia dalla violenza di Primavalle che da quella del giorno di San Valentino. Oggi, dopo 5 settimane di carcere e dopo essersi dichiarato dal primo momento innocente, Racz torna libero.
Nel frattempo forse è arrivata la parola fine sulle indagini dello stupro della ragazzina di 14 anni avvenuto il giorno di San Valentino nel parco della Caffarella a Roma. E' arrivata con la confessione dei due romeni arrestati venerdì, Ionat Joan Alexandru e Oltean Gavrila, unita alla coincidenza del dna con i profili genetici estrapolati dai reperti raccolti nel parco della Caffarella e sulla vittima.
Ddl sicurezza, lettera aperta a tutti i membri della Camera dei Deputati
Gentile Onorevole, il Disegno di legge approvato dal Senato della Repubblica il 5 febbraio 2009 (v. stampato Senato n. 733) “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”, trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica il 9 febbraio 2009 e attualmente alla Camera dei Deputati, in corso di esame in Commissione, Progetto di legge: 2180 (Fase iter Camera: 1^ lettura), contiene la seguente norma:
Art. 42. (Modifiche alla legge 24 dicembre 1954, n. 1228, e al testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286).
1. All'articolo 1 della legge 24 dicembre 1954, n. 1228, dopo il primo comma è inserito il seguente:
«L'iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica sono subordinate alla verifica, da parte dei competenti uffici comunali, delle condizioni igienico-sanitarie dell'immobile in cui il richiedente intende fissare la propria residenza, ai sensi delle vigenti norme sanitarie. Se la verifica delle condizioni igienico-sanitarie non è compiuta nel termine di trenta giorni dalla richiesta di iscrizione, quest'ultima è effettuata con riserva di verifica, fatta salva la facoltà di successiva cancellazione in caso di verifica con esito negativo».
Questo articolo, se verrà approvato, cambierà radicalmente la legislazione anagrafica italiana perché oggi l’iscrizione anagrafica di un Cittadino è di fatto vincolata a soli due criteri: la volontà del Cittadino e l’accertamento da parte degli Uffici comunali dell’effettiva presenza dello stesso Cittadino.
Tale impostazione è stata ribadita più volte da diversi Organi dello Stato, segnaliamo la Circolare del Ministro dell’Interno n. 8 del 29 maggio 1995 “precisazioni sull’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente, di cittadini italiani” ma anche le Circolari del Ministero dell’Interno sul “problema dei nomadi”, a partire dalla Circolare MI.A.CEL. n. 17/73 del 11.10.1973 pos. 15900.2.22 prot. 7063.
In particolare il passaggio della Circolare n. 8 del 29 maggio 1995 secondo cui:
“...il concetto di residenza, come affermato da costante giurisprudenza e da ultimo dal Tribunale amministrativo regionale del Piemonte con sentenza depositata il 24 giugno 1991, è fondato sulla dimora abituale del soggetto sul territorio comunale, cioè dall'elemento obiettivo della permanenza in tale luogo e soggettivo di avervi stabile dimora, rilevata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle relazioni sociali, occorre sottolineare che non può essere di ostacolo alla iscrizione anagrafica la natura dell'alloggio, quale ad esempio un fabbricato privo di licenza di abitabilità ovvero non conforme a prescrizioni urbanistiche, grotte, alloggi in rulottes… In pratica la funzione dell'anagrafe è essenzialmente di rilevare la presenza stabile, comunque situata, di soggetti sul territorio comunale, né tale funzione può essere alterata dalla preoccupazione di tutelare altri interessi, anch'essi degni di considerazione, quale ad esempio l'ordine pubblico, l'incolumità pubblica, per la cui tutela dovranno essere azionati idonei strumenti giuridici, diversi tuttavia da quello anagrafico”.
Detta lettura è confermata anche dalla Giurisprudenza della Cassazione Sezioni Unite (sent. 19.06.2000 n. 449) la quale ha precisato che
“l'ordinamento delle anagrafi della popolazione residente e relativo regolamento di esecuzione...configura uno strumento giuridico – amministrativo di documentazione e di conoscenza, che è predisposto nell'interesse sia della pubblica amministrazione, sia dei singoli individui. Sussiste, invero, non soltanto l'interesse dell'amministrazione ad avere una relativa certezza circa la composizione e i movimenti della popolazione..., ma anche l'interesse dei privati ad ottenere le certificazioni anagrafiche ad essi necessarie per l'esercizio dei diritti civili e politici e, in generale, per provare la residenza e lo stato di famiglia (v. particolarmente gli artt. 29 e 31 del regolamento n. 136/58).
Inoltre, tutta l'attività dell'ufficiale d'anagrafe è disciplinata dalle norme sopra richiamate in modo vincolato, senza che trovi spazio alcun momento di discrezionalità. In particolare, sono rigidamente definiti dalle norme del citato regolamento (artt. 5 – 9) i presupposti per le iscrizioni, mutazioni e cancellazioni anagrafiche, onde l'amministrazione non ha altro potere che quello di accertare la sussistenza dei detti presupposti”.
Nell’articolo 42 con la modifica della legge 24 dicembre 1954, n. 1228 si parla esclusivamente di “immobili”, implicitamente escludendo a priori dal poter ottenere l’iscrizione anagrafica chi vive in roulotte, in camper, in una carovana o una casa mobile (beni mobili). Ma soprattutto si pone come requisito essenziale le condizioni igienico-sanitarie ai sensi delle vigenti norme sanitarie.
Questa norma non colpirà solo le famiglie che vivono in abitazioni mobili (esempio le famiglie delle spettacolo viaggiante) ma anche tutte le famiglie che vivono in abitazioni immobili (esempio appartamento) che, in questo secondo caso, non hanno il certificato di abitabilità o che non rispondono in maniera esaustiva alla complessa normativa sulle condizioni igienico sanitarie.
Quindi, se sarà approvato l’articolo 42, possono perdere l’iscrizione anagrafica nel luogo di residenza tutte le famiglie che vivono in un immobile che non risponde alla normativa sull’abitabilità e/o non risponde alla normativa igienico sanitaria.
Secondo la legislazione italiana l’immobile deve rispondere a tutta una serie di criteri indicati da una normativa abbastanza complessa. Le principali norme sono contenute nel: R.D. 27 luglio 1934 n. 1265 art. 221 e 222; Legge 4 dicembre 1993 n. 493; D.P.R. 22 aprile 1994 n. 425; D.Lgs. 6 giugno 2001 n. 378 artt. 24, 25 e 26.
Tuttavia nella disciplina confluiscono molte altre norme emanate nel tempo in sintonia con l’evoluzione dei concetti di igiene, salubrità, sicurezza e risparmio energetico. Senza alcuna pretesa di completezza si possono citare in proposito le leggi: 27 maggio 1975 n. 166, artt. 18 e 19 (in tema di ventilazione forzata dei bagni e delle scale privi di finestre), 30 aprile 1976 n. 373 (Contenimento consumi energetici), 5 marzo 1990 n. 46 (Norme sulla sicurezza degli impianti), 9 gennaio 1991 n. 10 (Piano energetico nazionale sul risparmio dei consumi), 5 gennaio 1994 n. 36 (Disposizioni in materia di risorse idriche) e il D. Lgs. 11 maggio 1999 n. 152 (Disposizioni sulla tutela delle acque dall’inquinamento).
Tutta questa normativa collaterale ha accelerato l’evoluzione e gli scopi del certificato che, al di là delle sue definizioni giuridiche (certificato, licenza, autorizzazione, permesso) può essere raffigurato come un enorme contenitore nel quale confluiscono molte discipline di settore. Altre disposizioni, invece, avevano previsto e disciplinato i presupposti per il rilascio del certificato di abitabilità ponendolo in stretta relazione con la conformità urbanistica.
Difficile quindi fare una quadro esaustivo della normativa ma certo anche Lei, Onorevole, potrà verificare la sua situazione abitativa controllando se possiede almeno i seguenti documenti per l’immobile dove vive:
- certificato di conformità rispetto al progetto approvato;
- certificato di avvenuta prosciugatura dei muri e la salubrità degli ambienti;
- certificato di collaudo delle opere in cemento armato, o ferro;
- dichiarazione presentata per l’iscrizione al catasto dell’immobile, restituita dagli uffici catastali con l’attestazione dell’avvenuta presentazione;
- certificato di conformità e collaudo dell’impianto elettrico;
- certificato di conformità e collaudo dell’impianto idraulico;
- certificato di conformità e collaudo dell’impianto fognario.
Se all’immobile manca anche uno solo di questi documenti, non risponde ai criteri per ottenere l’iscrizione anagrafica ma non solo, perché l’Ufficio anagrafe ha facoltà di controllo, in qualsiasi momento, per verificare i presupposti per le iscrizioni anagrafiche già in essere.
E’ da sottolineare che in Italia l’anagrafe è sempre stata un “fotografia della realtà”: un modo per conoscere la “vera” situazione della popolazione. Invece, se venisse introdotto il principio che ogni iscrizione anagrafica deve essere preceduta da una verifica della “idoneità” dell’alloggio, questo costituirebbe un incentivo alle dichiarazioni anagrafiche false. E ci sono fondati dubbi sulla costituzionalità di una norma che incide direttamente sui diritti fondamentali della persona.
Va aggiunto che proprio la “veridicità” della situazione anagrafica ha permesso, nel corso dei decenni, di dare la priorità ai più bisognosi quando di tratta di stilare le graduatorie per l’assegnazione delle case popolari.
Per tutte queste ragioni chiediamo il Suo impegno a non votare l’articolo 42 del progetto di legge 2180 perchè discrimina tra Cittadini italiani che vivono in beni mobili e Cittadini italiani che vivono in beni immobili e che non risolverà i tanti problemi abitativi, presenti nel Paese, ma rischia di modificare lo status anagrafico di tutti i Cittadini italiani, dividendoli in ricchi e poveri.
lunedì 23 marzo 2009
Lo "zingaro errante"
Nelle scorse due settimane il telefono di Anna Pizzo ha squillato molto più del solito. Lei è consigliera regionale, e il suo cellulare è solitamente irrequieto, ma questa volta ha superato tutti i limiti e io, che vivo con lei, mi stavo innervosendo. A chiamare in continuazione era un certo Sandro. Anna mi ha infine spiegato chi è Sandro: è uno dei capifamiglia di una famiglia allargata di Rom, una cinquantina, metà circa bambini e ragazzi, tutti cittadini italiani. «E che vogliono da te?», ho domandato. Lei mi ha spiegato che si erano aggrappati a quella unica piccola finestra aperta sulle istituzioni per cercare di risolvere il loro problema. «E qual è il problema?». La spiegazione è stata lunga.
Prima c’è un gruppo di Rom che, dal Veneto, si trasferiscono molti anni fa a Roma per lavorare. Fanno i «calderash», lavorano con i metalli, e sono così bravi che ogni anno si trasferiscono al nord, dove molte chiese affidano loro lavori di restauro. Negli anni, finiscono per stabilirsi nell’ex Mattatoio romano, abbandonato e vuoto. Poi accadono due cose. La giunta Veltroni decide di aprire lì la Città dell’Altra economia, iniziativa ottima che però comporta lo spostamento dei Rom un po’ più in là, sulla sponda del Tevere. Veltroni se ne va e arriva Alemanno, e il giorno dopo che il prefetto di allora, Mosca, aveva dichiarato «non ci saranno mai più sgomberi di Rom», la polizia si presenta in forze al lungotevere Testaccio, fa staccare luce e acqua e intima ai Rom di andarsene. Dove?, chiedono loro. Non si sa. Mettono in fila camper e roulotte e si avviano in un largo giro che si conclude nell’estrema periferia sud, dalle parti della università di Tor Vergata. Il rettore protesta, allora vengono ancora spostati: a Tor Sapienza. Un’unica fontanella e niente luce, nonostante loro abbiano già pagato l’allaccio all’Enel. Passano mesi, e i cinquanta di Sandro decidono di andarsene: il posto, già inospitale, si è ulteriormente affollato. Comincia così un’odissea dentro e attorno a Roma: Romanina, Ardeatina, Capannelle, uno spiazzo momentaneamente libero dal mercato settimanale, un parcheggio semi-abbandonato, il terreno che provvisoriamente un parroco affitta loro a prezzo assai modico, ecc. Ogni volta si presenta un carabiniere, un poliziotto, una presunta ronda di individui con pettorine fosforescenti, la guardia privata di un istituto di ricerca, per intimare loro di andarsene. Subito. I cinquanta Rom caricano ogni volta la decina di camper e roulottes e se ne vanno: non cercano rogne, e telefonano all’unica persona delle istituzioni che – evidentemente – è disposta ad ascoltarli. La quale chiama assessori e presidenti di Municipio, e perfino centri sociali, per trovare uno slargo, uno spazio, un posto qualunque dove gli “zingari erranti” possano fermarsi. Nel frattempo, i bambini non possono più andare a scuola, com’è ovvio, anche se le maestre e molti genitori della scuola che frequentavano, al Testaccio, hanno raccolto firme in loro appoggio. La figlia grande di Sandro ha appena finito la quinta elementare, in pagella ha tutti voti ottimi.
Però nessuno sembra provare interesse per questi connazionali di cultura rom, con nomi e cognomi italiani e la faccia delle brave persone, per cui si supporrebbe che tutti gli stereotipi sui Rom sporchi e ladri e mendicanti e ladri di bambini debbano fare più fatica a penetrare nelle menti, per non parlare delle amministrazioni. E d’altra parte, non erano quasi tutti cittadini italiani i Sinti che all’inizio di marzo 150 poliziotti – che avevano fatto irruzione all’alba in 15 campi del Veneto – hanno fotografato di faccia e di profilo, con addosso un cartello con le generalità e, in molti casi, un numero? Ma anche l’argomento «sono italiani» è debole: come spiega Tommaso Vitale, sociologo e studioso dell’argomento, nel numero di Carta settimanale [la cui copertina è dedicata alla «questione zingara»], in Italia si sono inventati i «campi nomadi» e si è costruita – con la perdita di memoria sull’Olocausto Rom e con un arsenale di schemi culturali razzisti – la figura dell’«eterno straniero».
Negli ultimi giorni il cellulare di Anna si è placato, Sandro e i suoi hanno trovato un posto: un campeggio di Bracciano, vicino Roma, dove potranno stare per un mese pagando un prezzo molto scontato. Il proprietario del camping non ha di questi pregiudizi, infatti è tedesco. di Pierluigi Sullo
I pericoli inventati, la paura e la politica del regime
Una ricerca condotta da Anci e Cittalia ha analizzato 600 ordinanze comunali rese possibili dal decreto del ministro Maroni e valutato le razioni degli italiani rispetto alla questione ’sicurezza’.
La metà dei residenti delle grandi città dichiara di aver modificato, almeno in parte, le proprie abitudini di vita a causa della percezione di insicurezza. Più della metà degli interpellati ha espresso la convinzione che il problema della sicurezza è destinato ad acuirsi nel futuro, con il diffondersi di condizioni di povertà e disagio.
Come InviatoSpeciale ha reso noto nell’articolo dedicato alle valutazioni della Gunta delle Camere penali sull’attività legislativa del governo, si tratta di sensazioni indotte dalla propaganda del centro-destra e rafforzate da una pessima informazione diffusa da numerose emittenti televisive e dagli moltissimi organi di stampa.
Nel documento dei penalisti si leggeva: “I dati ufficiali diffusi dal Ministero dell’Interno danno conto di una costante e progressiva diminuzione del fenomeno criminale sin dal secondo semestre dell’anno 2007. Nell’anno 2008 gli omicidi volontari sono al minimo storico, i furti sono diminuiti del 39,72 per cento rispetto all’anno precedente, le rapine del 28,8, l’usura del 10,4, la ricettazione del 31,6, il riciclaggio del 5,8, le minacce del 22,1. Diminuiti anche estorsioni e danneggiamenti. Sempre gli stessi dati ci dicono che anche i reati di violenza sessuale sono diminuiti: meno 8,4 per cento. Non solo, la maggior parte degli “stupri” si consuma entro le mura domestiche: i dati relativi al 2007 ci dicono che il 69,7 per cento è opera di partner, il 17,4 di un conoscente e solo il 6,2 è opera di estranei. La sicurezza delle persone è dunque oggi maggiormente assicurata rispetto al passato e se un bisogno di sicurezza emerge esso sta nell’assicurare la tutela delle donne dalle offese delle persone a loro più vicine”.
A causa del martellamento demagogico sull’insicurezza, la maggioranza degli interpellati ritiene che lo Stato centrale abbia la primaria responsabilità in ordine alla sicurezza e in modo specifico alla microcriminalità.
Per comprendere quanto sia ‘politico’ e non ‘reale’ il problema della sicurezza, proprio alla luce dei dati sulla flessione del numero dei crimini, si nota che il 67 per cento delle ordinanze sono state prodotte da amministrazioni del Nord Ovest e del Nord Est (rispettivamente il 40,3 per cento e 26,4), cioè in zone nelle quali il partito di Bossi è molto forte.
Molto basso il numero di ordinanze nelle isole ed al centro-sud. Solo il 6,7 per cento nel primo caso , mentre al centro sono l’11,7 e al sud il 14,9 del totale.
La volontà di allarmare, per costruire un clima di paura e permettere su questo un’espansione del consenso elettorale legato alla presunta ‘attività di contrasto’ del centro-destra contro i ‘criminali’ è alla base di una politica che sta riducendo progressivamente le libertà personali dei cittadini.
Leggendo i dati dell’indagine si scopre che da quando il decreto del ministro dell’Interno è entrato in vigore, lo scorso 5 agosto, il tema maggiormente regolato dai primi cittadini è stato il divieto di prostituzione (16 per cento), seguito dal divieto di consumo di somministrazione di bevande (13,6 per cento), dal vandalismo (10 per cento) e dall’accattonaggio (8,4 per cento).
In nessun modo questi provvedimenti incidono sulla tratta delle ragazze e sul loro sfruttamento, sulla diminuzione del fenomeno del consumo di alcool e stupefacenti tra i giovani o sulla protezione dei più deboli, costretti da crisi e povertà e mancanza di lavoro a chiedere l’elemosina.
Solo che i cittadini ‘vedono’, dopo roboanti campagne di disinformazione, i sindaci ‘intervenire’ e, senza essere contemporaneamente informati sulla realtà dei fatti, trovano le misure opportune.
Secondo l’indagine, è la Lombardia la regione in cui si registra il maggior numero di ordinanze: in 82 comuni (il 5,3 per cento dei comuni lombardi) sono stati emessi 144 provvedimenti. di Inviato Speciale, continua a leggere…
Roma, firma anche tu l'appello per riaprire le fontanelle nel IV municipio
"Chiudere le fontanelle pubbliche, per favore, altrimenti ci vanno i rom. Sono tanti, si accalcano per riempire le taniche e danno fastidio ai residenti del quartiere e ai commercianti. E' sconveniente, soprattutto vicino al mercato rionale".
Per questo motivo il presidente di An del IV municipio di Roma, a ottobre, aveva chiuso alcune fontanelle pubbliche nei quartieri Talenti e Prati Fiscali: Roma Nord-est, quartieri di lavoratori dipendenti a un passo dal centro. Una di queste, in via Prati Fiscali vecchia, è ancora chiusa.
Una decina di cittadini di sinistra del IV municipio, pensionati, liberi professionisti, docenti ha letto la denuncia de l'Unità (e non solo) e lanciato un appello e una raccolta di firme per la riapertura delle fontanelle. "L'acqua è vita, è un bene di tutti. Non si può togliere a chi vive in strada, a quei rom che non hanno neanche un posto nei campi nomadi della città" - scrivono i dieci.
E spiegano: "La motivazione del nostro incontro viene dall'osservazione quotidiana della disgregazione del tessuto sociale dei nostri quartieri, dal venir meno di segni di accoglienza e di solidarietà, il tutto nella progressiva scomparsa di luoghi di incontro e confronto. Ciò viene accentuato dalle attuali difficoltà economiche. In questo quadro, sempre di più, vengono strumentalmente indicate e fatte percepire come un pericolo le persone provenienti da altri paesi che qui vivono e lavorano. Il nostro obiettivo è costruire un luogo di aggregazione e di riflessione e di intessere al nostro territorio, una rete di relazioni tra i cittadini italiani e quelli di provenienze diverse".
Invitiamo tutti a sottoscrivere il loro appello si può sottoscrivere qui o all'indirizzo ilmondoiniv@gmail.com. di Gioia Salvatori
Roma, una mattina al circo


Il 31 gennaio scorso l’Associazione Romà Onlus, Focus – Casa dei Diritti Sociali e Circo Lidia Togni hanno realizzato uno spettacolo circense interamente dedicato ai bambini rom e sinti del Comune di Roma. Lo spettacolo è stato inserito nel progetto di Scolarizzazione dei Minori Rom Anno 2008/2009. Per una volta sono stati i piccoli rom e sinti a poter invitare i loro amici e compagni di scuola ad un evento, dove hanno potuto conoscere meglio la cultura rom e sinta.
All’evento hanno risposto circa 1800 persone. Molti bambini rom accompagnati dai loro genitori, e circa 700 tra bambini e genitori italiani, che hanno risposto all’invito dei bambini rom verso i loro compagni di scuola.
Lo spettacolo si è aperto con il coro misto della Scuola Corradini di Latina che ha cantato prima l’inno di Mameli e a seguire l’inno del popolo rom “Gelem Gelem”. Tutti i presenti si sono alzati in piedi per omaggiare i due inni, sullo sfondo le due bandiere unite: quella italiana e quella del popolo rom.
E’ stato letto il saluto mandato dall’Assessore Laura Marsilio (assente per problemi personali) da una delle giovani studentesse rom.
E’ intervenuto poi Graziano Halilovic, Presidente della Romà Onlus, con un discorso diretto ai piccoli rom sui loro diritti e doveri. Graziano Halilovic ha sottolineato l’importanza della scuola come strumento per progettare la propria vita, quella della propria famiglia e per progettare un giorno la vita della propria comunità: “Avete il diritto al divertimento e al gioco e il diritto al riconoscimento della vostra identità, della vostra lingua e dei vostri valori culturali, ma sempre nel rispetto dei valori nazionali del paese in cui vivete. E avete il diritto allo studio. Dovete impegnarvi nella scuola. Noi ci auguriamo che domani ci siano sempre più ragazzi e ragazze rom nei licei e nell’università, e che domani ci siano medici rom, maestri rom, avvocati rom…”
Alla fine dello spettacolo a cui hanno assistito divertendosi insieme bambini e adulti rom e non, è stato chiesto a tutti i bambini di scrivere un pensiero sulle emozioni vissute oggi sotto il tendone del circo Togni. I contributi realizzati dai bambini verranno raccolti in un piccolo libro di cui gli stessi bambini saranno gli autori.
All’iniziativa hanno aderito 1744 persone di cui 610 bambini e genitori non rom o sinti, 648 bambini accompagnati dagli operatori della Romà Onlus, 428 bambini e genitori rom. Hanno aderito alcuni insediamenti abusivi di rom rumeni insediati nei nostri lotti: 15 accompagnati dagli operatori di Romà Onlus e 26 accompagnati dai genitori.
Per informazioni: Graziano Halilovic, Associazione di Promozione Sociale – Romà Onlus, e-mail graziano.halilovic@romaonlus.it, telefono 346 4794836 - 348 3915709
Nisida, Nisida… così lontana così vicina (la storia continua)
Nisida è un piccolo angolo di paradiso, uno scoglio in mezzo al mare collegato alla terraferma da una “improbabile” striscia di asfalto. La strada ti porta sino all’ingresso dell’Istituto, poi c’è da camminare per circa un chilometro e mezzo per raggiungere la vera e propria struttura carceraria dove Angelica vive da circa un anno. Una stradina stretta, in forte salita, immersa nel verde: tutto intorno il mare. L’ennesima sigaretta accesa, il passo lento, perso in mille pensieri: immagino di trovare una ragazza arrabbiata con il mondo intero, infelice e rassegnata al suo triste destino, senza alcuna speranza. Non è così. E’ incredibile ed è difficile da spiegare, ma la sensazione è che a Nisida sono riusciti là dove altri hanno miseramente fallito. Angelica, nonostante la privazione della libertà, lentamente sta ritrovando un attimo di serenità e la capacità di tornare a sognare un “mondo” diverso.
Le ragazze detenute a Nisida sono tutte “zingare”: ognuna con una storia diversa ma tutte figlie dei nostri tempi, caratterizzati dal degrado delle nostre diverse culture. Solo da poco tempo Angelica è riuscita a stabilire un contatto telefonico con i suoi familiari che dopo i fatti di Ponticelli, probabilmente, sono rientrati in Romania, ed ogni venerdì ha la possibilità di parlare con loro. C’è un’altra ragazza, invece, che è completamente in solitudine. Ho avuto modo di osservarle per qualche minuto prima del colloquio, nell’aula scolastica, impegnate nell’apprendere l’arte dello scrivere e, subito dopo il colloquio, mentre si allontanavano ridendo di gusto, quasi sicuramente commentando tra loro questa mia “strana”visita. A vederle così sembrano tante ragazzine appena uscite da scuola.
Angelica è nata a Bistrita-Nasaud, nella Romania Nord Occidentale. Lei racconta di una infanzia serena vissuta in una piccola casa con una “grande famiglia”, otto figli (quattro maschi e quattro femmine) “oggi tutti sposati” con “il padre muratore ed anche mamma lavorava, solo che adesso non sta tanto bene”. Lei la più piccola. Nei suoi ricordi la scuola frequentata per pochi mesi a causa di un maestro “cattivo”, l’adolescenza ed il suo primo ed unico grande amore: “Emiliano è il mio destino”. Un amore contrastato dalla famiglia: “Mamma diceva che ero troppo piccola”. Così decidono di “scappare” per poi ritrovarsi a vivere a casa della suocera. Dopo torna il sereno: nasce Alessandra Emiliana: “Alessandra come mio padre ed Emiliana come il mio amore” e mentre spiega questo i suoi grandi occhi neri si illuminano di felicità. La bambina oggi ha un anno e mezzo. Lui , 21 anni, lavorava come operaio in un mobilificio. Un brutto giorno entra in contrasto con il “padrone” e perde il lavoro.
Decidono di venire in Italia in cerca di fortuna. Non hanno idee e programmi ben precisi, ma la bambina la lasciano in Romania con la nonna: non è la vita che hanno sognato per lei e poi c’è il pericolo “che se la prendono”. Arrivano in Italia ad aprile, in cinque: Angelica ed Emiliano, il fratello di lui con la moglie ed il loro figlio di otto anni. Trovano sistemazione in una precaria baracca, costruita alla meno peggio, in un piccolo insediamento situato in zona San Giovanni a Ponticelli. Non conoscono nessuno e non parlano italiano. Vivono ai margini della città, in una situazione di estremo degrado ma fuori dalle lamiere dell’improvvisato ricovero, c’è tutto un mondo ostile. Loro non lo sanno, ma molti interessi economici gravitano su quell’area.
Le possibilità di sopravvivenza sono legate, quasi esclusivamente, alla giovane ed al suo piccolo nipotino. Loro devono imparare subito ed in fretta tutte le strategie opportune per conquistare qualche moneta da frettolosi passanti, cercando di coinvolgerli in un attimo di pietà. Non può funzionare. Non è così che si può vivere. Tornare indietro da sconfitti neanche a parlarne, ed è così che Angelica, allontana il nipotino e decide di provare a rubare. Se va bene potrebbe ritornare presto a casa da sua figlia con un po’ di soldi, non tanti, solo quelli che servono per ritornare a sperare. Ma anche in questo caso non può funzionare, non è brava in queste cose e lo si capisce subito perché nel giro di pochi giorni riesce solo a cacciarsi nei guai. Dopo aver subito due tentativi di linciaggio, ma nessuno dei suoi aggressori è stato arrestato, si ritrova a Nisida, in questo angolo sperduto del Paradiso.
Piange, si dispera, grida. E’ disposta a prendersi tutte le sue responsabilità. Ma questa no: “… mi tira l’anima. Come si può pensare che volevo prendere quel bambino?”. Su questa cosa non ha ripensamenti. Paradossalmente, per quegli strani meccanismi della Giustizia, l’ammissione della colpa l’avrebbe comunque avvantaggiata: sarebbe stata considerata un chiaro segno di ravvedimento. Ma lei con questa storia non c’entra nulla. Prova a consolarsi da sola: “… meno male che mia figlia è rimasta a casa, chi lo avrebbe mai pensato di finire in carcere. Adesso con lei c’è Emiliano, ed ogni venerdì io posso parlare con lui”.
E così un venerdì dopo l’altro, in questi mesi Angelica ha imparato benissimo l’italiano. “Adesso parlo tre lingue: il rumeno, il romanès e l’italiano – dice orgogliosa, aggiungendo che però - sull’italiano c’è ancora da lavorare molto”. Frequenta la scuola elementare, sta imparando a leggere e scrivere ed il “cattivo maestro” di Bistrita è solo un brutto ricordo. Parliamo delle sue nuove amiche, lei dice che si trova benissimo con loro. Condividono tutto: dai problemi alle speranze, nell’incertezza del proprio futuro. Io le parlo del mio amico Ionica e lei quasi trasale: c’è una sua amica che è “sposata” con uno che si chiama Ionica e lui l’ha lasciata. Lei si dispera ogni giorno che passa. La tranquillizzo spiegandole che non può essere lui che è sposato da una vita con Claudia con due figli ed un terzo in arrivo poi, fortunatamente, lui viene da Timisora e questo toglie ogni dubbio residuo. La Romania è grande, anche se le storie sembrano tutte uguali. Le chiedo se ha bisogno di soldi ma lei risponde che non ne ha bisogno. Si rivolge alla sua “educatrice”, la guarda dritta negli occhi e quasi a conferma di quello che mi sta dicendo, mi spiega che adesso “lavora” all’interno dell’Istituto e per questo riceve una piccola paga. La Signora sorridendo annuisce con la testa.
Nel corso del colloquio, sarà perché è venerdì, Angelica è felice e prendiamo a fantasticare sul futuro. Le strappo una promessa. Questo pomeriggio quando sentirà Emiliano, che non parla italiano, gli chiederà se può darmi il numero di telefono ed io poi lo farò parlare con il mio amico Ionica, unico “sopravvissuto” al pogrom di Pesaro. Speriamo…
Al ritorno la strada questa volta è in discesa, ed anche la sigaretta si fuma con più piacere. Il cuore è aperto ad una debole speranza. Il mare è ormai vicino e solo adesso mi rendo conto che è quasi primavera. di Giancarlo Ranaldi, leggi l'inizio di Nisida, Nisida… così lontana così vicina
I "Giornalisti contro il razzismo" chiedono scusa per l'informazione xenofoba
Il 21 marzo ricorre la Giornata internazionale contro il razzismo, promossa dall'Onu nel ricordo del massacro avvenuto a Sharpeville, in Sudafrica, il 21 marzo 1960.
Come promotori della campagna "Giornalisti contro il razzismo" vogliamo celebrare questa ricorrenza ricordando il ruolo chiave degli operatori dell'informazione nel promuovere la cultura della tolleranza, e al tempo stesso gli effetti devastanti e violenti di una informazione superficiale e inquinata dal razzismo.
Siamo consapevoli che le parole possono uccidere, e da giornalisti chiediamo scusa anche a nome dei colleghi per tutte le volte che un articolo di giornale si è trasformato in un seme di violenza e di odio.
Siamo consapevoli di quanto siano importanti la professionalità, la verifica, l'approfondimento delle notizie: il razzismo che si alimenta di informazione scorretta nasce anche da un utilizzo superficiale delle statistiche e delle notizie di agenzia.
Rinnoviamo l'impegno della campagna "Giornalisti contro il razzismo" per la responsabilizzazione dei giornalisti, che con il loro comportamento quotidiano e con scelte piccole ma cruciali possono contrastare le campagne xenofobe dei media.
Rinnoviamo il nostro impegno e l'invito ai colleghi a bandire dal vocabolario giornalistico parole come clandestino, vu cumprà, extracomunitario, nomadi, zingari, perché sappiamo che esistono alternative più corrette a questi termini e che un linguaggio appropriato, quindi rispettoso di tutti, sia la premessa necessaria per fare buona informazione.
Ci impegniamo a mantenere razionalità, obiettività, senso critico e rispetto come principi guida della nostra attività giornalistica, rifiutando la "etnicizzazione" della cronaca nera, smascherando le campagne xenofobe in quanto tali, usando un linguaggio appropriato e non discriminatorio.
Invitiamo i colleghi giornalisti ad aderire alla nostra campagna non solo con una sottoscrizione formale, ma attraverso la testimonianza diretta dei valori di tolleranza e ripudio del razzismo nelle pratiche professionali quotidiane. I promotori della campagna "Giornalisti contro il Razzismo" (Lorenzo Guadagnucci - Carlo Gubitosa - Beatrice Montini - Zenone Sovilla), per informazioni e contatti: http://www.giornalismi.info/mediarom
Milano, tra i due litiganti il terzo, purtroppo, soccombe
Si riparte. Di nuovo scontro tra Provincia e Comune di Milano su chi ha la soluzione migliore per cacciare i Rom e i Sinti da Milano. Naturalmente chi è senza voce, in questo caso i Rom accampati sotto il cavalcavia Bacula, inevitabilmente soccomberà.
Attacca il Presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati: "A quasi un anno dalla nomina del prefetto Lombardi a commissario straordinario per l'emergenza rom e dopo che solo lo scorso gennaio lo stesso Prefetto aveva dichiarato che l'emergenza campi rom era stata superata, oggi siamo di nuovo di fronte a una situazione indegna, con i nomadi che il Comune aveva già fatto sgombrare dalla Bovisasca accampati in condizioni disumane sotto il cavalcavia Bacula, e il vicesindaco De Corato che annuncia l'ennesimo sgombero".
"A cosa è servito il commissario straordinario per l'emergenza campi nomadi - prosegue Filippo Penati - la cui nomina doveva essere risolutiva, ma che di fronte a questa nuova emergenza non parla, anche perchè il regolamento che aveva proposto è stato subito bocciato dal Comune?".
"Oggi - aggiunge Penati - siamo di nuovo agli insediamenti abusivi, con i bambini abbandonati in mezzo ai rifiuti e il Comune che non pensa di fare altro che sgomberare di nuovo gli ex sgomberati che si trasferiranno ancora una volta poco lontano da dove sono adesso. La politica dello scarica barile, come era prevedibile, ha fallito e i milanesi continuano a restare soli di fronte ai problemi causati dalla presenza dei campi abusivi. Milano attende di sapere quali sono le proposte concrete con cui affrontare seriamente il problema dei campi nomadi nell'area metropolitana milanese". "La mia proposta - conclude il presidente della Provincia - era e continua a essere: zero campi nomadi abusivi".
Risponde il Vicesindaco del Comune di Milano Riccardo De Corato. La "lezione" del presidente della provincia di Milano Filippo Penati "arriva da chi voleva costellare Milano di tanti piccoli villaggi rom, salvo poi fare un dietrofront e parlare di zero campi. E che quando il Comune allontanava i rom di capo Rizzuto lui li ospitava nelle case di via Varanini, a spese dei contribuenti".
Roma, sullo stupro della Caffarella troppa confusione
Da alcuni giorni nuove notizie continuano a filtrare dagli inquirenti (Questura di Roma) sulle indagini in corso. Sembra che la prova del Dna incastri due persone che sono già agli arresti. Gli inquirenti però fanno sapere che Alexandru Izstoika Loyos e Karol Racz, scagionati dall’accusa di stupro, rimangono indagati. La nuova ipotesi è quella del “branco”.
Noi di sucardrom speriamo che chi ha commesso quell’orrendo reato vada in carcere ma ci sembrano abbastanza caotiche le indagini. L’impressione è che si vogliano immediatamente cancellare i clamorosi errori fatti all’inizio dell’indagini.
Dalle tante agenzie stampa che abbiamo ricevuto ci sembra che l’unico ad essere cauto sia il pubblico ministero Vincenzo Barba e questo ci conforta, perché non vorremmo trovarci di fronte all’ennesimo pasticcio.
Il pubblico ministero Vincenzo Barba ha dichiarato: «Allo stato non abbiamo alcun elemento per dire che questi due nuovi arrestati conoscessero o avessero rapporti con i primi due romeni coinvolti nell'inchiesta, Loyos e Racz. Il punto fondamentale era individuare gli autori materiali della violenza sessuale e ci siamo riusciti grazie alla prova regina del Dna».
Oggi il gip Muntoni tornerà nel carcere romano per gli interrogatori di garanzia di Jean Alexandru Ionut e Gavrila Oltean, in relazione all'accusa dello stupro della Caffarella.
sabato 21 marzo 2009
Rom e Sinti nella letteratura/5 - L'OTTOCENTO
Il Settecento si dimostra poco interessato alle vicende dei Rom-Sinti, che, essendo in Europa ormai da tempo, non rappresentano più una novità; questi temi vengono invece ripresi e di nuovo amati nell’Ottocento, prima di tutto tedesco, poiché è la Germania la madre dei primi Romantici, e poi europeo. Agli occhi dei Romantici, i Rom-Sinti divengono gli unici ad essersi salvati, grazie alla loro insofferenza nei confronti di ogni convenzione, dalle prigionie della “società civile”, e ad aver conservato la libertà, la sincerità, la naturalezza originarie; se, fino a qualche decennio prima, questa inadattabilità alle norme delle comunità stanziali era stata per i Rom-Sinti causa di emarginazione e disprezzo, ora lo stesso atteggiamento viene mitizzato, cosicché il nomade è colui che non ha bisogno di certezze e agi, cui non interessa arricchirsi, che vive in armonia con la natura e che presenta un’innata predisposizione all’arte. All’interno del quadro idealista e sognatore del Romanticismo, affezionato ai grandi slanci passionali e libertari, i Rom-Sinti diventano modelli di comportamento ad esempio per i bohémiens (il termine deriva proprio dall’appellativo dato ai Rom-Sinti in Francia) francesi, che conducono una vita randagia e creativa, povera, anticonformista, legata a produzioni artistiche di vario genere e alla libertà da regole e schemi, proprio come faranno, a fine secolo, i colleghi italiani Scapigliati.
venerdì 20 marzo 2009
ONU, l'Italia viola i diritti umani
L’ Italia discrimina gli immigrati, soprattutto i Rom. Le violazioni dei diritti umani e le forme di intolleranza, razzismo e xenofobia nei confronti dei lavoratori migranti sono «evidenti e in aumento». L’accusa questa volta arriva direttamente dall’Onu. Contenuta nel rapporto annuale del comitato di esperti dell’Ilo, l’agenzia per il lavoro delle Nazioni Unite. Un documento arrivato il 3 marzo scorso che la Farnesina ha già «respinto al mittente», come spiega il ministro degli Esteri Frattini (in foto), sostenendo che quel rapporto «contiene affermazioni false, non dimostrate da elementi concreti». Non solo. Secondo Frattini, «espressioni come “intolleranza” e “discriminazione” sono utilizzate in modo gravemente inaccettabile verso l’Italia e le autorità italiane».
Il ministro si augura che «si tratti di una sfortunata pagina dell’attività di una istituzione, l’Ilo, che l’Italia rispetta e con la quale collabora» Eppure i 20 giuslavoristi indipendenti provenienti da ogni parte del mondo che hanno redatto quelle tre pagine, hanno giudicato la situazione italiana sufficientemente grave da giustificare la richiesta al nostro governo di presentare una risposta dettagliata entro il prosssimo settembre e non tra cinque anni, come è la prassi per questo tipo di Convenzione, ha spiegato Martin Oelz, del dipartimento legale dell’Ilo. L’Italia potrebbe essere chiamata a riferire già a giugno, in occasione della Conferenza internazionale del lavoro. Secondo il rapporto Onu, che riguarda l’applicazione degli standard internazionali del lavoro in tutti i paesi, «l’Italia contravviene al decreto che attua la direttiva Ue sulla «parità di trattamento tra le persone, indipendentemente dalla razza e dalla religione». Ma gli esperti Onu puntano il dito anche verso i «leader politici» italiani, rei di usare «una retorica aggressiva e discriminatoria nell’associare i rom alla criminalità, creando sentimenti di ostilità nell’opinione pubblica».
Le violazioni avvengono «soprattutto verso immigrati senza il permesso di soggiorno provenienti da Africa, Asia e Est Europa». «L’Italia potrà facilmente rispondere sulla correttezza di comportamento delle nostre istituzioni e la coerenza delle nostre leggi», replica a sua volta il ministro del Lavoro Sacconi, sminuendo il peso delle accuse in quanto il documento «non è un atto ufficiale dell’Ilo». Ma il suo predecessore, l’ex ministro Damiano (Pd) invita Sacconi a «non sottovalutare l’opinione di venti esperti mondiali in tema di lavoro». E la Caritas sostiene di vivere «quotidianamente» le forme di intolleranza e le discriminazioni denunciate dall’Onu, registrando «aspetti di razzismo sui luoghi di lavoro: dal Sud, dove ci sono forme di lavoro para-schiavistiche, alle forme più subdole al Nord». di Maria Grazia Bruzzone
giovedì 19 marzo 2009
La Rai razzista di "Chi l'ha visto?"
Il programma Rai “Chi l’ha visto?” continua imperterrito ad alimentare la favola degli “zingari” rapitori di bambini. Anche questa settimana, dopo un periodo di silenzio, il programma riprende questa tesi per la scomparsa di Angela Celentano.
La signora Maria Celentano, mamma della bambina, ha affermato: «Non c'è nessuna novità nelle indagini ma ogni tanto arrivano segnalazioni che vengono verificate. Questo è importante perché significa che la gente non ha dimenticato Angela».
Ma cos’ha scatenato la trasmissione della Rai? Una mail di un telespettatore. Probabilmente la redazione di “Chi l’ha visto” ha pochi casi da mettere in pasto ai telespettatori e la favola degli “zingari” rapitori di bambini, insieme alla storia di Angela Celentano e di Denise Pipitone, fa sempre audience e quindi in prima serata la Rai ripropone il peggiore stereotipo che colpisce i Rom e i Sinti in Italia.
Ma ripercorriamo questa vicenda. Una storia di soprusi e di violenze alimentata da un programma prodotto della televisione dello Stato italiano…
La prima segnalazione arriva il 27 maggio 1997, da Arzano (Napoli) dove i carabinieri notano una bambina rom che somiglia ad Angela. La bambina ha una «voglia» sulla schiena simile a quella della scomparsa, ma Catello e Maria Celentano, i genitori di Angela, si accorgono subito che non è loro figlia.
L'8 novembre 2001 a Montecorvino Rovella (Salerno), sono ancora i carabinieri a notare una bambina rom che somiglia ad Angela, ma questa volta è l'esame del Dna a fugare ogni dubbio.
Dopo tre anni di silenzio, due segnalazioni arrivano nel 2004. Il 3 ottobre, a San Giorgio a Cremano (Napoli), i vigili urbani notano una ragazzina che somiglia ad Angela, o almeno a come dovrebbe essere secondo una ricostruzione fatta al computer: anche lei ha una «voglia» simile a quella descritta dai Celentano, ma gli esami del sangue e del dna sono di nuovo negativi. Nel novembre dello stesso anno gli assistenti di una casa famiglia nei pressi di Frosinone notano la somiglianza con Angela di una bambina rom di circa 11-12 anni affidata a loro dopo essere stata trovata da sola a Roma ma anche qui l'esame del dna è negativo.Nel 2005 i Celentano aprono un sito www.angelacelentano.it, ancora attivo, che mostra come potrebbe essere oggi la bambina. Inutili si rivelano anche le indagini avviate nel 2004 dall'Fbi. Gli ultimi falsi allarmi risalgono al 2008. A febbraio una ragazzina, della stessa età di Angela, viene individuata in un campo rom di San Paolo Belsito (Napoli): la sua mappa genetica, confrontata con quella della mamma di Angela, corrisponde in molti punti, ma dopo approfonditi esami la polizia scientifica esclude in maniera che la bambina ritrovata sia la Celentano. Nel luglio 2008, infine, una ragazzina rom che somiglia ad Angela viene trattenuta per sei giorni in un centro d'accoglienza per minori di Firenze in attesa dei risultati dell'esame del Dna, che danno poi esito negativo.
Ddl sicurezza, Maroni è sorpreso...
Dopo aver firmato con al Regione Veneto il via libera alle ronde, il Ministro Maroni si dice "francamente sorpreso" dalla lettera dei parlamentari della Pdl che chiede al governo di non mettere la fiducia sul disegno di legge sicurezza e di non costringere i medici a segnalare i clandestini.
Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, interviene nel corso del programma Mattino Cinque, su Canale 5, e ricorda che la norma "è stata introdotta dal Senato con l'approvazione all'unanimità della Pdl e non c'è mai stata intenzione da parte del governo di mettere la fiducia sul ddl: si tratta di un provvedimento complesso che vogliamo sia discusso dal Parlamento. Per questo l'iniziativa dei 101 mi pare strana".
Maroni non esclude che l'iniziativa sia legata a fibrillazioni interne alla maggioranza. "Ogni volta che si avvicina un congresso - osserva - e quello del Pdl è importante perché porta all'unione di due partiti, ci sono fermenti. Non vorrei ci fosse dietro una cosa del genere".
Maroni chiede che "su questi temi si discuta nel merito, senza strumentalizzare per fini politici". Poi ribadisce che il ddl non introduce alcun obbligo dei medici a denunciare i clandestini: "Togliamo il divieto di denuncia che esiste solo in Italia. Poi, chi vuole denunciare lo fa, chi non vuole non lo fa". Il ministro bolla come "falsità" l'ipotesi che con l'introduzione del ddl i figli di clandestini non possano essere registrati all'anagrafe. "Si tratta di una errata informazione - ha detto - messa in giro per fare polemica".
Ministri a braccetto con neofascisti
I ministri Andrea Ronchi e Ignazio La Russa in posa con i neonazisti, come scritto da Paolo Berizzi nel suo libro "Bande nere" e riportato su Repubblica, hanno aperto un altro fronte polemico fra governo ed opposizione. Il Pd ha inviato una lettera a Berlusconi per chiedere spiegazioni, mentre Antonio Di Pietro vuole che il premier riferisca in Parlamento.
Le prese di posizione sono durissime. I deputati Emanuele Fiano ed Antonio Misiani, insieme ai vicepresidenti del gruppo del Pd alla Camera, Marina Sereni e Gianclaudio Bressa, chiedono chiarimenti dopo, come scrivono, aver visto "con stupore e sconcerto in un articolo comparso su Repubblica fotografie dei ministri La Russa e Ronchi con esponenti del mondo dell'estremismo neofascista e neonazista italiano, oltre che con un presunto appartenente al mondo dello spaccio di droga collegato alla n'drangheta". "Vorremmo sapere - si legge nella lettera - se quegli abbracci siano stati casuali o frutto invece di una frequentazione e di un'amicizia più consolidata".
"Perché - continua la lettera - in quest'ultimo caso, ci si troverebbe di fronte a inaccettabili amicizie di autorevoli esponenti dell'attuale governo con rappresentanti politici di un mondo dell'estrema destra extraparlamentare le cui inclinazioni neofasciste, razziste e violente sono state più volte oggetto della cronaca di questi ultimi anni".
"Sarebbe impossibile - dicono gli esponenti del Pd - accettare che un ministro della Repubblica si faccia fotografare sorridente accanto al leader di un circolo di destra estrema la cui rivista su internet riportava solo un anno fa una vergognosa copertina in cui si irrideva alla tragedia della Shoah e del campo di sterminio di Auschwitz". "Dunque, per questi motivi - concludono gli esponenti Democratici - ci aspettiamo smentite dai diretti interessati e dallo stesso presidente del Consiglio Berlusconi sul persistere di vecchi e intollerabili legami che pensavamo consegnati definitivamente al passato".
Da parte sua anche Antonio Di Pietro calca la mano. "Come volevasi dimostrare: fascisti erano e fascisti sono rimasti. C'è un fascismo di ritorno, i cui rappresentanti, ora è la prova provata, siedono anche nelle istituzioni e anelano alla riapparizione di quei periodi bui della nostra storia", dice il leader dell'Idv. "E' incredibile - spiega - quanto sta accadendo nel nostro Paese: si cancellano la memoria, i valori democratici per riabilitare il fascismo e quei gruppi che propugnano l'apartheid e istigano all'odio razziale. Nel libro di Berizzi si fanno nomi e cognomi dei compari, degli sponsor di questi pericolosi personaggi che occupano ruoli istituzionali in tutta la penisola. E' bene che questi signori escano allo scoperto, dicano ai cittadini se lavorano per affermare i valori tracciati dai nostri padri costituenti o per far risorgere un nuovo fascismo. Sono molti a spalleggiare i protagonisti di questo movimento antidemocratico: ministri, parlamentari, sindaci, assessori".
"E sono gli stessi - conclude Di Pietro - che si nutrono dell'apporto di questa onda nera, formata da pseudopartiti, i cui simboli sono croci celtiche, fasci littori, svastiche, bandiere del terzo Reich. Noi dell'Italia dei Valori chiediamo al Presidente del Consiglio di venire in Parlamento a spiegare cosa succede e chiediamo che venga fatta piena luce su questa torbida vicenda che coinvolge rappresentanti istituzionali e di governo". di Repubblica (in foto neofascisti festeggianno Alemanno Sindaco di Roma)
Milano, gli immigrati in Lombardia
Il 31 marzo 2009 a Milano si terrà l’8° Convegno Nazionale “Gli immigrati in Lombardia. La Ricerca e la sperimentazione al servizio del territorio. Rapporto 2008”, presso l’Auditorium “G. Gaber", P.zza Duca D’Aosta 3, ore 9.00. Promuovono ORIM Osservatorio Regionale per l’integrazione e la Multietnicità, Fondazione ISMU e Regione Lombardia. Il convegno si articola in due sessioni di lavoro. Nella mattinata viene illustrato il quadro aggiornato degli aspetti quantitativi e delle caratteristiche della popolazione immigrata che vive in Lombardia (percorsi di ingress o, partecipazione e successo dei giovani stranieri nel sistema di istruzione e di formazione professionale). Nel pomeriggio si tengono due seminari paralleli in cui ricercatori dell’ORIM, operatori e rappresentanti delle istituzioni pubbliche e del privato sociale si confrontano sulle loro esperienze di studio e di lavoro su due temi specifici (condizioni di salute della persona immigrata per fasce di età e diverse condizioni di rischio sanitario tra la popolazione straniera e accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari.) Iscrizioni online dal 4 marzo. Per informazioni: Fondazione ISMU, tel. 02 6787791
Pavia, progettiamo insieme il superamento urbanistico e sociale dei "campi nomadi" pavesi
La quarta edizione del Laboratorio di Sviluppo Locale Partecipativo (marzo-giugno 2009) - attività che si tiene presso l'Università di Pavia, CdL in Ingegneria Edile/Architettura, Corso di Sociologia Urbana e del Territorio - è dedicata al tema dell’abitare in riferimento alle comunità di Sinti che vivono stabilmente nella città di Pavia, all’interno dei cosiddetti “campi nomadi”.
L’obiettivo generale del Laboratorio è quello di contribuire, tramite uno studio partecipativo di natura progettuale che coinvolga direttamente i Sinti pavesi e gli enti/associazioni interessati, a fare emergere possibili soluzioni insediative in alternativa al modello dei “campi”.
Le attività di Laboratorio, che vedono la partecipazione degli studenti, di esperti e di esponenti di istituzioni e associazioni operanti sul tema, sono svolte in collaborazione con il Comune di Pavia. Il lavoro progettuale sarà preceduto da una serie di seminari pubblici, aperti a tutti gli interessati, e dedicati ad inquadrare il fenomeno in questione: i seminari (calendario in allegato) vogliono essere momento di discussione collettiva e di partecipazione rispetto alla definizione delle linee progettuali successive.
Con la presente invitiamo tutti gli interessati a partecipare agli incontri previsti, ma anche a farci pervenire, direttamente o via mail, proposte, indicazioni o materiali di studio/progettuali utili al nostro lavoro, con particolare riferimento a buone pratiche nella creazione e nella gestione di insediamenti con i Rom e con i Sinti in Italia.
La presentazione pubblica del Laboratorio, con la partecipazione degli studenti e degli enti coinvolti, si terrà giovedì 26 marzo, alle ore 18, presso l'insediamento sinto di P.le Europa, a Pavia (sul lato destro del Palazzetto delle Esposizioni). Per contatti e informazioni: andrea.membretti@unipv.it
mercoledì 18 marzo 2009
Non aver paura!
«Io non sono razzista, ma...». È il biglietto da visita del razzismo, esplicito o strisciante, che negli ultimi anni sta prendendo forza. Laura Boldrini punta il dito sulla politica («che in questi anni ha coniugato sicurezza e immigrazione, scorrettamente trascurando i molti aspetti positivi dei lavoratori immigrati tra noi») e su giornali e tv «che non ci hanno aiutato a capire, che danno larghissimo spazio alla devianza, alla criminalità, al susseguirsi di sbarchi di migranti senza spiegare da cosa fuggono. Un’informazione che troppo spesso non ci aiuta a capire».
Basta, bisogna dare un segnale. Di qui nasce la campagna «Non aver paura, apriti agli altri» lanciata da ventisei organizzazioni. Oltre al Commissariato Onu per i rifugiati, Amnesty international, Antigone, Arci, Asgi, Acli. Cgil, Caritas, Emmaus, Chiese evangeliche, Federazione Rom e Sinti Insieme, Libera, Save the children, Sei-Ugl e molte altre organizzeranno iniziative, raccoglieranno firme, porteranno un messaggio di integrazione e rispetto per l’altro, favoriranno la conoscenza e il dialogo. Perché, spiega Moni Ovadia, molti pensano di essere più uguali di altri, di avere più diritti degli altri, «e invece c’è un solo uomo sula terra, l’altro è l’altra faccia di noi stessi».
Ecco dunque il fantasmino che sorride, simbolo della campagna. Nato, racconta l’undicenne Sami Cirpaciu, «perché quando dai campi siamo andati nelle tende e poi a casa, mi hanno chiesto le mie paure. Io ho fatto uno spauracchio che fa paura ai fantasmini...». Poche parole, un’esperienza durissima: il campo rom a Settimo Torinese va a fuoco, il ricovero di fortuna, poi l’esperimento di autocostruzione, e il fantasmino può finalmente sorridere. Anche negli adesivi, nelle spillette, nei manifesti, sul sito web.
E nello spot: è il sorriso di Sami che apre la gabbia che rinchiude l’italiana (Francesca Reggiani) che «non è razzista ma...», il napoletano (Lello Arena) che punta il dito sugli arabi, l’araba (Cumba Sall) che se la prende con gli africani, l’africano (Salvatore Marino) che trova il capro espiatorio finale, lo zingaro, il piccolo Sami (GUARDA IL VIDEO...).
L’esclusione è un’esperienza viva per un calabrese immigrato a Torino, dice il regista dello spot, Mimmo Calopresti, «tutti possono trovare qualcuno con cui prendersela. Ma se ci apriamo, lavoriamo a migliorare noi stessi, migliora il mondo». «Il pregiudizio è una scorciatoia - dice Lello Arena - tutti dovrebbero fare l’esperienza di essere minoranza». «E allora non verrebbe a nessuno l’idea orripilante delle scuole differenziali per chi non sa l’italiano - s’indigna Salvatore Marino, padre siciliano e madre eritrea - come l’imparano l’italiano se nessuno lo sa?».
A raccontare la banalità del razzismo è Ribca, franco-eritrea ma romana da vent’anni. Appena arrivata, racconta, davanti a un tentativo di discriminazione un intero autobus è insorto, facendo scendere la donna che l’insultava. Tre anni fa, racconta un giornalista del Tg2, che scortesemente le dava del tu, le ha chiesto: da dove vieni? «Da Roma, ho risposto, nun se sente? E lui: si sente, ma non si vede. Ecco, è grave che un giornalista, che una persona parli così». È gravissimo: una gabbia che bisogna rompere, tutti insieme. di Ella Baffoni
Ddl sicurezza, dal Pdl 101 pugni alla Lega Nord
Stupore. Disappunto. Rabbia. Sono i sentimenti che circolano tra le fila dei deputati e dei senatori della Lega Nord dopo che 101 parlamentari del Popolo della Libertà, guidati da Alessandra Mussolini, hanno incalzato il premier sul disegno di legge sicurezza ("Inaccettabili il reato di clandestinità e l'obbligo di denuncia che sarà imposto ai medici"). Nel mirino sono finite proprio due proposte molto care al ministro dell'Interno Roberto Maroni e al popolo del Carroccio.
I deputati padani, però, sono sotto scacco: con il federalismo fiscale in aula a Montecitorio non possono attaccare i colleghi di maggioranza, per non rischiare clamorose bocciature sulla madre di tutte le riforme (come la chiama Bossi), anche se a microfono spento si sfogano: "E' la cricca dei meridionali-clericali che si mette di traverso", sbottano in Via Bellerio. La Lega legge nell'iniziativa dei cento del Pdl un modo per mettere alle corde proprio il movimento del Senatùr: vuoi il federalismo fiscale? Cancella la norma contro i clandestini. Nervi tesi quindi nel Centrodestra. Anzi tesissimi.
Il reato di clandestinità e le norme riguardanti la denuncia dei clandestini da parte dei medici sono "inaccettabili". Per questo 101 deputati del Pdl, capitanati da Alessandra Mussolini, incalzano il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi affinché non ponga la fiducia sul ddl che riguarda la sicurezza. Nelle richieste avanzate al premier, la Mussolini si dice convinta "di poter contare sull'appoggio del presidente della Camera Gianfranco Fini. Ti chiediamo - si legge nella lettera inviata al premier - di non porre la fiducia" perché in quel disegno di legge "sono contenute norme a nostro giudizio inaccettabili e che necessitano di indispensabili correzioni". Non solo. La Mussolini rivela di averne parlato anche con il presidente Napolitano: "Sono stata la settimana scorsa dal Capo dello Stato per parlare dello status dei minori stranieri non accompagnati, e abbiamo parlato anche dell’obbligo di denuncia per medici e insegnanti: ho trovato il Presidente Napolitano sensibile alla necessità di non penalizzare donne e bambini".
I parlamentari firmatari (tra gli altri Souad Sbai, Valentina Aprea, Mario Landolfi, Beatrice Lorenzin, Fiamma Nirenstein e Enrico Cost, nessuno è della Lega) aggiungono d'esser certi che Berlusconi si renderà conto "di come questo dettato legislativo vada contro i più elementari diritti umani e in particolare dell'infanzia e della maternità".
Nella missiva i deputati di maggioranza respingono anche l'interpretazione secondo cui il provvedimento non obblighi i medici alla denuncia dei clandestini che si presentano in ospedale o nei centri di vaccinazione: "Non è così. Anzi, l'obbligo di denuncia potrà riguardare anche gli insegnanti e chiunque eserciti incarichi pubblici". E ciò proprio a causa dell'introduzione in sede penale del reato di clandestinità: in caso di mancata denuncia, infatti, medici e insegnanti violerebbero gli art. 361 e 362 c.p., cioè "il reato di omessa denuncia da parte del pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio". Sarebbe, sottolineano i firmatari della lettera, "una vera e propria trappola per bambini, da attirare con l'obbligo dell'istruzione, così da individuarli e colpirli proprio con la mano del medico o dell'educatore". E il risultato sarebbe escludere bambini e donne in gravidanza dai livelli educativi e sanitari, con rischi per tutti e un "regresso spaventoso in fatto di civiltà". Solo se non sarà posta la fiducia, concludono, sarà possibile porre rimedio a quello che altrimenti sarebbe un "errore imperdonabile".
Ma il presidente e il vicepresidente dei deputati Pdl, Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino ribattono: "La lettera di Mussolini sul decreto sicurezza non è condivisa dal gruppo del Pdl. Per altro verso, sul merito del decreto è ancora in corso il dibattito in commissione". E la Lega, con il capogruppo Roberto Cota, aggiunge: "La lettera di Alessandra Mussolini stupisce e trovo molto opportuna la precisazione del Capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto che ha detto che non rappresenta la posizione del Gruppo. Il Governo non ha mai pensato di mettere la fiducia su questo provvedimento. La lettera evidentemente è figlia di manovre interne in vista del congresso del Pdl, ma non va bene strumentalizzare un argomento così importante e delicato come la sicurezza. Vorrei anche far presente che il ddl in questione è stato approvato al Senato con voto unanime della maggioranza dopo un ampio dibattito e con un pieno accordo politico".
Apprezza l'iniziativa dei cento deputati di maggioranza, Marco Minniti, responsabile sicurezza del Pd. "È molto importante che un numero così rilevante di parlamentari segnali la propria profonda contrarietà su alcune norme contenute nel ddl sulla sicurezza come quelle che prevedono la denuncia degli immigrati clandestini da parte dei medici o di chiunque eserciti incarichi pubblici. È un tema su cui riteniamo si giochi una partita di civiltà per il nostro Paese". di Affaritaliani
Venezia, il referendum non si farà
Il Consiglio comunale non ha approvato l'ammissibilità del referendum popolare, quindi non ci sono più ostacoli all' allestimento del nuovo villaggio per i Sinti veneziani in Via Vallenari.
La discussione era all'ordine del giorno ieri con il titolo: "Ritieni che la realizzazione del campo nomadi che costa milioni di euro rientri nelle priorità del tuo Comune di Venezia?” con mozione presentata dai consiglieri Raffaele Speranzon, Alfonso Saetta, Albero Mazzonetto, Antonio Cavaliere.
Vano anche il tentativo dei consiglieri che avevano consegnato alla segreteria generale del Comune 12.506 firme di cittadini favorevoli all’indizione del referendum.
La seduta, che ha avuto diversi momenti di tensione tra le opposte fazioni e tra il pubblico presente, è stata molto seguita all’interno della sala consiliare e all’esterno, davanti al mega schermo appositamente allestito.
Fuori dal Municipio i disubbidienti hanno contestato con lancio di uova alcuni consiglieri comunali che entravano in Municipio per partecipare alla seduta. di Francesca Chiozzotto
martedì 17 marzo 2009
Venezia, Genitlini processato per istigazione all'odio razziale
Il vicesindaco di Treviso Giancarlo Gentilini sarà processato per le parole contro immigrati, Rom e Sinti pronunciate lo scorso settembre, durante la Festa dei Popoli a Venezia (guarda il video...). Il procuratore capo del capoluogo veneto lo ha citato direttamente a giudizio con l’accusa di istigazione all’odio razziale.
Durante il suo intervento, Gentilini propugnò “pulizia dalle strade di tutte queste etnie che distruggono il nostro Paese”, invocando contro di loro una “rivoluzione” contro gli stranieri. “Non voglio più vedere – disse - queste genie che girano per le strade”.
La rivoluzione gentiliniana avrebbe dovuto colpire anche i fedeli musulmani che vogliono aprire moschee in Italia. “Vadano a pregare nei deserti. Aprirò una fabbrica di tappeti e regaleremo i tappeti, ma che vadano nei deserti”.
Il vicesindaco si attaccò poi la proposta di dare il voto agli immigrati: “Non voglio vedere consigliere neri, gialli, marroni, grigi, insegnare ai nostri giovani. Cosa insegnano? La civiltà del deserto? La civiltà di coloro che scappano dietro ai leoni o quelli che corrono dietro alle gazzelle per mangiarle?”. Il processo a Gentilini è fissato per il 4 giugno prossimo.
lunedì 16 marzo 2009
Sbattere in prima pagina il mostro italiano
Il numero in edicola di Gazeta Romaneasca, il settimanale dei romeni in Italia, ha una prima pagina diversa da tutti i numeri precedenti. L’apertura è dedicata al pedofilo italiano che a Napoli ha stuprato un bambino rumeno di 8 anni, sotto si parla dell’italiano ubriaco e drogato alla guida che ha ammazzato un romeno vicino a Capena, infine c’è la ladra italiana catturata da due rumeni a Trento.
“Abbiamo fatto un esperimento: sbattere in prima pagina il mostro italiano”, dice il direttore editoriale del giornale, Sorin Cehan. “Farà capire ai nostri lettori il meccanismo perverso usato da alcuni giornali italiani che genera poi la rivolta dei cittadini contro un intero popolo”.
Nell’editoriale, il direttore spiega la scelta: “Una volta, una sola volta proviamo a fare una prima pagina nello stile oramai consacrato della stampa italiana. Sono tutti fatti reali, ma estratti con la pinzetta dalla realtà. L’immagine degli italiani è filtrata dalle stesse lenti con le quali loro ci osservano tutti i giorni: la cronaca nera di quanti uccidono, stuprano e rubano”.
“Il fatto di cronaca, si impara nelle scuole di giornalismo, è chiuso in se stesso. Per questo le pagine di cronaca nera di solito alla fine dei giornali, perche il loro significato è pari quasi a zero. – scrive Cehan - Se uno stupratore romeno aggredisce un’italiana, non significa che “i romeni violentano le italiane”, cosi come l’italiano che abusa di un bambino romeno non rappresenta “gli italiani che stuprano i bambini romeni”.
“Abbiamo avuto difficoltà a trovare i nomi degli accusati e le loro fotografie, perchè la stampa italiana non ha dato loro importanza. La maggior parte dei giornali non dà i nomi degli arrestati italiani, al massimo le iniziali, e le fotografie sono una rarità. Una pratica corretta, visto la presunzione d’innocenza della quale gode chiunque, in uno stato democratico e moderno, per quanto odioso possa essere il fatto di cui è accusato.
“Con i romeni, è il contrario. Sono filmati in diretta, sbattuti in primo piano, condannati già dalla stampa. La manipolazione dell’opinione pubblica è diventata grossolana ed è dannosa. La prima pagina può essere fatta in tanti modi. Questo è il modo più sbagliato” conclude il direttore di Gazeta Romaneasca.
Montesilvano (PE), il razzismo promosso da Forza Nuova
E' la volta di Montesilvano e dell'ennesima strumentazione di un fatto di cronaca che si trasforma in atto di razzismo. E' il trionfo della sopraffazione che usa la finta causa sociale per far presa sul malcontento comune. Sequestrate e confiscate tutto ai Rom!
Uno slogan che presuppone l'analisi di due questioni fondamentali: il diritto di proprietà e il relativismo culturale.
Sulla prima questione c'è molto da dire, se non altro perchè è sulla proprietà privata che, nei secoli, i popoli conquistatori hanno giocato il loro ruolo ed esercitato il potere.
Chiedete a un pescarese chi sono i Rom e vi diranno che sono "nomadi che hanno le ville". Un ossimoro che continua a rappresentare il pregiudizio secondo cui un Rom, se proprietario, ha costruito la sua casa con proventi illeciti.
Una generalizzazione che non tiene conto di coloro che lavorano e che hanno ristrutturato, nel corso degli anni, gli alloggi avuti in eredità dai padri.
Inoltre, ed è atteggiamento maggioritario in uso anche per tutte le comunità escluse, si colpevolizza il "possedimento" come rappresentazione di un avere che non compete, enfatizzando che "se sei povero, come hai fatto a farti la casa?".
Potremmo chiederlo a milioni di persone che, con i sacrifici che ognuno di noi conosce, sono riuscite ad avere una casa, grande o piccola che sia.
Sul relativismo culturale e il riferimento all'appartenenza etnica possiamo dire molto di più: il fatto di appartenere alla comunità Rom ci pone davanti all'annosa questione del "non sono persona ma popolo", pur considerando che si è persona in un contesto in cui quel popolo si esprime. Allora, come si esprime il popolo Rom e come viene "espresso", dipinto e raccontato, dalla società che quel popolo accoglie?
Nell'ultima settimana i giornali locali hanno dipinto un fatto di cronaca rendendolo eclatante: l'entità della somma confiscata, il coinvolgimento della figura dei minori - che tanto fa presa sull'opinione pubblica - e la convenzionale ripresa dei caratteri "culturali", forzatura che tende a ribadire il concetto secondo cui tutto un popolo possiede determinate caratteristiche.
Criteri che rafforzano la discriminazione razziale, ribadendo che se uno è Rom è "culturalmente" dedito all'illecito.
Questo relativismo, che colpisce ogni straniero in terra straniera, rappresenta in questo caso un pericoloso strumento che ha come obiettivo quello di rendere lo stereotipo il canale preferenziale per arrivare alla "gente".
Più che uno slogan populista è uno slogan fascista che, in nome dello sviluppo dello stato sociale (più caserme e case popolari, sic!) gioca sull'annientamento del diritto di cittadinanza in nome del nazionalismo garantito dal senso di appartenenza etnica. Dal relativismo culturale al concetto di razza superiore, quindi, il passo è veramente breve.
Mi chiedo quale risposta pubblica darà il territorio (non solo Montesilvano ma anche la provincia pescarese e, perchè no? tutta la regione) a questo gravissimo atto di razzismo. di Julia Prestia, Cooperativa Sociale Pralipé
Mestre (VE), sospeso il Consiglio comunale
Mentre la Lega Nord impegna il Consiglio regionale per non far realizzare un abitare dignitoso per le famiglie sinte veneziane, il Consiglio Comunale di Mestre è stato sospeso dopo pochi minuti dal suo inizio. L’ordine del giorno: il referendum promosso dalla Lega Nord contro la realizzazione del villaggio per i sinti veneziani.
L'edificio di via Palazzo che ospita l'assemblea civica è letteralmente blindato da polizia e guardia di Finanza in assetto antiguerriglia: un provvedimento assunto dal questore per contrastare la presenza di una ventina di disobbedienti che protestano contro la Lega Nord con cartelli, striscioni, un impianto audio a tutto volume e lanci di uova contro i consiglieri comunali che arrivavano a palazzo.
Il presidente del consiglio comunale Renato Boraso di Forza Italia è stato colpito al volto da una sorta di piccolo ceffone che gli ha riservato il leader dei disobbedienti Luca Casarini (in foto) dopo che lo stesso Boraso gli aveva teso la mano.
All'interno del consiglio altri cartelli, questa volta sollevati da rappresentanti della Lega contro la realizzazione del villaggio. «Il questore e il comandante dei Vigili - si è lamentato in apertura di seduta Alberto Mazzonetto della Lega Nord - non hanno fatto ciò che dovevano fare per garantire il dibattito democratico. Questa giunta accompagnata da questi squadristi vorrebbero imporre il loro ordine alla città».
Milano, interviene anche Amnesty International contro la furia degli sgomberi
Sara, piccola romena paralizzata dalla distrofia muscolare, è ancora nella sua prigione di legno e cellophane sotto il ponte Bacula. Ma la luce dei suoi occhi e il sorriso dei suoi sette anni hanno bucato il buio della catapecchia e sono arrivati fino a Washington, da dove è partito l´appello internazionale di Amnesty International in solidarietà con la piccola comunità rom, colpita da ormai dieci sgomberi, senza mai un´alternativa praticabile al vagabondaggio disperato lungo i binari delle Ferrovie Nord. In vista dell´imminente sgombero di Sara e degli altri 150 rom della Ghisolfa, è pronta anche un´interrogazione alla Commissione Europea dell´eurodeputata Patrizia Toia.
Che cosa ha fatto arrivare fino ad Amnesty International il caso dei romeni che vivono come topi lungo la massicciata delle Nord alla Bovisa? «Da parte delle autorità milanesi - si legge nell´appello - non c´è stata alcuna consultazione con quella comunità né tentativo di offrire alternative accettabili ai senza tetto». Amnesty ricorda che sotto al ponte vivono molti bambini anche in età prescolare, che mancano acqua ed elettricità e che nei precedenti sgomberi il Comune offrì accoglienza solo alle madri con bambini e solo per un breve periodo.
Amnesty International si rivolge al prefetto, al sindaco Letizia Moratti e al vicesindaco Riccardo De Corato, che ha annunciato la messa in opera di insormontabili barriere «per evitare nuove occupazioni in futuro». Amnesty sottolinea che «gli sgomberi forzati, portati avanti senza tutele legali e assistenza, sono sanzionati dalle norme internazionali come una violazione dei diritti umani, in particolare del diritto a un´adeguata abitazione». La richiesta all´amministrazione è di pensare lo sgombero come «ultima possibilità e solo nel rispetto completo di tutte le garanzie previste dal diritto internazionale, compreso il diritto di preavviso e di una valida sistemazione alternativa». Il vicesindaco De Corato replica: «Non ci sono leggi internazionali che impongano di ospitare nelle strutture comunale persone che occupano abusivamente. Le sgombereremo offrendo assistenza a donne e a minori: non agli uomini, neanche se padri di famiglia. Ma loro hanno sempre rifiutato, dalla Bovisasca in avanti. Quindi sono problemi loro. Le famiglie, nei nostri centri d´accoglienza, non possono stare per problemi di promiscuità».Protesta l´eurodeputato Toia, che aveva già scritto al sindaco - senza risposta - per chiedere il rispetto dei diritti umani per gli zingari. Ora si rivolge al prefetto Gian Valerio Lombardi, commissario straordinario all´emergenza rom. «Ho chiesto al prefetto di presenziare allo sgombero assieme a una delegazione del Parlamento europeo - spiega la Toia - e nell´interrogazione che sto per presentare alla Commissione chiederò di valutare se, tra le altre cose, il comportamento delle autorità milanesi non stia violando il principio di non discriminazione su base etnica e le disposizioni internazionali per la protezione dei minori». di Zita Dazzi
Mitrovica, una città e il suo doppio
Nonostante gli anni, la mercedes beige sorpassa con disinvoltura i trattori e gli altri veicoli che affollano la strada a due corsie che attraversa il Kosovo da nord a sud. La destinazione è Mitrovica, città che marca il confine tra il nuovo Kosovo indipendente (e albanese) e quello che si sente ancora provincia della Serbia. Per la precisione la linea di confine tra questi due mondi divide la città stessa in due, con il governo kosovaro che controlla la zona sud e la Serbia che mantiene il controllo di quella a nord del fiume Ibar. A fare da collegamento tra i due mondi un ponte sotto la vigilanza continua del contingente francese della KFOR. In realtà di ponti ce ne sono altri due, ma di questi si parla molto meno.
Mitrovica è il luogo dove in maniera più evidente si palesa la coesistenza tra due strutture statali parallele, che la dichiarazione unilaterale di indipendenza dello scorso anno ha ulteriormente allontanato. La Serbia, che pure riconosceva il mandato dell’UNMIK in quanto sancito da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si rifiuta di riconoscere la legittimità del governo kosovaro e della missione UE in Kosovo e ha nei mesi passati rinforzato la sua presenza.
I due sistemi intervengono in ogni aspetto della vita degli abitanti di questa città: dai tribunali alle scuole, dall’assistenza sanitaria ai documenti personali, dai sussidi economici alle patenti di guida e alle targhe delle auto. Per quanto riguarda le auto, nella parte nord si vedono le targhe con la sigla KM (Kosovska Mitrovica) emesse dalle autorità serbe, a sud dominano invece quelle con la sigla KS adottata dal nuovo governo. Il problema sorge per gli autusti dei veicoli in transito da una parte all’altra (e ce ne sono molti!) che devono fermarsi e togliere la targa ogni qualvolta attraversano il fiume Ibar.
Per l’UNMIK, il controllo serbo sul nord di Mitrovica ha sempre rappresentato uno smacco difficile da digerire, che si rifletteva nella stigmatizzazione di quel pezzo di città come ‘zona grigia’, a cui venivano associati una serie di connotati negativi, spesso ben lontani dalla realtà riscontrabile sul terreno. Nel 2002, Steiner, l’allora rappresentante speciale in Kosovo del segretario generale dell’Onu, dichiarava:
«Se si getta uno sguardo su Mitrovica nord oggi, che cosa si osserva? Strade grigie. Giovani senza prospettive. Macchine parcheggiate in doppia e tripla fila. Disordine. Paura. Una legale “zona grigia”. Nessun investimento. Niente lavoro. Nessun futuro. È tempo di fare qualcosa. Se le cose vengono lasciate così come sono, scivoleranno ancora più verso il fondo. [...] Lasciare le cose così come sono significa perdurare nell’assenza di leggi, nell’insicurezza, nella paura e nella marginalizzazione politica. Significa restare in una “zona grigia”».
Come nota Picker, in un bel intervento apparso su Conflitti Globali, ‘la differenza che viene prodotta discorsivamente tra un modello occidentale di città e la situazione di Mitrovica trova la sua origine in un immaginario geopolitico e geoculturale più ampio, che assume la forma di: Europa/Balcani = modernità/premodernità= sviluppo/non sviluppo’.
Mentre la situazione di Mitrovica, per la prossimità del confine con la Serbia, è in qualche modo estrema rispetto ad altre municipalità con una forte presenza serba - va ricordato il dato spesso sottovalutato che solo circa un terzo dei Kosovari di etnia serba vive nelle municipalità del nord - è comunque fondamentale per capire la complessità del rebus kosovaro anche ora, a un anno dalla dichiarazione di indipendenza.
Dove vivevano i Rom. È in tale rebus vanno poi inserite le minoranze rom, askhaljia e egiziane (RAE). La loro storia, il loro presente e la loro sorte sono strettamente legate a quanto accade nel resto del Kosovo.
Al comune di Mitrovica sud parlo con la funzionaria rom che ha il compito di fungere da collegamento tra la comunità e le istituzioni locali che “si sente impotente di fronte alle richieste, talvolta disperate, che le arrivano dai rom” e per l’assenza di risorse e volontà politica da parte delle istituzioni che, dice la funzionaria, “spesso la fanno sentire come un pupazzo” messo lì per accontentare la comunità internazionale ma senza alcun potere reale.
Nel suo ufficio, uno stanzino senza finestre con un computer che non viene riparato da più di un anno e dove a stento ci si muove, ci sono affisse due mappe del quartiere rom, una di prima della guerra del 1999 e della tabula rasa fatta dagli albanesi di ritorno a Mitrovica dopo la fine dei bombardamenti della NATO, e l’altra con evidenziate le aree dove dovrebbe risorgere, secondo i piani concordati dal comune con le agenzie internazionali, la mahalla dei rom. Il quartiere che una volta si estendeva su un territorio di circa 20 ettari lungo la riva sud del fiume Ibar ora si è ridotto a poco meno di due ettari. La distanza tra quello che c’era prima e il presente diventa evidente mentre passeggiamo verso le nuove abitazioni assegnate da pochi mesi ad alcune famiglie rom che hanno accettato di fare da apripista di un controesodo che forse non avverrà mai, nonostante sia fortemente auspicato (e incentivato) dagli strateghi del nuovo Kosovo pacificato e, volente o nolente, multietnico. Quello che colpisce attraversando a piedi l’area è l’assenza di vita, l’assenza di musica, gli ampi spazi vuoti dove è stata rimossa ogni traccia di quello che c’era. di Nando Sigona, continua a leggere...
Ddl sicurezza, appello ai parlamentari
L’art. 45, comma 1, lett. f) del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza”, approvato dal Senato e attualmente all’esame della Camera (C. 2180), introduce l’obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile, tra i quali sono inclusi anche gli atti di nascita*.
L’ufficiale dello stato civile non potrà dunque ricevere la dichiarazione di nascita né di riconoscimento del figlio naturale da parte di genitori stranieri privi di permesso di soggiorno.
La norma che impedisce la registrazione della nascita si configura come una misura che oggettivamente scoraggia una protezione del minore e della maternità. Una simile norma appare dunque incostituzionale sotto diversi profili. In primo luogo comporta una palese violazione del dovere per la Repubblica di proteggere la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo (art. 31, comma 2 Cost.) e sfavorisce il diritto-dovere costituzionale dei genitori di mantenere i figli (art. 30, comma 1 Cost.). In secondo luogo viola il divieto costituzionale di privare della capacità giuridica e del nome una persona per motivi politici (art. 22 Cost.) ed è noto che la dottrina si riferisce alle privazioni per qualsiasi motivo di interesse politico dello Stato.
La norma è altresì incostituzionale per violazione del limite previsto dall'art. 117, comma 1 Cost. che impone alla legge di rispettare gli obblighi internazionali. Essa si pone infatti in palese contrasto con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176 che agli articoli 7 e 8 riconosce a ogni minore, senza alcuna discriminazione (dunque indipendentemente dalla nazionalità e dalla regolarità del soggiorno del genitore), il diritto di essere “registrato immediatamente al momento della sua nascita”, il diritto “ad un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi”, nonché il diritto “a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni famigliari”. La disposizione in oggetto violerebbe inoltre l'art. 24, comma 2 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, firmato a New York il 16 dicembre 1966, ratificato e reso esecutivo con legge 25 ottobre 1977, n. 881, che espressamente prevede che ogni bambino deve essere registrato immediatamente dopo la nascita ed avere un nome.
Le conseguenze di tale modifica normativa sui bambini che nascono in Italia da genitori irregolari sarebbero gravissime.
I minori che non saranno registrati alla nascita, infatti, resteranno privi di qualsiasi documento e totalmente sconosciuti alle istituzioni: bambini invisibili, senza identità, e dunque esposti a ogni violazione di quei diritti fondamentali che ai sensi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza devono essere riconosciuti a ogni minore. Ad esempio, in mancanza di un documento da cui risulti il rapporto di filiazione, molti di questi bambini non potranno acquisire la cittadinanza dei genitori e diventeranno dunque apolidi di fatto. Per tutta la vita incontreranno ostacoli nel rapportarsi con qualsiasi istituzione, inclusa la scuola. Proprio a causa della loro invisibilità, saranno assai più facilmente vittime di abusi, di sfruttamento e della tratta di esseri umani.
In secondo luogo, vi è il forte rischio che i bambini nati in ospedale non vengano consegnati ai genitori privi di permesso di soggiorno, essendo a quest’ultimi impedito il riconoscimento del figlio, e che in tali casi venga aperto un procedimento per la dichiarazione dello stato d’abbandono. Questi bambini, dunque, potranno essere separati dai loro genitori, in violazione del diritto fondamentale di ogni minore a crescere nella propria famiglia (ad eccezione dei casi in cui ciò sia contrario all’interesse del minore), sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dalla legislazione italiana.
E’ probabile, infine, che molte donne prive di permesso di soggiorno, temendo che il figlio venga loro tolto, decidano di non partorire in ospedale. Anche in considerazione delle condizioni estremamente precarie in cui vivono molti immigrati irregolari, sono evidenti gli elevatissimi rischi che questo comporterebbe per la salute sia del bambino che della madre, con un conseguente aumento delle morti di parto e delle morti alla nascita.
Per evitare queste gravissime violazioni dei diritti dei minori (oltre che dei loro genitori), rivolgiamo un appello ai Parlamentari affinché respingano la disposizione di cui all’art. 45, comma 1, lett. f) del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza” (C. 2180). A.S.G.I.
*La citata disposizione del disegno di legge modifica l’art. 6 comma 2 del D. Lgs. 286/1998, eliminando l’eccezione attualmente prevista in base a cui il cittadino straniero è esonerato dall’obbligo di presentare il documento di soggiorno per i provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile.
Liberate Karol Racz
Il cittadino rumeno Karol Racz, anche se brutto, sporco e cattivo, è una persona innocente, fino a prova contraria non ha commesso alcun reato e deve essere dunque immediatamente scarcerato, visto che l’Italia è ancora uno Stato di diritto e non di polizia. A stabilirlo è stato il Tribunale del riesame di Roma, dopo aver visionato le schiaccianti prove a discolpa del sospettato. Il DNA, quella che fino a pochi giorni fa era considerata una “prova regina” nelle inchieste, dimostra inequivocabilmente che a violentare la ragazzina nel parco della Caffarella sono state due persone, ma non Racz e Alexandru “il biondino”.
Rincorsi dalle necessità della politica, gli inquirenti romani, furbetti ed ingenui, hanno perso la faccia di fronte alle pressioni mediatiche, finendo schiacciati dalla loro mania di protagonismo. “Caso risolto con la insuperabile tattica delle indagini sul campo compiuta da poliziotti alla Serpico, instancabili segugi del territorio”. Questi i primi trionfalistici commenti alla vicenda, peccato che nelle stanze della questura si fosse presa una cantonata madornale, testimoniata dal filmato della “confessione” di Isztoika che, per chiunque abbia un po’ di sale in zucca e orecchie per sentire, è sembrata fare subito acqua da tutte le parti.
La gravità di tutta questa vicenda, oltre la brutalità dello stupro ovviamente, sta nel consapevole accanimento degli inquirenti nei confronti di due poveracci. Non sappiamo se le confessioni del biondino siano state estorte con la violenza, oppure siano soltanto il frutto di mitomania, fatto sta che su fragili indizi si è stabilita una Verità preprocessuale da gettare in pasto alla stampa compiacente per alimentare le paure della gente e la presunta emergenza immigrazione. Ancor più grave la decisione dei giudici di emettere nuovi ordini di custodia cautelare per i due.
Racz, sospettato di un altro stupro (quello del Quartaccio) solo perché dipinto come un mostro dalla tv, tra pochi giorni verrà puntualmente scagionato da questa infame accusa sempre per merito del DNA, dopo che anche i “fermenti lattici” hanno capito da tempo che non c’entra niente. Per Isztoika invece il nuovo fermo in carcere è scattato per le accuse di calunnia e autocalunnia e il presunto favoreggiamento dei veri, fantomatici ed imprendibili violentatori (primo caso in Italia a finire dietro le sbarre per autocalunnia, ridicolo). Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Ci aspettiamo di veder rotolare al più presto la testa di qualche incompetente funzionario di polizia. di Domenico Camodeca
sabato 14 marzo 2009
Rom e Sinti nella letteratura/4 - IL SEICENTO
Con il tempo, i Rom-Sinti diventano i protagonisti di canzoni e filastrocche della tradizione popolare di tutta Europa; disprezzati e derisi in alcune zone e più considerati in altre, fino a divenire, nella Spagna del XVII secolo, il modello per gli scrittori di romanzi picareschi, affezionati ai personaggi di bassa estrazione.
La Spagna, nel corso del ‘600, produce varie opere letterarie che vedono i Rom-Sinti tra i loro protagonisti; è il caso, ad esempio, di Miguel de Cervantes (Alcalà-de-Henares, 1547 – Madrid, 1616) che ne La Gitanilla (in Novelle Esemplari, 1613) narra la storia di una fanciulla rapita dai Gitani, di cui si innamora un cavaliere.
“Zingari e zingare pare cha siano nati, in questo mondo, soltanto per esser ladri: nascono da genitori ladri, crescono in mezzo ai ladri, studiano da ladri e riescono infine ad essere ladri fatti e finiti di tutto punto […] V’era dunque, in questa razza, una vecchia gitana, che poteva dirsi laureata nella scienza di Caco, la quale allevò come fosse la propria nipote una ragazza, a cui mise il nome di Preciosa e a cui insegnò tutte le sue gitanerie, i modi per raggirare e l’arte del rubare.”L’approccio realista e spesso cinico della letteratura picaresca spagnola darà origine, nella Francia dello stesso periodo, a descrizioni molto dettagliate e precise degli ambienti Rom-Sinti da parte dei romanzieri; mentre in Italia perdura lo stereotipo del Rom-Sinto quale figura da cui guardarsi.
La Germania segue la tradizione che già era stata spagnola, producendo a sua volta letteratura picaresca sullo stesso tema: si ricordi a questo proposito La vagabonda Courage, o meglio Racconto dettagliato e straordinario dell’arcitruffatrice e vagabonda Courasche; come essa sia stata successivamente moglie di un capitano di fanteria, di un luogotenente, poi vivandiera, moglie di un moschettiere e finalmente zingara. Pare che proprio Courage, al seguito di un gruppo Rom-Sinto e dell’esercito prussiano, abbia narrato a Hans Jacob Christoffel von Grimmelshausen le sue storie, poi divenute materiale per il romanzo. Sono da ricercarsi qui le origini della Mutter Courage di Brecht.
Bruno Morelli, il nuovo spazio web
Sucardrom invita tutti a visitare il nuovo spazio web di Bruno Morelli (guarda il video), intellettuale e poliedrico artista rom abruzzese, dove potrete visionare molte delle sue opere. Entra nello spazio web…
Bruno Morelli nasce ad Avezzano (AQ) nel 1957. Pittore autodidatta all'inizio, si è cimentato in varie forme espressive, studiando e imitando i grandi maestri. L'urgenza di esprimersi in modi sempre più personali, la necessità di padroneggiare meglio le tecniche, lo hanno portato ad uno studio sistematico, frequentando prima il Liceo artistico a Roma e poi l'Accademia di Belle Arti a L'Aquila, dove ha conseguito a pieni voti il diploma accademico discutendo la tesi su "L'immagine dello Zingaro in pittura”.
Dopo gli studi liceali e accademici, è ospite di uno stage artistico a Firenze presso l’atelier di Pietro Annigoni dove impara le antiche tecniche del disegno classico e dell’affresco, più tardi a Roma nello studio in via dell’Anima del maestro Fabio Mauri conosce altri autori come Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino, Tito ed altri artisti dell’arte contemporanea. In lui convivono classicismo e trasgressione.
Bruno Morelli nel 1994 si abilita all’insegnamento delle discipline artistiche per le scuole superiori. La sua ricerca si articola tra l’arte e la letteratura. E’ autore di saggi, articoli, testi e cataloghi d’arte e collabora a riviste specialistiche sulla cultura romanì in Italia e in Europa
L’artista partecipa a progetti e seminari sulla cultura romanì con vari istituti come la Scuola di formazione di Giustizia Minorile in Italia, l’Università Tor Vergata di Roma, l’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara e quella di Bologna. Ha tenuto in Italia, in Europa dell’est e dell’ovest numerose mostre di pittura.
Le tematiche che affronta sia in letteratura che in arte sono mirate ad analizzare l’estetica e l’identità romanì, il fine è quello di far emergere nel suo vero e autentico volto un popolo da lungo tempo incompreso ed emarginato.
Sul piano linguistico e tecnico l’arte di Morelli è tesa alla ricerca di una sintesi tra le grandi discipline dell’arte visiva: la pittura, la scultura, l’architettura e il mosaico. Per questo, egli, ultimamente ha elaborato una tecnica che raccoglie i vari “strumenti” in una logica secondo la quale la terracotta policroma a mosaico, ne diventa l’elemento unificatore.
In basso o altorilievo che sia questa tecnica permette di plasmare tridimensionalmente la superficie iconografica che si ravviva dei colori forgiati a forno sollecitando un ritmo fortemente dinamico e vibrante in quanto, i tasselli sezionati in scomparti autonomi e ricomposti insieme, fungono da vere e proprie “pennellate” “costruttive”. Il risultato è un gioco di incastri visibilmente evidenti da uno stuccaggio decorativo, che mette in risalto il valore cromatico e scultoreo di una costruzione polivalente e sintetica di vari ordini estetici.
Sono da segnalare
Nel 1994 è vincitore del concorso per il bozzetto del portale bronzeo della cattedrale dei S.S. Martiri in Celano (AQ).
Nel 1995 realizza e dona a Papa Giovanni Paolo II un crocefisso ligneo, in occasione dell’udienza al Vaticano dei Rom riferita al convegno internazionale. Sempre nel 1995 realizza un’icona su tavola raffigurante l’immagine di S. Mauro abate per la dedicazione della chiesa di S. Mauro in Laurentino (Roma).
Nel 1996 realizza una via crucis in ceramica policroma presso il Santuario della Madonna di Pietracquaria in Avezzano (AQ).
Nel 1997 realizza l’opera pittorica a stendardo per la beatificazione in S. Pietro a Roma del Beato Zeffirino (Ceferino Himenèz Malla). Realizza lo studio per la copertina del primo libro biografico dedicato al Beato Feffirino. E realizza il ciclo pittorico raffigurante la vita del Beato.
Nel 2004 assume la direzione artistica per la realizzazione della prima chiesa in Europa dedicata al Beato Zeffirino, presso il Santuario del Divino Amore a Roma. La “piccola chiesa a cielo aperto” accoglie la statua bronzea, opera dell’artista, raffigurante il martire morente durante la sua fucilazione nella guerra civile spagnola degli anni quaranta. Realizza ancora per la piccola chiesa a cielo aperto alcuni bassorilievi in ceramica policroma raffiguranti: l’Agnello dell’Apocalisse, il Buon Pastore, i quattro Evangelisti.
Sempre nel 2004 tiene una mostra personale al I° Convegno Internazionale Universitario sulle minoranze etnico-linguistiche in Abruzzo, presso l’Ateneo Gabriele D’Annunzio Chieti-Pescara. Durante l’evento è anche chiamato a tenere una relazione.
Per l’organizzazione di mostre, eventi, conferenze… potete contattare direttamente l’artista all’indirizzo mail: morellidoc@alice.it o potete contattare l’Istituto di Cultura Sinta.
Rom: favorire l'integrazione prima che sia troppo tardi
Pubblichiamo l’intervista a Magda Kósáné Kovács, dopo la votazione del Parlamento europeo sulla Risoluzione del Parlamento europeo dell'11 marzo 2009 sulla situazione sociale dei rom e su un loro miglior accesso al mercato del lavoro nell'Unione europea.
Quali misure contiene il suo rapporto che potrebbero migliorare la situazione economica dei Rom e il loro accesso al mercato del lavoro?
La situazione dei Rom è un circolo vizioso: non possono entrar nel mercato del lavoro perché, vivendo in una regione depressa, lo hanno perso. Nonostante i fondi europei stanziati per la riqualificazione delle zone depresse dei Paesi membri, i Rom non possono goderne visto che costituiscono una forza lavoro dequalificata e anche perché il lavoro più vicino è a ottanta chilometri da casa loro e non c'è nessun mezzo di trasporto.
Inoltre spesso non hanno vestiti o scarpe proprie. Se una donna Rom vuole cercare lavoro in un villaggio nelle vicinanze, per esempio come cuoca in una mensa scolastica, sconta il proprio abbigliamento: se appare trasandata non verrà mai assunta
Per quelli che vivono ai margini della società nel Centro o Est Europa il modo più immediato per guadagnarsi da vivere viene dalla terra, per esempio dall'agricoltura di sostentamento. Non c'è altra possibilità. Non ci sono industrie, l'artigianato è ancora presente ma non c'è un mercato di domanda e offerta.
L'Ue fa fatica a trovare un modo per comprendere questo tipo di agricoltura all'interno del suo sistema di sussidi, il quale funziona in base a precisi parametri: efficienza, competitività e benefici di mercato".
Si dovrebbero creare delle cooperative sociali; affidare ai Rom a pagamento la terra su cui lavorare e beneficiarli di sussidi rilasciati in base a criteri differenti. Inoltre è molto importante garantire un alto livello di vita ai più giovani, senza rinchiuderli in scuole speciali.
Nel suo rapporto si suggerisce che gli sforzi dell'Europa si focalizzino soprattutto sui Rom del Centro ed Est Europa. In cosa la loro situazione è peculiare rispetto a quelli che vivono ad Ovest? Cos'è cambiato dall'allargamento ad Est dell'Ue del 2004?
Di sicuro la situazione del Centro ed Est Europa è diversa da quella degli altri Paesi. Noi proveniamo da un posto diverso non solo per motivi geografici ma anche soprattutto storici. Basti pensare che abbiamo vissuto per decenni sotto la dominazione dell'Unione Sovietica.
In aggiunta, il nostro sistema sociale ed economico ha vissuto un trauma alla fine degli anni Ottanta che ha sconvolto l'intera regione. Questo ribaltone economico ha spaccato la società in due parti: tra una maggioranza che è riuscita ad adattarsi abbastanza bene ed un gruppo senza nessuna speranza, di variabili dimensioni da Stato a Stato ma che può arrivare fino ad un terzo della popolazione totale in alcuni Paesi.
A questo é seguito un secondo shock con l"allargamento dell'Europa. Chi si trovava già ai margini della società si è visto dare l'ultima possibilità di salvezza. ma molti non sono stati in grado di adattarsi, perché non avevano nessuna abilità da scambiare e, inoltre, vivevano in luoghi depressi dove le aziende fallivano e non venivano sostituite da alcun posto di lavoro.
Infine à arrivata la terza batosta: l'attuale crisi economica, primo trauma in tutti gli Stati membri dal tempo della seconda guerra mondiale, ma il terzo per le regioni del Centro ed est Europa.
Circa un anno fa l'Ue ha presentato una strategia per aiutare il popolo Rom. Cosa ne pensa lei?
Più che una reale strategia si tratta di un elenco di buoni intenti. Quello di cui abbiamo bisogno è di sapere quali strumenti e quali risorse possiamo utilizzare per raggiungere gli obiettivi, e questi obiettivi non sono ancora stati determinati.
Sembra quasi che ci sia bisogno di una qualche tragedia per affrontare il problema: basti pensare alla questione dell'immigrazione o del terrorismo. Per esempio, dagli attentati di Londra e Madrid non c'è più bisogno di spiegare quanto sia importante occuparsi dell'integrazione degli immigrati e della loro posizione nel mercato del lavoro. Non voglio assolutamente vedere la questione Rom affrontata solo dopo avvenimenti così gravi.
venerdì 13 marzo 2009
Ungheria, allarme aggressioni razziste
Le aggressioni armate contro rom in Ungheria ricordano le azioni del Ku-Klux-Klan negli anni '60 in Usa, secondo l'ERTF. Il presidente, Rudko Kawczynski (in foto), e' intervenuto alla riunione dopo aver visitato tutti i luoghi in Ungheria teatro recentemente di aggressioni contro rom.
A Nagycsesce e Tatarszentgyoergy, piccoli comuni con abitanti in maggioranza rom, quattro persone sono morte, fra cui un bambino di cinque anni, freddati da armi da fuoco dopo che sconosciuti avevano appiccato il fuoco alle loro case lanciando bottiglie incendiarie. Le aggressioni sono di chiara matrice razziasta. La polizia indaga ma finora senza risultato. Kawczynski ha detto di essere scioccato da quello che ha visto e sentito. I Rom, in Ungheria, non si sentono sicuri.
L'ERTF, un’organizzazione con sede a Strasburgo, presenterà una relazione al Consiglio d'Europa sulla situazione della minoranza rom in Ungheria. Si è appellato inoltre alle autorità affinché trovino e puniscano gli autori delle aggressioni, e al parlamento ungherese affinché vari una legge contro l'istigazione all'odio razziale, non considerato attualmente un reato. di ANSA
Napoli, i Rom tra stato di diritto e stato di eccezione: proposte di trasformazione urbana
Si terrà a Napoli, il 16 marzo, il convegno “I rom tra stato di diritto e stato di eccezione: proposte di trasformazione urbana”, organizzato da OsservAzione e dall’associazione chi rom e…chi no, nell’ambito del progetto “Roma Migration-Test to Eu Values”, finanziato dal programma “Europa per i Cittadini” dell’Unione europea.
Le politiche rivolte ai Rom sono da sempre ispirate ad una logica emergenziale. Lo stesso termine "nomadi" suggerisce l'idea che siano presenze temporanee per le quali non è necessario mettere in campo politiche di lungo periodo, ma solo interventi provvisori.
L'esperienza ha mostrato che i rom non sono nomadi e che questo approccio ispirato alla provvisorietà e all'emergenza è fallimentare, perché provoca marginalizzazione ed esclusione sociale.
Le politiche per i Rom dovrebbero rifuggire la logica dell'emergenza, della temporaneità e della specialità. Per quel che riguarda l'ambito abitativo, ciò significa escludere l'idea dei "campi nomadi", oggi denominati villaggi di accoglienza o di solidarietà.
Queste soluzioni si ispirano all'idea di insediamenti provvisori per soli Rom, quasi sempre recintati, gestiti da associazioni italiane del terzo settore, con alloggi che non rispettano i parametri minimi di abitabilità.
La Commissione europea, nel mese di febbraio, ha ribadito che, per più di 700 anni, i Rom sono stati parte integrante della cultura e della civiltà europea, condannando aspramente le manifestazioni di violenza contro le comunità rom, invitando gli Stati membri a rispettare i diritti fondamentali di ogni individuo e ad adottare misure anti-discriminatorie. Il convegno si pone tra gli obiettivi quello di monitorare l'applicazione in Italia di tali principi.
A Scampia, vive una comunità rom da oltre 30 anni, che ha stretto relazioni profonde e durature con la comunità italiana. Un progetto che riguarda gli abitanti rom, non può prescindere dall'analisi del contesto generale e dal riconoscimento delle problematiche di tutta l'area, al fine di ripensare una programmazione urbana integrata e lungimirante.
La nostra proposta di progetto, 'Ambito 7', fa riferimento a tutta la normativa prevista in tema di urbanistica, edilizia, programmazione politica e sociale destinata all'intero quartiere e alla città, in armonia con quanto previsto dalla Variante al P. R. G. 323/04 per quanto riguarda la destinazione dell'area dove insistono i campi rom.
Minoranze fra identità e culture maggioritarie
In preparazione all’ evento “minoranze: diritti e doveri” che si terrà a Parma nei prossimi giorni, pubblichiamo un testo di Gianluca Lottici, organizzatore dell’evento.
Minoranza: stando al vocabolario può significare un gruppo meno numeroso di persone oppure il complesso dei cittadini di uno stato, che si differenziano dalla maggioranza per la razza, la lingua, la religione o una diversa coscienza sociale.
La questione è particolarmente complessa e molte sono le differenze e impostazioni scientifiche. Per capire meglio il significato proviamo a partire dalla gestione delle minoranze, che, come è facile intuire, rappresenta un problema di natura specificamente politica. Consideriamo, infatti, che la gestione delle minoranze implica inevitabilmente una valutazione della cultura della minoranza e necessariamente, dunque, anche di quella della relativa maggioranza. Per cui è la cultura umana ad essere messa in discussione; ma non esiste una sola cultura e quindi è una pluralità di culture ad essere “messa” in discussione; alcune saranno minoritarie ed altre maggioritarie.
Nei fatti è quindi la pluralità di culture a creare le minoranze ed è quindi fondamentale il confronto fra le culture, la comparazione che metta in luce la loro complementarietà, cioè le differenze, le somiglianze e le compatibilità.
Parlare di culture, però, significa anche parlare dei valori, delle idee, delle pratiche che i gruppi umani coltivano. Come deve essere allora l’approccio al confronto? È inevitabile, nell’affrontare il tema, l’insorgenza di un aspetto emotivo che rischia di far perdere di vista gli obiettivi? Quando si parla di confronto si dovrebbe mettere in gioco la “totalità” del nostro essere uomini e donne; e non è detto, quindi, che sia la cultura (per così dire) maggioritaria ad uscirne con le “ossa rotte”. Qual è l’approccio migliore al dialogo?
Se confrontiamo velocemente le due posizioni estreme ne troviamo una che considera degna di tutela (rispetto, tutela, tolleranza, riconoscimento… tutti termini -a ben pensarci-molto diversi fra loro) qualsiasi minoranza. Questa posizione ritiene sufficiente, quindi, la stessa esistenza da varietà culturale umana un motivo sufficiente perché vada compiuto ogni sforzo per consentire di esprimerne al meglio tutte le caratteristiche, a prescindere dalla situazione politica ed economica di ciascun contesto.
L’altra posizione sottolinea invece l’utilità pratica ed insieme l’efficienza della omogeneità culturale, arrivando di conseguenza a negare la possibilità di prendere in considerazione il diritto di qualsiasi minoranza a sfuggire all’assimilazione. In tal modo si auspica una sorta di “annullamento” delle minoranze riconoscibili come tali, cioè di gruppi che incarnano una “diversità”. Chi si fa portatore di questo punto di vista suggerisce implicitamente una sorta di gerarchia fra le varie culture umane, distinguendo “chi merita” da “chi non merita”. Abbiamo già visto nel corso della storia fino a dove può portare questa posizione!
Attenzione però anche ai rischi della prima: se infatti si sostiene che “tutte le strade sono buone” non si può credere che esista un modello unico di progresso. Il che (potrebbe) volere dire quindi che l’idea di progresso in sé è sbagliata, oppure che è sbagliata la nostra idea (occidentale) di progresso o meglio! In questa prospettiva le varie culture possono ciascuna elaborare un proprio percorso verso lo sviluppo.
Come è possibile dunque che le culture si mettano in discussione con le altre? Cosa è richiesto per sviluppare un dialogo? E se dobbiamo preservare una determinata cultura (perché essa comunque ha un suo percorso) non si capisce perché questa non possa essere separata dalle altre, così da evitare conflitti. Ma la ghettizzazione, l’apartheid, le “riserve” non sono forme di separatismo culturale? Chi nel corso della storia le ha concepite e messe in pratica non sosteneva forse di volere proteggere e preservare le differenze culturali?
Per concludere, vediamo che le infinite posizioni intermedie fra queste due soluzioni estreme sono cariche di conseguenze e possono essere molto inquietanti; sarà bene quindi iniziare a dialogare prima che il problema ci fugga di mano.
Non aver paura, apriti agli altri, apri ai diritti
Il prossimo 18 marzo a Roma verrà presentata alla stampa la campagna nazionale “Non aver paura, apriti agli altri, apri ai diritti”.
Ben 26 organizzazioni promotrici hanno dato vita a uno schieramento inedito, per ampiezza e pluralità. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati, numerose associazioni laiche e religiose, Ong internazionali, insieme alle principali confederazioni sindacali, hanno infatti per la prima volta deciso di unire le forze per promuovere su tutto il territorio nazionale una campagna culturale che ha l’obiettivo di favorire la conoscenza reciproca e il dialogo, demistificando pregiudizi e stereotipi che sollecitano paure ingiustificate e sono spesso alla base di episodi di intolleranza e razzismo.
Tutti i soggetti promotori si sono impegnati a diffonderne i messaggi, puntando sull’azione capillare che può essere svolta dalle rispettive reti locali a cui si chiede una forte collaborazione.
Alle cittadini e ai cittadini verrà chiesto una partecipazione attiva, sottoscrivendo il “Manifesto contro il razzismo, l’indifferenza e la paura dell’altro”, in cui vengono sintetizzati i contenuti della campagna. Le firme raccolte saranno consegnate al Presidente della Repubblica in una data prossima al 20 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato promossa dalle Nazioni Unite.
Il primo sforzo che chiediamo a tutte le nostre strutture territoriali è quindi quello di contribuire a organizzare momenti di raccolta firme sui territori, in modo da poterne consegnare un numero molto significativo al Presidente Napolitano.
Per organizzare iniziative locali, i materiali possono essere richiesti alla segreteria della campagna (segreteria@nonavepaura.org, tel. 0641609503, 0697840086, 0648905101, 3383376715) o scaricati direttamente dal sito http://www.nonaverpaura.org/., dove sarà anche possibile firmare il Manifesto.
giovedì 12 marzo 2009
Ue, approvata risoluzione
Il Parlamento europeo ha lanciato un forte appello agli Stati membri dell'Ue affinché si astengano dall'adottare "misure eccessive" nei confronti dei rom, che finirebbero per "peggiorare", anziché migliorare, la drammatica situazione di questa minoranza.
In una risoluzione approvata dai deputati in sessione plenaria a Strasburgo, l'Assemblea Ue ha richiamato l'attenzione degli Stati membri "sul rischio che l'adozione di misure eccessive nei confronti delle comunità rom finisca per peggiorare la già drammatica situazione di questa minoranza e per comprometterne le opportunità di integrazione".
L'Europarlamento chiede alla Commissione Ue di incoraggiare le autorità nazionali "a porre fine alla pratica discriminatoria di far sgomberare gli occupanti dei campi rom e a sviluppare invece progetti concreti di edilizia sociale".
Il Parlamento chiede una strategia coordinata per l'inclusione dei rom nell'UE, specie in materia di alloggi, istruzione, assistenza sanitaria e lavoro. Invita i governi a eliminare nei media l'odio razziale e l'istigazione alla violenza, nonché a promuovere la creazione di posti di lavoro, la formazione e l'imprenditorialità. Una speciale attenzione va attribuita all'istruzione dei bambini e all'emancipazione delle donne.
Verona, firma anche la lettera contro la schedatura
A Verona oltre duecento cittadini e cittadine veronesi (e molto altri se ne stanno aggiungendo) hanno firmato una lettera aperta, rivolta alle autorità civili e religiose, e a tutta la stampa locale, preoccupati per quanto accaduto all'alba di giovedì 5 marzo quando agenti di Polizia hanno “schedato” gli abitanti presso le piazzole di sosta di Strada La Rizza, solo perché appartenenti alla minoranza etnico-linguistica Rom. Si tratta di un brutto episodio di discriminazione razziale.
Di seguito riportiamo il testo integrale della lettera aperta, seguita dalle firme dei sottoscrittori.
Ieri l'avvocatessa Federica Panizzo ha depositato presso la Procura della Repubblica l'esposto-denuncia, relativo ai fatti del 5 marzo. Con tale esposto don Francesco Cipriani e altri cittadini residenti in Strada La Rizza chiedono all'Autorità giudiziaria «di valutare se l'intera operazione si connoti, per le modalità con le quali è stata condotta e per aver coinvolto una intera categoria di persone (anche minori di età) cittadine e cittadini italiani individuate esclusivamente in base all'appartenenza ad una minoranza etnica, per essere discriminatoria per motivi di appartenenza etnica, razziale, religiosa e lesiva, quindi, del principio della pari dignità sociale».
Lettera aperta alle autorità civili e religiose veronesi e alla stampa locale
Cosa accadrebbe se domani in un qualsiasi condominio di Borgo Roma, Borgo Trento o Borgo Venezia arrivassero funzionari di Polizia in divisa, svegliando all’alba tutti i membri delle nostre famiglie, per fotografarci di fronte e di profilo, con un cartello identificativo in mano, dicendoci che si tratta di un’operazione di controllo? come reagiremmo? Certamente lo riterremmo intollerabile e gravemente lesivo della nostra dignità.
Noi sottoscritti, cittadine e cittadini veronesi, abbiamo saputo che, all’alba del 5 marzo 2009, agenti di Polizia della Questura di Verona hanno videofilmato e fotografato, di fronte e di profilo, le persone residenti o domiciliate presso le piazzole di sosta di Strada La Rizza, Forte Azzano, famiglie residenti in Verona da decenni; si tratta di nostri concittadini italiani che si riconoscono come appartenenti alla minoranza etnico-linguistica Rom
Apprendiamo da un quotidiano locale che questi concittadini sarebbero stati fotografati da personale di Polizia con un cartello in mano indicante cognome, nome e data di nascita e numero progressivo, nonostante il possesso da parte loro delle carte di identità e la loro regolare iscrizione ai registri anagrafici; sarebbero stati sottoposti a tale procedura anche alcuni minorenni.
In qualità di semplici cittadini e cittadine, riteniamo che il possesso di carta di identità e la regolare iscrizione nei registri anagrafici locali, dovrebbero preservarci, a prescindere dalla nostra appartenenza linguistica, religiosa, etnica o dalle provenienze culturali o geografiche di ciascuno di noi, dal subire metodi di identificazione che, al di fuori dei casi tassativamente previsti dal nostro ordinamento, riteniamo lesivi della dignità personale.
Se, poi, come risulta da talune agenzie Ansa, tale procedura fosse stata effettivamente programmata unicamente con riferimento a persone residenti nei “campi nomadi” veneti, la nostra preoccupazione non potrebbe che aumentare: riservare un trattamento deteriore ad un’intera categoria di persone a causa della loro appartenenza ad una minoranza etnica, costituisce certamente offesa intollerabile ai più basilari principi giuridici su cui si fonda la nostra comunità.
Dove non c’è democrazia e dove non c’è pace per i Sinti, i Rom, gli “zingari”, non ci sarà pace e democrazia neppure per tutti gli altri, perché tutti siamo parte di questa città: ci attiviamo dunque per noi stessi, per la nostra comunità civile, per i nostri figli, perché la città e la società in cui con responsabilità ed onesta consapevolezza vogliamo vivere nasca dal rispetto del diritto e della vita di ognuno.
Non vogliamo limitarci ad una mera testimonianza di solidarietà, ma anche attivarci perché tutti, ma proprio tutti, possano da una parte diventare titolari di diritti civili, economici, sociali, politici e culturali e dall’altra assumersi la responsabilità di doveri per una inclusione sociale che non comporti annullamento della propria specificità e non generi e alimenti conflittualità.
Per informazioni, adesioni, contatti: Mao Valpiana, telefono 348 2863190; Movimento Nonviolento, via Spagna 8, 37123 Verona, telefono 045 8009803, fax 045 8009212, www.nonviolenti.org
Milano, per cambiare musica…
Siete tutti invitati a Milano, sabato 14 marzo, dalle ore 18.00, all’Auditorium San Fedele via Hoepli 3 ab all’evento “per cambiare musica: un libro da leggere, una cena da gustare, una festa da provare” L’evento è organizzato da: Opera Nomadi, Fondazione Culturale San Fedele, Aggiornamenti sociali, Popoli, Consorzio SiR (Solidarietà in Rete).
Di seguito il programma:
Ore 18.00, presentazione del libro “I rom e l’azione pubblica” (Milano, Teti Editore) a cura di Giorgio Bezzecchi, Maurizio Pagani e Tommaso Vitale. Fra gli autori saranno presenti: Giorgio Bezzecchi (Opera Nomadi di Milano), Alberto Giasanti (Università di Milano Bicocca), Maurizio Pagani (Opera Nomadi di Milano), Antonio Tosi (Politecnico di Milano), Amun Sleem (Presidente della Domari Society di Gerusalemme), Tommaso Vitale (Università di Milano Bicocca). Discutono: Giacomo Costa s.J. e Moni Ovadia.
Ore 20.00, buffet a cura della Cooperativa Romano Drom.
Ore 21.00, overture: breve esibizione del maestro di fisarmonica Jovica Jovic e presentazione del suo ultimo album “Impronte nomadi” (edizioni musicali Opera Nomadi di Milano/SIAE). Di seguito un monologo di Dijana Pavlovic e il concerto di Roberto Durkovic con musicisti rom (special guest: Enrico Nascimbeni).
Nel corso della serata saranno raccolti fondi a sostegno della Domari Society per solidarietà con le famiglie dom che vivono nella Striscia di Gaza.
Roma, il vice presidente del Senato ha incontrato il pastore Davide Casadio
Il vice presidente del Senato, Vannino Chiti ha ricevuto ieri mattina il Pastore della Missione Evangelica Zigana e presidente dell'Associazione nazionale dei Sinti italiani, Davide Casadio (in foto), e lo scrittore e curatore del volume 'La Missione Evangelica Zigana. Una minoranza italiana' Alessandro Iovino.
Nel corso dell'incontro si è discusso dei fatti discriminatori che hanno colpito e continuano a colpire i Sinti italiani, in particolar modo quelli evangelici che sono oggetto di una duplice discriminazione, sia su base razziale che su base religiosa.
La Missione Evangelica Zigana sviluppa non solo una missione religiosa ma, contemporaneamente, un impegno di educazione alla legalità e di ricerca di collaborazione con le amministrazioni comunali. A questo proposito, il presidente dell'Associazione dei Sinti Italiani, Davide Casadio, ha sottolineato la positiva esperienza di collaborazione con il Comune di Milano, mentre ha evidenziato le oggettive difficoltà di cooperazione con molti comuni del nord.
Il presidente dei Sinti Italiani ha chiesto al Vice Presidente Chiti di portare a conoscenza del Senato l'attività svolta dall'associazione e di poter incontrare la presidenza della Commissione per la tutela e la promozione dei Diritti umani del Senato della Repubblica.
mercoledì 11 marzo 2009
Milano, i bambini rom la doccia la fanno a scuola
Il Giornale ha pubblicato alcuni articoli sulla scolarizzazione dei bambini rom a Milano. L’incipt è per un progetto che si sta realizzando in una scuola elementare e media di Milano. Quest’anno il Ministero ha stanziato 6.395 euro per «sostenere progetti di integrazione» e l’Istituto comprensivo «Riccardo Massa» ha deciso di utilizzarli per organizzare un servizio docce per i bambini rom di via Triboniano che frequentano la scuola.
Il progetto ha scatenato diverse polemiche ma la Preside e gli insegnanti lo difendono a spada tratta perché credono che sia utile alla scolarizzazione dei bambini rom che frequentano la scuola. Il Giornale ha anche intervistato Susanna Mantovani, ordinaria di Pedagogia all’Università Bicocca e Maurizio Pagani dell’Opera Nomadi.
La Mantovani ha affermato: «Mi pare un elemento di accoglienza - dice la professoressa, per tre anni nel Consiglio direttivo di Unicef Italia -, secondo me non è molto diverso dal pulmino che accompagna i bambini a scuola, o dal servizio mensa».
«Per quel che ne so io - continua - interventi del genere sono visti con favore dalle stesse famiglie di nomadi. Come tutti i genitori, anche i rom vogliono il meglio per i loro figli, almeno all’inizio, poi subentrano dinamiche molto complesse e articolate in questi gruppi che sono nello stesso tempo tradizionalisti e trasgressivi. Ma anche gli insegnanti credo siano favorevoli, e si prestano anche al di là di quelli che sono i loro stessi doveri».
Il suo giudizio è pragmatico e favorevole, dunque: «Qualunque cosa aiuti la frequenza scolastica mi pare utile, e se un bambino a scuola viene visto come un lebbroso questo certo non aiuta. L’integrazione va incoraggiata fin dall’inizio per prevenire fenomeni pericolosi e sgradevoli dopo. Se dei bambini che non possono fare la doccia a casa la fanno a scuola mi sembra un servizio di accoglienza positivo».
Maurizio Pagani ha dichiarato: «A volte è inevitabile - commenta riferendosi al progetto del Gallaratese -. Certo, si deve intervenire con rispetto e sensibilità. E non deve essere una previsione generalizzata. Ma se si tratta di casi mirati mi sembra una risorsa, soprattutto per i bambini che vengono da insediamenti abusivi». «Loro oltretutto - aggiunge - non manifestano contrarietà. E così i genitori. Anche perché i bambini sono molto diretti, spontanei. E se uno dice a un altro “tu puzzi” questo condiziona inevitabilmente il loro rapporto e l’integrazione». «In ogni caso, aggiunge, i problemi veri sono altri. Soprattutto l’esito scolastico. Molti non sanno scrivere e leggere».
Noi di sucardrom condividiamo le affermazioni di Maurizio Pagani, sottolineando che questi progetti possono essere utili per chi vive in baracca. Ma certo le istituzioni devono risolvere alla fonte il problema e quindi offrire a questi bambini la possibilità di farsi la doccia nella propria casa.
Perché certo ci sono dei benefici per i bambini che in classe non vengono rifiutati dai loro compagni ma presuppongono sempre un trattamento differenziato che porta seri problemi, perché comunque i bambini si sentono “diversi” dai loro coetanei.
Il problema è che questi interventi in passato sono diventati strutturali e non emergenziali. Ovvero, per le Istituzioni era più comodo dare alla scuola pochi euro per attivare un servizio docce, piuttosto che affrontare il drammatico problema abitativo di queste famiglie. Speriamo che questo caso sia diverso…
Abbiamo però alcuni dubbi che ci girano per la testa, perché negli articoli si parla di bambini che vivono nel “campo nomadi” di via Triboniano. Ma il “campo nomadi” di via Triboniano non è il modello milanese di integrazione in cui si offrono alle famiglie rom diritti in cambio di doveri, come quello di mandare i bambini a scuola? E potersi fare la doccia a casa non è un diritto per questi bambini?
Ddl sicurezza, appello alle istituzioni molisane
In qualità di ex-dirigente dell’Ufficio Anagrafe di un Comune capoluogo, mi rivolgo alla S.V. per segnalare lo spaventoso rischio che sia approvata una norma del “pacchetto sicurezza” che rappresenta un autentico terremoto nel funzionamento dei Registri di Nascita. L’art.45, comma 1, lett. f del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza”, attualmente all’esame della Camera, stabilisce che se un cittadino straniero vuole registrare la nascita di un figlio è obbligato a esibire il permesso di soggiorno. L’Ufficiale di Stato Civile si troverà a dover rifiutare di registrare un neonato se i suoi genitori non hanno il permesso di soggiorno.
Da due secoli i registri di Stato Civile sono la fotografia della situazione demografica “vera”. Gli uffici comunali si occupano semplicemente di verificare (attraverso l’attestato di assistenza al parto) se effettivamente sia nato un bambino. Tutte le circostanze giuridico-politico che riguardano i genitori sono irrilevanti. Ora si vorrebbe trasformare gli Ufficiali di Stato Civile in inquisitori che verificano i permessi di soggiorno.
E’ evidente che una norma di questo genere, se fosse approvata, violerebbe gli obblighi internazionali, stabiliti con il Patto di New York del 1966 (ratificato nel 1977) che riconosce ad ogni minore il diritto ad essere registrato immediatamente dopo la nascita. Sarebbe violata anche la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo (ratificata in Italia nel 1991) che obbliga gli Stati a preservare l’identità e il nome dei bambini.
Un eventuale divieto di registrare i figli di chi non ha permesso di soggiorno configurerebbe una incostituzionalità manifesta. Infatti l’art.31 della Costituzione protegge l’infanzia, e l’art. 22 della Costituzione vieta di togliere a una persona la capacità giuridica. Rifiutare la registrazione è anche incompatibile con l’art.1 del codice civile “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita”.
Se entrasse in vigore la predetta norma, questi neonati scomparirebbero dalle statistiche: può un Paese civile non avere un quadro certo della propria situazione demografica? Avremmo in Italia dei bambini “invisibili” ed apolidi, e dunque esposti a ogni rischio, privi delle garanzie di salute e di istruzione. Addirittura c’è il rischio che questi bambini, se nati in ospedale, vengano etichettati come “in stato di abbandono” e vengano sottratti ai loro genitori per andare in adozione. E’ probabile che molte donne prive di permesso di soggiorno, temendo di perdere il bambino, rinuncino a recarsi in ospedale per il parto: con tutti i rischi che ciò comporta.
Dire a un bambino che si affaccia alla vita “Tu per me non esisti” è un salto indietro di secoli. E’ un ritorno ai tempi oscuri nei quali le colpe dei padri ricadevano sui figli. E’ un passo verso la barbarie. Pertanto è in atto una forte mobilitazione di tutte le associazioni che hanno a cuore gli interessi dell’infanzia, affinché non venga approvato l’art.45, comma 1 f, del disegno di legge 2180 “disposizioni in materia di sicurezza”. di Fiora Luzzatto, Isernia, 11 marzo 2009
martedì 10 marzo 2009
I neofascisti ora vanno di moda, slogan razzisti e svastiche sul mensile per teenager
«La nostalgia del Duce esiste, ha il volto di ragazzi normali e parla di valori tradizionali: Dio, Patria e famiglia». Sono alcune delle parole con cui inizia un lungo articolo che il mensile TopGirl ha dedicato alla nuova moda degli adolescenti: il neofascismo. La rivista, edita da Gruner+Jahr/Mondadori, è una delle più lette tra le teenager italiane. E ha pensato bene di dedicare sei paginate a quella che loro descrivono come una moda, una nostalgia tornata in voga.
Per farlo, quelli di TopGirl hanno usato le voci di tre ragazzi. È così che il leader dei giovani milanesi di Forza Nuova finalmente ha la sua ribalta per sfogarsi: «Immagina che il giorno prima dell'esame di maturità la Digos si presenti a casa tua con un mandato di perquisizione e l'accusa di aver picchiato una persona. No, questa non è una vita tranquilla». Angelo racconta di aver imboccato la strada del neofascismo per «distaccarmi dal materialismo dilagante, cercavo qualcosa che si alzasse al di sopra della mediocrità».
Basta scorrere qualche riga per capire che cosa intende Angelo quando parla di «alzarsi dalla mediocrità». Parlando dei fatti di piazza Navona, quando ci furono duri scontri in occasione delle manifestazioni studentesche, spiega che avrebbe voluto essere «al fianco dei camerati attaccati ingiustamente... ho avuto invidia per quelle immagini: invidia dello scontro. Sia chiaro però: non giustifico la violenza a scopo offensivo, ma solo difensivo».
Angelo, però, non ce la fa a tranquillizzarci. Né ci lasciano indifferenti le parole di Claudia, 16 anni, che si è avvicinata a Forza Nuova «l'anno scorso, perché nella zona dove abito si è riversata una vera e propria ondata di zingari». I rom «sono riusciti a mandarli via» e lei ha trovato la sua casa: «Mi sento diversa dalla maggior parte dei miei coetanei: non mi interessa andare a ballare e detesto qualsiasi tipo di droga». Preferisce cacciare gli "zingari".
Anche Federico si rende conto che «i ragazzi sono più attirati dai centri sociali che non dalla nostra attività: noi promettiamo disciplina, lavoro e poi, forse, divertimento. Il nostro è un movimento fortemente gerarchizzato, non esiste iniziativa personale e si obbedisce a un capo».
Intorno, un corollario di immagini, fotografie di vite devote al neo fascismo. I concerti degli Hobbit e delle Morrighan, cinture con la croce celtica, tatuaggi che raffigurano Mussolini, il fascio littorio, la svastica. Insomma, apologia del fascismo, come ben hanno evidenziato le persone che hanno apposto delle “pecette” gialle sulle pagine incriminate, per ricordare che difendere il Ventennio e i suoi ideali, nel nostro Paese, è ancora reato.
Per fortuna, il caso non è passato inosservato. A indignarsi sono state proprio alcune delle lettrici di TopGirl. Continua a leggere…
Roma, il Papa accolto dai Rom in Campidoglio
Roma ha ormai "il volto di una metropoli multietnica e multireligiosa, nella quale l'integrazione è talvolta faticosa e complessa". Papa Benedetto XVI, in visita in Campidoglio, ha auspicato che Roma, di fronte al grande afflusso di immigrati e lavoratori stranieri, "saprà trovare la forza per esigere da tutti il rispetto delle regole della convivenza civile e respingere ogni forma di intolleranza e discriminazione".
"Per tutti noi oggi è una giornata storica", ha detto Alemanno prendendo la parola in aula Giulio Cesare nel corso della seduta straordinaria del consiglio comunale alla presenza del papa. Alemanno ha ricordato le parole pronunciate dal precedente pontefice Giovanni Paolo II durante la sua visita in Campidoglio avvenuta 11 anni fa. In particolare, ha fatto riferimento alla questo passaggio: "qui si ritrovano la Roma civile e la Roma cristiana, non contrapposte, non alternative, ma unite insieme nel rispetto delle differenti competenze, dalla passione per questa città e dal desiderio di renderne esemplare il volto per il mondo intero".
Il Papa, salutando dalla Loggia del Palazzo senatorio, i cittadini romani che riempivano solo in parte la piazza Del Campidoglio, ha detto di sentirsi ormai un po' romano, "vivendo a Roma da tantissimi anni". "Ma più romano - ha aggiunto - mi sento come vostro vescovo".
Il sindaco, nella seduta straordinaria del consiglio comunale, si è rivolto a papa Benedetto XVI "come primo cittadino di una città operosa, che si trova ad affrontare gli effetti di una crisi economica globale, le sfide faticose dell'integrazione, il bisogno di sicurezza e di legalità, la ricerca di un'identità profonda e al tempo stesso proiettata verso il futuro". Secondo Alemanno, "la risposta autentica ai problemi che siamo chiamati ad affrontare è quella di riconoscere le nostre vere radici culturali e spirituali, la nostra memoria storica di romani, figli di una città universale".
Benedetto XVI ha ricordato come la crisi economica stia colpendo Roma, in termini di disoccupazione e di difficoltà delle famiglie a pagare gli affitti e i mutui, ed ha esortato ad uno sforzo collettivo per aiutare i poveri. "Tutti - ha detto parlando al consiglio comunale e al sindaco Gianni Alemanno - si facciano nuovamente carico delle esigenze dei più disagiati, sentendosi partecipi di un'unica famiglia.
Il papa si è detto convinto che le famiglie e i giovani possono "sperare in un avvenire migliore nella misura in cui l'individualismo lascerà spazio a sentimenti di fraterna collaborazione tra tutte le componenti della società civile e della comunità cristiana".
Ad accogliere Benedetto XVI nella piazza, addobbata con i colori della città, gialli e rossi, sono stati il sindaco Gianni Alemanno e la moglie Isabella Rauti. Il sindaco ha baciato la mano al Pontefice. Nella piazza, ancora quasi vuota, i palloncini bianchi di alcune associazioni cattoliche e qualche striscione di benvenuto. Le campane hanno suonato a festa accompagnando l'ingresso del Pontefice all'interno del Palazzo Senatorio.
La Comunità di S. Egidio, le Acli, ma anche esponenti del Casilino 900 e il campo rom di Tor di Quinto. Tutti insieme hanno accolto, con un applauso e sventolando bandierine con i colori del Vaticano e del Comune di Roma, l'arrivo di Benedetto XVI.
Piazza del Campidoglio non era piena: poche le persone che osservano il maxi-schermo. Tra gli striscioni esposti per l'occasione quelli dei campi rom: "Casilino 900 saluta il Santo Padre" e "Il gruppo degli Ercolini saluta il Papa e dice no al razzismo". Gli Ercolini sono bambini rom del campo nomadi di Tor di Quinto che, aiutati da don Giovanni d'Ercole, hanno fondato una squadra di calcio.
Ad accompagnarli anche Salvatore Paddeu, il ragazzo salernitano che ha scelto di vivere in una baracca del campo rom per stare vicino ed aiutare questi bambini. Ad attendere il Pontefice anche alcune scuole elementari e medie. Poco prima dell'arrivo di Benedetto XVI qualcuno ha cercato di vendere le bandierine a un euro; la polizia municipale ha, subito, interrotto la distribuzione a pagamento dei gadget che adesso vengono regalati. di ANSA
Minoranze: diritti e doveri
Nell’ambito del Festival dei Diritti Umani promosso dalla Provincia di Parma in collaborazione con Forum Solidarietà, il Circolo Culturale Il Borgo in collaborazione con il Forum Interreligioso 4 ottobre, l’Associazione Silentia Lunae, il circolo Carlo Cattaneo e con il patrocinio dell’Istituzione Biblioteche del Comune di Parma invitano a "Minoranze: diritti e doveri" a Parma, in Italia ed in Europa sabato 14 e domenica 15 marzo 2009 presso il convento della SS. Annunziata.
Due giornate dedicate ad un riflessione sul tema delle “minoranze” nelle società italiana ed europea e sul delicato rapporto fra diritti e doveri che le riguarda.
Al centro dell’attenzione sarà il caso della minoranza rappresentata dai popoli Rom e Sinti; un insieme di comunità che conta all’incirca 12 milioni di persone in tutta Europa, quasi tutti cittadini di uno stato membro dell’Unione, eppure considerati come stranieri dall’opinione pubblica e dai mass media. I Rom ed i Sinti, dunque, costituiscono una realtà assai interessante e rappresentativa, in quanto lo status di “minoranza” in cui vivono non è dovuto al colore della pelle o alla cittadinanza.
L’evento sarà anche l’occasione per parlare dei diritti e dei doveri di tutte le persone che, per vari motivi, si trovano ad essere “minoranza”. L’obiettivo è quello di suggerire pensieri e strategie che portino ad una civile reciproca convivenza e ad una serena integrazione, in Italia ed in Europa, nel rispetto dei diritti e dei doveri di tutti.
Nuove frontiere della "giustizia razziale"
La giustizia italiana ha metabolizzato da alcuni anni l'atmosfera xenofoba e razzista che imperversa nel nostro Paese. Il caso Giovanna Reggiani, cha ha visto la condanna a 29 anni di carcere comminata a Romulus Mailat in base alla testimonianza di una donna la cui psiche è devastata da una grave malattia mentale, mentre gli esiti degli esami del DNA relativi alle numerose tracce di sangue reperite sul cadavere e sul volto di Mailat – che avrebbero potuto scagionarlo, insieme alle testimonianze ignorate dagli inquirenti - sono misteriosamente scomparsi.
Il caso del "tentato rapimento" di Ponticelli, cha ha visto la condanna in primo grado della giovanissima Angelica V. solo in base alla testimonianza della sua accusatrice, che faceva parte di un gruppo di napoletani impegnati nel combattere la presenza di "zingari" nel quartiere partenopeo.
E adesso, il caso dello stupro della Caffarella, che solo grazie all'intervento del Gruppo EveryOne e dei Radicali non si è risolto con la condanna dei romeni Alexandru Imztoika Loyos e Carol Racz (verso i quali, però, prosegue la persecuzione da parte degli inquirenti, nonostante la loro innocenza dimostrata dagli esami del DNA e da una serie importante di prove).
Sono solo gli eventi più eclatanti che mostrano come ormai, di fronte alla forza pubblica e alla giustizia, i Rom sono colpevoli a priori. Nelle carceri italiane sono rinchiusi centinaia di Rom che hanno subito condanne senza un vero diritto alla difesa, perché l'iniquo istituto del diritto processuale penale che si chiama "patteggiamento" e l'altrettanto iniquo procedimento penale non ordinario detto "direttissima" sono alla base di innumerevoli condanne di persone di etnia Rom completamente innocenti. In particolare, assistiamo ormai quotidianamente a condanne di cittadini Rom per "oltraggio a pubblico ufficiale" e "resistenza a pubblico ufficiale". I Rom che vivono in Italia sanno perfettamente che di fronte alle forze dell'ordine basta usare un tono che non sia umile e sottomesso per provocare vessazioni di ogni genere. Quando ci troviamo di fronte a una condanna per "oltraggio" o "resistenza", quindi, possiamo essere sicuri che nel 99% dei casi si tratta di offese subite dai Rom e non certo perpetrate. Per evitare di finire dietro le sbarre o, nel caso di recidiva, per evitare condanne pesanti, i Rom patteggiano e le loro fedine penali si macchiano: ecco come la giustizia razziale tradisce la giustizia e la uccide, così come uccide il diritto e la civiltà.
Recentemente il signor Codrean Ciuraru, Rom romeno che vive a Pesaro, ha avuto il coraggio di dire no al patteggiamento. "Ho subito violenza e sono stato accusato di averla commessa, ma andrò di fronte al giudice a dire la verità. Non mi importa se i miei accusatori sono agenti della forza pubblica e non mi importa se l'avvocato di ufficio mi ha consigliato di ammettere qualcosa che non ho fatto, patteggiando una pena ridotta. Sono stanco di subire botte e umiliazioni: voglio giustizia".
Il Gruppo EveryOne segue il signor Ciuraru e non lo abbandonerà, confidando che in questo caso la giustizia torni ad essere giusta e gli agenti violenti e bugiardi non vedano trionfare la loro iniquità. Codrean Ciuraru è come Rosa Parks e il suo coraggio è il simbolo delle istanze di giustizia che provengono non solo da lui, ma da un popolo perseguitato. Riguardo alle nuove, oscure frontiere della giustizia razziale, le parole che un agente di polizia mi disse a Roma, nel periodo successivo all'assassinio di Giovanna Reggiani le rappresentano bene: "Se fosse per me, il sangue per gli esami del DNA lo prenderei direttamente agli zingari quando li arrestiamo, tanto se non sono colpevoli quella volta, lo saranno la volta dopo".
La vicenda di Derek Rocco Bernabei - ragazzo italoamericano condannato a morte e ucciso dal boia in Virginia nel 2000, al termine di un processo indiziario e iniquo, che lo giudicò colpevole per aver stuprato e ucciso la sua fidanzata - mostra come neppure gli esami del DNA siano una prova sicura, essendovi la possibilità che siano falsificati o manipolati. E' importante che le indagini siano sempre trasparenti e che le organizzazioni per i Diritti Umani abbiano la possibilità di verificarne la correttezza (cosa che oggi non è possibile), altrimenti le autorità potranno costruire a proprio piacimento indizi e prove di colpevolezza, ai danni del solito Rom o migrante. I media, poi, faranno il resto, amplificando a dismisura gli effetti della caccia al diverso. di Roberto Malini (gruppo EveryOne)
lunedì 9 marzo 2009
Cronaca nera, l'analisi sulle notizie nei Telegiornali
Per l’elaborazione di questa analisi il Centro d'Ascolto dell'Informazione Radiotelevisiva ha considerato le notizie degli ultimi 5 anni (dal 2003 al 2007) e dei primi quattro mesi del 2008 delle edizioni principali dei telegiornali di Rai, Mediaset e La7 in relazione alla loro classificazione per argomento. Le edizioni principali dei telegiornali in un anno, mediamente corrispondono a 5.100 edizioni (14 edizioni al giorno, 2 per ogni rete in 365 giorni).
Se si analizzano i dati relativi alle notizie di Cronaca nera, cronaca giudiziaria e criminalità organizzata, è evidente come, mediamente, il tempo dedicato alla esposizione di tali eventi , sia raddoppiato (quando non addirittura triplicato), passando dal 10,4% dei telegiornali del 2003, al 23,7% di quelli del 2007.
Mentre nel periodo 2003-2005 la rappresentazione di eventi criminosi si è mantenuta costante, a partire dal 2006 si è rilevato un sensibile incremento del tempo dedicato a questa tipologia di notizie, con un ulteriore aumento nel corso del 2007.
Infatti, nel 2003 il Tg1 ha esposto notizie riferite a questi argomenti per l’11% del suo tempo, il 19,4% nel 2006, il 23% nel 2007, raddoppiando cioè il tempo dedicato a tali notizie.
Il Tg2 è passato dal 9,7% del 2003 al 21% del 2006, fino ad arrivare nel 2007, al 25,4%.
Il Tg3 è stata la testata che ha registrato il minor aumento, passando dall’11,5% del 2003 al 18,6% del 2007.
Sulle reti Mediaset l’aumento è stato maggiore, registrando, in particolare su Studio Aperto, una percentuale pari al 30,2% della durata totale dei telegiornali nel 2007, contro il 12,6% rilevato nel 2003.
Il Tg5 è passato dal 10,8% al 25,7% con un incremento di più del doppio.
Sempre tra le reti Mediaset è il Tg4, malgrado comunque il raddoppio negli ultimi cinque anni, la testata che ha avuto l’incremento minore, dal 10,2% del 2003 al 20,9% nel 2007.
Considerando l’insieme di tutte le testate, il maggior incremento medio si riscontra nel 2006. Mentre fino all’anno precedente la media generale del tempo dedicato alla cronaca nera o comunque alla rappresentazione di episodi violenti o criminali era del 10,7%, nel 2006 è stata del 18,8%.La tendenza alla drammatizzazione dell’informazione e alla spettacolarizzazione del quotidiano si evince non solo dalla frequenza con la quale vengono date notizie relative a crimini violenti, ma anche dalla terminologia utilizzata che trasmette costantemente un’immagine di morte e violenza, quindi una sensazione di insicurezza e pericolo. Leggi le tabelle…
Veneto, le strane coincidenze
Martedì 17 febbraio 2008 l’associazione Sinti Italiani, in collaborazione con le associazioni Sucar Drom e Nevo Drom, ha organizzato una grande manifestazione per chiedere che i Cittadini italiani, appartenenti alla minoranze sinte e rom, non siano discriminati.
Sabato 28 febbraio 2009 l’associazione Sinti Italiani ha organizzato in diverse città del Nord Italia, ma in particolare in Veneto, delle manifestazioni per farsi conoscere e per chiedere al Governo italiano di essere ascoltati.
Giovedì 5 marzo il Governo italiano ha risposto con la schedatura di tutti i Cittadini italiani, appartenenti alle minoranze sinte, che vivono nei “campi nomadi” in Veneto. Alcuni passaggi dello stesso comunicato stampa della Polizia di Stato non lasciano dubbi:
«Questa mattina, oltre 150 uomini della Polizia di Stato, appartenenti a tutte le Questure del Veneto, alla Polizia Scientifica, ai Reparti Prevenzione Crimine “Veneto” “Liguria”, “Piemonte” e “Lombardia”, hanno eseguito un controllo in 15 campi di nomadi giostrai nelle province di Venezia, Padova, Verona, Vicenza e Treviso». E ancora: «L’operazione, pianificata dalla Squadra Mobile di Venezia insieme con tutte le Squadre Mobili del Veneto e coordinata dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, ha consentito di censire centinaia di giostrai, molti dei quali ritenuti dediti alla commissione dei cosiddetti reati predatori».
Quindi è la stessa Polizia di Stato che parla di censimento di centinaia di persone. Ma quali sono state le modalità di censimento? La schedatura! Ovvero, si è montato un lenzuolo e adulti e adolescenti sono stati fotografati con un cartello in mano con su scritte le generalità (nome e cognome) e un numero di identificazione. A Verona chi si è opposto è stato portato in Questura, dove è stato costretto a farsi schedare.
Il Ministero dell’Interno ha quindi oggi per ogni Cittadino veneto, appartenente alla minoranza sinta, una scheda. Come la utilizzerà? Ad oggi non lo sappiamo ma sappiamo come è andata dopo l’undici settembre 1940, quando sempre il Ministero dell’Interno ha ordinato la schedatura e l’internamento per tutti i Sinti e i Rom italiani. Le motivazioni non cambiano, oggi come allora sono sempre le stesse: “molti di questi sono ritenuti dediti alla commissione di reati”.
Senza una denuncia, senza una prova, senza l’intervento di un magistrato… la Polizia di Stato (Ministero dell’Interno) ritiene che centinaia di persone (minori compresi) siano dei ladri ma guarda caso queste persone appartengono alla minoranza etnica più perseguitata in Italia, secondo tutti gli organismi internazionali.
A centinaia di Cittadini italiani, nello stesso momento in tutto il Veneto, vengono sospese le garanzie costituzionali e di fatto queste persone vengono sequestrate da uno spiegamento di forze che poche volte si è visto. Ma qual è il risultato per la sicurezza? E’ stata arrestata nel suo luogo di residenza una donna di quarantacinque anni che doveva scontare una pena di cinque mesi e ventotto giorni per una condanna di cui non sapeva nulla. Incredibile!
In questi giorni di crisi economica sarebbe anche utile sapere quanti soldi sono stati spesi per questo “risultato” ma il dato direbbe poco, perché di fatto in molti si stanno chiedendo: sarà più consolante pensare che questi sono i normali metodi usati dalla Polizia nei confronti dei Cittadini o che è partita la pulizia etnica?
A noi di sucardrom sembra che si sia trattato di un avvertimento del Ministero dell’Interno, dopo le manifestazioni del 17 e 28 febbraio: non alzate troppo la testa perché noi sappiamo dove siete e possiamo in qualsiasi momento venirvi a prendere. Un comportamento infame per un Paese civile che denota a che punto si è arrivati.
Il Ministro Maroni ha imparato. Niente proclami, nessuna conferenza stampa, nessun annuncio che possa suscitare manifestazioni di protesta, come è successo per le ordinanze del maggio scorso, ma azione immediata per affermare che il Governo italiano non tollera il dissenso su provvedimenti che il Parlamento europeo ha dichiarato razzisti.
Qualcuno forse non crederà alle coincidenze ma in questo caso non sono certo strampalate anche perché si è andati a colpire direttamente il Presidente dell’associazione Sinti Italiani, il Pastore evangelico Davide Casadio (in foto). E guarda caso in tutto il Veneto si è andati solo ed esclusivamente nei “campi nomadi” comunali, mentre per il Presidente dell’associazione Sinti Italiani si è andati in un terreno privato. Eppure non è l’unico terreno privato che esiste in Veneto.
Troppe le coincidenze che aprono scenari a dir poco inquietanti, molto al di là della semplice schedatura, e che indicano l’intento di intimorire dei Cittadini italiani che per la prima volta vogliono essere protagonisti. Oggi, dopo quanto è successo, sembra proprio che per il Governo italiano sia una colpa manifestare per chiedere il rispetto del dettato costituzionale.
Verona, interviene anche il Vescovo
Dopo il blitz della polizia di giovedì scorso al campo di strada La Rizza, con la schedatura di massa di tutti i presenti, fotografati di fronte e di profilo, molte le testimonianze di solidarietà che sono giunte a don Francesco Cipriani, il delegato diocesano per l'assistenza ai nomadi, a Elisabetta Adami e Cristina Simonelli, della sua comunità, e ai sinti dell'insediamento realizzato dal Comune più di vent'anni fa.
Tra i primi il vescovo monsignor Giuseppe Zenti, che ha avuto parole di conforto per il suo sacerdote, anch'egli accompagnato in questura e sottoposto allo stesso trattamento degli altri, tutti cittadini italiani appartenenti a una minoranza etnica riconosciuta dalla legislazione nazionale ed europea, e di solidarietà per gli abitanti del campo.
Zenti avrebbe anche telefonato al questore, Vincenzo Stingone, per avere chiarimenti sulle modalità dell'operazione, che ha coinvolto 15 campi in tutto il Veneto. Anche l'europarlamentare del Pd Donata Gottardi si è messa in contatto con Stingone per ottenere informazioni soprattutto sui criteri adottati dagli agenti durante le identificazioni.E su questo punto si muoveranno nei prossimi giorni anche i legali dei sinti, che ieri pomeriggio hanno avuto un incontro al campo, alla presenza di don Cipriani. Gli abitanti del campo hanno segnalato che nel pomeriggio di giovedì un altro sinto è stato oggetto di un trattamento che eufemisticamente si potrebbe definire un po' sopra le righe da parte di una pattuglia della polizia nella zona della Zai. Un altro brutto segnale di un clima di tensione che si sta pericolosamente alzando. E che merita più di una riflessione. di Giancarlo Beltrame
Roma, l'Udc vuole l'assimilazione dei Sinti e dei Rom ma in "campi" più piccoli
Davvero singolare il documento “Roma Stop Degrado”, prodotto dall’Udc capitolino. Ma forse nemmeno tanto singolare perché incarna quello spirito paternalista-caritativo che tanti danni ha fatto all’Italia e quindi anche ai Sinti e ai Rom.
Il documento dell’Udc è stato presentato qualche giorno fa a Roma per accusare il Sindaco Alemanno di non rispettare gli impegni presi in campagna elettorale. Nel documento sono stati raccolte 2.500 foto, 150 filmati e più di 1.500 segnalazioni di disagio. E naturalmente la “questione rom” emerge prepotentemente.
Secondo l’Udc «sul tema sicurezza Alemanno e la Pdl hanno costruito la loro campagna elettorale promettendo espulsioni di nomadi e immigrati irregolari, la demolizione delle baraccopoli […] I campi nomadi abusivi sono rimasti in parte dov’erano e in qualche caso è avvenuto un semplice spostamento in zone periferiche e fuori dal Gra. Sono stati annunciati e poi subito smentiti i trasferimenti dei campi ai confini di Roma e nessuna espulsione promessa è stata mantenuta. Ora il primo cittadino vorrebbe attuare il Piano Veltroni/Serra, quello che prevedeva quattro mega campi alle porte di Roma. La Pdl e il sindaco dimenticano che sono stati proprio loro insieme a noi a criticare fortemente la precedente giunta comunale per le scelte inopportune che spostava il problema senza risolverlo.»
Cosa propone l’Udc capitolino? «È necessario portar avanti un recupero di alcuni valori fondanti della cristianità di Roma al fine di ricreare un clima sereno attorno alle famiglie e alle persone: Ricreare il senso di italianità attraverso il recupero dell’elemento caratterizzante il nostro paese ovvero il senso della famiglia tradizionale, l’educazione delle generazioni future. Tornare agli insegnamenti cristiani come l’aiuto e l’accoglienza ai bisognosi, inquadrando tali azioni all’interno dello stato civile che impone le regole e le deve anche far rispettare. Perché Roma torni ad essere la capitale della cristianità. Rispetto delle Regole. No alla città degli Invisibili. Ripristinare le lezioni di educazione civica nelle scuole. Chi non manda i figli a scuola non può stare nella nostra città. Lotta alla prostituzione su strada e ai mercanti di schiavi; assistenza al reinserimento delle ragazze sfruttate. Sgomberare i campi nomadi a ridosso di fermate ferroviarie, dei capolinea di mezzi pubblici e a ridosso delle rimesse delle aziende che gestiscono il trasporto pubblico destinando le aree a campi sportivi».
E a "favore" dei Sinti e dei Rom? «Riorganizzare la presenza dei nomadi sulla base di insediamenti da non più di 200 persone, che abbiano al loro interno presidi di pubblica sicurezza, del Nae e delle Asl, sottoscrivendo con loro un patto per la legalità sotto forma di Protocollo di intesa obbligatorio in modo tale che l’amministrazione comunale leghi l’erogazione del servizio alle comunità nomadi al concetto di legalità e reciprocità. In tal caso l’erogazione del servizio sarà subordinata alla sottoscrizione del protocollo e, in caso d’inosservanza, cesserà immediatamente l’erogazione del servizio stesso. L’accoglienza e l’integrazione saranno condizionate al rispetto non solo delle nostre leggi ma anche della nostra cultura e tradizione».
La "caduta" di Fini su media e violenze sulle donne
Ieri, 8 marzo 2009, il Presidente Fini è intervenuto alla manifestazione organizzata al teatro Brancaccio di Roma.
Il Presidente della camera nel suo intervento è partito bene: “La violenza sulle donne è da un lato una piaga sociale e dall'altro una vera e propria emergenza civile" ma "non ci può essere una connotazione etnica dietro lo stupro”.
Ma ha finito male: “E' giusto - ha spiegato Fini - titolare 'donna stuprata da romeno', ma bisogna fare lo stesso quando a commettere la violenza è un italiano”. Anzi malissimo.
Nel mezzo tante cose importanti, come l'esigenza di una “convergenza bipartisan” che deve essere “un valore aggiunto della politica su questioni che attengono la dignità della persona”.
Perché è sbagliato titolare sia in questo modo 'donna stuprata da romeno' che in quest’altro modo 'donna stuprata da italiano'? Perché la responsabilità è esclusivamente personale ed etichettare Tizio o Caio per nazionalità o per altre appartenenze non offre una comprensione migliore di quanto successo ma si connota per appartenenza un singolo reato. Appunto, quello che è successo in queste settimane.
I media non dovrebbero ne titolare per appartenenze, ne emettere sentenze prima che la giustizia faccia il suo corso. Ma con la sete giustizialismo che in molti hanno voluto creare in Italia, sarà dura uscire dall’attuale situazione e certo l’intervento di Fini non migliora la situazione.
sabato 7 marzo 2009
Rom e Sinti nella letteratura/3 - IL LIBRO DEI VAGABONDI
Riporta il Camporesi ne Il libro dei vagabondi:
A rendere più complicata la scena del vagabondaggio e a portare maggiore turbamento e confusione erano le bande nomadi probabilmente zingaresche, talvolta confuse con altre forme di pitoccheria, che l’urbinate Poliodoro Virgilio supponeva discendenti dai sacerdoti questuanti della dea Siria […]
Secondo Poliodoro l’infezione fraudolenta aveva avuto origine dai sacerdoti della dea Siria , poi si era ramificata ai gradi più bassi del livello sociale e si era diffusa per tutte le terre abitate in tutte le direzioni.
E’ evidente che lo storico delle invenzioni umane nell’attribuire una origine remota, quasi una primogenitura nell’arte dell’inganno, a popolazioni lontane e quasi mitiche, cerca di spiegare, allontanandolo nel tempo e nello spazio, un fenomeno delittuoso che aveva radici storiche e sociali ben altrimenti diverse, scaricando sui cosiddetti Cilici o Assiri (cioè sugli zingari) responsabilità che soltanto in piccola parte toccavano quei nomadi: “…vanno attorno peregrinando senza mai por fine al peregrinar loro e a porta a porta limosine domandando.
Le donne fanno professione dell’arte chiromantica […] e sono in tutto per eccellenza ammaestrate a trarre furtivamente delle borse di coloro, a’ quali le future cose predicono, danari, se eglino non stanno bene avvertiti […] Non usano di fermarsi più di tre giorni in luogo veruno […] Da questi sacerdoti della dea Siria questa infezione di fraudi è per fino a noi trapassata”.
venerdì 6 marzo 2009
Veneto, ieri è scattata la schedatura
Nella giornata di ieri è scattata in tutta la Regione Veneto la schedatura dei Sinti e dei Rom che vivono nei “campi nomadi” comunali e nelle proprietà private (terreni privati). Le modalità di schedatura sono state diverse.
Ad esempio a Venezia, nel “campo nomadi” di via Vallenari, le Forze dell’Ordine hanno controllato e trascritto i dati dalle Carte d’Identità, mentre in tutta la Provincia di Vicenza sono state fotosegnalate tutte le persone e in alcuni casi sono stati fotosegnalati anche i minori.
In quest’ultimo caso è stata predisposta dalle Forze dell’Ordine una postazione con un lenzuolo bianco e tutti sono stati fotografati di fronte e di fianco con un cartello in mano. Sul cartello un numero e il nome e cognome della persona.
La schedatura è scattata alle sei del mattino e si è conclusa, in alcuni “campi nomadi”, dopo le dieci. Durante la schedatura nessuno ha potuto uscire o entrare, con i disagi conseguenti per gli adulti che dovevano andare al lavoro e per i bambini che naturalmente non sono andati a scuola.
In questo momento l’associazione Sinti Italiani sta raccogliendo le testimonianze dei Sinti e dei Rom veneti. A Verona alcuni volontari con il supporto di alcuni legali stanno facendo lo stesso lavoro.
Sucar Drom invita i singoli e le associazioni a raccogliere il maggior numero di testimonianze e coordinarsi per preparare un breve rapporto da inviare al Ministero dell’Interno, alla Commissione europea e a tutti gli organismi internazionali. Per ora non saranno lanciati comunicati stampa per dare il tempo a tutte le persone che stanno lavorando in queste ore di sistematizzare i dati raccolti. Lunedì pomeriggio si farà il punto della situazione e sarà predisposto un comunicato stampa. Per comunicazioni sucardrom@sucardrom.191.it
Vicenza, blitz nei campi sinti, no alle leggi razziali
Ieri 05 marzo 2009, le forze dell’ordine hanno eseguito un blitz anche nei campi sinti di Vicenza e Costabissara, hanno tentato, senza mandato, di entrare anche nel villaggio privato di Montecchio Maggiore, per rilevare le generalità e schedare i residenti. Hanno fotografato tutti, compreso i bambini, con tanto di targa numerata e il nome di ognuno di loro.
Facciamo presente che in base alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia non è possibile fotografare né prendere impronte ai minori. Non c’è nessuna normativa della repubblica italiana che sancisca la schedatura dei cittadini italiani.
I sinti italiani sono stati schedati come criminali. Solo durante il periodo delle leggi razziali fasciste - dal 1939 al 1946 - si schedavano le minoranze italiane.
Consideriamo e denunciamo, quest'atto gravissimo e illegale per non dire incostituzionale. Questo è un vero sopruso da parte dello Stato, e ci chiediamo dove andremo a finire se anche l’articolo 3 della Costituzione è messo in discussione in modo così lampante. Ricordiamo, per chi avesse memoria corta, l’art. 3 - comma 1, della Cost. It.: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Ricordiamo inoltre, che i sinti sono una minoranza etnica italiana, che hanno partecipato alla resistenza per la liberazione del nostro Paese, e sono italiani a tutti gli effetti a pari dei ladini, degli ebrei e di tutti gli altri.
Noi cittadini dobbiamo accettare che le forze dell’ordine si presentino a casa nostra - senza mandato - a chiederci le generalità, a schedare noi e i nostri figli? No, dobbiamo reagire. La questura e le forze dell’ordine, devono far rispettare la legge e utilizzare le poche finanze per la sicurezza dei cittadini, e non per la schedatura degli italiani. di Irene Rui (Dipartimento Politiche Migratorie ed Etniche, Partito della Rifondazione Comunista - Federazione di Vicenza)
Verona, blitz nel "campo nomadi", schedato il prete
Sono arrivati all'alba. Almeno sei automobili della polizia, tra i dieci e i venti poliziotti, armati di telecamere e macchine fotografiche, che hanno iniziato a individuare e identificare tutti i presenti nel campo nomadi di strada La Rizza 65, di Forte Azzano.
«Una normale attività di monitoraggio e di controllo», la definisce il capo della Squadra mobile della questura, Marco Odorisio.
«Una schedatura di massa mai vista prima», controbatte don Francesco Cipriani, il sacerdote che per conto della diocesi assiste spiritualmente nomadi, cura la pastorale tra i Rom e i Sinti e da 39 anni vive in mezzo a loro, con una piccola comunità di cui fa parte anche una delle maggiori teologhe italiane, Cristina Simonelli, che ieri mattina era partita poco prima dell'arrivo degli agenti. «Hanno fotografato tutti, compresi tre minorenni, di fronte e di profilo, con un cartello in mano coi dati anagrafici».
«Le fotografie sono state fatte solo a chi ha rifiutato di fornire documenti», sostiene invece Odorisio, «ai sedicenti». Ossia, a chi ha fornito solo a voce le proprie generalità».
«Niente affatto», replica don Cipriani, «molti sono stati fotografati con le carte di identità in mano».
Al di là delle versioni contrapposte, che non sia comunque una operazione «normale» lo conferma indirettamente proprio il comunicato della questura, che parla di «oltre 150 uomini della polizia, appartenenti a tutte le questure del Veneto, alla polizia scientifica, ai reparti prevenzione crimine Veneto, Liguria, Piemonte e Lombardia» e di «un controllo in 15 campi di nomadi giostrai nelle province di Venezia, Padova, Verona, Vicenza e Treviso». Un'operazione pianificata dalla Squadra mobile di Venezia e coordinata dal Servizio centrale operativo della polizia, ossia da Roma, che, recita il comunicato, «ha consentito di censire centinaia di giostrai, molti dei quali ritenuti dediti alla commissione dei cosiddetti reati predatori».
Una mobilitazione massiccia che ha partorito un topolino dal punto di vista della sicurezza, se è vero che c'è stato un solo arresto, quello di una quarantacinquenne trovata a Cerea, P. C., che deve scontare una pena di «mesi cinque e giorni ventotto di reclusione».
Colpisce, invece, nella comunicazione ufficiale la presenza del termine «censire», che era evidentemente il vero scopo dell'operazione, e la contemporanea assenza dei termini «rom» e «sinti», minoranze etniche alle quale appartenevano tutti i cittadini italiani «censiti», quasi a voler preventivamente nascondere un qualsiasi obiettivo di tipo razziale.
«Questa è invece un'operazione di polizia etnica», diceva in serata, in una piccola manifestazione di protesta che, nonostante la pioggia, ha radunato una ventina di persone davanti alla prefettura, Daniele Todesco, vicino a Migrantes, l'organismo della Chiesa cattolica che si occupa di immigrazione. «E in una struttura creata dal Comune nel 1989. Un domani che faranno? Verranno nelle nostre case?»
«Se poi si parla di “giostrai”», precisa Elisabetta Adami, della comunità del campo, «si dice una falsità. Perché qui nessuno lavora con le giostre e se lo fece in passato non lo fa più da decenni». di Giancarlo Beltrame
Roma, un gran pasticcio le indagini sullo stupro della Caffarella
Ci sono gli identikit tracciati dagli uomini della Mobile su indicazione dei fidanzatini aggrediti alla Caffarella, che non corrispondono per nulla ai volti di Karol Racz e Alexandru Loyos Isztoika. Il verbale del 15 febbraio, nel quale la ragazzina violentata nel parco, «fortemente provata dalla visione e in lacrime», indica tra dodici fotografie quella di Alexandru Isztoika, individuandolo come «quello con i capelli biondi», il primo dei due uomini che ha abusato di lei. E poi l’altro verbale della minorenne, quello del 16 febbraio, quando chiamata a riconoscere il secondo stupratore, indica un altro romeno, C.C. e non Karol Racz, arrestato nei giorni successivi su indicazione del suo amico e presunto complice Isztoika. C.C. però ha un alibi blindato. Alla polizia bastano 24 ore per verificarlo. E il caso viene chiuso.
Non ci sono sorprese tra gli atti depositati dal pm Vincenzo Barba, titolare del fascicolo sullo stupro della Caffarella, in vista dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame. Mancano ancora gli accertamenti sul Dna dei due indagati, gli esami sui reperti biologici che scagionano i romeni perché consegnano agli inquirenti il profilo genetico di altre due persone. Il pm ha atteso il deposito dell’ultima consulenza, quella affidata alla genetista Carla Vecchiotti, che doveva stabilire se la comparazione tra i Dna degli indagati e quelli individuati sui reperti fosse corretta. E’ stata consegnata solo ieri. Conferma i primi esami e anche questa scagiona i due romeni. Sarà depositata oggi in cancelleria.
C’è invece la confessione di Isztoika, il verbale nel quale l’uomo racconta quel pomeriggio e riferisce alcuni particolari, come il dettaglio che la ragazza indossava una gonna, poi le orribili modalità della violenza, in sequenza. Dell’interrogatorio anche il video, consegnato dalla procura ai giudici perché si rendano conto del clima nel quale è avvenuta la confessione. L’indagato, sbadiglia, intorno a lui ci sono sei persone, risponde alle domande, non si dilunga, ma l’atmosfera non è pesante. La procura vuole che i giudici lo guardino a fronte delle dichiarazioni rese due giorni da Isztoika : «Sono innocente, ho confessato per le violenze fisiche e psicologiche subite dalla polizia italiana e da quella romena».
Agli atti ci sono anche le testimonianze degli amici di Racz e Isztoika che confermano gli alibi forniti in sede di interrogatorio, davanti al gip Valerio Savio, dai due indagati. I rom del campo di Torrevecchia, che si trova molto lontano dal parco della Caffarella, sostengono che alle 19 i due romeni fossero nelle baracche. Una circostanza incompatibile con l’orario dello stupro, avvenuto dopo le 18.
E c’è anche un altro particolare che non emerge dalle carte, ma secondo il legale di Racz, Lorenzo La Marca, rende incompatibile la presenza del suo cliente con lo stupro della Caffarella. A verbale la ragazza nel ripercorrere la sequenza di violenze del 14 febbraio riferisce anche le frasi che i due violentatori si scambiavano tra loro durante lo stupro. «E’ impossibile. Racz non parla una sola parola d’italiano e non capisce la nostra lingua. Solo attraverso un interprete riesco a comunicare con il mio cliente».
Intanto ieri al romeno è stata notificata un’altra ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il suo nome era già stato iscritto sul registro degli indagati per una violenza sessuale avvenuta a Roma, nel quartiere di Primavalle, il 21 gennaio. Da ieri il romeno è detenuto anche per quello stupro. Alla base dell’ordinanza il riconoscimento della vittima, avvenuto in sede di incidente probatorio. Gli accertamenti tecnici sui reperti e sulle tracce biologiche non sono ancora completi, ma quelli eseguiti finora non hanno dato alcun risultato. Sono inutilizzabili. di Valentina Errante
mercoledì 4 marzo 2009
Milano, un regolamento fantasma
La Regione Lombardia ha pubblicato il mese scorso (23 febbraio 2009) nel proprio bollettino regionale (sezione provvedimenti di altri enti) il “Regolamento delle aree destinate ai nomadi nel territorio di Milano”, redatto dal Prefetto di Milano, Commissario per l’emergenza nomadi in Lombardia. Lo stesso regolamento era stato pubblicato nell’albo pretorio del Comune di Milano il giorno 5 febbraio 2009. Quindi secondo alcuni è già in vigore dall’8 febbraio 2009 ed esecutivo dal 18 febbraio.
A noi di sucardrom questo non risulta anche perché il regolamento è stato fortemente criticato in commissione Politiche sociali, da tutte le formazioni politiche con motivazioni diverse ma giudizio unanime. Tra l’altro il Comune di Milano ha tempo per modificarlo.
Il regolamento, come anche quello che vorrebbero applicare a Roma, è una brutta copia dei tantissimi regolamenti in vigore da tanti anni in tutta l’Italia. E il Tavolo Rom di Milano ha licenziato un documento preciso di critica a norme di fatto discriminatorie.
Noi di sucardrom, condividendo quanto evidenziato dal Tavolo Rom, aggiungiamo che l’unico regolamento che potrebbe essere applicato è quello già utilizzato per gli alloggi popolari. Perché mischiare regole di convivenza con progetti sociali o peggio con pratiche vessatorie e discriminanti non ha mai risolto l’annoso problema dei “campi nomadi”.
Ungheria, una folla ai funerali delle vittime dell'odio razziale
Una folla immensa ha partecipato ieri ai funerali delle vittime dell'omicidio che ha colpito la comunità rom in Ungheria. A Tatarszentgyoergy, un villaggio a 40 km a sud di Budapest, un padre di 27 e il figlio di 5 sono stati bruciati vivi nell'attentato in seguito al quale la loro casa ha preso fuoco.
Al funerale, organizzato dal Consiglio Nazionale dei Rom, ha partecipato una grande orchestra con più di 100 elementi. Tutti i Rom in lutto portavano fiori bianchi. L'omicidio è sintomatico della crescente intolleranza nei confronti della minoranza rom in Ungheria. Al funerale erano presenti anche i rappresentanti dei principali partiti.
Ieri, il ministro della giustizia ha dichiarato di voler presentare una modifica alla costituzione in modo da poter sanzionare penalmente l'incitamento all'odio razziale, un reato che non esiste nel codice penale ungherese.
Catanzaro, lettera aperta delle donne rom
Una lettera aperta delle donne rom per esprimere il loro dolore dopo la morte di Massimiliano Citriniti. Una lettera a tutti, per evidenziare la condizione in cui vivono i rom dopo il tragico fatto.
«Noi donne Rom - è scritto nella lettera aperta - ci sentiamo molto vicine al dolore della famiglia del ragazzo morto, sentiamo un grande dolore per la morte di questo giovane ragazzo. Ma non possiamo morire tutti per lo sbaglio commesso da uno. Questo ragazzo - aggiugono - ha 17 anni ha sbagliato e deve pagare lui. I due ragazzi hanno litigato, non si sa da che parte sta la ragione, ed è successo quello che è successo».
«L’indiano che dormiva sulla panchina non dava fastidio a nessuno - ricordano - gli è stato dato fuoco da tre ragazzi italiani. Adesso tutti gli indiani dovrebbero venire in Italia ed ammazzarci tutti? Oppure gli indiani dovrebbero cacciare tutti gli italiani dall’India? Nel popolo Rom ci sono i cattivi ed i buoni, come nel popolo italiano. Ci sono tanti padri - scrivono - che violentano i propri figli, fra noi queste cose non accadono. Bambini violentati da adulti, mogli e madri uccisi dai propri compagni e dai propri figli, tutto questo non succede fra di noi. Uno ha sbagliato non dobbiamo pagare tutti - dichiarano le donne rom - non siamo tutti gli stessi, come potete giudicarci e condannarci senza neanche conoscerci? Non tocca a voi giudicare, tocca al Signore ed ai giudici. Se tutti i civili (italiani) hanno una coscienza vera e propria, che capiscano cosa stanno facendo, ci hanno costretto a stare chiusi dentro per paura, per paura che possa succedere qualcosa ai nostri figli».
«Abbiamo paura, la notte è il momento peggiore, abbiamo paura che qualche balordo possa venire ad incendiare le nostre case - scrivono - abbiamo paura di andare a fare la spesa perché siamo guardati male. Alcuni ragazzi rom nei giorni successivi all’omicidio sono stati aggrediti e picchiati, tutto questo non è giusto, a loro non importa colpire chi ha sbagliato veramente, l’aggressione è nei confronti di tutti noi solo perché rom. Dovevamo andare a fare la spesa, siamo dovuti andare insieme tutta la famiglia per paura, mio padre si guardava intorno impaurito, abbiamo fatto la spesa in fretta e furia e siamo tornati a casa».
«Mio fratello con la moglie che è incinta e i due figli sono venuti a stare da noi per paura. Mia madre è andata a comprare i detersivi da un negoziante che la conosce bene che gli ha chiesto come mai era sola insinuando che i suoi figli preferiscono stare nascosti. Mio fratello è andato a fare una fotocopia ed è stato cacciato fuori. Io ho paura ad uscire perché se dovesse succedermi qualcosa non voglio che i miei parenti possano sentirsi in dovere di difendermi, non voglio che la situazione peggiori, ma così non possiamo più vivere. Abbiamo paura di mandare i nostri bambini a scuola - prosegue la lettera - perché non sappiamo come sono trattati dagli altri bambini e dalle maestre. Per pagare l’errore di uno - concludono le donne rom - dobbiamo morire tutti…se fosse morto il ragazzo rom sarebbe stata la stessa cosa». di Francesco Vallone
Roma, Alemanno prima era risoluto adesso è in piena confusione e parla il veltroniano
Integrazione e sicurezza, ovvero: "Offrire speranza agli immigrati senza dare l'impressione alle periferie di averle abbandonate". E', in sintesi, quanto afferma il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, intervistato dal settimanale Famiglia cristiana, a pochi giorni dalla visita del papa, Benedetto XVI, in Campidoglio, in programma lunedì prossimo a Roma. "C'è un sentiero stretto dentro cui si muovono le città, Roma in particolare - spiega Alemanno - che vede da un lato il problema della sicurezza, e quindi le paure, e dall'altro la necessità di seguire una strada equilibrata, evitando atteggiamenti xenofobi e intolleranti. Dobbiamo dare una speranza agli immigrati senza dare la sensazione alle periferie che questo è un atteggiamento da salotto radicale".
Alemanno smentisce che i “campi nomadi” possano chiudere alle dieci di sera. "Sono voci corse senza alcun fondamento. Non c'è nulla di vero. Nessuno chiuderà quei campi alle 10 di sera. Anche qui il sentiero è stretto: regole e rispetto, legalità e sicurezza. Intanto, i campi debbono essere vivibili, perché vivere in quel modo non si può. Agiremo in modo anche qui equilibrato, in piena collaborazione con le rappresentanze dei nomadi. Noi aiutiamo loro, ma loro debbono aiutare a isolare coloro che delinquono".
Alemanno parla di "bisogno di avere un'indicazione", di una "strada che aiuti a uscire dall'emergenza" e che conduca all'integrazione. Alemanno, nell'incontro con Ratzinger, punta a dare "il massimo risalto possibile al suo senso profondo, non solo per noi ma per tutta la città di Roma, che saluta il suo vescovo. Non è un caso che noi abbiamo intitolato questa visita 'Roma città della vita, Roma città della solidarietà'".
"Rispettare la vita - afferna Alemanno - significa rispettare la vita dell'immigrato, ma anche l'immigrato deve a sua volta rispettare questi stessivalori. L'immigrato non deve confondere questo nostro rispetto come un cedimento a culture che non hanno questa visione di rispetto della persona umana. Pensiamo alle violenze sessuali che si legano a culture di sopraffazione della donna, pensiamo agli atteggiamenti fondamentalisti". Per affrontare la crescente povertà che si registra a Roma, per Alemanno occorre "incrementare la rete di solidarietà, perché il disagio sta crescendo e la crisi crea nuove povertà. Nel settore privato, soprattutto, dove i dipendenti delle piccole imprese non hanno garanzie". Il sindaco ha ricordato, a proposito, il tavolo con le associazioni che operano nel sociale. Non solo: "Studiare forme più efficienti di intervento sociale", ad iniziare dai costi degli asili nido.
Firma anche tu
Mentre sta crollando l’impianto accusatorio contro i presunti responsabili dello stupro della Caffarella, alcune persone hanno scritto una lettera che intendono inviare al Corsera. La lettera, che potete leggere qui sotto, è stata scritta da Giuseppe Faso (Empoli), Udo C Enwereuzor (COSPE - RAXEN NFP Italy), Anna Meli (COSPE – resp.media e immigrazione), Viorica Nechifor (giornalista romena) e Filippo Miraglia (ARCI nazionale). Se anche voi volete firmarla potete farlo inviando una comunicazione a Luciano Scagliotti (ENAR Italia): lscagliotti@gmail.com.
Leggiamo con qualche costernazione, sul “Corriere” (Posta di Severgnini): “Fino a un paio di anni fa il 90% dei responsabili (delle violenze sessuali) era italiano... Oggi quella percentuale è scesa al 60%. Vuol dire che il 40% delle violenze sessuali viene commesso dal 6,5 % della popolazione - tanti sono gli stranieri in Italia, 4 milioni su 60 milioni”.
Non è affatto così, anche se la “fonte” citata da Severgnini (un giornale gratuito distribuito nelle grandi città) può indurre nell’errore. Nel caso dei dati 2007, si tratta di una stima Istat, molto credibile. Invece, per quanto riguarda i dati 2008, si tratta non di violenze compiute, ma di violenze sessuali denunciate, circa 4500, pochissime rispetto a quelle compiute. I presunti autori denunciati sono stati 8845, di cui circa 3450 non hanno la cittadinanza italiana.
Scambiare gli stupri compiuti con quelli denunciati porta a distorsioni enormi, perché si tratta purtroppo di una percentuale bassissima rispetto al totale (valutabili tra il 5% e il 10% del totale, se si seguono le stime di una ricerca svolta dall’Istat). Su una cifra così bassa influiscono vari fattori, tra cui le scarsissime denunce da parte delle vittime e le attività investigative. Non solo la violenza tra le mura di casa o compiute da conoscenti è enormemente più diffusa, ma essa viene denunciata molto raramente: questo influisce su cifre che bisognerebbe accompagnare con maggiore senso di responsabilità e attenzione, per evitare non solo di contribuire alle ondate di panico morale in chiave di razzismo (in particolare, antiromeno), ma anche di celare i termini del gravissimo tema della violenza alle donne (circa un milione di casi l’anno, secondo l’ISTAT), distorcendolo e rendendolo irriconoscibile. Per darne una sola idea: la percentuale degli stupri subiti da uno sconosciuto è stimata del 6% circa, preceduta dalle percentuali dovute ad ex-partner, partner, amici ecc..
Verona, nella mia città nessuno è straniero
Dopo il gravissimo episodio di razzismo su un autobus veronese, la Verona civile, la Verona antirazzista, la Verona della nonviolenza, promuove un'iniziativa.
Da lunedì 2 marzo 2009 sugli autobus cittadini veronesi compaiono manifesti con la scritta «Nella mia città nessuno è straniero». Sulla fiancate e sul retro degli autobus al posto delle solite pubblicità di automobili, o voli a basso costo, o intimo femminile, compare una “pubblicità” diversa da tutte le altre. Né merci, né beni di consumo, nessun invito all'acquisto. In quello spazio solitamente riservato al consumismo, viene semplicemente regalata un'idea.
Sugli autobus utilizzati prevalentemente da studenti veronesi e cittadini di altre nazionalità, ma che tutti gli automobilisti vedono, da oggi e per sei mesi compare lo slogan “Nella mia città nessuno è straniero” con i volti e i colori variegati delle persone che dipingono la nuova articolata identità della nostra città.
Le lettere che compongono la scritta sono state create a grandezza umana con lettere in legno. Utilizzando stoffe e abiti scartati dalla raccolta indumenti della San Vincenzo, le lettere sono state ricoperte, con la tecnica del patchwork. Successivamente, durante la “Festa dei Popoli” 2008, sono state messe a disposizione per un servizio fotografico che ha coinvolto più di 150 persone, “nuovi veronesi” provenienti da ogni parte del mondo.
La campagna prevede anche la realizzazione di manifesti, locandine, cartoline, magliette e borse con lo stesso slogan e le stesse colorate immagini della campagna di sensibilizzazione, per far entrare in modo capillare nel tessuto linguistico e nell'immaginario cittadino parole e simboli di rispetto e accoglienza.
L'iniziativa è il risultato di un percorso, partito nel febbraio dello scorso anno, ideato dal cartello di 43 associazioni “Nella mia città nessuno è straniero”, un coordinamento di associazioni veronesi, con l'obiettivo prioritario di combattere il razzismo e ogni forma di discriminazione sul territorio, attraverso attività di formazione, approfondimento e coinvolgimento sul tema dei diritti umani.
Le associazioni aderenti al Cartello sono: Abcs, Anolf, Arci, Associazione Don Tonino Bello, Associazione Pangea, Associazione per la pace, Associazione per la pace dei popoli, Associazione Villa Buri, Avvocati di Strada - Capolinea, Centro Don Calabria, Centro Missionario Diocesano, Centro Pastorale Immigrati, Centro per i diritti del malato e per il diritto alla salute, Cesaim, Cestim, Cgil, Cini Italia onlus, Cisl, Comitato di Solidarietà con il Popolo Eritreo, Comunità dei Giovani, Comunità La Madonnina, Consulta Comunale dell'Immigrazione, Coop. La casa per gli immigrati, Coop. La Rondine, Emergency Verona, Emmaus Villafranca, Enti locali per la pace, Gruppo ecclesiale veronese tra i Rom e i Sinti, Il Cireneo, Istituto di Cultura italo-tedesca Centro Goethe, La Fraternità, Mlal Progettomondo, Movimento Nonviolento, Nigrizia, Pax Christi, Rete condivisione della Comunità di San Nicolò all'Arena, Rete Guinea Bissau, Rete Lilliput, Rete Radiè Resch, Uil, Unione allievi di Don Mazza, Vita Virtus Onlus.Il finanziamento per la campagna di sensibilizzazione “Nella mia città nessuno è straniero” è stato garantito da un progetto del Centro Servizi Volontariato. Per informazioni e approfondimenti: www.nellamiacittanessunoestraniero.it
Roma, la vicenda di Rudi Salkanovic
“Sono a Ponte Galeria da 20 giorni. Sono qui, chiuso. Da 20 anni collaboro con l'Opera Nomadi. Mi hanno buttato qui e rinchiuso come un cane”. Dal Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria, Rudi Salkanovic, apolide, residente al Casilino 900, a Roma, racconta da un telefono qualcosa che dopo anni di impegno per i rom non avrebbe mai immaginato. Montenegrino d'origine, oggi ha 46 anni, sette figli di cui alcuni sposati e anche due nipoti italiani che hanno fatto il militare a Livorno e a Venezia. È arrivato in Italia a soli 11 anni.
“Io non me lo aspettavo- spiega-. Per avere il permesso di soggiorno ci vuole un passaporto valido. Io, invece, ho perso la cittadinanza jugoslava e non ho potuto rinnovare il passaporto. Il vecchio passaporto ce l'ho, ma è scaduto. Non potendolo rinnovare non ho potuto prendere il permesso di soggiorno. Ci vuole il passaporto valido”.
Rudi per diversi anni è stato mediatore allo Sportello lavoro comunale e con la cooperativa sociale Phralipé (fraternità) collaborava ad offrire una possibilità di un lavoro a tanti. “Riempivo i fascicoli per persone che venivano da tutta Italia per il nuovo permesso di soggiorno. Abbiamo fondato anche una fraternità, con dei mercatini dove le persone vanno a lavorare e con la cooperativa facciamo rinnovare i permessi di soggiorno”.
A Ponte Galeria è solo. A casa ha lasciato l'intera famiglia. Conosce bene la procedura e sa bene dove si trova in questo momento. “Qualcuno rimane qui due mesi, altri dopo una quarantina di giorni tornano liberi. Ci sono tanti stranieri. Sono circa 170 le persone qui nel centro”. È una sorta di babele. Tante persone da tanti posti diversi. “Noi non siamo come chi viene da altri paesi senza moglie e senza bambini-spiega-. Noi abbiamo moglie e bambini che vanno a scuola. Se mi vuoi mandarmi via, fallo con mia moglie e i miei figli. Non puoi dividere la famiglia. Invece non interessa”.
Rudi ha paura di prendere qualche malattia, ma è la mancanza di una cittadinanza gli ha tolto soprattutto la libertà. “Qui stanno male. Questo non è un centro di accoglienza. Ponte Galeria è un carcere vero e proprio, secondo me”. Nonostante tutto non ce l'ha con chi gli ha tolto la libertà per un pezzo di carta. “Qui ci sono persone fanno il loro lavoro e lo fanno bene, ma non so come mai noi rom con i bambini e da tanti anni in Italia siamo finiti qui. Non abbiamo fatto niente, solo che non abbiamo questo pezzo di carta del permesso di soggiorno”.
Il più piccolo dei suoi figli ha soli 12 anni, va a scuola. Rudi lo ha sentito al telefono in questi giorni e ha cercato di spiegargli che presto sarà di nuovo a casa. “Mi chiama, parlo con lui qualche volta. Mi chiede quando tornerò a casa e piange. È un casino spiegare dove sono adesso. Gli dico di non preoccuparsi e che tornerò presto a casa”. di Redattore Sociale - Dires
martedì 3 marzo 2009
Appello, elezioni 2009
Le associazioni Sucar Drom e Nevo Drom invieranno nei prossimi giorni il seguente appello ai Segretari di tutte le formazioni politiche in Italia per chiedere che Sinti e Rom siano inseriti nelle liste elettorali alle prossime elezioni. Le associazioni che vogliono aderire all’appello inviino una comunicazione scritta a sucardrom@sucardrom.191.it o nevodrom@nevodrom.it entro lunedì 9 marzo.
Gentilissimo Segretario, si stanno avvicinando le elezioni per rinnovare l’Europarlamento e molti Consigli comunali, provinciali e regionali. Ad oggi, in Italia, nessun formazione politica ha candidato un Sinto o un Rom.
I Cittadini italiani, appartenenti alle minoranze sinte e rom (denominate “zingari” e “nomadi” in maniera dispregiativa ed etnocentrica), sono ancora oggetto di discriminazione, emarginazione e segregazione. Spesso quando si parla di Rom e Sinti si tende a considerarli come un gruppo uniforme ed omogeneo che condivide un’identità comune e le stesse caratteristiche, che sono, spesso eccessivamente romantiche o estremamente negative. In realtà quando si parla delle popolazioni rom e sinte si parla di un mondo molto eterogeneo che comprende Cittadini italiani, comunitari, extra comunitari (profughi, richiedenti l’asilo…).
Pochi però sanno che in Italia la maggioranza dei Sinti e dei Rom sono Cittadini italiani e quindi ad oggi decine di migliaia di persone necessitano di essere consigliate e naturalmente ci interpellano. Inoltre, oggi in Italia esiste un vero problema di rappresentanza dei Sinti e dei Rom nella politica , una questione che invece molti Paesi europei hanno superato.
Rare sono Italia le realtà dove le comunità sinte e rom sono considerate protagoniste sociali e dove sono attuate politiche di interazione, di partecipazione diretta e di mediazione culturale, riconoscendo le loro culture, la lingua sinta e la lingua romanés.
Oggi Lei è di fronte a un bivio: rendere protagonisti i Sinti e i Rom, scegliendo di candidarli nelle liste elettorali della sua formazione politica o negare la partecipazione politica dei Sinti e dei Rom, continuando a considerarli Cittadini di serie b.
Candidare nelle proprie liste elettorali Sinti e Rom sarebbe un segnale di cambiamento che darà fiducia alle migliaia di Rom e di Sinti e che offrirà a tutta la società italiana la possibilità di confrontarsi direttamente con gli stessi Sinti e con gli stessi Rom.
Roma, un seminario di riflessione e proposte
Lo scorso 30 maggio, il Governo ha emanato tre ordinanze in relazione agli insediamenti nomadi. Oltre al contestato censimento, queste prevedevano precise misure d’integrazione dirette a tali comunità e in modo particolare ai minori.
Lo scorso giugno abbiamo lanciato un appello contro le discriminazioni e le violenze perpetrate nei confronti della popolazione “zingara” in Italia, appello a cui hanno aderito 650 personalità e che ha poi portato ad una iniziativa pubblica realizzata presso la Provincia di Roma il 4 luglio 2008.
Obiettivo: far sentire la voce di chi si oppone alla criminalizzazione del diverso ed alla xenofobia diffusa anche attraverso l’uso di strumenti istituzionali.
A distanza di dieci mesi, ci chiediamo cosa si sia fatto per attuare le previste misure d’integrazione, specialmente sul piano dello smantellamento dei campi ghetto, dove adulti e bambini vivono in condizioni al limite del sopportabile.
Purtroppo dobbiamo constatare che, mentre la campagna di discredito degli “zingari” non è mai cessata, ben poco si è fatto per attuare misure concrete di accoglienza in materia di scuola per i bambini, abitazioni e lavoro per le famiglie. Un ritardo grave, se consideriamo che l’accoglienza è il solo vero antidoto contro l’intolleranza ed il razzismo e che è l’integrazione a produrre sicurezza per tutti, non il contrario.
Ci chiediamo: perché la maggioranza non ha dato corso per intero ai contenuti delle Ordinanze del 30 maggio 2008?
Perché l’opposizione non ha considerato questa situazione un priorità?
E ancora: dobbiamo aspettare un’altra emergenza, perché chi è preposto a farlo, torni ad occuparsi seriamente delle condizioni di degrado nei campi Rom, una indecenza che dura ormai da anni, e che toglie a Rom e Sinti il diritto a sperare nel futuro?
Siamo coscienti che, in questa materia come in quella più generale dell’immigrazione, non vi sono soluzioni facili. Siamo però convinti che il percorso giusto sia quello di riprendere un confronto tra tutti gli attori in campo in un clima costruttivo di dialogo bipartisan. E’ importante, crediamo, far valere le ragioni del dialogo, della solidarietà, e della civile convivenza tra tutti gli esseri umani, indipendentemente dal colore della pelle o dall’etnia.
Parliamone insieme nel Seminario di riflessione e proposte che si terrà il prossimo 10 marzo a Roma, a partire dalle ore 15.00, a Palazzo Marini – Via del Pozzetto 158 (Piazza S. Silvestro). di Daniela Carlà, Giuseppe Casucci, Luca