Mentre il Vice Sindaco di Milano e il Presidente della Provincia di Milano fanno a gara per chiedere la demolizione delle case ai Rom, scoppia in sordina un nuovo caso tangenti a Milano. Cosa è successo? Il Tribunale di Milano ha rinviato a giudizio 19 persone, tra ex tecnici del settore edilizia del Comune di Milano, imprenditori, architetti e geometri, accusati a vario titolo di corruzione, abuso d'ufficio e omissione in atti d'ufficio. Secondo l'accusa, i dipendenti comunali avrebbero incassato tangenti per sveltire e favorire pratiche edilizie, cambiando la destinazione d'uso degli immobili e facendo risparmiare alle società edili nel pagamento degli oneri di costruzione. Il processo comincerà il prossimo 18 giugno davanti ai giudici della decima sezione penale del Tribunale di Milano.
A quanto pare, nonostante le parole rassicuranti del premier Silvio Berlusconi ("Io smisi di costruire a Milano, perché a Milano non si poteva costruire niente se non ti presentavi con l'assegno in bocca. Questo, per fortuna, avveniva molti anni fa") a Milano la corruzione in campo edilizio non sembra essere passata di moda.
Negli anni '90 c'era stata Tangentopoli, oggi la storia si ripete in formato minore, ma coinvolgendo sempre 19 persone, che non sono poche. Tecnici del Comune che "sbagliano" a indicare la denominazione della destinazione di un edificio (facendo risparmiare molti soldi ai costruttori), pratiche da sveltire, scorciatoie e bypass, abusi edilizi su cui si è chiuso un occhio (da sottotetti a interi palazzi), sanzioni che non vengono fatte, autorizzazioni mancanti su cui non si indaga: l'elenco è molto lungo. In cambio di questi "favoretti" piccoli oboli: si va da poche centinaia di euro a 2mila euro per avere un aiutino.
Come abbiamo detto nel ciclone sono finite diverse persone, tra tecnici del settore Edilizia del Comune, imprenditori, architetti, geometri e direttori dei lavori. Avrebbero creato una vera e propria rete organizzata per snellire il cosiddetto boom delle ristrutturazioni. Il periodo incriminato per questo malcostume va fino al 2004-2005 e coinvolge soprattutto le ristrutturazioni dei sottotetti.
Prima di questo periodo infatti nel 1996 era stata fatta una legge in merito, poi nel 2001 c'è stata una discussa decisione regionale e infine nel 2003 erano state fatte nuove regole. Ed è proprio dopo il 2003 che si scatena la rete di tangenti e mazzette.
Ora, scriviamo noi di sucardrom, sarà da vedere se il Comune di Milano metterà i propri tecnici al lavoro per abbattere tutti gli abusi edilizi che ci sono stati in questi anni. Ad oggi non abbiamo nessuna notizia in tal senso. Ma si sa se gli abusi sono stati fatti da Rom che sono indifesi si usa la ruspa, se al contrario gli abusi sono fatti dai bravi cittadini che corrompono i tecnici del Comune si usa il guanto di velluto. Se questa è democrazia…
giovedì 30 aprile 2009
Milano, abusi edilizi: l'ipocrisia razzista del potere
Mola di Bari, Moni Ovadia in “Senza confini: Ebrei e Zingari”
Venerdì 1 maggio alle ore 21.00 al Teatro Van Westerhout di Mola di Bari, per la stagione dedicata alle “Lingue del Sud” curata dal Centro Diaghilev in collaborazione con il Comune di Mola – Assessorato alla Cultura, Moni Ovadia presenterà in esclusiva regionale il suo ultimo spettacolo “Senza confini: Ebrei e Zingari”. L’iniziativa rientra nell’ambito del il progetto di residenza “Teatri Abitati” promosso da: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Ministero dello Sviluppo Economico, Regione Puglia Assessorato al Mediterraneo, Teatro Pubblico Pugliese, Sensi Contemporanei.
Senza confini è un recital di canti, musiche, storie rom, sinte ed ebraiche che mettono in risonanza la comune vocazione delle genti in esilio, una vocazione che proviene da tempi remoti e che in tempi più vicini a noi si fa solitaria, si carica di un’assenza che sollecita un ritorno, un’adesione, una passione, una responsabilità urgenti, improcrastinabili.
Uno spettacolo per raccontare «il viaggio dei popoli che hanno fatto del tempo il loro santuario e del fervore di libertà la loro bandiera». Tanto gli Ebrei che i Rom e i Sinti hanno sempre cercato di vivere senza confini e steccati, burocrazie ed eserciti. I loro antagonisti, da sempre, sono stati i nazionalismi e le forme di idolatria più furiosa.
«Senza confini – dice Ovadia - è la nostra assunzione di responsabilità, la sua forma si iscrive nella musica e nel teatro civile, arti rappresentative e comunicative che possono e devono scardinare conformismi, meschine ragionevolezze e convenienze nate dalla logica del privilegio per proclamare la non negoziabilità della libertà e della dignità di ogni singolo essere umano e di ogni gente».
Tutti e due i popoli hanno vissuto l’esilio come un privilegio, hanno saputo essere popolo aldilà delle strutture dei sentimenti, della cultura, della lingua, senza confini, dimostrando che un popolo può essere tale anche senza terra, senza nazionalismi.
Moni Ovadia, l'artista bulgaro nato da una famiglia ebraica che gira il mondo per denunciare totalitarismi e le varie forme di sopraffazione del nostro tempo, torna a Mola di Bari, rinnovando un rapporto di amicizia e collaborazione con il Centro Diaghilev, essendo stato il protagonista dell’apertura, nel 1995, e della chiusura, nel 2006, della “Casa dei Doganieri”, il laboratorio per lo spettacolo realizzato in una vecchia fabbrica sul mare alla periferia della città.
Per l’occasione Ovadia sarà affiancato da una formazione orchestrale di assoluto valore: Ivanta Balteanu canto, Paolo Rocca clarinetto, Massimo Marcer tromba, Albert Florian Mihai fisarmonica, Luca Pagliani chitarra, Marian Serban cymbalon, Marin Tanasache contrabbasso, Virgil Tanasache violino, Mauro Pagiaro responsabile del suono. Per informazioni e prenotazioni telefono 333 1260425 e 339 8796764.
Ungheria, migliaia di persone al funerale di Jeno Koka
Nel cuore dell'Europa centro-orientale tornano episodi e paure di altri tempi, che evocano fasi oscure della storia, in cui discriminazioni e persecuzioni contro le minoranza - etniche o religiose - erano la regola e talvolta producevano pogrom.
La minoranza rom in Ungheria da tempo è di nuovo nel mirino e oggi migliaia di persone si sono riunite a Tiszalok, nella parte orientale del paese, per celebrare l'ennesimo funerale, quello di Jeno Koka, quinto rom magiaro ammazzato da quello che, secondo la polizia, sembra essere un gruppo organizzato.
Koka era un lavoratore, un operaio impegnato di solito nel turno di notte in un impianto chimico, dove si stava recando quando i suoi assassini l'hanno freddato con dei colpi di pistola. Ed è apparso chiaro subito a tutti che non c'è alcun movente specifico dietro l'omicidio, se non il più classico odio razziale.
Tutti hanno subito capito che si trattava dell'ennesimo episodio di uno stillicidio di aggressioni, che ha provocato già almeno cinque vittime da giugno 2008. La più spregevole di tutte è avvenuta il 23 febbraio scorso, a Tataszentgyorgy, quando il ventisettenne Robert Csorba fu assassinato assieme al figlioletto di cinque anni. L'uomo fu colpito da colpi di pistola mentre cercava di portare in salvo il bambino dalla case cui era stato dato fuoco, i due corpi furono ritrovati carbonizzati.
Quello di Koka, secondo la Fondazione per i diritti civili dei rom, è "l'ennesimo assassinio sul quale, finora, la polizia non è stata in grado di fare luce sui colpevoli". Un'accusa che fa emergere uno degli tema più inquietanti della vicenda: quello delle possibili collusioni. Dopo l'omicidio di giugno, la polizia immediatamente sostenne che l'uomo e il bimbo erano morti a causa di un corto circuito e solo dopo diverse ore dovette ammettere che non s'era trattato di un incidente.
Un presunto tentativo d'insabbiamento, secondo molti esponenti per i diritti civili, che ha portato all'apertura di un'inchiesta. Oggi le autorità investigative sono più attente, quanto meno sul fronte della comunicazione. La polizia ha chiarito, attraverso il suo capo Jozsef Bencze, che non si tratta di attacchi di cani sciolti, ma di qualcosa di organizzato.
Secondo quanto ha riferito l'agenzia di stampa Mti, è stato costituito un team di 70 poliziotti che hanno già interrogato circa 2mila persone in relazione all'omicidio di due rom a novembre, all'assassinio di Csaba e del figlioletto e a quello di Koka. Inoltre, la taglia per chi sarà in grado di fornire notizie utili all'arresto degli assassini, è stata portata a 170mila euro. "Sono killer professionisti", ha affermato il ministro della Giustizia Tibor Draskovics. "Ma né io né la polizia - ha continuato - avremo pace finché non li avremo catturati".
San Vittore di Cesena, il punk rock gitano dei Firewater
Al Vidia Club di San Vittore, in via Nazionale 1130, questa sera la musica senza genere nata in un garage di New York. E' un mix di musica indiana, balcanica, messicana, pop e punk quella che invaderà il Vidia club di San Vittore di Cesena questa sera 30 aprile.
I Firewater, nascono da un'idea di Tod A (in foto), ex-leader del gruppo musicale Cop Shoot Cop, che senza un soldo in tasca decide di creare un gruppo punk basato sulla musica gitana e klezmer.
Il gruppo comincia a provare in un seminterrato a Brooklyn nell'estate del 1997. Tod aveva trovato un vecchio scatolone pieno di dischi e cassette in negozio di antiquariato russo sulla 14esima strada e si era innamorato di quelle meleodie melanconiche.
La musica di Firewater piace subito sia alla critica che al pubblico anche se difficilmente catalogabile in un unico genere. Dal quel 1997 influenze da tutto il mondo sono rientrate nei loro dischi proprio come i Rom hanno captato nei loro viaggi intrecciano culture diverse.
“E un po’ come fare lo scienziato pazzo,” dice Tod. “Prendi un pizzico di qua e un pizzico di là, non sai mai che cosa ne può uscire. Non tutti gli sperimenti funzionano. Ma preferisco far esplodere il laboratorio piuttosto che rifare quello che è già stato fatto in passato.”
Milano, un ceto politico immaturo
Le sbarre sui Bastioni, alla Rotonda della Besana, per estirpare un pezzo di rumorosa movida. Le cancellate sotto il cavalcavia Bacula, sigillato dopo lo sgombero della favela. Le barriere attorno al Duomo e a Cordusio, alla Scala e a Sant´Ambrogio, immaginarie ma concretissime, per vietare lo spazio pubblico a chiunque abbia qualcosa da manifestare. Milano si chiude. Si barrica. Alza steccati. Come quelli piazzati anni fa attorno a piazza Vetra o al parco Sempione, come la gabbia periodicamente invocata per proteggere San Lorenzo e le sue notti.
Professor Alberto Abruzzese (in foto), lei è ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi e direttore dell´istituto di comunicazione allo Iulm. Che vuol dire chiudere il Duomo alle manifestazioni?
«Che l´amministrazione non riesce ad affrontare la complessità. Anzi, mostra la sua debolezza e la sua impreparazione di fronte a processi che ogni regime democratico è, nei fatti, costretto ad affrontare. Vorrebbe dimostrare senso di responsabilità verso le istituzioni e l´ordine, ma invece di ridefinire le regole, semplicemente, chiude».
Piazza Duomo, poi: senza il centro, quali spazi pubblici restano a Milano?
«Davvero pochi. Questo, in particolare, è deputato storicamente ad essere luogo di aggregazione. Fare scudo così a ogni eventuale elemento di turbativa ha un prezzo davvero eccessivo».
Si creano barriere anche altrove, soprattutto al divertimento notturno dei giovani. Perché?
«Viviamo una fase storica di chiusura rispetto alle apparenti aperture del passato. Lo dico in generale, indipendentemente dalle ispirazioni ideali di questo o quel regime di governo, concorre una povertà culturale e tecnica trasversale. Invece di elaborare il dissenso ci si chiude. Ma c´è da fare un appunto anche a chi usufruisce degli spazi pubblici».
Quale?
«Non c´è nessuno, diciamo nel campo democratico e anche in quello più radicale, che fa nulla per autoregolamentarsi. Bisogna essere più responsabili per non dare appigli a chi vuole reprimere».
Colpa di chi s´inginocchia a terra davanti al Duomo o di chi suona i bonghi, insomma?
«No, colpa di un deficit culturale che viene da lontano, di un ceto politico immaturo che continua a perpetuare lo scontro invece di fare un salto di qualità. Che arriverà quando il governo, chiunque lo guiderà, comincerà ad affrontare i problemi della scuola e dell´università. Fino ad allora, in Italia, correremo serissimi rischi che la situazione degeneri».
Milano, rispetto alle altre grandi città europee, appare la più chiusa ed escludente. Non le pare?
«Lo è certamente, ma ha due alibi. Il primo: la difesa del suo patrimonio culturale. Il secondo: la storica scarsa capacità di correre un rischio e di comunicare sui rischi. Ogni trauma viene visto come un´aberrazione, la regola è l´ordine, l´eccezione è il disordine. Per chi governa una grande città, sarebbe meglio il contrario».
Perché Londra o Parigi non chiudono il centro? Perché a Roma sono permessi i cortei dal Circo Massimo a San Giovanni?
«All´estero c´è più tradizione civica e forme di controllo metabolizzate. A Londra c´è una vasta fascia di città senza un graffito, e all´interno di questa sono garantite più libertà. Roma ha una tradizione di apertura: una stretta protettiva creerebbe più preoccupazione».
Milano sgombera e sigilla anche i campi rom. Abusivi, è vero. La logica però è la stessa. O no?
«Se è quella della paura per il proprio recinto, sì. Lo straniero, il clandestino viene dipinto sempre più come fantasma, come minaccia. E più in generale si soffia sulla paura dell´altro, del cittadino non virtuoso da escludere dalla propria comunità». di Massimo Pisa
Giugliano (NA), nessun megacampo
“Con il no dell’Assise all’ordine del giorno sulla proposta della Prefettura sulla questione rom c’è il rischio di perdere finanziamenti per milioni di euro”. A parlare è Mimmo Di Gennaro, presidente dell’Opera Nomadi di Giugliano, che venerdì pomeriggio ha incontrato il prefetto di Napoli Alessandro Pansa, nominato dal governo commissario all’emergenza rom in Campania, per fare il punto della situazione sulla vicenda che vede contrapposti l’amministrazione comunale con la struttura commissariale.
Secondo Di Gennaro durante l’ultima Assise non sarebbe stata detta la verità, o almeno parte di essa. Non ci sarebbe, infatti, nessuna imposizione da parte della prefettura di insediare a Giugliano una cittadella rom. “La decisione presa dal consiglio comunale ci ha meravigliato – dice l’esponente di Opera nomadi – perchè da parte di Pansa non c’è nessuna volontà di imporre alla città un villaggio bensì c’è da parte sua uno spirito collaborativo per risolvere la problematica. Uno spirito che invece non sembra appartenere all’amministrazione comunale, la cui posizione sembra isolata rispetto a quella degli altri comuni della provincia di Napoli, come Caivano e Afragola, che invece hanno accettato il piano del prefetto ricevendo in cambio finanziamenti per la bonifica e la sistemazione dei nomadi. Giugliano, invece, rischia di perdere questi fondi. Pansa non vuole imporre nessun megacampo a Giugliano ma è disponibile a concertare le modalità di intervento. Potrebbero farsi anche dei microcampi, questo potrà essere deciso insieme. L’unico punto fermo è di migliorare le condizioni di vita in cui versano i nomadi da anni”.
Secondo i dati dell’associazione, accertati anche dall’Istat e dall’ex amministrazione Tagliatatela, i rom censiti che attualmente risiederono nei campi del Ponte Riccio è di 420, mentre quelli non censiti sarebbero poco meno di una trentina e non invece trecento. “Sono dati accertati da più fonti, sfido chiunque a confutarli – dice Di Gennaro - . La proposta della Prefettura mi sembra sensata e tenta di risolvere una volta per tutte la questione sotto tre punti di vista: ambientale, sociale ed economico. “Con la costruzione di circa cinquanta case in muratura si porrebbe fine ad anni di isolamento dei rom, sarebbe possibile effettuare finalmente la bonifica dei suoli inquinati ed infine potrebbe esserci il definitivo rilancio della zona industriale. Purtroppo, dopo l’ordine del giorno votato all’unanimità da maggioranza ed opposizione su proposta del sindaco, c’è il serio rischio di rinunciare ai fondi messi a disposizione della Prefettura. Il nostro intento è solo quello di trovare un percorso condiviso per risolvere una volta per tutte la questione. Ci auguriamo che il prefetto Pansa faccia chiarezza sul piano regionale, magari organizzando anche una conferenza stampa. Il campo che l’amministrazione che sta costruendo non può essere l’unica risposta perché, oltre ai 120 rom censiti, ce ne sono altri 300 che vivono da anni in questi territori. La proposta di provincializzare il problema è senza fondamento - chiosa Di Gennaro – perché nessun comune si farebbe carico di ospitare rom che attualmente vivono in altri territori”. di Antonio Mangione, (in foto l'area degli insediamenti rom) continua a leggere…
mercoledì 29 aprile 2009
Dijana Pavlovic è candidata alle europee
Dijana Pavlovic è candidata alle europee nella Lista anticapitalista e comunista, formata da Rifondazione Comunista, il Pdci, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e i Consumatori uniti, che nasce in occasione delle Europee 2009, ma che avrà “una sua continuità nel parlamento di Strasburgo e in Italia con un coordinamento permanente delle forze che lo compongono” come ha affermato Paolo Ferrero, durante la conferenza stampa di presentazione.
Rifondazione Comunista è stata l’unica forza politica che ha chiesto a Rom e Sinti di candidarsi nelle proprie liste per le elezioni europee, confermando una sensibilità alle questioni delle minoranze iniziata nel 2005 con la candidatura e la elezione di Yuri Del Bar nel Consiglio comunale di Mantova.
La lista ha una folta rappresentanza della società civile con oltre il 50 per cento delle candidature di indipendenti. Consistente, inoltre, la presenza delle donne, circa il 42 per cento, e delle realtà operaie dei più importanti distretti industriali italiani.
Dijana Pavlovic è un’affermata attrice e un’attivista per i diritti dei Rom e dei Sinti. Dijana è nata a Vrnjacka Banja nel 1976. Dopo aver studiato all'Accademia di Arte Drammatica di Belgrado, nel 1999 si è trasferita a Milano dove lavora come attrice. E’ stata candidata nella lista di Dario Fo alle elezioni comunali di Milano e nelle liste della Sinistra Arcobaleno nelle utlime elzioni politiche.
Dijana Pavlovic, in Italia, attrice dalla stagione 1999/2000 ad oggi, dopo aver ottenuto la "Segnalazione di merito" al "Premio Teatrale Hystrio", ha recitato in diversi spettacoli in lingua italiana tra cui:"Le lacrime amare di Petra Von Kant" di Fassbinder, al Teatro Elfo di Milano, regia di F. Bruni e E. De Capitani ; "Le serve" Genet , al Teatro Out Off di Milano, regia di L. Loris; " La felicità coniugale" di Anton Cechov, al Teatro Parenti di Milano, regia di R. Trifirò. Ha partecipato a diversi serial televisivi e ad alcuni film tra cui: "Provincia meccanica" di Stefano Mordini; "Una ragazza d'oro" di Tatiana Olear (a Milano Spazio Zazie in Aprile).
Dijana Pavlovic ritiene che la sua una candidatura le permetterà di sensibilizzare gli italiani sulle problematiche vissute dalle popolazioni rom e sinte, alle quali la maggioranza delle forze politiche - afferma - non hanno mostrato una reale “apertura”.
martedì 28 aprile 2009
I mediatori interculturali sono riconosciuti
La Conferenza delle Regioni e delle Provincie, tenuta a Roma l'8 aprile 2009, ha approvato un documento sul Riconoscimento della figura professionale del Mediatore interculturale. Lo annuncia una nota della stessa Conferenza.
"I cittadini europei e tutti coloro che vivono nell’UE in modo temporaneo o permanente dovrebbero avere l’opportunità di partecipare al dialogo interculturale e realizzarsi pienamente in una società diversa, pluralista, solidale e dinamica, non soltanto in Europa, ma in tutto il mondo. (Decisione N.1983/2006/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 relativa all’anno europeo del dialogo interculturale, 2008)
I movimenti migratori sempre più rilevanti e l’accentuata mobilità della vita moderna rendono inevitabilmente più elevati i tassi di intreccio inter-etnici, inter-culturali, inter-religiosi e inter-linguistici in tutte le parti del mondo. Ai fini della coesione sociale, premessa indispensabile per lo sviluppo dell’economia della conoscenza prevista per i Paesi UE in base alla strategia di Lisbona, grande valenza assumono quelle persone, comunità e gruppi istituzionali che, contribuendo a garantire pari opportunità e la non discriminazione, favoriscono il dialogo, l’interscambio e l’interazione tra le diverse culture.
Nelle migrazioni dei cittadini stranieri e nell’ambito delle politiche locali di integrazione sociale, la funzione “ponte” tra diverse culture, per la promozione e lo sviluppo del dialogo interculturale, è stata storicamente promossa e sviluppata dai mediatori interculturali.
Si tratta, secondo la definizione formulata dal CNEL – Organismo di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale degli stranieri, di un “agente attivo nel processo di integrazione” che si pone “fra gli stranieri e le istituzioni, i servizi pubblici e le strutture private, senza sostituirsi né agli uni né alle altre, per favorire invece il raccordo fra soggetti di culture diverse”.
Praga, presentata la nuova Piattaforma europea per l'inclusione dei Rom
“Nell’attuale crisi economica cresce il rischio che i rom, già spesso ai margini della società, siano completamente esclusi”: Vladimir Spidla (in foto), commissario Ue per l’occupazione e gli affari sociali, ha presentato ieri a Praga la nuova Piattaforma europea per l’inclusione dei rom.
“L’obiettivo - ha spiegato - è migliorare il coordinamento delle azioni nazionali volte a contrastare l’esclusione della più grande minoranza etnica d’Europa”.
All’incontro, promosso da Commissione e presidenza di turno del Consiglio Ue, partecipano i governi dei Paesi membri, le istituzioni comunitarie, altre organizzazioni internazionali, Ong e società civile, “anche al fine di promuovere la cooperazione e lo scambio di esperienze”.
“Abbiamo bisogno di politiche costruttive che offrano ai rom una possibilità e non di politiche repressive che ne aggravano la povertà e l’esclusione sociale”, ha ribadito Spidla. “Le politiche mirate dovrebbero perseguire l’obiettivo di un loro ingresso nei normali circuiti scolastico, lavorativo e abitativo. Infine, le politiche efficaci andrebbero condivise a livello transnazionale”.
La condizione di vari milioni di rom nell’Ue e nei Paesi vicini “è caratterizzata - specifica un testo della Commissione diffuso dall'agenzia Sir - dalla discriminazione e da una profonda esclusione dal tessuto sociale, con tassi di povertà e di disoccupazione sproporzionati, condizioni di salute precarie e una speranza di vita inferiore a quella del resto della popolazione. Infine, i rom sono spesso vittime di violenze razziste e di discriminazioni”.
Mediazione, alcuni territori sono all’avanguardia
Una rete tra Regioni per gli scambi di professionisti nel campo dell’inclusione sociale e della gestione dei conflitti: è stata creata il 24 aprile a Bolzano con la firma del protocollo d’intesa tra Provincia di Bolzano, Trentino, Campania, Calabria, Lazio, Marche, Piemonte, Sardegna e Sicilia, oltre a enti di Belgio, Francia e Spagna. "Questa rete tra istituzioni pubbliche utilizzerà al meglio gli esperti nella gestione e trasformazione dei conflitti ed è un progetto di grande interesse per l’UE", ha sottolineato l’assessore provinciale Barbara Repetto. L’assessore Repetto firma il protocollo con i colleghi delle altre Regioni aderenti alla nuova rete transnazionale.
L'obiettivo del progetto è creare una rete tra Regioni che condividano strumenti di informazione ed esperienze di buone pratiche per promuovere lo scambio di esperti nei settori dell'inclusione sociale, della tutela delle minoranze autoctone e di quelle derivate dai flussi migratori, della prevenzione e gestione dei conflitti. Questa iniziativa rappresenta la continuazione del progetto interregionale sui mediatori interculturali e operatori di pace promosso dalla Provincia di Bolzano, che ha definito lo standard professionale del mediatore interculturale approvato due settimane fa a Roma dalla Conferenza dei Presidenti delle Regioni e Province.
Oggi a Palazzo Widmann l'assessore Barbara Repetto ha firmato il protocollo di intesa tra le Regioni aderenti al progetto: con la Provincia di Bolzano, capofila dell'iniziativa, sono la Provincia di Trento, Campania, Calabria, Lazio, Marche, Piemonte, Sardegna e Sicilia. A livello europeo partecipano al progetto la Cellule de Coordination Médiation interculturelle del Ministero federale (Belgio), Linguamón - Casa de les Llengües della Catalogna (Spagna) e l’Agenzia nazionale francese per la coesione sociale e le pari opportunità.
"È un'iniziativa che ha il sostegno della Commissione Europea - ha sottolineato l'assessore Repetto - perchè caratterizzata da un particolare valore umanitario: oltre a combattere il razzismo e la xenofobia, tende ad evitare la ghettizzazione dei cittadini, agevola l'integrazione e la coesione sociale all'interno dei vari territori." L'assessore ha infine anticipato che, accanto alla nuova rete tra Regioni, "c'è anche l’intenzione di effettuare uno studio di fattibilità per la creazione di un Centro di eccellenza sui conflitti: l'Alto Adige ha tutte le caratteristiche storiche, culturali e operative per realizzarlo."
Roma, non solo campi...
«Siamo alla vigilia del varo del “piano nomadi”: i passaggi burocratici sono stati risolti e siamo in grado di partire con le gare d'appalto». Presto, insomma, ci saranno nuovi campi rom attrezzati. Ad annunciarlo è stato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, aggiungendo che «entro 15 giorni ci sarà una conferenza stampa con il Ministro e il Prefetto durante la quale presenteremo sia i campi autorizzati sia i nuovi, destinati ad accogliere coloro che adesso si trovano in campi tollerati».
L’assessore capitolino alle Politiche Sociali, Sveva Belviso (in foto), da parte sua ha assicurato che prima dell’estate saranno aperti i cantieri di lavoro. Il sindaco ha, poi, tenuto a precisare che i “campi nomadi” non saranno solo strutture di permanenza ma «posti nei quali chi vuole, e io credo saranno tanti, potrà trovare integrazione nel rispetto delle nostre leggi».
Non solo. «I nomadi stessi lavoreranno insieme alle imprese per realizzare i nuovi campi». Esperienza di formazione e lavoro, dunque, come base dell’integrazione da parte di un’etnia ancora poco amata dai romani. Il comune si sta impegnando in questo senso con numerosi progetti per l’inserimento. il 24 aprile 2009 è stato presentato, a questo proposito, il progetto ‘La fabbrica dei mestieri’, realizzato dall’Assessorato capitolino alle Politiche Sociali, in accordo con il Ministero del Lavoro e in collaborazione con l’associazione Programma Integra.
«L’accordo tra comune e Ministero prevedeva il reinserimento dei rom nel sociale – ha spiegato l’assessore Belviso-. Noi abbiamo proposto la professionalizzazione perché siamo convinti che ci sia integrazione solo con strumenti specifici, a partire dalla capacità lavorativa». Il progetto vede coinvolti 30 giovani romeni di etnia rom, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, in corsi di formazione professionale. «Sono stati selezionati i rom dei campi di Candone (XV Municipio) e Salone (VIII Municipio) in base alla conoscenza della lingua, esperienze precedenti ed alle motivazioni personali», ha continuato la Belviso. Nello specifico i corsi, composti da 10 allievi l’uno, sono tre: edilizia, idraulica e impiantistica elettrica. È prevista una fase iniziale con moduli teorici e pratici per una durata complessiva di 300 ore. Grazie ad un accordo tra comune, imprese e cooperative sociali ci sarà, poi, un tirocinio formativo di 200 ore nei mesi estivi (da maggio a luglio) presso le imprese operanti nei tre settori di riferimento.
Alla fine i giovani romeni riceveranno un attestato di qualifica professionale: «Avere uno strumento effettivo che testimoni ciò che una persona può dare e fare è l’unico valore aggiunto che un’amministrazione può fornire», ha concluso l’assessore Belviso assicurando, inoltre, che si impegnerà personalmente per seguire l’inserimento lavorativo dei ragazzi. Alemanno ha definito il progetto «un segnale di speranza verso i tanti giovani nomadi che vogliono trovare lavoro, il vero motore dell’integrazione». Giovani come Alin, un romeno di 18 anni (in Italia da 6) che sta seguendo il corso di impiantistica elettrica. Spera di trovare un lavoro da elettricista. di Sabina Cuccaro
Il Rapporto del Consiglio d'Europa sull'Italia
Rapporto di Thomas Hammarberg, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, sulla sua visita in Italia 13-15 gennaio 2009, Strasburgo, 16 febbraio 2009, Riservato Comm DH (2009), originale in inglese
I. Introduzione
1. Il presente rapporto si basa sulla visita in Italia del commissario per i diritti umani (il commissario) del 13-15 gennaio 2009, seguita a una precedente visita del 19-20 giugno 2008.
2. Il commissario ha avuto consultazioni costruttive con diverse autorità nazionali, compreso il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il presidente Marcenaro e alcuni membri della Commissione diritti umani del Senato, nonché il presidente dell’autorità garante della protezione dei dati personali prof. Francesco Pizzetti. Sono stati inoltre organizzati incontri con i rappresentanti di organizzazioni non governative nazionali e internazionali attive nel campo della protezione di migranti e rom.
3. Il commissario desidera esprimere la propria gratitudine alle autorità italiane a Strasburgo e a Roma per aver favorito uno svolgimento indipendente ed efficace della visita. Il commissario ha apprezzato la disponibilità e apertura al dialogo dimostrate dalle autorità nel corso di tutte le riunioni svolte a Roma.
4. Il 28 luglio 2008, dopo aver ricevuto le osservazioni del governo italiano in merito ad un progetto di relazione, il commissario ha pubblicato un memorandum (il memorandum) unitamente alle osservazioni del governo, basato sulla sua visita di giugno. Il commissario ha seguito con attenzione gli sviluppi legislativi e amministrativi in Italia collegati alle problematiche menzionate nel suo memorandum ed è rimasto in contatto con le autorità italiane attraverso la Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa, che ha sollecitamente fornito le informazioni richieste. In particolare, il 5 dicembre 2008 le autorità italiane, in risposta a una richiesta presentata il 4 novembre 2008, hanno trasmesso al commissario informazioni supplementari relative alle questioni sollevate nel memorandum.
5. Con la visita del 13-15 gennaio 2009, il commissario desiderava proseguire il dialogo sostanziale e costruttivo con le autorità italiane, nel contesto della sua missione quale rappresentante di una istituzione indipendente e imparziale che promuove il rispetto dei diritti umani, come sanciti dai relativi strumenti del Consiglio d’Europa.
6. Il commissario desidera ribadire che egli attribuisce molta importanza, e quindi grande interesse, al problema della tutela offerta dagli Stati membri del Consiglio d’Europa a gruppi sociali non dominanti, quali i migranti (richiedenti asilo, rifugiati e immigrati). Il trattamento previsto dagli Stati membri per i cittadini stranieri che desiderano entrare o già risiedono in Europa è il banco di prova della “effettiva osservanza e rispetto dei principi fondamentali dei diritti dell’uomo” da parte degli Stati.
7. Ciò si applica anche a rom e sinti, popolazioni minoritarie cronicamente e gravemente discriminate nella maggior parte degli Stati del Consiglio d’Europa.
8. Il presente rapporto fa seguito al memorandum e si concentra sui seguenti quattro temi principali: Iniziative contro il razzismo e la xenofobia (sezione II); Tutela dei diritti umani dei rom e dei sinti (sezione III); Tutela dei diritti umani degli immigrati e dei richiedenti asilo (sezione IV); Rimpatrio forzato di cittadini stranieri e rispetto delle istanze di sospensione ai sensi dell’art. 39 della Corte europea dei diritti umani (sezione V).
II. Iniziative contro il razzismo e la xenofobia
9. Il commissario nota con soddisfazione l’adozione della legge n° 101 del 6 giugno 2008, che prevede ora esplicitamente il trasferimento in capo al convenuto dell’onere della prova (nel diritto civile e amministrativo) in caso di “discriminazione diretta o indiretta”, come previsto dalle direttive CE anti-discriminazione 2000/43 e 2000/78. L’inversione dell’onere della prova ora si verifica quando il ricorrente fornisce elementi di fatto idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori. La legge introduce inoltre una nuova disposizione volta a fornire tutela giuridica specifica contro la “vittimizzazione” dei ricorrenti, come prevista dalle direttive di cui sopra. Infine, individua quale reato le molestie per motivi razziali o etnici ovvero dei comportamenti indesiderati con lo scopo di creare un clima “umiliante o [invece di “e”] offensivo”.
10. Tuttavia, il commissario manifesta la propria preoccupazione per il mantenimento della legge 85/2006 che ha ridotto le pene per chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Con lettera del 5 dicembre 2008 le autorità italiane hanno informato il commissario che un nuovo progetto di legge in materia è stato presentato al Parlamento. Il commissario desidera ricevere ulteriori informazioni al riguardo.
11. In questo contesto, il commissario è stato informato della causa che vede coinvolti il sindaco di Verona e altre cinque persone che, nel settembre 2001, hanno invitato i cittadini di Verona a firmare una petizione alle autorità municipali per lo “sgombero immediato” di tutti i campi nomadi temporanei e illegali nonché diffuso manifesti con il seguente tenore: “No ai campi nomadi. Firma anche tu per cacciare gli zingari”. Il Sindaco di Verona aveva inoltre affermato di fronte a testimoni che “gli zingari devono essere mandati via perché dove arrivano ci sono furti”.
12. Il 20 ottobre 2008 la Corte d’appello di Venezia ha confermato la precedente sentenza a due mesi di reclusione (con sospensione), giudicando che gli imputati avevano propagandato teorie di superiorità razziale o di odio etnico e riconoscendo un risarcimento alle famiglie rom che vivevano nel campo di Boscomantico prima che fosse smantellata su iniziativa dei convenuti.
13. Il commissario nota che la Cassazione ha rinviato il caso alla Corte d’Appello affinché avvii un nuovo processo (sentenza del 13 dicembre 2007), giudicando il ragionamento alla base della prima sentenza “incompleto e non convincente dal punto di vista logico”. La Corte di cassazione aveva trovato, tra l’altro, che la “profonda avversione” verso i rom, indicata tra l’altro dalla dichiarazione del convenuto di cui sopra, non era “motivata dallo status di zingari delle persone discriminate”, ma dal fatto che tutti gli zingari sono ladri. Si è pertanto fondata non su un concetto di superiorità o di odio razziale, ma su un pregiudizio razziale”.
14. Il commissario accoglie favorevolmente le informazioni fornite dalle autorità italiane, secondo cui il ministero dell’istruzione promuove la lotta contro il razzismo e la discriminazione razziale a livello scolastico nelle scuole primarie e secondarie, tramite programmi educativi di stampo interculturale.
15. Tuttavia, il commissario resta particolarmente preoccupato per le relazioni che riferiscono, con una certa continuità, l’esistenza in Italia di una tendenza al razzismo e alla xenofobia che prende di mira, a volte in modo estremamente violento, soprattutto gli immigrati, i rom e sinti o cittadini italiani di origine estera, anche nel contesto dello sport.
16. Il commissario ha preso nota con particolare preoccupazione del caso di un cittadino ganese di 22 anni che nel settembre 2008 è stato arrestato dalla polizia municipale di Parma perché ingiustamente accusato di essere uno spacciatore. Secondo alcune fonti, all’uscita dal centro di detenzione il giovane aveva un ematoma, una ferita alla mano e portava una busta, consegnatagli dalla polizia municipale, su cui era indicato ‘Emmanuel Negro’. Durante la sua visita di gennaio il commissario è stato informato che gli agenti di polizia coinvolti in questo incidente sono stati sottoposti a un provvedimento di arresto domiciliare e a procedimenti penali.
17. Fonte di ugualmente grave preoccupazione è rappresentata dalla comunicazione ricevuta da una cittadina italiana nel mese di gennaio, in cui questa protestava per l’esistenza in Italia di 18 gruppi razzisti su facebook, contenenti messaggi di odio razziale, soprattutto nei confronti di rom, e istigazioni alla violenza razzista, nonostante questi gruppi siano stati denunciati ai gestori del sito. La cittadina sottolineava la necessità di “un migliore controllo delle situazioni di questo tipo” che definiva “un’ingiustizia e una vergogna”.
18. Secondo un sondaggio condotto da Eurobarometro e pubblicato dalla UE nel luglio 2008, l’Italia si classifica agli ultimi posti tra gli Stati membri per quanto riguarda “i sentimenti di disagio rispetto all’idea di avere un vicino di diversa origine etnica” e, in particolare di origine rom. Un’altra indagine speciale sull’Italia dello stesso istituto della UE riportava una percentuale superiore alla media UE (il 76 contro il 62%) di persone che considera la discriminazione su base etnica come “molto o abbastanza diffusa”.
19. Particolarmente preoccupante secondo il commissario è il fatto che questo clima di intolleranza verso gruppi sociali o etnici non dominanti e vulnerabili continua a trovare occasionalmente sostegno nelle dichiarazioni di alcuni esponenti politici. Il commissario considera particolarmente preoccupante una dichiarazione resa dal sindaco di Treviso il 17 settembre 2008, diventata accessibile al pubblico italiano attraverso un ‘blog’ e definibile come un’“espressione di odio”, in particolare contro gli immigrati, i rom e sinti e i musulmani.
20. Con lettera del 5 dicembre 2008 le autorità italiane hanno informato il commissario che il ministero degli Interni sta procedendo alla traduzione del Factsheet of Roma History del Consiglio d’Europa, in risposta alla proposta avanzata dal commissario a giugno. Il commissario esprime la sua soddisfazione per la disponibilità del ministro degli Interni a tradurre e diffondere questo materiale particolarmente utile, che potrà essere utilizzato a fini di educazione civica e sensibilizzazione in materia di diritti umani degli alunni, degli studenti e dell’opinione pubblica in generale.
21. Infine, il commissario rileva che non vi è stato a oggi alcun progresso reale verso la creazione di un’agenzia nazionale indipendente per la promozione e la tutela dei diritti umani, in conformità con i Principi di Parigi. Tale istituzione potrebbe probabilmente contribuire agli sforzi delle autorità a rafforzare “la politica contro la discriminazione”. Le autorità italiane hanno informato il commissario che un apposito nuovo progetto di legge è stato introdotto al Senato, in seguito alla mancata conclusione del processo legislativo di un precedente progetto di legge adottato dal Parlamento nell’aprile 2007.
Conclusioni e raccomandazioni
22. Il commissario raccomanda nuovamente alle autorità italiane di reagire in modo tempestivo e condannare con decisione e pubblicamente qualsiasi dichiarazione che, da chiunque provenga, contenga delle generalizzazioni e quindi uno stigma nei confronti di alcuni gruppi etnici o sociali, quali gli immigrati e i rom o sinti. Le autorità italiane sono inoltre invitate a fare in modo che le loro iniziative legislative o amministrative non possano essere interpretate a sostegno o incoraggiamento di una criticabile stigmatizzazione dei gruppi di cui sopra.
23. Il commissario raccomanda che le autorità rivedano urgentemente la legge 85/2006 e ripristinino le pene più gravi precedentemente previste per attività razziste. Apprezzerebbe inoltre ulteriori informazioni sul già menzionato progetto di legge presentato in Parlamento.
24. Il commissario ribadisce la raccomandazione affinché le autorità rafforzino tempestivamente l’indipendenza e l’efficacia dell’organismo nazionale specializzato nella lotta contro la discriminazione razziale (UNAR), conferendogli la facoltà di avviare e partecipare a procedimenti giudiziari contro la discriminazione.
25. Il commissario invita le autorità a prestare particolare attenzione alla necessità di prevenire la discriminazione razziale nell’amministrazione e nel funzionamento del sistema di giustizia penale, soprattutto quando tratta con gruppi sociali o etnici non dominanti particolarmente vulnerabili, quali gli immigranti e rom o sinti.
26. Ricordando gli orientamenti contenuti nella raccomandazione del 2005 del Comitato ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), il commissario rileva che sarebbe molto utile promuovere, in modo sistematico, il dialogo e la cooperazione tra le autorità giudiziarie e di polizia e i rappresentanti di tali gruppi etnici o sociali vulnerabili, al fine di sradicare i pregiudizi e creare una relazione di fiducia. Un’ulteriore priorità delle autorità dovrebbe essere di promuovere la corretta partecipazione di persone appartenenti a gruppi etnici ai corpi di polizia e al sistema giudiziario, nonché facilitare l’accesso alla giustizia per le vittime di razzismo, in particolare attraverso un rafforzamento del patrocinio gratuito, eventualmente in collaborazione con le ONG competenti.
27. Il commissario accoglie con favore i nuovi sforzi legislativi ai fini di creare un istituto nazionale indipendente in materia di diritti umani. Attirando l’attenzione sulla raccomandazione R(97)14 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sulla creazione di istituzioni nazionali indipendenti per la promozione e la tutela dei diritti umani, il commissario esorta le autorità a procedere rapidamente alla costituzione di un’efficace istituzione nazionale in materia, nella forma per esempio di una Commissione nazionale dei diritti umani.
28. Il commissario raccomanda inoltre la formulazione di un piano d’azione nazionale, concreto e di ampio respiro, sui diritti umani che preveda un’azione di lungo periodo per eliminare la discriminazione razziale. Al riguardo sarebbe utile istituire un’agenzia indipendente nazionale per i diritti umani. Un piano d’azione contro il razzismo dovrà comprendere, in particolare, l’elaborazione di linee guida per la prevenzione, registrazione, indagine e repressione di episodi razzisti o xenofobi e la valutazione del livello di soddisfazione delle comunità circa le loro relazioni con la polizia e il sistema giudiziario.
29. Particolare attenzione dovrà inoltre essere accordata all’urgente necessità di eliminare il razzismo e l’intolleranza su Internet, in linea con la raccomandazione di politica generale n. 6 dell’ECRI per combattere la diffusione di materiale razzista, xenofobo e antisemita via Internet del 15 dicembre 2000.
30. Infine, il commissario elogia gli sforzi delle autorità per promuovere i diritti umani, in particolare l’antirazzismo, l’educazione nelle scuole e la loro volontà di tradurre e diffondere il Factsheet on Roma History del Consiglio d’Europa. Il commissario desidera sottolineare la necessità di vigilare con particolare attenzione sulle manifestazioni di razzismo e intolleranza nell’ambito di sport che attirano parti significative dell’opinione pubblica, soprattutto giovane. Il commissario richiama l’attenzione delle autorità italiane sulle raccomandazioni dell’ECRI, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica, e in particolare le federazioni e club sportivi , in materia di antirazzismo.
III. La tutela dei diritti umani dei rom e dei sinti
31. Il commissario accoglie con favore l’impegno del Governo italiano, come espresso anche al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, a proseguire la cooperazione con il commissario e a continuare ad accordare la debita attenzione alle questioni sollevate e alle raccomandazioni formulate nel suo memorandum, in particolare per quanto riguarda i rom e sinti.
32. Il commissario accoglie con favore e loda l’azione e le misure positive adottate o previste dalle autorità italiane per proteggere e promuovere i diritti umani dei rom e dei sinti, quali l’avvio della campagna di sensibilizzazione DOSTA! del Consiglio d’Europa, il finanziamento di scuole frequentate da un elevato numero di immigrati fra cui i rom, gli sforzi per facilitare l’accesso ad alloggi per i rom e i progetti dell’UNAR che offrono sostegno alle Regioni per la promozione della coesione sociale.
33. Il commissario prende nota tuttavia con rammarico dell’esistenza di rapporti credibili secondo cui in Italia permane un clima di intolleranza nonché di talune iniziative delle autorità pubbliche che non riflettono né promuovono gli sforzi del governo per rafforzare la protezione e il godimento dei diritti umani da parte di rom e sinti. Di particolare preoccupazione sono il caso di un bambino rom di nazionalità rumena che sarebbe stato picchiato mentre chiedeva l’elemosina a Pesaro il 20 agosto 2008, e il terzo sgombero da parte della polizia di 45 famiglie rom dal campo di ‘Via Salamanca’ a Roma, il 6 ottobre 2008. Durante gli incontri che si sono svolti a Roma il 14 e 15 gennaio, esponenti della comunità rom e di ONG per i diritti umani hanno ripetutamente espresso al commissario i loro timori circa un “movimento anti-zingari” nel paese.
34. Per quanto riguarda i violenti attacchi nei confronti dei rom, verificatisi nel maggio 2008 nel quartiere Ponticelli di Napoli, nel luglio 2008 le autorità italiane hanno informato il commissario del deposito di un rapporto di polizia alla competente autorità giudiziaria e dell’avvio di indagini e di un procedimento penale contro ignoti, mentre la Procura della Repubblica di Milano ha avviato dei procedimenti penali per gli incendi appiccicati ad alcuni insediamenti rom tra l’ottobre e il novembre 2007. Il commissario resta in attesa di ricevere maggiori informazioni al riguardo.
35. Il 14 gennaio il commissario ha avuto la possibilità di visitare nuovamente (dopo la visita di giugno) il campo “semi-regolare” Casilino 900 a Roma, ove vivono circa 650 rom (quasi la metà dei quali bambini) provenienti dalla ex Jugoslavia. Ha inoltre visitato quattro insediamenti rom irregolari nei pressi di Via delle Cave di Pietralata (circa 60 persone), della zona Quintiliani (circa 66 persone compresi bambini e famiglie), Monti Tiburtini (circa 15 famiglie con bambini) e Palmiro Togliatti (circa 100 persone comprese famiglie e bambini). Gli abitanti di questi insediamenti sono rom di nazionalità rumena.
36. La visita del commissario a questi insediamenti era stata preceduta da giorni di pioggia che avevano reso i siti di Casilino 900, Quintiliani e Palmiro Togliatti molto fangosi e di difficile accesso a piedi. Il popolo rom negli insediamenti di Via delle Cave di Pietralata e Monti Tiburtini era alloggiato in magazzini abbandonati e in un garage. Nessuno dei cinque insediamenti aveva un approvvigionamento regolare di energia elettrica o acqua, né fognature. Il campo di Casilino 900 esiste da circa 40 anni e si compone di roulotte, baracche e bagni chimici, ma gli altri insediamenti sopra indicati sono molto più recenti, ed esisterebbero da circa nove mesi-un anno. L’ultimo campo visitato esisteva da circa nove mesi, è nato a seguito dello sgombero di un altro insediamento ed è composto da baracche e tende; gli abitanti hanno segnalato la presenza di ratti. Le condizioni di vita apparivano chiaramente molto dure, soprattutto per i bambini che abitano il campo e che, comunque, cercano di frequentare quotidianamente la scuola italiana.
37. Il commissario ha notato con rammarico che le condizioni di vita in tutti gli insediamenti visitati sono inaccettabili e sollevano gravi timori per la salute degli abitanti, soprattutto i bambini.
38. Il commissario ha apprezzato gli scambi che ha avuto l’opportunità di avere con le persone rom che vivono negli insediamenti e con i membri delle loro famiglie. Molti di loro hanno espresso il loro profondo disappunto per la mancanza di dialogo tra le comunità rom e le autorità comunali o nazionali. I rappresentanti dei rom nel campo Casilino 900 hanno informato il commissario dei loro timori circa l’intolleranza manifestata dai residenti locali nei confronti delle loro comunità e il progetto delle autorità locali di chiudere il campo e di spostare le popolazioni rom in tre nuovi grandi insediamenti nella periferia di Roma. Alcuni di loro hanno espresso il desiderio di rimanere nel loro campo, a condizione che siano adottate misure per migliorare le condizioni di vita, facendo nel contempo riferimento ad alcune buone prassi nel campo degli alloggi seguite in altre città italiane, quali Torino e Padova. La rimozione forzata delle famiglie verso altre zone di Roma avrebbe un impatto grave anche sulla vita dei bambini rom e sulla loro frequenza scolastica, un problema serio che deve essere preso in considerazione dalle autorità.
39. Il commissario ha sollevato questi problemi durante il suo incontro con il sindaco di Roma e ha preso nota con soddisfazione delle rassicurazioni fornite da quest’ultimo circa la serietà con cui intende trattare queste questioni, nonostante i ritardi verificatisi fino ad oggi. Il sindaco di Roma ha sottolineato l’intenzione di predisporre entro la fine dell’anno degli insediamenti regolari per tutti i rom che vivono nel suo territorio. La costruzione di questi insediamenti dovrebbe inoltre offrire ai rom delle opportunità di occupazione. Il sindaco ha informato il commissario della sua intenzione di incontrare i rappresentanti della comunità rom nella settimana successiva alla sua visita, al fine di compiere un progresso positivo verso la creazione di contatti e dialogo diretti con la comunità rom di Roma. Ha inoltre dichiarato che in tutti i nuovi insediamenti rom ci saranno dei rappresentanti degli abitanti in modo da assicurare una comunicazione e consultazione dirette. Il commissario ha apprezzato l’apertura al dialogo con le comunità rom manifestata dal sindaco e dai suoi consiglieri e la loro espressa determinazione a investire tempo e risorse per un rapido miglioramento delle condizioni di vita, compresa la tutela della salute e la scolarizzazione, delle popolazioni rom nella capitale italiana.
40. I rom del campo Casilino 900 hanno nuovamente espresso al commissario i loro particolari timori circa la situazione di apolidi (di fatto o di diritto) dei rom provenienti dalla ex Jugoslavia, e in particolare per i minori che, anche se potranno frequentare la scuola italiana fino a sedici anni ed hanno, in generale, accesso alle cure sanitarie, incontrano diverse gravi difficoltà amministrative. Il 15 gennaio, il commissario ha discusso questo grave problema con il sottosegretario Mantovano, che ha manifestato la sua comprensione del problema e ha informato il commissario della recente presentazione in Senato e successivamente alla Camera di una legge che mira a salvaguardare i minori compresi tra i 13 e 18 anni di età, nel contesto di un progetto di legge sulla cittadinanza. Il commissario attende ulteriori informazioni al riguardo.
41. Per quanto riguarda il censimento dei rom svolto nel 2008, il commissario ha preso atto delle gravissime preoccupazioni espresse dal Parlamento europeo nella sua risoluzione del 10 luglio 2008 “sul censimento dei rom su base etnica in Italia”, in risposta alla dichiarazione del Presidente del Consiglio del 21 maggio 2008 che denunciava l’esistenza di uno stato di emergenza a causa degli “insediamenti nomadi nelle regioni di Campania [Napoli], Lazio [Roma] e Lombardia [Milano]” e alla presentazione delle ordinanze del presidente del Consiglio del 30 maggio 2008, che fanno riferimento a una “situazione di grave allarme sociale” causata da numerosi insediamenti di “cittadini irregolari e nomadi” caratterizzati da “estrema precarietà”.
42. Il commissario ha notato con particolare preoccupazione il fatto che, pur essendo il censimento della popolazione rom degli insediamenti regolari ed abusivi di Campania (Napoli), Lazio (Roma) e Lombardia (Milano) iniziato in giugno (subito dopo le tre ordinanze del Presidente del Consiglio del 30 maggio 2008), in un comunicato stampa del 14 luglio 2008 l’Autorità italiana per la protezione dei dati personali dichiarava di non avere ancora ricevuto, a tale data, informazioni sul censimento di cui sopra e che, di conseguenza, non poteva pronunciarsi sulla questione. Con decisione del 17 luglio 2008, tuttavia, il Garante approvava la bozza di linee guida sul censimento del ministero degli Interni, emesse in quella stessa data.
43. In tali linee guida, veniva indicato che i dati raccolti prima della pubblicazione delle stesse “laddove trattati in difformità con le citate indicazioni, non potranno essere ulteriormente utilizzati e/o conservati”. Nelle linee guida si ribadiva il divieto a realizzare “data base”, e che “le informazioni raccolte [dovevano] essere destinate alle forme di conservazione e archiviazione previste per la generalità dei cittadini, nella responsabilità dei Soggetti autorizzati a detenerle (Uffici anagrafici, Uffici di Polizia, Uffici per l’assistenza sociale, Asl, eccetera). Si notava inoltre che “I Commissari delegati designano la Croce Rossa italiana quale responsabile del trattamento dei dati raccolti nello svolgimento della propria attività di collaborazione, trattamento che deve assicurare, nel rispetto delle disposizioni vigenti, la riservatezza dei dati sensibili nonché il loro esclusivo utilizzo ai fini previsti”.
44. Il 21 luglio 2008, nella risposta al memorandum del commissario, le autorità italiane sostenevano che nel censimento “potevano essere utilizzate varie forme di riconoscimento: identificazione descrittiva, fotografica, antropometrica e tramite le impronte digitali”. Tale ultimo metodo poteva essere utilizzato solo qualora non fosse possibile “ottenere una valida identificazione attraverso documenti disponibili e circostanze certe”. Per quanto riguarda in particolare i minori, il prelievo delle impronte digitali avrebbe riguardato solo i minori di almeno 14, “nei casi in cui non erano applicabili altri strumenti”. Tuttavia, le autorità hanno aggiunto che le impronte digitali dei minori di età compresa tra i 6 e i 14 anni possono essere prelevate anche “al fine di concedere il permesso soggiorno ... su richiesta di singoli che esercitano la potestà legale sul minore bambino in questione ... [o] su autorizzazione del tribunale dei minori e attraverso la polizia giudiziaria”. Si osservava inoltre che le impronte digitali di minori di età inferiore ai sei anni potevano essere raccolte in via eccezionale nei casi di minori abbandonati o sospettati di essere vittime di reati. Secondo le linee guida, “tutti i rilievi effettuati non dovranno essere oggetto di alcuna raccolta autonoma, bensì saranno conservati negli archivi già previsti dall’ordinamento come, ad esempio, l’archivio stranieri della Questura e della Prefettura, per coloro che avviano la pratica per i permesso di soggiorno, o quello della cittadinanza per coloro che ne richiedono il riconoscimento”.
45. Il commissario è stato informato di un ricorso depositato il 21 luglio 2008 presso il tribunale civile di Mantova (Lombardia) da alcuni sinti e due organizzazioni non governative, avverso la dichiarazione di cui sopra e le ordinanze del Presidente del Consiglio relative alla “stato di emergenza” e il censimento delle popolazioni rom e sinti nei loro insediamenti. Nel ricorso si sostiene che tali atti prendono di mira i rom e sinti della suddetta regione, e pertanto rappresentano un atto discriminatorio su basi etniche. Il 9 gennaio 2009 il ricorso è stato respinto dal tribunale civile di cui sopra, che si è detto non competente a statuire sulla questione e ha indicato come competente in materia il tribunale amministrativo di Roma.
46. Con lettera del 5 dicembre 2008, le autorità italiane hanno informato il commissario che il censimento della popolazione rom presso gli insediamenti, condotto da “commissari governativi”, si è concluso il 15 ottobre 2008 e che esso “rappresenta una fase preliminare fondamentale per garantire l’adozione da parte delle autorità italiane di misure sociali, previdenziali e di integrazione, volte a migliorare le condizioni di vita dei rom”. Ciò è stato confermato dal sottosegretario Mantovano durante il suo incontro con il commissario del 15 gennaio. Il sottosegretario ha inoltre sottolineato che le misure legislative e amministrative urgenti adottate in materia di insediamenti rom erano considerate necessarie per il mantenimento dell’ordine pubblico all’interno di tali insediamenti”.
47. Secondo la lettera di cui sopra, sono stati censiti un totale di 167 insediamenti di cui 124 non autorizzati e 43 autorizzati. Il censimento ha registrato un totale di 12.300 persone, di cui 5.400 bambini. Durante la visita del commissario, il presidente dell’Autorità per la protezione dei dati ha osservato che la maggior parte dei rom registrati erano cittadini italiani. Le autorità hanno inoltre precisato che il censimento è stato condotto da forze di polizia statali, in stretta collaborazione con la Croce Rossa Italiana e le forze di polizia municipali, mentre “le procedure di raccolta dei dati e registrazione” saranno conformi alla normativa nazionale in materia di protezione dei dati personali (n. 196/2003) e alle direttive del Garante per la privacy.
Conclusioni e raccomandazioni
48. Il commissario desidera sottolineare che la stragrande maggioranza dei rom e sinti nella maggior parte degli stati membri del Consiglio d’Europa, fra cui l’Italia, ancora non gode di una efficace tutela dei diritti umani, soprattutto per quanto riguarda diritti sociali quali il diritto a un alloggio adeguato e all’istruzione, da parte delle autorità nazionali, regionali e locali.
49. Il commissario invita nuovamente le autorità italiane ad adottare e attuare tempestivamente una strategia nazionale e regionale, coerente, completa e adeguatamente finanziata, provvista di piani d’azione a breve e lungo termine, obiettivi e indicatori per l’attuazione di politiche che affrontino le discriminazioni legali e/o sociali contro rom e sinti, in conformità con la raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa CM/Rec (2008)sulle politiche riguardanti i rom e/o i nomadi in Europa (20/02/2008). In particolare, le autorità sono invitate a monitorare con efficacia e pubblicare regolarmente relazioni di valutazione sull’attuazione e l’impatto dei suddetti piani di azione, conformemente con la raccomandazione di cui sopra.
50. Il commissario raccomanda inoltre che sia data priorità alla creazione di un sistema di patrocinio legale gratuito, possibilmente in cooperazione con le ONG competenti, in grado di offrire un’efficace assistenza legale a rom e sinti che ne abbiano bisogno, specialmente per quanti sono apolidi di fatto o di diritto.
51. Nel contempo, le autorità sono invitate a creare un meccanismo di consultazione, a livello nazionale, regionale e locale, che garantisca un dialogo istituzionalizzato, aperto, sincero e continuo con i rappresentanti dei rom e sinti in Italia su tutte le problematiche principali riguardanti la loro vita quotidiana, e in particolare l’alloggio e l’istruzione dei bambini. Tali organismi consultivi dovrebbero ricevere uno status giuridico chiaro, essere inclusivi e rappresentativi al fine di promuovere l’efficace partecipazione dei rom e sinti alla vita culturale, sociale ed economica e agli affari pubblici, in conformità con gli standard del Consiglio d’Europa.
52. Per quanto riguarda il problema degli sgomberi dei campi rom e sinti, il commissario sottolinea che questi non devono verificarsi quando le autorità non sono in grado di mettere a disposizione un alloggio alternativo adeguato, previa consultazione con le persone interessate. Qualora gli sgomberi siano considerati giustificati, questi devono essere svolti in modo da rispettare pienamente la sicurezza e la dignità delle persone interessate. È inoltre necessario che le persone colpite abbiano a disposizione efficaci rimedi giuridici. Si attira l’attenzione delle autorità sulla pertinente giurisprudenza del Comitato europeo dei diritti sociali e sulle specifiche linee guida sugli sgomberi forzati fornite dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali nel 1997 e dal Relatore speciale per un alloggio adeguato delle Nazioni Unite nel 2007.
53. Particolare attenzione dovrà essere riconosciuta a una efficace tutela efficace dei diritti umani dei bambini rom e sinti, come sancito in particolare dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. In caso di sgombero o trasferimento concordato, le autorità sono invitate a prestare particolare attenzione al problema della frequenza scolastica dei bambini rom e sinti, inevitabilmente perturbata in tali circostanze.
54. Per quanto riguarda il già completato censimento delle popolazioni rom e sinti nei loro insediamenti, il commissario apprezza l’intenzione dichiarata dalle autorità di adottare, attraverso questo censimento, “misure sociali, previdenziali e di integrazione, volte a migliorare le condizioni di vita dei rom”. Tuttavia, rimane profondamente perplesso riguardo all’opportunità di una operazione così su larga scala, sostanzialmente gestita dalle forze di polizia e legata ad un “stato di emergenza in relazione agli insediamenti nomadi” e al collegato “grave allarme sociale”.
55. Si nota che i dati personali raccolti e trattati in questo caso sono per definizione “sensibili” in quanto riguardano esclusivamente le persone di una specifica origine etnica o razziale. Il trattamento di tali dati è in linea di principio proibito dal diritto europeo e consentito solo a condizioni molto rigorose (vedi sotto).
56. Il commissario osserva che la raccolta e il trattamento di tali dati sensibili, in combinazione con il contesto politico estremamente polarizzato creato dallo “stato di emergenza” e dalle dichiarazioni pubbliche di alcune autorità, ha avuto un impatto fortemente negativo sulle popolazioni rom e sinti oggetto del provvedimento e sulla loro immagine presso l’opinione pubblica generale.
57. Il commissario ricorda che la raccolta e la conservazione (trattamento) dei dati personali sensibili dei rom avrebbe dovuto rispondere al principio fondamentale della necessità, sancito dalla normativa europea per la protezione dei dati personali. In altri termini, era necessario che la raccolta e la conservazione dei dati personali sensibili dei rom fosse assolutamente necessaria ai fini del conseguimento dell’obiettivo delle autorità di assicurare “l’adozione di misure sociali, previdenziali e di integrazione, volte a migliorare le condizioni di vita dei rom”. Considerato anche il fatto che la maggior parte delle persone censite sono cittadini italiani, è facilmente osservabile che l’obiettivo di cui sopra avrebbe potuto essere conseguito senza condurre un censimento di emergenza di tali dimensioni e il trattamento di dati personali sensibili.
58. Il commissario ricorda anche gli standard del Consiglio d’Europa in materia di raccolta e trattamento dei dati personali, in particolare quelli relativi all’origine etnica (dati “speciali” o “sensibili”). Delle linee guida applicabili si trovano in particolare nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione degli individui in materia di trattamento automatizzato dei dati personali del 1981 e nella successiva direttiva 95/46/CE della Comunità europea relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali nonché alla libera circolazione di tali dati.
59. Sulla base di queste fonti, è possibile richiamare i seguenti principi: a) qualsiasi trattamento di dati personali deve essere disciplinato da una legge nazionale che soddisfa i criteri di qualità previsti dalla Convenzione europea sui diritti umani, ovvero deve essere precisa, accessibile e prevedibile e offrire un grado di efficace protezione giuridica contro le ingerenze arbitrarie da parte delle autorità; b) la raccolta di dati sensibili su singoli individui, come quelli relativi all’origine etnica, è in linea di principio vietata. Le eccezioni devono essere previste da una legge conforme ai suddetti criteri di qualità e solo nei casi previsti dall’articolo 8, della direttiva 95/46/CE; c) devono essere definiti dei limiti alla durata della conservazione dei dati raccolti; d) tutte le operazioni di trattamento dei dati personali devono essere oggetto di un controllo rigoroso ed efficace da parte di autorità per la protezione dei dati indipendenti e imparziali.
60. Il commissario continua ad essere seriamente preoccupato per la compatibilità delle operazioni di censimento dei rom e sinti con i suddetti principi. Ribadisce la necessità che le autorità pubbliche dimostrino il loro impegno per il miglioramento del rispetto dei diritti umani dei rom e sinti con l’adozione e l’attuazione urgente di una strategia nazionale, conforme con la suddetta raccomandazione del Comitato dei ministri CM/Rec (2008 sulle politiche per i rom e/o i nomadi in Europa, in stretta collaborazione e consultazione con le popolazioni rom e sinti interessate.
IV. La tutela dei diritti umani degli immigrati e dei richiedenti asilo
61. Il commissario ricorda che nel 2008 sono stati adottate in Italia le seguenti principali iniziative legislative/progetti di legge in materia di immigrazione:
62. Decreto Legislativo n. 92 del 23 maggio 2008, convertito nella legge n. 125 del 24 luglio 2008 recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica, che comprendeva le seguenti disposizioni:
a) il giudice ordina l'espulsione dello straniero ovvero l'allontanamento dal territorio del cittadino appartenente ad uno Stato membro dell'Unione europea quando questo sia condannato alla reclusione per un tempo superiore ai due anni;
b) lo status di irregolarità dello straniero che commette un reato penale è aggiunto alla lista delle circostanze aggravanti previste dal codice penale;
c) la locazione di alloggi agli immigrati irregolari è punita con la reclusione da sei mesi a tre anni. La condanna con provvedimento irrevocabile comporta la confisca dell'immobile, salvo che appartenga a persona estranea al reato. Le somme di denaro ricavate dalla vendita, ove disposta, dei beni confiscati sono destinate al potenziamento delle attività di prevenzione e repressione dei reati in tema di immigrazione clandestina;
d) i centri di permanenza temporanea ed assistenza, ove sono detenuti immigranti soggetti all’espulsione o richiedenti asilo in attesa dell’esame delle loro richieste, sono ridenominati “centri di identificazione ed espulsione (CIE)”;
e) i sindaci hanno il potere di adottare, tra l’altro, provvedimenti urgenti per rispondere a “pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana”.
63. Il commissario ha preso atto della dichiarazione della Commissione UE, del 23 settembre 2008, in base alla quale il decreto legge di cui sopra “pone problemi di compatibilità con il diritto comunitario, in particolare per quanto riguarda le norme sulla espulsione automatica di cittadini dell’Unione europea”.
64. Inoltre, un progetto di legge “sulla sicurezza pubblica” è stato presentato al Parlamento in data 3 giugno 2008. Dopo la visita in Italia, il commissario è stato informato che detto progetto di legge è stato approvato dal Senato il 5 febbraio e trasmesso alla Camera dei Deputati. Le principali disposizioni collegate agli stranieri del progetto di legge sono le seguenti:
a) il progetto di legge iniziale prevedeva che l’ingresso irregolare sarebbe stato punito con reclusione da sei mesi a quattro anni. In questi casi, il tribunale, completato un procedimento il più rapido possibile, dovrà anche decretare l’espulsione dello straniero. Il progetto di legge successivamente approvato dal Senato non prevede una pena detentiva, ma una sanzione pecuniaria che va da 5 000 a 10 000 euro (il reato resta di natura penale);
b) gli stranieri potranno essere trattenuti nei “Centri di identificazione ed espulsione” per 60 giorni al fine di provvedere alla loro identificazione. La proposta iniziale di prorogare la detenzione fino a 18 mesi è stata respinta dal Senato;
c) anche prima della scadenza del termine di 60 giorni per la detenzione, il capo della polizia può procedere all’espulsione dello straniero, informando tempestivamente anche il tribunale competente;
d) l’acquisizione della cittadinanza italiana per matrimonio sarà possibile dopo due anni di matrimonio (con residenza in Italia) o tre anni (residenza all’estero);
e) alla prima richiesta o al rinnovo del permesso di soggiorno si applica un onere finanziario che va da 80 a 200 euro. Fanno eccezione i permessi rilasciati per asilo, protezione sussidiaria, ragioni umanitarie;
f) un cittadino straniero che, su richiesta delle forze dell’ordine, non mostra il passaporto o altro documento di identità e il permesso di soggiorno è punibile con la reclusione (fino a un anno) e una multa di 2000 euro;
g) il personale medico è autorizzato a denunciare alle autorità i cittadini stranieri irregolari che si rivolgono alle strutture sanitarie (modificando così la legge 286/1998 che ha espressamente garantito il principio del segreto medico);
h) in caso di mancata osservanza di un ordine di espulsione, i cittadini stranieri possono essere puniti con la reclusione da sei mesi a cinque anni;
i) in caso di richieste di trasferimento di denaro all’estero, i cittadini di paesi non UE devono produrre il permesso di soggiorno; ove tale permesso non esista, la polizia locale dovrà essere informata entro dodici ore. L’agenzia che non ottemperi a tale obbligo perderà la licenza d’esercizio.
65. Infine, tre decreti legislativi sono stati preparati dalle autorità al fine di modificare la legislazione esistente che recepisce tre direttive CE in materia di immigrazione e di asilo (2004/38 sulla libertà di movimento e residenza dei cittadini, 2003/86/CE sul ricongiungimento familiare e 2005/85/CE sulle procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato). A oggi solo gli ultimi due decreti legislativi sono stati approvati dal Parlamento. La prima bozza di decreto legislativo è stata sospesa dopo la dichiarazione della Commissione europea secondo cui essa “pone problemi di compatibilità con il diritto comunitario”. Le principali disposizioni contenute in questi decreti sono le seguenti:
a) per quanto riguarda la libertà di movimento e di residenza, i cittadini UE che intendono risiedere in Italia per più di tre mesi dovranno dimostrare di avere mezzi sufficienti e legittimi per provvedere al sostentamento di se stessi e delle loro famiglie. Dovranno inoltre avere una assicurazione sanitaria o registrarsi volontariamente presso il Servizio sanitario nazionale.
I cittadini dell’Unione europea possono essere allontanati dal territorio per motivi di “sicurezza pubblica”, che comprendono, tra l’altro, il fatto di non essersi registrati presso le autorità competenti entro 10 giorni dallo scadere del periodo di tre mesi o di poter essere considerati come “una minaccia concreta, effettiva e grave ai diritti fondamentali della persona ovvero all'incolumità pubblica” o alla morale pubblica. Il loro allontanamento riveste carattere di urgenza quando il loro soggiorno appare incompatibile con la “civile e sicura convivenza”. Eventuali precedenti condanne nazionali o estere delle persone in questione saranno prese in considerazione in questo contesto;
b) per quanto riguarda il ricongiungimento familiare (di cittadini di paesi terzi (extracomunitari), si potrà richiedere il test del DNA a spese dei richiedenti nei casi in cui le condizioni per il ricongiungimento non possono essere verificate con certezza attraverso i documenti presentati dalle autorità dei paesi di origine, sia a causa della mancanza di una autorità riconosciuta, sia perché sussistono dubbi sull’autenticità dei documenti prodotti;
c) per quanto riguarda in particolare i richiedenti asilo, in caso facciano oggetto di un decreto di espulsione o rinvio prima della presentazione della domanda d’asilo, i suddetti richiedenti non potranno più essere ospitati in centri di accoglienza aperti, ma dovranno soggiornare presso i “centri di identificazione ed espulsione”, per un periodo estendibile fino a 60 giorni. La regola generale prevede che i ricorsi contro sentenze negative di primo grado abbiano un effetto sospensivo. Tuttavia, ora i ricorsi non hanno effetto sospensivo in un ampio numero di casi.
66. In questo contesto, e per quanto riguarda la precedente raccomandazione del commissario circa la necessità che l’Italia proceda alla ratifica della Convenzione europea del 1997 sulla nazionalità, nella loro lettera del 5 dicembre 2008 le autorità italiane hanno sottolineato come l’articolo 6, §4, comma f (secondo cui gli Stati contraenti devono modificare il diritto interno in modo da agevolare l’acquisizione della nazionalità da parte di “persone che sono legalmente ed abitualmente residenti sul territorio da un periodo di tempo iniziato prima dei 18 anni di età, la determinazione di tale periodo essendo lasciata al diritto interno dello Stato Parte interessato”) è in contrasto con il principio dello ius sanguinis nell’ordinamento italiano. È da notare che, secondo il rapporto esplicativo di questo importante trattato del Consiglio d’Europa, le suddette specifiche disposizioni intendono interessare “le domande provenienti principalmente da immigranti di seconda e terza generazione [che sono] i più adatti ad integrarsi nella società dello Stato ospitante, in quanto hanno trascorso la totalità o parte della loro infanzia nel territorio di tale Stato, e dovrebbero quindi ricevere un trattamento agevolato ai fini dell’acquisizione della nazionalità”.
67. Durante il suo incontro con il sottosegretario Mantovano del 15 gennaio, il commissario ha sollevato la questione della condizione di apolidi di fatto o di diritto dei rom provenienti dalla ex Jugoslavia, e in particolare dei minori che, pur frequentando la scuola italiana fino a sedici anni ed avendo, in generale, accesso all’assistenza sanitaria, incontrano varie e gravi difficoltà amministrative. Il sottosegretario Mantovano ha espresso la sua comprensione e ha informato il commissario che un progetto di legge che riguarda i minori di età compresa tra i 13 e i 18 anni è stato presentato all’approvazione del Senato e successivamente trasmesso all’esame del Parlamento, nel contesto di un progetto di legge sulla cittadinanza. Il commissario elogia tale approccio flessibile, nonostante il principio dello ius sanguinis, e attende di ricevere ulteriori informazioni al riguardo.
68. Con lettera del 5 dicembre 2008, le autorità italiane hanno informato il commissario che lo “stato di emergenza” nazionale (che il 5 agosto 2008 è stato prorogato fino alla fine del 2009) era stato dichiarato dal ministero degli Interni il 29 luglio 2008 con l’obiettivo di “migliorare la gestione dei flussi migratori straordinari a livello nazionale, facilitando così anche l’attuazione delle procedure amministrative relative alla situazione di emergenza” (relative all’accoglienza dei migranti. Risulta che “stati di emergenza” siano stati dichiarati in passato in talune regioni per consentire al ministero degli Interni di utilizzare i fondi stanziati per assicurare la “protezione civile” in casi di emergenza quali terremoti o inondazioni. In seguito all’ultimo stato di emergenza nazionale, 3.000 soldati sarebbero stati dispiegati nel paese per monitorare stazioni, ambasciate e centri di detenzione per i cittadini stranieri.
69. Le autorità italiane hanno comunicato al commissario che lo stato di emergenza non ha comportato alcuna limitazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei cittadini italiani o stranieri e che esso è stato causato dal “continuo flusso di immigrati che sono approdati sulle coste meridionali del Paese a partire dal febbraio-marzo 2008” e dalla necessità che altre regioni fornissero aiuti alle regioni meridionali di Sicilia, Puglia e Calabria.
70. Il commissario ha appreso che nel 2008 il numero di immigranti irregolari entrati clandestinamente in Italia via mare è stato di 36.952, di cui 30.657 approdati all’isola di Lampedusa (contro rispettivamente 20.455 e 11.749 nel 2007). I principali paesi di provenienza nel 2008 erano: Tunisia, Nigeria, Somalia, Eritrea, Egitto, Algeria, Ghana e Marocco. L’alto commissariato Onu per i rifugiati sottolinea che la stragrande maggioranza di questi immigrati irregolari, che di solito transitano per la Libia, richiede asilo e più della metà di essi ha bisogno di protezione internazionale. Durante l’incontro con il commissario del 15 gennaio, il sottosegretario Mantica ha espresso preoccupazione per il volume di questi flussi migratori e ha sottolineato la necessità di un migliore coordinamento fra Stati, in particolare nel contesto dell’Unione europea, e di iniziative a sostegno degli Stati come l’Italia, che sono i primi destinatari dei flussi migratori.
71. Dopo l’arrivo di oltre 2.000 immigrati irregolari a Lampedusa nelle ultime settimane di dicembre, il ministro degli interni avrebbe dichiarato l’intenzione di prevedere un rimpatrio diretto degli irregolari. Durante la visita di gennaio, il commissario ha osservato per le strade di Roma una serie di manifesti pubblicati dal Popolo della Libertà che pubblicizzano i “numeri” del sindaco Alemanno: 6.216 espulsioni nel 2008.
72. In questo contesto, il commissario rileva che, con decisione dell’11 maggio 2006, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato ammissibile il ricorso di alcuni migranti irregolari, arrivati all’isola di Lampedusa e oggetto di espulsione verso la Libia. I ricorsi interessavano in particolare asserite violazioni dell’articolo 3 della Convenzione e l’articolo 4 del protocollo n. 4 della Convenzione.
73. Durante la sua visita il commissario ha inoltre appreso della decisione del ministro degli Interni di dispiegare due commissioni a Lampedusa a partire dal 16 gennaio 2009, al fine di trattare le domande di asilo in loco, sospendendo i trasferimenti dall’isola alla Sicilia e in altre regioni. I rappresentanti dell’UNHCR a Roma hanno espresso al commissario gravi preoccupazioni circa tale pratica, dato che a Lampedusa non esistono infrastrutture atte a garantire una corretta sistemazione dei potenziali richiedenti asilo e l’esame delle loro richieste. Pochi giorni dopo la visita del commissario in Italia, alcune fonti indicavano come vicino a 2000 il numero di migranti irregolari (tra cui i richiedenti asilo) costretti a restare a Lampedusa, a fronte di una capacità del centro di accoglienza di 850 persone.
74. Il 15 gennaio, il commissario ha manifestato al sottosegretario Mantovano la sua grave preoccupazione per questa situazione. Questi ha rassicurato il commissario circa l’impegno dell’Italia a garantire il rispetto delle norme europee e internazionali e un accesso efficace alle procedure per la richiesta di asilo, compresi rimedi efficaci, da parte di tutti i richiedenti, sottolineando che il centro di accoglienza presso l’isola, istituito per accogliere temporaneamente le persone soccorse in mare, sarebbe rimasto un modello per una gestione responsabile di flussi migratori misti.
75. In ultimo, ma non per importanza, il commissario ha preso atto del numero significativo di bambini migranti non accompagnati che entrano nel paese in modo irregolare e risiedono in Italia, soprattutto a Roma. A fine 2006 erano censiti 6551 bambini di questo tipo, provenienti soprattutto da Romania (36%), Marocco (22%) e Albania (15%). La maggioranza di questi (73%) ha un’età tra 15 e 17 anni ed è di sesso maschile (85%). Molti di questi minori sarebbero inoltre coinvolti in attività di lavoro irregolare, nonché di accattonaggio, furto e prostituzione. Pertanto, è necessario che le autorità accordino loro particolare attenzione e protezione.
76. Anche se l’Italia ha ratificato tutti i principali trattati internazionali sui diritti umani, tra cui la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, e nonostante i lodevoli sforzi compiuti dall’Italia in questo settore, i rapporti recenti evidenziano una serie di gravi lacune, quali ad esempio i ritardi nell’identificazione della presenza di bambini immigrati non accompagnati nel paese, il protrarsi della detenzione di minori extracomunitari non accompagnati nei centri di detenzione amministrativa, la mancanza di un’adeguata politica e normativa in materia di tutela dei minori e una grave mancanza di omogeneità nell’applicazione della legge in materia di migranti non accompagnati. Queste carenze accrescono la vulnerabilità di questi bambini e li rendono facile preda di molti tipi di sfruttamento e criminalità.
Conclusioni e raccomandazioni
77. Pur riconoscendo le gravi sfide che ingenti flussi migratori pongono ai meccanismi pubblici, il commissario intende ribadire che le misure legislative e di altro genere adottate dagli Stati membri del Consiglio d’Europa al fine di affrontare in modo efficace tali pressioni dovranno necessariamente rispettare le norme e gli standard internazionali ed europei in materia di diritti umani. A questo proposito, il commissario desidera ribadire la sua disapprovazione per gli accordi bilaterali o multilaterali che prevedono il rimpatrio forzato degli immigrati irregolari verso paesi in cui la tortura è una pratica comprovata e duratura.
78. Alla data del suo arrivo a Roma, il commissario ha appreso con interesse della riunione speciale svoltasi in quella stessa data tra i ministri degli Interni del “Gruppo dei quattro” (Cipro, Grecia, Italia e Malta), il cui obiettivo è di garantire che le questioni specifiche relative alla migrazione irregolare nei paesi dell’Europa meridionale siano analizzate e affrontate nel contesto dell’Unione europea. Il commissario ritiene che gli altri stati membri del Consiglio d’Europa e organizzazioni intergovernative europee, in particolare l’Unione europea, abbiano un importante ruolo da svolgere per l’elaborazione e attuazione di un sistema efficiente per la gestione dell’immigrazione e delle richieste di asilo negli Stati membri dell’Europa meridionale.
79. Il commissario desidera sottolineare la necessità di riconoscere un’attenzione particolare al fatto che tra gli immigrati irregolari figura di norma un numero considerevole di persone che fugge da persecuzioni o violenze e che quindi ha bisogno di una tutela internazionale da parte degli Stati europei. Alla data del 1° settembre 2008, l'Italia figurava all’ottavo posto, con una percentuale del 4,4%, tra i 44 paesi industrializzati destinatari di domande di asilo, dopo Stati Uniti, Canada, Francia, Regno Unito, Svezia, Germania e Grecia.
80. Il commissario ricorda che circa il 75% degli immigrati irregolari, che hanno raggiunto l’Italia via mare nel 2008, ha presentato richiesta di asilo e che circa il 50% di essi si è visto riconoscere lo status di rifugiato o di avente diritto alla protezione sussidiaria. Pertanto, qualsiasi disposizione legislativa o amministrativa adottata al fine di affrontare il fenomeno della migrazione irregolare e l’ingresso nel paese dovrà necessariamente prendere in debita considerazione le esigenze particolari delle persone che arrivano in Europa e hanno bisogno di protezione internazionale.
81. Il commissario elogia la determinazione manifestata dalle autorità competenti al fine di mantenere un elevato livello di protezione internazionale a tutti i cittadini stranieri che ne hanno bisogno. Loda inoltre lo spirito umanitario e gli sforzi compiuti ogni anno dalla Guardia costiera italiana o da altri organismi, nonché dai pescatori che raccolgono e salvano centinaia di migranti irregolari naufragati nel tentativo di raggiungere le coste italiane.
82. A questo proposito, il commissario richiama l’attenzione delle autorità sulle Twenty Guidelines on forced return (2005) del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, e in particolare sulla linea guida n.20 relativa al sistema di monitoraggio e di rimedio contro le procedure di rimpatrio forzato. Sarebbe altamente auspicabile che tali linee guida venissero tradotte in italiano e diffuse fra tutte le competenti autorità amministrative e giudiziarie, in particolare nelle zone di frontiera.
83. Il commissario continua a manifestare preoccupazione per le nuove draconiane misure in materia di immigrazione e di asilo, già adottate o in esame in Italia. Particolarmente preoccupanti sono le disposizioni della legge n° 125 del 24 luglio 2008, che aggiungono lo status di immigrato irregolare alla lista delle circostanze aggravanti previste dal codice penale per gli stranieri che commettono un reato penale, come pure la disposizione che penalizza la locazione di alloggi agli immigrati irregolari.
84. Tale penalizzazione costituisce una misura sproporzionata rispetto al legittimo interesse dello Stato a controllare le proprie frontiere ed erode consolidate prassi del diritto internazionale che vanno in direzione contraria. La penalizzazione dell’immigrazione irregolare, in effetti, pone gli immigrati sullo stesso livello dei trafficanti di esseri umani o datori di lavoro che, in molti casi, li sfruttano. Tale politica è causa di ulteriore stigmatizzazione ed emarginazione, laddove invece la maggioranza dei migranti contribuisce allo sviluppo degli Stati europei e delle loro società. I reati connessi all’immigrazione sono di natura amministrativa. Il commissario si oppone con fermezza alle misure volte a penalizzare l’immigrazione irregolare, poiché ciò produrrà inevitabilmente un ulteriore aggravamento del clima anti immigrazione e xenofobo nel paese, nonostante le dichiarate intenzioni delle autorità. Queste ultime sono invitate a rivedere immediatamente le disposizioni di cui sopra.
85. Il commissario è seriamente preoccupato per l’effetto negativo che le disposizioni in materia di “pubblica sicurezza”, approvate dal Senato il 5 febbraio 2009, possono produrre sugli standard in materia di diritti umani. Particolare preoccupazione suscita la decisione di sopprimere il divieto al personale medico e amministrativo di segnalare alle autorità gli immigrati irregolari che si rivolgono al sistema sanitario nazionale. Modificando il decreto legge 286/1998 (Testo Unico sull’immigrazione), la bozza di legge (attualmente all’esame della Camera) consentirebbe ai medici e al personale medico amministrativo di divulgare le informazioni raccolte nell’esercizio delle loro funzioni, in violazione del principio del segreto medico.
86. In questo contesto, il commissario ricorda che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiarito che le informazioni personali raccolte dalla professione medica nello svolgimento delle proprie funzioni devono essere considerate come rientranti nella sfera della vita privata dell’individuo. In particolare, la Corte ha affermato che “la tutela dei dati personali, non ultimi i dati medici, è di fondamentale importanza ai fini dell’esercizio del diritto al rispetto della vita privata e familiare dell’individuo, come garantito dall’articolo 8 della Convenzione. [...] È di cruciale importanza non solo al fine di rispettare il senso di privacy di un paziente, ma anche per preservare la sua fiducia nella professione medica e nei servizi sanitari in generale”.
87. Il commissario è altresì preoccupato dagli effetti che il progetto di legge di cui sopra, se approvato, avrebbe ai fini di una ulteriore emarginazione e stigmatizzazione degli immigrati irregolari, rendendoli ancora più vulnerabili e riluttanti a rivolgersi al sistema sanitario. Il progetto di legge solleva seri problemi di compatibilità soprattutto con l’articolo 12 del Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali e con l’osservazione generale n. 14 (2000), sul diritto al miglior stato di salute possibile della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociali e culturali.
88. In considerazione di quanto precede, il commissario, tenendo anche in considerazione le posizioni espresse pubblicamente dai rappresentanti degli ordini dei medici, della politica e della società civile italiani, raccomanda alle autorità di modificare il progetto di legge sulla “sicurezza pubblica” al fine di allinearlo completamente con gli standard internazionali in materia di diritti umani.
89. Per quanto riguarda in particolare i migranti rumeni di etnia rom, incontrati dal commissario in insediamenti irregolari o semi irregolari di Roma (vedi sezione precedente), le autorità sono invitate ad adottare immediatamente le misure necessarie ad assicurare a questi migranti l’effettivo esercizio del diritto a un alloggio e di altri diritti sociali fondamentali, sanciti dalla Carta sociale europea (rivista), nonché dalla Convenzione europea sullo status giuridico dei lavoratori migranti, entrambe ratificate dall’Italia.
90. In questo contesto, il commissario invita nuovamente le autorità a revocare la dichiarazione dell’Italia in occasione della ratifica del 26 maggio 1994 e ad estendere l’applicazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale (1992) anche al capitolo C di questo trattato sul diritto di voto alle elezioni amministrative. In questo contesto sarebbe anche auspicabile la ratifica della Convenzione europea del 1997 sulla nazionalità, firmata il 6 novembre 1997.
91. Infine, per quanto riguarda i bambini migranti non accompagnati, il commissario richiama l’attenzione delle autorità sulla raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa CM/Rec (2007)9 on life projects for unaccompanied migrant minors. Con questa raccomandazione il Consiglio d’Europa esorta gli Stati membri a sviluppare “progetti di vita” finalizzati a sviluppare le capacità dei minori, e a consentire loro di acquisire e rafforzare le competenze necessarie a diventare indipendenti, responsabili e attivi nella società. Per conseguire questo obiettivo, i progetti di vita nazionali, in piena conformità con l’interesse superiore del minore, devono perseguire obiettivi di integrazione sociale dei minori, sviluppo personale, sviluppo culturale, alloggio, salute, istruzione e formazione professionale e occupazione.
92. Inoltre, il commissario invita le autorità italiane a procedere, il più tempestivamente possibile, alla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa del 2005 sulla lotta contro la tratta di esseri umani (in vigore dal 1° febbraio 2008), firmata dall’Italia l’8 giugno 2005. Questo trattato contiene importanti disposizioni per la promozione e la tutela dei diritti delle vittime della tratta di esseri umani, compresi i bambini, fra cui quelle relative agli accertamenti sull’età, alla tutela della vita privata, all’accesso all’istruzione dei bambini oggetto di tratta e alla loro protezione speciale nel contesto di procedimenti giudiziari.
93. Il commissario richiama l’attenzione, in particolare, sull’articolo 10, §4, della convenzione di cui sopra, in base al quale non appena un minore non accompagnato è identificato quale vittima della tratta di esseri umani, gli Stati parti devono: a) prevedere che il minore sia rappresentato da un tutore legale, organizzazione o autorità che agisca nel suo migliore interesse; b) assumere le misure necessarie per stabilire identità e nazionalità del minore; c) compiere ogni sforzo per individuare la sua famiglia, quando ciò sia nel suo reale interesse.
V. Rimpatrio forzato di cittadini stranieri e conformità con le previsioni dell’art. 39 della Corte europea dei diritti dell’uomo
94. Il commissario ha appreso con preoccupazione del caso di un cittadino tunisino, Loubiri Habib, che espulso dall’Italia nell’agosto 2006 dopo essere stato assolto dall’accusa di aver commesso reati connessi al terrorismo, sarebbe stato sottoposto a tortura in Tunisia. Secondo un memorandum presentato al commissario dall’avvocato di detto cittadino tunisino, l’espulsione è stata attuata in tempi così rapidi da impedire la presentazione di una domanda di soggiorno e di sospensione dell’espulsione ai sensi dell’articolo 39 (misure temporanee) della Corte europea dei diritti dell’uomo.
95. Nel suo memorandum, il commissario notava con profonda preoccupazione di un altro caso di espulsione verso la Tunisia (quello di Cherif Foued Ben Fitouri), avvenuta nel gennaio 2007 grazie al decreto Pisanu (misure urgenti per il contrasto al terrorismo internazionale). Relazioni credibili dimostrano che il deportato è stato sottoposto a torture e altre forme di maltrattamenti, mentre era in stato di detenzione in Tunisia.
96. Nel giugno 2008 il commissario ha appreso di una nuova espulsione per la Tunisia nel quadro della stessa legge (caso di Essid Sami Ben Khemais), questa volta nonostante la precedente presentazione di un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e il fatto che questa avesse chiesto all’Italia, ai sensi dell’articolo 39, di sospendere l’espulsione fino all’esame della denuncia di un rischio reale di essere sottoposto a torture o maltrattamenti gravi se respinto in Tunisia.
97. Il 9 giugno 2008, il commissario ha inviato una lettera alle autorità italiane in cui manifestava le sue preoccupazioni e chiedeva spiegazioni in merito alla politica illustrata dalla suddetta espulsione in Tunisia. La lettera non ha ricevuto risposta, ma durante la sua visita in Italia in giugno il commissario ha appreso dal ministro degli Interni, Roberto Maroni, che l’espulsione aveva avuto luogo dopo il ricevimento di assicurazioni scritte dal ministro della Giustizia tunisina circa il pieno rispetto del diritto dell’espulso a un giusto processo in Tunisia.
98. Il commissario ha espresso al ministro degli Interni la sua particolare preoccupazione per tale espulsione, avvenuta in violazione dell’articolo 34 della Convenzione europea sui diritti umani (diritto a presentare ricorso alla Corte) e della giurisprudenza della Corte, in base alla quale i ricorsi che investono l’articolo 39 sono giuridicamente vincolanti per gli Stati convenuti. Il commissario ha inoltre chiesto al ministro di assumere adeguate misure affinché le autorità monitorino in modo efficace l’accoglienza dell’espulso in Tunisia e proteggano la sua sicurezza e dignità durante il suo soggiorno nel paese.
99. Il commissario ha quindi appreso che il 13 dicembre 2008 un altro cittadino tunisino, Mourad Trabelsi, è stato espulso verso la Tunisia dopo aver scontato una condanna per reati di terrorismo in Italia, nonostante la Corte europea dei diritti dell’uomo avesse richiesto alle autorità italiane, nel novembre 2008, di non procedere alla sua espulsione durante l’esame del ricorso presentato alla stessa Corte ai sensi dell’art. 39.
100. Il commissario rileva in particolare che in questo caso la Commissione territoriale italiana per il riconoscimento dello status di rifugiato, pur avendo respinto la domanda di tale status, nel novembre 2008 aveva chiesto alle autorità competenti a Milano di rilasciare al signor Trabelsi un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ai sensi, tra l’altro, dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (divieto di tortura). A fine dicembre veniva segnalato che né la famiglia dell’espulso né il suo avvocato avevano informazioni su di lui dopo il rimpatrio forzato in Tunisia.
101. Il 15 gennaio, durante gli incontri con i sottosegretari Mantica e Mantovano, il commissario ha sollevato la questione ed ha appreso che l’Ambasciata di Tunisia aveva assicurato alle autorità italiane che il sig. Trabelsi era in carcere e aveva ricevuto le visite della sorella e di un avvocato. Il sottosegretario Mantovano ha assicurato al commissario che i rimpatri forzati basati su assicurazioni diplomatiche sono attentamente monitorati dall’Italia ed ha rilevato che nella stragrande maggioranza dei casi l’Italia si conforma alle richieste formulate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ai sensi dell’’art. 39.
102. Il commissario nel suo memorandum aveva notato un terzo caso precedente di mancata osservanza di una richiesta della Corte europea dei diritti dell’uomo ai sensi dell’art. 39 da parte dell’Italia, verificatasi nel 2005. In questo caso, la ricorrente, una donna rom madre di tre figli, era stata espulsa in Bosnia-Erzegovina nel settembre 2005, nonostante la Corte avesse già applicato l’articolo 39 e chiesto una sospensione del rimpatrio. Le autorità italiane, nella loro risposta al memorandum, osservavano di aver successivamente rintracciato la ricorrente in Bosnia-Erzegovina concedendole un visto che le aveva consentito di rientrare e vivere in Italia.
103. Anche se queste sono eccezioni all’osservanza da parte dell’Italia delle richieste formulate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ai sensi dell’art. 39, il commissario considera tali casi molto preoccupanti; si tratta di casi deplorevoli che mettono a grave rischio l’efficacia del sistema europeo di tutela dei diritti umani. Il commissario ha espresso la sua grave preoccupazione ai sottosegretari Mantica e Mantovano.
Conclusioni e raccomandazioni
104. Il commissario conferma la propria preoccupazione per la situazione di cui sopra e si considera obbligato a sottolineare le seguenti conclusioni e raccomandazioni alle autorità italiane:
105. Il commissario è ben consapevole delle gravi difficoltà affrontate dai paesi del Consiglio d’Europa nei loro sforzi per proteggere le loro società dalla violenza del terrorismo. Nondimeno, le norme europee in materia di diritti umani vietano in modo assoluto che un individuo sia sottoposto a tortura o trattamenti o punizioni inumani o degradanti, a prescindere dalla pericolosità o indesiderabilità della sua condotta. Tale divieto riguarda anche qualsiasi iniziativa che facilita la tortura o trattamenti inumani o degradanti o l’espulsione verso paesi dove l’espulso corre il rischio reale di ricevere tale trattamento. Come sottolineato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, la libertà dalla tortura e dei maltrattamenti è uno dei valori fondamentali delle società democratiche.
106. Il commissario si oppone fermamente al rimpatrio forzato di cittadini stranieri sulla base di assicurazioni diplomatiche provenienti spesso da paesi con una storia comprovata di uso della tortura.
107. Per quanto riguarda in particolare la Tunisia, dove l’Italia ha rimpatriato a forza diverse persone, il commissario rileva che esistono relazioni credibili che attestano l’esistenza di una tendenza al ricorso alla tortura e maltrattamenti dei detenuti, in particolare se arrestati per reati relativi alla sicurezza, compreso il rimpatrio forzato dall’estero.
108. Il commissario esprime la sua particolare preoccupazione per dodici casi di questo tipo che, non essendo risolti a livello nazionale, sono ora oggetto di ricorso contro l’Italia di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo, e quindi aggravano ulteriormente il suo programma di lavoro.
109. Per quanto riguarda le assicurazioni diplomatiche nel contesto del rimpatrio forzato, il commissario intende ribadire e sottolineare che la debolezza implicita in queste pratiche, applicate da taluni Stati membri, risiede propriamente nel fatto che tali garanzie sono necessarie proprio perché vi è chiaramente un riconosciuto e reale rischio di tortura e maltrattamenti. Tali assicurazioni non dovrebbero mai essere considerate attendibili, per i paesi in cui il ricorso alla tortura o maltrattamenti è tollerato dai governi e ampiamente praticato.
110. La debolezza implicita delle assicurazioni diplomatiche è stata dimostrata in due importanti sentenze della Grande camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella causa Chahal c/Regno Unito (15/11/1996) e in quella già citata di Saadi c/Italia (28/02/2008). In entrambe le cause la Corte ha rilevato che l’applicazione dell’espulsione, rispettivamente verso l’India e la Tunisia, degli stranieri ricorrenti costituiva una violazione dell’articolo 3 della Convenzione, nonostante le garanzie diplomatiche richieste (e ottenute nel primo caso) dagli Stati convenuti.
111. In tali circostanze, l’adesione di uno Stato ai trattati internazionali sui diritti umani non può essere considerata di per sé, o in combinazione con le assicurazioni diplomatiche, una garanzia sufficiente e affidabile contro il rischio reale di tortura o di altre forme di maltrattamento vietati dall’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo. In tali casi, gli Stati membri sono invitati a utilizzare le misure alternative al rimpatrio forzato, quali per esempio, nell’ordinamento italiano, la sorveglianza speciale e l’obbligo di soggiorno.
112. Il commissario richiama l’attenzione delle autorità sulle Twenty guidelines on Forced return (2005), del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, in particolare la linea guida n. 20, che riguarda il sistema di monitoraggio e rimedio contro il rimpatrio forzato. Ai sensi del paragrafo 3 di tale linea guida, le operazioni di rimpatrio forzato devono essere perfettamente documentate, in particolare per quanto riguarda il verificarsi di incidenti gravi o l’uso di strumenti coercitivi in tali operazioni.
113. Il commissario desidera sottolineare che in caso di rimpatrio forzato lo Stato che emette il decreto di espulsione ha il dovere di controllare efficacemente il ricevimento dei rimpatriati e garantire la piena tutela della loro sicurezza e dignità. A questo proposito si attira l’attenzione delle autorità sulle linee guida del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sui diritti umani e lotta al terrorismo (2002) e in particolare sulla linea guida XII (asilo, rimpatrio (“refoulement”) ed espulsione) e XIII (estradizione).
114. In questo contesto sarebbe particolarmente auspicabile la traduzione in italiano e la diffusione presso tutti i competenti organi amministrativi e giudiziari delle linee guida sul rimpatrio forzato (Twenty guidelines on forced return), nonché delle linee guida sui diritti dell’uomo e la lotta al terrorismo (Guidelines on Human rights and Fight against Terrorism). Tali linee guida potranno essere inserite anche nei programmi di formazione iniziale e permanente di questi organi.
115. Per quanto riguarda le misure provvisorie ordinate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ai sensi dell’articolo 39, che prevede la sospensione dell’espulsione di uno straniero durante l’esame di un suo ricorso, il commissario desidera sottolineare che queste sono vincolanti e devono essere sempre rispettate dagli Stati membri, in conformità con la giurisprudenza della Corte. Le prassi contrarie a tale obbligo, verificatesi occasionalmente, non sono accettabili e attentano gravemente all’efficacia del sistema europeo di tutela dei diritti umani.
116. Le autorità sono invitate ad adottare tempestivamente tutte le misure necessarie al fine di porre fine a queste prassi e garantire la completa, coerente ed efficace osservanza dell’articolo 34 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo da parte dell’Italia.
117. In conclusione, il commissario desidera osservare che continuerà a monitorare con attenzione gli sviluppi pertinenti e intende adottare tutte le misure necessarie, in conformità con il suo mandato quale istituzione indipendente e imparziale del Consiglio d’Europa, per promuovere l’effettiva attuazione degli standard del Consiglio d’Europa. Il commissario è pronto a proseguire il suo dialogo sincero e costruttivo con le autorità italiane e ad assisterle nei loro sforzi per rimediare alle criticità illustrate nel presente rapporto.
lunedì 27 aprile 2009
Genova, Bagansco: il campo nomadi non può essere una sistemazione permanente
Il “campo nomadi” della Valbisagno, per i suoi abitanti, «non può essere una sistemazione permanente»: lo ha affermato l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, che ha visitato il campo nell’ambito della visita pastorale al vicariato Medio Alto Bisagno
La comunità korakhané (lettori del Corano; cantata anche da De Andrè) di Genova è giovane e proflifica: 80 persone, 42 adulti e 32 minori. Con due neonati nati nei mesi scorsi e altre due mamme con il pancione.
E la foto simbolo è proprio quella del cardinale con in braccio uno degli ultimi nati del campo che dapprima lo guarda con un po’ di diffidenza e poi gioca con Bagnasco facendo una delle cose che tutti i bambini provano a fare: strappare gli occhiali alla persona che li tiene in braccio.
Bagnasco ha ricevuto in omaggio i dolci tipici della comunità: «porterò nel mio cuore e nelle mie preghiere il vostro desiderio di uscire di qua» e, «molto volentieri porterò nelle sedi competenti le vostre richieste, con una parola ed un incoraggiamento».
In merito alle richieste dei Rom, che chiedono integrazione e case, il card. Bagnasco ha poi affermato che «è necessario dare risposte da tutte le parti, per una convivenza il più possibile serena, produttiva e positiva fra tutte le diverse presenze della nostra gente» con «tranquillità, serenità e con la volontà di una reciproca accoglienza». Ha poi parlato di «crescita di una coscienza comune» per far sì che la «convivenza e la coesistenza siano veramente realtà e non parole o ideali».
In occasione della sua visita odierna al campo nomadi della Valbisagno, i Rom hanno informato il card. Angelo Bagnasco dell’apertura della sezione genovese dell’Opera Nomadi, un ente morale «nato per i Rom e i Sinti del territorio» che ha l’obiettivo di rendere i Nomadi «finalmente padroni del nostro destino e di permetterci di gestire in prima persona i rapporti delle comunità con le istituzioni». Il saluto ufficiale al Cardinale, i Rom lo hanno affidato ad un testo letto alternativamente da cinque bambini.
Nel messaggio, i Rom hanno espresso «riconoscenza e gratitudine al Cardinale Bagnasco per l’interesse che dimostra per la nostra causa e la volontà di intervenire ed aiutarci nella rivendicazione dei nostri diritti fondamentali». «Speriamo che questo incontro - hanno aggiunto - rappresenti un ponte virtuale di fratellanza e reciproca solidarietà tra cattolici e musulmani».
Dopo aver ripercorso le vicende storiche che hanno portato i Rom korakhané in Italia, i Rom hanno poi spiegato al card. Bagnasco che «il popolo Rom è qui in Italia per migliorare le condizioni di vita nel rispetto di tutti» e che «nonostante tra noi ci siano persone che hanno vissuto di espedienti, sfociando a volte nell’illegalità, l’obiettivo del nostro gruppo è l’integrazione totale». Hanno quindi ringraziato la cittadinanza di Genova «per l’ospitalità che ci riserva da ormai più di 30 anni» e che «ci ha permesso di integrarci nella società cittadina». Nel campo, attualmente vivono 38 bambini, 22 donne e 20 uomini
Il cardinale ha poi citato la «presenza fedele» della Comunità di Sant’Egidio, che opera ormai da decenni per l’integrazione dei Rom, perché «il bene non si fa occasionalmente ma nella continuità». L’attività di Sant’Egidio è, ha aggiunto, «segno della vicinanza della Chiesa alla vostra gente ed alla vostra cultura». da Il Secolo XIX
sabato 25 aprile 2009
L'uomo delinquente
"Sono l'imagine viva di una razza intera di delinquenti, e ne riproducono tutte le passioni ed i vizi. Hanno in orrore (.) tutto ciò che richiede il minimo grado di applicazione; sopportano la fame e la miseria piuttosto che sottoporsi ad un piccolo lavoro continuato; vi attendono solo quanto basti per poter vivere; sono spergiuri anche tra loro; ingrati, vili, e nello stesso tempo crudeli, per cui in Transilvania corre il proverbio, che cinquanta zingari possono esser fugati da un cencio bagnato; incorporati nell'esercito austriaco, vi fecero pessima prova. Sono vendicativi all'estremo grado: uno di questi, battuto dal padrone, per vendicarsene, lo trasportò in una grotta, ne cucì il corpo in una pelle, alimentandolo colle sostanze più schifose, finché morì di gangrena. Per poter saccheggiare Lograno avvelenarono le fonti del Drao: e quando li credettero morti i cittadini entrarono in massa nel paese che fu salvato da uno che l'aveva saputo.
Dediti all'ira, nell'impeto della collera, furono veduti gettare i loro figli, quasi una pietra da fionda, contro l'avversario; e sono, appunto come i delinquenti, vanitosi, eppure senza alcuna paura dell'infamia. Consumano in alcool ed in vestiti quanto guadagnano; sicché se ne vedono camminare a piedi nudi, ma con abito gallonato od a colori, e senza calze, ma con stivaletti gialli. Hanno l'imprevidenza del selvaggio e del delinquente. Si racconta, come una volta, avendo respinto da una trincea gl'Imperiali, gridassero loro dietro: "Fuggite, fuggite, ché se non scarseggiassimo in piombo, avremmo fatto di voi carnificina". E così ne resero edotti i nemici, che ritornando sulla loro via, ne menarono strage.
Senza morale eppure superstiziosi (Borrow) si crederebbero dannati e disonorati se mangiassero anguille o scojattoli, eppure mangiano... carogne quasi putrefatte. Amanti dell'orgia, del rumore, nei mercati fanno grandi schiamazzi; feroci, assassinano senza rimorso, a scopo di lucro; si sospettarono, anni sono, di cannibalismo. Le donne sono più abili al furto, e vi addestrano i loro bambini; avvelenano con polveri il bestiame, per darsi poi merito di guarirlo, o per averne a poco prezzo le carni; in Turchia si danno anche alla prostituzione. Tutte eccellono in certe truffe speciali, quali il cambio di monete buone contro le false, e nello spaccio di cavalli malati, raffazzonati per sani, sicché come fra noi ebreo era, un tempo, sinonimo di usurajo, così, in Spagna, gitano è sinonimo di truffatore nel commercio di bestiame.
Lo zingaro in qualunque stato o condizione si trovi, conserva la sua abituale e costante impassibilità, senza sembrar preoccupato dell'avvenire, vivendo giorno per giorno in una immobilità di pensiero assoluta, ed abdicando ad ogni previdenza".
Cesare Lombroso, "L'uomo delinquente" (1876)
venerdì 24 aprile 2009
Milano, una brutta storia è utilizzata per istigare all'odio razziale
Da alcuni giorni tutti i quotidiani italiani parlano di una ragazza rom, ventenne di origine bosniaca che l’anno scorso è scappata dalla propria famiglia, dove veniva maltrattata e molestata. Ieri la polizia ha fatto irruzione nell’insediamento, dove vive la famiglia della ragazza. L’operazione, denominata “leonessa”, ha portato all’arresto di dodici persone accusate di riduzione in schiavitù, furto e possesso di armi e droga.
Scioccante il racconto della ragazza che è stata picchiata e maltrattata perché rifiutava di andare a rubare. Particolarmente raccapricciante l’accusa al padre di molestie: «Appena sono venuta in Italia, ancora minorenne, mio padre ha cercato di convincermi a sposare un nomade bosniaco che avesse pagato una buona cifra in euro. Era cieco da un occhio, i capelli lunghi così, grasso. Al mio rifiuto mio padre ha cominciato a toccarmi nelle parti intime e a cercare più volte di spogliarmi, dicendomi che se non volevo sposarmi con nessuno dovevo fare l’amore con lui. Ha aperto il mio reggiseno e i pantaloni. Queste molestie si sono ripetute una volta ogni 2-3 settimane fino a quando sono riuscita a scappare».
Una bruttissima storia con un lieto fine perché da un anno la ragazza è in una comunità, frequenta la scuola e secondo la Questura di Milano gli sarà concesso il permesso di soggiorno. Ma purtroppo questa bruttissima storia è subito diventata un pretesto per diffamare, infamare e istigare all’odio razziale contro tutti i Rom.
Naturalmente nel diffamare si distingue il Vice Sindaco di Milano Riccardo De Corato che ha trasformato in stupri di gruppo le molestie sessuali subite dalla ragazza. Ma sono sconcertanti le osservazioni scritte dal Pubblico Ministero Guido Salvini nell’ordinanza di custodia cautelare per le dodici persone arrestate.
Scrive il Pm: «È prevedibile - osserva il giudice - che qualcuno degli indagati intenda invocare gli usi e le consuetudini delle popolazioni zingare che sono solite sia utilizzare i bambini nell'accattonaggio sia provvedere al mantenimento dei nuclei familiari imponendo a ciascuno dei suoi membri di dedicarsi a furti a vantaggio di tutto il gruppo, in un contesto di prevalenza sui più deboli da parte di coloro che possiedono nella comunità l'autorità parentale e maschile».
E ancora: «Un popolo allogeno come quello degli zingari quando si insedia nel territorio italiano è obbligato a osservare le norme dell'ordinamento giuridico vigente nel nostro territorio e non può invocare in alcun modo le proprie usanze per chiedere che sia esclusa l'antigiuridicità di comportamenti vietati dalle norme penali».
L’associazione Sucar Drom ritiene tali osservazioni diffamatorie, infamanti e atte all’istigazione all’odio razziale. I Rom e i Sinti non sono soliti ad imporre ai propri figli il furto o l’accattonaggio. Maltrattare i propri figli non è un tratto culturale dei Rom ne tantomeno dei Sinti. Inoltre, sarà bene chiarire al Pubblico ministero che la stragrande maggioranza degli “zingari” sono in Italia dal 1400 e molti di loro, fuggiti miracolosamente dallo sterminio, hanno perso la loro vita per la nascita della Repubblica italiana, partecipando attivamente alla lotta partigiana.
L’associazione Sucar Drom si impegnerà a denunciare il dott. Guido Salvini e chiede a tutte le associazioni che lottano contro il razzismo di attivarsi perché questo funzionario dello Stato italiano sia censurato e punito per le sue gravissime affermazioni razziste.
Roma, Opera Nomadi e Miur hanno firmato l'ennesimo accordo inconcludente?
Questa mattina presso il Ministero dell'Istruzione, dell'Universita' e della Ricerca, è stato firmato il protocollo d'intesa con l'Opera Nomadi per la tutela dei minori rom, sinti e camminanti, volto a favorire la scolarizzazione dei minori appartenenti a quelle comunità, a contenere la dispersione scolastica e ad eliminare l'abbandono scolastico, attraverso la realizzazione di azioni progettuali congiunte tra l'Amministrazione centrale, l'Ente morale firmatario e gli enti locali dei territori interessati da forte presenza di Rom e Sinti.
''La firma del protocollo arriva dopo un periodo di attento studio e valutazione, compiuto dalla Direzione per lo Studente e dal suo Direttore, con il quale abbiamo lavorato in stretta sinergia in questi mesi, sulle azioni da realizzare per la scolarizzazione dei minori Rom, sinti e camminanti, nonché sull'opportunità di dialogare con partner qualificati e responsabili'', commenta Massimo Converso (in foto), presidente nazionale dell'Opera Nomadi.
''L'Opera Nomadi - continua Converso - è certa che il Miur vorrà con energia e metodo affrontare l'evasione scolastica delle migliaia di bambini di strada Rom rumeni, la forte dispersione scolastica e il ritardo didattico dei minori Rom e sinti italiani e, in collaborazione con gli Enti locali, avviare azioni di coordinamento per la formazione dei mediatori culturali Rom e sinti, azione che costituisce uno degli obiettivi primari del Protocollo e una delle chiavi di volta perché le azioni di scolarizzazione risultino vincenti''.
Noi di sucardrom abbiamo anni fa criticato il protocollo stipulato tra l’Opera Nomadi e il Ministero, essenzialmente perché le azioni contenute non contemplano nessuna delle indicazioni racchiuse nelle Raccomandazioni n. R (2000) 4 e n. 1557/2002 del Consiglio d’Europa. In sintesi la scuola dovrebbe rimodulare la propria didattica in modo che i minori sinti e rom trovino nella scuola tracce della propria cultura, storia e lingua. Inoltre, invitiamo di nuovo Massimo Converso a smetterla di sparare cifre a vanvera: “l'evasione scolastica delle migliaia di bambini di strada Rom rumeni”.
E’ comunque da sottolineare una novità positiva: il riconoscimento dell’importanza della mediazione culturale. Ora sarà da verificare come si potrà tramutare in realtà questa novità e soprattutto si vedrà se i Sinti e i Rom saranno protagonisti o se ancora una volta subiranno le imposizioni di appartenenti alla società maggioritaria, in senso numerico.
Roma, l'ultima ordinaria aggressione istituzionale
Alcuni poliziotti e numerosi militari della Folgore si sono presentati questa mattina presso il campo rom situato tra via Centocelle e via Togliatti [Municipio VII], a Roma, minacciando le famiglie di abbandonare quel posto entro mercoledì; in caso contrario, hanno detto gli agenti, «distruggeremo tutto quello troveremo e vi porteremo via i bambini».
Questa l’ultima ordinaria aggressione istituzionale, nella città di Alemanno e del rom che vince il Grande fratello. Eppure, anche in questo caso, si tratta di un gruppo di famiglie di rom romeni molto pacifiche: sono circa un centinaio di persone e hanno un’età metà media 25 anni, la metà di loro sono bambini che frequentano le scuole del quartiere.
«Sono stati più volte identificati, nessuno di loro ha precedenti penali – spiega Gianluca dell’associazione Popica, subito intervenuto al campo – Addirittura quattro bambini hanno ricevuto delle borse di studio per il loro impegno. Un mese fa quelle famiglie rom e alcune associazioni avevano scritto al Comune e al Municipio per chiedere un luogo dove sopravvivere, ma nessuno ha risposto».
In questo momento, una dellegazione dei rom e alcuni rappresentanti di associazioni antirazziste sta entrando presso la sede Municipio VII per ottenere quelle risposte. Proprio ieri Roma aveva ospitato il primo congresso nazionale della federazione Rom e Sinti Insieme. di Carta
Rom e Sinti, chiuso il primo Congresso nazionale
Riconoscimento dello status di minoranza storico linguistica per Rom e Sinti, immediato abbandono della politica fallimentare dei campi nomadi, abbandono delle politiche differenziate per Rom e Sinti e processi di formazione per una partecipazione attiva.
In altre parole: formazione, cittadinanza e abitazione per passare dalla mediazione alla partecipazione attiva, abbandonando politiche di assistenzialismo. Queste le richieste principali dei rappresentanti Rom e Sinti, al centro del 'I Congresso della federazione Rom e Sinti Insieme', che si è svolto ieri e oggi presso la sede Unicef di via Palestro, a Roma.
Obiettivo della federazione, infatti, quello di avere un ruolo attivo e propositivo, per un dialogo diretto con il governo, le istituzioni e la società civile. E obiettivo del congresso romano: coinvolgere Rom e Sinti e tutti coloro che direttamente o indirettamente in Italia sono impegnati nella questione rom-sinta per una riflessione, un'analisi e un confronto sul processo di riconoscimento dei diritti di cittadinanza e di minoranza linguistica e per stimolare processi di formazione alla partecipazione.
"Le linee comuni che sono emerse, al termine del congresso - ha spiegato il presidente della Federazione Nazzareno Guarnieri (in foto) - sono due: la prima è la necessità di passare dalla mediazione alla partecipazione attiva per abbandonare politiche di assistenzialismo. E l'altra è di e passare da una cultura, quella rom e sinta, che era utilizzata dalla politica, come nel caso dei campi nomadi, a una politica per la nostra cultura".
Tra le persone intervenute al congresso, anche una rom di 16 anni dell'Arco di Travertino, a Roma, che ha raccontato di aver dovuto cambiare istituto perchè discriminata dalla preside. La ragazzina frequenta il secondo anno di un istituto alberghiero. Un fenomeno confermato da Laura Baldassarre dell'Unicef, che ha sottolineato come i Comitati di sicurezza Onu per l'infanzia abbiano verificato discriminazioni a tutti i livelli per i Rom e Sinti. E per questo ha sollecitato le associazioni presenti all'auditorium Unicef a "una cooperazione per predisporre insieme delle politiche anti-discriminazione". Di seguito il comunicato stampa della federazione
Ampia è stata la partecipazione di Rom e Sinti provenienti da tutta Italia che hanno dibattuto, con parlamentari di diversa estrazione politica e rappresentanti della società civile, sulle loro condizioni economico sociali e sulle loro aspirazioni.
Il congresso si è svolto all’insegna di due slogans: dalla mediazione alla partecipazione attiva; ieri la nostra cultura per una politica, oggi e domani una politica per la nostra cultura.
Il congresso ha approvato una mozione che individua sei obbiettivi strategici:
1. Riconoscimento dello status di minoranza storico-linguistica
2. Accesso alla cittadinanza secondo il principio dello ius soli
3. Superamento dei campi nomadi e individuazione di soluzioni abitative
4. Denuncie e contrasto dell’anti-ziganismo montante
5. Promozione di politiche di formazione professionale e occupazioni stabili
6. Impegno per la diffusione della conoscenza delle culture rom e sinte per combattere pregiudizi e discriminazioni.
mercoledì 22 aprile 2009
Rom e Sinti, il Governo italiano calpesta i nostri diritti
Il governo italiano ''sta calpestando i diritti dei rom fallendo tutte le politiche di integrazione per i Rom e SinTi''. E' questa la principale posizione emersa dal primo congresso nazionale della federazione “Rom Sinti Insieme” che si svolge nella sala auditorium dell'Unicef.
L'obiettivo del congresso è la realizzazione di un ruolo attivo e partecipante nelle politiche sociali e istituzionali dei Rom e dei Sinti, attraverso il riconoscimento della minoranza linguistica, la diffusione della conoscenza della cultura rom e sinta, l'affermazione della cultura della legalità e il superamento di ogni forma di discriminazione.
In una mozione che sarà votata domani dal congresso si attacca esplicitamente il ministro degli esteri, Franco Frattini, per alcune dichiarazioni rilasciate quando era commissario europeo per la giustizia e la libertà.
Critiche anche alla gestione del problema campi nomadi nella Capitale sono arrivate anche dall'assessore al bilancio della Regione Lazio, Luigi Nieri, secondo cui ''la giunta Alemanno sta calpestando i diritti dei Rom con sgomberi indiscriminati. Dobbiamo però, allo stesso tempo, prendere atto che in questi anni le politiche per i nomadi, in questa città, sono state tutte fallimentari. La sicurezza e l'integrazione si garantiscono attraverso l'offerta di una soluzione abitativa vera''. Da mesi ''stiamo assistendo increduli a una escalation razzista e xenofoba che ha visto voi Rom e Sinti oggetto di trattamento normativo e pratico inqualificabile. In Italia esiste un problema sicurezza - ha aggiunto Nieri -. Ma a rischio sono gli immigrati oggetto ogni giorno di aggressioni e di violenze''. Sul tema dei campi nomadi si e' espresso anche Luigi Camilloni, presidente dell'osservatorio sociale. ''Giusta, condivisibile ed opportuna la chiusura dei campi nomadi perchè non possono essere delle soluzioni definitive al problema abitativo dei rom e l'unica via dignitosa e' appunto quella di chiuderli tutti''. Ma ''basta sopratutto con la politica dello struzzo, bisogna avere il coraggio a due mani per iniziare a dare un'alternativa alle reali condizioni di vita dei nomadi, cosa che finora e' mancato per ipocrisia generale''.
Durante la prima giornata sono state letti i diversi messaggi di politici italiani, a partire da quello del Presidente della Camera Gianfranco Fini.
Il Ministro Frattini è un bugiardo
"L'Italia non è un Paese razzista". E' quanto premette il ministro degli Esteri, Franco Frattini con una faccia tosta che ha dell’inverosimile rispondendo nell'aula di Montecitorio, nel corso del 'question time', all'interrogazione rivolta da Italia dei valori sui rilievi mossi dal comitato di esperti dell'Ilo e dal Consiglio d'Europa sul trattamento dei lavoratori immigrati.
Il ministro Frattini ha dichiarato: "Quei rapporti non sono ne dell'Onu ne dell'Ilo, l'organizzazione internazionale del lavoro, ma di un gruppo di esperti che ha raccolto alcune considerazioni e che non formano quindi un atto ufficiale -osserva il titolare della Farnesina- Quanto al Consiglio d'Europa, abbiamo risposto puntualmente: si tratta di iniziative in corso, su cui la Commissione Ue è stata informata e su cui, con i ministri dell'Interno e del Lavoro, abbiamo espresso quali siano i nostri punti di vista".
L’inverosimile arriva con questa dichiarazione: "l'Italia è un Paese il cui Governo e il cui popolo sono fortemente contro ogni intolleranza e ogni episodio di razzismo. Lo abbiamo dimostrato nelle iniziative per l'integrazione delle comunità rom, per i diritti dei bambini che devono andare a scuola e non nelle strade a mendicare, per il reinserimento sociale di queste comunità più sfortunate".
Davvero un’incredibile dichiarazione da parte di chi è stato addirittura censurato da tutto il Parlamento Europeo per le sue dichiarazioni razziste contro i rom. Forse qualcuno non se lo ricorda ma è successo questo:
Frattini, all’epoca Commissario europeo per la giustizia e la libertà, aveva dichiarato ai giornali italiani: "Quello che si deve fare è semplice: si va in un campo nomadi a Roma, ad esempio sulla Cristoforo Colombo, e a chi sta lì si chiede: tu di che vivi? se quello risponde: 'non lo so', lo si prende e lo si rimanda in Romania. Così funziona le direttiva europea. Semplice e senza scampo".
Schulz (pse) aveva accusato Frattini, senza mezzi termini, di aver parlato più pensando a un suo eventuale futuro politico in Italia come ministro del centro destra che come commissario europeo preposto alla tutela dei diritti dei cittadini Ue.
"Sono stato sorpreso - ha detto Schulz - dalle dichiarazioni da parte del commissario che si era conquistato il rispetto del nostro gruppo per il suo buon senso; ma ciò che ha detto al 'Messaggero' no, non si può accettare: non si può espellere un cittadino solo considerando il reddito percepito, così si dà adito al peggiore arbitrio. Lei - ha concluso il capogruppo Pse rivolgendosi a Frattini - deve fare il suo dovere di commissario, non pensare a un suo possibile ruolo ministeriale in un futuro governo italiano".
Watson, capogruppo liberaldemocratico, aveva anche ripreso il paragone fra le persecuzioni degli ebrei e quelle dei rom, e ha poi qualificato come "un fraintendimento colossale" l'equiparazione dei rumeni ai rom. "Lei non deve fare politica faziosa, deve assolvere il suo ruolo di commissario, e non pensare alla sua eventuale carriera politica futura in Italia".
Alla fine del dibattito il Parlamento europeo aveva decretato a larghissima maggioranza: [il Parlamento europeo] ritiene che le recenti dichiarazioni rilasciate alla stampa italiana da Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione, in occasione dei gravi episodi verificatisi a Roma, siano contrarie allo spirito e alla lettera della direttiva 2004/38/CE, direttiva che gli si chiede di rispettare pienamente.
Oggi Frattini dice che l’Italia sta dimostrando di non essere razzista proprio con le misure a “favore” dei rom. Quali sono queste misure per l’integrazione? Sgomberi, schedature, campi di concentramento, regolamenti discriminatori, eccetera, eccetera. Se questo non è razzismo… di Carlo Berini
Ginevra, Human Rights Watch: "Italia devi aderire al documento finale"
Ha preso il via a Ginevra la terza giornata di lavori della Conferenza dell'Onu sul razzismo (Durban 2) dopo l'approvazione per acclamazione - ieri con tre giorni di anticipo - del documento finale per ribadire la lotta a tutte le forme di intolleranza con un richiamo al piano delineato dalle Nazioni Unite otto anni fa a Durban. In mattinata sono attesi gli interventi, tra gli altri, dei delegati di Gran Bretagna, Francia e Svezia, che parlerà a nome dell'Ue in veste di prossimo presidente di turno, dal momento che la delegazione della Repubblica Ceca (attuale presidente dei 27) due giorni fa ha deciso di lasciare definitivamente i lavori della Conferenza come "risposta al discorso del presidente iraniano Ahmadinejad nel quale si descrive Israele come un Paese con un governo razzista". I lavori di Durban 2 si concluderanno, come previsto, venerdì, quando i partecipanti alla Conferenza saranno chiamati ad esprimere eventuali riserve sul testo adottato ieri (143 punti in 16 pagine).
"I governi che hanno boicottato la Conferenza contro il razzismo ora devono dimostrare il loro impegno nella lotta contro il razzismo aderendo alla Dichiarazione finale". E' l'appello che Human Rights Watch, Ong che difende di diritti umani, ha fatto alla decina di Paesi, compresi gli Stati Uniti e l'Italia, che hanno boicottato la Conferenza dell'Onu 'Durban 2'. Ieri a Ginevra, con tre giorni di anticipo, è stata adottata all'unanimità la dichiarazione finale contro tutte le forme di razzismo ed intolleranza. In questo modo, ha sottolineato Hrw in un comunicato, la Conferenza sarà ricordata "per l'impegno nei confronti delle vittime del razzismo e non per il discorso incendiario" del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. L'adozione del documento finale "all'indomani del discorso di Ahmadinejad - ha detto Juliette de Rivero, direttrice della Ong a Ginevra - costituisce un messaggio chiaro contro l'intolleranza".
"La Francia ha deciso di restare per fare sentire un'altra voce, quella della tolleranza e della responsabilità ". Così l'ambasciatore francese presso le Nazioni Unite, Jean-Baptiste Mattei, ha rivendicato la scelta di Parigi di partecipare alla Conferenza Onu sul razzismo in corso a Ginevra, boicottata da una dozzina di Paesi tra cui Italia e Stati Uniti per il rischio di derive antisemite. "Non accetteremo che questa Conferenza sia distolta dal suo obiettivo, né presa in ostaggio. Non accetteremo che questa diventi una tribuna d'odio. Coloro che fanno simili affermazioni (contro Israele, ndr), come il presidente iraniano, si discreditano da soli", ha detto Mattei nel suo intervento. L'ambasciatore ha inoltre ribadito "la necessità di mobilitarsi per lottare contro ogni forma di razzismo e xenofobia, compreso l'antisemitismo. La memoria dell'Olocausto é lì per ricordarcelo e la sua negazione - ha aggiunto Mattei - è inaccettabile".
Ue, il razzismo è un fenomeno dilagante ma sconosciuto
Sareste stati vittime di 5 episodi di discriminazione negli ultimi 12 mesi, specialmente nella ricerca di un lavoro o facendo shopping o vedendovi negato il servizio in un ristorante, café o bar. Non avreste riferito di questi incidenti ad alcuna organizzazione, perché, secondo voi, niente sarebbe cambiato o perché neppure avreste saputo a chi rivolgervi. Ecco come vi sentireste, se voi foste un Rom nato in una degli stati dell’Ue.
L’esempio lo ha fatto Morten Kjaerum, direttore dell’Agenzia dell’Unione europea dei diritti fondamentali (Fra) che ha condotto la prima indagine sulle esperienze di discriminazioni e crimini razziali nei confronti di gruppi di immigrati e minoranze etniche.
Mentre la Conferenza dell’Onu sul razzismo (Durban 2) ha approvato da poche ore il documento finale per ribadire la lotta alla xenofobia e all’intolleranza (all’ombra del boicottaggio di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, e degli attacchi contro Israele sferrati dal presidente iraniano Mahumud Ahmadinejad), sul fronte Ue arrivano cattive notizie: l’indagine mostra come i casi di discriminazione, persecuzione e violenza a sfondo razziale sono molto più diffusi di quanto registrato nelle statistiche ufficiali.
La maggioranza (il 55%) degli immigrati e delle minoranze interessate dall’indagine della Fra ritiene che la discriminazione basata sulle origine etniche sia diffusa nel proprio paese e il 37% afferma di aver subito personalmente discriminazioni nell’ultimo anno. Ancora più allarmante il dato sui crimini razziali: il 12% del campione ha dichiarato di esserne stato vittima negli ultimi 12 mesi. Chi subisce una discriminazione nella stragrande maggioranza dei casi non le denuncia: l’82% ha dichiarato di non aver segnalato l’esperienza più recente (il 64% pensa che, in caso di denuncia, niente sarebbe cambiato e l’80% non era a conoscenza di organizzazioni che potessero offrire sostegno o consiglio alle vittime).
La prima parte dell’indagine si è concentrata sui Rom e Sinti che sono i più vulnerabili alla discriminazione e ai crimini razziali. Da un’apposita relazione (la prima di una serie sui gruppi di minoranze) emerge un quadro inquietante per i 12 milioni di Rom e Sinti stimati nell’Ue: a seconda del paese, il 66-92% dei Rom e dei Sinti non ha denunciato la più recente esperienza di discriminazione ad alcuna autorità competente e la mancanza di fiducia nell’applicazione della legge e nelle strutture della giustizia è stata riferita dal 65-100% dei Rom intervistati.
Tra i sette paesi campione (Bulgaria, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia), la Repubblica ceca è quello in cui è emerso il più alto livello di discriminazione: il 64% dei rom intervistati ha dichiarato di essere stato discriminato negli ultimi 12 mesi. Segue l’Ungheria con il 62%.
I rom in Bulgaria e Romania hanno invece riferito i più bassi livelli di discriminazione (26% e 25%). «I dati dimostrano che la discriminazione e i crimini razziali sono un’esperienza quotidiana per i rom. I politici e altre figure pubbliche devono pronunciarsi e dare l’esempio sulla tutela dei diritti umani – ha dichiarato Morten Kjaerum – L’incremento della consapevolezza per prevenire la discriminazione è necessario al pari delle sanzioni severe contro coloro che attuano discriminazioni nei confronti dei rom». di Ilaria Verunelli
Rom e Sinti, si apre oggi il primo congresso
Si aprirà fra qualche ora il primo congresso della federazione “Rom e Sinti Insieme”. L’associazione Sucar Drom e l’associazione Nevo Drom presenteranno domani mattina una mozione/documento dal titolo unità e partecipazione.
La mozione/documento è ancora in discussione e una stesura definitiva sarà appunto presentata domani mattina anche perché molte associazioni ci stanno contattando per poter contribuire alla scrittura. Pubblichiamo la premessa e con il sommario dei punti programmatici che saranno presentati.
Unità e partecipazione.
Il progetto “Rom e Sinti Insieme”, fin dal suo esordio, si era posto due finalità
1. unire di tutte le organizzazioni, dove i Sinti e i Rom esercitavano un potere reale, per raggiungere l’unica meta condivisa: promuovere azioni a favore del riconoscimento dello status di minoranze storiche linguistiche;
2. implementare la partecipazione diretta e diffusa dei Sinti e dei Rom.
Erano finalità ambiziose e mai nessuno era riuscito a raggiungerle per diverse ragioni. Ma a Mantova dal 24 marzo 2007 (in foto) tutte le organizzazioni si sono sedute al tavolo e hanno iniziato a confrontarsi. Da questo confronto è nata la proposta di legge n. 2858, presentata in Parlamento l’undici ottobre 2007 dall’onorevole Merecedes Frias e dai rappresentanti di “Rom e Sinti Insieme”. Un successo non completo perché il Governo è caduto dopo pochi mesi, proprio quando la maggioranza parlamentare sembrava pronta a legiferare.
Il secondo obiettivo, la partecipazione, ha vissuto in Italia un’accelerazione senza precedenti, tantissime nuove associazioni sono nate negli ultimi due anni, proprio sulla spinta del progetto “Rom e Sinti Insieme” ma la partecipazione si è anche allargata in tutti i campi, compreso quello politico. Proprio l’accelerazione sulla partecipazione ha portato “Rom e Sinti Insieme” a confrontarsi con diversi problemi, non da ultimo un bisogno legittimo di protagonismo dopo tanti anni di silenzio.
Oggi viene celebrato il primo congresso della federazione “Rom e Sinti Insieme” e tutte le associazioni devono ragionare su quale strada intraprendere nei prossimi anni. Siamo a un bivio! Rafforzare le due finalità di Mantova: unità e partecipazione o costruire un’associazione nazionale sul modello delle tante presenti in Italia. Una terza strada oggi non esiste se non si vuole affermare una cosa e poi fare l’esatto contrario.
Sucar Drom e Nevo Drom chiedono a tutte le associazioni di rafforzare unità e partecipazione! Anche a scapito di un’associazione più presente sugli innumerevoli problemi che affliggono oggi le popolazioni sinte e rom. Pochi obiettivi ma condivisi da tutti. Il contrario sarebbe l’inevitabile divisione che rischia di perpetrare gli sbagli fatti nei decenni passati, come si è dimostrato in questi mesi.
Implementare la partecipazione diffusa in una logica di empowerment deve essere una priorità di tutte le associazioni e di conseguenza deve essere una priorità per la federazione “Rom e Sinti Insieme” se ciò non fosse si rischia l’autoreferenzialità.
Crediamo fondamentale superare l’attuale fase che rischia di portarci appunto all’autoreferenzialità, attraverso la promozione della partecipazione come un fine in sé, mirante al rafforzamento del potere dei Sinti e dei Rom in tutti i processi decisionali che li riguardano e non solo, accrescendo il loro controllo sulle scelte relative ai processi di cambiamento. Nuove capacità acquisite attraverso il processo partecipativo stimolano un ruolo attivo e dinamico delle comunità Sinte e Rom che si espande oltre i confini di un progetto particolare e investe processi di trasformazione sociale di più vasta portata.
Sucar Drom e Nevo Drom propongono che “Rom e Sinti Insieme” affronti nei prossimi tre anni gli obiettivi, con alcune modifiche, che tutti abbiamo condiviso a Cecina il 25 luglio 2007:
1. Riconoscimento dello status di minoranze storiche linguistiche;
2. Il diritto di suolo (jus sanguinis) e il diritto di residenza;
3. Diffusione della conoscenza sulle culture sinte e rom e impatto sull’opinione pubblica;
4. Lavoro;
5. Habitat e “campi nomadi”;
6. Lotta al razzismo e alle discriminazioni, diritti / doveri;
7. Strategia nazionale
Potevo vincere il Grande Fratello
È imbarazzante, può apparire ridicolo. Ma è la pura verità. Come, sono certa, dimostrerà la storia che sto per raccontare. Una storia complicata. Ma quel che mi imbarazza - e che può apparire ridicolo - si riassume in cinque parole: potevo vincere il Grande Fratello. Ma andiamo con ordine. Nel settembre scorso alla federazione Rom e Sinti Insieme giunse la voce che il Grande Fratello era alla caccia di un Rom che avrebbe dovuto partecipare al programma, dopo una riflessione comune si giunse alla conclusione che qualcuno di noi avrebbe dovuto «sacrificarsi» e provarci con il mandato: vai a difendere il tuo popolo, a dare un esempio positivo di come anche i rom sono capaci di studiare, persino laurearsi e a raccontare qualcosa su quello che significa essere Rom, sulla storia, sulla cultura per abbattere i pregiudizi e cercare di scalfire l’odio che ci circonda. Quando ho accettato ho pensato subito alle file infinite nei centri commerciali e ai fiumi di ragazzi e ragazze in attesa di fare il loro provino. Ma non fu così: fui invece contattata direttamente, fissai un appuntamento e scavalcando tutte le file andai a fare il provino. In un ambiente accogliente e gentile, prima mi hanno fatto un’intervista video, nella quale dissi che la ragione per cui avevo accettato il provino era avere un’occasione importante e soprattutto rivolta a un grande pubblico di giovani di parlare del mio popolo e contribuire a combattere la discriminazione nei nostri confronti e il razzismo in Italia. Poi mi hanno fatto delle domande sulla mia famiglia, ma non ho potuto dire tanto se non che vengo da una famiglia normale: nessun trauma, nessun campo, nessun disastro. Mi hanno chiesto della mia vita personale se sono sposata, divorziata, poi dovevo dare dati personali del mio compagno e alla fine mi hanno fatto compilare un questionario tipo test attitudinale. C’era anche Graziano. L’altro rom che si era dichiarato disponibile era Graziano Halilovic, attivista rom, cresciuto in un campo, istruito, giovane e completamente integrato ma con orgoglio della propria storia e identità. Devo dire con sincerità che ho provato sollievo quando non li ho più sentiti e quando ho poi saputo che comunque era stato scelto un ragazzo rom, Ferdi.
Sarei stata contenta se non fosse per il fatto che Ferdi portava con sé una storia «zingara». I critici televisivi ci spiegano che nei reality è arrivata l’ora del «sociale». Largo quindi ai diversi, agli svantaggiati, alle storie commoventi che imperversano su tutti i canali. Così anche al Grande Fratello arrivano gli sfigati e in questo Paese chi è più sfigato di un rom? Ferdi, un rom montenegrino giovane e carino con una storia personale veramente pesante: genitori cattivi, fuga prima a piedi per le montagne del Montenegro e dell’Albania, poi in gommone verso il paese del bengodi, l’Italia, in giro per i campi rom, il padre ubriaco e violento, il suo salvataggio da parte delle forze dell’ordine, il ricovero in un istituto e il riscatto di un lavoro. Ferdi era perfetto se si voleva rappresentare il caso umano e pietoso e nello stesso tempo non rompere i tabù dei luoghi comuni e del pregiudizio. Lui, il bambino vittima ma riscattato, diventato un buon cittadino italiano, i suoi genitori, i rom rappresentano invece faccia cattiva del popolo rom, quella dell’immaginario collettivo, della propaganda leghista, per la quale tutti rom sono ladri, sfruttatori dei figli e ladri dei bambini altrui. I rom che a Roma hanno festeggiato la sua vittoria hanno colto giustamente il lato che a loro interessa di più. Graziano Halilovic ha dichiarato che «per questi ragazzi Ferdi è diventato un modello positivo; per la prima volta in televisione hanno sentito parlare di un rom senza vedere il suo volto associato ad episodi di cronaca nera. Al di là dell´opinione che si può avere sui reality-show la partecipazione di un rom ad una trasmissione televisiva è sentita dagli abitanti dei campi nomadi di Roma come un motivo di orgoglio e di integrazione». Graziano ha ragione, dobbiamo dimostrare che anche uno di noi può integrarsi nella società italiana. E cosa rappresenta di più l’integrazione se non entrare in un reality e addirittura vincerlo? Ora per quanto riguarda Ferdi, è evidente che su di lui si posano tante speranze di un popolo che subisce violenze e umiliazioni quotidiane. Quello che io mi sento di chiedergli è di avere un po’ di orgoglio per la sua identità «zingara», di avere voglia di ritrovare il suo popolo, il giudizio sul quale va al di là della sua drammatica storia personale. Infine, da parte mia lo invito a visitare, se vuole con me, quei reality orrendi che sono oggi i «campi nomadi» in cui le telecamere sorvegliano uomini, donne, bambini notte e giorno e le regole del gioco sono: presidi di polizia e di vigilanza privata, alle dieci di sera per ordine dei Prefetti coprifuoco, permanenza provvisoria e così via. Un gioco nel quale le regole sono per cittadini di serie C e per chi non le accetta c’è l’eliminazione vera, facile, gratuita. di Dijana Pavlovic
martedì 21 aprile 2009
Ferdi nel Paese degli Orrori
C’era una volta il Paese degli Orrori, un mondo fitto di insidie e orchi terrificanti, un mondo senza luci.
Ferdi viveva lì, abbandonato da una madre snaturata nelle grinfie di un padre sfruttatore e violento. Fin da bambino, nonostante il destino sembrasse deciso ad accanirglisi contro, Ferdi sognava un futuro migliore, e pregava il Cielo di dargli la forza per costruirselo.
Oggi, che il Paese degli Orrori non è più la sua patria, Ferdi immagina cosa sarebbe diventato, se il destino non gli avesse aperto una porta dorata: “Sarei stato uno spacciatore, sarei stato un drogato, uno che smercia le macchine… Sarei stato un magnaccia, sarei stato un raccoglitore di ferro, sarei potuto essere tante cose. Invece ringrazio Dio che mi trovo qui, nella casa del Grande Fratello…”
Sfuggito al Paese degli Orrori, infatti, Ferdi ha adesso una nuova Casa.
Ferdi ce l’ha fatta.
Ferdi ha vinto l’uscita da un mondo e l’entrata in pompa magna in un altro universo.
Il pubblico ha premiato la sua forza d’animo, la concretezza delle sue speranze, la sua determinazione a cambiare mondo, compensando il suo passato difficile. L’Italia che vota ha dimostrato che questo è un mondo di pari opportunità, in cui a tutti è concessa la possibilità di riscattarsi. Persino ad un Rom.
Perché, dopotutto, siamo gente di cuore. E, quando c’è in ballo una favola, sappiamo accantonare pregiudizi, odi razziali, slogan da bassa politica e antiche paure: per un lieto fine ci faremmo spennare.
Durante il gran finale della trasmissione, Alessia Marcuzzi – commossa ed orgogliosa ambasciatrice della buona azione nazionale – ripete all’incredulo Ferdi che le pare di stare in un film.
E in effetti…
Quale film ci ricorda, questa meravigliosa epifania?
Ma il successo globale di Boyle! Proprio lui: The Millionaire.
E infatti non manca lo stacchetto stile Bollywood, in cui concorrenti e conduttrice ballano sulle note di “Jai ho jai ho”, la canzone del film.
Ferdi e Jamal hanno tanto (troppo) in comune. Sono figli di un mondo crudele, e di un destino che pare segnato; sopravvivono ad angherie e bastonate della vita, perché hanno un sogno che li guida. Vivono nel contesto di Paesi degli Orrori – ciascuno il suo – descritti proprio come ce li immaginiamo.
Jamal viene dal più terribile slum asiatico, Dharavi, a Bombay, fatto di padrini mafiosi, odio interreligioso, cumuli d’immondizia, baracche fatiscenti, violenza e sfruttamento; un’India da Lonely Planet, un affresco perfetto.
Ferdi è Rom, è originario del Montenegro, arriva a bordo di canotto, in un paese che di quelli come lui farebbe volentieri a meno; viene abbandonato dalla madre e sfruttato orrendamente dal padre, che lo picchia e lo costringe a rubare, vive per anni in un istituto. Un Rom da cronaca nera. E un altro affresco perfetto.
Ma Jamal non è un pezzente vero: è più colorato, più forte, più simpatico, più politicamente corretto, più pulito e meno imbarazzante dei veri abitanti di Dharavi.
Proprio come Ferdi: che è più colorato, più forte, più simpatico, più politicamente corretto, più pulito e meno imbarazzante dei suoi connazionali accampati ai margini delle nostre città, arrampicati ai semafori, accucciati alle porte delle chiese.
È così, nell’euforia collettiva di sentirsi – una volta tanto – “buoni”, che trasformiamo situazioni di povertà e di ingiustizia ben reali nello sfondo colorato di una favola commovente da prima serata.
Deleghiamo ad uno show televisivo l’epopea del riscatto.
Un voto e, puff!, sparisce ogni responsabilità; tutti assolti e tutti amici, perché il volemose bene nazionale ancora una volta trionfi, almeno nel mondo della finzione televisiva.
Placata la coscienza con la retorica della storia penosa dalla conclusione felice, possiamo tornare a chiudere gli occhi sulla realtà.
Un programma televisivo, un po’ di suspense e il trionfo finale.
Una valanga di soldi e abbiamo accontentato tutti: nessuno ha più nulla di cui lamentarsi, e nessuno ha più nulla su cui interrogarsi.
Se la facciano bastare, i poveri veri, questa illusione. E che diventi la droga con cui dimenticare la realtà. di Elena Borghi
Ferdi: «Sarebbe bello se la mia partecipazione al "Grande Fratello" riuscisse a far superare tanti pregiudizi nei confronti dei rom»
«Sarebbe bello se la mia partecipazione al "Grande Fratello" riuscisse a far superare tanti pregiudizi nei confronti dei rom» questa è la prima dichiarazione di Ferdi Berisa, dopo aver vinto il Grande Fratello 9.
Ferdi si è aggiudicato il tanto ambito montepremi finale di 300 mila euro e ora, nonostante una notorietà con cui ancora deve prendere confidenza, torna con i piedi per terra: «Finalmente potrò comprarmi una casa - dice Ferdi incontrando la stampa all’Hotel Cicerone a Roma - poi mi devo diplomare ed iscrivermi all’Università» e soprattutto non dimentica il suo passato: «Vorrei fare volontariato per i rom», sottolinea Ferdi, spiegando che forse destinerà parte della vincita ad un progetto per i clandestini.
«So che i rom non sempre si fanno amare ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio - afferma Ferdi - sarebbe bello se la mia partecipazione al "Grande Fratello" riuscisse a far superare tanti pregiudizi nei confronti dei rom». Di sogni Ferdi ne ha tanti: «Vorrei fare il medico perchè nel mio paese c’era la guerra e mi sono sempre sentito impotente. Altrimenti opterei per psicologia: l’animo umano mi ha sempre affascinato e personalmente sono uno che si fa mille domande!». Tornando alla sua vittoria, Ferdi tiene a precisare: «Non mi sono mai basato sul mio passato e non sono uno che fa calcoli. Sono sempre stato me stesso. Forse il pubblico ha amato la mia diplomazia».
Per quanto riguarda il suo futuro nel mondo dello spettacolo il montenegrino spiega: «Per ora vorrei dedicarmi solo allo studio e al mio lavoro di cuoco che amo moltissimo. Ma in futuro vorrei fare l’attore, ma prima devo imparare il mestiere». Sulla sua storia d’amore con Francesca, Ferdi ammette: «Ci stiamo conoscendo. Ora vedremo se le cose potranno andare avanti. Nella Casa le emozioni sono portate all’esasperazione, la vera prova sarà adesso nella vita reale».
Adesso se trovi uno zingaro, un rom che ti fruga nei cassetti di casa gli chiedi l'autografo?
Sapevo che dopo tanto blaterare di sicurezza nei tg e nei giornali, aver dato sfogo a tutti i pregiudizi dovuti al razzismo, avere discriminato romeni, sinti, zingari, rom tentando anche di dargli fuoco, il popolino della tv opportunamente guidato avrebbe avuto un sussulto di dignita' ed avrebbe recuperato logica ed etica con il televoto.
Sempre se non sono stati i rom e tutte le varie etnie a scatenarsi con il televoto nel tentativo di sentirsi accettati.
Noi siamo fatti così, se diamo fuoco ad un campo rom o alle baracche di clandestini ci sentiamo nel giusto, difendiamo la nostra sicurezza e, per qualcuno, anche la pulizia della razza dalle contaminazioni.
Diamo fuoco ai bambini senza nessun pentimento, d'altronde sono romeni o comunque di quella razza lì, sono sporchi, disturbano, rubano, stuprano, se non fanno i muratori vanno eliminati, per la nostra sicurezza. Purché sia un lavoro di massa, di equipe, organizzato.
Ma gli italiani sono bravi, ne hanno dato prova anche durante il ventennio e la guerra, si e' sempre detto italiani brava gente, qualcuno ci ha anche creduto.
Ed improvviso arriva il colpo d'ala che ripulisce la coscienza collettiva, elimina la sensazione di razzismo. Insomma salvarne uno per farne fuori 100.
Ci hanno creduto anche loro, le vittime, nei campi rom si sono organizzati come per i mondiali di calcio, gruppi di ascolto per il grande fratello, rom, arrivato con il gommone.
I novelli Giulietta e Romeo del regime sono una bella napoletana ed il rom dalla vita disastrata. La produzione per bilanciare la cattiveria, il razzismo, l'odio, il rifiuto di anni di Tg dove ogni delitto, ogni rapina, ogni stupro era a prescindere opera dei rom, sinti, romeni o comunque presunti tali, ha abbondato con servizi mielosi e drammatici degni di carramba che sorpresa sul ritrovamento di parenti pentiti e desiderosi di un passaggio in tv.
Tutto questo fa tenerezza, se aggiungete anche l' amore con i baci ad orologeria scoprirete che l'italiano è buono, premia la favola, si commuove e vota si pulisce la coscienza e non si sente razzista.
Avete visto i titoli dei giornali? Il più discreto dice: Il giovane rom conquista l' Italia. da Repubblica di oggi.
Finito il televoto, asciugate le lacrime, scaricate le emozioni, vista Giulietta ballare, prendiamo stracci e benzina e andiamo a bruciarli, bambini compresi.
E che nessuno si permetta di dire che gli italiani sono razzisti l'abbiamo dimostrato più volte in Libia, Etiopia, Eritrea, durante il fascismo dove c'erano si le leggi razziste ma noi eravamo bravi, si andava a spanne senza la precisione nazista.
Ma soprattutto l'abbiamo dimostrato con la mamma di tutte le prove che non siamo razzisti, il televoto. E per questo ci voleva un grande fratello, un sistema adatto.
Se non hai televotato, per pulirti la coscienza, votalo qui. Vale lo stesso… di Natalino
Grande Fratello 9, Ferdi commuove e vince
È Ferdi il vincitore del Grande Fratello 9. Ventidue anni, di origini rom, con una storia difficile alle spalle - arrivato clandestinamente in Italia dal Montenegro in gommone e allontanato da piccolo dal padre e abbandonato dalla madre - oltre ai 300mila euro del montepremi finale ha anche trovato l’amore grazie alla bella Francesca, concorrente napoletana uscita una settimana fa dalla casa di Cinecittà. Ferdi ha battuto nella finalissima Marcello. Cristina è terza, Gianluca quarto.
Apertura con le danze. La diretta ha inizio sulle note di «Jai ho Jai Ho», colonna sonora del film «The Millionaire». Alessia Marcuzzi e gli ex-concorrenti della Casa si esibiscono in un balletto in stile Bollywood. Poi, al via le immagini con il meglio dei "Gf-fantastici 4" attribuendo a ciascuno un nome divertente: Marcello è "The impastator"; Cristina è "La ragazza atomica", Gianluca è "The smilin' face" e Ferdi "Il martello umano". Sebbene il video sia comico Cristina è già in crisi e non riesce a fare a meno di piangere: «Ho finito le riserve lacrimali!», esclama la maggiorata.
I chiarimenti sul gesto di Gianluca. Normalmente nell'ultima settimana dei reality i finalisti tendono a non esporsi con i propri comportamenti. In questo caso, invece, Gianluca è addirittura arrivato a litigare con Ferdi buttandolo per terra con uno spintone. La conduttrice legge quindi un comunicato del Grande Fratello: «Il gesto di Gianluca è da condannare perchè assolutamente in contrasto con le norme che regolano la vita nella casa, contrarie a ogni forma di violenza. D'altra parte, la spinta data da Gianluca a Ferdi è stata considerata un'azione certamente eccessiva che non tendeva a procurare un effettivo danno. Per di più Gianluca ha capito presto dello sbaglio compiuto di cui si è pentito e si è scusato. Quindi il Grande Fratello ha ritenuto di non dover infliggere alcuna punizione».
Francesca: «Io ho bisogno dei miei tempi». La "causa" di questa litigata è Francesca e la bella napoletana fa il suo ingresso in studio. Vengono mostrate le immagini con i momenti più toccanti della sua permanenza nella Casa, accompagnati dalle scene del litigio con Gianluca. Nel raccontare i suoi sentimenti per Ferdi e l'arrabbiatura con il playboy partenopeo, la ragazza ha un confronto particolarmente diretto con Alberto che non nasconde qualche dubbio sul bacio avvenuto prima della semifinale. Francesca però ribadisce la sua personalità: «Ma di cosa stiamo discutendo se io sono fatta così caratterialmente e ho bisogno dei miei tempi? Io so come mi comporto fuori e se vuoi credete che una bella ragazza debba essere attratta solo da un palestrato, avete sbagliato!».
Il rancore di Ferdi-Gianluca. Ancora una volta si ritorna sul litigio di lunedì scorso. La conduttrice chiede diretta a Ferdi: «Che cosa ti ha fatto tanto arrabbiare del vostro litigio?», e il montenegrino confessa di essere rimasto particolarmente infastidito dal fatto che «Ha tirato fuori tutto questo suo risentimento solo lunedì scorso».
Gianluca cerca di giustificarsi in maniera confusa e interviene l'opinionista Signorini a chiudere il discorso: «Gianluca, hai distrutto in una settimana tutto quello che avevi costruito. Ma ora non crediamo più alle tue parole. Se questa non fosse stata la finale, sarebbe stata la tua ultima puntata del Grande Fratello».
Prima sorpresa: Ferdi's Family. Ferdi è cresciuto senza la sua famiglia e il Grande Fratello ha preparato una clip con la «Ferdi's family», quella composta dagli amici del cuore, datori di lavoro e tutte le persone che conoscono il montenegrino e che lo aspettano fuori dalla Casa. Il ragazzo si commuove e dice di non voler mai più stare così tanto tempo dalle persone che ama.
Belen e gli agenti 030 e 081. Marcello e Gianluca tornano ad essere gli agenti segreti per vivere una fantastica sorpresa. Per loro nella Casa del Grande Fratello c'è la sexy showgirl Belen Rodriguez. La bella argentina deve scegliere la sua guardia del corpo e mette alla prova i due buffi agenti segreti. La coppia, fra balli di lap-dance e lezioni di spagnolo, regalano al pubblico l'ennesima scenetta divertente.
Gianluca è il quarto classificato. Vestiti da perfetti moschettieri Vittorio e Alberto intonano «Tu vo fà l'americano» per il playboy partenopeo e come terzo moschettiere presentano il papà di Gianluca. Il ragazzo quando vede la scena è pieno di gioia, emozioni che però finiscono presto perchè il partenopeo è il primo eliminato e deve lasciare la Casa.
Il suo ingresso in studio è travolgente accompagnato dal suo classico slogan in americano maccheronico: «What cain of laife isse dis». Il partenopeo cerca di spiegare i suoi comportamenti facendo sempre riferimento alle stesse motivazioni: «Vedevo che Vanessa era troppo buona con Francesca in quelle due settimane, mi dava un senso di buonismo, non era lei». Francesca, ovviamente, lo attacca: «Perchè hai infangato Ferdi?», ma l'attenzione maggiore si ha in uno scontro con Marco a cui Gianluca dice: «Tu non puoi parlare, hai pianto come un bambino davanti a tutta l'Italia!».
La stoccata finale è di Signorini: «Talvolta nella vita conviene essere concisi: quando ti sei autonominato, invece di dire che l'hai fatto perchè non sapevi scegliere fra Marcello, Alberto e Cristina... sarebbe stato meglio dire "mi nomino perchè voglio vincere i 300mila euro».
Il padre naturale di Marcello. Durante la sua permanenza nella Casa, il panettiere bergamasco aveva raccontato il suo inesistente rapporto con il padre naturale che ha avuto modo di conoscere all’età di 21 anni, solo dopo aver accettato di sottoporsi al test del Dna. In una precedente puntata Marcello aveva ricevuto una telefonata del padre che, seppur breve, l'aveva reso felicissimo. Per la serata finale, però il ragazzo riceve un videomessaggio del padre che si conclude con parole colme di significato: «Sono orgoglioso di te Marcello e auguri di cuore per tutto ciò che ti accadrà e ci accadrà».
Un Nudo tutto per Cristina. In Casa squilla il telefono. Cristina risponde e dall'altra parte della cornetta c'è Walter Nudo. Solo ascoltando la voce di un uomo la ragazza si emoziona. «Cristina ti ho visto nella Casa e sei molto carina. Come sei vestita?», chiede la voce misteriosa alla ragazza. Lei descrive il suo abbigliamento. La voce dice: «Io sono Nudo. Sono sempre Nudo!». La ragazza non capisce con chi sta parlando con voce strozzata dall'emozione. Poi Walter confessa alla ragazza: «Sono Walter Nudo, ma non posso venire, perché sono in America». A questo punto Cri deve sostenere una prova da attrice: deve far vedere come si commuove per poi interpretare una "panterona mangiauomini" e infine una faccia spaventata. La bella studentessa si reca nel terrazzo dove deve interpretare Rose di Titanic, il ruolo interpretato da Kate Winsley. E mentre lei è con le braccia aperte come la protagonsita della meravigliosa scena, arriva Walter Nudo nelle vesti di Jack.
Cristina è la medaglia di bronzo. Ecco la busta con il nome del secondo concorrente che deve lasciare la Casa. Cristina, la maggiorata dal volto da bambina, si è classificata al terzo posto. Giunta in studio la ragazza atomica del Grande Fratello 9 si scatena con uno dei suoi urli che tanto l'hanno resa nota. Le immagini della sexy bomb nella Casa sono un insieme di scenette comiche e ironiche, caratteristica che ha reso simpatica la maggiorata ai telespettatori.
Doppia sopresa per i due finalisti. Marcello e Ferdi dunque si contendono la finale. Per stemperare la tensione, gli autori consegnano una scatola con una sopresa. Per Marcello c'è una giacca multicolore e un ballo caraibico con la bellissima Belen.
La sopresa di Ferdi è ben differente: la giacca questa volta è blu elegante per un incontro speciale,quello con Francesca. I due si baciano sulle note di «Kissing you», la loro canzone. Lui continua a ripeterle: «Fioretti sei bellissima».
Ferdi è il vincitore. E' finalmente giunto il momento più atteso del reality: il nome del vincitore.
L'emozione e la tensione è alle stelle e i minuti sembrano durare un'infinità. La conduttrice prende tempo per far salire la suspence: «Il vincitore di questa edizione del Grande Fratello 9 è..... Ferdi!»
Il ragazzo è incredulo. Marcello, il fornaio bergamasco, è arrivato al secondo posto. Ferdi ha vinto non solo il montepremi ma anche l'amore della sua Francesca. Infatti, le prime parole che pronunica da vincitore sono: «Fra' ti adoro, Fioretti sei bellissima!». Il giovane montenegrino ha saputo conquistare non solo il cuore della bella napoletana, ma anche della maggior parte dei telespettatori. Il suo arrivo in studio è pieno di emozioni con gli abbracci a tutti i suoi amici a cui il montenegrino dedica la sua vittoria.
La storia di Ferdi e l'alibi collettivo
Il modo giusto di fare tv? Rappresentare una realtà «accettabile»
Si ha un bel dire sul Grande Fratello. Anzi, un brutto dire. Che è l'esito estremo della tv volgare. Che è la tv dei guardoni. Che è un quarto d'ora di celebrità a spese di ogni pudore. Ma se poi vince Ferdi e il GF rimane l'ultima possibilità che un giovane ha per il suo riscatto sociale, come la mettiamo? Primo Ferdi, secondo Marcello, il fornaio con le stimmate dell'eterno escluso e la spinta dei Gialappi. Nei reality non è più tempo di Tariconi, di palestrati, di bagnine o arriviste sociali; sul tavolo da gioco, la realtà ha calato le sue carte vincenti: il ragazzo di origine rom arrivato clandestinamente in Italia, la pasionaria dell'Alitalia, il non vedente, la omosessuale, l'orfana, i portatori sani di infanzie difficili, i figli di coppie scoppiate...
Certo la storia di Ferdi era fatta per la vittoria finale, lo sapeva anche lui. Quando ha visto entrare nella Casa il non vedente si è lasciato scappare: «Questo ha una storia più sfigata della mia!».
Ferdi Berisa perde subito la testa per Daniela, la ex hostess, e le racconta la sua triste storia: arrivato su un gommone quando aveva 8 anni dal Montenegro è stato poi allontanato dal padre, un rom violento che lo ha anche costretto a rubare. Abbandonato dalla madre quando era piccolissimo (l'ha rivista in un videomessaggio grazie al GF) e separato dalla sorella (altro videomessaggio, dalla Germania), Ferdi è cresciuto in un istituto e ora lavora come aiuto- cuoco a Fano. Nonostante le difficoltà e le sofferenze non si è mai arreso e, infatti, il suo motto è «viviamo per qualcosa di più grande».
Dopo molti corteggiamenti, Ferdi s'innamora di Francesca, una ragazza napoletana uptown: un lungo e faticato approccio che ha il suo coronamento in un rifugio nel giardino, lontano da occhi indiscreti. Ma Gianluca accusa esplicitamente Francesca di agire per calcolo, solo perché Ferdi è candidato alla vittoria. Insomma, grazie alla tv, solo grazie alla tv, Ferdi ritrova l'identità, la legittimazione, il parentado, l'amore, 300.000 euro. Uscito dalla casa si spera trovi un lavoro. Con il «sociale» ha vinto anche un po' la nostra ipocrisia. «Sociale» è ormai espressione che sta a indicare la dura realtà del vivere, dall'ambiente al lavoro, dai rapporti all'assistenza. Fa parte del lessico del politicamente corretto. Così come da tempo esiste un modo «giusto» di interpretare la realtà che consiste nel creare una maggioranza sempre pronta ad accettare le cose purché siano linguisticamente accettabili (no a spazzino, sì a operatore ecologico), così esiste un modo giusto di fare tv che consiste nell'affrontare la realtà attraverso una rappresentazione accettabile: né vera né falsa, accettabile.
Bisogna perciò ringraziare il GF per averci fatto vivere una bella storia di riscatto sociale e averci spinto a riflettere sulla nostra straordinaria capacità di crearci alibi sociali. di Aldo Grasso
Roma, nel "campo nomadi" Ferdi è un eroe
In mezzo al nulla, un bagliore quasi accecante. Una luce illumina il prato di Ciampino, ma non sono i fari dell´aeroporto dell´Urbe, bensì il televisore acceso nel campo dove vivono i trecento rom della zona di Ciampino.
Proprio lì ieri sera si sono dati appuntamento i Rom dei campi di Tor Vergata, Casilino '900 e dell´Arco di Travertino, un maxiraduno organizzato per seguire in diretta la finale del Grande fratello e tifare Ferdi, il rom montenegrino entrato in Italia da clandestino dieci anni fa e che, sfidando i pronostici e i pregiudizi, ha conquistato il pubblico italiano arrivando fino all´ultima puntata del reality di Canale 5.
«Uno di noi, tutti con lui» hanno scritto su un cartellone Tiziana, Natascha, Samela, Barbara e Samanta, le bambine del campo (tutte di età compresa tra i 3 e i 14 anni).
«Per questi ragazzi Ferdi è diventato un modello positivo - dice Graziano Halilovic (in foto), portavoce del “campo nomadi” - per la prima volta in televisione hanno sentito parlare di un rom senza vedere il suo volto associato ad episodi di cronaca nera. Al di là dell´opinione che si può avere sui reality-show - prosegue Graziano - la partecipazione di un rom ad una trasmissione televisiva è sentita dagli abitanti dei campi nomadi di Roma come un motivo di orgoglio e di integrazione». Motivo per cui a Ciampino ieri sera è stata organizzata la grande festa: tra le baracche e i camper parcheggiati nel piazzale, un gazebo con palloncini colorati e una tavola imbandita, piatti e bicchieri di carta.
Da un lato un grande girarrosto dove brucia un capretto e costolette d´agnello. Intorno, i bambini - grandi protagonisti della serata e appassionati alle sorti del loro beniamino - danzano mentre sullo schermo scorrono le immagini della popolare trasmissione televisiva.
«Ferdi è l´esempio di come un rom, se non viene emarginato, può farsi strada nella società italiana» dice Malena, del campo dell´Arco di Travertino, mentre applaude davanti al maxi schermo ogni volta che viene inquadrato Ferdi. Un tifo da stadio, un po´ come fosse una partita della Coppa del mondo.
Accompagnato dalla voce di una bambina di sei anni. Si chiama Natasha e dice: «È la televisione l´unico posto in cui non siamo trattati male».
Pisa, la Pasqua ortodossa tra gli accampamenti rom
Giorni fa ho accompagnato p. Ciprian, giovane sacerdote Ortodosso Rumeno di Livorno, in quattro accampamenti di Pisa per la Benedizione Pasquale.
E' stato un momento bello e molto apprezzato dai Rom, sorpresi e meravigliati che un loro prete passasse a visitarli, benedire le loro povere baracchine, pregare per loro e per i loro figli: "Questa sarà per noi una Pasqua speciale" mi comunicò una donna felice.
La luce della Risurrezione illumini anche il loro cammino e accompagni le loro speranze che sanno nascere anche in accampamenti abusivi... certi che il buon Dio saprà avere un occhio di riguardo proprio per il loro essere “clandestini-abusivi”: così come fu sempre visto “abusivo e clandestino” agli occhi di tanti il messaggio di Libertà e di Giustizia del Vangelo di Gesù! Esattamente come fu “abusiva” agli occhi di Israele e dello stesso Impero di Roma, la nascita delle prime comunità cristiane ai bordi o all’interno delle loro città.
Da questi “sagrati fangosi e fuori luogo”: sagrati clandestini, nascosti sotto i ponti o dai canneti, oggi quello “straniero-pellegrino verso Emmaus” passa per intrattenersi anche con i Rom, per spezzare insieme il pane dell’amicizia, per rinsaldare le loro speranze, per consolare, perché anche le loro vite sono: “terra benedetta” da Dio: “ Fermati! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!” (Es. 3, 5)
E’ anche da questi “sagrati clandestini” che la Chiesa oggi è sollecitata a “Bene-Dire” l’intera comunità umana che vive le nostre città, perché sappiamo purificare innanzitutto il nostro sguardo e riconoscere che ogni uomo è il riflesso del suo splendore.
Auguri di Buona Pasqua a tutti e buon Cammino.
Don Agostino Rota Martir, 19 Aprile 2009 – campo nomadi di Coltano -
lunedì 20 aprile 2009
Il calcio razzista
Durante la partita giocata sabato sera tra Juventus e Inter abbiamo assistito a vergognosi cori razzisti all’indirizzo del giocatore dell’Inter, Mario Balotelli, preso di mira perché nero.
In queste ore tutta la stampa italiana parla di quanto successo sabato sera. Tutti hanno condannato quanto è successo e oggi si cercano le modalità per battere questa grave piaga che esiste in quasi tutti gli stadi italiani.
Sulla questione è intervenuto anche il Ministro della difesa Igazio La Russa che ai microfoni di 'La politica nel pallone', su GR Parlamento ha rilasciato questa dichiarazione “Nei casi di cori razzisti, l'arbitro dovrebbe bloccare per un attimo la partita. Se i cori continuano, bisogna interrompere la gara. Bisogna integrare la norma attuale che prevede la sospensione della partita per striscioni razzisti, mi farò promotore per arrivare ad un'integrazione della legge, ci vogliono fatti concreti e non bisogna più fornire alibi a certa gente”.
Oggi sappiamo che la Digos di Torino ha aperto un’inchiesta sul caso avvalendosi dalle registrazioni fatte dalle telecamere sui tifosi provando a leggere il labiale.
Sono molto felice di tutta questa attenzione e sensibilità però voglio sottolineare che in questi anni nessuno ha sollevato la questione di come vengono trattati i calciatori che provengono dai paesi dell’ex Jugoslavia, dalla Romania e che sono di origine rom. In ogni partita vengono fatti bersaglio di cori razzisti proprio per la loro origine rom. Ad esempio, sempre sabato sera durante la partita Juventus e Inter, Zlatan Ibrahimovic (detto anche Ibra) ha subito questi cori razzisti. Nel suo caso però nessuno ha speso una sola parola. Eppure chi era allo Stadio e chi ha guardato la partita in televisione deve aver sentito bene i cori contro Ibrahimovic. Nemmeno i telecronisti che erano allo stadio hanno sollevato la questione come giustamente hanno fatto per Balotelli, eppure anche Ibrahimovic è stato discriminato. Basta guardare qualche video su internet per farsi un’idea dei cori razzisti cantati sabato sera allo stadio. Credo quindi che la lotta al razzismo debba essere contro tutte queste manifestazioni e non contro solo alcune di queste. di Yuri Del Bar
Ginevra, l'Onu deplora Ahmadinejad: "l'opposto della conferenza"
Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon ha deplorato il contenuto dell'intervento del presidente dell'Iran oggi alla Conferenza dell'On sul razzismo. "Il segretario generale - si legge in una nota pubblicata a Ginevra - deplora l'uso di questa piattaforma da parte del presidente iraniano per accusare, dividere e incitare. E' l'opposto degli obiettivi della Conferenza".
L'Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha deplorato le parole del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad che oggi ha definito Israele un paese "razzista" nel suo intervento alla conferenza Onu sul razzismo in corso a Ginevra. "Deploriamo profondamente il linguaggio adoperato dal presidente iraniano", ha riferito Rupert Colville, portavoce dell'Alto commissario Navi Pillay. Secondo il portavoce il discorso di Ahmadinejad è stato totalmente "fuori luogo" in una conferenza che ha come obiettivo quello di tutelare "le diversità " e stimolare "la tolleranza". I rappresentanti dei 23 stati dell'Unione europea che hanno partecipato alla Conferenza sul razzismo cosiddetta Durban 2 hanno lasciato la sala non appena Ahmadinejad ha pronunciato il suo attacco contro Israele
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad (in foto) ha criticato l'insediamento di un "governo razzista" nel cuore del Medio Oriente dopo il 1945, alludendo chiaramente allo stato di Israele senza però mai nominarlo nel suo discordo davanti i partecipanti alla Conferenza dell'Onu sul razzismo in corso a Ginevra. Inoltre, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha criticato oggi la decisione di alcuni Paesi occidentali di non partecipare alla Conferenza dell'Onu sul razzismo. E' un atteggiamento "arrogante e egoista", ha detto il leader iraniano in una conferenza stampa seguita al suo intervento a Durban 2.
Ginevra, l'Europa abbandona dopo l'intervento di Ahmadinejad
Mahmud Ahmadinejad ha attaccato Israele denunciando la "formazione di un governo razzista in Medio Oriente" e i delegati dell'Unione europea hanno reagito lasciano la Conferenza di Ginebvra 'Durban 2', già disertata da molte delegazioni occidentali.
Poco prima, nel momento in cui il capo di stato iraniano ha preso la parola davanti ai delegati, almeno tre manifestanti con parrucche multicolori e nasi rossi da clown hanno gridato "razzista, razzista" all'indirizzo di Ahmadinejad. I tre sono stati espulsi dalla sala delle conferenze (in foto).
Israele critica Ban Ki-moon per l'incontro con Ahmadinejad. Israele ha deplorato oggi il faccia a faccia tra il segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, e il presidente dell'Iran, Mahmud Ahmadinejad, a margine della conferenza di Ginevra sul razzismo.
"E' deplorevole che il segretario generale dell'Onu abbia creduto bene di incontrare il piu' grande negazionista d'oggi (Ahmadinejad), il quale e' alla testa di un Paese membro dell'Onu che invoca la distruzione di un altro Paese (Israele) pure membro dell'Onu, nel giorno della commemorazione della Shoah", si legge in una nota del ministero degli Esteri israeliano. Nella nota si sottolinea inoltre che "sarebbe meglio" se tutti "i dirigenti della comunità internazionale si astenessero dall'incontrare" il presidente iraniano.
Nelle ore precedenti Israele aveva protestato in modo ancor più vigoroso contro l'accoglienza fastosa riservata ad Ahmadinejad a Ginevra dal presidente svizzero, Hans Rudolf Merz, richiamando il proprio ambasciatore a Berna per consultazioni.
Sarkozy: necessaria estrema fermezza dell'Ue. E' necessaria una "estrema fermezza" dell' Unione europea. Lo ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy, definendo il discorso del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla conferenza Onu sul razzismo a Ginevra un "appello intollerabile all'odio razziale".
Ginevra, Osservatore Santa Sede: assenze non si capiscono bene
L'assenza di alcuni paesi - come Usa, Israele, Italia - dalla conferenza Durban 2 sul razzismo, a Ginevra, "non si capisce bene", secondo l'osservatore permanente della Santa Sede all'ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, monsignor Silvano Maria Tomasi (in foto).
Per combattere il razzismo, dice il presule ai microfoni di 'Radio vaticana', "la presenza nei negoziati e nella conferenza stessa, ci pare una necessità al giorno d'oggi, appunto per facilitare questo cammino della comunità internazionale nel trovare nuove forme per combattere le discriminazioni. Certo - prosegue mons. Tomasi - l'assenza di alcuni Paesi crea un po' di disagio, nel senso che non si capisce bene, dopo che l'ultimo documento del negoziato - che sarà il testo su cui questa conferenza si baserà per approvare le sue conclusioni - ha eliminato i punti che erano stati sollevati come punti di disaccordo. E, in particolare, vorrei citare la questione dell'antisemitismo: in questo documento viene riaffermato che bisogna combattere ogni forma di antisemitismo, di islamofobia e di cristianofobia. Si fa una menzione esplicita dell'Olocausto, che non si deve dimenticare, si fa poi una riformulazione del diritto alla libertà di espressione in maniera molto chiara, cioè dicendo che l'esercizio al diritto della libertà di espressione deve essere sostenuto e mantenuto. Quindi - afferma il rappresentante vaticano - non si capisce bene la ragione di queste assenze".
"Io - ricorda Tomasi - ho avuto occasione di parlare all'ultima sessione del Consiglio dei diritti umani, non molto tempo fa, esplicitamente di questa necessità di guardare con più attenzione ai cristiani i cui diritti umani non vengono rispettati. Di fatto, fra tutte le confessioni e le religioni, i cristiani sono il numero più grande di persone che soffrono la violazione dei loro diritti".
Ginevra, l'Europa intera è pronta ad andarsene
Si è aperta tra le polemiche a Ginevra la conferenza dell'Onu sul razzismo e la xenofobia, meglio nota come "Durban 2". Tantissimi i governi che hanno deciso di disertare l'appuntamento per timore che si trasformi in un processo a Israele. Non ci sono gli Stati Uniti, l'Italia, la Germania, la Polonia, l'Australia, il Canada, l'Olanda, la Nuova Zelanda e Israele. E anche gli europei che ci sono hanno avvertito che potrebbero abbandonare i lavori. E' il caso della Francia, a Ginevra rappresentata da un ambasciatore che, come gli esponenti degli altri Paesi europei presenti, lascerà la sala se il presidente iraniano Mahmud Ajmadinejad pronuncerà "accuse antisemite" nel suo discorso. Tra gli altri saranno presenti le delegazioni di Gran Bretagna e Santa Sede.
In questo clima, subito dopo l'inizio della conferenza, il governo israeliano ha richiamato per consultazioni il suo ambasciatore in Svizzera. Una decisione presa a seguito di un incontro tra il presidente elvetico Hans-Rudolf Merz e il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad. ''Non è una rottura delle relazioni, ma un'espressione del malcontento di Israele per l'atteggiamento lassista della Svizzera nei confronti dell'Iran'', ha spiegato un dirigente del ministero degli Esteri dello Stato ebraico.
Delle tensioni è consapevole il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon (in foto) che prima di dare il via ai lavori ha condannato "la negazione dell'Olocausto". Poi, nel discorso con cui ha aperto i lavori, ha difeso la contestata dichiarazione finale come un testo "attentamente bilanciato". "Sono profondamente dispiaciuto che alcuni Paesi abbiano deciso di rimanerne fuori - ha detto Ban - E spero che non lo faranno a lungo". di La Repubblica
Ginevra, chi è presente stavolta ha torto
Si apre oggi a Ginevra, sotto i peggiori auspici, la Conferenza delle Nazioni Unite sul razzismo. Gli occidentali sono arrivati a questo appuntamento divisi. Gli Stati Uniti, Israele, il Canada, l’Australia e l'Italia hanno confermato che non parteciperanno non essendoci garanzie che la Conferenza, i cui lavori preparatori sono stati dominati dai Paesi islamici, non si risolva anche questa volta (come accadde nella precedente conferenza di Durban nel 2001) in un atto di accusa contro Israele e contro l'Occidente. Olanda e Germania hanno dato all'ultimo momento forfait. La Gran Bretagna e la Francia, invece, hanno scelto di essere presenti. Così come il Vaticano. Il presidente iraniano Ahmadinejad, già arrivato a Ginevra, è stato ricevuto con tutti gli onori dalle massime autorità elvetiche (il che ha suscitato una dura protesta di Israele) e sarà fra i primi a prendere la parola nella tribuna messagli a disposizione dall'Onu. Molte cose non vanno, evidentemente, se a una Conferenza sul razzismo, che dovrebbe essere espressione dell' impegno delle Nazioni Unite in difesa dei diritti umani, può impunemente prendere la parola un signore che ritiene la Shoah una «invenzione» e presiede un regime che ha al proprio attivo l'assassinio di centinaia di oppositori politici.
Comunque vada a finire la Conferenza, tre lezioni si possono già trarre da questa vicenda. La prima è che se l'Occidente si divide, coloro che puntano a usare le istituzioni internazionali in chiave antioccidentale hanno facile gioco. Se ci fosse stato un blocco compatto dei Paesi occidentali a difesa di principi per essi irrinunciabili, quei Paesi islamici che giocano sulle divisioni dell'Occidente avrebbero dovuto tenerne conto, e la stessa Conferenza di Ginevra avrebbe forse avuto un diverso avvio. I Paesi europei che, insieme al Vaticano, hanno scelto comunque di andare alla Conferenza forse riusciranno a impedire che essa si risolva in una Durban bis ma corrono anche un rischio: il rischio che la loro presenza contribuisca a dare legittimazione internazionale a regimi politici che fanno quotidianamente strage di diritti umani a casa loro e che non hanno le carte in regola neppure in materia di razzismo essendo noti campioni di propaganda antisemita.
La seconda lezione è che i diritti umani non possono essere facilmente separati dal contesto culturale occidentale che li ha generati. La dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948 e le tante altre dichiarazioni, convenzioni e istituzioni promotrici dei diritti umani che l'hanno seguita, erano espressioni della tradizione occidentale. Rispecchiavano il predominio politico-militare, economico e culturale, del mondo occidentale. Nel momento in cui l'Occidente perde peso politico, altri, con alle spalle altre e diverse tradizioni culturali, si impadroniscono di quelle istituzioni, e del connesso linguaggio dei diritti umani, cambiandone radicalmente l'ispirazione e il significato.
È proprio in nome dei «diritti umani» (nel senso che essi danno a queste parole) che i Paesi islamici cercano oggi di imporre a tutto l'Occidente una drastica limitazione della libertà di parola e della libertà di stampa, erigendo barriere giuridiche che rendano la religione islamica non criticabile. Hanno tentato di farlo con la risoluzione 62/154 dell'Assemblea delle Nazioni Unite. E sono tornati alla carica (salvo recedere a fronte delle proteste occidentali) nei lavori preparatori del documento che dovrà essere approvato dalla Conferenza di Ginevra. Chi pensa che i diritti umani siano «transculturali», anziché connotati culturalmente, che siano cioè un minimo comun denominatore potenzialmente in grado di essere condiviso da tutti, dovrebbe riflettere, ad esempio, su quale compatibilità possa mai esserci fra i diritti umani nel modo in cui li intendono gli occidentali e la sharia, la tradizionale legge islamica. La terza lezione che si può trarre dal pasticcio della Conferenza di Ginevra riguarda l'impossibilità di separare diritti umani e politica. A Ginevra «si fa» e «si farà» politica, ossia la questione del razzismo e dei diritti umani verrà usata come arma propagandistica ai fini della competizione di potenza e delle connesse negoziazioni politiche. Come è inevitabile che sia.
La presenza di Ahmadinejad a Ginevra, in particolare, merita attenzione. Dal suo discorso, ovviamente, nessuna persona sana di mente si attende un contributo per la «lotta contro il razzismo». Si cercherà piuttosto di capire, leggendo tra le righe, se ci sarà o no qualche segnale di disponibilità alla trattativa sul nucleare iraniano e sugli altri dossier mediorientali da parte dei settori del regime che Ahmadinejad rappresenta o se la risposta alle aperture del presidente americano Obama sia già contenuta per intero nella condanna a otto anni per spionaggio appena inflitta alla giornalista americana- iraniana Roxana Saberi. Sapendo, naturalmente, che Ahmadinejad è comunque un presidente in scadenza e che dovrà, nel giugno prossimo, affrontare il giudizio degli elettori. Un risultato (paradossale) la Conferenza sul razzismo lo ha comunque già ottenuto: ha offerto al presidente di un regime assai poco rispettoso dei diritti umani (comunque li si definisca) una tribuna internazionale da cui iniziare la sua personale campagna elettorale. di Angelo Panebianco
Ginevra, un vertice sul razzismo indebolito dalle polemiche
La conferenza sul razzismo delle Nazioni Unite che si apre oggi a Ginevra è stata preceduta da un nutrito coro di polemiche e da un appello al boicottaggio.
«I discorsi di odio e gli insulti di carattere razzista saranno vietati alla conferenza delle Nazioni Unite contro il razzismo e l'intolleranza». A emanare una settimana fa questa direttiva un po' surrealista è stata Marie Heuzé. «Non vogliamo che si ripeta quanto successo nel 2001 a Durban», spiega la direttrice del servizio dell'informazione dell'ONU a Ginevra.
All'epoca, il vertice delle Nazioni Unite sul razzismo (le cui ricadute saranno valutate nei prossimi giorni a Ginevra) era infatti stato teatro di manifestazioni e di dichiarazioni ostili ad Israele, in particolare nel quadro del Forum delle ONG (organizzazioni non governative) organizzato a margine alla conferenza sudafricana.
L'avvertimento lanciato da Marie Heuzé vale però senza dubbio anche per i partecipanti alla conferenza vera e propria, a partire dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, conosciuto per le sue prese di posizione antisemite.
Un passato difficile. Ma perché un simile soggetto, che dovrebbe unire piuttosto che dividere, suscita così tante passioni?
Yves Lador, consulente specializzato nei diritti umani, sottolinea in particolare i postumi di un passato che i paesi occidentali fanno fatica ad accettare. «Il problema dell'eredità coloniale è sempre presente e suscita frustrazione e collera nei paesi che sono stati colonizzati. Finora le ex potenze coloniali non hanno dato nessun peso a questo sentimento».
È successo a Durban, quando le domande di compensazione finanziaria per gli anni di colonizzazione sono state seccamente respinte. E la frustrazione per il poco spazio che l'Africa trova sulla scena internazionale è costantemente alimentata, come ha evidenziato il recente vertice del G20 a Londra.
Un conflitto emblematico. Secondo Yves Lador, le critiche nei confronti di Israele si iscrivono in questo contesto: «Il conflitto israelo-palestinese è percepito nei paesi che hanno conosciuto la colonizzazione come il proseguimento della volontà di egemonia dell'Occidente. Per questa ragione vi è un'identificazione coi palestinesi, il cui territorio è in parte colonizzato da Israele».
«Questo tipo di conferenza ha un solo obiettivo: attaccare i paesi occidentali, Israele e la libertà di espressione», afferma dal canto suo Hillel Neuer, direttore di UN Watch, una ONG filoisraeliana molto attiva nella campagna contro la conferenza organizzata a Ginevra.
«Certi governi continueranno a strumentalizzare queste problematiche nel quadro delle istanze delle Nazioni Unite fino quando non saranno affrontate di petto», osserva Yves Lador.
Un'occasione mancata. Da qui nasce il paradosso sottolineato da Adrien-Claude Zoller, direttore dell'ONG Ginevra per i diritti dell'uomo. «Questa conferenza non avrà nessun impatto sui temi più polemici. Il vertice non ha per vocazione di risolvere il conflitto israelo-palestinese. E la questione della diffamazione delle religioni – l'altro grande soggetto fonte di numerose polemiche durante i preparativi della conferenza di Ginevra – continuerà ad essere uno dei cavalli di battaglia dei paesi dell'Organizzazione della conferenza islamica, che dalla fine degli anni '90 ha fatto suo questo tema».
Il risultato? «Queste polemiche hanno fatto passare in secondo piano il dibattito sui diritti dell'uomo, il cui elemento principale è proprio la non-discriminazione».
«La conferenza di Ginevra dovrebbe occuparsi di esaminare quanto successo dopo il vertice di Durban nel 2001. Ma questo tema è a malapena abbordato. Si può quindi parlare di un'occasione mancata per valutare in profondità quanto è stato fatto o meno dopo Durban».
Ricadute positive. La conferenza di Ginevra potrebbe però anche avere delle ricadute positive. Adrien-Claude Zoller menziona ad esempio l'idea lanciata dall'Alto Commissariato dell'ONU per i diritti umani di creare un Osservatorio del razzismo.
«Si può sperare anche in un rafforzamento del Comitato per l'eliminazione della discriminazione razziale, un meccanismo molto efficace, e di altre procedure, come i relatori speciali del Consiglio dei diritti umani».
Per Adrien-Claude Zoller, l'impatto di una simile conferenza potrà però essere misurato solo a livello nazionale. In altre parole, bisognerà vedere come i governi e la società in generale integreranno le proposte della dichiarazione che adotteranno gli Stati al termine della conferenza.
ONG divise. L'attuazione di queste proposte dipenderà molto dall'impegno delle ONG. A Ginevra si presentano però in ordine disperso.
«Nessuno aveva voglia di rivivere l'episodio di Durban. Le provocazioni più gravi sono state fatte nel quadro del Forum ufficiale delle ONG», ricorda Yves Lador.
Secondo Adrien-Claude Zoller vi è anche un'altra ragione a questa dispersione delle ONG e al loro debole impatto sulla conferenza: «Il comitato preparatorio della conferenza è un organo del Consiglio dei diritti dell'uomo, un'istanza che lascia ancora meno spazio alle ONG della vecchia Commissione dei diritti dell'uomo». di Frédéric Burnand (traduzione dal francese di Daniele Mariani)
Grande Fratello 9, il razzismo contro Ferdi
Questa sera avrà termine l’epopea dei reclusi nella Casa. Con vincitori, vinti, tifosi e opinionisti anche l’allarmante disprezzo di molti per il giovane montenegrino.
Il reality show di Canale 5, sulla scia dell’Isola dei famosi, quest’anno ha voluto aprire al ’sociale’. Tra i concorrenti sono statti scelti un cieco, una ragazza omosessuale, un giovane profugo montenegrino di etnia rom.
Ferdi Berisa, così si chiama il Rom, ha avuto una vita difficile. Non sembra il caso di fidarsi delle biografie semiufficiali, dei rumors della rete o delle indiscrezioni, ma alcune cose su di lui possono esser dette comunque.
Ha 22 anni ed intorno ai dieci anni è arrivato a Brindisi da Podgorica, col padre ed a bordo di un gommone. Il genitore lo avrebbe usato per attività illecite e così, dopo essere stato individuato, la polizia lo ha affidato poco più che bimbo all’Istituto Don Orione di Fano. Lì ha studiato, preso un diploma all’istituto alberghiero e adesso lavora come aiuto cuoco.
Ferdi, durante il Gf, si è innamorato di una bellissima ventiquatrenne napoletana, Francesca Fioretti, dando vita ad una discussa e travagliata storia sentimentale. Lei lo ha trovato ‘interessante’ ed il ragazzo ha cominciato uu lungo ed appassionato corteggiamento d’altri tempi. Francesca, per via delle telecamere, ha evitato di darsi completamente in pasto al voyerismo del pubblico ed allora sono nati i sospetti dei telespettatori, che hanno cominciato a credere in una love story inventata per vincere il gioco. Non è infatti ammissibile, per i frequentatori di reality, l’esistenza della riservatezza. Chi non mostra tutto (e proprio tutto) non è considerato ‘vero’.
Alla fine l’ostica napoletana è stata eliminata ed il montenegrino è rimasto solo. Intanto, su tutti i forum che riguardavano il Gf, gli spettatori si sono scatenati, dividendosi in due ben definite fazioni. I sostenitori di Ferdi e gli altri. Gli altri hanno esposto alcuni punti di vista che molto dovrebbero far riflettere.
Una sensibile signora ha scritto in risposta ai molti ’segregazionisti’: “Ma sai che questo ragionamento lo stavo facendo ieri con mio marito e chiesi proprio dimmi tu come uomo e come papà se tua figlia ti portasse un Ferdy come la prenderesti? Mi rispose che un Ferdi è cento volte meglio di tutti i ragazzi che stanno all’interno della casa e non solo lì. Pensa che c’ha combinato sto ragazzo!!!”.
Un rom ‘civile’ stupisce, ha bisogno di verifiche, controlli ed esami. Anche per chi lo sostiene.
Per i detrattori del montenegrino la sua storia è ‘lacrimevole’, usata dal ragazzo per intenerire i volontari del televoto e vincere. In concreto si rimprovera a Ferdi la sua esperienza di vita.
Si pensi ad un bambino che fugge dalla guerra, arriva su un gommone in Italia, finisce in un giro criminale, viene arrestato dalla polizia e finisce n un Istituto. Si tratta di un ragazzetto analfabeta, spaventato e solo. Grazie al lavoro degli educatori del Don Orione il giovane recupera un margine di serenità, va a scuola, cresce, trova un lavoro. E’ possibile definire un’esperienza del genere ‘lacrimevole’? E sensato affrontare una tematica comune a migliaia di altri migranti con una parola così cinica?
I telespettatori ed alcuni altri concorrenti hanno, poi, rimarcato le origini rom del ragazzo, e nei forum i riferimenti dei ‘contrari’ sono stati pesanti e violenti, ma ancor di più hanno mostrato un livello preoccupante di disinformazione sulla condizione dei migranti in Italia.
In una intervista a Francesca, subito dopo l’uscita della concorrente, redatta per il ‘Corriere del Mezzogiorno’ da Monica Scozzafava, la giornalista scrive e fa dire alla ragazza: “Aspetto il mio romeno, mi spiace”. Rom eguale romeno? Ma cos’è un “romeno”?
Se Ferdi fosse nato in Romania sarebbe al massimo rumeno, ma lui è montenegrino. Vero, è un cittadino del popolo romanì, la sua etnia è quella rom. Rom, non romena. L’errore potrebbe sembrare banale, ma non lo è. Nei mesi passati la campagna contro ‘zingari’ e ‘rumeni’ ha sovrapposto due popoli distinti in un’unica strategia di discriminazione e gli effetti si vedono oggi, persino in un articolo sul Grande Fratello. E nessuno si è accorto dell’errore, rilanciato in decine di post, nei blog, da altri giornali, analizzato dai profondissimi seguaci del reality per scoprire se davvero Francesca “lo ama o fa finta”.
Questa sera il Gf finirà, ma come è stato per l’Isola dei famosi, nella quale la vittoria di un transgender non ha mutato di una virgola le discriminazioni contro quei cittadini, anche la ’stagione sociale’ di questo reality non è servita ad illuminare le menti degli spettatori, ma ha solo sfruttato alcune esperienze esistenziali complesse, banalizzandole fino all’inverosimile. Forse come Luxuria anche Ferdi vincerà. Ma per nessun Rom domani sarà un altro giorno. di Inviato Speciale
sabato 18 aprile 2009
Rom e Sinti nella letteratura/8 - QUELLI DEL COLERA
Le immagini proposte dal Verga in Quelli del colera (1887) sono prosaiche, i suoi personaggi non hanno più nulla dell’aura magica del Romanticismo e, di contro agli idealismi e ai grandi sogni, protagonista è ora la realtà della vita quotidiana; i Rom-Sinti della novella sono commedianti scalcinati e la loro esistenza, che fino a qualche anno fa e a qualche altro autore sarebbe parsa poetica, ora viene presentata come un destino infelice, rattoppato, triste ed intristente come il volto di un Pierrot.
La domenica mattina, spuntava appena l’alba, si vide una cosa nuova nel Prato della Fiera, appena fuori del villaggio. Era come una casa di legno, su quattro ruote, con certe figuracce brutte dipinte sopra, e lì vicino un vecchio carponi, che andava cogliendo erbe selvatiche […] Sul finestrino del carrozzone era passata una figura scarna di donna, coi capelli scarmigliati; poi s’erano uditi strilli di ragazzi e pianti soffocati. Dalla strada principale giungevano il farmacista, il Capo Urbano, le guardie, col ciglio sul berretto e grossi randelli in mano. La folla dietro, come un torrente, mormorando, uomini torvi, donne col lattante al petto. Da lontano, verso San Rocco, la campana suonava sempre a distesa. Don Ramando, colle mani e colla voce, andava dicendo alla folla: -Largo, largo, signori miei! Lasciatemi vedere di che si tratta!
- […]
- Niente! Niente! Son poveri commedianti che vanno intorno per buscarsi il pane. Poveri diavoli morti di fame.
- […]
La folla cominciò a diradarsi. Alcuni andarono a casa a contar la notizia […] Quei poveri diavoli di comici, che si tiravano dietro la loro casa al par della lumaca, passato il temporale, tornarono a mettere fuori le corna ad uno ad uno, appunto come fa la lumaca. Il vecchio aveva sciorinato all’uscio un gran cartellone dipinto. La moglie, con un tamburo al collo, chiamava gente; i ragazzi, camuffati da pagliacci, facevano mille buffonerie, e la giovinetta, colle gambe magre nella maglie color carne fresca, un fiore di carta nei capelli, il gonnellino più gonfio di una bolla di sapone, le braccia e le spalle nere fuori dal corpetto di seta stinta, soffiava nella tromba col poco fiato del suo petto scarno. […]Quando si era fatta un po’ di gente, calavano il tendone un’altra volta, e rientravano tutti a rappresentare la commedia coi burattini, la donna col tamburane al collo, gridando sempre dalla piattaforma: -Avanti, signori! Avanti, che si comincia! […] Nessuno pensava più al castigo di Dio che avevano addosso.
venerdì 17 aprile 2009
Le pari opportunità negate
Martedì 14 aprile 2009 la Gazzetta di Mantova ha titolato in prima pagina “Blitz di due nomadi nella casa protetta” e ha sottotitolato “Curtatone, forzano l’ingresso e portano via un ragazzo di 11 anni”. Al lettore disattento il messaggio rafforzerà lo stereotipo degli “zingari rapitori di bambini”, smontato in maniera sistematica dalla ricerca “la zingara rapitrice” di Sabrina Tosi Cambini per l’Università di Verona e pubblicata da CISU l’anno scorso.
Anche il titolo e il sottotitolo nelle pagine interne (pagina 12) non lasciano scampo a questa interpretazione: “Blitz dei nomadi nella casa protetta” e “Irrompono nella comunità Alfaomega e portano via un undicenne”. In questo caso i “nomadi” non sono più due ma diventano addirittura un’entità astratta che può indurre a pensare ad un’organizzazione. Magari per schiavizzare il bambino come vuole lo stereotipo più diffuso vero le popolazioni sinte e rom. Ma il lettore che legge l’articolo, bramando particolari sinistri e torbidi sulla vicenda, rimane quasi subito deluso perché il giornalista anonimo spiega che il blitz è probabilmente opera dei parenti del ragazzo.
Di fatto abbiamo un minore fermato dai Carabinieri di Roverbella, dopo un furto in una villetta, e affidato temporaneamente alla comunità AlfaOmega in attesa di essere riaffidato ai genitori. E il giornalista anonimo spiega che probabilmente i genitori e altri parenti si erano presentati nei giorni scorsi alla comunità ma gli era stato negato il minore. Questa cosa è abbastanza strana perché per legge il minore, che per la legge italiana non è imputabile fino ai quattordici anni, viene riaffidato alla famiglia immediatamente o entro poche ore dalla comunità di affidamento se la famiglia non si presenta immediatamente alle Forze dell’Ordine.
Sarà utile capire come mai la comunità Alfa Omega non ha restituito il minore ai parenti se è vero che si sono presentati ma la questione più importante in questo caso è un altra. La società cosa offre a questo minore? E ancora: la società cosa offre alla famiglia di questo minore? Ad oggi solo qualche giorno in comunità per il minore e un articolo in prima pagina per la famiglia.
Per qualsiasi altro minore e per qualsiasi famiglia verrebbero attivati diversi interventi sia sociali che scolastici, coordinati dal Tribunale dei Minorenni, ma in questo caso e in tanti altri casi questo non succede, evidenziando una forma di discriminazione contro i Sinti e i Rom meno percepita ma più diffusa.
Molti sono pronti ad indignarsi se lo Stato italiano vuole prendere le impronte ai bambini sinti e rom ma pochi si accorgono delle molteplici “discriminazioni silenziose” che vengono subite dalle popolazioni sinte e rom. A partire proprio da quel settore, il sociale, che dovrebbe essere più attento ad offrire pari opportunità a tutti i Cittadini, come recitano le prime righe della Legge 328/2000. Righe che è sempre bene rileggere:
“La Repubblica assicura alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali, promuove interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione e diritti di cittadinanza, previene, elimina o riduce le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia, in coerenza con gli articoli 2, 3 e 38 della Costituzione.”
Purtroppo il nostro sistema del welfare, che pure si accorge dei Sinti e dei Rom al contrario di altri settori come quello ad esempio della cultura, spende di norma per i Sinti e i Rom un quinto dei soldi che spenderebbe per un qualsiasi altro Cittadino. E quando succede questo già è un successo perché in molti casi, come quello di questo minore, la spesa rasenta lo zero. Un trattamento discriminatorio che è alimentato dal seguente alibi: “sono nomadi è nella loro cultura, non c’è niente da fare”. Un alibi che purtroppo utilizza il termine “cultura” con la stessa accezione con cui alcuni decenni fa si utilizzava il termine “razza”. Di fatto un alibi razzista!
In questi anni, nella Provincia di Mantova, si è dimostrato proprio l’esatto contrario: i bambini sinti e i rom mantovani vanno a scuola e non sono certo per le strade a rubare o a mendicare. Questo è successo perché si sono iniziate ad offrire pari opportunità alle famiglie sinte e rom. Certo non ancora completamente ma l’impegno profuso dalla Provincia di Mantova e da tanti Comuni, a partire da quello di Mantova, ha fatto si che oggi i Sinti e i Rom mantovani non subiscano più quelle forme di discriminazioni che hanno portato l’Italia ad essere ripresa dalle maggiori istituzioni internazionali, ad iniziare dall’Unione europea.
Oggi il caso di questo minore ci interroga su ciò che sta intorno a noi. E’ impensabile ritenere di vivere in un fortino inattaccabile, perché ciò che succede anche solo nella vicina Brescia inevitabilmente ci tocca, come dimostra appunto questo caso. E’ per questa ragione che l’associazione Sucar Drom da tempo chiede alle istituzioni mantovane di essere ponte con le istituzioni di altri territori per implementare le azioni svolte in questi anni. Purtroppo ad oggi la risposta non c’è e il minore che era nella comunità Alfalomega non si vedrà riconosciute quelle pari opportunità di cui molti si riempiono la bocca ma che poi pochissimi si impegnano a garantire. di Carlo Berini per Articolo 3
Roma, l'Alexian group in concerto
Domani 18 aprile 2009 l'Alexian group si esibirà in concerto a Roma presso Piazza Dei Tribuni a partire dalle ore 21.00. Il concerto si svolge nell’ambito della manifestazione "Q44" (per commemorare le 44 vittime del rastrellamento nazifascista al Quadraro, avvenuto il 17 aprile del 1944) organizzato dal 10° Municipio di Roma in collaborazione con l’Associazione Culturale Romà Onlus. Nel programma dell’evento è previsto il concerto degli Avion Travel che si svolgerà venerdì 17 aprile a partire dalle ore 22.
E la settima edizione di un evento che si sviluppa intorno a iniziative culturali e spettacoli, che il Municipio organizza in occasione dell’anniversario del rastrellamento.
In occasione del concerto il gruppo presenterà in anteprima nazionale il nuovo Cd dal titolo "Me pase ko Murdevèle – Io ac-Canto a Dio" prodotto e distribuito a livello internazionale dalla Compagnia Nuove Indie. Il Cd contiene undici brani religiosi in cui si evidenzia la spiritualità delle diverse comunità Romanes che professano religioni diverse fra loro ma uniti dalla stessa cultura e dalla stessa filosofia di vita. Il cd è presentato da Monsignor Carlo Ghidelli Arcivescovo di Lanciano-Ortona.
Il gruppo composto da Alexian Santino Spinelli (fisarmonica), Luciano Pannese (contrabasso), Andrea Castelfranato (chitarra), Gennaro Spinelli percussioni), da anni ricerca e valorizza la cultura musicale romaní. Il concerto non é altro che un percorso musicale e canoro (in lingua romaní) attraverso gli stili musicali romanès, per un viaggio ideale attraverso l'intimità della storia e della cultura Romanì interpretata in maniera assolutamente originale.
Il leader del Gruppo Alexian Santino Spinelli, fisarmonicista e cantautore conosciuto a livello internazionale per le sue numerosissime attività culturali, ha già pubblicato cinque Compact Disc distribuiti a livello internazionale.
Per maggiori informazioni: telefono 392 3577386, e-mail giuliadirocco@fastwebnet.it
Europee, Gruppo EveryOne: “no alla candidatura di Cofferati e Domenici”
Gli attivisti del Gruppo EveryOne hanno inviato una lettera aperta alle dirigenze del Partito Democratico in Toscana ed Emilia Romagna, nonché a tutti i Parlamentari Europei e ai membri del Parlamento Italiano contro la candidatura come eurodeputati degli attuali sindaci di Firenze e Bologna.
“Sergio Cofferati, Sindaco di Bologna, e Leonardo Domenici, Sindaco di Firenze e presidente dell’A.N.C.I., sono stati alcuni dei precursori delle politiche razziste e xenofobe per cui oggi l'Italia si trova al centro della riprovazione internazionale”. Lo dichiarano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, i leader del Gruppo EveryOne, organizzazione internazionale per i Diritti Umani. “Il Gruppo EveryOne, proprio sulla base delle politiche all'insegna dell'intolleranza durante i mandati dei due Sindaci, protesta vivamente, con il massimo sdegno, contro la loro candidatura alle elezioni europee, fra le file del PD, che li ha scelti addirittura il primo come capolista nel nord ovest, il secondo come probabile capolista del centro Italia”.
“Le ordinanze anti immigrati e le politiche persecutorie contro il popolo Rom regalarono a Cofferati il plauso della Lega Nord già nel 2005,”, spiegano gli attivisti, “quando i leader del Carroccio lo definirono ‘Meglio di Guazzaloca’, primo sindaco di destra di Bologna. Durante tutto il suo mandato, Sergio Cofferati si è distinto per aver ordinato una sequenza tragica di sgomberi di insediamenti Rom senza alternative di alloggio, senza assistenza sociale né igienico-sanitaria per donne, malati e bambini, senza alcun piano d'integrazione né rispetto per la dignità personale dell'individuo. La Bologna di Cofferati si è trasformata a poco a poco in un inferno per i Rom, come ha potuto verificare l'ottobre scorso una delegazione di esperti riguardo ai fenomeni di persecuzione razziale, guidata dall'europarlamentare Viktoria Mohacsì. ‘Agiscono senza autorizzazione e bisogna combatterli affinché non ce ne siano più, in futuro’, disse dei mendicanti, degli artisti di strada e dei lavavetri,sollevando l'entusiastica approvazione della Lega, di Forza Nuova, dei neonazisti di Stormfront e White Pride e in genere della destra xenofoba” proseguono i rappresentanti di EveryOne. “Pochi giorni fa, all'inizio di aprile 2009, Cofferati ha ordinato nuovi tragici sgomberi a danno degli ultimi Rom rifugiati a Bologna, presso l'ex area militare dei Prati di Caprara”.
Il Gruppo EveryOne ribadisce poi il netto no anche alla candidatura dell’attuale sindaco di Firenze e presidente dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani. “Leonardo Domenici è il Sindaco ideatore, con l’assessore-sceriffo Graziano Cioni, dell’ordinanza comunale di agosto 2008 che prevedeva fino a tre mesi di carcere per i lavavetri della città di Firenze, parlando addirittura di ‘pericolo di conflitto sociale’. Ricordiamo che Domenici dichiarò al Corriere della Sera ‘Tolgo i lavavetri ai semafori seguendo la lezione di Lenin’, divulgando la notizia secondo cui esistesse un racket di lavavetri che minacciava la sicurezza dei fiorentini e ricevendo la sementita pubblica del procuratore Nannucci e l’invito a rivedere l’ordinanza poiché non esistevano illeciti penali nell’operato dei lavavetri. Domenici strumentalizzò l'articolo 154 della Costituzione: ‘Il secondo comma’, disse il Sindaco di Firenze sempre al Corriere della Sera in quell’occasione, ‘impone a chi ha incarichi pubblici di esercitarli con ‘disciplina e onore’. La nostra Costituzione è stata scritta nel '47 e alcune parole sono ormai desuete, ma queste due sono belle: disciplina e onore. A me piacciono’. Leonardo Domenici” prosegue l’organizzazione internazionale per i Diritti Umani “è anche il Sindaco che ha autorizzato il nuovo regolamento di Polizia Urbana della città di Firenze, in cui non solo sono previste sanzioni di oltre 160 euro per i questuanti, ma anche per tutti i mendicanti che ‘intralcino il passaggio dei pedoni’ per le strade fiorentine o che ‘diano fastidio’ chiedendo l’elemosina o ‘dormendo in modo palesemente indecente occupando il suolo pubblico’. Non ultimi, gli episodi accaduti più volte in cui a Rom e senzatetto, rifiutati dai ricoveri per l’emergenza freddo in convenzione con il Comune, sono state tolte, in autunno e in pieno inverno, le coperte per riscaldarsi all’aperto. Nonostante tutto ciò Leonardo Domenici ha mantenuto l’assoluta indifferenza di sempre riguardo a politiche integrative e di assistenza umanitaria nei confronti dei più deboli” conclude EveryOne.
"Vi sono alcuni uomini della destra,", spiegano ancora gli attivisti, "a partire dal Presidente della Camera Gianfranco Fini, che stanno facendo ammenda per le politiche xenofobe e razziste condotte negli ultimi anni dalle Istituzioni italiane. Come è possibile che la sinistra, che dovrebbe avere i Diritti Umani, l'accoglienza e l'antirazzismo fra le basi della propria politica, stia invece premiando i propri rappresentanti che si sono distinti per intolleranza a azioni persecutorie nei confronti di Rom, migranti e senzatetto? Ci auguriamo che la classe politica italiana smetta di cercare consensi elettorali facendo leva sulla xenofobia e inizi a seguire realmente le linee-guida, ispirate ai più alti valori civili, dell’Unione europea. E questo cominciando con il ripensare seriamente alla candidatura in Europarlamento dei due Sindaci dell’intolleranza”. di Gruppo EveryOne
Alessandria, gli Italiani, i Rom e i Sinti: storia, problemi attuali e prospettive
L'Associazione Cultura e Sviluppo Alessandria invita, giovedì 23 aprile dalle ore 19.00 alle 22.00, alla conferenza "Gli Italiani, i Rom e i Sinti. Storia, problemi attuali e prospettive" che si terrà piazza Fabrizio De André, 76 (già viale Michel, 2).
La conferenza, organizzata all’interno del calendario dei giovedì culturali, vedrà come relatore il prof. Leonardo Piasere, Professore di Antropologia, Università di Verona e di Firenze con un’introduzione di Rosmina Raiteri, Psicopedagogista ICS.
La conferenza si propone di affrontare il problema del rapporto tra gli Italiani, i Rom e i Sinti nella sua complessità attraverso un inquadramento storico del problema, un’analisi dello stato attuale delle relazioni e l’individuazione di soluzioni praticabili.
Leonardo Piasere (in foto con Yuri Del Bar) è professore di discipline antropologiche all'Università di Verona e al dottorato in Antropologia, Storia, Testo dell'Istituto Italiano di Scienze Umane (Firenze).
Dirige, fra l'altro, la collana di studi rom "Romanes" e ha coordinato il progetto di ricerca della Commissione Europea su "The Education of the Gypsy Childhood in Europe". Ha condotto ricerche etnografiche ed etnostoriche fra i rom in Italia e in altre parti d'Europa.
Diritti umani, è scontro tra Consiglio d'Europa e Governo italiano
Un Paese che non fa abbastanza contro il razzismo, dove «gli immigrati irregolari vengono criminalizzati», e che ha adottato o sta discutendo «misure draconiane» contro i clandestini. Una nazione dove esiste «un persistente clima di intolleranza verso i rom» e in cui la xenofobia sfocia in atti violenti contro nomadi, immigrati o cittadini italiani con origine straniera.
Questa l’Italia descritta dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, nel suo secondo rapporto in meno di un anno sulla penisola. Un’analisi a tinte fosche, frutto di una missione compiuta nel Paese nello scorso gennaio. Hammarberg, 67enne diplomatico svedese, ha incontrato esponenti del governo, delle amministrazioni locali e rappresentanti di varie associazioni.
Hammarberg contesta soprattutto due norme: quella che prevede il ricorso da parte dell’Italia a rimpatri forzati di immigrati in nazioni «dove è accertato il ricorso alla tortura», e quella sulla possibilità per i medici di denunciare gli immigrati irregolari che si sono rivolti al sistema sanitario. Regole inaccettabili per il commissario europeo, che punta il dito anche contro la cosiddetta «aggravante di clandestinità», ovvero l’aumento di pena per gli stranieri irregolari. «La criminalizzazione dell’immigrazione irregolare è una misura sproporzionata, che provoca l’ulteriore emarginazione dei migranti», scrive Hammarberg, per poi citare anche alcuni esempi. Tra questi, il caso di alcuni immigrati tunisini che avevano fatto ricorso contro il rimpatrio alla Corte europea dei diritti dell’uomo per il rischio di essere sottoposti a tortura. L’Italia, nonostante la richiesta della Corte di sospendere il provvedimento, li ha ugualmente riconsegnati alla Tunisia.
Ma il commissario va oltre, sottolineando una generalizzata tendenza «verso il razzismo e la xenofobia» di tutto il Paese, soprattutto nei confronti di rom e sinti e degli immigrati. Un atteggiamento «incoraggiato da dichiarazioni di incitamento all’odio di amministratori locali, come quelle del sindaco di Treviso Gentilini», e da episodi «come quello del ghanese picchiato da alcuni vigili a Parma». Hammarberg conclude invitando il governo «a riconsiderare» la propria politica sull’immigrazione, e sollecitando tutte le autorità a reprimere con maggiore severità ogni manifestazione di razzismo.
Osservazioni respinte dal governo, che in una controreplica allegata alla relazione sottolinea di «non condividere i punti di vista del commissario», precisando come le norme censurate dal diplomatico siano «le uniche» a poter garantire un’efficace gestione dell’immigrazione. Per quanto riguarda la regola sui medici, l’esecutivo precisa: «Non si tratta di un obbligo, si è solo eliminata la proibizione di denunciare gli irregolari». di Luca De Carolis
Rom e Sinti, il congresso della federAzione
A Roma si aprirà mercoledì prossimo il primo Congresso nazionale della federazione Rom e Sinti Insieme. Il congresso si terrà mercoledì 22 aprile alle ore 15.00 e giovedì 23 aprile alle ore 9.00 in via Palestro 68, presso la Sala Convegni Unicef, a Roma.
L’iniziativa rappresenta un’occasione di condivisione sui temi propri delle culture Rom e Sinte, anche grazie al confronto sull’interazione culturale che anima il rapporto tra culture.
Il congresso, organo di indirizzo della federazione Rom e Sinti Insieme, è un momento di analisi e riflessione sullo stato del processo di riconoscimento e di interazione culturale delle stesse popolazioni.
È un’opportunità per stimolare processi di formazione alla partecipazione, condividere metodi e strategie per collaborazioni attive con le istituzioni e la società civile.
Un’opportunità per superare le divisioni e le questioni aperte, proponendo una nuova programmazione politica e culturale attraverso metodi e strategie per proiettarsi verso il futuro senza negare la tradizione.
L’obiettivo del Congresso è la realizzazione di un ruolo attivo e partecipante nelle politiche sociali ed istituzionali dei Rom e Sinti. Tutti i partecipanti all’incontro potranno presentare mozioni che saranno votate: quella che otterrà il maggior numero di adesioni sarà integrata nella linea politica del prossimo triennio della Federazione.
La federazione Rom e Sinti Insieme, organismo politico nazionale per il riconoscimento dei diritti delle popolazioni Rom e Sinte, lavora in modo condiviso e propositivo ad un dialogo diretto con il governo, le istituzioni e la società civile.
Riconoscere la minoranza linguistica a Rom e Sinti italiani; diffondere la conoscenza della cultura Rom e Sinta; collaborare alla programmazione di politiche di scambio culturale sono risultati che la Federazione si propone di raggiungere. L’affermazione della cultura della legalità, il superamento di ogni forma di discriminazione, la ricerca di percorsi non violenti, la promozione di una società aperta e multiculturale sono il suo progetto di lavoro. Di seguito il programma del congresso
Mercoledì 22 aprile 2009
- Relazione introduttiva della federazione Rom e Sinti Insieme;
- Video saluto del Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Thomas Hammerbergh;
- Messaggio del Presidente della Camera dei Deputati On. Gianfranco Fini;
- Saluti e interventi dei rappresentanti del Parlamento italiano, del Governo, delle Istituzioni.
Giovedì 23 aprile 2009
- Interventi dei partecipanti al congresso;
- Sapori della cucina rom e sinta
- Votazione delle mozioni;
- Conclusioni.
Il congresso, che sarà trasmesso da Radio Radicale, è disponibile sul sito http://www.radioradicale.it/. Al congresso, oltre agli aderenti alla Federazione e i soci delle associazioni federate, possono iscriversi per partecipare ed intervenire Rom e Sinti, organizzazioni, studiosi, politici ed istituzioni, presentando richiesta di iscrizione alla segreteria della Federazione, agli indirizzi federazioneromsinti@yahoo.it e segreteriafederazioneromesinti@yahoo.it.
Per informazioni: Presidenza 327 7393570, Segreteria 348 3915709, Coordinamento 393 2442264. Fax 06 45439339. E-mail federazioneromsinti@yahoo.it, http://federazioneromesinti.wordpress.com
Treviso, la mostra fotografica “Zingari d'Italia”
Oggi sarà inaugurata la mostra fotografica "Zingari d'Italia" che rimarrà aperta fino a sabato 23 maggio 2009, presso XYZ, spazio espositivo multidisciplinare per le arti applicate, in via Inferiore n. 31. La mostra è curata da Fabrizio Urettini e Matteo Segna in collaborazione con Mauro Raspanti. Le fotografie sono di: Giorgio De Acutis (Roma), Fabio Del Piano (Roma), Valter Molinaro (Milano), Marco Donatiello (Torino), Eugenio Viceconte (Roma) e la Scuola di Pace (Bologna).
"Zingari d'Italia" una mostra dedicata alla libera condivisione delle immagini fotografiche. Nel 2007, dopo l'omicidio di Giovanna Reggiani per mano di un abitante del campo nomadi di Tor di Quinto, si scatenata in Italia una massiccia campagna politica e mediatica contro la popolazione Rom e Sinta.
L'antico conflitto a bassa intensità contro le popolazioni sinte e rom, da sempre percepite come rappresentazione vivente del "corpo estraneo" -irriducibilmente asociale,"ostinatamente" diverso, insopportabilmente misero- esplode di colpo portando con sé un seguito di ordinanze di sgombero e interventi della pubblica autorità, accompagnati prima da un'attiva partecipazione dei mezzi di informazione con fotoreportages e articoli di sapore razzista-, poi da disgustosi atti di violenza della popolazione "civile" (incendi dei campi e aggressioni).
Durante questa campagna, ancora in corso, Giorgio_72, crea su Flickr un gruppo di condivisione fotografica chiamato "Zingari d'Italia".
Oggi, a due anni dalla sua nascita il pool del gruppo conta più di ottanta membri, fotografi professionisti, amatori e occasionali che regolarmente postano le loro immagini scattate nei “campi nomadi” e non solo.
Abbiamo deciso di metterle in mostra per riflettere su quanto il consumo di queste immagini, meno selezionate e meno funzionali alle esigenze di propaganda dell'editoria tradizionale, stiano cominciando a mutare radicalmente il nostro rapporto con la fotografia. "Zingari d'Italia" rappresenta un esempio di come la fotografia digitale e i suoi mezzi di diffusione virtualmente"illimitati e gratuiti" stiano mettendo non solo in crisi il reportage professionale, ma soprattutto stiano erodendo il nostro rapporto con l'immagine ottica.
Le immagini di "Zingari d'Italia", esposte assieme a una collezione di copertine illustrate sui settimanali italiani dal primo novecento al tardo dopoguerra, sembrano liberarci almeno un po' da quell'iconografia fantasiosa dello "Zingaro" romantico-nomade-criminale-asociale-subumano.
“Io, Tinker, zingaro d’Irlanda”
“Io sono come loro”. Joseph guarda il cielo e le nuvole viaggiare libere nella notte. Poi con un bastone ravviva le fiamme del focolaio. Il fuoco accende il buio e gli illumina il volto giovane.
Seduto vicino a lui, sulla terra umida d’Irlanda, lo ascolto raccontarmi la sua storia. Ha 31 anni ed è un Tinker (travellers), uno dei 23 mila “zingari” dell’Isola di Smeraldo: un’anima “nomade” dal sangue in fermento. Vive così da sempre, come i genitori, i nonni, gli avi.
L’ho incontrato fuori Dingle nel Kerry mentre con il carro attraversava le strade strette e impervie. A trainare la sua casa – come la definisce lui – c’erano due cavalli dai forti garretti, un manto vellutato di bianco e nero, il fiato corto della fatica. Ora sono qui con noi, in uno spiazzo verde a ridosso dell’asfalto bucato: godono il riposo dell’oscurità e il fieno rigenerante.
“Io vivo di vento, di spazi vuoti, di orizzonti senza confine”, mi dice Joseph con naturale disincanto, come se questa fosse l’unica vita possibile per lui. “Ne ho conosciute altre, ma non mi piacciano. I miei genitori mi hanno mandato nelle scuole pubbliche, ma non le sopportavo. Scappavo ogni volta che potevo”.
Chiudersi nell’aria stantia di un edificio, per lui sarebbe la morte. Joseph ha scelto la strada, e la strada è l’unica via da seguire sempre. “Non mi manca niente, ho tutto quel che desidero. Soprattutto la libertà di essere ciò che sono”.
Questo giovane Tinker ha le idee chiare come il suo inglese fluente. “Ma quando mi incontro con gli altri parliamo la nostra lingua, il Shelta”, mi spiega mentre torna a ravvivare il focolaio.
L’origine di quest’idioma ha origini antiche: si pensa che gli Irish Travellers siano discendenti di poeti viaggiatori, messi al confine della società dopo le campagne di Oliver Cromwell sull’Isola: la Battaglia del Boyne nel 1690 e quella di Aughrim nel 1691.
Alcuni di loro sono figli dell’emarginazione e della povertà della Great Famine, la Grande Carestia che colpì e falcidiò l’Irlanda tra il 1845 e 1852, lasciando in assoluta povertà la popolazione di quel tempo.
Nella terra di Erin, però, tutti li conoscono ormai come Tinkers. Il nome si riferisce al loro lavoro come stagnini (tinsmiths) ed è usato in modo quasi denigratorio. Eppure questa gente, che non ha accettato il vorticoso vivere moderno, trattiene in sé orgoglio e passione e mantiene vivo un mondo quasi scomparso.
Nelle loro case-carro suonano antiche melodie gitane e lavorano a mano oggetti unici: fiori di metallo, cucchiai intarsiati. Che poi rivendono per pochi spicci o barattano con cibo e vestiario. E tu come fai? Chiedo a Joseph.
“Io mi arrangio, facendo un po’ di tutto. Quando ho bisogno di qualcosa, mi fermo in un posto, lavoro per qualche giorno, soprattutto nelle fattorie. Mi faccio pagare con cose utili, non con denaro. E riparto”. La strada, sempre.
Il fuoco si sta spegnendo. Accendo l’ultima sigaretta e ce la dividiamo. Poi, insieme, guardiamo il cielo e le nuvole viaggiare libere nella notte. di Andrea Lessona
Italia e India, un racconto carico di stereotipi e pregiudizi
Renato Rosso ama comunicare e condividere le sue esperienze, e, partendo da esse, riflettere sul nostro quotidiano. Questa volta lo fa con “storie parallele” di popoli sinti e rom, quelli che abitano Paesi lontani, terre di antica origine, e quelli insediati in Europa, in Italia.
Renato Rosso: 36 anni di missione itinerante (Bangladesh, India, Filippine, Brasile, Italia…) al servizio di comunità diverse dell’universo rom e sinto. Un inconsueto tipo di presenza, non sempre stabile, ma che ha costruito, con tempo e fatica, una Chiesa in realtà che senza di lui forse non sarebbero mai state raggiunte. Presenza di crescita umana e spirituale in comunità non cristiane; soprattutto animando scuole - sovente itineranti su barche, o nei pascoli… - disegnate sul modello di vita degli alunni. Suscitando energie, formando persone che finora hanno assicurato non solo continuità ma anche crescita delle iniziative, grazie alla loro testimonianza.
Ha senso guardare in parallelo le "civiltà nomadi" che tu incontri in Asia e quelle dei Balcani, dell’Italia e di altri Paesi?
Io parlerei di "nomadi" nel mondo. Inclusi i nostri, qui in Italia, tutti partono dall’India nord occidentale, 700-800 anni fa. In Grecia li troviamo già nel 1300 e nel 1400-1420 in Italia; pochi anni dopo in Francia, in Spagna e in breve in tutta Europa. Ancora prima, nel 1700 a.c., nasceva la "cultura nomade" beduina in Arabia, allargandosi poi nel Nord Africa e fino all’Afghanistan, all’India. La sedentarizzazione inizia più o meno 12.000 anni fa, ma nell’Asia poco tempo fa. Alcune frange sono rimaste "nomadi", e sono quelle che noi incontriamo oggi. Personalmente, ho elencato 440 di questi gruppi, "nomadi o seminomadi", nel subcontinente indiano.
Esistono similitudini tra "zingari" europei e "zingari" del subcontinente indiano?
Sono molto simili. È il tipo di vita che crea il loro modo di essere: il vivere sotto il cielo, il contatto con la natura. Cambiano il modo di vestire, le lingue. Però il modo di pensare, di fare politica all’interno del gruppo, di relazionarsi con gli altri sostanzialmente è simile. Per esempio il gruppo - una quindicina di famiglie - si difende con un capo, eletto e che ha l’ultima parola; hanno un tribunale loro, con avvocati e giudici eletti. Non fanno riferimento alle autorità locali. È interessante il fatto che nel loro vivere la politica presentano una democrazia diversa, non riferita ad un’ideologia. Il segreto è considerare ogni membro del gruppo come uno della mia famiglia.
Di questa cultura, conosciuta solo attraverso pregiudizi, quali sono secondo te i valori importanti?
Il valore centrale è la famiglia, la loro ricchezza sono i figli. Non hanno altro. In Europa come in Bangladesh, quando uno ha sbagliato viene giudicato ed eventualmente punito, sempre però tenendo conto che potrebbe essere mio figlio, mio fratello. Ci si relaziona con una persona e la sua storia, non con un numero. Pensa quale rivoluzione! Ci sono altri aspetti interessanti, come la possibilità di fare scelte meno dipendenti da norme formali. Ovviamente l’istinto è anche un limite: promuovere la scuola per loro è proprio lavorare su questo. Anche la religiosità è un valore cui danno grande importanza. Con la nostra presenza cerchiamo proprio di arricchire tutti questi elementi.
Che tipo di rapporto vive il "nomade" con la società che lo circonda?
Rimangono minoranze. Uno "zingaro" in Italia è visibilmente diverso da chi vive in una casa. Anche se, in tutto il mondo, la casa non è la roulotte, la carovana o la tenda: la casa è l’accampamento. Dove tutti vivono e i bambini sono educati al ritmo del gruppo, dal gruppo intero. La famiglia nucleare esiste, però è nel gruppo che si decide, per esempio, di mandare i bambini a scuola; papà e mamma potrebbero arrivarci un po’ prima, ma dovranno aspettare il gruppo. È sempre il gruppo che deve essere motivato e non un singolo. Sia qui che in India poi - benché in India la gente comune dei villaggi possa essere più povera degli "zingari" - lo "zingaro" è una persona di cui si ha paura. Perché è nomade, e non sai da dove viene e dove va.
Solo timore, non fascino?
Anche, le due cose si mescolano. Per esempio, gli "zingari" la sera si riuniscono e cantano, danzano; questo crea un certo fascino, ma il timore e il disprezzo restano. Molte volte anche da parte di chi, "zingaro", si è sedentarizzato. Uno dei motivi è l’assenza del concetto di proprietà privata, che rende liberi nel rubare. Cosa che in Asia è rarissima: c’è poco da rubare, i ricchi sono pochi e si difendono molto bene; e normalmente i "nomadi" lavorano tutti. Qui in Europa la situazione è diversa. In passato procurarsi il sostentamento non era difficile, incluso razziare qualche gallina… Poi la società è cambiata, le esigenze anche e le piccole delinquenze sono diventate organizzate; oggi abbiamo anche in mezzo a loro una criminalità pesante.
Non c’è più uno spazio economico per un’attività tradizionale. Occorre avere altre capacità…
Certo. È già accaduto in Asia, ma in Europa è stato appunto diverso. Nel polverone riguardo al "mondo zingaro" in Italia, parte del problema è però aggravato da una corruzione che ci riguarda. Ci sono avvocati che lucrano su di loro. Se qualche anno fa con 5 milioni di lire si faceva un processo, oggi si chiedono 100 o 150mila euro. In qualche modo si è detto loro: non è importante essere onesti o disonesti, rubare o non rubare, ma avere tanti soldi per risolvere i problemi. Se rubi poco, rimani in prigione.
Il rischio è che il resto della società pensi che gli "zingari" sono i nemici, e che loro pensino che il resto della società è il nemico. È un cane che si morde la coda. Gli "zingari" arrivano da noi con una certa ingenuità, con una fisarmonica, un bicchiere di plastica, girando sotto le finestre, suonando. Però poi lentamente sono assorbiti dalla criminalità organizzata, per la quale più sono meglio è. A volte sento dire: “Io non voglio, ma cosa faccio? Mi obbligano”.
Moltissimi Sinti e Rom per fortuna lavorano: da trent’anni a questa parte sono entrati nei Luna Park e nei circhi. Un lavoro pesante ma dignitoso. Ultimamente hanno anche altre attività, come paninoteche ambulanti, bar… una Sinta era entrata giovane al mattatoio di Torino: ora avrà trent’anni ed è capo reparto, per la sua intelligenza, per la sua onestà, per la sua capacità.
Chi lavora si sedentarizza?
Vivono nel campo, nella roulotte con gli altri, ovviamente una vita sedentaria perché chi ha un lavoro fisso non può spostarsi. Intanto i loro parenti e gli altri svolgono altre attività, qualcuno non ne fa nessuna… c’è di tutto.
Uno dei problemi, oggi, é l’arrivo di nuovi gruppi dall’est. Secondo me l’unica via d’uscita è che anche noi italiani decidiamo di diventare una nazione più onesta. Una nazione davvero fondata sul lavoro, dove chi non lavora non mangia. Dove chiunque, se ruba o delinque, è punito, in proporzione alla gravità del fatto, senza scappatoie. Continua a leggere…
giovedì 16 aprile 2009
Hammarberg, si deve porre fine alla discriminazione e alla xenofobia
“Nonostante siano stati compiuti degli sforzi, permangono preoccupazioni per quanto riguarda la situazione dei rom, le politiche e le pratiche in materia di immigrazione e il mancato rispetto dei provvedimenti provvisori vincolanti richiesti dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo” ha dichiarato oggi Thomas Hammarberg, Commissario per i diritti dell’Uomo del Consiglio d’Europa, nel presentare il proprio rapporto sull’Italia.
“Le autorità dovrebbero condannare più fermamente ogni manifestazione di razzismo o di intolleranza e garantire l’effettiva applicazione della legislazione anti-discriminazione”, ha affermato. Ha inoltre raccomandato di accrescere il numero di rappresentanti dei gruppi etnici in seno alle forze di polizia e di istituire un organismo nazionale indipendente, quale il mediatore, per rafforzare la tutela dei diritti umani.
Il Commissario Hammarberg raccomanda inoltre di migliorare la situazione dei rom. “Permane nei loro confronti un clima di intolleranza e le loro condizioni di vita sono tuttora inaccettabili in un certo numero di campi da me visitati. Le buone prassi a livello locale esistono nel paese e dovrebbero essere estese”. Il Commissario esprime altresì profonda inquietudine circa l’opportunità di effettuare un censimento nei campi rom e sinti e si dichiara preoccupato per la sua “compatibilità con le norme europee che disciplinano la raccolta e il trattamento di dati a carattere personale”.
Il Commissario incoraggia inoltre vivamente le autorità a creare dei meccanismi di consultazione a ogni livello con i rom e i sinti, ad evitare le espulsioni che non sono accompagnate da alcuna offerta di risistemazione e ad attuare soluzioni educative appropriate per i bambini. Spera d’altro canto che “il nuovo piano d’azione relativo alle misure di protezione sociale e di integrazione sarà messo in opera quanto prima e che le autorità manterranno al più presto la promessa di ratificare senza riserve la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla nazionalità, che tutelerà in particolare gli interessi dei bambini rom di fatto apolidi”.
Il Commissario ribadisce le proprie critiche sul disegno di legge sulla sicurezza pubblica, che rischia di avere effetti negativi sui diritti degli immigrati. “La criminalizzazione degli immigrati è una misura sproporzionata, che potrebbe avere l’effetto di acuire le tendenze discriminatorie e xenofobe che già si manifestano nel paese” ha dichiarato. “Inoltre, la recente disposizione adottata dal Senato, che consente al personale medico di segnalare alla polizia gli immigrati irregolari che si rivolgono al sistema sanitario è profondamente ingiusta e potrebbe portare a una loro maggiore emarginazione”.
Il Commissario Hammarberg esprime preoccupazione per un certo numero di ritorni forzati in Tunisia imposti per motivi di sicurezza a persone che corrono tuttavia gravi rischi di essere torturate nel loro paese. “Gli Stati hanno evidentemente il dovere di proteggere le società dal terrorismo, ma non devono, per questo, violare le norme in materia di diritti umani, quali il divieto assoluto della tortura o dei trattamenti disumani. L’Italia non ha provveduto ad applicare le misure provvisorie vincolanti richieste dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo per porre fine alle espulsioni, compromettendo in tal modo gravemente l’efficacia del sistema europeo di protezione dei diritti umani”.
Il Commissario ha infine espresso soddisfazione per un certo numero di misure positive prese dalle autorità italiane, e in particolare per l’adozione di programmi di educazione interculturale, per la decisione di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani e per lo sviluppo di un programma nazionale di protezione dei minori stranieri non accompagnati.
Il rapporto è basato sulla visita effettuata lo scorso gennaio e rientra nell’ambito del seguito dato alle raccomandazioni formulate dal Commissario nel suo memorandum del luglio 2008. È pubblicato insieme alla risposta delle autorità; una galleria di fotografie illustra la visita. Press Release, Office of the Commissioner for Human Rights (traduzione a cura di Antonella Mascia)
Strasburgo, Commissario per i Diritti Umani perplesso sul decreto sicurezza
Oggi è stato reso pubblico il rapporto sull'Italia di Thomas Hammarberg, Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa. Per Hammarberg "le autorità dovrebbero condannare in modo più fermo tutte le manifestazioni di razzismo o di intolleranza e assicurare una applicazione efficace delle legislazioni contro le discriminazioni". Il Commissario per i Diritti umani chiede inoltre che i vari gruppi etnici siano meglio rappresentati all'interno delle forze di polizia e che venga istituito un organismo nazionale indipendente, sul modello dell'Ombudsman, per rafforzare la protezione dei diritti umani. Altro punto debole, secondo il commissario del Consiglio d'Europa, è quello dei Rom. "C'è un persistente clima di intolleranza contro di loro e le loro condizioni di vita sono ancora inaccettabili in molti dei campi che ho visitato", ha osservato, aggiungendo: "Le buone pratiche a livello locale esistono e dovrebbero essere più diffuse". Hammarberg ha ribadito la sua profonda preoccupazione sull'appropriatezza de censimenti nei campi rom e sinti e rimane preoccupato della loro "compatibilità con gli standards europei che regolano la raccolta e il trattamento dei dati personali".
Inoltre il Commissario chiede alle autorità di creare dei meccanismi consultivi a tutti i livelli con i Rom e i Sinti, evitando di mandarli via senza offrire loro delle case alternative e dare loro soluzioni appropriate per l'istruzione dei bambini. Hammarberg spera inoltre che "il nuovo piano d'azione per il welfare e le misure d'integrazione venga presto applicato e che le autorità realizzino prontamente il loro annuncio di ratificare senza riserve la Convenzione del consiglio d'Europa sulla nazionalità, che porterebbe soprattutto benefici ai bambini rom che di fatto non hanno alcuno statuto".
Il Commissario ha ribadito la sua critica al decreto legge sulla sicurezza per i suoi possibili effetti negativi sui diritti degli immigrati. "Criminalizzare gli immigrati è una misura sproporzionata che rischia di fomentare ulteriori tendenze discriminatorie e xenofobe nel paese", ha dichiarato. "Inoltre, i recenti provvedimenti introdotti dal Senato che consentono al personale medico di denunciare alla polizia gli immigrati irregolari che accedono al servizio sanitario è profondamente ingiusto e potrebbe ulteriormente marginalizzare gli immigrati". Il Consiglio d'Europa è inoltre preoccupato da una serie di rimpatri forzati verso la Tunisia, per ragioni di sicurezza, di alcune persone che rischiano seriamente la tortura. "Nel loro dovere di proteggere le società dal terrorismo, gli Stati non devono violare gli standard sui diritti umani come ad esempio il divieto assoluto di tortura o di trattamento inumano. L'Italia ha ignorato le misure vincolanti temporanee richieste dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per interrompere le deportazioni, mettendo così a serio rischio l'efficacia del sistema europeo dei diritti umani". Infine Hammarberg dà il benvenuto ad alcuni passi positivi fatti dalle autorità italiane, in particolare per quanto riguarda l'adozione dei programmi di educazione interculturale, la decisione dei ratificare la Convenzione del Consiglio d'Europa sull'azione contro il traffico di esseri umani e lo sviluppo di un programma nazionale sui minori stranieri non accompagnati. La base del rapporto del commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa è un viaggio in Italia dello scorso gennaio e fa seguito alle raccomandazioni fatte nel luglio 2008. di Apcom
mercoledì 15 aprile 2009
Belgrado, un posto al sole
Il 3 aprile, a Belgrado, è stato raso al suolo un insediamento rom nel quartiere di Novi Beograd. Da allora la capitale serba ha conosciuto manifestazioni, proteste ed eventi culturali che hanno segnato un momento particolare nel rapporto tra la comunità rom e la città
Per poco più di una settimana gli “invisibili” di Belgrado, i rom che vivono nei malridotti campi della periferia e si spostano in centro per chiedere l’elemosina o per raccogliere la carta, sono divenuti “visibili” anche agli occhi dei più distratti. Nell’arco di pochi giorni il centro della capitale ha conosciuto manifestazioni di ogni tipo, proteste ed eventi culturali, che hanno determinato un momento particolare nel rapporto tra la comunità rom e la città.
Da una parte, per celebrare la Giornata Mondiale dei Rom dell’8 aprile, il Sava Center ha ospitato la cantante Esma Režepova Tedodosijevski e in centro sono state organizzate mostre ed eventi volti a celebrare la cultura rom. Dall’altra, poco più in là, di fronte alla sede del governo cittadino, si sono protratte manifestazioni di protesta della comunità contro il sindaco Dragan Đilas e la sua amministrazione.
L’episodio che ha scatenato il malcontento dei rom belgradesi risale al primo mattino del 3 aprile, quando i mezzi del comune hanno raso al suolo un insediamento illegale formato da una cinquantina di baracche. Il campo si trovava a Novi Beograd nei pressi della cittadella dell’Universiade, una struttura destinata ad accogliere gli atleti di tutto il mondo che parteciperanno alla competizione ospitata nella capitale serba nel mese di luglio. L’azione di sgombero è stata presentata dalle autorità cittadine come necessaria per permettere la costruzione di un nuovo viale di collegamento con la zona. Alcuni sostengono, tuttavia, che non siano mancate pressioni da parte del comitato internazionale organizzatore della manifestazione, allo scopo di migliorare l’immagine della città in vista dell’evento estivo.
Nella stessa giornata gruppi di rom hanno organizzato la prima di molte proteste, bloccando un’importante arteria di Novi Beograd fino a giungere ad un faccia a faccia con la polizia. Contemporaneamente Đilas interveniva con parole che non contribuivano a placare gli animi: “Qualche centinaio di persone non può ostacolare lo sviluppo di Belgrado né tenere in ostaggio due milioni di belgradesi […] semplicemente non c’è un’altra soluzione”. Aggiungendo quindi che non sarà più tollerato l’insediamento illegale in città di altri gruppi di persone.
E’ quindi iniziata una vita da senzatetto per le 47 famiglie rom rimaste prive della propria abitazione e degli averi che, sostengono, non hanno avuto il tempo di recuperare dalle baracche. La questione della loro sistemazione ha naturalmente scatenato ulteriori polemiche e discussioni. Tuttavia solamente le persone che presentavano particolari problemi hanno trovato rapidamente posto in alcuni istituti, mentre la gran parte dei circa 250 rom sfollati è rimasta in balia di se stessa per giorni, sostenuta solo dalla solidarietà di alcune associazioni. Tuttora molti di essi non hanno ricevuto alcun aiuto dalle istituzioni. Il sindaco ha dichiarato fin da subito che si cercherà una sistemazione solo per coloro che sono cittadini belgradesi a tutti gli effetti, mentre gli altri dovrebbero tornare nelle città e regioni di provenienza, Kosovo incluso. Per concretizzare questo rientro l’amministrazione si è dichiarata pronta ad accollarsi le spese di viaggio. Đilas ha inoltre sostenuto che, secondo le informazioni in suo possesso, solo dodici delle baracche distrutte erano realmente abitate e che la situazione sarebbe stata volutamente gonfiata. di Marco Abram, continua a leggere…
Milano, il documentario "via San Dionigi, 93"
È possibile parlare di «zingari» senza pregiudizi, evitando sia il pietismo sia la condanna a priori? Sì. Lo dimostrano due registi milanesi, Tonino Curagi e Anna Gorio, in «Via San Dionigi, 93». Prodotto dalla Provincia di Milano, il film viene presentato oggi alle ore 19.00 (con i registi in sala) e domani alle ore 17.00 allo Spazio Oberdan in viale Vittorio Veneto n. 2 a Milano.
La storia è quella di un campo rom situato vicino all' abbazia di Chiaravalle, colpito più volte da incendi, distrutto dalle ruspe comunali nel 2007 e prossimo all’ennesimo sgombero. Le riprese sono durate più di due anni, e i 70 minuti di film sono il distillato di oltre 50 ore di girato: non ci si improvvisa documentaristi! «E per i primi sei mesi », aggiunge Curagi, «non abbiamo acceso la videocamera. Andavamo nel campo due volte la settimana, solo per conoscere le persone. Non volevamo essere come turisti che vanno allo zoo».
Come hanno reagito i Rom?
«Alcuni ci dicevano: 'Perché raccontate le nostre difficoltà? Noi ci vergogniamo della nostra povertà. Mostrarla ci emargina ancora di più'. Molti altri hanno condiviso il nostro proposito di mostrare la loro vita quotidiana a tutto tondo. Ci sono padri di famiglia che hanno un lavoro regolare, ma si parla anche di furti, di prostituzione... che non sono cose esclusive di quella realtà. I rom hanno avuto coraggio dicendoci di tenere quelle sequenze».
Il vostro documentario è molto diverso da ciò che si vede in televisione.
«Non c'è voce fuori campo, non ci sono interviste né ricostruzioni. Non c'è qualcuno che spiega le cose. Volevamo seguire le orme di due maestri come Frederick Wiseman e Nicholas Philibert (autore di «Essere e avere», ndr)».
Lei insegna alle Scuole civiche di cinema. Che cosa dice ai giovani che vogliono fare documentari?
«Lo sguardo cinematografico non è mai imparziale. Ma l'importante è demolire gli stereotipi».
Che messaggio sperate arrivi dal vostro film?
«Al di là di ogni discorso buonista o dell'indignazione civile per lo sgombero che ha separato intere famiglie, ci piacerebbe che lo spettatore si sentisse come in una macchina del tempo. E non solo perché in questi campi manca la luce e c'è un rubinetto per duecento persone. Nella collegialità delle decisioni e nel mutuo soccorso, i rom hanno un senso di comunità quasi tribale che noi abbiamo perso». di Alberto Pezzotta (foto di Silvio Mengotto)
Pavia, abitare con i Rom e i Sinti
Abitare le città con i rom e i sinti si può. O meglio, si potrebbe: Tommaso Vitale lo sostiene nel volume edito da Carocci “Politiche possibili. Abitare con i rom e con i sinti”. Il libro sarà presentato oggi pomeriggio alle ore 14.00 alla Nave nella facoltà di Ingegneria Edile Architettura. A partire dall’analisi dei casi di fallimento dell’intervento pubblico sul tema, ma anche delle buone prassi, il volume è un vademecum per chi deve occuparsi di politiche pubbliche, ma anche per quanti sono interessati ad andare oltre gli stereotipi sugli “zingari”.
Offre infatti un’analisi puntuale delle occasioni afferrate o perdute per integrare le popolazioni sinte e rom nell’architettura urbana e sociale delle nostre città, e persino nel nostro linguaggio dando un messaggio forte: per risolvere la questione non servono né discriminazioni né privilegi.
Professor Membretti, cosa emerge a proposito del lavoro e delle politiche dell’abitare a Pavia per le comunità Rom e Sinte?
«Il lavoro in regola è pressoché inesistente; c’è invece una quota variabile di lavoro sommerso nel settore della raccolta del ferro e dei rottami e in quello dell’edilizia e della manovalanza. Non ci sono dati in merito. Quasi inesistente risulta il lavoro extra-domestico delle donne».
È mai stata fatta una politica del lavoro?
«A Pavia non è mai stata sostenuta dalle istituzioni la nascita di cooperative sinte che potrebbero rappresentare una regolarizzazione di lavori quali la raccolta del ferro e che inoltre, con apposite convenzioni, potrebbero dare occasioni di lavoro nella cura del verde pubblico, nelle manutenzioni viarie, nella custodia dei parchi. Manca anche una politica della formazione al lavoro, rivolta innanzitutto ai giovani».
Pavia è un’eccezione in Italia?
«L’Italia è all’ultimo posto in Europa per quanto riguarda gli interventi verso le popolazioni zigane. Invece il programma governativo “Acceder” in Spagna ha consentito in pochi anni l’inserimento lavorativo di 35mila rom e sinti con l’aiuto di fondi europei, fondi che l’Italia non richiede nè utilizza».
E le politiche abitative?
«I Sinti vivono da decenni in condizioni non consentite né concepibili per qualsiasi altro cittadino italiano e pavese. Da un lato è forte la loro resistenza all’inserimento in abitazioni in muratura, soprattutto se condomini, le istituzioni locali sembrano avere accettato l’idea che i sinti sarebbero culturalmente portati a vivere in roulotte o in baracche. Non è così: c’è la richiesta diffusa di casette più stabili, di micro-aree in cui costituire piccoli villaggi in cui sperimentare forme di autogestione responsabile del territorio. Tutto il contrario della deresponsabilizzazione a cui di fatto sono portati dagli interventi assistenziali, o dai “privilegi” come il mancato pagamento delle utenze pubbliche. In questa direzione si muove il laboratorio universitario “I sinti abitano Pavia”, che coordino e si occupa di progettare in modo partecipativo possibili alternative residenziali al modello del campo nomadi (info: www.sociability.it/sintiapavia)».
Quali politiche possibili oltre quella assistenziale/contenitiva?
«Va ribaltata la prospettiva: i sinti sono cittadini che hanno il diritto ad una abitazione, a un lavoro e all’istruzione, come gli altri pavesi. Il primo punto è però il lavoro: senza di esso non c’è dignità personale e si ricade nell’assistenzialismo o si scivola nella criminalità. I sinti hanno però doveri di cittadinanza: far studiare i propri figli, trovare forme di convivenza abitativa con le altre popolazioni che abitano Pavia, impegnarsi nel lavoro. Tutti doveri che restano teorici come i diritti, laddove manchino politiche di empowerment, di pari opportunità, di accompagamento».
Rom a Pavia oggi: ancora stranieri per eccellenza?
«Sì, stranieri e invisibili. Dopo i fatti vergognosi della Snia i rom a Pavia sono tornati nell’ombra; i dati ufficiosi parlano di circa 100 persone in parte ospitate dal Comune e da alcune famiglie pavesi». di A. Ghez.
Milano, festa rom
Arci Milano, associazione Upre Roma, Naga e spazio pubblico autogestito Leoncavallo invitano tutti alla “festa rom, per un progetto di riscatto contro l’emergenza razzista” che si terrà sabato 18 aprile dalle ore 18.00, presso lo spazio pubblico autogestito Leoncavallo di via Watteau (MM verde Centrale+bus 81 - MM gialla Sondrio+bus 43).
Dopo lo stato d’emergenza e i commissari speciali i rom tornano nell’occhio del ciclone per le prossime elezioni: si è riaperta la caccia alle centinaia di uomini, donne e bambini che cercano di sopravvivere sotto i ponti, lungo le massicciate ferroviarie, nelle discariche di Milano e provincia. Ma ancora più devastante è l’effetto della campagna d’odio e di pregiudizio assecondato da una legislazione esplicitamente razzista. I segni di questa campagna e di questa legislazione si colgono nelle manifestazioni di intolleranza e di violenza quotidiane e cambiano profondamente le coscienze lasciando un sedimento acido che corrode la stessa cultura di un popolo.
L’emergenza materiale e l’emergenza morale che si coagulano nel destino delle comunità rom sono il paradigma del nuovo razzismo e non si possono affrontare separatamente perché una è effetto e condizione dell’altra e viceversa. Il degrado e la segregazione nei quali si costringono i rom in campi nomadi concepiti come moderni campi di concentramento servono a fomentare la paura, a ispirare comportamenti razzisti, a sostenere la politica della destra xenofoba.
Per sciogliere questo nodo, per contrastare questa politica, per costruire una cultura della convivenza, del riconoscimento e del rispetto tra diversi occorre rompere gli schemi e soprattutto abbattere i muri che dividono gli uni dagli altri. Il primo passo è conoscersi e per conoscersi veramente bisogna fare i conti con la cultura dell’altro.
Con questo scopo e con l’obiettivo di offrire un percorso di riscatto ai giovani rom l’associazione Upre Roma presenta il progetto della Compagnia Teatrale Rom: l’espressione artistica è lo strumento più efficace per dialogare tra culture diverse, conoscersi scambiando una parte della propria esperienza e della propria anima.
La serata, intervallata da una cena etnica con cucina zigana, propone una mostra fotografica e la proiezione di filmati tra cui quello prodotto da Amnesty International sulla situazione a Milano, un confronto pubblico sul riconoscimento per legge della minoranza rom e sinta e infine un concerto con raccolta fondi per la costituzione della compagnia teatrale rom.
L’iniziativa si colloca nell’ambito della campagna contro il razzismo, l’indifferenza e la paura dell’altro “non aver paura, apriti agli altri, apri ai diritti” a cui favore si raccoglieranno le firme e si realizza con interlocutori significativi per la cultura di Milano come lo Spazio pubblico autogestito Leoncavallo, un luogo che alla Milano prima da bere e ora da cementificare ha contrapposto pezzi di produzione culturale e che è sotto l’attacco di una politica cittadina cieca e sorda di fronte alle esigenze e alla creatività alternativa delle nuove generazioni. Di seguito il programma
Ore 18.00, filmati e mostra fotografica.
Ore 18.30, Antonella Attardo presenta il rapporto di Amnesty International e Paolo Cagna Ninchi, associazione Upre Roma, presenta la proposta sul riconoscimento di minoranza etnica. Intervengono: Piero Colacicchi (OsservAzione), Corrado Mandreoli (CGIL), Maurizio Pagani (Opera Nomadi), Emanuele Patti (ARCI), Dijana Pavlovic (federazione Rom e Sinti Insieme), Marta Pepe (NAGA), Tommaso Vitale (Università Bicocca). Coordina Elena Jannuzzi Hileg (Leoncavallo).
Ore 20.00, cena rom.
martedì 14 aprile 2009
Sucar Drom si rinnova
L’associazione Sucar Drom, a conferma della sua strategia di rafforzare la presenza sul web, ha chiesto all’Istituto di Cultura Sinta di presentare un restyling completo di questo spazio web e degli altri due spazi web: http://www.sucardrom.eu/, http://sucardrom.googlepages.com/home.
Il restyling di questo spazio web sarà presentato nei prossimi giorni al Consiglio direttivo della Sucar Drom che ha chiesto all’Istituto la messa in rete entro il 9 maggio 2009, a quattro anni dalla messa in rete di questo strumento di informazione.
L’associazione Sucar Drom che opera in Italia dal 1996 e gestisce direttamente l’Istituto di Cultura Sinta, crede fondamentale un sempre maggiore impegno nel informare in maniera corretta sui mondi sinti e rom. Inoltre, è impegnata in maniera diretta nel contrastare tutte le forme di discriminazione, dirette e indirette, e incitamento all’odio razziale che provengono da più parti.
Il successo avuto in questi quattro anni di lavoro ci rende orgogliosi anche perché a partire dalla nascita di questo spazio web nel 2005 si è offerto lo stimolo per una presenza non più marginale di associazioni, singoli, gruppi… Oggi gli spazi web (soprattutto blog) sono diversi e sempre più arrivano richieste da parte di Sinti e Rom per essere aiutati a costruire un proprio blog o un proprio spazio web.
In quattro anni si è compiuta una rivoluzione digitale all’interno delle associazioni sinte e rom e dobbiamo darne merito anche a Fabrizio Casavola, gestore dello spazio web Mahalla, che ha collaborato e collabora con noi dal 2005, offrendoci un supporto indispensabile che noi abbiamo diffuso. Oggi molti Sinti e Rom hanno un proprio indirizzo di posta elettronica e in molti hanno un proprio spazio web. E permettete, siamo molto felici di questo risultato.
Inoltre, non è da sottovalutare l’impatto avuto in rete da questa sempre maggiore presenza, visto che tante persone si avvicinano alle questioni sinte e rom e promuovono le tematiche che sosteniamo. Fino a qualche anno fa queste tematiche erano relegate a piccoli gruppi di opinione.
Il web è un importante strumento di partecipazione che dobbiamo sempre più implementare per crescere intorno alle nostre tematiche un sempre maggiore consenso e un sempre maggiore apporto anche critico. L’associazione Sucar Drom non vuole fermarsi ma continuare nella crescita proponendo uno strumento sempre più fruibile e flessibile che sappia offrire stimoli ai tanti che ancora ignorano le questioni sinte e rom.
lunedì 13 aprile 2009
"Genere e generazioni"...
L’"erranza" del pensiero nei luoghi delle diversità interetniche, di genere ed intergenerazionali. Spazi e tempi di un processo storico “infinito”.
La filosofia delle differenze e delle diversità, attraverso la molteplicità dell’erranza: “Wanderung”, migrazione, viaggio.
Le differenze non interessano tanto le dimensioni di spazio e tempo, concetti formali o formalizzati di un “a priori” di senso interno ed esterno, ma di una pluralità di “spazi e tempi” in genesi, in fieri, in formazione che stabiliscono percorsi di senso in cui viene alla luce la varietà dell’errare e la differenza delle generazioni nelle declinazioni storiche epocali, di transizione. Per cui si considerano vari concetti in riferimento allo spazio dell’erranza e del viaggio, ambito delle diversità e del percorso che Stearn, romanziere del ‘700, considerava spazio contemporaneamente progressivo e digressivo. Il viaggio, il vagare, l’errare senza meta (Wanderung) sono processi progressivi che permettono di avanzare, per cui non obbligano la stasi in una posizione definitiva, ma sono anche digressioni perché il procedere non risulta lineare, ma consiste in una dinamica progressiva che conosce svolte, anse, anfratti ed affronta le problematiche aperte del “non finito”, comportando il rischio, l’incognita della diversità, pluriverso della differenza.
In questo essere digressivo il viaggio e l’erranza non sono vuoto perché producono contenuti se diventano spazio di generazione, per cui attraverso le differenze intergenerazionali comprendiamo il senso storico generativo, progressivo delle varie epoche. Le generazioni erranti tra gli spazi ed i tempi della differenza insegnano a cogliere il valore ed il profondo significato della differenza stessa, considerata come ricchezza, opportunità di rinnovamento, ambito e spazio di riconoscimento perché non è possibile riscoprire la propria identità se non confrontandola con la diversità, l’alterità, le differenze tra generazioni, osservando vari passaggi, luoghi, terre di mezzo, viaggiando al loro interno senza pregiudizi, stereotipi mentali di sorta.
Il problema della differenza consiste nella sperimentazione del riconoscimento, nell’affrontare e confrontare l’altro da sé. Non siamo se non attraverso gli altri che confermano i nostri assunti, attraversando i luoghi della storia, con chi attua percorsi formativi diversi, come testimoni di differenti generazioni e di variazioni, transizioni e traslazioni all’interno delle temporalità epocali.
La questione relativa al concetto di differenza è di matrice pedagogica perché insegna sempre nuovi elementi costruttivi del proprio sé attraverso le verità evidenti, emergenti dall’incontro e confronto. La diversità prevede e comporta il cambiamento, la transizione, l’erranza.
La condizione normale dell’atmosfera è la turbolenza degli elementi: il mondo in movimento, le migrazioni di popoli, il viaggio poetico e le appartenenze che non coincidono con i territori geografici sono fonte di alterità, di incontri, scontri, conflitti attraverso il poliedrico spettro prismatico delle differenze.
Il viaggio femminile, che presenta la caratteristica peculiare “dell’uscire dal recinto”, dall’alveo, dall’alcova, dal cortile del domicilio, ed invertire il ruolo di Penelope che attende, aspetta con pazienza, indica il significato apportato dai nuovi fenomeni di migrazione delle donne, ribaltando una tradizionale divisione di ruoli all’interno delle relazioni di genere, nell’ambito dei processi migratori. Il viaggio e l’”errore dell’erranza” rappresentano una metafora pedagogica intesa come ricerca di sé nel nulla, nel vuoto, nell’ignoto, per creare spazio interiore, alla ricerca di un tempo, di una memoria per ricostruire matrici di senso e significato dell’essere.
Esistono erranze per fuga , per esilio, per paura, per spirito di avventura e di ricerca.
Cosa significa trasmettere errando, da una generazione all’altra , la cultura originaria, d’appartenenza? L’erranza comporta relazioni, intrecci, meticciamenti, discrasie, discrepanze, mescolanze, nell’incontro con le differenze, con le contaminazioni linguistiche, gli usi, costumi, tradizioni, norme, leggi, rituali, convenzioni.
Il conflitto che scaturisce dall’interazione tra differenze genera spesso fraintendimento, malinteso, incomprensione, esclusione, in reciproche intolleranze. L’erranza riguarda tutti, concerne ed impernia le storie personali, le biografie, gli eventi individuali e collettivi, dei popoli. Siamo tutti erranti del pensiero rispetto al tempo, alla nostra formazione, ai nostri progetti di vita, alla rappresentazione di noi elaborata nel corso della personale crescita ed evoluzione nel passato, nell’attualità e contemporaneità del presente che pratichiamo. Siamo erranti rispetto ai territori, alle appartenenze culturali, alle identità, alle stagioni/età della vita. Nel percorso personale ed individuale di crescita, sviluppo, evoluzione e formazione abbiamo imparato nel tempo a sperimentare i temi, i problemi legati all’infanzia, le difficoltà dell’adolescenza, l’avventura, le novità, la progettualità dell’età giovanile e adulta, le memorie, le riflessioni della terza età. Quindi siamo erranti, continui migranti, in transizione, rispetto ai tempi, ai territori, alle emozioni, ai contenuti, ai concetti e pensieri della nostra vita, dei progetti premeditati, preconcepiti relativi al futuro ed alla riflessione rispetto alla reale e mutata immagine di noi stessi nell’attualità del presente.
Siamo erranti rispetto allo spazio perché serbiamo in memoria territori e luoghi dell’infanzia remota di nostre profonde ed intime radici affettive, amicali, segnate dalle nostalgie, dal desiderio di ritorno e di appartenenza ad un luogo, teatro del vissuto.
Siamo erranti rispetto alle nostre identità, attraversando spazi di vita diversi, nell’ambito degli affetti, delle professioni, dei vari luoghi teatro dell’esistenza in cui le differenti circostanze richiedono di essere attori proteiformi, diversi, transitori, ciclici, ricorsivi, in scomode e continue metamorfosi, transizioni, traslazioni, usando linguaggi, modi di essere e comunicare differenti, mimetici, caleidoscopici, attuando così plurime forme di erranza, di trasmigrazione nel quotidiano.
Errare è scoperta, stupore, meraviglia, illusione rispetto all’altro, al diverso, per questo comporta fatica, difficoltà, incomprensione, conflitto.
Stupore, meraviglia scoperta, conquista, ma anche faticosa difficoltà nell’erranza che comporta perdite, delusioni, disillusioni, abbandoni. La Wanderung è vuoto, ignoto, perdita di relazioni, di riferimenti, di affetti e legami: nostalgie. E’ incontro con altre dimensioni culturali, altri luoghi, differenti territori e paesi. L’erranza come migrazione è smarrimento, abbandono, dimenticanza, oblio di affetti, riferimenti, appartenenze, sperimentazione e riscoperta di nuovi sentimenti, emozioni, stati d’animo. Cosa implica l’incontro con la differenza dell’immigrato, dell’altro da sé per genere e generazione per lingua e cultura? Quando incontriamo le “affinità”, l’esatto contrario delle “diversità”, quando amiamo e accettiamo coloro che ci somigliano, che ci sono affini, siamo confermati nei nostri assunti, nelle nostre categorie di pensiero, matrici culturali di senso, di riferimento, di valori nella condotta nel comportamento etico, in asserzioni e stereotipi, che vengono confermati e resi più sicuri, stabili, corroborati e suffragati da certezze. Ma questo atteggiamento passivo, statico può significare e comportare immobilità, chiusura, preclusione, evitando di intraprendere la strada del cambiamento, della scoperta, dell’apprendimento attraverso la relazione, nell’”avventurarsi altrove”, nel “ricercare oltre”. Tornando a rileggere la personale biografia ci si accorgerà che l’apprendimento avviene solo nell’incontro con la differenza, l’ostacolo, la promiscuità, la discrepanza, l’altro e gli altri da sé perché le affinità confermano, appagano, giustificano, accolgono, mentre le diversità scompigliano, modificano, smentiscono, infastidiscono, disapprovano, negano, rifiutano, sconfessano, mettono in crisi i nostri assunti, le categorie di pensiero, le certezze precostituite, permettendo di intraprendere percorsi nuovi di senso e significato dell’esistere. L’incontro, il confronto, lo scontro, il conflitto con la diversità attraverso l’erranza, significa apertura verso il nuovo, sviluppo del pensiero, evoluzione nelle formulazioni concettuali, nel relazionarsi con se stessi e con il mondo, eliminando le incrostazioni abitudinarie, le difficoltà, i disagi interrelazionali, attenuando il pregiudizio stereotipato, accettando rinnovate emozioni, sensazioni, affrontando le frustrazioni dell’incontro/scontro con la differenza che provocano incertezza, senso di instabilità, di vuoto, di ignoto nel non essere confermati dall’altro.
L’incontro con la differenza può diventare conoscenza, apprendimento, scoperta, rivelazione di novità, tramite lo stupore infantile, la meraviglia innocente, accettando di osservare dentro di sé le situazioni, i momenti, i vissuti di quando ci si sente estranei a se stessi, stranieri, in ricorsive e transitorie eclissi di senso e d’identità.
Vivere la dimensione di estraneitudine può aiutare a stabilire relazioni con l’altro, nell’incontro con la differenza, per abitare le “terre di mezzo”, i luoghi tra un confine e l’altro, per essere in grado di reinventarci mediatori, migratori, costruttori di ponti interrelazionali, saltatori di muri interetnici, di barriere caratteriali, esploratori di frontiere piccole e grandi legate anche alla quotidianità, per affrontare il pluriverso dell’alterità, per andare oltre. Sono utili persone che sappiano vivere e gestire l’incontro con la differenza, abitando l’incertezza, attraversando confini, abbattendo muri, costruendo ponti di relazioni, per diventare mediatori di mondi e culture nel pluriverso della storia, nel relazionarsi degli eventi epocali. Scoperta, stupore, meraviglia, vuoto, ignoto, nostalgia, abbandono, perdita di relazioni, di affetti, di appartenenze, di riferimenti, d’identità, sono situazioni, sentimenti, stati d’animo tipici dei differenti modi di concepire l’errare. L’erranza interiore nella riflessione sul personale passato, nella ricerca e riconquista del proprio sé pur in scomode, continue, ricorsive transizioni, repentine traslazioni e le modalità della Wanderung, nel viaggio d’emigrazione, nell’esilio, nella riconquista di un proprio spazio/tempo, non solo interiore, ma anche esteriore. Al centro del concetto “erranza” è il disagio della fatica nell’incontro, l’ossessione del conflitto, con la diversità nelle molteplici differenze, pluriverso olistico di entità ed identità. Bachtin considerava l’extralocalità o essotopia, la capacità di riuscire ad essere e vivere contemporaneamente, sincronicamente nel luogo del proprio sé e dell’altro, per non restare statici all’interno delle proprie frontiere, limiti, convinzioni, barriere, muri relazionali che, paradossalmente, esigono e comportano, di converso, il loro stesso superamento, l’andare oltre…
Appartenenze: il “pluriverso” delle differenze interetniche ed intergenerazionali nell’evoluzione storica e sociale.
Le dimensioni dell’erranza e delle generazioni interagiscono a vicenda, complementandosi.
Le generazioni nelle epoche, nel corso della storia remota o recente, riguardano tutti, per i risvolti interrelazionali che stampano in noi solchi, tacche, tappe del tempo di appartenenze o differenze, che comunque segnalano la comunicazione e l’interazione tra più persone.
Le generazioni delle donne apportatrici di cambiamento nel ’68, rappresentano quella fascia femminile che ha cominciato a pensare su di sé, a praticare un lavoro di riflessione sul proprio sé, cambiando così i destini tradizionali delle donne. Le relazioni tra generazioni che rivelano spesso punti oscuri e nevralgici di pregiudizio, in questo peculiare momento epocale, di passaggio e transizione generazionale sono inedite e memorabili. I cambiamenti apportati dalle “state giovani” del ’68 hanno generato differenti relazioni intergenerazionali. Per esempio non esistono passaggi di modelli. Le “ereditiere”, le giovani generazioni femminili, non hanno accettato la “consegna”, in vissuti di mancato riconoscimento e disdetta dell’eredità dove non esiste trasmissione, accettazione, integrazione e consegna di eredità. Non si effettuano passaggi di modelli tra uomini, si verifica assenza di conflitto intergenerazionale, senza imbarazzi e pesantezze perché il pregiudizio entra in questi vissuti, nella difficoltà di comunicazione, sorta dalla crisi di un modello tradizionalista di patriarcato, dalla nascita dei nuovi padri. Dalla crisi del modello assolutista del maschio, gli uomini hanno compreso la possibilità di crearsi spazi per ripensarsi come genere, portatori di un’acquisita eredità femminile postsessantottina, come ambito e spazio per riflettere e che il maschio, l’uomo forte per obbligo e non per scelta del passato non poteva legittimare.
Il pregiudizio intergenerazionale ha sempre rappresentato una particolare modalità di comunicazione, di espressione nelle relazioni tra generazioni. L’atteggiamento pregiudiziale, il cattivo giudizio degli adulti nei confronti dei giovani ha diverse radici, significati, motivazioni e giustificazioni, impedendo la rigenerazione ricorsiva, l’erranza, i passaggi di consegne di eredità tra generazioni, tra epoche, nella trasmissione di significati, valori racchiusi nella memoria storica remota e recente, nell’impegno intellettuale e culturale al servizio del sociale per sostenere i valori etici della “comunità educante”, della società aperta al cambiamento, gli ideali democratici della “Resistenza” alle dittature, contro sciovinismi e imperialismi, i valori, le conquiste, i diritti acquisiti con le rivendicazioni e trasformazioni del movimento sessantottesco che devono essere tramandati di padre in figlio, dove la società sia una grande famiglia educante con punti e figure di riferimento tra generazioni, dove esistano “padri” e “madri” che trasmettano i valori dell’appartenenza alle generazioni che hanno vissuto e sofferto un tempo di lotte di rivendicazioni, di traguardi e conquiste che non va dimenticato, scadendo nell’oblio della modernità. La trasmissione della memoria storica di generazione in generazione “…per non dimenticare” e non ripiombare negli errori della storia, nell’intolleranza cieca nei confronti delle diversità, nello spettro dei conflitti civili armati, nelle dittature di qualsiasi colorazione, nei nazionalismi esasperati, negli sciovinismi ed imperialismi esacerbati da conflitti.
Il “filo rosso” della storia unisce le nuove generazioni ai vecchi “padri” della resistenza prima e del ’68 poi, per tramandare e portare avanti il vero impegno intellettuale, culturale, quindi etico nella società contemporanea, nell’attualità del presente, in prospettiva futura, per le nuove generazioni, come eredi ed ereditiere dei movimenti di emancipazione tra i sessi, tra classi sociali, per la conquista di libertà e parità di diritti, per la risoluzione del sottile contrasto dicotomico tra differenza e discriminazione, in vista dell’abolizione di pretese, prevaricazioni classiste, di subdole manovre revisioniste e, addirittura, negazioniste della storia, della verità ed obiettività del relazionarsi degli eventi, al fine della messa in discussione, la confutazione logica del principio di autorità assoluta, per l’emancipazione dal patriarcato, dal dominio e strapotere “dell’uomo forte”. Devono convivere, finalizzate al confronto e all’arricchimento reciproco, le diversità di pensiero, di genere, tra sessi, culturali, etniche, razziali, religiose, ma non devono sussistere, in uno stato di democrazia e progresso, diversità discrimianti e differenze discriminate circa i diritti inalienabili dell’uomo.
Il confronto tra diversità per andare oltre…
Dunque la riflessione relativa ai concetti di erranza e di generazione invita a declinare il pensiero in una dimensione praticamente storica, in categorie spazio/temporali. Gli interventi in ambito educativo e pedagogico spingono intorno ad un nucleo come il tema del disagio relazionale ed intergenerazionale, della perdita di un centro, di figure di riferimento, del proprio ruolo e posto nel mondo, nella storia, nell’evoluzione dei tempi, con l’incapacità di riconoscersi in uno spazio e tempo personali, di riflessione sul proprio sé e sul passato personale, individuale e collettivo, che renda riconoscibile e dotato di senso l’agire e il ricordare, il rimembrare e commemorare. Il disagio generazionale è frutto di crisi culturale, di perdita di memoria storica, a livello personale e collettivo.
Dal disagio scaturisce l’errore, il desiderio d’erranza, l’evasione alla ricerca di nuove forme del sé in categorie di pensiero spazio/temporali, nel corso dell’evoluzione storica personale e globale, nell’esistere in un luogo secondo una propria, personale memoria. La risposta è il modello di solitudine esistenziale, come dialogo con il proprio sé, pur nella convivenza (di cui parla Maria Zambrano), che può avere vantaggi difensivi notevoli, ma comporta anche resa, rassegnazione di fronte ad un mondo, ad un modello culturale ad un sistema di progresso insostenibili. Forse i fenomeni di reinsorgenza del religioso, dell’archetipo del sacro, tanto frequenti nel nostro tempo, vogliono rappresentare una possibile risposta, un senso e significato giustificativo a tale condizione storica.
Ciascuno vive la situazione di solitudine esistenziale, nell’inevitabile processo di individualizzazione dei destini di fronte al mondo ed al corso della storia, al relazionarsi degli eventi che ci travolgono. Come attribuire matrici di senso e di significato all’esistere, all’essere al mondo, riconoscendo e riscoprendo il valore e l’identità del destino individuale, personale di ogni singolo soggetto inserito nel popolo, parte integrante ed indispensabile del tutto, attore della storia, proprio adesso che le grandi ideologie, matrici e categorie archetipiche del pensiero, sono svanite e avanza impellente la secolarizzazione, l’etica dei consumi e la modernità lacerante dell’oblio, nel pensiero pervasivo, omologante e standardizzato, veicolato dai massmedia, per cui le risposte ultime, cardine dell’esistenza, ovviamente scaturiscono dal sacro?
L’erranza instancabile del pensiero indagatore, analitico nella ricerca del senso e significato ultimo dell’essere, il viaggio nella dimensione interiore del sé, la Wanderung spazio/temporale, l’esilio esistenziale nei luoghi dell’altrove interno ed esterno al sé, costituiscono esperienze uniche, straordinarie in cui avviene il confronto con l’alterità, altruità dell’essere, dimensione olistica interna ed esterna al sé, nell’altrove spazio/temporale, per cui la prospettiva di approccio fenomenologico a tale esperienza varia e trova punti di riferimento sempre nuovi pur nella ripetizione culturale ed ermeneutica, interpretativa, dei termini ultimi.
Erranti che amano la vita e la conoscenza, che suscitano interessi negli altri e affascinano al gusto dell’ignoto nella ricerca inesausta, insopprimibile, viscerale di verità, nell’avventura inesplorata dei saperi per imparare a ricominciare, a ricrearsi, a rinascere ogni volta per aprire radure proprio dove più oscure diventano le idee e le contraddizioni altrui, viaggiando con il pensiero per andare oltre… nell’altrove di nuove esperienze, nell’avventura esistenziale, la Wanderung esplorativa, sconfiggendo lo spettro della morte nell’annichilimento del lume della ragione, diventando infaticabili erranti del pensiero, seduttori curiosi verso l’ignoto del sapere, nel mondo, per la conoscenza infinita, per la ricerca esplorativa del vero senso della vita, delle verità, liberando le idee da incrostazioni abitudinarie, da convenzioni ottuse e convinzioni caparbie, trovando un approdo nell’ascolto di chi forse non ha ancora pensato la vita e la morte, ma l’ha solo narrata…là dove gli erranti sfiorano i confini…
L’accezione del termine “differenza” (dal latino dif-fero, disseminare, scombussolare, spargere) implica l’idea della pluralità, pluriverso olistico globale ed omnicomprensivo del concetto più circoscritto di “diversità” (dal latino diverto, diversus, contrario, opposto a, differente da).
Il territorio multiculturale, potenzialmente interculturale , che vede l’avvicendarsi degli spostamenti, migrazioni di interi popoli, che mette a confronto differenti diversità, meticciamenti, etnie, promiscuità e difficoltà aspiranti all’integrazione, all’accettazione, accoglienza e condivisione dell’altrui differenza, non per sconfiggerla, annientarla, ghettizzarla, deturparla, omologarla, in piatte, avvilenti, discriminatorie standardizzazioni, ma per riconoscerla e rispettarla, nella valorizzazione, arricchimento e accrescimento reciproci, è il teatro della fiumana degli eventi, in cui ognuno agisce come attore consapevole del proprio sé, nella costruzione dell’immenso mosaico della storia e dell’esistenza nel corso ricorsivo, ciclico, proteiforme dell’evoluzione dei tempi, del relazionarsi degli eventi.
Solo riappropriandoci come società multietnica, aperta alle frontiere, ai confini europei, di una ormai confusa identità ottenebrata e degradata dal consumismo esasperato, dal livellamento culturale delle coscienze, da stravolgimenti economico/sociali apportati dagli ingenti fenomeni di capitalizzazione industriale delle risorse collettive, solo diventando attori del proprio sé, protagonisti consapevoli della propria storia di vita e di formazione, sarà possibile recuperare i valori significanti di confronto e arricchimento culturale ed interetnico vicendevole, nell’ambito di pluralità d’identità interagenti all’interno del tessuto sociale, mediante l’interscambio, accoglienza ed accettazione, non falsamente ed ipocritamente tollerante del “diverso”, dell’”altro da sé”, dell’immigrato, straniero, portatore di novità, di cambiamento, nella certa e riconquistata consapevolezza, data dalla riflessione sul personale passato storico, collettivo e individuale, soggettivo, volta a rispondere alle domande esistenziali ultime, cardine dell’uomo e della memoria dei tempi: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. di Laura Tussi (politicamentecorretto.com)
Pasqua di sangue, di dolore e di attacchi alla libertà di informazione
Fini definisce "indecente" la trasmissione di Anno Zero dedicata al terremoto e Berlusconi afferma che la Rai ha sbagliato a permetterla. Prima di loro un folto branco di pennivendoli ha azzannato ripetutamente Santoro accusandolo di licenza di libertà, di stravolgimento della verità dei soccorsi e di speculazione politica per aumentare il suo audience. Dò per arrostito alla graticola il povero Santoro e non dubito che pagherà ancora una volta il fio delle sue colpe. Non dimentichiamo che è recidivo e che già una volta per via dell'editto bulgaro fu cacciato a calci nel sedere dalla Rai. Ma, stavolta, non è solo Lui a chiederne la testa. C'è anche la terza autorità dello Stato, il Presidente della Camera che con la sua sortita ha interrotto il suo idillio con una visione condivisibile dei diritti civili e della democrazia. Come si è permesso Santoro di criticare i soccorsi e di parlare di dolo edilizio? Forse Berlusconi che, oggi, per la quinta volta, si è recato a farsi fotografare ed intervistare tra i terremotati ha mai parlato di responsabilità per la morte di trecento persone, il ferimento di altre duemila, diecine e diecine di migliaia di sfollati, danni per miliardi di euro? La stampa italiana ha nella sua proprietà il fior fiore dei palazzinari, la TV è in gran parte proprietà o controllata dal Presidente del Consiglio che è anche l'uomo più ricco d'Italia, come è possibile che qualcuno possa sfuggire al ferreo controllo del Grande Velinaro che orienta il coro, la grancassa, l'orchestra della informazione? Il tema della responsabilità nella morte di trecento persone e forse di tante altre ancora sepolte sotto le macerie dei quartieri più fatiscenti delle città abruzzesi deve essere escluso. Al massimo se ne parli in relazioni alle indagini della Magistratura ed in modo distaccato dalla narrazione degli eventi odierni. Questi debbono solo far vedere il solertissimo soccorso ai poveracci sfuggiti alla falce della morte del Presidente del Consiglio che, qui come a Napoli, si avvale della bravura (che tutto il mondo ci invidia!!) di Bertolaso. Di Napoli, comunque, non si sa più niente e lo scenario delle vittime dell'inceneritore e dell'accultamento delle immondezze è stato oscurato. Avete mai più visto le piramidi di balle di spazzatura allineate ed in attesa non si sa di che? Ma a L'Aquila le responsabilità in qualche modo stanno venendo alla luce. Basta guardare le fotografie delle macerie per vedere ad oc chio nudo, senza bisogno dell'ausilio degli esperti, quanto poco cemento e tanta tanta sabbia, quanto poco ferro spesso corroso, costituissero le fondamenta ed i pilastri portanti degli edifici rovinati con tanti poveri disgraziati uccisi nel sonno o, peggio, dopo lunghe sofferenze da sepolti vivi.
Alimentare la polemica con Santoro per il suo scarso patriottismo, per non essersi genuflesso difronte all'Arcangelo soccorritore dei sofferenti può anche essere utile per distrarre l'attenzione dalle orribili verità che stanno venendo alla luce mano a mano che si procede nelle indagini. Indagini in tenda dal momento che i palazzi strategici come la Prefettura e tutti gli altri si sono sbriciolati seppellendo anche gli archivi, il catasto e quant'altro costituisce la memoria ed il cervello della comunità azzerata. Probabilmente c'è l'obiettivo di evitare o almeno condizionare fortemente il prossimo numero di "Anno Zero" che potrebbe avere più informazioni di quello di giovedi scorso. Sebbene ci siano di mezzo le vacanze pasquali abbiamo molti più elementi di giudizio per confermarci nella tesi che se le costruzioni fossero state fatte senza rubare nel cemento e nel ferro non avremmo avuto tanto disastro. La natura è spesso malvagia, maligna e tuttavia, a detta degli esperti, i trecento morti sono il portato non della sua feroce zampata ma del dolo della classe dirigente. L'argomento della illegalità diffusa e del "siamo tutti corresponsabili" non è affatto vero in un Paese in cui il Governo è stato appena colto con le mani nel sacco di un decreto che è l'esatto contrario di tutto ciò che abbiamo bisogno e cioè di regole, regole, ed ancora regole.. Cìè una responsabilità delle classi dominanti che non può essere occultata dalla chiamata di correo di tutti gli abusivisti d'Italia. Voglio infine fare una breve considerazione sull'arresto con grande clamore mediatico dei quattro (o cinque) rumeni che sarebbero stati sorpresi con le mani nel sacco, all'interno di una abitazione, con la refurtiva in tasca. Sono stati prosciolti "perchè il fatto non esiste" dal Magistrato e soltanto ad uno di loro è stata comminata la pena di sei mesi per essere stato trovato in possesso di arnesi atti allo scasso ( apro parentesi e mi chiedo se anche io che ho diversi arnesi nel bagagliao dell'auto sono passib ile di simile condanna...). Mi domando perchè mai l'accertamento di innocenza del Magistrato non sia stato compiuto dai Carabinieri che hanno arrestato i cinque rumeni e come sia stato possibile passare dalla versione che vedeva persone che avevano violato un domicilio e avevano addosso le prove del loro delitto, alla conclusione della non esistenza del fatto. Non è la prima volta che circostanze simili si verificano. Forze dell'ordine che arrestano e magistrati che non sono in grado di condannare perchè convinti della lampante innocenza dei "rei". Tuttavia, è accaduto che nonostante innocenti certe persone sono state condannate a pene pesantissime come la ragazzina di Napoli accusata di voler rubare un bambino, assolta da questo reato e condannata a quasi quattro anni non si capisce bene per che cosa o come i rom di Catania che hanno dovuto scontare mesi di galera prima di essere rimessi in libertà. In sostanza, le accuse di Carabinieri e poliziotti anche se non sono fondate finiscono in qualche modo per provocare un danno giudiziario per le persone che hanno la disgrazia di incapparvi. Ma ripeto la domanda iniziale: perchè i Carabinieri non hanno accertato nel corso della loro indagine la verità prima di consegnare il rapporto di polizia alla Magistratura? Che cosa li ha convinti fino al giudizio del Magistrato della colpevolezza dei cinque arrestati? di Pietro Ancona
Grande Fratello 9, questa sera la semifinale
Questa sera alle 21.10 su Canale 5 Alessia Marcuzzi darà il via alla semifinale della nona edizione del Grande Fratello: come sempre la puntata sarà ricca di sorprese, ma soprattutto vedremo chi, tra i concorrenti, riuscirà ad approdare alla finalissima del 20 aprile. In gara ci sono Alberto, Gianluca, Ferdi, Francesca, Siria, Marcello, Cristina, ma sono a rischio uscita Ferdi, Francesca, Siria e Marcello, che già la scorsa settimana aveva rischiato di abbandonare la Casa.
Non possono comunque sentirsi già finalisti Cristina, Gianluca e Alberto, perché la diretta di stasera prevede un’eliminazione a sorpresa. E in Casa si respira un clima di tensione: tutti ambiscono alla finale e temono che il loro sogno possa svanire stasera. Cristina e Siria fanno di tutto per distrarsi, ma la preoccupazione non si allontana facilmente soprattutto da Siria. Anche Ferdi sembra piuttosto in crisi: un mix tra la tensione per la possibile uscita di stasera, ma anche perché nonostante i suoi sforzi il rapporto con Francesca non decolla.
Alberto, l’unico che ha mantenuto un atteggiamento imperturbabile rispetto alla “sindrome da nomination” è l’ormeggiatore: i suoi pensieri e i suoi timori sono tutti per Vanessa, che ieri pomeriggio a Questa Domenica ha affrontato l’ennesimo faccia a faccia con l’ex della Casa Marco. n sauna, Alberto parla con Gianluca di Vanessa e di come si organizzerà per passare con lei più tempo possibile: ha voglia di viversi la storia fuori dalla Casa, di vedere come andrà e se sono davvero compatibili. La lontananza non gli fa alcuna paura anche perchè afferma che in un'oretta e quaranta minuti raggiunge Milano senza problemi; poi pensa al lavoro della fidanzata e al fatto che non sia vincolata necessariamente alla sua città perciò, se lei vorrà, potrà anche andare da lui e trovare un lavoro lì, così potranno stare insieme. Il marinaio viaggia con la fantasia, è davvero innamorato.
Prima delle battute finali del Grande Fratello la sua conduttrice Alessia Marcuzzi abbandona il suo fair play e dà i giudizi agli inquilini candidati alla vittoria sulle pagine del settimanale Tv Sorrisi e Canzoni. Promosso a pieni voti l’ ormeggiatore Alberto Scrivano, protagonista della torrida love story con Vanessa. Apprezzamenti anche per Siria De Fazio, ritenuta dalla Marcuzzi uno dei personaggi più forti di quest’anno. Pagella positiva ma con qualche riserva anche Ferdi Berisa, il ragazzo rom arrivato da clandestino in Italia all’età di otto anni. Un posto particolare nel cuore di Alessia Marcuzzi ha Cristina Del Basso, definita dalla conduttrice una Betty Boop versione buffa.
sabato 11 aprile 2009
Sono Niente
"The making of Sono Niente was a necessity. Fair documentation of the plight of the Roma community in Italy was required to bring their urgent needs to the greater world community, hopefully eliciting a swift and effective humanitarian response. "
Il festival internazionale Human Rights Nights (Bologna, 27 marzo – 5 aprile 2009) ha ospitato – tra gli altri – un documentario dal titolo eloquente: “Sono niente – I am nothing”. Realizzata da tre studenti americani, questa mini produzione si propone di raccontare vite e sfortune della comunità Rom di Monte Mario, a Roma. Charlie Noell, Alexandra Platt e James Kilton puntano telecamere e microfoni sugli abitanti di questo campo romano, la cui condizione già difficile di Rom in Italia è aggravata ulteriormente da un aspetto apparentemente irrisolvibile, centro focale del documentario. I primi abitanti di Monte Mario sono arrivati in Italia una quarantina di anni fa, sfuggendo alle condizioni terribili di quel paese che era allora la Yugoslavia. Per una beffa della storia…
dopo il frazionamento della loro patria in nuovi stati e conseguente riorganizzazione anagrafica, l’esistenza burocratica di queste persone è stata cancellata: ex cittadini di uno stato che non c’è più, e residenti in un altro stato, che non li riconosce come propri appartenenti di diritto. La mancanza di rappresentanza diplomatica, la condizione di povertà, l’appartenenza all’etnia sbagliata e l’attuale situazione politica italiana completano il quadro, facendo sì che per gli abitanti del campo di Monte Mario non sia prevista una via d’uscita. Nessun documento, quindi nessun lavoro, quindi nessuna casa, quindi nessuna ricchezza, quindi nessun riconoscimento sociale, quindi nessun diritto. Quindi nessun barlume di futuro. Questo racconta il documentario, che non avrebbe nulla di eccezionale, se non fosse per il punto di vista straniero sull’Italia. Il punto di vista dei tre autori, americani, e quello di un giornalista dell’Observer, che raccontano questa nostra italietta folcloristica come raccontando di un terzo mondo in balia delle proprie chiusure, di credenze secolari, di politicanti sempliciotti e volgari, di cattiveria gratuita e sprezzo per la giustizia e per i diritti umani.
Come dare loro torto?
Abruzzo, il peso delle parole
Utilizzando un titolo di sicuro effetto, Il Padano oggi racconta gli episodi di sciacallaggio e furto compiuti nei paesi e nei campi allestiti per i terremotati, in Abruzzo.
La cronaca di queste azioni assume, in ambiti vicini a quello cui appartiene la testata, sfumature che vanno ben oltre la denuncia di un crimine, tanto più grave in quanto compiuto ai danni di persone in evidente difficoltà.
Un’analisi del lessico utilizzato da la misura dell’approssimazione con cui vengono trattatati i temi inerenti l’immigrazione, il rapporto tra culture, la presenza di stranieri o di gruppi etnici minoritari in territorio italiano.
Il titolo, in primis: “Società multietnica molto bastarda”, che - mentre si fa beffe di un’espressione probabilmente ritenuta abusata ed insensata, un politically correct da signorine - intende offendere i responsabili di aver trasformato questa, che prima era semplicemente la “società italiana”, nella cosiddetta “società multietnica”: “soggetti che vengono definiti una risorsa: gli immigrati”.
Chi siano di fatto questi “soggetti” viene detto nelle prime parole dell’articolo: “zingari dell’est, cinesi, marocchini”, definiti “etnie d’importazione”.
Se il titolo non fosse stato sufficiente, questo incipit chiarisce una volta per tutte quale sia il target della testata: un pubblico buono per le definizioni pret-a-porter, per categorizzazioni facili e immediate, che non richiedano uno sforzo critico e di comprensione.
Parlare di immigrazione significa quindi parlare di criminalità. Parlare di stranieri significa parlare di "zingari dell’est" (definizione quanto mai precisa!), cinesi e marocchini. Proprio come dieci-quindici anni fa si sarebbe parlato di albanesi. Et voilà! Nulla di più semplice.
Queste tre categorie racchiudono tutti gli stereotipi del tema: gli “zingari” rubano, mendicano, sono sporchi e bugiardi; i “marocchini” (che continuano a figurare nella hit parade degli stranieri, nonostante l’immigrazione non recente) sono spacciatori, fannulloni, criminali di varia natura - e magari pure fondamentalisti, da un po’ di tempo a questa parte; i cinesi invece colpiscono sul fronte economico, trafficano nei modi più subdoli per distruggere la già fragile economia locale e - cosa assai più grave, che scuote le nostre coscienze - sfruttano i propri connazionali a questo fine.
Dentro questi tre macrogruppi è racchiusa l’intera questione: il lato socio-culturale, quello della legalità, quello economico.
Ci scappa persino il “suk abusivo”, che fa tanto più caos, delinquenza e traffico illecito del corrispettivo italiano “mercato”.
Che queste categorie siano fittizie, o che - come nel caso degli “zingari dell’est” - non significhino assolutamente nulla, importa poco o niente al discorso elementare fatto proprio da certa parte politica e sociale. Non inficia l’efficacia del messaggio; anzi, la rafforza, semplificando all’inverosimile una realtà complessa, variegata, che sfugge ad ogni definizione.
Gli italiani brava gente, intanto, piangono i loro morti.
I quali, ancora una volta, divengono il pretesto per veicolare un messaggio simil-politico e per fare la solita, italianissima - questa sì! - caciara. di Elena Borghi
venerdì 10 aprile 2009
Reggio Emilia, denunciati i piromani razzisti
Hanno tra i 19 e i 21 anni, sono ragazzi normali e provenienti da famiglie senza apparenti difficoltà. Hanno un lavoro stabile e vivono a Cella. Tre giovani con un unico problema: come sconfiggere la noia di un martedì sera qualsiasi, magari alla vigilia delle feste natalizie. Così: prendere una tanica, riempirla di benzina, incendiare e distruggere la microarea di via Felesino a Roncocesi, quella destinata, nel progetto della giunta Delrio, alla prima famiglia di nomadi Sinti trasferita dal campo di via Gramsci alla tanta discussa campina. Dopo quattro mesi di indagini la Digos ha chiuso il cerchio, identificando e denunciando per danneggiamento aggravato tre giovani: un impiegato di 21 anni, un artigiano suo coetaneo e uno studente 19enne. I tre, mercoledì sera in questura, hanno confessato tutto, raccontando al capo della Digos Lucio Di Cicco, quello che avevano combinato nella notte tra il 23 e il 24 dicembre dello scorso anno. «Abbiamo fatto una sciocchezza - hanno detto i tre ragazzi - ma mai avremmo pensato che quel gesto potesse provocare una reazione del genere. Mai avremmo pensato che si potesse creare tutta quell’attenzione». A coordinare le indagini è stato il procuratore capo Italo Materia che ieri, durante la presentazione dell’operazione della polizia, ha voluto precisare che «fortunatamente è stata esclusa qualsiasi matrice politica alla base di questo gesto che aveva allarmato molto tutta la comunità reggiana». La vigilia di Natale dello scorso anno, la polizia, su segnalazione di alcuni tecnici comunali, era intervenuta nella microarea di via Felesino dove aveva raccolto diversi elementi per iniziare le indagini: dai resti di una molotov, fino a ciò che era rimasto della tanica di benzina. «Chi compie simili azioni - ha detto ieri il sindaco Delrio - ha una volta di più la certezza che questi atti non restano impuniti. Mi auguro che simili atti non accadano più e che si combatta un clima culturale che porta ad individuare obiettivi sensibili in alcune persone e situazioni di vita. Mi auguro che continui l’impegno di tutti per un clima culturale di condivisione e conoscenza, integrazione e non separazione, rispetto dei diritti e dei doveri». Un ringraziamento alla Digos è stato espresso ieri anche da Antonella Spaggiari, candidato sindaco per la lista Città Attiva: «Ciò dimostra il malessere che attraversa i nostri giovani». di Marco Martignoni
Kosovo, accuse della BBC contro l'esercito di liberazione
''Anche l'esercito di liberazione del Kosovo è stato responsabile di gravi abusi dei diritti umani'': è la conclusione di una inchiesta della Bbc di cui riferisce il sito dell'emittente, nel quale vengono rivelate atrocità commesse dall'Uck durante e soprattutto dopo la conclusione del conflitto con la Serbia e l'intervento delle forze della Nato in Kosovo.
La Bbc scrive che secondo le sue fonti sono circa 2.000 di 'dispersi' tra serbi kosovari, albanesi e rom. Il primo ministro del Kosovo ed ex direttore politico dell'Uck, Hashim Thaci (in foto al centro), ha respinto le accuse affermando di essere consapevole del fatto che alcune persone hanno ''abusato delle uniformi dell'Uck'' dopo la guerra. In alcuni casi le uccisioni dei detenuti erano legate al traffico di organi. La Bbc sostiene di avere investigato sulle voci relative ad un presunto insabbiamento da parte del Tribunale Internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.
La Bbc riporta le parole di un anonimo ex detenuto nella prigione dell'Uck a Kukes: ''Malmenavano la gente nei corridoi. Facevamo irruzione nelle celle a gruppi di 5 o 6 ed usavano coltelli, pistole o fucili automatici''. Secondo l'Associazione dei familiari dei dispersi in Serbia sono stati circa 400 i serbi kosovari rapiti e scomparsi dopo la fine della guerra.
Molti di questi sarebbero stati portati, nel luglio 1999 ovvero sei settimane dopo la fine della guerra e quando le forze Nato erano già nel paese, nel campo di Prizren da uomini con le uniformi dell'Uck. Altri 150 sono spariti durante i combattimenti. Sono circa 1.500, invece, gli albanesi del Kosovo di cui non si hanno notizie dopo le ben documentate atrocità commesse dalle forze di sicurezza serbe contro la popolazione di etnia albanese. di ANSA
Grande Fratello 9, Ferdi è usato da Francesca?
Parole avvelenate, le pronuncia l'ex compagno di Francesca Fioretti sulla relazione nata al «Grande Fratello 9» tra la bella napoletana e il giovane cuoco di etnia rom, Ferdi. Per Gianni Sepe, fidanzato con la Fioretti fino pochi giorni prima dalla sua entrata negli studi di Cinecittà, Ferdi è una specie di burattino nelle mani di Francesca. E lo dice a chiare lettera a Visto, accusando la ex di badare soprattutto al proprio tornaconto: «Francesca sta usando Ferdi come una pedina, perché forse ha capito che questa storia appassiona il pubblico. Però, io che la conosco bene, so che lui non le piace. Ti pare normale che, anche dopo la sorpresa romantica che le ha fatto durante la diretta con al lettera e i palloncini, lei non l’abbia nemmeno baciato? Tra loro non ci vedo proprio niente. Anzi, se potessi parlare con Ferdi gli direi di svegliarsi».
Sepe che è stato legato per tre anni a Francesca, si dice convinto che non abbia altri obiettivi se non quello di mettersi in mostra. E cita ad esempio le circostanze che hanno segnato la fine della loro relazione: «Francesca mi ha lasciato inventandosi una mia presunta relazione con un’altra ragazza – dice l'ex fidanzato – in realtà lei sapeva che sarebbe entrata nel "Grande Fratello" e mi ha subito scaricato. Non contenta, è entrata nella casa e si sta prendendo gioco di Ferdi solo per mettersi in mostra. Lei ama solo le telecamere, anche se fa di tutto per far credere il contrario».
E non è tenero Gianni Sepe, lasciato da Francesca, nel ricordare i sotterfugi utilizzati per ambizione, come nel caso delle selezioni per diventare una «velina» di «Striscia la notizia». Allora, racconta l'ex: «Mi aveva detto che avrebbe voluto partecipare alle selezioni per diventare una "velina" di "Striscia", ma nonostante il mio rifiuto, e senza dirmelo, lei i provini li ha fatti lo stesso…». Infine aggiunge, non senza malinconia: «Una volta eravamo a New York e mi confessò all’improvviso che avrebbe voluto un bambino da me. La nostra è stata una bella storia, ma ora temo sia necessario voltare pagina. Io ero innamorato di Francesca, non di quella che gioca al "Grande Fratello"». di Corriere del Mezzogiorno
giovedì 9 aprile 2009
Hillary Clinton: Europa, basta discriminazioni contro i Rom
Parole di impegno e un appello alla tolleranza sono stati pronunciati da Hillary Clinton in difesa dei diritti delle popolazioni rom in Europa. Con un messaggio video il segretario di stato americano ricorda le violenze e le persecuzioni sofferte da queste minoranze: "Molti rom continuano a vivere ai margini della società - spiega Clinton in occasione della Giornata mondiale dei Rom (8-9 aprile) - e molti co