martedì 30 giugno 2009

Roma, l´assessore alle Politiche sociali Sveva Belviso: "Ma ora troviamo dei luoghi per i banchetti dove i rom possano vendere le loro merci"

«Bisogna trovare delle formule per andare incontro all´esigenza dei rom di fare dei mercatini dove vendere la loro merce, come è avvenuto con il mercato artigianale del IV municipio, un´esperienza accolta bene anche dai cittadini. L´amministrazione è disponibile a studiare agevolazioni che servono a legittimare un comportamento sano, orientato alla legalità».
Per l´assessore alle Politiche sociali, Sveva Belviso, bisogna incrementare i mercati rionali autorizzati per i rom. Lo ha ribadito in occasione dell´ultimo incontro avuto con gli esponenti della comunità, e anche oggi, dopo l´aggressione ai vigili, dice che l´impegno al dialogo resta «ma solo con chi dà la sua disponibilità a vivere in case, a mandare i figli a scuola e a seguire corsi di formazione». Ferma è la condanna invece per quanto subito dai vigili a Porta Portese 2. «Cercherò di capire chi sono stati gli autori, ma questi comportamenti rischiano produrre atteggiamenti di chiusura», avverte.
La vendita di merce trovata nei cassonetti è una risorsa economica per molte famiglie della comunità rom. Che si può fare per non privarle di questa forma di reddito?
«Sono disponibile a discuterne con chi intende muoversi nell´ambito della legalità. I mercati rionali autorizzati sono sicuramente una strada da perseguire: le esperienze già fatte in questo senso devono essere ripetute. Anche se va precisato che la situazione di degrado che si verifica a Porta Portese 2 dopo la chiusura del mercato non riguarda solo i rom, e non solo quell´area, ma tutte quelle dove c´è il commercio abusivo. D´altra parte ai rom che intendono integrarsi saranno offerte anche delle alternative».
Quali?
«All´interno dei nuovi campi nomadi potranno seguire dei corsi di formazione. Ci sarà un presidio socio-educativo formativo, una sorta di incubatoio, per sostenere i residenti a seguire il percorso di inserimento più adatto. Saranno orientati soprattutto verso settori come l´edilizia ma anche l´artigianato da vendere nei mercati può diventare una risorsa». di Paola Coppola

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Insetti clandestini? Razzismo italiota

Mentre il Parlamento sta legiferando per criminalizzare gli immigrati, c’è qualcun altro che utilizza il concetto di clandestinità per fare soldi. Infatti, come potete vedere nella foto tutta l’Italia è tappezzata da manifesti che alludono esplicitamente alla questione tanto dibattuta con lo scopo di vendere un insetticida.
Come fa notare Radio Popolare ("La Caccia") gli insetti sono clandestini per natura. Chi ne ha mai visto uno con un permesso di soggiorno in mano? E chi aveva mai associato l'aggettivo "clandestino" a zanzare, vespe e formiche? E' chiaro che il problema non sta negli insetti, ma in qualche cosa d'altro.
Il problema, semantico e politico, riguarda un vocabolario che diventa sempre più comune. Ed è preoccupante che il vocabolario in questione metta in stretta correlazione sempre più spesso "clandestini", "invasione" ed "eliminazione". E' il vocabolario di chi esulta perché vengano lesi i diritti umani dei migranti. E' il vocabolario di chi propone carrozze riservate ai "milanesi doc" sui metro del capoluogo lombardo.
Occhio, però, con le analogie: è vero che Sandokan combatte per scacciare gli invasori inglesi dalla sua isola di Mompracem, ma poi, per un eccesso di foga, per far fuori gli inglesi finisce per far saltare l'intera isola...

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Ddl sicurezza, Amnesty International scrive a tutti i Senatori

Egregio Senatore, Amnesty International desidera esprimere viva preoccupazione per le proposte incluse nel disegno di legge C.2180-A/09, il cosidetto ‘pacchetto sicurezza’, approvato dalla Camera il 14 Maggio 2009 e ora passato all’esame in Senato come disegno di legge S. 733-B/09. Amnesty International ritiene che alcune delle norme proposte violerebbero i diritti di immigrati e richiedenti asilo; inoltre il testo introdurrebbe norme che sembrano essere discriminatorie e avere potenziali effetti discriminatori in particolar modo nei confronti di Rom e Sinti.
Amnesty International in particolare vuole esprimere preoccupazione circa le seguenti parti del disegno di legge:
Norme che “criminalizzano” l’immigrazione irregolare
Il disegno di legge, all’ art. 21, stabilisce il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato. La norma criminalizza l’entrata irregolare e il soggiorno in Italia, e li punisce con un’ammenda tra i 5000 e i 10000 Euro. Secondo il nuovo disegno di legge, i procedimenti penali contro i richiedenti asilo senza permesso di soggiorno verrebbero sospesi nel caso in cui la domanda di riconoscimento di protezione internazionale sia stata presentata, e archiviati se tale domanda sia stata accettata.
Molti organismi per i diritti umani, incluso il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani dei Migranti nel suo rapporto del 2007 ((UN Doc. A/HRC/7/12, paragrafo 50), e il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria in un rapporto del 2008 (UN Doc. A/HRC/7/4, 10 gennaio 2008, paragrafo 53), hanno chiesto agli Stati di non punire come reato l’ingresso irregolare nel loro territorio, sottolineando che la posizione irregolare di un individuo non può essere usata dagli Stati come ragione per non assolvere all’obbligo di proteggere ciascun individuo da violazioni dei suoi diritti.

Sebbene gli Stati abbiano il diritto e il potere di regolare l’immigrazione, ciò deve essere fatto senza violare i diritti umani. Come già più volte sottolineato da meccanismi speciali sui diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, l’immigrazione irregolare dovrebbe essere considerata solo un illecito amministrativo, senza pregiudizio dei diritti fondamentali dei migranti.
Amnesty International esprime preoccupazione per le norme proposte, e per le conseguenze della loro applicazione, ed in particolare per l’imposizione di sanzioni penali per l’entrata e/o soggiorno irregolari in Italia. Si tratta di misure di controllo sull’immigrazione eccessivamente severe, che violano gli obblighi del governo italiano posti dal diritto internazionale sui diritti umani. In particolare creano minacce per i diritti umani dei migranti, come il diritto alla salute e all’istruzione, e il diritto a registrare la nascita all’anagrafe, e di conseguenza il diritto al riconoscimento di ogni persona di fronte alla legge.
L’ introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale avrebbe ulteriori conseguenze a causa della applicazione congiunta di tale norme e di esistenti norme penali. In ottemperanza alle norme di cui agli artt. 361 e 362 c.p., tutti i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio (funzionari e impiegati di enti pubblici, insegnanti, personale del Servizio Sanitario Nazionale, impiegati dei Comuni incaricati del rilascio di carte d’identita’ e documenti ecc.) hanno l’obbligo di denunciare alla polizia o alle autorità giudiziarie i reati di cui abbiano notizia nell’esercizio delle loro funzioni. Se il disegno di legge venisse approvato, l’obbligo ex artt. 361 e 362 c.p. si estenderebbe alla denuncia di tutte le persone in posizione irregolare dal punto di vista delle norme sull’immigrazione. L’omissione di tale denuncia si configurerebbe come reato punibile con una multa o, in alcuni casi, con la reclusione fino ad un anno.
Temiamo che l’introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale, in connessione con le norme che criminalizzano l’omessa denuncia di pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio, costringa coloro che hanno una posizione irregolare dal punto di vista della normativa sull’immigrazione a non curarsi presso le strutture sanitarie pubbliche, anche nei casi più gravi e urgenti, per paura di essere denunciati alla polizia.
Amnesty International nota che una precedente proposta di abrogare o modificare l’art. 35 comma 5, del Testo Unico sull’immigrazione (D. LGS286/98), che vieta agli impiegati del Servizio Sanitario di denunciare i pazienti senza permesso di soggiorno, e’ stata esclusa dal disegno di legge. Tuttavia rimarrebbero salvi gli effetti negativi suesposti dell’applicazione degli artt. 361 e 362 c.p. in combinato disposto con la norma che istituisce il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato.
Tale situazione violerebbe gli standard internazionali relativi al diritto fondamentale alla salute, tra cui l’art. 12 della Convenzione Internazionale per i Diritti Economici, Sociali e Culturali (ICESCR); l’art. 35 della Carta dei Diritti fondamentali nell’Unione Europea; l’art. 32 della Costituzione Italiana. Come stabilito dalla Corte Costituzionale, tale ultima norma crea obblighi diretti gravanti sullo Stato e su ciascun soggetto a non violare il diritto alla salute altrui.
Analogamente, sebbene la norma che avrebbe esplicitamente obbligato i dirigenti delle scuole statali a denunciare alla polizia gli stranieri in posizione irregolare, i cui figli sono iscritti alle scuole da loro dirette, sia stata esclusa dal disegno di legge, l’obbligo di segnalazione, posto dagli artt. 361 e 362 del codice penale, permarrebbe comunque per tutti coloro che lavorano presso una scuola pubblica, se il reato di immigrazione irregolare venisse introdotto.
Inoltre l’effetto del combinato disposto della norma che introducesse il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato e della norma proposta nel disegno di legge ora in approvazione (art. 45) che modifica l’art 6 comma 2, del Testo Unico in materia d’immigrazione (L.286/1998), potrebbe consistere nella violazione gli obblighi dello Stato italiano a rispettare e proteggere il diritto di registrare le nascite e il diritto di ciascun soggetto ad essere riconosciuto dalla legge.
L’ introduzione dell’art. 45 del disegno di legge, infatti, avrebbe l’effetto di imporre la presentazione di documento idoneo a provare la presenza regolare in territorio italiano per gli atti. Tale obbligo si estenderebbe anche alla registrazione all’anagrafe della nascita di un figlio.
Le conseguenze potrebbero essere gravissime, in particolare per le donne con statuto irregolare che partoriscono sul territorio italiano; esse potrebbero trovarsi nell’impossibilita’ di registrare la nascita del figlio.
Sebbene Amnesty International sia consapevole del fatto che le donne in stato di gravidanza non in possesso di valido titolo per soggiornare in Italia possono richiedere un permesso di soggiorno per un periodo non superiore ai sei mesi dopo il parto (in base al Testo Unico sull’immigrazione - L. 286/1998, art. 19 - in combinato disposto con gli artt. 9 e 28 DPR 394/1999), questa possibilità è concessa solo a condizione che venga presentato un passaporto o documento equipollente. Se la madre naturale non possiede un passaporto non potrà ne ottenere un permesso di soggiorno ne riconoscere il figlio nato in Italia. Ai padri di tali figli che siano immigrati irregolari sarebbe in ogni caso precluso il riconoscimento del figlio.
Inoltre se la madre priva di documentazione che la autorizzi a permanere nel territorio italiano tentasse di registrare il figlio presso l’ anagrafe, correrebbe il rischio di essere denunciata per il reato di immigrazione irregolare; l’incaricato del servizio pubblico dell’anagrafe potrebbe correre il rischio di denuncia penale se omettesse di denunciare la donna.
Le conseguenze di queste disposizioni produrrebbero un contrasto con gli obblighi del governo italiano al rispetto e alla protezione del diritto del bambino a essere riconosciuto davanti alla legge e ad essere registrato, diritti garantiti dagli articoli 16 e 24 del Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici (ICCPR) e della Convenzione ONU sui Diritto dei Fanciulli. Inoltre le donne in gravidanza in posizione irregolare dal punto di vista delle norme sull’immigrazione potrebbero rinunciare a partorire presso un ospedale o decidere di non cercare assistenza medica, per paura di essere denunciate alla polizia.
Il disegno di legge, all’art.6, impone l’obbligo al cittadino non membro dell’Unione Europea, che vuole unirsi in matrimonio in Italia, di presentare un permesso di soggiorno valido. Tale norma sembra essere in contraddizione con l’art. 23 comma 2 dell’ ICCPR, relativo al diritto di costituire una famiglia legittima. La norma proposta violerebbe sia il diritto del cittadino di Stato non membro dell’Unione Europea che vuole unirsi in matrimonio, che il diritto del cittadino di Stato membro della UE che desideri unirsi in matrimonio con un soggetto privo di autorizzazione a restare in territorio italiano.
Norme che potrebbero avere un impatto negativo sui diritti di persone vulnerabili sulla base della registrazione ai fini della residenza
Il disegno di legge, all’ art.50, prevede che tutti coloro che sono ‘senza fissa dimora’ siano registrati presso il Ministero dell’Interno. I senzatetto e coloro che vivono in alloggi in condizioni igienicosanitarie non idonee (in maggioranza migranti e richiedenti asilo) o in case mobili (in maggioranza Rom e Sinti) saranno cancellati dall’anagrafe del Comune dove risiedono e verranno schedati in apposito registro istituito presso il Ministero dell’Interno.
Il disegno di legge prevede che tutti coloro, ‘senza fissa dimora’, che desiderano spostare la residenza in altro Comune, potranno fare domanda di iscrizione al registro dei residenti, anche dopo essere stati cancellati dal registro anagrafico dei residenti del Comune dove risiedevano precedentemente. I Comuni avranno tuttavia il diritto di rifiutare la registrazione di un soggetto nei propri registri dei residenti qualora ritengano che le condizioni di alloggio del richiedente non siano conformi a standard igienico sanitari (art.42). I Comuni potranno negare la registrazione, con amplissimo margine di discrezionalità, dopo 30 giorni dalla proposizione della richiesta, in attesa della verifica dei requisiti di residenza posti dalla legge in discussione.
La registrazione come residente presso un Comune è un requisito per ottenere l’accesso alle cure sanitarie (con l’eccezione di quelle di emergenza) nella località ove un soggetto risiede, e per ottenere accesso all’ assistenza sociale; per ottenere il rilascio di un documento d’identità; per poter votare nel luogo di residenza, per chi gode dei diritti elettorali, nelle elezioni amministrative, europee e nazionali.
Perciò le nuove norme, se approvate, potrebbero avere l’effetto di negare ad alcuni soggetti il diritto di godere dei suesposti diritti a parità di condizioni con gli altri aventi diritto. Dal disegno di legge non traspare chiaramente in che modo i soggetti che saranno inclusi nel registro nazionale per i ‘senza fissa dimora’, una volta cancellati dai registri anagrafici dei Comuni ove sono residenti, potranno accedere ai servizi sanitari, e assistenziali, come potranno ottenere il rilascio di carte d’identità e altri documenti, e dove, se godono del diritto di voto, potranno votare.
Ulteriore conseguenza di queste norme sembra essere che sulle carte d’identità e su altri documenti questi soggetti sarebbero indicati come “senza fissa dimora”. Ciò potrebbe sfociare in situazioni di stigmatizzazione e discriminazione da parte delle forze dell’ordine e del personale addetto alla sicurezza, o da parte di altri soggetti, pubblici o privati, per esempio nella ricerca di un posto di lavoro.
Poichè inoltre, secondo informazioni ricevute da Amnesty International, la maggior parte di coloro che vivono in case mobili sono Rom e Sinti, e molti fra coloro che vivono in abitazioni prive dei requisiti di idoneità sono immigrati irregolari, l’organizzazione teme che le nuove norme abbiamo un effetto discriminatorio nei confronti di questi gruppi.
Il livello di discrezionalità concesso alle autorità locali nel decidere quando i soggetti facenti richiesta di registrazione all’anagrafe dei residenti siano in possesso di tutti i requisiti richiesti è preoccupante.
L’esercizio di una discrezionalità così ampia potrebbe tradursi in comportamenti discriminatori e nell’arbitrario rifiuto di registrare in particolar modo coloro che vivono in case mobili, se gli incaricati del Comune alla verifica dei requisiti dichiarano che la loro presenza nel territorio del Comune non costituisce stabile dimora, e nei molti casi in cui, per esempio, Rom e Sinti che vivono in case mobili non hanno accesso all’ acqua e ai servizi sanitari.
Amnesty International esprime dunque viva preoccupazione poichè l’applicazione della legge, se approvata, sebbene apparentemente neutrale, potrebbe avere effetti negativi in maniera sproporzionata su Rom e Sinti, oltre che su altri gruppi per il solo fatto della loro situazione economica precaria. Ciò potrebbe condurre a situazioni di grave discriminazione indiretta.
Le norme sopra esposte sono a rischio di violare gli obblighi internazionali sanciti dal Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici, dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani e Libertà Fondamentali, dalla Direttiva Europea 43/2000 (recepita nel D.Lgs 215/2003) e dalla Costituzione Italiana (in particolare l’art. 3, che proibisce la discriminazione e l’art. 16 che garantisce ad ogni cittadino di poter circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale).
Affinchè la legge sia resa conforme con i principi costituzionali e di diritto internazionale, il legislatore dovrà assicurare: 1) che tutti coloro che saranno inclusi nel registro nazionale possano esercitare i diritti a loro riconosciuti dai trattati internazionali e dalla Costituzione in maniera eguale o comunque non discriminata rispetto a coloro che sono registrati come residenti nei registri anagrafici dei Comuni; 2) che il diritto di ognuno ad avere un alloggio adeguato sia protetto e rispettato, anche attraverso l’assistenza da parte delle autorità competenti nell’assicurare il godimento di un alloggio adeguato.
Articolo 52, che legittima l’utilizzo di associazioni di cittadini per il controllo del territorio
Amnesty International esprime inoltre preoccupazione circa l’articolo 52 del ‘pacchetto sicurezza’ in esame al Senato. Se sarà approvato, gli enti locali, previo parere del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, saranno legittimati ad avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati al fine di segnalare agli organi di polizia locale, ovvero alle forze di polizia dello Stato, eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale.
Amnesty International è preoccupata circa la mancanza di chiarezza della norma. Nella sua forma attuale non appaiono definiti l’ampiezza e i limiti dei poteri o dell’autorità conferita a tali associazioni, in particolare il potere di fermare e arrestare soggetti (con particolare riferimento all’applicazione dell’art. 383 c.p.p. che conferisce la facoltà di arresto a privati in determinate condizioni); le qualifiche e la formazione richieste a ciascun soggetto che farà parte di queste associazioni; sotto quale autorità opereranno e dove ricadrà la responsabilità per la supervisione e il coordinamento di coloro che ne faranno parte; quali misure e procedure saranno adottate per assicurare che, qualora ci fossero violazioni di norme nazionali o di standard internazionali sui diritti umani non vi sia impunità per gli aderenti a tali associazioni; chi sarà responsabile per il risarcimento dei danni patiti da soggetti i cui diritti fossero violati da aderenti a tali associazioni.
L’articolo 52 del disegno di legge dichiara che le associazioni di cittadini non armati potranno essere utilizzate al fine di segnalare eventi che possano arrecare ‘danno alla sicurezza urbana’ ovvero ‘situazioni di disagio sociale’. L’esatto significato di questi concetti non è chiaro, e dunque non è chiaro in quali situazioni o a quale scopo le autorità locali si potranno avvalere della collaborazione di tali associazioni.
Amnesty International teme che l’applicazione di tale norma possa condurre a situazioni discriminatorie e di violenza, invece che ad una maggiore sicurezza pubblica e ad un maggior rispetto dello stato di diritto. Non è chiaro se saranno predisposti meccanismi per assicurare che questi gruppi siano chiamati a rispondere delle proprie azioni, anche qualora queste conducano a comportamenti discriminatori o contrari ai diritti di appartenenti a minoranze e a gruppi vulnerabili. Negli ultimi anni Amnesty International e altre organizzazioni hanno documentato attacchi e violenze da parte di gruppi di cittadini nei confronti di Rom e immigrati in varie parti d’Italia; si teme che, invece di condurre ad una riduzione di tali minacce, la potenziale “legittimazione” delle associazioni di cittadini possa sfociare in un livello di abusi e molestie, anche rilevanti penalmente, al contempo più alto e meno palese.
Infatti, se la proposta d’introduzione del reato di immigrazione clandestina venisse approvata, i richiedenti asilo e gli immigrati irregolari rischierebbero di essere presi di mira in maniera più che proporzionale da tali gruppi, e risulterebbero più vulnerabili alle violazioni dei loro diritti: è molto probabile che i richiedenti asilo e gli immigrati irregolari finirebbero per non denunciare alle autorità competenti abusi che dovessero eventualmente subire da parte di appartenenti a tali gruppi, per timore di essere denunciati per il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato.
In base al diritto internazionale sui diritti umani, le autorità Italiane sono tenute a prendere le misure necessarie per la prevenzione di abusi di diritti umani, tra cui la discriminazione, e comportamenti nocivi da parte di privati, per assicurare la tutela di tutti i diritti fondamentali e per l’investigazione e la punizione effettive di tali abusi, ove occorrano.
In linea con il diritto internazionale, inclusa la Convenzione Internazionale per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione Razziale (che l’Italia ha ratificato), le autorità italiane devono astenersi da ogni azione o dichiarazione che possa istigare alla discriminazione o all’ostilità nei confronti delle minoranze, inclusi Rom, Sinti e migranti. Le autorità italiane non devono adottare alcuna norma, come l’art. 52, che possa sfociare in discriminazione a meno che possano dimostrare che tale legge non violi gli obblighi dell’Italia a tutelare i diritti umani, compreso il diritto a non essere discriminati.
Per le ragioni sopra esposte, Amnesty International chiede al Governo e al Parlamento italiani di assicurarsi che ogni norma adottata nel contesto del ‘pacchetto sicurezza’ sia in linea con gli obblighi internazionali di cui l’Italia e’ firmataria.
Amnesty International ha scritto a questo proposito al Ministro dell’Interno, Onorevole Roberto Maroni. Copia di tale lettera è stata inviata all’Onorevole Franco Frattini, Ministro degli affari esteri.
Distinti saluti, Nicola Duckworth (Amnesty International, Direttore Programma Europa e Asia Centrale)

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Ddl sicurezza, questa settimana l'ultima lettura al Senato

Dovrebbe essere questa la settimana del varo completo del Ddl sicurezza, il disegno legge della vergogna. Dopo tante polemiche, anche dentro il centro-destra, il Governo probabilmente porrà nuovamente la fiducia anche nell'ultima lettura di Palazzo Madama. A dirsene certo, anche negli ultimi giorni, è stato lo stesso Ministro dell'Interno, Roberto Maroni che, una volta dato il via libera definitivo al cosiddetto ''Pacchetto sicurezza'', si è già posto come nuovo traguardo quello della revisione del dispositivo di legge che regola le forze di polizia.
Il ricorso alla fiducia è obbligatorio per un Governo in grande difficoltà che potrebbe di fatto cadere se l’approvazione di questo provvedimento si dovessero allungare per la già esplicita contrarietà delle opposizioni ma anche per prevenire possibili 'mal di pancia' da parte delle forze di maggioranza. E non è da sottovalutare la concomitanza con il G8 e l’appello accorato del Presidente della Repubblica.
In questi mesi tutte le forze sociali, e non solo, in Italia hanno esplicitato al Parlamento i loro dubbi sui provvedimenti contenuti in questo disegno legge. In tantissimi casi la loro piena contrarietà a norme che rischiano di portare il Paese alla deriva razzista. Le norme più contestate, in questo disegno legge molto articolato, sono le nuove norme in tema di immigrazione come l'introduzione del reato di immigrazione clandestina e l'allungamento del periodo di trattenimento nei Centri di espulsione fino a diciotto mesi. Ma anche le norme che prevedono l'introduzione delle cosiddette “ronde” e la revisione della legislazione anagrafica.
Su quest’ultimo punto in questo spazio web è intervenuta l’associazione Sucar Drom che ha messo in evidenza l’evidente discriminazione che verrebbe attuata per chi vive in una casa mobile ma questa norma modificherà anche lo status anagrafico di tanti i Cittadini italiani che non vivono in case mobili, dividendoli di fatto in ricchi e poveri. In questo contesto alcune associazioni hanno manifestato a Milano per far conoscere a tutti le contraddizioni di questa norma.
Questa settimana la parola passa quindi ai Senatori che se voteranno in maniera definitiva questo disegno legge, lascieranno al Presidente della Repubblica la responsabilità di firmare o rinviare all’intero Parlamento norme che noi riteniamo vergognose e indicibili per un Paese che si dice civile.

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lunedì 29 giugno 2009

L'Ilo mette sotto accusa l'Italia: "Migranti, violate le convenzioni"

Dopo il governo panamense, prima di quello etiope. L'audizione del governo italiano alla 98° conferenza internazionale del lavoro si è tenuta ieri pomeriggio, terza in programma tra le audizioni di altri 24 paesi, di cui nessuno europeo. Il governo è stato chiamato dall'Organizzazione internazionale del lavoro, Ilo, a rispondere delle pesanti accuse di discriminazione verso i lavoratori migranti e perciò di violazione della convenzione 143, ratificata dall'Italia nel 1981, che invece ne promuove la parità di opportunità e di trattamento. Il comitato di esperti dell'agenzia Onu ha chiesto chiarimenti anche sul decreto sicurezza e sull'accordo con la Libia, misure che destano perplessità nella comunità internazionale.
La risposta del governo. Durante il dibattito, il direttore del dipartimento immigrazione al ministero del Welfare, Giuseppe Silveri, non ha risposto in merito alla convenzione 143 e ha detto subito di trovare "ingiuste" le osservazioni del comitato di esperti Ilo. Ha elencato invece i progetti finanziati per l'integrazione delle minoranze Rom e Sinti, ha parlato delle ispezioni per contrastare il lavoro nero e dell'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, Unar, governativo che ha aperto una pagina web per le denunce di discriminazione. Sul decreto sicurezza e sul reato di clandestinità, Silveri ha ripetuto, tentando di rassicurare, che "ancora non si tratta di una legge, il testo è in discussione, è stato più volte modificato e potrebbe esserlo di nuovo". "Perciò - ha concluso - non si possono fare commenti". E oggi si è appreso che il ministro Maurizio Sacconi non parteciperà alla conferenza la prossima settimana, come previsto. Sembra che lo stesso Sacconi - che tra l'altro è stato direttore dell'Ufficio italiano dell'Ilo dal 1995 al 2001 - abbia protestato formalmente con l'Organizzazione per la convocazione.

Le accuse all'Italia. A marzo l'Ilo aveva pubblicato il rapporto annuale degli esperti e dal documento emergeva chiaramente che in Italia gli immigrati, sia regolari sia irregolari, sono vittime di discriminazione non solo in forma diretta, con trattamenti differenziati nel lavoro, ma anche indiretta, per il clima di evidente razzismo diffuso nel paese, specialmente nei confronti di romeni, Rom e Sinti. Accuse che nei mesi scorsi si sono sommate alle preoccupazioni del Consiglio d'Europa e per la crescente xenofobia e alla contrarietà ai respingimenti verso la Libia espressa dall'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati.
La denuncia del sindacato. Sulla base di quel rapporto sono stati poi Cgil, Cisl e Uil a portare in discussione il caso italiano alla conferenza "tripartita" dell'Ilo costituita da rappresentanti dei governi, delle imprese e dei sindacati. "In generale, le discriminazioni dei migranti regolari - ha spiegato nel suo intervento Leopoldo Tartaglia, a nome delle tre confederazioni - vanno dall'accesso ai posti pubblici, negati a chi non ha cittadinanza italiana, al trattamento economico (il 40% in meno rispetto agli italiani), fino al mancato utilizzo dei titoli di studio conseguiti all'estero, perché non riconosciuti".
Discriminati sul lavoro. In particolare, la convenzione 143 dice che quando un migrante viene trovato a lavorare in condizione di irregolarità "deve avere parità di trattamento nel rispetto dei diritti che emergono da un lavoro svolto, rispetto al compenso, ai contributi e ad altri benefici". Invece, secondo i sindacati, nella pratica a un "clandestino" non è garantito il diritto alla remunerazione, tanto meno ai contributi previdenziali, visto che la denuncia si traduce spesso in un'espulsione. Non solo. Il trattato internazionale stabilisce che i migranti regolarmente occupati e residenti "non possono essere considerati irregolari per il solo fatto di avere perso il lavoro, cosa che non può implicare il ritiro del permesso di soggiorno", come invece prevede la Bossi-Fini dopo sei mesi di disoccupazione.
L'accordo con la Libia. Durante l'audizione il presidente del gruppo internazionale dei sindacati, Luc Cortebeck, ha definito le risposte del governo italiano "insufficienti" e ha ripetuto alcune delle richieste di chiarimento già rivolte dal comitato di esperti. Tra queste, anche quella sull'accordo con la Libia, dato che la convenzione 143 prevede misure di protezione per le vittime di abusi e traffico di esseri umani. Entro settembre il ministero del Lavoro italiano dovrà fornire all'Ilo "informazioni sugli sviluppi legislativi che riguardano la protezione dei migranti vittime di abusi e di sfruttamento, così come l'istituzione di una commissione che individui azioni di contrasto alla violenza e allo sfruttamento dei migranti". Difficile dire come l'Italia potrà spiegare la politica dei respingimenti sommari previsti dall'accordo. di Vittorio Longhi

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Zagabria, una romnì in Consiglio comunale

Farmacista, 32 anni, rappresentante della comunità rom in Croazia. Nura Ismailovski (in foto), eletta nelle liste del SDP, è la prima donna rom a sedere nel consiglio comunale di Zagabria. Il suo obiettivo sarà l’integrazione e l’inclusione dei rom nella società croata.
Il 17 giugno scorso a Zagabria si è tenuta la prima seduta del nuovo consiglio comunale, composta da 51 membri eletti alle elezioni amministrative di maggio 2009. Nella squadra di Milan Bandić, sindaco della capitale dal 2000, anche Nura Ismailovski, la prima candidata rom ad ottenere un posto nella Gradska Skupština di Zagabria.
Milan Bandić, dell'SDP (Partito Socialdemocratico), è stato confermato per la quarta volta a sindaco della capitale, battendo al secondo turno Josip Kregar, candidato dell'HDZ (Unione democratica croata). La sua nuova squadra è formata da SDP, HSU (Partito dei pensionati) e dalla lista indipendente di Tatjana Holjevac, mentre all'opposizione si schierano HDZ, HSS (Partito Contadino croato), HSLS (Partito Social-liberale) e HNS (Partito Popolare croato).
Molti i volti noti all'opinione pubblica tra i consiglieri, nomi del mondo del calcio e personalità di spicco della capitale, ma anche qualche novità interessante e degna di nota. Tra le fila della coalizione vincente, infatti, è stata eletta anche Nura Ismailovski, 32 anni, farmacista, rappresentante della comunità rom in Croazia. Per la prima volta una donna rom entra nel consiglio comunale di Zagabria ad amministrare la principale città croata.

In un'intervista a "Hrvatska Uživo", un programma della televisione nazionale HRT, la Ismailovski ha parlato della sua scelta di dedicarsi alla politica e del suo impegno sociale per la comunità rom. La sua decisione è stata dettata soprattutto da motivi morali: il suo obiettivo è l'inclusione e l'integrazione dei rom nella società croata, con particolare attenzione all'emancipazione femminile e ai diritti dei bambini. Per questo si propone di lavorare duramente per risolvere il problema della ghettizzazione dei rom nel paese.
La neoeletta individua tre motivazioni principali del suo impegno politico: combattere i pregiudizi e gli stereotipi nei confronti dei rom, dimostrare ai giovani rom che l'istruzione è fondamentale per realizzare i propri obbiettivi e rappresentare i cittadini di Zagabria, in particolare i membri della minoranza rom.
Com'è la situazione dei rom in Croazia? La Ismailovski la definisce “non soddisfacente”. La minoranza rom non è molto forte nel paese, stando ai dati del censimento del 2001 costituisce lo 0,8% della popolazione. Ciononostante la discriminazione e la ghettizzazione di questa minoranza restano particolarmente forti, spesso gonfiate e portate agli estremi, oppure semplicemente dovute alla consuetudine di pregiudizi e luoghi comuni, come l'utilizzo dispregiativo della parola “cigan”, “zingaro”.
In Croazia i rom sono particolarmente colpiti da tre gravi problemi: le condizioni di vita, spesso indecenti, l'istruzione e la disoccupazione. La neoeletta alla Gradska Skupština della capitale si propone come modello di successo e di speranza per i giovani rom, a cui spesso si rivolge direttamente nell'intervista. “L'istruzione è fondamentale per realizzare i propri obiettivi”, e aggiunge “mi auguro che molti ragazzi e ragazze rom possano vedere in me un esempio di impegno e di buona volontà”.
La candidatura di Nura Ismailovski a fianco dell'SDP guidato da Zoran Milanović (l'unico partito che ha candidato un esponente della minoranza rom) è il proseguimento del suo impegno politico in rappresentanza dei rom che vivono in Croazia. La Ismailovski, infatti, era già membro del consiglio cittadino dei rom e attiva in diverse associazioni culturali di questa minoranza.
Il motto della giovane farmacista è “integrazione e non assimilazione”: il principale rischio dei rom è quello di pagare il costo della convivenza pacifica con la perdita dei propri valori e delle proprie tradizioni. Questo, infatti, è uno dei principi cardine del suo impegno politico e sociale.
La Croazia tutela i rom con la Legge per le minoranze nazionali, inoltre ha aderito all'iniziativa internazionale “Decade of Roma Inclusion 2005-2015”, un progetto europeo per migliorare lo status socio-economico e l'inclusione sociale dei rom a cui partecipano 12 stati europei (Albania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Macedonia, Montenegro, Repubblica Ceca, Romania, Serbia, Slovacchia, Spagna e Ungheria).
L'elezione di Nura Ismailovksi è un segnale molto positivo per il mondo politico croato. Sfortunatamente, la notizia del suo nuovo ruolo di consigliere dell'Assemblea cittadina di Zagabria è stata in parte offuscata da altre presenze più “chiassose”, come Ćiro Miroslav Blažević, allenatore della nazionale di calcio della Bosnia Erzegovina, eletto per l'HDZ, che per anzianità ha guidato la prima seduta dell'Assemblea, non senza far notizia per le sue espressioni “colorite” e più degne di un ct di calcio che di un uomo politico. di Maria Elena Franco

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Napoli, «I napoletani? La sera gettano roba nei cassonetti e la mattina la ricomprano»

Se a Napoli la raccolta differenziata è, per certi versi, ancora un miraggio, c'è chi con una forma un po' «primitiva» di riciclaggio si è inventato un piccolo business, fondato sulla vendita e sul riutilizzo della “monnezza”.
In piazza Garibaldi, a quattro passi dalla stazione ferroviaria, ha fatto la sua comparsa da un circa un mese un mercatino, che definire «delle pulci», suonerebbe ironico. Tutto quanto viene esposto su lenzuoli grigiastri e laceri, stesi per terra, è stato ripescato dai cassonetti dell'immondizia. Ci si trova, accatastata in disordinatissimi cumuli, qualsiasi cosa. Oggetti comuni come scarpe, pantaloni, telefonini, borse ed altri più strani: tazze sbeccate, antenne per i televisori, batterie per automobili, pentole senza manici e bambole cui manca un braccio. Ogni tanto arriva qualcuno con una busta piena. La svuota sul lenzuolo, senza ordinarla, e la “monnezza” si trasforma in merce.
Da un parte, c'è chi getta nell'immondizia ciò che ha consumato o che non serve più, perchè sostituito da nuovi acquisti. Dall'altra, una massa di persone è pronta a ricomprare le cose che alcuni hanno considerato rifiuti. A rivenderli c'è una schiera di commercianti multietnici. Siedono uno a fianco all'altro: rom, marocchini, senegalesi, est europei. «Vendiamo roba che al negozio costa il 90% in più», dice Ahmed, marocchino che vive da cinque anni a Napoli. Lui la vede come un contributo alla lotta alla povertà: «Aiutiamo chi non ha nulla». Sono soprattutto i rom a rovistare tra i cassonetti alla ricerca di merce rivendibile: di notte fanno il giro delle pattumiere, appoggiando la roba in passeggini rotti, riadattati a carrelli. I clienti sono per la maggior parte italiani, comprano qui anche generi alimentari. Chi vende non fa affari d'oro, «ma riusciamo a racimolare i soldi necessari per sopravvivere». di Giorgio Mottola

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Milano, boom di minorenni italiani dietro le sbarre del carcere Beccaria

Cresce il numero degli italiani reclusi all'Istituto penale per minorenni Beccaria di Milano: nei primi cinque mesi del 2009 sono stati il 32,4%, nel 2008 erano il 27,2%, nel 2007 il 16,8%. "Si tratta di ragazzi che hanno commesso più di un reato - spiega Sandro Marilotti, direttore da due anni del Beccaria -. Negli istituti ci finiscono solo quelli che hanno commesso i delitti più gravi, per gli altri di solito esistono misure alternative per scontare la pena".
Dopo gli italiani, sono i romeni e i bulgari quelli più numerosi (22,8% nel 2009), seguiti da rom e sinti (19,8%), magrebini (11,8%), sudamericani (4,4%) e albanesi (2,9%). I dati sono stati presentati oggi durante la festa del Corpo di Polizia penitenziaria che si è svolta al Beccaria. Nei primi sei mesi del 2009 sono passati per i cancelli dell'istituto milanese 136 adolescenti. Nel 2008 sono stati 342 e nel 2007 280.
Molti di più quelli che invece passano ogni anno per il Centro di prima accoglienza, struttura nella quale vengono portati i minorenni appena vengono arrestati e vi rimangono per un massimo di 96 ore in attesa che il giudici decida se rinchiuderli nell'istituto penano o rimandarli a casa in attesa del processo: nel 2008 sono stati 428, il 30% di loro è stato poi trasferito al Beccaria.
I ragazzi, oltre il 60% ha 16-17 anni, restano poco tempo in carcere: in media 71 giorni e la stragrande maggioranza (83,1%) in attesa del processo. Nel 2008 il 33,6% è finito al Beccaria per furto, il 30,7% per rapina, il 24,9% per violazione della legge sugli stupefacenti, il 3,2% per tentato omicidio o omicidio, il 2,9% per estorsione e il 2,1% per violenza sessuale. "Tornano a commettere reati circa il 20%", conclude il direttore del Beccaria.

"La situazione nelle carceri per minori è destinata a peggiorare": parola di don Gino Rigoldi (in foto), cappellano del Beccaria da 37 anni. Ha visto passare per i cancelli dell'istituto milanese più generazioni di ragazzi sbandati. "Oggi non solo stanno aumentando gli italiani -racconta il sacerdote-, ma sono quelli che commettono i reati più gravi. Vedrete che il numero degli adolescenti, non solo italiani, che avranno problemi con la giustizia continuerà a salire". Qual è il male che tormenta questi adolescenti? "Le cause dobbiamo cercarle nella società e nella famiglia".
Al primo posto fra i responsabili della devianza giovanile don Gino mette la classe politica: "Continuano a urlare e promettere sicurezza, ma non si rendono conto che stanno creando una società basata sulla diffidenza e la paura. Non si parla più di socialità, di responsabilità verso gli altri e verso i più deboli. Non si parla più di sacrificio. Tutto e subito e diffidando degli altri è il messaggio che arriva ai nostri ragazzi". E poi le famiglie. "Incontro i genitori dei ragazzi che finiscono al Beccaria e capisco perché i loro figli hanno commesso reati -aggiunge il sacerdote-. Sono spesso genitori cinici, poveri di umanità e incapaci per questo di dire qualcosa di significativo ai loro figli. Al massimo insegnano loro a essere più furbi e scaltri, ma è una strada che non porta lontano". da Affari Italiani

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sabato 27 giugno 2009

Nel deserto dei valori non c'è pietà - parte 2

A nulla è servito ricordare che cinquant’anni fa i marocchini eravamo noi. Che i nostri uomini nelle stazioni svizzere avevano sale d’aspetto separate. Che i tedeschi o i francesi dicevano degli italiani esattamente le stesse cose che oggi noi diciamo dei curdi. Che dall’Afghanistan alla Croazia, da Otranto alla Cina, il mondo è diventato un’immensa operazione di pulizia etnica finalizzata a produrre i nuovi schiavi dell’epoca globale. Che dal secolo dei nazionalismi in poi gli uomini si erano ridotti a “effetto collaterale” di un tritacarne che polverizza le radici, genera spaesamento e ti porta dritto all’olocausto delle Torri Gemelle.


Non serviva. La considerazione politica era già diventata etnica, guerra tra poveri. Le vittime diventavano colpevoli, i mercanti di uomini erano dimenticati o assolti. Il cortocircuito mentale era scattato: era figlio di un assedio mentale troppo forte perché una persona sola potesse resistergli. Era figlio di troppi padri, e quei padri non stavano soltanto a destra. Oggi sono i capitani d’industria a chiedere di aprire il Paese all’immigrazione. I padroni, non i lavoratori.

L’equivalenza tra immigrazione e barcone pieno di potenziali delinquenti non veniva solo dalle urla bossiane, da vecchie xenofobie o dal consumismo televisivo che distrugge i valori. Nasceva anche dal rifiuto di certo buonismo di maniera o da certo multiculturalismo d’accatto che bada alle identità di chiunque tranne che alla propria. Veniva, soprattutto, da un grande vuoto d’informazione.

Gli immigrati sono la base del nostro sistema-Paese. Senza di essi, l’Europa non esisterebbe. La Germania non sarebbe uscita dal dopoguerra. La Francia e l’Inghilterra non sarebbero tra le prime potenze mondiali. In Italia, senza di loro andrebbe in tilt la siderurgia, l’industria tessile, le concerie, la raccolta delle mele e dei pomodori. Non ci sarebbe prosciutto, mozzarella, parmigiano. Non funzionerebbe la metà dei ristoranti. E in Adriatico, senza extracomunitari (Senegalesi) la pesca morirebbe. Di Paolo Rumiz

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venerdì 26 giugno 2009

Mantova, una serata di cultura sinta

La Missione Evangelica Zigana, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Sinta, invita tutti all’evento culturale che si terrà a Mantova, lunedì 29 giugno 2009, dalle ore 20.30, in viale Learco Guerra (località Migliaretto). L’evento si terrà al coperto nella tecnostruttura posizionata a ridosso degli impianti sportivi.
L’evento sarà caratterizzato da due momenti: la presentazione del lungometraggio “MEZ, la missione evangelica tra i Sinti” di Stefano Cattini a cui seguirà, dopo un breve dibattito con l’autore, il concerto di musica sinta dei The Gipsyes Vaganes di recente formazione.
Al pomeriggio, dalle ore 17.00, si terrà un incontro a cui sono invitate le associazioni sinte e rom che vogliono aderire alla federazione “Rom Sinti Insieme”. L’incontro è aperto anche a quelle persone che hanno l’intenzione di aprire nuove associazioni sul territorio nazionale.
La Missione Evangelica Zigana sta tenendo in questi giorni, come ogni anno, il proprio convegno religioso a Mantova e vuole offrire a tutti i cittadini la possibilità di conoscere la cultura sinta e, in particolare, il movimento evangelico. Per questo si è organizzata questa serata con un momento di conoscenza e dibattito, insieme con un momento più ludico con la travolgente musica dei The Gipsyes Vaganes.
La MEZ nasce in Italia intorno agli anni 80 e deve la propria esistenza al risveglio francese avvenuto nel 1948. Oggi la MEZ, associata alle Assemblee di Dio in Italia (A.D.I.) conta oggi circa duemila aderenti, in maggior parte Sinti italiani. Attualmente i pastori consacrati sono quaranta; sei di essi svolgono attività missionaria in alcuni paesi dell’Europa dell’Est (Slovenia, Serbia, Slovacchia, Ungheria e Romania) allo scopo di evangelizzare le comunità Rom e Sinti di quelle regioni. Vi sono inoltre dei candidati al ministerio di pastorato. La Missione è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale (O.N.L.U.S.).

In primavera ed estate la Missione organizza Convegni religiosi in tutta l’Italia, riunendo tutti i convertiti all’Evangelo e tutte le persone che si stanno avvicinando alla Parola del Signore.
Nel periodo autunnale ed invernale i pastori sono inviati nelle diverse Comunità sinte, garantendo regolari servizi di culto.
La Missione, oltre al suo scopo religioso e spirituale, svolge un’azione di aiuto e recupero sociale di tutte le persone che si trovano in difficoltà esistenziale. I pastori assistono spiritualmente e socialmente gli ammalati e le loro famiglie anche attraverso le offerte dei convertiti.
La Missione svolge campagne di evangelizzazione, attività didattiche per i bambini, consulenze individuali e di coppia, incontri di carattere spirituale, distribuzione gratuita della letteratura cristiana, produzione di materiale audio e video ecc...
Lo scopo della missione è quello di raggiungere in particolare le popolazioni sinte e rom ma offre il messaggio evangelico anche a tutte le persone che si vogliono avvicinare al Signore senza distinzione .
In questi ultimi anni molti membri della missione stanno iniziando personalmente un impegno per contrastare le discriminazioni subite dalle popolazioni sinte e rom. La finalità è la costituzione di organizzazioni senza scopo di lucro con l'obbiettivo di rendere i Sinti e i Rom protagonisti sociali pensanti, attraverso la partecipazione diretta e le metodologie della mediazione culturale.

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giovedì 25 giugno 2009

Radames Gabrielli è il nuovo presidente della federazione

Radames Gabrielli, neo Presidente della federazione “Rom e Sinti Insieme”, si è detto molto onorato di essere stato eletto alla guida dell’associazione che da due anni ha iniziato un cammino per rendere protagonisti i Sinti e i Rom in Italia.
Il neo Presidente si è detto fiducioso sul futuro e ha già espresso alcuni punti caratterizzanti del nuovo corso: contrastare tutte le forme di disumanizzazione dei Sinti e dei Rom, riconoscere ai Rom e ai Sinti lo status di minoranza storico linguistica; operare per far conoscere all’Italia le ricchezze presenti nelle culture sinte e rom; presentazione di progetti sull’habitat e sul lavoro tradizionale a tutti i livelli istituzionali; presentazione di progetti per implementare il lavoro della federazione. Già nel prossimo incontro, il neo Presidente, intende proporre la formazione di cinque gruppi di lavoro che si cimentino sugli obbiettivi indicati
Il neo Presidente ha concluso il suo intervento, affermando: “spero molto nell'aiuto di tutti i soci della Federazione, perché io credo molto nella partecipazione diretta di tutti, perciò se l'aiuto sarà reciproco i nostri scopi saranno presto realizzabili”.

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Bolzano, il Gipsy festival

Saranno i Gipsy Kings l'attrattiva principale del Gipsy festival, manifestazione di cultura rom, che si terrà a Bolzano il 26 e 27 giugno. Saranno numerosi i cantanti e ballerini che si alterneranno sul palco, provenienti da tutta Europa. Tra questi, anche Negrita, artista francese di etnia rom che si è esibita pochi mesi fa a Bolzano, riscuotendo un notevole successo.
Ieri mattina, in Municipio a Bolzano, è stato presentato il programma del Gipsy Festival. "Un evento importante sia dal punto di vista culturale e musicale che da quello politico - ha sottolineato l'assessore alla Cultura Primo Schönsberg- che il Comune di Bolzano ha voluto sostenere, proprio in opposizione di certi venti xenofobi che soffiano oggi sulla nostra Europa, ed in linea con il dichiarato spirito di apertura verso l'internazionalizzazione, l'integrazione fra le culture e il rispetto per le minoranze che invece caratterizza la nostra Città e che è ancorato negli obiettivi del Piano di Sviluppo Strategico della Città di Bolzano."
Musiche, danze, gastronomia, folklore rom animeranno piazza Tribunale nelle due giornate del 26 e 27 giugno, grazie ad artisti di fama internazionale del calibro della famosa formazione dei Gipsy King (27.06, ore 20.30) e di Negrita, l'artista di origine francese che canterà pezzi di jazz e di musica folkloristica Rom. "Vogliamo far conoscere almeno una parte della cultura ROM, avvicinare la gente e mostrare cosa sia davvero il nostro popolo, affinché ciascuno possa farsi un suo giudizio, invece di attingere ai soliti pesanti pregiudizi cui spesso noi ROM siamo esposti" hanno sintetizzato all'unisono Merjan Hrustic, del Circolo Culturale Romano Ilo, promotore dell'evento, ed Enes Hrustic dell'Associazione Cultura Rom.
Il Gipsy Festival, il primo di questo genere in Italia, è sostenuto anche dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Fondazione Cassa di Risparmio, nonché da una fitta serie di sponsor locali.

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mercoledì 24 giugno 2009

Rom e Sinti, la federAzione ha eletto il nuovo Consiglio direttivo

L’assemblea della federazione “Rom e Sinti Insieme” si è riunita a Verona, il 23 giugno 2009, per rilanciare la propria azione e per eleggere il nuovo Consiglio direttivo, dopo il Congresso di Roma e l’assemblea di Bologna. Le associazioni aderenti hanno discusso a fondo sull’attuale situazione italiana e hanno deciso di impegnarsi con maggiore forza sul tema della partecipazione diffusa dei Sinti e dei Rom alla vita sociale, culturale e politica italiana.
L’obiettivo che si pone la federazione è quello di aggregare le associazioni esistenti ma anche quello di aiutare le comunità rom e sinte a costituire nuove associazioni che sappiano essere protagoniste sul territorio. L’obiettivo che ci si pone è di costituire entro pochi mesi una decina di nuove associazioni sul territorio nazionale.
Per questa ragione si è dato incarico al nuovo Consiglio direttivo di convocare in autunno un’assemblea ordinaria per la conferma delle cariche sociali con tutte le nuove associazioni aderenti alla federazione e un’assemblea straordinaria per la modifica dello Statuto.
L’assemblea ha eletto all’unanimità il nuovo Consiglio direttivo. I consiglieri eletti sono: Giorgio Bezzecchi (Romano Drom), Marco Brazzoduro (Antica Sartoria Rom), Davide Casadio (Sinti Italiani Vicenza), Yuri Del Bar (Sucar Drom), Erasmo Formica (Sinti Italiani Piacenza), Mirco Gabrielli (Nevo Drom Trento), Radames Gabrielli (Nevo Drom Bolzano), Dijana Pavlovic (Upre Roma), Enrico Prina (Sucar Mero), Vojisalv Stojanovic (Rom per il Futuro).

L’assemblea ha conseguentemente eletto: Radames Gabrielli, Presidente; Dijana Pavlovic, Vice presidente; Davide Casadio, Vice presidente; Yuri Del Bar, Segretario; Erasmo Formica, Tesoriere. Il Consigliere Vojisalv Stojanovic affiancherà Yuri Del Bar nella gestione della segreteria della federazione. L’assemblea ha anche deciso di spostare la sede legale della federazione a Roma (CAP 00156) in via Domenico Grisolino n. 132.
Per contatti e informazioni
Presidenza: telefono e fax 0471 915391, cellulare 393 8396540.
Segreteria: telefono 0376 360643, fax 0376 318839, cellulare 393 2442264.
E-mail romsinti.insieme@libero.it, web http://comitatoromsinti.blogspot.com/

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Roma, l'Antica Sartoria Rom presenta la collezione 2009

Il giorno 30 giugno 2009 a Roma, alle ore 12.00, presso la sede della Rivista Carta (Sala Pintor), viale Scalo S. Lorenzo n. 67, l’Antica Sartoria Rom invita tutti alla presentazione della collezione 2009 dedicata principalmente alla linea bambina.
La Cooperativa, avendo lo scopo di perseguire l’interesse generale delle comunità romanì alla promozione umana e all’integrazione sociale, con particolare riferimento alla salvaguardia dei diritti delle donne appartenenti alle comunità suddette, ha finora avviato una serie di interventi volti all’inserimento lavorativo delle romnià nel settore della promozione e diffusione della loro cultura. L’attività sartoriale rientra in questa serie di interventi.
Oggi la cooperativa si avvale di un suo laboratorio di ricerca, progettazione e sviluppo dei modelli, realizzati dalle donne di etnia rom provenienti dai “campi nomadi” della Capitale. In laboratorio vengono messe a punto tecniche specifiche per mantenere intatta la tradizione romanì tardo-ottocentesca, ed allo stesso tempo risolvere ogni esigenza della donna d’oggi.
La qualità dei capi viene garantita dalla cura nei singoli particolari e dall’utilizzo di tessuti tutti rigorosamente in fibra naturale. Le novità lanciate ogni anno sul mercato, sono un motivo in più che spinge sempre più donne a diventare nostre clienti.
La cooperativa ringrazia tutti coloro che hanno collaborato a realizzare questa iniziativa: Ebitemp, Casa dei Diritti Sociali, Associazione Romà Onlus.

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Como, abbandonata nella neve: il j'accuse contro i vigili

Confusione su chi abbia fatto cosa, non sulla sostanza. Davanti al giudice delle indagini preliminari Luciano Storaci, la 64enne Stela Anton (in foto), Cittadina rumena appartenente alla minoranza rom, ha ribadito per filo e per segno quanto già raccontato al pm nel corso dell’indagine che la riguarda in quanto vittima, presunta, di un sequestro di persona messo in atto da una coppia di agenti della polizia locale che lo scorso 3 gennaio, con la città semi soffocata da un quantità di neve come non se ne vedeva da anni, la portarono a Civiglio, le fecero togliere le scarpe e, dopo averla invitata a ridiscendere a piedi, gliele scagliarono in un dirupo.
Il racconto di Stela rende ancora più delicata la posizione dei vigili, Salvatore Canavacciolo e Francesco Cibelli. Raccolto con la formula dell’incidente probatorio, il resoconto ha, a questo punto, valore di prova, anche se l’elenco degli aspetti ancora da chiarire non si è esaurito.
L’indagine è partita da un esposto anonimo che è arrivato al Tribunale di Como all’inizio di aprile. Si trattava di una lettera scritta da qualcuno molto bene informato, che dettagliava i passaggi chiave del viaggio per Civiglio e che indusse gli investigatori a muoversi praticamente subito.
Chiesero e ottennero dal Comando della Polizia Municipale di Como tutte le relazioni di servizio inerenti l’attività anti-accattonaggio svolta nei mesi invernali e fu soltanto allora, dopo quella richiesta, che i vertici della polizia locale si fecero vivi con il pm titolare del fascicolo: manifestarono la propria piena e incondizionata disponibilità a collaborare ed informarono l’amministrazione, nella persona del sindaco.

L’unico atto pervenuto sulle scrivanie della procura dal Comune fu una relazione di servizio piuttosto tardiva, firmata dall’agente Salvatore Canavacciolo, uno dei due coinvolti nello scandalo, l’altro indagato è Francesco Cibelli.
Canavacciolo raccontava che quel giorno, il 3 gennaio, con la città e le sue montagne coperte di neve, lui e il collega fermarono una rom di 65 anni, Stela Anton, che come in altre occasioni si aggirava ai semafori con un bicchiere di carta in mano. Avrebbero dovuto portarla al comando per procedere all’identificazione, al fotosegnalamento e a una serie di ulteriori incombenze previste per legge, ma la loro auto fece tutt’altro tragitto per applicare tutt’altra “legge”.
Salì fino a Civiglio dove, a sentire Canavacciolo, Cibelli ordinò alla donna di togliere scarpe e calze, le gettò in fondo a un dirupo, risalì in auto e riprese la strada di Como dopo avere invitato la Anton a farsela a piedi.
Lei ubbidì: trovò la forza per recuperare le sue scarpe arrancando nella neve, poi riguadagnò il livello della strada e riprese, ciabattando faticosamente, la strada per Como. da La Provincia

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Roma, a breve una legge sul reddito minimo garantito nel Lazio

“Tra pochi giorni sarà finalmente operativa la legge sul reddito minimo garantito nella nostra Regione”. È quanto fa sapere in una nota Peppe Mariani (in foto), presidente della commissione Lavoro, politiche giovanili, pari opportunità e politiche sociali. “Dopo un lungo percorso che ci ha impegnato negli ultimi anni, il Lazio si dota, prima Regione in Italia, di una legge importantissima che introduce un innovativo piano di interventi per precari e disoccupati, oggi particolarmente colpiti dalla crisi economica. La legge però, ben oltre la contingenza – continua Mariani – disegna e allude a un nuovo sistema di garanzie per tutte quelle figure sociali e lavorative lasciate in Italia, a differenza degli altri paesi europei, senza alcuna protezione e diritti. L’approvazione negli ultimi giorni del regolamento attuativo e della delibera sui criteri per la formazione delle graduatorie costituiscono un passaggio fondamentale per rendere attivo un provvedimento che molte persone della nostra regione stavano da tempo attendendo. Tuttavia – prosegue – desta quantomeno stupore leggere i contenuti dei documenti approvati dalla Giunta. In particolare indicare nella delibera quella tra i 30 e i 44 anni come fascia anagrafica esclusiva per poter accedere ai sussidi, contravviene alle stesse indicazioni della legge la quale si riferisce esplicitamente a una popolazione più ampia".
"La legittima e condivisa necessità di stabilire dei criteri che favoriscano, in via sperimentale, alcune categorie più di altre, non può in alcun modo essere tradotta, tra l’altro in un documento di Giunta, in una ridefinizione dei beneficiari che contraddice il testo approvato in Consiglio regionale lo scorso 4 marzo. Così si contravviene allo spirito della legge e, nei fatti, se ne modificano drasticamente i contenuti. La scarsità dei finanziamenti destinati attualmente al reddito minimo garantito – sottolinea Mariani - non sono una ragione sufficiente per trasformare una legge che introduce un nuovo diritto, in una concessione ad hoc per singole categorie escludendo tutte le altre. Il problema è stabilire un sistema di punteggi che renda meno aleatoria l’applicazione concreta del provvedimento e al tempo stesso estendere il finanziamento per garantire in prospettiva a tutti gli aventi diritto di poter usufruire di questo prezioso strumento. Sarà precisamente questa - conclude Mariani– la battaglia che condurrò nel prossimo assestamento di bilancio. A questo punto del percorso, non si possono più fare passi indietro nell’affermazione di un diritto”. da il Velino

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Reggio Calabria, una famiglia rom rifiuta la casa perchè ha paura

In una nota, Demetrio Costantino - Presidente Comitato Interprovinciale per il Diritto alla Sicurezza – fa il punto sulla questione degli alloggi destinati alle famiglie Rom:
“La delocation Rom – per la quale sono interessate le famiglie dell’ex 208, l’Amministrazione Comunale, l’Opera Nomadi, il titolare dell’Hotel Sirio per poter disporre di tutti i locali della struttura, per poter operare al meglio e i cittadini che devono sopportare le spese per questa situazione – suscita davvero forti perplessità e gravi preoccupazioni per il modo come si sviluppa.
Le critiche severe al Comune e specificamente all’Assessorato alle politiche sociali, vanno certamente rivolte per eventuali negligenza o mancati impegni verso la famiglia Puccio ma è inaccettabile la motivazione adottata per il rifiuto dell’alloggio.
Il rifiuto è dovuto – si afferma – al fatto che, essendo un bene confiscato alla mafia, la famiglia assegnataria “non si sente di affrontare i rischi di accettare quell’alloggio” e che la stessa famiglia “aveva ricevuto alcuni chiari segnali”.
Allora il problema non è il semplice rifiuto, ma di attivare i servizi sociali per assistere, con i propri esperti, nella prima fase questa famiglia; chiedere nel contempo alle forze dell’ordine di apprestare quelle misure possibili per garantire sicurezza a questa famiglia.
Assecondare e avallare orientamenti di rinuncia, significherebbe solamente compiere un danno alla famiglia interessata, alla comunità dei rom e soprattutto attenuare il valore della lotta collettiva e dell’azione di formazione delle coscienze che deve, invece, essere esaltata e rafforzata.
Si badi, un bene confiscato alla criminalità e destinato all’uso sociale avviene dopo un lungo, faticoso, dispendioso iter procedurale che impegna decine di investigatori, magistrati, personale del Demanio, funzionari e addetti dell’Amministrazione Comunale.
Per anni sono intervenuti Governi e il Parlamento – anche recentemente si è cercato di rendere più snella ed efficace la procedura prevista dalle norme per non far passare 14 anni tra il sequestro e l’uso sociale – e ora non è corretto dare segnali sbagliati ostacolandone l’attuazione.
Ed è significativo che questi beni siano assegnati non solo per le caserme delle forze dell’ordine, associazioni e cooperative sociali ma anche – sulla base delle indicazioni dei Comuni – ai tanti cittadini (famiglie senza casa, giovani coppie, anziani, disabili) per vivere dignitosamente non avendo la possibilità di pagare l’alto affitto”. da Tele Reggio

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martedì 23 giugno 2009

Lazio, una legge regionale a favore dello spettacolo viaggiante

"Finalmente una legge che riconosce e valorizza lo spettacolo viaggiante e le attività degli artisti di strada che operano nella nostra Regione". Lo affermano in una nota Peppe Mariani (Lista Civica per il Lazio) presidente della commissione Lavoro, Pari opportunità, Politiche giovanili e Politiche Sociali alla regione Lazio, e il consigliere Augusto Battaglia (Pd) in riferimento alla proposta di legge su spettacoli viaggianti e artisti di strada che hanno presentato oggi in Regione.
"Artisti di strada ed esercenti dello spettacolo viaggiante infatti - proseguono nella nota - rappresentano da moltissimi anni nel nostro Paese un vero e proprio patrimonio culturale spesso sottovalutato ed abbandonato a se stesso dalle Istituzioni locali. Nonostante infatti esista da più di quarant'anni una legge nazionale su questa tematica, gli artisti di strada, i giostrai e gli animatori dei parchi divertimento itineranti sono stati spesso costretti per svolgere le proprie attività ad elemosinate licenze, concessioni di spazi ed un pieno riconoscimento della loro funzione sociale e ricreativa".
"Negli ultimi tempi inoltre si sta correndo il rischio che questo insieme di attività che hanno costituito per molti anni, per bambini e non, un'importante via d'accesso al divertimento e alla socializzazione nelle nostre città, subiscano una progressiva ma inesorabile sparizione. In particolare - sottolineano Mariani e Battaglia - sono le comunità Rom e Sinti, tradizionalmente protagonisti e diffusori di questo genere di attività, a pagarne le conseguenze".

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lunedì 22 giugno 2009

Roma, la guerra del cemento tra condoni e l'espansione della Capitale

Un no deciso ai vincoli che il ministero dei Beni culturali vuole mettere sull’area compresa tra Laurentina e Ardeatina. Un sì, altrettanto netto, al miglioramento del Piano regolatore e, soprattutto, alla riqualificazione delle periferie di Roma. L'assessore capitolino all’Urbanistica, Marco Corsini (in foto), ha un doppio orgoglio: aver lavorato un anno per sbloccare molti progetti ed essere un tecnico.Non avrà un partito alle spalle ma Corsini ha le idee chiare.
Di fronte all'intento del ministero guidato da Sandro Bondi di bloccare un milione di metri cubi di edificazioni già approvate dal Consiglio comunale è pronto a dare battaglia. Due giorni fa sono stati il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il vicepresidente della Regione Lazio Esterino Montino a scendere in campo. Il primo ha definito l'ipotesi del vincolo un «nuovo attacco devastante al Piano regolatore generale», il secondo ha inviato alla Soprintendenza una nota esprimendo parere negativo al provvedimento. Ma per l'assessore comunale all'Urbanistica è ancora peggio, perché il problema entra direttamente nei suoi uffici. Al sesto dipartimento stanno studiando le contromosse. Il rischio è di mandare all'aria anni di progetti ma anche di bloccare le cosiddette opere di urbanizzazione, cioè i servizi per i cittadini previsti in quell'area. Una situazione che può bloccare la città eterna, la sua economia e almeno un pezzo del suo futuro.
Assessore Corsini, è preoccupato per i vincoli che il ministro Bondi vorrebbe stabilire sull'agro romano?
«Il problema è che le osservazioni della Soprintendenza al piano paesaggistico regionale non hanno ricevuto l'attenzione che il Ministero si attendeva ma prima di mettere un vincolo bisogna rendersi conto delle ricadute».

Quali sono le ricadute?
«Tantissime, soprattutto in questo momento di crisi. Secondo l'Acer (l'associazione dei costruttori romani, ndr) l'occupazione nell'edilizia si sta riducendo del 5 per cento al mese. Inoltre quelle aree, tra la Laurentina e l'Ardeatina, ci servono per i programmi già previsti di housing sociale, per dare risposte all'emergenza abitativa. Ma voglio fare un passo indietro: in questa vicenda è mancato innanzitutto il metodo. È possibile che il Comune di Roma non ne sapeva niente? Qui la forma è sostanza».
Ma poi, scusi, su quelle zone, da tempo identificate dal Prg come aree di trasformazione, volevano portarci i campi rom e adesso il Ministero le considera di pregio? Com'è possibile?
«Il Prg è già attento ai vincoli e al verde. L'idea del Ministero bloccherebbe l'espansione della città. Mi preoccupa soprattutto che le aree sotto osservazione della Soprintendenza sarebbero anche altre».
Non si tratterà di una questione politica, di un confronto-scontro tra le due anime del Pdl? In fondo tra il ministero dei Beni culturali e il Campidoglio ci sono già state tensioni, a cominciare dal parcheggio del Pincio e dal Teatro dell'Opera...
«Non credo che la politica possa lavorare per il male della città».
Con la legge Roma Capitale le cose cambieranno?
«Lo Stato manterrà i poteri di tutela ma l'efficacia della politica urbanistica del Comune sarà straordinariamente amplificata».
Quali sono tre obiettivi che si è posto in questi mesi?
«Magari fossero soltanto tre. Le partite aperte sono moltissime. Innanzitutto la riqualificazione delle periferie, un debito di civiltà che la Capitale deve pagare ai suoi cittadini. Poi stiamo lavorando all'accelerazione delle pratiche del condono edilizio, all'attuazione completa del Prg, alla lotta all'abusivismo. Inoltre mi piacerebbe portare a termine alcuni progetti come la sistemazione di piazza Augusto Imperatore e il Water front di Ostia, operazioni di grandissima rilevanza. Mi sto adoperando molto anche affinché siano realizzati prima i servizi e poi le abitazioni. Un cambiamento radicale rispetto a come sono andate le cose finora. Chiediamo ai costruttori un impegno per la crescita della città».
Ma non le sembra che nonostante i progetti pianificati e discussi quest'anno Roma sia rimasta piuttosto ferma? Non sarà anche colpa di un Prg nato vecchio?
«C'è ancora tanto da fare ma si deve considerare che purtroppo l'organico dell'amministrazione ha pochi tecnici e non si fanno assunzioni. Ma non si può giudicare adesso, aspettiamo almeno la metà della Consiliatura».
Dopo le presunte dimissioni dell'assessore al Bilancio Castiglione non è un bel momento per i tecnici. Qual è il problema? Soffrite la pressione dei politici?
«Piuttosto dovrebbe domandare ai politici se non sopportano i tecnici. Comunque mentre un buon tecnico può diventare un discreto politico, un buon politico non sarà mai un tecnico. Almeno io sono convinto di questo».
Anche a Venezia, dove lei è stato assessore ai Lavori pubblici, si parlava di cambi in Giunta, di tecnici e di politici...
«E alla fine sono stato l'unico a restare cinque anni. Io lavoro dalle 8 di mattina alla sera tardi e penso di poter dare ancora tanto. In ogni caso sono sereno. Non posso che ringraziare il sindaco Alemanno per la fiducia che mi ha accordato. Il giorno che dovesse finire il mio incarico tornerò a fare l'avvocato dello Stato». di Alberto Di Majo

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Rom(a), nomadi o monadi? prospettive antropologiche

Martedì 23 giugno, alle ore 11.00, presso la sala Odeion, facoltà di Lettere e Filosofia, dell’Università La Sapienza di Roma, sarà presentato il libro “Rom(a), nomadi o monadi? prospettive antropologiche”, curato da Matteo Torani e Lorenzo d'Orsi.
Il volume raccoglie gli atti del seminario svoltosi all’università Sapienza di Roma nell’aprile del 2008 sul problema dell’integrazione dei Rom e Sinti nell’area metropolitana romana. Si tratta di una iniziativa studentesca volta a suggerire chiavi di interpretazione di fronte a problematiche che negli ultimi tempi sono pericolosamente degenerate in allarmanti manifestazioni di intolleranza (i comprensibili disagi di chi vive vicino ai campi trasformati in ronde, aggressioni a sfondo razzista, campi nomadi bruciati, ecc). Occasione importante dunque per riflettere sugli attuali fenomeni di etnogenesi , ossia di costruzione e invenzione di un’etnia, e sulle politiche sociali in atto e quelle possibili.
Uno degli obiettivi del presente volume è stato quello di coinvolgere non solo esperti del settore (antropologi e sociologi) ma anche diversi rappresentanti delle comunità rom e di trasformare gli studenti in parte attiva della riflessione. La raccolta di saggi presentata, dunque, ha tentato di mantenere questa fertile polifonia.
All’incontro saranno presenti: Lorenzo d’Orsi (laureato in Teorie e Pratiche dell’Antropologia all’Università Sapienza di Roma), Matteo Torani (laureato in Teorie e Pratiche dell’Antropologia all’Università Sapienza di Roma), Marco Brazzoduro (professore di “Politiche sociali” alla facoltà di Scienze Statistiche, Università Sapienza di Roma), Roberto De Angelis (professore di “Sociologia delle relazioni interculturali”, facoltà di Scienze Statistiche, Università Sapienza di Roma) e Monica Rossi (CSEC, University of Birmingham).

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Roma, non è una questione di ordine pubblico

Questa mattina [ndr sabato scorso] rom che due giorni fa avevano occupato l’ex deposito Heineken in via dei Gordiani 40, per reagire alla minaccia di sgombero, hanno deciso di tornare al campo di via di Centocelle.
La decisione è stata presa dopo l’intervento del Prefetto, della Questura e del Comune di Roma che, dopo avere definitivamente bloccato lo sgombero, hanno garantito l’apertura di un tavolo formale lunedì mattina [ndr oggi] per trovare una soluzione abitativa a tutti gli abitanti del campo, 300 persone in tutto.
Prima di rientrare nell’insediamento di via di Centocelle, il Comune ha provveduto a portare l’acqua, 10 bagni, i cassonetti e a ripulire la zona dai rifiuti. Nei prossimi giorni verrà predisposta la derattizzazione dell’area.
E’arrivato dunque un segnale differente, ma è evidente che a partire dalla vicenda dei rom di via di Centocelle la città tutta deve alzare la testa per ribellarsi alle politiche di ghettizzazione nei campi e chiedere per i rom un’accoglienza diversa.
La lotta che la comunità di via di Centocelle porta avanti da diversi mesi per il diritto alla casa e alla dignità proseguirà perché non è sufficiente migliorare le condizioni nei campi per vivere decentemente. Così come proseguirà la battaglia per rimanere all’interno del territorio nel quale questa comunità si è inserita, come dimostra il meccanismo di solidarietà che si è sviluppato intorno all’occupazione in questi giorni, a partire dal Municipio VI e dalle scuole, frequentate regolarmente dai bambini fuori dalle logiche assistenzialiste presenti in molti campi.
Lunedì mattina alle ore 12 chiederemo al Prefetto di avviare un ragionamento generale sull’accoglienza e sulle richieste sollevate con l’occupazione di via dei Gordiani: il diritto alla casa prima di tutto, negato a migliaia di italiani e di migranti in questa città, e il diritto a rimanere sul territorio per non disperdere il percorso di inserimento sociale avviato da questa comunità in maniera autorganizzata. Rom e Romnì di via di Centocelle con Blocchi Precari Metropolitani, Popica onlus del 20 giugno 2009

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sabato 20 giugno 2009

Nel deserto dei valori non c'è pietà - parte 1

Caro amico di destra, ieri ho capito che governerete per i prossimi trent’anni. Mi è bastato ascoltare, per cinque minuti, i commenti della gente davanti alla nave dei profughi in arrivo sulle coste italiane. Nessuna pietà. Quei commenti dicevano che la lotta non è nemmeno politica. La destra non è più un partito. Lo era una volta, come tu mi dici, quando c’era la passione. Oggi è un’altra cosa. Non c’entra con lo stato, la società, i valori. Non è un ideale ma una mentalità. Nasce da un pensiero medio che ha già vinto su scala europea. Anche laddove si vota dall’altra parte. È stato specialmente un commento a gelarmi. La tv mostrava le immagini di una madre che partoriva al termine della traversata dello Ionio, venendo poi trasportata in volo all’ospedale dalla carretta dei disgraziati.

“Perché – diceva un signore – se mi ferisco in montagna l’elicottero lo pago io, mentre se partorisce un clandestino paga lo Stato?” Non è valso nessun ragionamento, nessuna obiezione. Nemmeno dire: tu vai a divertirti, loro no.

Anzi: le altre persone accorrevano a sostegno della tesi accusatoria. Dicevano per esempio: perché le case Iacp agli zingari e a me no? Perché un italiano che investe un bambino va in galera e uno straniero viene solo espulso? Perché non restano a rubare a casa loro? Nemmeno una voce contraria. L’equivalenza immigrazione-delinquenza era granitica, consolidata, incrollabile. Non cedeva nemmeno di fronte al mistero della maternità e al suo contenuto sacrale.

Mi sono chiesto in che buco nero, in che deserto di valori siamo caduti. Ho perso la calma. Ho persino alzato la voce. Ma in realtà non gridavo contro il mio interlocutore, era una brava persona, un uomo onesto, un lavoratore. Protestavo con me stesso: contro la mia incapacità di far valere le mie ragioni. Gridavo per non ammettere che “Solidarietà” era diventata una parola vuota.

Poi è arrivato un altro pugno nello stomaco. “Perché a mio padre che scappava dall’Istria hanno tirato le pietre, mentre a questa gente stendiamo tappeti rossi?”. Era la quadratura del cerchio. La vecchia ingiustizia subita non provocava nessuna pietà per gli esuli di oggi. Anzi, aumentava la rabbia e il rifiuto. Anche qui vinceva la tesi di Oriana Fallaci. Quella per cui “Noi” siamo emigrati per lavorare; “loro” per delinquere e odiarci. Di Paolo Rumiz

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venerdì 19 giugno 2009

Verbania Fondotoce (VB), una storia da raccontare: la persecuzione di Rom e Sinti tra ieri e oggi

Quanti conoscono la parola Porrajmos? Pochissimi. Questo è l’indizio più significativo di come la memoria dei popoli che ci ostiniamo a chiamare zingari e nomadi fatichi a trovare ascolto e cittadinanza in Italia. Porrajmos è la parola che nelle lingue sinte e rom definisce il ‘divoramento’ subito in Europa tra il 1934 e il 1945”.
Sabato 20 giugno 2009, dalle ore 20.00 alle ore 23.00, a Verbania Fondotoce in Via Turati 9, l’Associazione Casa della Resistenza, in collaborazione con la Regione Piemonte, Assessorato alla Cultura, organizza una serata di riflessione sul tema della discriminazione e della persecuzione verso le popolazioni rom e sinte attraverso la mostra storica “Porrajmos, altre tracce sul sentiero per Auschwitz” che sarà presentata da Carlo Berini dell’Istituto di Cultura Sinta di Mantova.
“La convivenza tra comunità diverse in un medesimo territorio – non solo possibile, ma anche auspicabile – passa anche attraverso l’incontro e la conoscenza delle reciproche culture, unica via per dissipare incomprensioni, pregiudizi, luoghi comuni, diffidenze di tutti i tipi”.
Alla presentazione della mostra seguirà lo spettacolo teatrale Rom Cabaret di Dijana Pavlovic, con Jovica Balval e Marta Pistocchi. Lo spettacolo è nato come occasione di incontro tra la cultura rom e la rappresentazione che ne ha fatto la tradizione occidentale attraverso l’immagine romantica del mondo rom.

Di fronte alle vicende drammatiche degli ultimi anni, che a partire dal caso di Opera sono culminate nella cosiddetta “emergenza Rom”, è nata l’esigenza di attualizzare lo spettacolo e trasformarlo in uno strumento non solo di conoscenza e confronto, ma anche di denuncia. Attraverso poesie e racconti, musica e canzoni popolari, interviste e immagini si racconta la storia del popolo Rom (anche nei suoi momenti più drammatici, come lo sterminio nei campi di concentramento nazisti) e la condizione attuale dei Rom in Italia tra sgomberi e pregiudizi. Il tono è ora poetico, ora amaro e drammatico, senza dimenticare l’ironia e anche l’autoironia delle barzellette Rom.
Con il patrocinio di: Consiglio Regionale del Piemonte - Comitato per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione Repubblicana, Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel VCO P. Fornara”

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Irlanda del Nord, sempre più violenti gli attacchi dei neonazisti contro i Rom

A Belfast, le autorità hanno disposto il trasferimento, in via provvisoria, dei 115 rumeni, appartenenti a 20 famiglie rom, evacuati nella notte di martedì scorso dopo l’ultimo attacco neonazista, il più violento degli ultimi mesi.
I neonazisti avevano distrutto le finestre e le porte a calci, lanciando pietre e bottiglie contro le abitazioni degli immigrati, a Lisburn, nella periferia a sud della capitale irlandese, gridando slogan razzisti, minacce di uccisione, mostrando a gesti di voler tagliare la gola a un bambino rom.
I rumeni, miracolosamente incolumi, si erano rifugiati in chiesa, finchè il giorno seguente sono stati accompagnati nel complesso sportivo Centro Ozono, mentre le forze dell’ordine declinavano, per motivi di sicurezza, le offerte di ospitalità che arrivavano da un gran numero di fedeli.
Nello scorso fine settimana, nelle stesse vie cittadine, bande di giovani scalmanati avevano già minacciato i rom frantumando le finestre, così il lunedì dopo i residenti terrorizzati avevano reagito organizzando una manifestazione contro il razzismo lungo le vie del quartiere.
Ormai i rom senzatetto sono troppo spaventati per riuscire a ritornare alle proprie abitazioni, alcuni di loro vorrebbero sfuggire alla situazione pericolosa e ritornare piuttosto all’indigenza in Romania, ma questo è impossibile economicamente.
Nessuno dei colpevoli è stato arrestato, ma nonostante gli slogan gridati dagli aggressori, inneggianti al gruppo neonazista Combat 18, non sembrerebbero esservi prove della presenza di cellule organizzate nella capitale irlandese.

La comunità irlandese del Nord, il Premier britannico Gordon Brown, ma anche i due principali gruppi paramilitari lealisti, l’UVF e l’UDA, hanno fermamente deplorato l’inaccettabile raid violento e razzista scatenato contro i rom rumeni, una minoranza accresciutasi nella capitale soprattutto negli ultimi otto mesi, un’etnia oggetto di crescenti discriminazioni e maltrattamenti in tutta Europa, in particolare nei paesi dell’Est, in primis la Repubblica Ceca e l’Ungheria.
Come in altri paesi, anche nella parte nordorientale dell’Irlanda del Nord arrivano sempre più immigrati europei, i quali esercitano il loro diritto di muoversi entro le frontiere dell’Unione dei 27 Stati membri nella speranza di trovare migliori condizioni di vita. Di conseguenza sono aumentate le reazioni avverse da parte degli ultra-nazionalisti e i reati a sfondo di odio razziale in un’escalation di violenza all’interno di una società già travagliata da fermenti politici e religiosi.
Con le economie in recessione e la disoccupazione in aumento, l’angoscia rabbiosa di una parte degli irlandesi si sfoga riversando rancori e odio verso un capro espiatorio. Lo dimostrano le elezioni per il Parlamento dell’Unione europea svoltesi la settimana scorsa, nel corso delle quali hanno guadagnato voti i partiti politici di estrema destra, che vorrebbero immediatamente dare il via all’espulsione degli immigrati e delle minoranze etniche. Nell’Ulster, la vittoria del Partito Fine Gael di centro-destra ha scalzato i conservatori del Fianna Fail all’opposizione mentre, nella Gran Bretagna multietnica, lo xenofobo British National Party, che accetta soltanto membri “bianchi”, ha guadagnato ex-novo due seggi.
Sempre nell’Irlanda del Nord, tre settimane fa, la caccia al cattolico, scatenata da una banda di ultrà protestanti in un sobborgo di Londonderry si è conclusa con il bilancio di un morto, un ferito e nove arresti. Nonostante il rinnovarsi recente di questo genere di violenze, l’”odio settario” più attuale e diffuso nell’Ulster è il razzismo, dopo che sono trascorsi undici anni dalla fine dichiarata degli scontri tra gruppi terroristici rivali, dopo secoli di travagliata convivenza religiosa tra protestanti e cattolici. di Antonella Gilioli

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Roma, siamo Rom, non siamo nomadi: ci prendiamo la casa

Ieri circa 100 Cittadini rumeni, appartenenti alla minoranza rom, della comunità di via di Centocelle, insieme alle associazioni “no embedded” che lavorano nel campo e ai Blocchi precari metropolitani, hanno liberato dalla speculazione un ex deposito della Heineken, tra Casilino 23 e Torpignattara, per trovare un riparo dignitoso in vista dello sgombero del campo, annunciato da polizia e Folgore per domani mattina.
In questo momento, polizia e militari stanno setacciando il campo di via Centocelle, bloccando l’uscita a le altre famiglie rimaste dentro. Di seguito il comunicato
Oggi è una giornata importante. Doveva essere il giorno del nostro ennesimo sgombero mediatico senza soluzioni alternative, per mano di militari mandati dal Comune di Roma e invece…
Siamo 100 rom e romní della Romania, da anni costretti a vivere nelle fatiscenti baracche di via di Centocelle senza acqua ne luce, assediati dai ratti. Siamo giovani donne e uomini che hanno davanti ancora tutta la vita, la metà di noi non é ancora maggiorenne e frequenta le scuole del municipio VI con il massimo delle presenze e un ottimo profitto. Già da mesi abbiamo intrapreso un percorso per rivendicare il nostro essere rom, ma non nomadi, come tutti i media raccontano senza conoscerci. E così abbiamo iniziato a lottare per il nostro diritto ad un’esistenza degna, dentro le case e fuori dai campi ghetto che stanno progettando per noi.
Siamo cittadini comunitari e questo ci dà il diritto a stare liberamente nel territorio in cui viviamo ma vogliamo farlo nel rispetto delle nostre persone e della nostra sicurezza. Grazie all’aiuto di un’associazione gadgè (non rom), abbiamo intrapreso percorsi di auto-recupero di direzione opposta all’assistenzialismo che ha sempre cercato di proporci chi, sulla nostra pelle, continua a fare la propria fortuna.

Siamo scesi nelle strade del quartiere durante la Mayday 2009, attraversandole con uno striscione sul quale era scritto: “SIAMO ROM, NON SIAMO NOMADI. VOGLIAMO LA CASA”. Ci siamo inseriti in percorsi di lotta con altre realtà italiane e migranti della città che vivono la nostra stessa emergenza abitativa.
Oggi abbiamo scelto di “riqualificare” (vogliamo usare il termine con cui di solito le istituzioni chiamano gli sgomberi dei rom come noi) un edificio da tempo abbandonato su questo territorio per costruirci la nostra nuova esistenza. L’abbiamo fatto su questo territorio perché qui abbiamo costruito i nostri ottimi rapporti col quartiere, in modo particolare con le scuole, dove esigiamo che i nostri figli continuino ad andare. Siamo gente onesta, siamo lavoratori e lavoratrici senza diritti che contribuiscono alla ricchezza di questa città e di questo paese. Oggi iniziamo a vivere dentro una casa perché i campi sono prigioni-discariche a cielo aperto e noi non siamo né bestie né prigionieri.
Chiediamo pertanto alle istituzioni competenti l’immediato blocco di tutti gli sgomberi degli insediamenti rom della Capitale fino all’attuazione di un piano di edilizia residenziale pubblica che consenta anche ai rom il passaggio dal campo alla casa per chi sceglie la vita stanziale. Come previsto, tra l’altro, dall’art.7 della Legge regionale del Lazio n.82 del 24-5-85. Oggi noi abbiamo iniziato a rivendicare il nostro diritto a R-esistere. Rom e Romnì di via di Centocelle e Blocchi Precari Metropolitani, 18 giugno 2009 (da Carta)

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Schio (VI), perché si va a colpire i più deboli?

A proposito dell'articolo apparso il 17 giugno su "Il Giornale di Vicenza" a pag. 21 dal titolo "Il deposito dei nomadi con tanto di ferro e bici. L’elicottero dei Carabinieri scova una carovana su terreno privato in zona Palacampagnola (Schio) e una baracca".
Sulle operazioni di ieri relative ai “nomadi”, mi trovo concorde con l'affermazione di Alberto Sola dell'associazione Sucar Drom: «Speriamo che questi fatti non vengano strumentalizzati dalla politica. Tutti vogliamo la legalità, ma non va compromesso il lavoro delle realtà legate al territorio, che finora hanno potuto promuovere condizioni di più piena integrazione sociale per ritorno all'ordine».
Mi chiedo comunque, perché si va a colpire i più deboli mettendo a repentaglio la loro sussistenza famigliare e invece quando si tratta di intervenire nel territorio nei confronti della miriade di aziende che inquinano i nostri paesi con depositi - di vario genere - a cielo aperto, magari nascosti dalla vegetazione, non si è così solerti.
Sovente ci si lamenta - nel comune senso del dire - che queste comunità non lavorano, che rubano, che deturpano il decoro dei nostri paesi in quanto sono sporchi e mandano le loro donne e figli a mendicare - ciò che è solo un comune stereotipo culturale. Quando invece ci dimostrano che hanno un lavoro e che sono in grado di mantenere la loro famiglia, gli sequestriamo la merce raccolta con tanta fatica, mettendo in dubbio la loro professione e affermando che l'hanno rubata - mi riferisco alle biciclette.

Queste persone non trovando un lavoro presso qualsiasi azienda della nostra provincia, hanno deciso di svolgere una delle professioni autonome, che appartiene a loro da secoli, quale ad esempio i ferraioli.
Purtroppo è vero che le normative al riguardo, sono oggi molto severe. E' anche, altrettanto vero che la legge non è uguale per tutti, mentre si chiude un occhio per i "gagi" magari facoltosi, non si fa lo stesso per le comunità sinte o rom. Alle quali non è permesso di sostare nei nostri paesi, non diamo a loro la possibilità di costruirsi delle microaree, di avere un avvenire per loro e i loro figli. Siamo talmente chiusi nel nostro mondo programmato di vedere le cose che non accettiamo le culture diverse dalle nostre, non accettiamo che qualcuno preferisca vivere all'aria aperta piuttosto che chiuso in quattro mura. Pensiamo che solo a noi sia permesso girare con i camper, per le nostre gite di fine settimana o quindicinali, ma non tolleriamo che loro posso muoversi liberamente nel territorio come noi (forse è invidia?). Eppure noi che accusiamo loro di essere disordinati, sporchi, disadattati forse dovremmo fare un esame di coscienza e guardare nel profondo dentro le nostre case e forse ci accorgeremo che non siamo poi così tanto diversi. E come disse qualcuno chi ha non ha peccato scagli la prima pietra.
Vi chiedo di riflettere inoltre su una cosa: se qualcuno vi togliesse il pane quotidiano e non avreste alternative al di fuori di quello, che cosa fareste? di Irene Rui, Responsabile Dipartimento politiche etniche e migratorie, PRC - Federazione di Vicenza

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giovedì 18 giugno 2009

Milano, continuano gli sgomberi elettorali: oggi è toccato ai Rom di viale Forlanini, per strada anche un neonato

A Milano continuano gli sgomberi elettorali e così, dopo due notti di pressing sui rifugiati di piazza Oberdan, stamattina è toccato gruppetto di Rom accampati nell’area dell’ex-caserma di viale Forlanini. Risultato? In questo momento venti donne, uomini e bambini, tra cui un neonato di appena 4 giorni, stanno vagando nelle strade del quartiere, nella più totale indifferenza delle istituzioni.
L’azione di sgombero, preannunciato ai rom ieri sera da agenti della polizia locale, è iniziata alle ore 7.15. Obiettivo: abbattere le poche baracche malsane e allontanare le famiglie di Rom romeni che vi vivevano. Si sono dunque presentati, nell’ordine, due ruspe dell’Amsa, una nutrita rappresentanza della polizia locale, tra cui spiccavano alcuni agenti in borghese del famigerato (e tanto caro al Vicesindaco) Nucleo Problemi del Territorio in tenuta da buttafuori e alcuni agenti di polizia del Commissariato di Lambrate, in funzione d’appoggio.
In mezzo a tutta questa esibizione di muscoli, peraltro fuori luogo, visto che i rom avevano già fatto i bagagli, si è infine materializzato un funzionario dei servizi sociali, il quale ha avanzato la ormai consueta “proposta” del Comune, cioè la divisione dei nuclei familiari, ricevendo l’altrettanto consueto diniego. Ma in fondo non ci credeva nemmeno lui, o almeno così ci è parso, poiché il suo impegno di convincere le famiglie è durato solo pochi minuti.

Evase quindi le formalità di rito, stile poliziotto da telefilm americano che deve leggere i diritti all’arrestato, le famiglie rom si sono allontanate dal luogo, bagagli e bimbi in braccio, nell’indifferenza soddisfatta di servizi sociali e polizia locale.
Difficilmente poteva andare in modo diverso, visto che i servizi sociali del Comune in questi mesi non si sono mai fatti vedere dalle parti di viale Forlanini, sebbene la situazione fosse ampiamente conosciuta, e che unici a preoccuparsi delle persone che vivevano nelle baracche sono stati alcuni volontari del quartiere.
Ma poi, si sa, arrivano le elezioni, il ballottaggio per la precisione, e bisogna pur inventarsi qualcosa per fare campagna. E chi se ne frega del destino di venti rom, compreso il bimbo appena nato, tanto loro non votano, non hanno amici potenti e mediamente non stanno nemmeno simpatici ai nostri concittadini. Importante è che De Corato o chi per lui, riesca a produrre un comunicato stampa anche oggi.
Infine, giusto per la cronaca, mentre poliziotti locali e uno spaesato funzionario dei servizi sociali si aggiravano nell’area dell’ex-caserma infestata dai topi, gli unici a fare qualche centinaio di metri per contattare i rom cacciati e mettersi a cercare qualche struttura che potesse ospitare le famiglie erano i soliti volontari della zona. di Luciano Muhlbauer

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Il prossimo tuo

Questo fine settimana esce nelle sale il film “Il prossimo tuo”, di Anne Riitta Ciccone, interpretato da Maya Sansa, Diane Fleri, Jean-Hugues Anglade ed Esther Elisha. Le storie al centro del film sono quelle di una giovane hostess che ha paura di volare, di un reporter traumatizzato dal proprio passato che non riesce più a lavorare e di una pittrice alle prese con una piccola rom di talento.
Un film complesso e semplice allo stesso tempo. Complesso perchè affronta le mille sfaccettature della psicologia umana, semplice nel suo ritornare sempre e comunque al tema dell'incomunicabilità e della distanza.
Un titolo essenziale e asciutto, Il prossimo tuo, ripreso per forma e costrutto dalle sacre scritture. Tanto intenso e profondo è il senso e il significato della ricerca portata avanti dalla regista italo-finlandese Anne Riitta Ciccone, già autrice de Le sciamane e L'amore di Marja.
L'autrice costruisce un film complesso, formato da tre filoni narrativi principali che si sfiorano appena tra di loro, rimanendo connessi quasi esclusivamente per il tema attorno al quale ruotano. La pellicola appare come un "documentario" dell'animo umano. Al centro l'incomunicabilità, la problematica dello scambio di informazioni, sensazioni, sentimenti, enucleata a qualunque livello.

Si tratta di quella chiusura al mondo, ai suoi dispiaceri come anche ai suoi piaceri, di una donna che ha subito violenza, di un'artista che ha assistito al suicidio della madre. Si passa per le timide aperture ad una realtà che non si sente più propria da parte di un anziano che tenta in tutti i modi di coinvolgere la nuova vicina nel proprio microcosmo, a quelle di un giovane ed affascinante imprenditore nei confronti di una donna chiusa, resa spigolosa dal carattere e dalla vita. Conosciamo un padre segnato nell'anima da un dramma profondissimo, apparentemente senza possibilità di redenzione, che si appende maldestramente e con affanno all'amore dei figli e di una nuova musa per ritornare a respirare.
Ma si toccano anche le corde dell'incomunicabilità sociale e razziale: una bambina di origini indiane senza amici, una famiglia presa di mira da un becero razzismo, il tentativo di emergere come un io indipendente tarpato dalla propria comunità di connazionali.
Un film complesso e semplice ad un tempo quello della Ciccone. Complesso perchè fa intravedere mille sfaccettature di un fenomeno psicologico, sociale e culturale che, nelle sue declinazioni, è quasi inafferrabile. Semplice perchè sfiora il tautologico, ritornando ogni volta lì da dove era partito, ribadendo e ricadendo il turbine di incomprensione e di diffidenza del quale è preda l'uomo contemporaneo.
Tra Italia, Francia e Finlandia, l'unico filone di narrazione veramente compiuto, garbato e discreto appare quest'ultimo. Negli altri due, soprattutto nel primo, il rischio di cadere in banalità, nonostante tutti gli sforzi compiuti, è veramente alto.
Il richiamo alla polizia che controlla gli immigrati alla lunga diventa macchiettistico, così come per lo meno edulcorata è il reiterarsi della paura di attentati lungo il corso di almeno tre o quattro sequenze.
Una regia virtuosistica nel suo tentativo di rimanere semplice, un uso disturbante e insieme unificante delle musiche, e una buona fotografia completano un quadro all'interno del quale si muovono una Maya Sansa che, con il suo stile minimalista e iperrealista, può essere amata come odiata, e una Diane Fleri che dà ulteriore conferma di essere una delle giovani attrici più interessanti nel panorama italiano contemporaneo, in attesa di vederla finalmente in un ruolo da protagonista sul grande schermo.
Il finale per certi versi consolatorio e riappacificante fa da buon corollario alla didascalia conclusiva, tratta da La questione della tecnica di Heidegger, che a sua volta riprende un verso di Holderlin: "Là dove c'è pericolo cresce anche ciò che salva". di Pietro Salvatori

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Rom e Sinti, convocata l'assemblea nazionale della federazione "Rom Sinti Insieme"

Il coordinatore Yuri Del Bar ha convocato l’Assemblea Nazionale della federazione “Rom e Sinti Insieme” per il giorno martedì 23 giugno 2009, dalle ore 10.30 alle ore 16.00, presso la Sala stampa del Palasport di Verona, in Piazzale Atleti d’Italia.
L’ordine del giorno sarà il seguente:
1) Relazione del coordinatore
2) Discussione linea politica delle federazione
3) Elezioni cariche sociali
5) varie ed eventuali
Sono invitate a partecipare tutte le associazioni rom e sinte e tutti i singoli.

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mercoledì 17 giugno 2009

La misteriosa paura degli inermi

Stela Anton è rumena, rom, ha 65 anni, e chiedeva l’elemosina a un crocevia di Como. Nel 2008, il sindaco della città, Stefano Bruni, aveva emesso, in accordo col prefetto, una severa ordinanza contro l’accattonaggio per la tutela del “decoro e della dignità cittadini”. Il Corriere della Sera del 12 settembre 2008 annunciava il provvedimento sotto il titolo Tolleranza zero contro mendicanti e clochard: multe da 25 a 500 euro e confisca delle elemosine.
Alcuni mesi dopo, in gennaio, Stela viene sorpresa a mendicare da due vigili urbani. Caricata sull’auto della polizia municipale non è condotta negli uffici per le procedure di rito, ma portata verso la montagna, a Civiglio. Qui uno dei due, Francesco Cibelli, la costringe a togliersi scarpe e calze e a tornare in città a piedi nudi nella neve. Alcuni mesi dopo, in aprile, una lettera anonima indirizzata al Tribunale di Como denunciava dettagliatamente i fatti. Gli investigatori chiesero e ottennero tutte le relazioni di servizio inerenti l’attività anti-accattonaggio. Così, insieme alla dichiarazione di totale disponibilità alla collaborazione pervenuta ai pm dai vertici della Polizia Municipale giunse, tardiva, la relazione sulle violenze commesse ai danni di Stela Anton. Era stesa da Salvatore Canavacciolo, uno dei due vigili coinvolti; quello, pare, che non aveva condiviso gli atteggiamenti persecutori del collega.

Il fatto diventa pubblico solo la settimana scorsa. Il sindaco di Como, Stefano Bruni, di Forza Italia condanna al TG3 l’accaduto che, tuttavia, gli pare essere “spia di un malessere”. La Provincia, il quotidiano locale, in una serie di ottimi articoli nei quali dà voce (raramente accade) anche alla signora rumena vittima del sequestro (le accuse della magistratura ai vigili sono di sequestro di persona e violenza privata), associa il fatto a un altro episodio, gravissimo, del 2006. Sempre l’amministrazione Bruni, sempre i vigili urbani. Ai quali il sindaco aveva chiesto l’attivazione di una squadra anti graffitari; colpire i ragazzini che disegnano sui muri deve essere uno sport molto eccitante se il 29 marzo 2006 uno di loro, Rumesh Rajgama Achrige, dopo un inseguimento, viene colpito alla testa da un colpo partito dalla pistola dell’agente Marco Dianati che sta spingendolo contro il muro con l’arma puntata alla nuca. Le ferite sono gravi e invalidanti. Il sindaco Bruni parlò di tragico incidente e solidarizzò con l’agente.
Troppo spesso il corpo dei Vigili Urbani, in balia di decisioni che le varie amministrazioni comunali adottano in totale autonomia, sta purtroppo assumendo connotazioni da ‘ronde armate’. Basti pensare al violento pestaggio compiuto dai vigili di Parma contro un’inerme ragazzo ghanese e, nella stessa città, alla donna nigeriana fotografata seminuda a terra, abbandonata come uno straccio, sempre nella sede del comando della polizia municipale; o alle selvagge cacce all’immigrato che si sono scatenate, dopo le ordinanze ‘antiborsoni’, in varie città d’Italia contro i venditori ambulanti. Dilaga una cultura della violenza che si autolegittima e che viene alimentata da vari governi locali e da quello nazionale in nome della sicurezza. E, con gli stessi scopi securitari, oltre alle ronde padane, si affacciano alla ribalta quelle della Guardia Nazionale Italiana, con simboli e ispirazioni dichiaratamente nazionalisti, degni della Guardia Nazionale Repubblicana, nata negli anni Quaranta, nell’Italia della Repubblica fascista di Salò.
Furono proprio uomini della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) di Suzzara che nel febbraio del 1943 costrinsero Eler Valentina Giubertoni, una giovane antifascista di Gonzaga, già sottoposta a pesanti sevizie dalla Brigata nera del suo paese, a camminare a piedi scalzi nella neve da Suzzara a Mantova. La storia di Eler è la piccola storia, gloriosa e triste, di una ragazza che non parlò mai sotto tortura, che dedicò ogni sua energia al lavoro nei campi e alla lotta antifascista e che morì, ventiquattrenne, nell’agosto del 1945, dopo la Liberazione: il corpo e la psiche segnati irreversibilmente dalla violenza e dall’arbitrio di chi a ogni costo voleva imporre agli italiani l’ordine dei fascisti e dei loro alleati nazisti. Ma quegli aguzzini, ci siamo detti tante volte, erano nati e cresciuti nel clima di una dittatura nata all’insegna dello squadrismo e dell’umiliazione, se non della soppressione fisica, di ogni forma di dissenso. I vigili di Como, quelli di Parma e di molte altre città sono nati e cresciuti, invece, in un’Italia democratica e antifascista. Da dove sgorga, allora, il sadismo col quale infieriscono su vittime inermi che trasgrediscono a banali regole di “decoro urbano” che, ad esempio, molti costruttori e alcuni commercianti violano in modo ben più grave? Auspichiamo che ogni legge di tutela dei diritti individuali, ogni norma antidiscriminazione, ogni possibilità di risarcimento delle vittime, vengano applicati contro questi sceriffi (e contro i loro mandanti) che seminano paura e generano spirali di violenza. Ma serve anche lavorare più a fondo per arginare il contagio di una incultura dei diritti e della dignità individuale. Curzio Malaparte, di fronte alla violenza e al disprezzo dei nazisti contro gli ebrei che morivano di stenti nei ghetti, usò espressioni che dovrebbero ancora farci riflettere: “Una misteriosa paura degli inermi” induce il “furor d’abiezione” dei nazisti: da dove nasce oggi questa paura dei più deboli in chi avrebbe il compito di proteggerli? di Maria Bacchi, newsletter n. 43, Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni

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Minori rumeni non accompagnati: magistrati, prefetti e sindaci per una rete territoriale d'intervento

Con una circolare congiunta dei ministeri Interno e Giustizia in tema di protezione dei minori rumeni non accompagnati o in difficoltà presenti sul territorio italiano, sono state emanate le linee attuative della direttiva del 20 gennaio 2009.
Il documento, che mira ad assicurare un'efficace ed uniforme diffusione delle procedure previste dall'accordo intergovernativo tra Italia e Romania siglato il 9 giugno 2008, è stato realizzato anche sulla base di quanto segnalato dagli Uffici periferici dei due Dicasteri che hanno ravvisato l'esigenza di attivare un raccordo specifico, a livello locale, tra le Autorità giudiziarie minorili e le Prefetture con il coinvolgimento, in ogni distretto di Corte di Appello, di referenti della stessa magistratura minorile.
La circolare individua i Procuratori della Repubblica presso i Tribunali per i minorenni quali interlocutori naturali che, insieme ai Prefetti e ai Sindaci dei Comuni, possono costituire un'efficace rete di intervento sul territorio. Il sistema di raccordo così individuato, applicato su scala nazionale, garantirà allo Stato una gestione coordinata e omogenea delle procedure; di valutare, nel rispetto del prioritario interesse dei minori per i quali è stato richiesto li rimpatrio, le singole posizioni; di definire preventivamente le condizioni indispensabili per garantire il reinserimento in patria.

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Roma, Roberto Mastrantonio: "Trasferite i rom del Casilino 900"

«Adesso basta, voglio una data. Il campo Casilino 900 deve essere spostato. Sono state dette solo bugie, i programmi sono slittati e ora hanno perfino avviato un altro censimento, è il quinto e non si capisce a cosa serve. Stavolta vado fino in fondo: ho organizzato una manifestazione per il 9 luglio e se non avrò risposte con i cittadini andremo in Campidiglio».
Sbotta il presidente del municipio VII, Roberto Mastrantonio quando legge la notizia che al campo rom tra la via Casilina e la via Palmiro Togliatti sarà attaccata l'acqua e la luce. «È giusto che i nomadi possano vivere in condizioni dignitose - precisa il minisindaco - ma con questo annuncio non vengono mantenute le promesse fatte. Mi avevano garantito che quando fosse stata ripristinata acqua e luce, avremmo saputo anche il giorno preciso dell'inizio del trasferimento. E invece nulla».
Poi accusa: «Credo che una parte del campo resterà lì. E pensare che è stata costruita una campagna elettorale sull'argomento. Poi la data che continuano a ripetere ossia quella del 31 dicembre è impraticabile sia perché c'è in piedi un ricorso al Tar, sia perché in quel periodo i bambini vanno ancora a scuola e non posso essere spostati e infine perché ci sono ancora le aree».
Continuano intanto ad alzarsi le nubi tossiche dal campo nomadi Casilino 900. «Siamo costretti a tenere tutte le finestre chiuse, l'aria è irrespirabile e ogni giorno c'è un incendio - racconta Bruno Di Venuta del comitato Torre Spaccata - abbiamo scritto l'ennesima lettera al prefetto e al sindaco perché le date slittano di mese in mese». «il quartiere è invaso dalla diossina - si sfoga Antonio Cioffi, un residente - Siamo stanchi, ora vogliamo i fatti».

E i fatti sono lo spostamento del più grande campo rom della città, l'apertura del parco di Centocelle e il dislocamento degli sfasciacarrozze. «Se non si sposta il Casilino 900 non sarà mai riaperto il parco di Centocelle, chiuso da 8 mesi, e oggetto di atti di vandalismo tanto che all'interno ci fanno gare motociclistiche», precisa Mastrantonio.
È uno sfogo verde di 130 ettari a servizio dei quartieri di Centocelle, Torre Spaccata, Alessandrino e Don Bosco. Non solo. «Sembra che in commissione Ambiente del Comune di Roma si voglia portare la proposta di concedere ai 40 rottamatori che si trovano sulla Palmiro Togliatti una locazione temporanea, anche questo impedisce la realizzazione del parco e mi fa intuire che in quella zona tutto resterà com'è», conclude il presidente del municipio VII. di Laura Serloni

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Roma, assemblea contro il pacchetto sicurezza

Il ddl 733 (Pacchetto sicurezza) è in corso di approvazione al Senato. Nonostante le proteste e le mobilitazioni organizzate in questi mesi dalle/dai migranti, dalle/dagli occupanti di casa, dalle femministe e dalle lesbiche, dalle/dagli studenti, dalle associazioni di medici, insegnanti e avvocati, e partecipate da tutte e tutti coloro che non accettano più la cultura della paura e del controllo, molte delle norme restrittive della proposta di legge restano in piedi.
In primo luogo il reato di clandestinità, che comporta l'obbligo di denuncia da parte di tutti gli ufficiali pubblici (medici e insegnanti compresi) per chi non è in possesso del permesso di soggiorno; poi l'aumento del periodo di residenza e di vita coniugale per chi vuole ottenere la cittadinanza italiana; l'aumento (fino a 200 euro) per la richiesta o il rinnovo del permesso di soggiorno; la cancellazione anagrafica dopo sei mesi dalla scadenza del permesso; la cancellazione del registro dei senza fissa dimora; l'estensione del periodo di detenzione nei CIE fino a sei mesi; l'aumento dei dispositivi di controllo video nelle città; l'istituzione delle ronde e la reintroduzione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Queste norme, oltre a limitare a libertà di tutte e tutti, individuano una serie di soggetti da indicare come potenziali criminali: dal "clandestino", al giovane adolescente, a chi sceglie di opporsi al razzismo, alla xenofobia e allo sfruttamento del lavoro; alla mercificazione della cultura e allo svuotamento dei centri delle città, trasformati in vetrina.

Tutto questo mentre il governo italiano rinnova l'amicizia con il Primo Ministro libico, Gheddafi, che ha firmato l'accordo per il controllo delle acque del Mediterraneo e per l'intensificazione delle misure repressive della migrazione in Libia.
Nei mesi precedenti alla prima votazione del pacchetto sicurezza, a Roma si è costituita una rete di collettivi, realtà territoriali, attiviste e attivisti, singole e singoli, che hanno costruito, in linea con altre mobilitazioni nazionali, una manifestazione contro il pacchetto sicurezza.
Pensiamo che quel percorso debba proseguire, anche volgendo lo sguardo a chi è reclusa o recluso nei CIE italiani, come quello di Ponte Galeria a Roma, dove sono quotidiane le notizie di torture, violenze e soprusi nei confronti di chi ha cercato in questo paese un futuro diverso per sé o per la propria famiglia. Per questo riteniamo che sia importante organizzare una mobilitazione nei giorni dell'approvazione definitiva del disegno di legge.
Per costruire insieme le mobilitazioni, invitiamo tutte e tutti a un'assemblea pubblica che si terrà il 19 giugno prossimo, alle 18.00, presso l'ex cinema Volturno, in via Volturno 37 (vicino stazione termini). di Rete contro il pacchetto sicurezza

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Sostieni anche tu i concerti di solidarietà per l'Abruzzo

In considerazione dei recenti avvenimenti sismici che hanno colpito l'Abruzzo l’associazione Thém Romanò sta organizzando una serie di iniziative su tutto il territorio Italiano volte a sostenere l'Orchestra Sinfonica Abruzzese duramente colpita dal sisma.
In tale contesto si propone l'esecuzione di un "Concerto di musica romanì" con l'Orchestra Sinfonica Abruzzese da realizzarsi a Roma, Lanciano e Ancona nei giorni 13, 14 e 15 Novembre 2009.
Per questa ragione Thém Romanò chiede un valido sostegno alle iniziative promosse. Tre sono le modalità di sostegno, a seconda delle proprie possibilità, con questa qualifica: coorganizzatore, collaboratore o aderente.
La coorganizzazione dell'evento prevede i seguenti termini: compartecipazione con 2000 euro a copertura della spese dei concerti dell'Orchestra Sinfonica Abruzzese (cachet orchestra, teatro, pagamento della stampa delle partiture, pubblicità, SIAE, etc.).
Tutti e tre i concerti avranno una pubblicità unica di carattere nazionale e ciascuna associazione coorganizzatrice avrà diritto di apporre il proprio logo sul materiale pubblicitario ufficiale prodotto dall'Istituzione Sinfonica Abruzzese.
La conferenza stampa di presentazione dei concerti avverrà a Roma, in Campidoglio all'inizio di Novembre 2009 e ciascuna delle associazioni coorganizzatrici ha diritto di presiedervi, assieme ai sindaci delle tre città, alle autorità e al direttore artistico della Sinfonica Abruzzese M° Vittorio Antonellini.
La collaborazione consiste nel promuovere l'evento presso i propri contatti e i propri canali (riviste, mailing list etc.), nel cercare contatti con radio e riviste che possono sostenere l'evento (unico nel suo genere e di portata mondiale), di procurare contatti con musicisti rom diplomati capaci di suonare con l'orchestra sinfonica che sarà diretta, probabilmente, dal kalò spagnolo Paco Suarez (dipende dai mezzi economi a che avremo).
L'adesione consiste nella libera sottoscrizione da parte di associazioni e di privati sul conto corrente postale dell'associazione Them Romano Onlus causale: Concerto Orchestra Sinfonica Abruzzese

Le associazioni coorganizzatrici finora sono: Ass. Thém Romanò Onlus di Lanciano, Ass. Altrevie di Roma, Arci Solidarietà Lazio di Roma, Coop. Ermes di Roma, Ass. Piemonte Grecia "Santorre di Santarosa" di Torino, Fondazione Casa della Carità di Milano, Ut Orpheus di Bologna, CNI di Roma, Ethnoworld di Milano.
Le associazioni collaboratrici finora sono: Gruppo Everyone di Pesaro, Amici della musica di Campovalano di Teramo, Ass. Adriatica Mediterranea di Ancona, Istituto di Cultura Gitana (Barcellona), Cooperativa L'occhio del Riciclone di Roma.
Le associazioni che aderiscono finora sono: Casa Laboratorio San Giacomo di Palermo.
Le radio che collaborano finora: Radio Spazio 103 di Udine, Radio Flash di Torino, Radio Kjoi Voce della Speranza di Roma, Radio Onda D'Urto di Brescia, Radio Popolare di Roma.
Le organizzazioni che intendo sostenere le iniziative devono comunicarlo all’associazione Thém Romanò, telefono 0872 660099, cellulare 340 6278489, e-mail spithrom@webzone.it.
Per il sostegno finanziario o per contributi personali si può utilizzare il conto corrente postale n. 201665 o l’Iban dell'associazione Thém Romanò Onlus n. IT46Z0760115500000000201665.

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Napoli, Mirella: "Nessun soccorso per il mio Petru in agonia"

«Il mio Petru è stato lasciato morire. C' era una sola ambulanza e ha portato via il 14enne. Mio marito è rimasto a terra per 30 minuti. Se era italiano sarebbe stato diverso, a noi ci lasciano finire così». Parole forti nella denuncia di Mirella, la compagna del romeno Petru Birlandeanu ucciso per errore dai killer della camorra. Un delitto compiuto durante una sparatoria tra la folla avvenuta poco prima delle otto di sera martedì a Montesanto.
«Per 5 minuti ha parlato. Per 10, mi ha guardato fisso negli occhi e, quando io gridavo, lui scuoteva la testa e mi stringeva più forte la mano. Per mezz' ora il corpo di mio marito Petruè rimasto per terra e nessuno ha fatto niente. Ci guardavano tuttie c' era anche chi mi scattava fotografie. È arrivata un' ambulanza, ma non era per noi era per il bambino ferito. Due feriti un' ambulanza sola... per l' italiano».
Un' accusa. Lunga trenta minuti. Mirella è spaventata e arrabbiata. Mirella ha poco più di vent' anni ed è la moglie di Petru Birlandeanu, il romeno ucciso per errorea Montesanto. Mirella fumae piange. Fuma e si preme le mani sulla testa. Fuma Winston blu e si accuccia per terra, seduta sul cordolo dell' aiuola davanti all' obitorio, tenendo stretta la mano al fratello.

Ernesto Cravero, docente della Federico II, sul sito di Noi Consumatori, conferma il racconto di Mirella: «Ritorno verso il ferito, il poveretto non si muove più, la donna che era con lui piange in silenzio. Sento delle sirene, penso: è l' autoambulanza. No, è una volante. Sono disorientato...eppure l' ospedale dei Pellegrini è lì a 100 metri. Chissà, portarvi quell' uomo a braccia o in barella. Alle 20 gli addetti della funicolare chiudono le portea vetro per isolare quel poveretto che è ancora lì e non si muove più». La sparatoria è avvenuta tra le 19.30 e le 19,40: trenta minuti prima.
L' accusa di Mirella è dura: «Se era italiano sarebbe stato diverso. Agli italiani noi romeni facciamo paura e ci lasciano morire». E Mirella, piccola donna vestita di nero, con le ciabatte aperte e due cerchi d' oro alle orecchie, in Italia da tre anni, non trova spiegazione né tregua. «Mio marito è morto per 8 euro. Tanti erano i soldi che aveva in tasca. Tanti i soldi che racimoliamo ogni giorno e spediamo quasi tutto in Romania, dove c' è la mia bambina».
Petru e Mirella hanno due figli, la più grande ha 10 anni, il più piccolo ne ha 6 e vive a Napoli. «Ma non lo portavamo quasi mai con noi al lavoro», fa notare Mirella. Lavoro? Petru suonava la fisarmonica sulla Cumana, ma era un calciatore. Mirella mostra la carta di identità del marito e racconta: «Era un centravanti del Poli Iasi, serie A rumena. Amava seguire le partite del Napoli e quando poteva giocava con i bambini, insegnava a giocare a calcio anche agli italiani. Perché Petru era romeno, non rom».
Quando pronuncia la parola "italiani" grida: «Gli italiani vogliono ammazzare anche me. Non ho visto niente, niente... ma ero lì e la mafia ora mi sta cercando». Un motorino sfreccia nel viale e lei scoppia a piangere. Un attimo dopo una sirena. Mirella si rannicchia e poi balza in piedi. I rumori della paura fanno affiorare i ricordi: «Siamo alla stazione. Sentiamo gli spari. Petru mi afferra e dice: "Corri". Vedo il sangue, ma lui mi dice che è solo un graffio e che devo correre. Fino alla fine ha pensato a me, a salvare me...a lui non ha pensato nessuno e io non potevo fare niente».
Torna la rabbia, appannata dall' impotenza. Ora accanto a Mirella c' è suo fratello, una interprete romena, Elisabeta, Enzo Esposito dell' Opera Nomadi, Federico Zinnae Carlo Parato del Partito Identità Romena della Campania.
Chi è accanto a Mirella ha già avviato la domanda in Prefettura (che si è già attivata) perché Petru sia riconosciuto vittima di mafia, mentre il Comune si è offerto di organizzare il trasferimento della salma in Romania. Ma Mirella non riesce a seguire niente. Si prepara a passare la notte piangendo, senza che le sue lacrime sfiorino mai il corpo di Petru, come vuole la tradizione. Telefona in Romania: «Preparate il vestito da sposo di Petru. Deve essere tutto pronto, per il funerale. Torniamo a casa presto, per sempre». di Cristina Zagaria

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Opera (MI), lasciate in strada diciasette persone, bambini compresi

Operazione congiunta dei Carabinieri e della Polizia Locale di Opera a cui si sono aggiunti, in seconda battuta, la Polizia Locale di Locate Triulzi ed i Carabinieri di Pieve Emanuele.
Su richiesta del Sindaco di Opera Ettore Fusco c’è stato un intervento nell’area dismessa della ex Saiwa, biscottificio demolito sul territorio di Locate Triulzi, che ha portato allo sgombero di un “campo nomadi”. Al momento dell’irruzione sul posto, sono state identificate diciassette persone originarie della Romania a cui le forze dell’ordine hanno preso le generalità e successivamente imposto di lasciare l’area.
“Da giorni alcuni cittadini locatesi ci segnalavano strani movimenti nell’area ex Saiwa - commenta il Sindaco operese Ettore Fusco - sul territorio di Locate Triulzi al confine con Opera, così ho deciso di andare a fare una passeggiata con il mio ViceSindaco Antonino Nucera ed un agente della nostra Polizia Locale.
Giunti sul posto e trovato il cancello spalancato - prosegue il primo cittadino che con i Rom ha già avuto l’esperienza del presidio fisso, che gli ha reso un processo per istigazione a delinquere ma che fruttò l’allontamento da Opera del campo nomadi voluto dalla Provincia e dal Prefetto sul suo territorio - siamo stati accerchiati da diciassette stranieri, molte donne e bambine, che ci hanno indotto a chiamare rinforzi. Sono così giunti altri agenti della Polizia Locale di Opera, di Locate Triulzi ed i Carabinieri di Opera e Pieve Emanuele”.

Ai diciassette “nomadi” identificati se ne devono aggiungere molti altri non presenti al momento dello sgombero, probabilmente tutti gli uomini impegnati in qualche attività lontana dal campo, che erano stati visti nei giorni scorsi entrare ed uscire con due furgoni dall’area dismessa.
“Adesso ci aspettiamo che il Sindaco di Locate, l’appena confermato Severino Preli, si decida a fare rispettare la legalità sul suo territorio - conclude Fusco - presidiando anche le zone distanti dal centro abitato, a confine con il nostro paese, dove proliferano lo spaccio di droga, la sosta degli zingari, la prostituzione e le discariche abusive”.
Durante le operazioni di sgombero è giunta sul posto anche la neo consigliera di opposizione a Locate, l’Avvocato Alessandra Dagrada, che ha preannunciato battaglia in Consiglio Comunale per l’incuranza del territorio da parte del suo Sindaco. di Vittorio Aggio

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Roma, camerieri e manovali i baby-lavoratori

Un'inchiesta di Ires e Save the Children fa luce sulla piaga del lavoro minorile nella Capitale, ancora troppo diffuso. Il 27% dei minori coinvolti è di nazionalità italiana.
Senza tutele, senza diritti e spesso senza sosta. Sono chiamati baby-lavoratori i minori, italiani e stranieri, costretti a lavorare precocemente. I soggetti maggiormente a rischio sono i ragazzini dei quartieri periferici, quelli con una famiglia problematica alle spalle, i nomadi, i minori stranieri non accompagnati o i minori comunitari appartenenti a nuclei familiari in grave stato di esclusione sociale.
Un fenomeno, quello del lavoro minorile, che ben si inserisce in contesti in cui a farla da padrone sono il degrado economico-sociale , culturale ed ambientale. È questa la fotografia scattata dalla terza inchiesta sul mercato del lavoro nella Capitale, dedicata quest’anno ai “Lavori minorili nell’area metropolitana di Roma”, realizzata dall’Ires (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali) nei tre municipi romani - VIII, XII e IXX - con il più alto tasso di minori in età scolare costretti a lavorare, e da Save the Children Italia, che ha avvicinato e intervistato minori non inseriti nel contesto scolastico.

Dunque, i dati raccolti sono il frutto dell’analisi delle risposte fornite da circa 700 minori sotto i 15 anni di età. In quattro mesi, da marzo a luglio 2008, inoltre, sono state raccolte 62 storie lavorative, intervistando 42 ragazzi, di cui solo 10 femmine, tra gli 11 e i 21 anni di dieci diverse nazionalità (italiana, afgana, bengalese, cinese, egiziana, indiana, marocchina, rumena e rom). Il 41% dei ragazzi impiegati nel lavoro sommerso è di nazionalità straniera, il 27%, invece, è di nazionalità italiana. Il 28% degli intervistati lavora e frequenta contemporaneamente la scuola. Di questi, oltre il 26% ha tra i 12 e i 13 anni; il 41% fra i 13 e i 15. Ma sono pochi quelli che riescono ad assolvere l’obbligo scolastico.
Da non trascurare, pertanto, le percentuali di quanti hanno dichiarato di lavorare quasi tutti i giorni (29%) e di quelli impegnati qualche giorno alla settimana (34%), per almeno 6-9 ore al giorno. I più sfortunati, invece, lavorano anche 12 ore. Ma perché i ragazzini lavorano? Stando alle dichiarazioni, il 48% lo fa per avere più soldi in mano a causa del progressivo impoverimento della famiglia; il 43% per aiutare i genitori. Inoltre, rispettivamente nel 69% e nel 22% dei casi, i minorenni sono impiegati nelle attività dei genitori o di amici e conoscenti. Il restante, e questo è uno dei dati più preoccupanti, è coinvolto in attività illegali.
Ristorazione, edilizia, artigianato e manovalanza sono i settori in cui vengono sfruttati maggiormente i minori della Capitale. Ma spesso i ragazzi più deboli e idifesi cadono nella trappola della criminalità organizzata, della prostituzione, del combattimento clandestino, del borseggio, della mendicità, piaga, quest’ultima, che colpisce soprattutto i bambini dagli 8 ai 12 anni.
Ma lo studio, presentato ieri in Campidoglio dall’Osservatorio sull’occupazione e le condizioni del lavoro del Comune di Roma, «deve essere un valido strumento – auspica il sindaco Gianni Alemanno – per aiutare i giovani a contrastare le condizioni di degrado in cui vivono e per sfuggire alla spirale della povertà».
«L’intento dell’amministrazione – dice Davide Sbordoni, assessore comunale alla Attività produttive e al lavoro – è quello di adottare politiche che diano una via d’uscita ai minori sfruttati, ma senza criminalizzarli». D’accordo Alemanno, che spiega: «Tra le priorità c’è quella di intervenire nelle aree degradate come i campi nomadi tollerati e negli accampamenti abusivi situati nelle periferie», dove la tendenza al lavoro minorile è legata ad attività criminali. È altresì urgente «effettuare un monitoraggio di ogni situazione “irregolare” – conclude il sindaco –, potenziando le capacità di intervento affinché si possa contrastare ogni forma di abbandono scolastico, ogni forma di sfruttamento dei giovani». Per garantire ai bambini e agli adolescenti di vivere la propria età, quella dei giochi e della spensieratezza. di Giorgia Gazzetti

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martedì 16 giugno 2009

Milano, Roberto De Corato è un criminale

Il Vice Sindaco De Corato è un criminale che mantiene la parola e che certo non si ferma davanti alle semplici proteste. Alcuni giorni fa aveva affermato: «Non gli daremo tregua - ripete -. Li inseguiremo. I rom abusivi devono andarsene da Milano, devono capire che qui non c’è aria. Come? Ogni giorno facciamo due o tre sgomberi, anche di pochi irregolari. Ora ci sono 1.331 emigrati nei dodici campi regolari gestiti dal Comune, mentre gli abusivi sono 1.745. Per questi ultimi il messaggio è chiaro: per loro non c’è posto. Penati dice che li sposta, io invece li mando fuori da Milano».
Il Vice Sindaco ha pronta sul suo tavolo un’ordinanza contingibile ed urgente contro le Ferrovie dello Stato. La colpa delle Ferrovie è quella di non recintare sei aree dismesse che, secondo il Vice Sindaco, potrebbero essere occupate da quel centinaio di persone che il Vice Sindaco bracca per tutta la Città, senza offrire una soluzione abitativa dignitosa.
La mappa, secondo il quotidiano Il Giornale, è già disegnata: c’è l’arcata del cavalcavia Bacula dove si sono piazzati circa 40 rom con le tende canadesi, una decina di baracche in via Pesto-Troya, l’ex scalo di Porta Romana sgomberato lo scorso giugno è occupato da una cinquantina di afghani.
In altre tre aree gli edifici ferroviari mai finiti rischiano di diventare baraccopoli: in via Molinetto da Lorenteggio, tra via Breda e De Marchi, o al confine con il parco delle Memorie Industriali.
Fs si difende e fa sapere che ha effettuato nel tempo «numerosi interventi risolutivi o atti a limitare il disagio sociale all’esterno» e l’ad Mauro Moretti ha già risposto con due lettere negli ultimi 15 giorni al vicesindaco, per riferire che in Porta Romana «si continuano a registrare presenze indesiderate sebbene siano murate e sbarrate e siano stati abbattuti i magazzini centrali» mentre per le aree sotto il cavalcavia Bacula è già partita «la procedure di gara per la messa in sicurezza». Per via Pesto «procederemo a pulizia e messa in sicurezza contestualmente allo sgombero da parte delle autorità» anzi auspica «un sopralluogo congiunto con il Comune per trovare le soluzioni più idonee». Ma De Corato non ne vuole sapere.

Tutto questo per perseguitare un centinaio di persone che hanno l’unica colpa di essere povere ma soprattutto perché appartengono alle minoranze rom. E non ci si ferma perchè è pronta anche l’operazione di “alleggerimento” del “campo nomadi” di via Triboniano.
De Corato, anche su questo caso picchia duro anche perché per via Triboniano la fine è già scritta: lì verrà creato uno svincolo per collegare Cascina Merlata alla sede Expo, i cantieri apriranno nel 2011 quindi già il prossimo anno i 580 Rom ancora presenti dovranno andarsene («resterà un piccolo campo da 30 persone»).
E ancora… a giorni si riunirà il nuovo comitato di gestione e inizierà ad applicare il regolamento firmato a marzo dal prefetto nella parte che prevede come ha dichiarato il Vice Sindaco De Corato «allontanamenti per chi ha procedimenti interdettivi o è responsabile di episodi che hanno turbato la cittadinanza». Chi ha condanne definitive a carico «verrà cacciato».
Questa è la situazione drammatica. E’ quindi ora di prendere carta e penna e denunciare le politiche razziste del Comune di Milano. Il Vice Sindaco è un criminale e come tale deve essere trattato. L’unica possibilità, vista l’inerzia della Procura della Repubblica di Milano, è quella di trascinarlo davanti alla Corte di Giustizia dell’Aia perché risponda dei crimini contro l’umanità che sta commettendo a Milano come responsabile di una serie infinita di sgomberi che si configurano come veri e propri pogrom.
In meno di due anni il Comune di Milano ha eseguito centinaia di sgomberi nella maniera più violenta, spendendo quasi 500 mila euro. Soldi che potevano essere utilizzati per sostenere sia interventi sociali che rimpatri assistiti per chi l’avesse chiesto. E invece si picchia giù duro, sia a parole che nei fatti. Una vergogna! Le “grate anti rom” devono trasformarsi nelle grate del carcere Onu di Scheveningen per Roberto De Corato. La società civile di Milano si dia una svegliata. di Carlo Berini

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Napoli, l'indifferenza razzista di fronte alla morte di un uomo

Nel corso di un agguato di camorra tra due clan rivali, alla stazione della funicolare di Napoli, il 26 maggio è stato ucciso per errore un musicista romeno, appartenente alla minoranza rom, che si guadagna da vivere suonando la fisarmonica sui treni. Colpito a una gamba e al torace, sotto gli occhi della moglie che chiedeva aiuto, nessuno l'ha assistito nella totale indifferenza. Il video delle telecamere di sorveglianza di quegli istanti è stato pubblicato dal Mattino (guarda il video).
I sicari sono arrivati in moto, contromano, in via Pignasecca con il casco in testa. I killer, otto, sembrano giovani, entrano nella stazione di Montesanto a Napoli della Cumana impugnando mitragliette e sparano ad altezza d'uomo. Sono del clan dei Sarno-Ricci e hanno il compito di dare una lezione al boss del rivale Mariano.
Ma per sbaglio viene colpito Petru Birlandeanedu che, con ferite ad una gamba e al torace cerca riparo nella stazione. La moglie cerca di aiutarlo a scappare da quella pioggia di fuoco. Ma Petru arriva ai tornelli e cade al suolo.
Il tutto sotto la totale indifferenza dei passanti: c'è chi timbra il biglietto e va per la sua strada, chi continua a parlare al cellulare. Poi scappano tutti lasciando il romeno ormai esanime e la moglie che si dispera e piange. Poi arriva un'ambulanza, ma carica un ragazzo ferito di striscio.
Quegli istanti sono documentati nelle immagini del nastro del sistema di videosorveglianza della Cumana sono pubblicate dal quotidiano Il Mattino di Napoli. La polizia ha acquisito i fotogrammi e li ha trasmessi nel fascicolo d'inchiesta coordinato dai pm della Dda.

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Roma, legge e razzismo: esperti a confronto sul “Codice della persecuzione”

Legge e razzismo saranno al centro di un incontro, questa sera alle 17.45 nella sala Refettorio della Camera dei deputati, in via del Seminario, destinato a presentare l'ultima opera del professor Ernesto De Cristofaro Codice della persecuzione – I giuristi e il razzismo nei regimi fascista e nazista. L'autore, ricercatore di Profili della cittadinanza nella costruzione dell'Europa e di Storia del diritto medievale e moderno della facoltà di Giurisprudenza di Catania, interverrà alla presentazione.
“Trovo interessante il confronto doppio fra le due legislazioni razziste, l'analisi fra gli atteggiamenti dei giuristi dei due Paesi, la comparazione fra i regimi aiuta a capire meglio sia l'uno che l'altro”, commenta il direttore del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, lo storico Michele Sarfatti che interverrà, fra gli altri, alla serata.
Il professore Luigi Ferrajoli, insegnante di Teoria generale del diritto all'Università di Roma Tre, il professor Guido Neppi Modona, giudice della Corte Costituzionale e Salvatore Mazzamuto professore di Diritto privato all'Università di Roma Tre sono gli altri giuristi che parteciperanno all'incontro.
“Quella di questa sera sarà l'occasione per chiedere delucidazioni all'autore sulle differenze nella configurazione del diritto razzista antisemita in Italia e Germania”, ha detto ancora Sarfatti.
Come si è venuto a creare il diritto razzista? Quali le forme e i modi in cui tale progetto è venuto sviluppandosi? E soprattutto quale il ruolo dei giuristi? Questi alcuni degli argomenti da approfondire.

«[…] Se è corretto riferirsi al razzismo come a una "forma di ingegneria sociale" e dire che esso "acquista i suoi caratteri specifici solo nel contesto fornito dal progetto di una società perfetta e dall'intenzione di realizzarlo attraverso sforzi pianificati e coerenti, occorre tener conto, sullo sfondo di questa pianificazione, del peculiare ruolo svolto da una categoria, quella dei giuristi, che coglie con questa scelta non solo l'opportunità di ingraziarsi il potere, ma altresì l'occasione di restituire al proprio canone epistemico lo smalto di un'antica tradizione, segnata dalla centralità nella composizione dell'architettura sociale [...]» così recita un inciso dell'introduzione al volume.
Altro tema centrale, come anticipato da Sarfatti, il confronto: «[…] Con la politica razziale che solo in Italia (e anche in questo contesto, con riserve su cui si avrà modo di tornare) può essere qualificata alla stregua di una svolta ideologica, essendo la stessa molto esplicitamente annunciata in tutti i documenti teorici del partito nazista, si crea un decisivo piano di confronto.
Le matrici teoriche del razzismo attingono alle scienze mediche e biologiche e promuovono l’idea che la specie umana si possa coltivare e selezionare come avviene con l’allevamento degli animali, che la fertilità possa aumentare e l’incidenza di determinate patologie diminuire. Il nazismo e, successivamente, il fascismo si rivolgono a questi saperi, ne accreditano le acquisizioni e le utilizzano come vessillo di una nuova idea di ordine sociale: un ordine fondato sulla gerarchia, sulla forza, sulla prevalenza dei meglio dotati e la marginalizzazione e progressiva cancellazione degli individui meno riusciti, delle “vite di minor valore”, dei nemici della salute pubblica.
Questo tema, come detto fortissimamente avvertito nella Germania hitleriana, si introduce assai più lentamente in Italia, ma in entrambi i paesi finisce per visualizzare l’ebreo come il pericolo per antonomasia: da secoli inviso all’Europa cristiana, additato sulla base di frusti quanto granitici stilemi come incarnazione dell’avidità e del parassitismo e, finalmente, qualificato come estraneo e portatore di un bagaglio genetico tarato attraverso l’utilizzo delle categorie scientifiche che individuano nelle razze altrettanti ceppi omogenei al loro interno quanto separati da altri diversamente composti.
La scienza giuridica non trae da sé la questione razziale, ma concorre, con i suoi strumenti concettuali, a garantire il suo mantenimento come questione generativa di senso, ossia come questione fondata sulla “costituzione di un orizzonte unico di oggettività”, laddove questo si può definire come “il meccanismo delle regole che rendono possibile per un dato periodo la comparsa di oggetti: oggetti che vengono delimitati da misure di discriminazione e di repressione, oggetti che si differenziano nella pratica quotidiana. nella giurisprudenza, nella casistica religiosa, nella diagnosi medica”.
Certamente, sul piano dei vincoli concreti il diritto ha operato le divisioni e i trattamenti differenziali conseguenti alla classificazione biologica delle razze ma, una volta accolto il dato per cui tocca sempre anche ai giuristi in veste di esperti burocrati stabilire chi e perché appartenga all’una o all’altra utilizzando metodi e schemi in cui la pratica religiosa può finire (come è accaduto) per sovrapporsi all’indagine bio-genealogica onde evitarne un regresso interminabile, bisognerà aggiungere che è proprio all’interno della discorsività giuridica specificamente considerata che il tema mostra una densità teorica tutt’altro che secondaria. […]»
Il professor Ferrajoli, dal canto suo, sottolinea che uno degli elementi più importanti del libro è “quello di tentare di tracciare un'antropologia del razzismo europeo, un'analisi delle radici del razzismo e dell'antisemitismo aiuta a difendersi dai pericoli attuali, perché il razzismo e l'antisemitismo sono sempre presenti e l'autoanalisi trovo che sia l'elemento centrale di questo studio”. di Valerio Mieli, l'Unione informa 16 giugno 2009 / 24 Sivan 5769

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Brescia, ancora oscuro il futuro del Punto d'Incontro

Dopo sei mesi i Lavoratori del Punto Incontro di via Saffi cercano ancora una volta di sensibilizzare la cittadinanza bresciana sulla possibile chiusura del servizio e sulle incertezze dei lavoratori dell’ufficio.
"La loro mobilitazione, alla fine del 2008, a seguito delle dichiarazioni uscite sui giornali locali del sindaco e dell'assessore Maione, che indicavano la volontà di disgregare l’ufficio", si legge in una nota diffusa dalla rappresentanza sindacale (Rsu) del comune di Brescia, "ha prodotto la continuità dei servizi per altri sei mesi, cioè fino al 26/06/2009 con un’assegnazione del servizio ad una cooperativa sociale. Quindi la manovra di esternalizzazione del servizio è già stata fatta, con l’assunzione a tempo determinato dei lavoratori (10) da parte della stessa cooperativa. Il contratto di questi lavoratori termina il 26/06/2009".
"Oggi, a differenza della vertenza precedente, il comune non ha rilasciato dichiarazioni alla stampa", dicono i sindacati. "Contravvenendo all’impegno preso in precedenza ed alle recenti richieste sindacali, l’amministrazione non ha comunicato ai lavoratori, né alle organizzazioni sindacali, le decisioni prese nell’ambito del piano di zona riguardo il futuro del servizio. In mancanza di comunicazioni ufficiali i lavoratori, e le loro rappresentanze, sono preoccupati che si stia predisponendo la chiusura o un drastico ridimensionamento del servizio stesso, mettendo in discussione anche la continuità lavorativa di professionisti, che collaborano con il comune di Brescia ininterrottamente per un periodo che va dai cinque ai 14 anni".

"Riteniamo gravissimo", sottolineano i rappresentanti dei lavoratori, "che a meno di un mese dalla scadenza, l’amministrazione comunale non prenda in considerazione il dramma delle famiglie dei lavoratori, che operano in questo servizio, non ritenendo opportuno neppure informarle direttamente. In questo periodo di crisi del mondo del lavoro sarebbe quanto meno responsabile comunicare per tempo ad un lavoratore dell’eventualità di un suo possibile licenziamento. Per tutte queste ragioni noi ribadiamo che il comune debba affrontare in prima persona la realtà della presenza straniera in città mantenendo e potenziando i servizi fino ad ora offerti".
I lavoratori chiedono "che si dia una risposta alla richiesta di un incontro urgente per conoscere le decisioni prese riguardo al Punto Incontro; che tutti i servizi offerti dal Punto Incontro alla cittadinanza straniera e italiana rimangano in Via Saffi 40-44; che tutti i lavoratori del Punto Incontro, già fortemente indeboliti dall’esternalizzazione, non ricevano al 26/06/2009 anche la sorpresa del licenziamento; di mantenere l’unità e centralità del servizio affinché le peculiarità linguistiche e professionali, che garantiscono l’efficienza del servizio, non vadano disperse; di dare continuità a tutti i progetti e servizi attualmente in corso, potenziando quelli rivolti alle persone più vulnerabili come i richiedenti asilo, le vittime della tratta e i minori stranieri non accompagnati".
- La storia del Punto d'Incontro. Nel comunicato della Rsu viene anche fatta la storia del Punto d'Incontro. "Il servizio è stato istituito nel 1989 con la denominazione di "Ufficio Stranieri" e in quasi vent’anni di vita ha ampliato le proprie attività e competenze a fronte di un costante aumento della popolazione immigrata residente in città.
Al servizio fanno riferimento: 1) sportello d’informazione e orientamento front-office e consulenza linguistica; 2) pratiche di rinnovo e aggiornamento dei permessi di soggiorno e di rilascio e aggiornamento delle carte di soggiorno; 3) rilascio del certificato d’idoneità alloggiativa; 4) ricerca del lavoro; 5) sportello Impresa; 6) sportello Cittadinanza e titoli di studio; 7) consulenza legale; 8) sportello richiedenti asilo e rifugiati; 9) centri di accoglienza del comune; 10) strutture comunali per Rom e Sinti; 11) servizio sociale per non residenti; 12) sportello carcere.
Attualmente, nel servizio, sono impiegati sei lavoratori dipendenti del comune di Brescia, con contratto a tempo indeterminato, e dieci lavoratori con contratto a termine assunti da una cooperativa sociale bresciana. Questi ultimi, in particolare, temono fortemente per il proprio posto di lavoro.
Le prestazioni erogate, gratuitamente, dagli uffici comunali sono richieste non solo da cittadini stranieri, ma anche da numerosi cittadini italiani così come da istituzioni, enti pubblici e privati.
La pluriennale esperienza in materia d’immigrazione e la presenza di personale madrelingua con competenze antropologico-culturali e tecniche difficilmente sostituibili dal personale comunale esistente, rendono del tutto peculiare e indispensabile il servizio offerto.
Il venir meno di questi professionisti potrebbe compromettere il complesso processo di integrazione e cittadinanza in atto nella città di Brescia, ormai diventata la prima città italiana per densità abitativa di migranti e la terza città europea (Eurostat - ottobre 2008)". da quiBrescia.it

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lunedì 15 giugno 2009

Como, il Sindaco dice "bugie" sul caso dell'anziana sequestrata da due agenti di Polizia locale

Hidden Side ha segnalato un aggiornamento sul caso dell’anziana che ha subito il sequestro e la violenza da parte di due Vigili Urbani del Comune di Como. L’episodio è grave ma è la punta di un iceberg che fa molta fatica ad emergere. Questi due Vigili urbani sono pubblici ufficiali che come la quasi totalità di tutti i Pubblici ufficiali italiani non hanno la minima formazione sulle minoranze sinte e rom e quindi sono preda facile di pregiudizi e stereotipi, come la stragrande maggioranza dei Cittadini italiani.
Inoltre, pochissimi sono gli appartenenti alle Forze dell’Ordine ma anche della Magistratura che conoscono la legislazione a contrasto delle discriminazioni razziali con conseguenze immaginabili sul concetto di legalità. A riconferma di quanto detto ai due Agenti di polizia locale del Comune di Como non è contestato il reato di discriminazione ma nemmeno l’aggravante. Di seguito l’articolo del quotidiano la Provincia che smaschera le "bugie" del Sindaco Bruni.

Non furono né il sindaco né altri membri - politici o "tecnici" - della sua amministrazione a denunciare in Procura il caso della nomade trascinata sulla "rupe Tarpea" di Civiglio e abbandonata senza scarpe nella neve.
Stefano Bruni, che venerdì sera in televisione rivendicava la "paternità" della segnalazione dalla quale aveva preso avvio il lavoro della Procura, non sa che in realtà l’inchiesta prese spunto da un esposto anonimo arrivato ai piani alti del Tribunale attorno alla prima settimana del mese di aprile. Si trattava di una lettera scritta da qualcuno molto bene informato, che dettagliava i passaggi chiave del viaggio per Civiglio e che indusse gli investigatori a muoversi praticamente subito.

Chiesero e ottennero dal Comando di viale Innocenzo tutte le relazioni di servizio inerenti l’attività anti-accattonaggio svolta nei mesi invernali e fu soltanto allora, dopo quella richiesta, che i vertici della polizia locale si fecero vivi con il pm titolare del fascicolo: manifestarono la propria piena e incondizionata disponibilità a collaborare ed informarono l’amministrazione, nella persona del sindaco.
L’unico atto pervenuto sulle scrivanie della procura dal Comune fu una relazione di servizio piuttosto tardiva, firmata dall’agente Salvatore Canavacciolo, uno dei due coinvolti nello scandalo (l’altro indagato è Francesco Cibelli).
Canavacciolo raccontava che quel giorno, il 3 gennaio, con la città e le sue montagne coperte di neve, lui e il collega fermarono una rom di 65 anni, Stela Anton, che come in altre occasioni si aggirava ai semafori con un bicchiere di carta in mano. Avrebbero dovuto portarla al comando per procedere all’identificazione, al fotosegnalamento e a una serie di ulteriori incombenze previste per legge, ma la loro auto fece tutt’altro tragitto per applicare tutt’altra legge.
Salì fino a Civiglio dove, a sentire Canavacciolo, Cibelli ordinò alla donna di togliere scarpe e calze, le gettò in fondo a un dirupo, risalì in auto e riprese la strada di Como dopo avere invitato la Anton a farsela a piedi.
Lei ubbidì: trovò la forza per recuperare le sue scarpe arrancando nella neve, poi riguadagnò il livello della strada e riprese, ciabattando faticosamente, la strada per Como. Qualche mese più tardi, rintracciata dalla polizia giudiziaria, la Anton fu ben lieta di verbalizzare tutto questo di fronte al pm che l’ascoltava con l’aiuto di un interprete romena. Non cambiò versione, anzi. Confermò tutto quanto, senza drammi ma anche senza sconti. Le accuse, lo ricordiamo, sono due: violenza privata e sequestro di persona.

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Repubblica Ceca, Anna Polakova chiede asilo al Canada

Situazione drammatica nella Repubblica Ceca per la minoranza rom. Alcuni attivisti per i diritti civili hanno invitato i Rom a lasciare la Repubblica Ceca e fare richiesta di asilo in Canada. Dall’inizio dell’anno alcune centinaia di persone hanno presentato la domanda di asilo.
Oggi fa discutere la decisione di Anna Polakova (in foto), direttrice delle trasmissioni in lingua rom per l’emittente radiofonica di stato, di chiedere l’asilo in Canada per se stessa e per la sua famiglia.
Anna Polakova ha giustificato la sua fuga dalla Repubblica Ceca per le continue minacce e i continui attacchi verbali e fisici subiti dalla sua famiglia in questi ultimi anni. Anche in considerazione del fatto che la magistratura ha fatto molto poco per proteggere la sua famiglia e punire i responsabili degli attacchi verbali e fisici.
In particolare ha riferito di quanto successo ai propri figli e al proprio marito in questi ultimi anni, quando hanno subito attacchi fisici con ingiurie di stampo razziale. La magistratura non ha condannato in maniera esemplare i responsabile che continuerebbero le loro attività razziste nei confronti dei Rom. Negli ultimi giorni Anna Polakova è stata anche ricattata da questi estremisti di destra che le avrebbero chiesto 50.000 corone per lasciare stare la sua famiglia.
Anna Polakova ha quindi deciso di chiedere l’asilo in Canada perché ne la Magistratura ne la Polizia di stato della Repubblica Ceca sono in grado di proteggere la sua famiglia e la crescita delle formazioni di estrema destra in tutta l’Europa non consentono tranquillità nemmeno nei Paesi dell’Europa Occidentale.

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Roma, presentati i risultati del progetto ''Diritto alla Scuola, Diritto al Futuro''

E' stato presentato oggi, presso la Comunità di Sant'Egidio, il progetto ''Diritto alla Scuola, Diritto al Futuro'' per la riuscita scolastica dei bambini Rom e Sinti, finanziato con il fondo per l'inclusione sociale degli immigrati del Ministero del Lavoro, della Salute, e delle Politiche Sociali.
Si tratta di un Progetto pilota per l'inserimento e il successo scolastico di minori rom e di verifica dello stesso attraverso l'erogazione di borse di studio.
L'iniziativa, che ha coperto per l'anno scolastico in corso tutti minori del “campo nomadi” di Via dei Gordiani a Roma, ha ottenuto importanti risultati, tra cui il più evidente una frequenza scolastica superiore all'80% dei bambini coinvolti, così come riferisce il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo (in foto).
''Il Progetto - ha esordito Impagliazzo - nasce dall'esperienza trentennale della Comunità di Sant'Egidio con i Rom in molte città italiane. E' ormai evidente che una nuova generazione di Rom nata in Italia crede e vuole l'integrazione e non vuole più vivere nei campi. Purtroppo resta la realtà di minori Rom iscritti alle scuole (circa 18.000 partendo dai dati del Ministero dell'Istruzione) di cui soltanto pochissimi (219 in tutta Italia) raggiungono le Scuole Superiori''.
Il Progetto ''Diritto alla Scuola, Diritto al Futuro'' nasce nell'ottica che oltre all'iscrizione scolastica, i bambini Rom devono frequentare la scuola e ottenere buoni risultati.

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Gaspar Miklos Tamàs: sta nascendo qui a Budapest il nuovo fascismo europeo

«Sì, la democrazia è in pericolo. In tutta Europa o quasi, ma l'Ungheria è un caso estremo». Ecco il monito di Gaspar Miklos Tamàs, padre del dissenso sotto il comunismo, filosofo e docente, forse la massima voce critica del paese. Perseguitato dal vecchio regime, oggi subisce minacce quasi quotidiane. «Una volta un gruppo di ultrà mi ha salutato sotto casa gridando "Heil Hitler", ma è normale che signore cinquantenni, tranquille borghesi cattoliche, o eleganti giovani yuppies, riconoscendomi mi dicano che dovrei essere impiccato. A ogni intervista a media stranieri mi accusano di calunniare la patria».
Professor Tamàs, lei parla dunque di gravi pericoli?
«Sì. Quando vediamo democrazie con grandi tradizioni come Francia o Regno Unito prigioniere di paranoie xenofobe, o la sinistra italiana che sembra sparire, cosa ci possiamo aspettare dall' Ungheria che ha vissuto quasi sempre sotto dittature o autoritarismo?».
Qual è la radice della crisi ungherese?
«La prima vera democrazia qui fu creata solo nel 1989 e coincise col collasso economico. Il primo risultato percepito dalla gente fu la perdita di 2 milioni di posti di lavoro. Nel nordest fame e miseria sono da terzo mondo. La catastrofe economica coesiste con una mentalità tipica dell' est: la gente vuole che lo Stato diriga, provveda, dia sicurezza. Ci sentiamo traditi dal mondo nuovo, e lo siamo. Anch'io ho rinnegato me stesso: sono stato liberale per una vita, ora sono marxista. Vorrei più libertà e giustizia. I miei compatrioti hanno altri desideri».

Quali?
«Il sistema democratico non ha riconoscimento né legittimazione, neanche i più onesti leader dei partiti democratici vi credono. Povertà, crimine, sono problemi reali. La gente allora prende in mano la legge: ecco la Guardia magiara, un secondo Stato. Ecco i sindaci delle regioni povere che si arrogano il diritto di negare il sussidio ai rom o ai poveri disoccupati».
Vede un futuro di fascismo?
«Il futuro ne avrà una dose un pò più forte del presente. La destra estrema è giovane. Jobbik è nato come organizzazione studentesca. Quasi un '68 a rovescio: la paura del declassamento sociale, la competizione con i più poveri per i magri aiuti statali, spingono i giovani a rivolte ed estremismo. Non capiscono che l' oppressione per alcuni diventa poi l' oppressione di tutti».
Torna il fascismo del passato?
«È un fascismo diverso. Non hanno bisogno di militarismo, di sogni di guerra o idee totalitarie. È un fascismo difensivo, non offensivo, quindi più attraente. Non passeggero, può radicarsi. Non gli serve un partito unico, esprime il panico della middle class, introduce una lotta di classe dall' alto contro i più deboli. Simile agli anni Venti è l'odio verso la libertà. E per i perdenti. È un problema acuto in tutto l' Est: qui il capitalismo democratico, per cui lottai per decenni, ha fallito. Le maggioranze a Est ritengono che prima dell' 89 si stesse meglio. Tutti sapevano di non essere liberi. Ma il sistema garantiva stabilità, società proletarie, plebee, ma quasi senza crimine, egalitarie nella cultura e non solo nell' economia. E non avevano come valore costitutivo il disprezzo per i deboli». da Repubblica

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Crescono i casi di razzismo in Italia

Crescono i casi di razzismo riportati dai media, e si tratta soprattutto di atti di violenza fisica o a danno di cittadini romeni. Erano 119 casi nel 2007, sono stati 124 nel 2008 e 76 nei primi 3 mesi e mezzo di quest'anno, per un totale di 319 episodi. Il monitoraggio sulla stampa fa parte del Libro Bianco sul razzismo realizzato dall'associazione Lunaria con il sostegno del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo e presentato a Roma. Prevalgono le violenze fisiche (187 casi di cui 15 morti) contro le 132 violenze verbali, soprattutto i discorsi razzisti (95 episodi) mentre le scritte, le pubblicazioni, e la propaganda razzista si fermano a quota 30. Per quanto riguarda i colpevoli degli atti razzisti, si tratta soprattutto di singoli cittadini o gruppi di ignoti (197 casi), di frange di estrema destra (34), di istituzioni (33), di forze di polizia (28), di esponenti della Lega Nord (16) e di tifosi (11). Le categorie più colpite risultano essere gli immigrati e i profughi in generale (203 episodi), seguite da rom (83), musulmani (20), e ebrei (13). Nei casi in cui sono noti la nazionalità e il sesso della vittima i più colpiti risultano essere i cittadini romeni (81), seguiti da quelli di Bangladesh (18), Marocco (14) e Senegal (13), e in prevalenza uomini (95 episodi). Un altro dato che emerge dal monitoraggio dei casi di razzismo sui media è che 40 episodi hanno avuto come vittime dei minorenni; di questi 24 sono avvenuti in spazi pubblici come bar, discoteche, parchi e strade. "Negli ultimi casi di cronaca però il colore della pelle è diventato più incisivo- dice Paola Andrisani, esperta di etnologia- e anche il fenomeno delle bande e delle baby gang ha avuto un certo peso". L'analisi dell'associazione Lunaria è stata svolta sulla carta stampata e sul web, sui rapporti di altri enti, sugli archivi e sulla rassegna stampa sulle notizie riportate tra il primo gennaio 2007 e il 15 aprile 2009. Dal monitoraggio sono stati esclusi i casi di razzismo nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione. da Dires - Redattore Sociale

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L'ira degli ebrei romani

“Questa visita è un insulto. Il viaggio di Gheddafi in Italia si sta risolvendo in un tour penoso, che per il nostro Paese si è rivelato un fallimento politico e economico. E anche Berlusconi non lo riconosco più”. Riccardo Pacifici è scosso. Il presidente della Comunità ebraica romana cerca di controllare la voce, di parlare con calma, ma ci riesce solo a tratti. Non quando rievoca la fuga precipitosa degli ebrei libici nel '67 o l'attentato di un commando di terroristi palestinesi nell'82 alla sinagoga di Roma. Nell'agguato rimasero uccisi due bambini e furono ferite 43 persone, fra cui il padre di Pacifici. Uno dei terroristi, dopo varie peripezie, fu consegnato dalla Grecia alla Libia, e da allora non se ne è saputo più niente.
Il presidente della Comunità ebraica romana si sente quasi tradito, non si capacita di come "l'Italia, il Governo, questo Governo che è quello che forse nella storia repubblicana vanta le migliori relazioni con Israele, possa aver lasciato libero Gheddafi di visitare tutti i luoghi più sacri della democrazia, insultando la democrazia”. Sull'incontro richiesto dal Colonnello con la Comunità ebraica romana per oggi, sabato, shabbat, giorno sacro, in cui gli ebrei devono evitare ogni impegno, dice: “Non nutro alcuna speranza che si faccia”.
Presidente, anche lei pensa che quella dell'incontro sia stata solo una provocazione?
Più che una provocazione è uno schiaffo. Per una richiesta del genere nutro solo disprezzo. Mi sento offeso da uomo, da ebreo, da cittadino italiano. Qui il problema supera la questione religiosa. Questa visita è stata un'umiliazione. Come si può accettare di sentire deridere le istituzioni repubblicane da un uomo che non rispetta la democrazia, i diritti umani, le donne? Guardi cosa è stato capace di dire al Campidoglio: uno sberleffo. Alla nostra storia di italiani democratici, ai padri costituenti, alla Costituzione, di un Paese, certo litigioso, certo diviso, ma democratico.

Ma se alla fine questo incontro dovesse avvenire, magari un altro giorno, cosa fareste?
Dia retta a me, l'incontro non si farà. Ma sarei ben felice di essere smentito. Per dirgli in faccia, da uomini liberi, cosa pensiamo. E dopo tutto quello che è avvenuto sarebbe un riscatto. Abbiamo già pronta una lettera con le nostre richieste.
L'annosa questione dei risarcimenti agli ebrei libici cacciati tra il '67 e il '70?
Sì, anche se occorre una precisazione. La storia degli ebrei libici è in parte diversa da quella degli italiani che vivevano in Libia. Gli ebrei cominciarono a fuggire dal Paese africano prima degli italiani, subito dopo la guerra dei sei giorni. Fuggivano dai pogrom, fuggivano dalla morte sicura. Imbarcandosi sulle navi per l'Italia con nient'altro che paura, nostalgia e una valigia. Questi ebrei libici trovarono in Italia la patria che li ha accolti e integrati
Gheddafi dice di non riconoscere i misfatti del governo precedente alla sua Rivoluzione…
Tesi interessante. All'Italia repubblicana chiede miliardi per i danni del colonialismo dello Stato liberale e del fascismo, mentre lui non riconosce il governo di Re Idris di pochi anni prima. Il principio della continuità dello Stato vale solo per l'Italia. Per lui vale una sola continuità: lo sfruttamento dei pozzi di petrolio…
Il petrolio, è per questo che il Governo è stato così accondiscendente nei confronti del leader libico?
Berlusconi non lo riconosciamo più. Non è il Berlusconi che ha sostenuto Israele, che si è impegnato per far annoverare Hamas tra le organizzazioni terroristiche. Un'umiliazione. Che però non può giungere fino ad accettare che Gheddafi salga in cattedra a darci lezioni di democrazia.
Presidente, però non può negare che in questa visita italiana Gheddafi abbia pronunciato delle parole importanti: sui diritti delle donne e sulla lotta al terrorismo.
Se sulla lotta al terrorismo Gheddafi fosse sincero ci direbbe dove si nasconde Al Zomar, un palestinese che nell'82 uccise due bambini colpevoli solo di essere ebrei davanti alla sinagoga di Roma. Vuole davvero combattere il terrorismo internazionale? Lo rimandi in Italia, lo attende una condanna. All'ergastolo. di Marco Innocente Furina, 13 giugno 2009

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sabato 13 giugno 2009

Caro Gheddafi, noi non ti vogliamo incontrare

Al Leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista
(Per conoscenza, alle e ai rappresentati del governo italiano e dell’Unione europea)


Gentile Muammar Gheddafi,
noi non facciamo né vogliamo far parte delle 700 donne che lei ha chiesto di incontrare il 12 giugno durante la sua visita in Italia. Siamo, infatti, donne italiane, di vari paesi europei e africani estremamente preoccupate e scandalizzate per le politiche che il suo Paese, con la complicità dell’Italia e dell’Unione europea, sta attuando nei confronti delle donne e degli uomini di origine africana e non, attualmente presenti in Libia, con l’intenzione di rimanervi per un lavoro o semplicemente di transitarvi per raggiungere l’Europa. Siamo a conoscenza dei continui rastrellamenti, delle deportazioni delle e dei migranti attraverso container blindati verso le frontiere Sud del suo paese, delle violenze, della “vendita” di uomini e donne ai trafficanti, della complicità della sua polizia nel permettere o nell’impedire il transito delle e dei migranti. Ma soprattutto siamo a conoscenza degli innumerevoli campi di concentramento, a volte di lavoro forzato, alcuni finanziati dall’Italia, in cui donne e uomini subiscono violenze di ogni tipo, per mesi, a volte addirittura per anni, prima di subire la deportazione o di essere rilasciati/e. Alcune di noi quei campi li hanno conosciuti e, giunte in Italia, li hanno testimoniati. 
Tra tutte le parole e i racconti che abbiamo fatto in varie occasioni, istituzionali e non, o tra tutte le parole e i racconti che abbiamo ascoltato, scegliamo quelli che anche Lei, insieme alle 700 donne che incontrerà, potrà leggere o ascoltare.

Fatawhit, Eritrea : “Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure (…) Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. (…) L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”

Saberen, Eritrea: “Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari.”

Tifirke, Etiopia: “Siamo state picchiate e abusate, è così per tutte le donne”.

Siamo consapevoli, anche, che Lei e il suo Paese non siete gli unici responsabili di tali politiche, dal momento che gli accordi da Lei sottoscritti con il governo italiano prevedono ingenti finanziamenti da parte dell’Italia affinché esse continuino ad attuarsi e si inaspriscano nei prossimi mesi e anni in modo da bloccare gli arrivi dei migranti sulle coste italiane; dal momento, inoltre, che l’Unione europea, attraverso le sue massime cariche, si è espressa in diverse occasioni a favore di una maggiore collaborazione con il suo Paese per fermare le migrazioni verso l’Europa. Facciamo presente innanzitutto a Lei, però, e per conoscenza alle e ai rappresentati del governo italiano, alle ministre e alle altre rappresentanti del popolo italiano che Lei incontrerà in questa occasione, così come alle e ai rappresentanti dell’Unione europea, una nostra ulteriore consapevolezza: quella per cui fare parte della comunità umana, composta da donne e uomini di diverse parti del mondo, significa condividere le condizioni di possibilità della sua esistenza. Tra queste, la prima e fondamentale, è che ogni donna, ogni uomo, ogni bambino, venga considerato un essere umano e rispettato/a in quanto tale. 
Finché tale condizione non verrà considerata da Lei né dalle autorità italiane ed europee noi continueremo a contestare e a combattere le politiche dell’Italia, della Libia e dell’Unione europea che violano costantemente i principi che stanno alla base della sua esistenza e fino a quel momento, quindi, non avremo alcuna voglia di incontrarla ritenendo Lei uno dei principali e diretti responsabili delle pratiche disumane nei confronti di una parte dell’umanità.

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venerdì 12 giugno 2009

Rom e Sinti, la questione della rappresentanza

La questione della rappresentanza delle minoranze sinte e rom è da sempre un annoso problema a cui si sono confrontati in molti senza successo. Infatti oggi non esiste una rappresentanza nazionale come ad esempio esiste per gli ebrei italiani, attraverso l’UCEI. Le ragioni sono molteplici ma è forse utile provare a riflettere su alcune di queste.
In primo luogo i Sinti e i Rom in Italia sono un gruppo omogeneo per i razzisti che di fatto li denominano “zingari”. Come per altro succede per qualsiasi “nazione/popolo”, vedi ad esempio la Gran Bretagna (Galles), la Spagna (Paesi Baschi)…, i Sinti e i Rom sono di fatto un insieme di comunità, con origine comune nella penisola indiana, che si differenziano per norme sociali, culturali, religiose, linguistiche… Inoltre, si differenziano anche per nazionalità perché come molti sanno in Italia sono presenti Rom provenienti sostanzialmente dalla ex Yugoslavia, di cui molti sono però oggi Cittadini italiani, e dalla Romania. Ne consegue che i problemi con cui si confronta ogni giorno un Rom kossovaro sono diversi da quelli di un Sinto Estrekaria e che sono ancora diversi dai problemi con cui si confronta un Rom Abruzzese e che sono ancora diversi dai... Tutti però si devono confrontare con il problema del razzismo.
Questo è il primo problema serio perché c’è chi non vuole riconoscere queste differenze, compresi alcuni leader rom e sinti, rimane di conseguenza legato ad una visione che nega la ricchezza plurima presente. Queste differenze si traducono anche in rivendicazioni molto diverse, come per esempio la questione del “nomadismo”. Un Sinto Estrekaria che ha l’attività di spettacolo viaggiante chiederà che vi siano aree in ogni Comune dove potersi fermare con la roulotte per svolgere la propria attività lavorativa. Un Rom abruzzese che svolge l’attività di muratore chiederà di non essere trattato come un “nomade”. Questo crea tensioni molto forti, soprattutto perché certi leader sinti e rom non riescono ad abbracciare la molteplicità dei bisogni espressi.

Il secondo problema è che le culture sinte e rom in Italia sono ancora oggi essenzialmente culture orali. Pochissimi leader sinti e rom hanno fatto studi superiori o universitari e questo comporta una grossa diffidenza reciproca tra gli stessi leader. C’è chi afferma che la partecipazione dovrebbe essere ampia e chi invece chiede una partecipazione “qualificata” che però di fatto ferma la stragrande maggioranza dei Sinti e dei Rom “al palo”. Il risultato è che fino ad oggi a i leader “qualificati” cadono nell’autoreferenzialità perché rappresentano esclusivamente loro stessi. Inoltre, non è da sottovalutare che tantissimi Sinti, negli anni passati, si sono sentiti trattare con disprezzo da tanti Rom “qualificati” e che quindi oggi anche il più piccolo equivoco può far credere di essere usati e strumentalizzati.
Il terzo problema è dato dallo stato in povertà di tantissimi Sinti e Rom. Difficile pensare alla rappresentanza, quando ogni mattina alzandoti non sai se riuscirai a dar da mangiare ai tuoi figli. Ogni giorno si lotta per la sopravvivenza e questo porta in secondo piano tutto il resto, seppur considerato importante. E certo le politiche sociali, fino ad ora utilizzate, hanno fallito nella stragrande maggioranza dei casi. Ma è da sottolineare che i Governi italiani, succeduti in sessant’anni, non hanno mai promosso progetti per sostenere la rappresentanza dei Sinti e dei Rom. Solo alcune realtà locali, come ad esempio la Provincia di Mantova, hanno supportato progetti di promozione e/sostegno per la partecipazione e la rappresentanza dei Sinti e dei Rom. Questo fatto frena in maniera considerevole la partecipazione e di conseguenza la rappresentanza perché ancora oggi molti leader sinti e rom devono personalmente reperire le risorse per partecipare ad incontri. Il risultato è che solo chi vive a Roma o in prossimità della Capitale può partecipare ad incontri con il Governo italiano e non solo.
Il quarto problema è dato dal razzismo che permea tutta la società italiana verso i Sinti e Rom. Questo problema ha diverse sfaccettature che ricomprendono anche i primi tre problemi. Perché ad esempio se fosse offerto più spazio e dignità alle culture orali, il problema della partecipazione svanirebbe come neve al sole. O se le politiche sociali avessero offerto realmente percorsi di uscita dalla povertà, la partecipazione sarebbe certamente più ampia. Ma le politiche discriminatorie messe in atto dallo Stato italiano hanno prodotto conseguenze gravi anche all’interno delle stesse minoranze sinte e rom. Ne voglio affrontare una in particolare.
Ancora oggi le Istituzioni chiedono che sia introdotto il cosiddetto “numero chiuso”. In un dato territorio non possono vivere più di un dato numero di Sinti e Rom. Questo messaggio non è una novità degli ultimi anni ma è stato una costante nel rapporto tra queste minoranze e le Istituzioni.
Questo problema è emerso in maniera forte in Italia negli Anni Settanta perché in quegl’anni vi è stata in molte comunità sinte e rom italiane un’esplosione demografica, dovuta alle mutate condizioni di vita (accesso alle protezioni sociali e sanitarie). E nello stesso tempo sono andate in crisi molte attività lavorative svolte da Sinti e Rom, in particolare lo spettacolo viaggiante. Inoltre, inizia l’emigrazione dalla ex Yugoslavia con comunità sempre più consistenti provenienti in particolare dall’attuale Bosnia Erzegovina e dalla Serbia.
Questi tre accadimenti hanno comportato un nuovo atteggiamento da parte dello Stato italiano, in particolare i Comuni. I Sinti e Rom, visti attraverso gli stereotipi, possono stare sul territorio solo se sono pochi e quindi “controllabili”. Il messaggio lanciato a suon di sgomberi è stato: “un certo numero di famiglie le possiamo tollerare ma se ne arrivano degli altri vi cacciamo tutti”. E si chiedeva alle stesse famiglie Rom o Sinte di controllare il territorio: “se non vuoi essere cacciato di agli altri di non venire qui!”
Questo messaggio è quindi lanciato dalle amministrazioni alle famiglie sinte e rom da quasi quarant’anni, soprattutto nelle regioni del Nord Italia, dove è stata più alta l’esplosione demografica e il fenomeno dell’immigrazione. Nello stesso periodo le Amministrazioni comunali iniziano ad emettere le ordinanze sindacali di “divieto di sosta ai nomadi” che rafforzano sempre di più il messaggio originario: “va bene, fino a quando ci siete voi ma se arrivano altri vi cacciamo tutti!”.
Questa situazione la possiamo vedere, ad esempio, oggi a Rimini. Alle richieste di incontro, formulate dall’associazione Sucar Mero all’Amministrazione Comunale sulla drammatica situazione igienico-sanitaria presente nel “campo nomadi”, il Sindaco ha risposto:
“Ritengo utile precisare la posizione dell’Amministrazione Comunale in merito alla situazione del campo nomadi non autorizzato di via Islanda, sul quale- noto- si sta facendo troppa propaganda disinformata. Innanzitutto vanno distinti i problemi. Quello è da oltre vent’anni a tutti gli effetti uno spazio occupato dalla comunità nomade Sinti. All’inizio- e si sta parlando di fine anni Ottanta- si doveva trattare di una soluzione temporanea. Il suo protrarsi nel tempo è diventato problema difficilmente gestibile nell’ultimo biennio allorché si sono avute decine di nuovi ingressi di persone di origine rumena fuori da ogni controllo e di fatto ‘tollerate’ dagli abitanti del campo. […] Bisogna essere molto chiari su questo: il Comune di Rimini non ha alcuna preclusione al dialogo ma a condizioni chiare. La prima è che quello spazio possa ‘ingrossarsi’ disordinatamente di presenze che non hanno nulla a che fare con la popolazione italiana lì stanziata da anni. E’ una questione della quale si deve fare garante la stessa comunità”.
Il messaggio è chiaro:
1) state attenti perché voi Sinti italiani siete temporaneamente a Rimini;
2) l’Amministrazione Comunale si farà carico dei Vostri problemi solo se cacciate i Rom rumeni arrivati in questi anni.
Oggi l’associazione Sucar Mero, fondata da appartenenti alla Missione Evangelica Zigana e dall’associazione Sucar Drom, risponde al Sindaco che non pensa minimamente di cacciare dei Cittadini europei. Sarà il Comune ad affrontare la questione, verificando la situazione delle poche famiglie presenti e decidendo, in base alla normativa europea e nazionale, se queste stesse famiglie di Rom rumeni possono rimanere a Rimini o no. L’associazione Sucar Mero chiede al Comune di Rimini di aiutare le famiglie rom, così come le famiglie sinte, che stanno faticosamente cercando di costruire un percorso di inserimento.
Di fatto tantissime Amministrazioni comunali hanno utilizzato questo messaggio per anni e tantissimi Sinti e Rom italiani, senza nessuna tutela, hanno soggiaciuto impotenti a tale diktat. Tant’è che già nel 1976 nel libro “adolescenti zingari e non zingari” di Karpati e Sasso (edito da Lacio Drom) alcuni ragazzi nell’immaginare la loro collocazione in una Città ideale, affermavano che bisognava essere in poche famiglie perché altrimenti il Sindaco cacciava tutti.
Questa situazione non è stata vissuta in tutta l’Italia e per esempio l’Abruzzo è stata esclusa da questo fenomeno. L’Abruzzo non ha vissuto una grande immigrazione e l’esplosione demografica è iniziata alcuni anni prima, in pieno boom economico italiano che ha evitato il formarsi di queste politiche razziste. Al contrario chi ha vissuto sulla pelle queste politiche razziste ne è stato profondamente colpito perché è stato cacciato e ha dovuto ricostruire in altri Comuni tutta una serie di relazioni che gli permettessero di poter vivere in un determinato luogo.
Sottovalutare questo problema è molto pericoloso perché è stata ed è la forma di razzismo più subdola ma anche quella che più ha compenetrato le stesse comunità sinte e rom, portando a dispute sterili ed inutili.
Questo problema non è mai stato ne analizzato ne affrontato dai leader rom e sinti che al contrario si sono concentrati sulle discriminazioni subite dai Sinti e dai Rom nell’associazionismo. Tema importante perché l’associazionismo è stato visto, dagli stessi leader sinti e rom, come l’unico sbocco alla rappresentanza. E’ solo nel 2005 con l’elezione di Yuri Del Bar nel Consiglio Comunale di Mantova che tutti i leader sinti e rom capiscono l’importanza di non rimanere imbrigliati nel solo spazio associazione.
Inoltre, la questione della rappresentanza è legata in maniera indissolubile alla questione della partecipazione. Ma partecipazione e rappresentanza sono due cose molto diverse.
La partecipazione, come nella definizione dell’Istituto di Cultura Sinta, deve uscire dall’approccio strumentale. Infatti, questo approccio vede il coinvolgimento dei Sinti e dei Rom come mezzo per raggiungere gli obiettivi di un determinato progetto (di solito pensato non da Sinti e/o Rom) nella maniera più efficiente, efficace e sostenibile. La partecipazione in questo caso può essere una sorta di "condizionalità" imposta dall'alto o il risultato di una mobilitazione "volontaria" che punta all'ottenimento dei benefici materiali offerti dal progetto. Questo approccio è, nel migliore dei casi, quello utilizzato In Italia. In effetti, dispiace affermarlo, ci sono moltissime realtà in Italia che non impiegano nessun approccio alla partecipazione.
L’Istituto di Cultura Sinta ha invece promosso per la prima volta in Italia un approccio diverso che vede la partecipazione come un fine in sé, mirante al rafforzamento del potere dei Sinti e dei Rom (empowerment) in tutti i processi decisionali che li riguardano, accrescendo il loro controllo sulle scelte relative ai processi di cambiamento. Nuove capacità acquisite attraverso il processo partecipativo stimolano un ruolo attivo e dinamico delle comunità sinte e rom che si espande oltre i confini di un progetto particolare e investe processi di trasformazione sociale di più vasta portata.
Mentre il primo approccio privilegia le strutture e i risultati della partecipazione, il secondo si concentra su un processo che non ha necessariamente un obiettivo preciso ma che stimola cambiamenti profondi nei rapporti tra le diverse culture e società: i Sinti e i Rom parte integrante ed interagente in Italia che sanno essere protagonisti nella vita sociale e politica. Uscendo anche dalla visione che i Sinti e i Rom si occupino solo di Sinti e Rom.
In Italia i leader rom e sinti hanno cercato per decenni, senza successo, di arrivare al vertice delle poche organizzazioni pro rom e sinti, presenti in Italia, rimanendo di fatto avvitati in una situazione marginalizzante. Oggi questa fase sembra superata perché sulla spinta di alcune associazioni si è promosso un forte associazionismo partecipativo. Ma permangono problemi da affrontare e se qualcuno pensa di non affrontarli, si ritroverà tra alcuni anni contestato da nuovi e giovani leader rom e sinti che gli contesteranno ciò che oggi si contesta all’associazionismo pro rom e sinti.
La rappresentanza è legata alla partecipazione ma è una cosa diversa. Vi sono diverse forme di rappresentanza: diretta, indiretta (o impropria), organica (o istituzionale). E ognuno si veste o si potrà vestire con la definizione che più gli aggrada. Ma penso che oggi l’unica possibilità è che vi sia un contemperamento delle diverse esigenze presenti. Bisognerà vestirsi in un modo ma affermare che quel vestito non è soddisfacente e quindi promuovere il vestito della rappresentanza organica.
Questo è quello che è stato promosso dall’associazione Sucar Drom, insieme ad altre associazioni, con la costituzione del comitato Rom e Sinti Insieme e di seguito con la costituzione della federazione. Il soggetto rappresentante (la federazione) rappresentava organicamente solo le associazioni, dove i Sinti e Rom avevano un potere decisionale diretto nei consigli direttivi. Ma di fatto veniva vista dall’esterno come una rappresentate indiretta (o impropria) e in alcuni casi diretta dei Rom e dei Sinti. In alcune situazioni ci si è anche proposti come rappresentanza organica.
Le strade oggi possono essere diverse e ognuno deciderà in coscienza, sicuramente rinfacciando all’altro di sbagliare più o meno consapevolmente. Ma rimane il fatto che è stato dato uno scossone alle minoranze sinte e rom. Tutti sono più consapevoli che bisogna partecipare per non lasciare ad altri le decisioni sul proprio futuro. Tutti hanno capito che bisogna crescere nelle persone che ti sono vicine la consapevolezza che ogni Sinto e ogni Rom non deve rimanere succube a ciò che gli accade intorno. Tutti sono consapevoli che impegnandosi in prima persona le cose possono cambiare. di Carlo Berini

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Genova, caro Assessore è chiaro che ti riferisci ai Rom

Caro Assessore Scidone, a proposito della sua proposta di ordinanza sul divieto a camper e roulotte di stazionare nel territorio genovese. Lei ha di proposito non nominato i rom evitando di incorrere nella violazione degli articoli 3 e 16 della Costituzione, ma è palese che a loro si riferisce.
Lei ha fatto tesoro delle critiche riservate ai sindaci leghisti e ha aggirato l’ostacolo. Niente “divieti di sosta ai nomadi”, ma “divieto di sosta a camper roulotte e divieto di collocare le idonee infrastrutture per svolgere le consuetudini di vita.” E’ chiaro che si riferisce ai rom.
Partiamo da due posizioni diverse: lei vorrebbe risolvere il problema rom, io dico che sarebbe più consono affrontare “il problema che hanno i rom.”
Io, lei e tanti non rom, abbiamo ventri sazi, vestiamo morbidi indumenti e soprattutto la sera torniamo a dormire in case confortevoli. Gli zingari no. Quello rom è un popolo che soffre. Vada a vedere perché.
Impediamo ai rom di viaggiare e al tempo stesso di fermarsi perché stento a credere che lei trovi il campo nomadi di Molassana una sistemazione civile. Anche Monsignor Bagnasco ha definito il campo di Molassana una sistemazione che non può essere considerata definitiva. Le ricordo che i “campi nomadi”, veri ghetti in cui costringiamo i rom a sopravvivere, sono una caratteristica unicamente italiana.
E’ mai entrato nel campo nomadi di Molassana?
Da come una società tratta gli ultimi, direbbe Gandhi, si può vedere rappresentato senza mistificazioni il suo livello di evoluzione.
Tornando alla sua ordinanza, ci vuol forse dire che un rom, ammesso possegga un terreno, non potrà più fermarvisi? O che un cittadino non rom non può ospitare nel suo terreno un camper di un rom? Dove dovrebbero fermarsi i rom, in campeggio? E’ certo che lì i rom verrebbero accettati senza reticenze e con gioia? Consideri, Assessore, che anche i rom sono persone per continuare a parafrasare Primo Levi. Le assicuro che oggi i rom non hanno bisogno di buonismo, ma di verità, uguaglianza di trattamento e di diritti. Cosa accadrebbe se tutte le città, i paesi, si comportassero come lei? Dove dovrebbero fermarsi i rom? Ritiene che le aree di Staglieno e Marassi non siano idonee? Bene, cerchi un’alternativa. Esiste a Genova un’area di sosta attrezzata? In caso contrario la sua proposta potrebbe sembrare un’ordinanza a metà, tanto per accontentare quella parte di cittadini che vede nello zingaro la causa principale dei propri problemi. Non è colpa dei rom se l’Italia si sente insicura, come sbandierano alcuni partiti.
Almeno da un esponente della sua area politica, verso cui nutro stima, ci si poteva aspettare una visione più ampia e profonda del problema che hanno i rom. di Pino Petruzzelli

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Roma, le proposte del Pd a favore dei Rom

Interviene Roberto Morassut (in foto), Segretario regionale del PD, sulla questione Rom. Morassut giustamente afferma che "dopo un anno di Alemanno sul tema nomadi c'è il nulla"
"L'obiettivo non può essere la segregazione, ma il graduale inserimento nel nostro territorio di rom, rumeni e bosniaci che costituiscono il nucleo fondamentale dei campi, e che sempre più tendono ad essere stanziali. Che cosa fare? Un piano a medio e lungo termine, con un progetto dettagliato con circostanziate voci di spesa che ottenga il finanziamento da parte della Comunità Europea. L'Italia finora non ha presentato un progetto in grado di accedere ai finanziamenti, che sono vincolati e non trasferibili su altri capitoli di spesa (ad es. l'emergenza abitativa)".
Il Pd del Lazio indica anche il ruolo degli enti locali, che "devono finanziare e gestire un piano generale di interventi per facilitare l'inserimento dei 'nomadi' sostenendo la formazione all'educazione e alla legalità di bambini e adolescenti, come anello debole ma potenzialmente risolutivo".
Secondo il Pd è necessario "prevedere all'interno delle scuole delle figure di mediatori culturali in grado di facilitare l'inserimento dei bambini di etnie diverse in classi curriculari (quindi non differenziate)" e "sottoscrivere protocolli d'intesa per progetti sperimentali per valorizzare le competenze presenti in attività di pubblica utilità (ad esempio l'accordo Ama - Opera Nomadi)". Viene inoltre proposto di "riconoscere progressivamente lo status del permesso di soggiorno e della cittadinanza per i giovani nati e residenti in Italia al raggiungimento della maggiore età per rafforzare il processo di integrazione".

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Cgil, Cisl e Uil: l'Italia discrimina gli immigrati, i Rom e i Sinti

L’Italia discrimina i lavoratori stranieri, e lo fa venendo meno anche agli impegni assunti a livello internazionale. È l’accusa lanciata da Cgil, Cisl e Uil in un rapporto sulla situazione di migranti, rom e Sinti in Italia destinato all’ Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), che fa capo all’Onu.
Il documento prende a riferimento la convenzione Ilo del 1975 dedicata ai migranti illegali e alla parità di opportunità e trattamento per i lavoratori stranieri. L’Italia l’ha ratificata nel 1981, ma è l’unico paese europeo tra i 25 chiamata dall’agenzia delle Nazioni Unite a rispondere di violazioni. Ieri a Ginevra si sono confrontati i rappresentanti del nostro governo e un rappresentante sindacale dell'ufficio internazionale della Cgil, ora si aspetta la decisione dell’ Ilo.
Secondo i sindacati il nostro paese disattende diversi articoli della convenzione. La libertà religiosa, si legge nel rapporto, “ha trovato ostacoli a livello locale, con problemi posti alla costruzione di moschee (Lombardia, Veneto) ed alla espressione di preghiera in pubblico”. Il diritto di voto alle politiche è negato, così come quello amministrativo “in quanto l’Italia non ha mai ratificato il capitolo C della Convenzione di Strasburgo”.
Le leggi italiane sono poi discriminatorie “dall’accesso al lavoro pubblico (negato a chi non ha cittadinanza italiana), ai trattamenti previdenziali (differenziati nelle ipotesi di godimento per chi rientra nei paesi d’origine), all’utilizzo dei titoli di studio conseguiti all’estero (in genere non riconosciuti dall’Italia), fino al godimento di bonus (come quello relativo alla nascita di un figlio) che le ultime finanziarie hanno esplicitamente escluso per i non italiani”.

La convenzione dell’Ilo prevede anche, per i migranti irregolari, “diritto a percepire remunerazione e previdenza sociale per i lavori svolti, garanzia di poter far valere i propri diritti di fronte ad un ente competente; diritto del migrante e della propria famiglia a non sostenere le spese in caso di espulsione”. Disposizioni che sottolineano i sindacati, sono completamente disattese in Italia.
Anzichè promuovere l’uguaglianza, aggiungono i sindacati, “si tende ad ingenerare nella pubblica opinione un sentimento di rifiuto dell’immigrazione. L’accostamento del termine “clandestino” con quello di criminale, la criminalizzazione di un’intera etnia come nel caso dei rom o dei cittadini romeni, sono parte di una campagna spesso ad opera di autorità pubbliche o esponenti di partito. Campagna che produce un “insofferenza”, “rifiuto” ma anche “episodi individuali o collettivi di razzismo e xenofobia”.
Inoltre, il “pacchetto sicurezza”, confermerebbe “l’intenzione di creare una legislazione separata penalizzante per gli immigrati, in particolare per gli irregolari, con gravi conseguenze della violazione di diritti umani e civili”. In particolare il reato di clandestinità avrà “un effetto a pioggia sulla legislazione e sul comportamento di pubblici funzionari che, in caso di non segnalazione di un migrante non in regola, potrebbero incorrere nella violazione dell’art. 328 del codice penale (rifiuto od omissione d’atti d’ufficio)”.
Quanto a Rom e Sinti, i sindacati criticano “l’approccio emergenziale con cui si tratta un tema vecchio di secoli”. “Manca è una seria politica di integrazione in materia di abitazioni, scuola ed avvio al lavoro. In fondo il tema Rom (e per analogia) dei romeni, serve ad agitare l’opinione pubblica e ad esasperare i comportamenti più violenti com’è successo l’anno scorso vicino a Napoli”. di Elvio Pasca

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Cohre, il pacchetto sicurezza viola la Carta sociale europea

Il pacchetto sicurezza e i discorsi razzisti e xenofobi hanno portato a misure contrarie al rispetto dei diritti umani in particolare, ma non solo, di Rom e Sinti in Italia. Questa la tesi sostenuta dall'organizzazione non governativa Cohre, che si occupa di difendere il diritto alla casa e prevenire gli sfratti, nel ricorso collettivo contro l'Italia presentato al Comitato per i diritti sociali, organismo del Consiglio d'Europa incaricato di valutare se gli Stati membri rispettano quanto previsto dalla Carta sociale europea.
Nel ricorso, registrato con il numero 58/2009, presentato lo scorso 29 maggio, ma di cui si è avuta notizia solo oggi, l'organizzazione sostiene che le autorità italiane hanno violato 5 articoli della Carta sociale europea. Secondo il Cohre, l'Italia avrebbe violato il diritto delle famiglie Rom e Sinti a godere di protezione sociale, legale ed economica (art. 16) e il diritto alla protezione e assistenza dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie (art. 19).
Inoltre, nel ricorso si sostiene la violazione dell'articolo 30 che impone agli Stati di garantire a Rom e Sinti, cittadini italiani, la protezione contro la povertà e l'esclusione sociale e dell'articolo 31 che sancisce il diritto alla casa. In ultimo, nei confronti di Rom e Sinti le autorità avrebbero anche violato il diritto alla non discriminazione come previsto dall'articolo E della versione rivista della Carta sociale europea.

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giovedì 11 giugno 2009

Como, sequestro e violenza privata: nei guai due vigili urbani

Due agenti della polizia locale di Como sono finiti sotto inchiesta con l’accusa di sequestro di persona e violenza privata per aver fermato una donna rumena - fermata sulla base dell’ordinanza contro l’accattonaggio firmata lo scorso autunno dal sindaco Bruni - averla caricata sull’auto di servizio e averla abbandonata in pieno inverno, con una temperatura sotto zero e tra la neve in cima a Civiglio.
Non prima di averle fatto togliere le scarpe e averle gettate in un dirupo, ovviamente innevato. L’episodio incriminato risale al 3 gennaio, due giorni dopo l’ennesima nevicata di un inverno tra i più rigidi e imbiancati che Como ricordi.
La donna, una ultrasessantenne frequentatrice abituale degli incroci semaforici della convalle, dopo essere stata abbandonata in "altura" ha dovuto far rientro in città a piedi.
L’inchiesta ha preso il via solo alcuni mesi dopo, pare in seguito a una relazione di servizio che uno dei due componenti della pattuglia incriminata ha consegnato al comandante. L’estensore della relazione di servizio, nei giorni scorsi, è stato interrogato dal magistrato titolare del fascicolo alla presenza del suo avvocato e avrebbe di fatto confermato l'episodio. da La Provincia di Como

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Passpartù 33: la cultura rom servita sul piatto

Torta di spinaci, involtini di verza, biscotti di nocciola e cocco. Romanò Hape, il catering di cucina rom, offre piatti tipici della cucina romanì da gustare a feste e mercati o da portare a casa in graziose scatoline. In nessuna parte d’Italia esiste un ristorante di cucina rom. Oggi però le cose sembrano cambiare. Da diversi mesi a Roma è iniziato il progetto Romanò Hape: un laboratorio di cucina che si propone per feste, catering e mercati. Tutto questo durante la puntata audio di Passpartù 33: La cultura rom servita sul piatto. A cura di Marzia Coronati.
Romano Hapè, promosso da Roma onlus, non è solo un corso di cucina, ma un modo per buttare giù le barriere e mettere a confronto due culture che convivono ormai da decenni nella stessa città, senza però conoscersi. Non solo, il progetto mira anche a unire le varie comunità rom, da tempo frammentate, e a mettere fine alla mentalità maschilista tipica della cultura rom. “Vogliamo che si capisca l’importanza dell ruolo della donna, in una società prevalentemente maschilista com’è quella rom” spiega Graziano Halilovic (in foto), di Roma onlus, “per questo abbiamo aperto il corso solamente alle donne, nonostante ci siano molti uomini rom che hanno eccellenti doti culinarie”.
Il catering Romanò Hape è una delle tappe di un progetto più grande: la ricerca transdisciplinare “Campus rom, oltre i campi nomadi”. Iniziato nel 2007 dal laboratorio di arte urbana Stalker e da Roma onlus, il progetto ha un obiettivo principale: creare uno scambio tra la comunità italiana e quella rom, attivando così un percorso di conoscenza.

La prima tappa del progetto intrapresa da Stalker consisteva in un viaggio nei "campi" di Roma con gli studenti di architettura dell’università Roma 3. Studenti e professori abitavano queste realtà per una settimana, per portare avanti un percorso di “apprendimento reciproco”, in cui imparavano le tecniche architettoniche dei romma mettevano anche a disposizione le loro conoscenze. Nell’estate 2008 Stalker ha portato avanti il progetto “Savorengo Ker”, in romanì la casa di tutti. Si trattava di una piccola costruzione costruita all’interno del "campo nomadi" Casilino ‘900. La Savorengo Ker era stata costruita dai rom delle quattro diverse etnie del campo, unite in un progetto volto a dimostrare che è possibile proporre risposte concrete in alternativa ai container e alle baracche. Una micro-villetta in legno messa in piedi con lo stesso budget finanziario necessario per realizzare un container. Durante la costruzione della Savorengo Ker un gruppo di fotografi professionisti e non hanno scattato centinaia di foto e oggi quattro di loro espongono alcuni di questi scatti in una mostra inaugurata venerdì 5 giugno all’ Ex-mattatoio di Roma. La comunità rom, sempre più spesso descritta come “un’emergenza”, è fotografata in questa mostra in momenti di condivisione e scambio di conscenze con la comunità italiana.
Isole dove il transitorio è perenne, i "campi nomadi" di Roma si sono trasformati negli anni; nati come luogo di sosta per i rom italiani e i transitanti, sono poi divenuti centri di accoglienza per i rifugiati dell’Ex-Jugoslavia, perdivenire oggi, nell’ultima versione, ghetti abitativi per un’etnia. Secondo i fautori della ricerca “Campus rom”, non servono grandi stanziamenti per migliorare le condizioni di vita della comunità rom, ma si tratta semplicemente di interrompere quel circolo vizioso stretto intorno ai rom fatto di criminalizzazione, pregiudizi, investimenti in sicurezza, confinamento dei campi.
Ma poco o niente è stato fatto per promuovere l’autorappresentazione e l’autopromozione. Proprio per sostenere l’autorappresentazione e l’autopromozione della comunità rom Stalker e Roma Onlus hanno promosso un laboratorio/concorso di fotografia, Romané Chavé, in cui gli studenti si sono finalmente autorappresentati a loro modo.

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Servizio civile, Gelem Gelem: il centro Pinochio ti aspetta!

IBO Italia cerca 4 volontari per il progetto di Servizio Civile a Panciu presso l’associazione locale Rom Pentru Rom ed il suo centro giovanile “Pinochio”. Se hai dai 18 ai 28 anni, conosci le lingue, sei un tipo che si adatta, sa lavorare in gruppo con umiltà e determinazione, vai oltre i pregiudizi, credi nella ricchezza delle di‑erenze ma anche nel rispetto delle diversità, hai esperienza nell’educazione non formale e nell’animazione o nella progettazione sociale, allora devi provarci!
A Panciu, paese di circa 10.000 abitanti, a 180 km da Bucarest, l’associazione Rom Pentru Rom gestisce un centro giovanile dove circa 40 fra bambini, adolescenti e ragazzi, rom e non rom, studiano, giocano e crescono insieme superando barriere e pregiudizi, oltre a difficili situazioni familiari. Alfabetizzazione, sostegno scolastico, teatro, giocoleria, musica, educazione all’igiene, scambi internazionali: lo staff locale, aiutato dai volontari italiani, porta avanti molteplici attività e numerose collaborazioni.
Per informazioni: IBO Italia - Sonia Santucci, Ufficio Servizio Civile:Via Montebello 46/a 44121 Ferrara, tel: +39 0532 243279/247396, fax: +39 0532 245689, cell +39 3341164508, e-mail: serviziocivile@iboitalia.org

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Diversità come Valore

Quattrocentomila euro da investire in campagne di sensibilizzazione sul territorio nazionale, attività formativa agli operatori della pubblica amministrazione di varie Regioni italiane e iniziative finalizzate alla costituzione di reti territoriali per il contrasto delle diverse forme di discriminazione. E' quanto previsto dal progetto "Diversità come Valore" predisposto dall'Unar, Ufficio antidiscriminazioni razziali, con l'adesione al programma "Progress" della Commissione europea.
"Lo scorso 15 maggio è stata costituita presso il Dipartimento per le Pari Opportunità una cabina di regia con le associazioni più rappresentative nei diversi ambiti della discriminazione", annuncia il neo-direttore generale dell'Unar, Massimiliano Monnanni.
Contemporaneamente, annuncia Monnanni, "è stato reso operativo il primo accordo inter-istituzionale per la creazione di una rete regionale dei centri anti-discriminazione in Emilia Romagna, che verrà sottoscritto entro il mese di giugno". Soprattutto le Regioni del Sud, invece, sono interessate alla costruzione di una "banca dati dei fenomeni di discriminazione" e alla mappatura delle attività e dei servizi istituiti dagli enti locali. Per attuare queste azioni sono stati resi operativi per il 2009 circa 2 milioni di euro a valere sul Fondo Sociale Europeo 2007-2013.
"Da diverso tempo, e ancora oggi", conclude il direttore generale,"l'Unar assicura un valido e costante apporto in materia di prevenzione e contrasto di ogni forma di discriminazione per orientamento sessuale, religione e disabilità".

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Xenofobi al Parlamento europeo

Il Giornale ha pubblicato ieri , a firma di Roberto Fabbri, un articolo per descrivere alcuni dei nuovi parlamentari europei, eletti pochi giorni fa. L’articolo chiarisce subito che si parla di xenofobi dichiarati ma naturalmente già dal titolo il giornalista descrive questi spregevoli individui in maniera vezzeggiativa e quasi soddisfatta. Insomma si è contenti dell’elezione dei ragazzi terribili nel nuovo Parlamento europeo.
Naturalmente quasi tutti se la prendono con i Rom e i Sinti, alcuni con proposte veramente vergognose. Rimane il rammarico per l’incompletezza dell’elenco, perché guarda casa mancano le presentazioni degli xenofobi nostrani che siederanno nei prossimi cinque anni nel Parlamento europeo. Ma come conclude il giornalista, ci saranno le occasioni per parlare dei parlamentari xenofobi e quindi, forse, anche per gli xenofobi nostrani. Di seguito l’articolo…
Xenofobo? Sì grazie. Nel Parlamento europeo appena rinnovato a colpi di astensionismo e voti di protesta (ma non solo... ) non saranno in pochi a rispondere così. I movimenti populisti ostili all’immigrazione islamica, ma anche alle minoranze di casa propria (come spesso è il caso dell’Europa orientale), hanno inviato a Strasburgo una galleria di tipetti a dir poco pittoreschi. Ne abbiamo selezionati sette, che promettono di movimentare le sedute come neanche Borghezio sa fare.
Gente manesca e con la fedina penale non immacolata come Gigi Becali, fresco eletto del partito della Grande Romania, uno che vorrebbe vedere i gay confinati in quartieri ad hoc. Miliardario nato in una famiglia di pastori, accusato di corruzione in favore della sua squadra di calcio ma anche di aggressione e sequestro di persona per aver tentato di farsi giustizia da sé nei confronti di tre ladri che avevano provato a rubargli l’auto. S’è fatto due settimane di galera e al momento non ha l’autorizzazione a lasciare la Romania: per ora Strasburgo la vede col binocolo.

A illustrare la vicina Ungheria c’è invece la signora Krisztina Morvai, avvocato 45enne e leader del partito ultranazionalista di destra Jobbik (i Migliori), in greve odore di antisemitismo. A Strasburgo porterà la sua campagna contro gli "zingari", accusati di essere dei parassiti e dei ladri professionisti, e per la tutela degli ungheresi all’estero: non un dettaglio quest’ultimo, perché con la seconda guerra mondiale l’Ungheria ha perso ampi territori e milioni di cittadini, ora in pessimi rapporti coi loro “connazionali” romeni e slovacchi. Jobbik vuole per loro l’autonomia. Chissà cosa ne penserà Jan Slota, spedito a Strasburgo dal Partito nazionalista slovacco: un signore di cui si racconta che fuggì dalla Cecoslovacchia comunista negli anni Settanta per poi dedicarsi ai furti d’auto in Austria, da dove pure dovette scappare per non finire in prigione. Slota gli ungheresi non li può soffrire, come pure gli "zingari": ai primi ha fatto sapere che conta di presentarsi a Budapest a bordo di un carro armato, ai secondi che i loro problemi vanno gestiti «a colpi di frusta».
Se questo è l’Est, l’Ovest comunque non delude. Di Geert Wilders, capo dell’olandese Partito della libertà, sappiamo già che ha sbancato le urne dopo aver detto peste e corna dell’islam («religione fascista come il Corano») e degli immigrati in generale. Wilders condivide l’ostilità verso i musulmani con Nick Griffin, il cinquantenne capo del British National Party che ha concluso la sua lunga rincorsa politica con l’elezione a parlamentare europeo. Convinto che l’islam sia «una religione viscida e perversa», in ottimi rapporti con il leader dell’italiana Forza nuova Roberto Fiore, con gli ungheresi di Jobbik e col grande vecchio dell’ultradestra francese Jean-Marie Le Pen, quello che «le camere a gas sono un dettaglio della storia», (confermato a suon di voti a 80 anni, invece), Griffin (che ha studiato a Cambridge) dà dell’«idiota» a chi lo definisce razzista: si limita a ricordare che anche in Inghilterra «la gente è stufa degli islamici che mettono le bombe nella metropolitana di Londra e poi ci insultano, degli orientali che ci rubano il lavoro e degli stupratori e dei violenti che insudiciano le nostre strade». Quanto ai clandestini, «li si prende e li si caccia, con le buone o con le cattive».
Lo spazio è tiranno ed è un peccato: meriterebbe raccontare del «Vero finlandese» Timo Soini, che ha trionfato promettendo di stanare «tutti quelli che vivono in Finlandia e nemmeno sappiamo dove», o del populistissimo beppegrillo austriaco Hans Peter Martin, ex giornalista dello Spiegel ed ex socialdemocratico cui ha giovato per la terza eurolegislatura di fila lo slogan «solo lui può controllare i potenti». Ma tanto ci daranno occasione di parlare di loro, non dubitate.

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Roma, battuta d'arresto alla vigilianza a "guardia" dei "campi nomadi"

Finisce nelle secche l'appalto sulla vigilanza nei “campi nomadi” della Capitale. Ieri il Tar del Lazio lo ha sospeso. Si tratta di un affare da 4 milioni di euro in tre anni per il quale la Prefettura di Roma aveva invitato a gareggiare sette istituti di vigilanza. E non altri. Ed è questa la ragione che si è trasformata in un bastone tra le ruote. Un altro istituto di vigilanza, la Securitas metronotte di Raffaele Zanè, ha contestato l'esclusione. E ieri è stata sospesa l'apertura delle buste con l'offerta degli altri istituti: la più conveniente avrebbe vinto.
Il Tar ha ritenuto che non siano stati correttamente applicati «i poteri di deroga alle disposizioni normative vigenti in materia di aggiudicazione di appalti pubblici» da parte del Commissario per l'emergenza nomadi (il prefetto Giuseppe Pecoraro, ndr). Non solo. Per i giudici amministrativi sussiste anche «evidente periculum in mora, atteso l'avanzato stato di espletamento della procedura negoziata».
La lettera di invito della Prefettura è partita il 6 maggio. Destinatari Italpol, Nuova Città di Roma, Deltapol, Security service, Sicurglobal vigilanza, Sipro e Urbe. Oggetto: affidamento dei servizi di vigilanza armata, portierato e videosorveglianza nei campi nomadi di Roma (7 lotti). I campi sono quelli di via Candoni, via di Salone, Castel Romano, Camping Nomentano, Gordiani e Camping River. Termine per la presentazione delle buste il 22 maggio, le offerte saranno aperte il 26. La Prefettura inoltre stabilisce un requisito: l'istituto che vuole partecipare alla gara deve avere minimo 400 addetti. La Sicuritas metronotte ne ha quasi tremila, ma non riceve alcun invito. E allora il 21 parte il ricorso. Ieri la sospensione che riapre i giochi. di Fabio Di Chio

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Milano, la legge fascista del 1931 nega il lavoro ad un Cittadino immigrato

La norma che prevede la cittadinanza italiana o europea per lavorare nei servizi di trasporto pubblico ''non appare di certo priva di logica, o irrazionale, o arbitraria'', anche alla luce dei ''rischi di attentati''.
E' quanto scrivono i legali dell'Atm (l'azienda dei trasporti milanesi) nella memoria presentata al giudice del lavoro di Milano a cui si è rivolto, con un ricorso, un marocchino di 18 anni lamentando di non poter essere assunto dall'azienda in base a un decreto regio del 1931.
I legali dell'Atm, gli avvocati Alberto Rho e Claudia Muro, spiegano infatti che ''il servizio di pubblico trasporto'' presenta ''delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati''. Per questo, proseguono gli avvocati nella memoria, ''si può comprendere, dunque, se il legislatore italiano ha ritenuto di limitare l'accesso all'impiego nel settore dettando determinati requisiti, tra i quali quello della cittadinanza, ritenendo, forse, che il legame personale del cittadino allo Stato dia maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica''. Gli avvocati richiamano, a questo proposito, nella memoria anche la notizia del 5 giugno scorso di 5 terroristi maghrebini arrestati perchè stavano progettando, tra l'altro, un attentato nella metropolitana milanese, che avrebbe dovuto compiersi prima delle elezioni del 2006. Il marocchino, M.H., regolare in Italia e diplomato in una scuola professionale italiana per elettricisti, ha fatto ricorso il 12 maggio scorso, assistito dagli avvocati Alberto Guariso e Lidio Neri, al Tribunale del Lavoro contro Atm ''per l' impossibilità di presentare un curriculum all'azienda, perchè sul sito della società si fa riferimento al regio decreto e si parla di assunzione soltanto di cittadini italiani o europei''. I legali del giovane hanno chiesto in particolare di far rimuovere il requisito di cittadinanza, definendo nel loro ricorso il regio decreto del 1931 un ''residuato bellico'' che ''equipara i lavoratori del settore autoferrotranviario ai dipendenti pubblici''. da Stranieri in Italia, continua a leggere...

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mercoledì 10 giugno 2009

Ue, il Consiglio Affari sociali e occupazione approva i “10 principi comuni” per l’integrazione dei Rom

10 principi comuni per l’integrazione delle popolazioni rom: è quanto propone il Consiglio dell’Unione europea, nella sua formazione Affari sociali e occupazione, che si è riunito lunedì a Lussemburgo.
Nei principi, frutto del lavoro della “piattaforma europea integrata sull’inclusione dei rom”, si sottolinea la necessità di un intervento orchestrato e mirato da parte delle autorità pubbliche a ogni livello, dal locale al comunitario, accompagnata dalla necessità imprescindibile di includere i rom in tutti i processi decisionali che li riguardano.
La situazione dei Rom viene letta nelle conclusioni del Consiglio come “una tragedia umana e potenziale focolaio di tensioni sociali”. Per affrontare la questione in modo efficace, i vertici dell’Ue ritengono che sia necessario un approccio esplicito ma non esclusivo, nel senso che le politiche a favore dei rom non devono escludere interventi a favore di persone nelle stesse condizioni di povertà ed esclusione. L’obiettivo è inserire i rom nella società maggioritaria (‘mainstreaming’) per combattere l’esclusione, nel rispetto della diversità culturale e tenendo conto delle questioni di genere. Per raggiungere questi obiettivi è fondamentale, in base ai principi comuni, che vi sia un flusso continuo di scambio di buone prassi tra i vari attori europei e un uso completo e consapevole degli strumenti finanziari (Fondo sociale europeo e altri fondi strutturali) e legali (direttive antidiscriminazione, ecc.) propri dell’Unione europea. Fondamentale anche l’apporto della società civile e in particolare delle organizzazioni rom, al fine di incrementare pratiche di cittadinanza attiva da parte di questa minoranza.

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martedì 9 giugno 2009

Abbiamo perso, in tutti i sensi

I numeri ci dicono che Dijana Pavlovic non siederà per i prossimi cinque anni nel Parlamento europeo. Il dato elettorale è chiaro: le forze politiche italiane che in una qualche misura hanno sempre sostenuto le battaglie delle minoranze rom e sinte, non entrano nel Parlamento europeo perché sono divise.
In questo contesto desolante fa paura la crescita impetuosa della Lega Nord nell’Italia Settentrionale ma anche Centrale. Come tutti sanno è questa la forza politica che in maniera organica si è distinta con campagne xenofobe contro le minoranze sinte e rom. Il Veneto e la Lombardia, rischiano di diventare in maniera definitiva feudi leghisti, dove le minoranze sinte e rom subiranno sempre più violente politiche di esclusione.
Il Pdl e in particolare il premier Berlusconi, dopo il deludente risultato elettorale, sono in affanno e quindi probabilmente cercheranno di limitare i “successi” della Lega Nord nell’azione di Governo. Le strade che il Pdl potrà seguire sono due: cercare di superare la Lega Nord sul terreno della "sicurezza" o porre un freno alle richieste. Sarà importante il risultato elettorale nella Provincia di Milano, dove Penati si è impegnato in una campagna elettorale durissima nel cercare di superare le posizioni della Lega Nord, soprattutto sulla questione rom. Vedremo quello che succederà nei prossimi giorni in attesa del ballottaggio.
In questo contesto desolante è anche venuto a mancare un impegno organico e capillare delle associazioni sinte e rom. Questo per diverse ragioni, ma soprattutto per una diffidenza strutturale verso la piena partecipazione politica delle popolazioni sinte e rom. In pochissimi territori sono state fatte assemblee con le comunità sinte e rom per incontrare i candidati, sia per le europee che per le amministrative, con lo scopo di offrire alle persone una maggiore conoscenza e una maggiore consapevolezza sull’importanza del voto.

Nei prossimi mesi sarà importante una riflessione anche perché certe dichiarazioni hanno lasciato sorpresi molti di noi. Ma è indubbio che la candidatura di Dijana Pavlovic non è stata sostenuta in maniera decisa da tutti e questo è stato un grande sbaglio.
Infatti, Rifondazione comunista è l’unica forza politica che dal 2005 ha sostenuto in maniera strutturale la partecipazione alle elezioni di Cittadini italiani, appartenenti alle minoranze sinte e rom. Il risultato di Rifondazione comunista – Comunisti italiani probabilmente non sarebbe cambiato, sono mancati tanti voti per raggiungere il quorum del 4%, ma un segnale più deciso lo si poteva sicuramente dare.
Oggi non sappiamo se Rom o Sinti siano stati eletti nel Parlamento europeo, lo vedremo nei prossimi giorni. Certo sarebbe un disastro se nessuno potrà fare il lavoro che è stato svolto, per esempio dall’europarlamentare Victoria Mohacsi (in foto), nel sensibilizzare le istituzioni europee su quanto stava succedendo in Italia.

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Dove porta l'odio dell'altro

Tra il discorso di giovedì all’Università del Cairo e la commemorazione dello sbarco in Normandia che avvenuta sabato scorso in Francia, Barack Obama ha scelto la sosta a Buchenwald, il campo di morte dove tra il 1937 e il 1945 furono rinchiusi 250 mila esseri umani provenienti da cinquanta Paesi diversi.
Morirono uccisi in 56 mila: 11 mila ebrei, gran parte del gruppo dirigente comunista a partire dal suo capo Ernst Thälmann, centinaia di soldati russi, e omosessuali, Rom, Sinti, uomini malati ritenuti «inabili al lavoro».
Il Cairo, Buchenwald, la Normandia: tre luoghi e tre date si intrecciano, compongono insieme una storia e un tempo più vasto. Il passato dà pienezza al presente, il Ventesimo Secolo parla al Ventunesimo conferendogli profondità. In ambedue i secoli c’è sete di liberazione, in ambedue è questione di edificare un dopoguerra. Il 6 giugno 1944 in Normandia l’Europa fu liberata dal nazismo, l’11 febbraio 1945 furono i superstiti di Buchenwald a salvarsi.
Oggi tocca uscire da un’altra guerra, prima che precipiti in ennesimi orrori e distruzioni: tocca, come ha detto al Cairo il Presidente, metter fine all’infausta guerra tra civiltà. La criminalizzazione dell’Islam deve finire, perché il rischio è grande di punire la diversità nel diverso, e di considerare la diversità un pericolo. Tutte e tre le tappe - Il Cairo, Buchenwald, la Normandia - narrano la difficile edificazione di un dopoguerra meno buio, fondato sulla memoria viva del passato. di Barbara Spinelli, continua a leggere…

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Roma, il terzo censimento...

Un incendio ha distrutto una ventina di baracche all'interno del “campo nomadi” di via del Flauto, nel quartiere del Collatino. Le fiamme sono divampate attorno alle 3,30 di domenica notte. Nel rogo un venticinquenne si è ferito ad una mano, cercando di domare da solo le fiamme.
Grave il bilancio dei senzatetto. In 35 hanno perso la baracca e sono stati ospitati per la notte dai parenti nel “campo nomadi” di via della Martora. Sul posto, nel frattempo, sono intervenuti vigili del fuoco, polizia, carabinieri e vigili urbani. Dalle notizie in nostro possesso sembra che il Comune di Roma non intervenga a favore di queste famiglie.
Da questa notizia siamo però venuti a sapere che a Roma si sta facendo il terzo censimento in una anno. Il primo è stato effettuato dalla Croce Rossa, a partire dal mese di luglio 2008 e si chiedeva a tutti di essere fotografati e di dare i propri dati sanitari, sono stati fotografati anche i neonati. Il secondo è stato fatto pochi mesi fa dalle Forze dell’Ordine con il supporto dei militari che circondavano l’insediamento delle famiglie, mentre le Forze dell’Ordine controllavano ogni persona presente. Ora sembra che a Roma sia iniziato il terzo censimento. Questa volta a farlo sono i Servizi sociali, insieme alla Polizia Municipale. Ci attendiamo il quarto e definitivo censimento con la Guardia di Finanza, coadiuvata dalla Marina militare e dall’Aviazione.

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lunedì 8 giugno 2009

L’Europa in crisi cede il passo agli estremisti

“L’Europa è imbevuta di relativismo culturale, un’illusione, perché non esiste uguaglianza fra culture. La nostra è di gran lunga migliore”. Questa è solo una delle frasi usate dall’olandese Geert Wilders in campagna elettorale. Da oggi quattro seggi del Parlamento Europeo saranno occupati dagli uomini del suo partito. Anti-europeista, xenofoba, nazionalista. Ecco l’Europa che ha vinto alle elezioni europee.
Non è solo il risultato italiano a restituirci l’immagine di un’Europa nazionalista e xenofoba. Agli otto seggi al Parlamento Europeo conquistati dalla Lega Nord, fanno seguito i dati di molte altre nazioni, soprattutto dell’Est-Europa, dove i partiti ultranazionalisti hanno ottenuto percentuali di voto di gran lunga superiori alle aspettative.
Il primato “anti-europeista” se lo aggiudica l’Austria, dove hanno raggiunto sorprendenti risultati i due partiti dell’ultra destra radicale che descrivono la Ue come causa della maledizione della marea umana di rifugiati, della radicalizzazione politica degli stranieri, del crescente peso dell’Islam in Austria.
Tremano i musulmani olandesi, e non solo, di fronte agli exit pool dello stato dei Pesi Bassi: quattro seggi conquistati dal movimento xenofobo e anti-islamico di Geert Wilders. Il suo partito infatti, il Pvv, Partito delle libertà, ha praticamente solo un punto in programma: fermare l’islamizzazione dell’Olanda. Wilders è ormai noto per dichiarazioni quali “È che il Corano dovrebbe essere bandito, nel mio Paese e in tutte le sue moschee”.

A carica xenofoba, non ha certo nulla da invidiare al partito olandese il British National Party (Bnp), la coalizione inglese che accoglie al suo interno solo militanti bianchi e britannici. Il Bnp ha dichiarato guerra aperta agl immigrati non in regola, ma anche i regolari, in effetti ,preferirebbe averli fuori da casa sua.
Ma passiamo al fronte orientale, dove i partiti ultranazionalisti hanno ottenuto ottimi risultati in più di uno Stato. Due seggi se li è aggiudicati il partito della Grande Romania (Prm), guidato da Corneliu Vadim Tudor. Ultranazionalista e di orientamento fascista, Tudor prima del 1989 era uno dei maggiori esponenti del regime di Ceausescu e nel suo partito raccoglie diversi esponenti dei servizi segreti dell’ ex regime.
La Slovacchia da parte sua assegna un seggio alla formazione Sns, nota per i suoi attacchi contro gli ungheresi sferragliati a colpi di campagne xenofobe e dichiarazioni quali: “la patria degli ungheresi si trova nel Deserto Gobi e non nel Bacino dei Carpaz”.
Eccezionale infine il risultato del partito ungherese Jobbik: la coalizione di estrema destra, con 14,77 punti percentuale, conquista tre sedie al Parlamento. Basta solo dare uno sguardo rapido all’agenda politica di Jobbik per capirne l’orientamento: reintroduzione della pena di morte, “l’indipendenza economica”, il confinamento di tutti i cittadini di origine rom fuori dal paese.
L’Europa riconferma le sue vecchie abitudini: davanti a una crisi, si tuffa negli estremismi. di Marzia Coronati

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Un'Italia meno bipartitica e apparentemente meno berlusconiana

Il primo dato che emerge dal voto italiano di sabato e domenica è che, dalle Politiche dello scorso anno a queste Europee, oltre 7 milioni di elettori si sono persi per strada: sicuramente incerti, sicuramente insoddisfatti, sicuramente delusi. Soprattutto si tratta di una valanga di gente che sbatte la porta in faccia a tutto e tutti.
L'altro dato è che il Pdl è lontanissimo da quella soglia indicata da Silvio Berlusconi come decisiva, quella del 40%. Con il dato attuale è addirittura in regresso di oltre due punti rispetto alle Politiche dello scorso anno, cosa che penalizza molto Berlusconi e non si può non pensare al peso delle recenti polemiche personali ma anche a quelle politiche (vedi la Sicilia dove il Pdl avrebbe perso circa l'1% su scala nazionale).
Si tratta di un'Italia meno bipartitica e sia a sinistra sia a destra si consolidano le aree della protesta e dell'antagonismo. Tutti i principali quotidiani sottolineano nei loro titoli questo inatteso elemento del voto; il Corriere parla di "un'Italia meno bipartitica e apparentemente meno berlusconiana".
Il dato per il Cavaliere è aggravato dal successo della Lega che invece cresce, cresce in linea con le aspettative (oltre il muro psicologico del 10%). Solo per una manciata di voti non diventa il primo partito in Veneto ma fa il sorpasso in molte importanti province del Nord e per Berlusconi i problemi potrebbero aumentare. Per Berlusconi resta la consolazione del sorpasso sul Pd, altro grande sconfitto, nelle Marche e in Umbria.

Il coordinatore del Pdl Denis Verdini ha parlato nella notte di "dato veramente molto basso" per il suo partito e Ignazio La Russa ha detto che il dato "non sarebbe soddisfacente".
A sinistra male il Pd di Dario Franceschini anche se ha evitato la catastrofe di scendere sotto la soglia psicologica del 26%, ma partirà comunque una dura fase congressuale; molto bene l'Italia dei valori (anche se non sfonda come qualche previsione aveva prospettato).
Benino l'Udc che evita di rimanere schiacciato e consolida la sua presenza ben oltre il 6%.
Gli altri partiti sono tutti sotto la soglia del 4%, cioè senza poter sperare in alcun eletto. C'è da dire che a sinistra c'è un bacino potenziale di un altro 10% circa di elettori che esiste anche se non trova rappresentanza.
Da questa sera si analizzeranno i dati delle elezioni amministrative (molto interessante sarà valutare in particolare i risultati a Bologna, Firenze, a Milano provincia e altre zone del Nord). Ma soprattutto "finisce la ricreazione", come ha detto sabato il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, e tutti dovranno rimboccarsi le maniche per fare qualcosa per permettere al Paese di uscire dalla crisi. di Paolo Biondi

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Europee, cresce il centro-destra

Il nuovo emiciclo di Strasburgo conferma la precedente gerarchia dei gruppi politici anche se è evidente una crescita del centro-destra (accedi ai dati europei). Il Ppe è di gran lunga il primo partito con 267 deputati su 736. Il Pse resta il secondo gruppo, anche se in calo, con 159 deputati a cui potrebbero apparentarsi i 21-22 parlamentari italiani del Pd. Al terzo posto vengono i liberali che confermano un’ottantina di seggi. I verdi crescono portando in Parlamento 54 deputati. La destra euroscettica dell’Uen (di cui fa parte la Lega) avrà 35 seggi, a cui si aggiungono i 18 anti-europei di Indipendenza e democrazia.
In Italia (accedi allo scrutinio in tempo reale) affluenza in calo di circa 6 punti percentuali rispetto al 2004, ma molto più alta rispetto a quella media nella Unione Europea. Le elezioni hanno confermato il Pdl del premier Silvio Berlusconi primo partito in Italia, ma in calo rispetto alle Politiche dello scorso anno, e la prevista caduta del Pd di Dario Franceschini.
Avanza la Lega Nord, mentre nel centrosinistra l'IDV di Antonio Di Pietro ha una crescita impetuosa. L'Udc di Pierferdinando Casini rimane stabile. Tutte le altre formazioni politiche non riescono invece a superare la soglia di sbarramento.
L'affluenza al voto, complessiva, compresi gli elettori italiani all'Estero, del 65,03%, contro il 71,51% della precedenti elezioni per il Parlamento Europeo.
Il Popolo delle Libertà ha, fin'ora, il 35,16%, pari a 10 milioni 492mila voti, mentre il Partito democratico riporta il 26,19%, con 7 milioni e 817mila voti. Prima del voto, il premier Berlusconi aveva detto che il suo partito avrebbe raccolto tra il 40% e il 45% dei voti. Nel 2008 il Pdl aveva ottenuto in Italia alla Camera il 37,388, pari a circa 13 milioni e 630mila voti, Il Pd quasi 12 milioni e 100mila voti e il 33,174%.
Ad aumentare i propri voti è la Lega Nord: 3 milioni 113mila a scrutinio non completato, pari al 10,43%), ma sopratutto l'Italia dei Valori: 2 milioni 369mila, il 7,94%.
L'Unione di Centro diminuisce, secondo le ultime notizie in termini di voti: 1 milione 931mila, ma ottiene un aumento percentuale, col 6,47%.
Guardando i dati a sinistra, Rifondazione comunista e Pdci ottengono il 3,36%, mentre Sinistra e Libertà (Verdi, Sinistra democratica, Socialisti e Vendoliani) il 3,06%. Per quanto riguarda la lista Pannella-Bonino, la stessa si attesta intorno al 2,43%.
I partiti di estrema destra Fiamma Tricolore e Forza Nuova rimangono ben al di sotto dell'1%, mentre l'inedita alleanza tra la Destra di Francesco Storace e l'Mpa del Presidente della Regione Sicilia si avvicina, secondo le ultime notizie, al 2,20%.

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Roma, ancora razzismo contro Mario Balotelli

Ancora insulti razzisti contro il giovane fuoriclasse dell'Inter Mario Balotelli, ieri sera a Roma, in zona Ponte Milvio. Il campione era in compagnia di alcuni compagni nella Under 21, fra cui Criscito e Giovinco, quando un gruppo di intolleranti gli si è avvicinato rivolgendogli insulti razzisti e gettandogli addosso, in segno di disprezzo, alcune banane.
"Il caso Balotelli dimostra che in Italia i fenomeni del razzismo e della xenofobia sono fuori controllo," commentano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. "E' irresponsabile minimizzare gli eventi discriminatori che colpiscono Mario a un ritmo frenetico. Alle parole ha fatto seguito il lancio di banane e sicuramente il ragazzo teme che i suoi persecutori possano spingersi ancora oltre.
A chi afferma che 'non è razzismo, altrimenti i tifosi insulterebbero anche Muntari, Vieira o Sissoko' è facile rispondere. Il razzismo colpisce chi mostra orgoglio di fronte agli intolleranti. Non a caso, in Romania il calciatore di etnia Rom Banel Nikolita, ambasciatore per le Nazioni Unite contro il razzismo, è costantemente oggetto di cori razzisti, mentre altri campioni Rom non sono bersagliati dai tifosi.
Il pugile afroamericano Muhammad Alì fu più volte aggredito dagli intolleranti, in un caso con armi da fuoco, mentre George Foreman, che non si interessava di diritti civili, veniva lasciato in pace". Al termine dell'odioso episodio, Mario Balotelli ha deciso di non sporgere denuncia contro gli intolleranti.

"Vi è una diffusa paura, da parte degli stranieri," prosegue EveryOne, "di mettersi contro i razzisti. La nostra organizzazione ha ricevuto negli ultimi mesi decine di segnalazioni di aggressioni da parte di intolleranti, ma solo in un caso la vittima ha sporto denuncia, pentendosene presto, dopo aver ricevuto gravi minacce. Per rendersi conto del clima che circonda Balotelli, basta dare un'occhiata agli insulti e alle minacce che lo riguardano sui gruppi di Facebook e nei forum che predicano la discriminazione.
Un calciatore di origine africana, vicino al Gruppo EveryOne, ci ha confidato qualche giorno fa che avere la pelle scura provoca uno stato perenne di angoscia e preoccupazione, in Italia. Soprattutto se non si può evitare di mettersi in mostra".
I leader del Gruppo EveryOne parleranno della gravità del fenomeno discriminatorio nel nostro Paese durante i Mondiali Antirazzisti 2009, che si terranno a Casalecchio di Reno dall'8 al 12 luglio prossimi. "Lo sport può avere un ruolo educativo sulle nuove generazioni," conclude EveryOne, "purché si faccia latore di messaggi di tolleranza reciproca e fratellanza universale. Attualmente, in Italia, assistiamo al fenomeno contrario, che allarma le Istituzioni internazionali e induce campioni appartenenti ad etnie sgradite in Italia a non venire a giocare nelle nostre squadre.
E' cosa nota che lo stesso Ibrahimovic ha vissuto con grande ansia l'escalation della xenofobia in Italia. E' facile trovare in rete video raccapriccianti in cui centinaia di tifosi insultano l'asso svedese di etnia Rom, chiamandolo 'zingaro' in modo dispregiativo. Nei forum e nei gruppi di Facebook i razzisti usano termini ancora più pesanti: 'Zingaro muori'; 'Zingaro brucia'; 'Zingaro ti odio' e così via. Una situazione che ha influito senza dubbio sulla decisione di Ibra di lasciare l'Italia per la più civile Spagna.
Pur rispettando le scelte di Lippi, va rilevato che una convocazione del giovane fuoriclasse nella nazionale maggiore, come è avvenuto per il suo coetaneo Santon, avrebbe dato un segnale forte e civile alla società italiana e soprattutto ai giovani. Un segnale indispensabile, se riteniamo che lo sport si debba basare su valori morali e non solo su prestazioni tecniche".

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Ddl sicurezza, c'è il rischio di creare una società di invisibili

Le norme relative all'immigrazione contenute nel ddl sicurezza del governo, rischiano di creare una società parallela di cittadini invisibili, di costruire dei nuovi ghetti, di far crescere il numeri di cittadini apolidi. È questo l'allarme lanciato dal segretario del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti monsignor Agostino Marchetto (in foto), in un'intervista rilasciata al mensile dei paolini, “Jesus”. In merito al pacchetto sicurezza, monsignor Marchetto ha affermato: «Devo dire che le mie preoccupazioni sono tante. C'è il rischio di creare una società di invisibili, non dobbiamo creare una società parallela di immigrati, prima di tutto per non avere ghetti e poi per rispetto alla dignità della persona umana di ognuno, in situazione regolare o meno. Vi è a questo proposito una convenzione internazionale a difesa dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, ratificata da più di 40 Stati. Tra essi non c'è l'Italia e nemmeno altri Paesi cosiddetti sviluppati. Il rischio è far crescere in Italia il numero degli apolidi, che nel mondo sono circa 5 milioni».
Monsignor Marchetto: no alla xenofobia. «Bisogna - ha aggiunto monsignor Marchetto - cioè combattere la discriminazione, la xenofobia, il razzismo che sono cose diverse ma che spesso conducono agli stessi atteggiamenti di chiusura, animosità, offesa, violenza». In questo senso il prelato si è richiamato anche a quanto ha detto il Presiedente della Repubblica e ha ricordato che «forse pensare al carico di dolore e miserie che il mio prossimo, proveniente da lontano, porta con sè, potrebbe aiutare a vincere la xenofobia e ad aprire il cuore».
Ricordare anche gli irregolari che lavorano nelle nostre case. «Così come - ha detto ancora monsignor Marchetto - aiuta ricordare l'opera di centinaia di migliaia di irregolari che operano e servono nelle nostre case e danno forse il contributo più valido alla costruzione di una società interculturale. Si pensi infine al legame sviluppo-migrazione, binomio che sta andando sempre più nell'agenda degli incontro internazionali».

Respingimenti: zelo italiano alibi per altri Paesi. Nella politica dell'immigrazione basata sui respingimenti, «l'Italia sembra essersi presa il ruolo di tirare la volata ad altri Paesi con uno zelo degno di miglior causa». Il segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti torna oggi a criticare le scelte del governo italiano in materia d'immigrazione, in una intervista al mensile cattolico Jesus. «Il riferimento continuo a una tendenza o a comuni intendimenti in seno all'Unione europea - aggiunge Marchetto - non toglie la responsabilità di ciascuno Stato e non esclude gli adattamenti previsti alle varie situazioni».
Fa pena la politica dal linguaggio violento. La politica alta e nobile è particolarmente rispettosa sia di chi ha idee diverse che dei poveri e dei bisognosi e i politici che scelgono un linguaggio aggressivo e violento spesso fanno pena. È quanto ha aggiunto Monsignor Marchetto. «Ho un grande rispetto per la politica e per gli uomini che vi sono impegnati. Molte volte mi fanno pena, nel senso buono di questa espressione, quando li vedo assumere, e penso ritengano così di difendere le proprie posizioni di partito, atteggiamenti aggressivi nel linguaggio, anche violenti, non rispettosi dell'altro, che è poi un uomo politico come loro. Penso alla politica superiore che Paolo VI, un grande italiano, definì “eminente espressione di carità”». Quindi mons. Marchetto è tornato a criticare la politica dei respingimenti messa in atto dal governo italiano spiegando che «il principio di non respingimento dei rifugiati o richiedenti asilo è una delle colonne di sostegno della legislazione internazionale, espressione di umanesimo, oltre che di cristianesimo, per noi».
Franceschini: per il governo tutti immigrati sono criminali. La politica del governo sull'immigrazione è insopportabile «perchè tende a far passare tutti gli immigrati come dei criminali». Lo ha detto il segretario del Pd Dario Franceschini durante la trasmissione Radio Anch'io. Franceschini ha ribadito le critiche alla politica dei respingimenti effettuata dal governo che «viola la legge e i diritti internazionali». «Basterebbe applicare - ha proseguito - la loro legge, e cioè la Bossi-Fini. Quello che è insopportabile - ha aggiunto Franceschini - è che facciano passare tutti gli immigrati per quelli che fanno il reato sotto casa. Gli immigrati invece sono anche la badante che abbiamo in casa o l'operaio che si spacca la schiena sotto il sole per raccogliere la frutta nei nostri campi».
Franceschini ha infine criticato l'introduzione del reato di clandestinità: «Se una persona anziana - ha spiegato - ha in casa una badante che non è in regola, deve denunciarla altrimenti compirà lei il reato di favoreggiamento. Questo è il bel risultato del governo».
Cicchitto: Franceschini falsifica. «Franceschini non può falsificare la realtà e non vedere che con la nuova politica attivata dal governo in materia di immigrazione nell'arco di poche settimane è già stato possibile registrare un decremento degli ingressi clandestini nel nostro Paese, che così si sta allineando sui livelli della Francia di Sarkozy e della Spagna di Zapatero». Lo dice il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto. «Franceschini - aggiunge - quindi, sta cambiando le carte in tavola: infatti, vengono accettati tutti gli immigrati che regolarmente entrano in Italia per lavorare, ma sono respinti i clandestini che, come dicono le statistiche, anche a causa della loro condizione, sono potenzialmente spinti a delinquere».
Rutelli: rispettare diritti umani e asilo. «Quello dell'immigrazione è un tema importante e bisogna distinguere la propaganda dai fatti: la propaganda prevale quando si parla di reato di immigrazione clandestina». Così Francesco Rutelli, oggi a Barletta per un incontro elettorale. «La soluzione - ha detto Rutelli - è rispettare la normativa internazionale in questa materia senza eludere il diritto di asilo». Alla domanda se bisogna oppure no respingere gli immigrati che arrivano dal mare, Rutelli ha risposto: «la norma internazionale prevede il respingimento alle frontiere e non qualsiasi altra pratica che non tenga conto, prima di tutto, dei diritti umani delle persone che devono essere aiutate in quanto tali».
Nuovi sbarchi in Calabria. Erano complessivamente settanta gli immigrati, di nazionalità turca e irachena, che hanno raggiunto nella notte le coste della Calabria a bordo di una imbarcazione. Ventisei stranieri sono stati rintracciati e bloccati dai finanzieri mentre gli altri vengono ricercati. Gli immigrati sono stati sentiti dai militari della Guardia di Finanza, dai carabinieri e dagli agenti della polizia di Stato. Dal loro racconto si è appreso che il viaggio è durato poco più di due giorni. Al momento dello sbarco a Stignano (Reggio Calabria), le condizioni del mare erano pessime a causa del vento forte e della pioggia. Sul posto è giunto il sindaco di Caulonia, Ilario Ammendolia che ha dato la disponibilità ad accogliere gli immigrati nella scuola elementare in attesa del loro trasferimento nel centro d'accoglienza di Isola Capo Rizzuto.
Immigrati sbarcati in Spagna. Nelle ultime 24 ore sono arrivati sulle coste di Almeria (Andalusia orientale) un totale di 130 immigranti su nove barconi: lo riferisce l'edizione elettronica del quotidiano El Pais. Tutti gli occupanti delle imbarcazioni, tra i quali vi erano due donne incinte e vari minorenni, sono in buone condizioni di salute. Solo nella giornata di martedì sono arrivati sette barconi con 116 persone, tutte accompagnate dal Salvamento Maritimo (il Soccorso Marittimo) al porto di Almeria. Un mercantile ha individuato oggi al largo del Cabo de Gata il cadavere di un uomo di apparente origine subsahariana probabilmente abbandonato da giorni in mare. Il corpo è stato recuperato dalla Guardia Civil che aspetta adesso i risultati dell'autopsia.

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Pisa, il Sindaco rispetti la Costituzione

«Chiediamo all'Amministrazione comunale di sospendere immediatamente il provvedimento di sgombero, perché stabilire la verità dei fatti non spetta al Sindaco ma è compito della giustizia». Si esprimono così i Rom macedoni e kosovari esclusi dalle abitazioni del programma Città Sottili. Per capire cosa è successo, e a cosa si riferiscano queste parole, bisogna fare un piccolo passo indietro.
- I fatti del Gennaio 2008. Nel Gennaio 2008 scoppia una rissa tra un gruppo di Rom kosovari e un altro di Rom macedoni. La Polizia predispone controlli straordinari e perquisizioni: in alcuni alloggi vengono trovate pistole, bastoni e coltelli. Poiché alcuni degli indagati risultano beneficiari degli interventi di accoglienza del programma Città Sottili, l'allora Sindaco Paolo Fontanelli dichiara che "una volta appurate le responsabilità, gli autori degli atti criminali saranno sospesi dal programma".
Ma l'atteggiamento dell'amministrazione cambia radicalmente nel giro di pochi giorni. Il 31 Gennaio, il consiglio comunale si riunisce d'urgenza per discutere della questione. In un ordine del giorno approvato al termine della seduta, si invita l'amministrazione ad escludere dal programma Città Sottili "tutti coloro che sono stati segnalati dalla Questura e che non hanno rispettato il patto di legalità con il Comune di Pisa". In altre parole, il mandato del consiglio è quello di non aspettare la sentenza definitiva del giudice, ma di procedere immediatamente all'esclusione dal programma sulla base delle semplici segnalazioni di polizia.

Così, nel giro di qualche mese tutti i Rom segnalati vengono esclusi da Città Sottili: chi, in base a quel programma di accoglienza, aveva ricevuto un alloggio viene sfrattato, mentre chi era ancora in attesa di avere una casa viene "depennato" dalle liste. E a fare le spese di questi provvedimenti punitivi non sono soltanto gli indagati, ma anche le loro famiglie e i loro bambini. Per questi ultimi - denunciano ora i Rom - viene sospeso anche il servizio di scuolabus, finanziato con i fondi di Città Sottili.
Intanto, le indagini giudiziarie vanno avanti. E, a sentire i legali della difesa, molti imputati potrebbero uscire assolti dal processo perché estranei ai fatti: le forze dell'ordine avrebbero identificato le persone presenti negli alloggi o nei campi, senza distinguere tra chi era davvero coinvolto negli atti criminosi e chi, invece, era andato a trovare amici o parenti.
- Il punto di vista dei Rom. Ora, i rom macedoni e quelli kosovari hanno deciso di riunirsi - mettendo da parte il contrasto che li ha divisi l'anno scorso - e di convocare la stampa per far sentire la loro voce. «Fino ad ora», spiega Mahamuti Erizon, portavoce dei Rom, «di tutta la vicenda hanno parlato il Sindaco, gli assessori, i politici e i giornali: noi pensiamo di avere anche noi il diritto di esprimere il nostro punto di vista».
«Perché ci escludono dal programma Città Sottili», chiede ancora Mahamuti, «prima ancora che ci sia stata una sentenza del Tribunale?». «Siamo qui tutti insieme, macedoni e kosovari», prosegue il portavoce dei Rom, «per dire che non ci vogliamo sottrarre alla giustizia: non ci siamo nascosti, non stiamo scappando, abbiamo fiducia nei giudici e chi ha commesso reati pagherà i suoi conti».
Ma l'esclusione dal programma Città Sottili, secondo le comunità Rom, è profondamente ingiusta. In primo luogo, perché riguarda persone giudicate colpevoli prima ancora di una sentenza. In secondo luogo, perché coinvolge l'intero nucleo familiare. «Vogliamo chiedere al Sindaco», spiegano i diretti interessati - «se quando un cittadino fa uno sbaglio debba pagare l'intera famiglia per la colpa di uno solo. Se un italiano fa una lite con altri ed abita con la sua famiglia in una casa popolare, viene allontanato dall'alloggio con tutto il nucleo, figli piccoli compresi?».
Presenti alla conferenza stampa anche Padre Agostino Rota Martir, sacerdote cattolico che abita al campo di Coltano, e i volontari di Africa Insieme. Che denunciano le illegalità nell'operato dell'Amministrazione. «E' la nostra Costituzione», spiegano, «a stabilire che la responsabilità penale è personale, e non coinvolge le famiglie, e deve essere accertata con un regolare processo». di Sergio Bontempelli

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Io, la Mia Famiglia Rom e Woody Allen

Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen è la storia di una ragazza rom che abita con i suoi in un quartiere popolare alla periferia di Torino. Il racconto in prima persona esplora i cambiamenti e le difficoltà della nuova vita stanziale, le relazioni con i parenti. Ma anche i contrasti e le incomprensioni che fin da bambina la accompagnano nelle relazioni con gli altri, i Gagè. Attraverso i ricordi dei suoi familiari, tra cui l’anziana nonna che ancora vive in un campo, le fotografie e i filmati del padre che ha documentato negli anni la vita quotidiana della piccola comunità, scopriamo una realtà sconosciuta che fino ad oggi abbiamo voluto conoscere solo attraverso gli stereotipi e i luoghi comuni. Ma il documentario non è soltanto la storia di una famiglia, di fatto chi parla è una ragazza di oggi che cresce inseguendo i propri sogni di adolescente, combattendo contro i pregiudizi e le tradizioni di una cultura difficile da accettare.
Un viaggio intimo e personale tra la fine della vita rom e lo stanziamento in una casa popolare di Torino. Laura è l'unica figlia femmina della famiglia Halilovic, una famiglia arrivata in Italia dalla Bosnia negli anni sessanta. La regista diciottenne ci racconta in prima persona con ironia e senso dell’umorismo il suo rapporto con la famiglia e il suo percorso per accettare le proprie origini e allo stesso tempo realizzare il suo sogno di diventare regista.
Il documentario presenta una riflessione sulla fine della vita rom, sulle relazioni con i parenti che ancora vivono nei campi e con i gagè, i vicini non rom. Più in generale è una riflessione sulla difficoltà nel rapporto con gli altri, sentimento che accompagna Laura sin dall’infanzia.
Spiega Laura Halilovic: «Se prendi il giornale al mattino e leggi una notizia che riguarda i Rom la maggior parte di quello che è scritto sono falsità. Secondo me i giornali prendono spunto da un fatto di cronaca per aumentare e rendere più pesante quello che è veramente successo. I giornalisti sanno bene che i Rom sono mal visti da quasi tutti e non fanno nulla per aiutare a cambiare le cose. Già i Gagè odiano i Rom, in più ci si mettono anche i giornali a pubblicare informazioni distanti dalla realtà e così la gente continua ad avere un'opinione estremamente negativa. Anche per questa ragione ho voluto fare un documentario. Vorrei che servisse a combattere i pregiudizi che ci sono sui Rom e a far capire che non siamo tutti delinquenti.»

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Roma, il Libro Bianco sul Razzismo in Italia

Venerdì 12 giugno 2009, a Roma, presso la Sala della Pace della Provincia di Roma, via IV Novembre 119/a H. 10-13, Lunaria presenta il Libro Bianco sul Razzismo in Italia.
Un lavoro collettivo realizzato da: Paola Andrisani, Sergio Bontempelli, Alberto Burgio, Angelo Caputo, Giulia Cortellesi, Giuseppe Faso, Marcello Maneri, Grazia Naletto, Annamaria Rivera, Maurizia Russo Spena, Luciano Scagliotti. All’incontro partecipano gli autori. Coordina Giulio Marcon - Presidente di Lunaria.
Il razzismo è un’'emergenza' o è diventato un fatto sociale ordinario? Vi è o no una responsabilità della politica, delle istituzioni, degli intellettuali, dei media nella produzione e riproduzione dei discorsi e delle pratiche stigmatizzanti che alimentano le discriminazioni e le violenze razziste?
Lunaria ricostruisce l'evoluzione del razzismo in Italia negli ultimi due anni a partire dalla narrazione di 319 casi di razzismo quotidiano realizzata grazie al monitoraggio della stampa tra il 1 gennaio 2007 e il 15 aprile 2009.
Per informazioni: telefono 06 8841880, email antirazzismo@lunaria.org

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Venezia, Gentilini vince il primo round

«Auspicherei che la stessa rapidità con cui è stato istruito questo processo si verificasse per ogni procedimento. Perché è alquanto singolare un iter così celere: i fatti contestati risalgono al settembre 2008, gli atti vengono depositati attorno a Natale, il decreto di citazione a giudizio arriva il 13 marzo, e poi l'udienza viene fissata il 4 giugno due giorni prima delle elezioni europee».
A parlare è l’avvocato Luigi Ravagnan nella sua veste di difensore di Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso, imputato di istigazione all’odio razziale per le frasi profferite contro islamici, “zingari” ed extracomunitari, durante il comizio tenuto alla festa dei popoli padani a Venezia appunto sette mesi fa. E Ravagnan non nasconde la soddisfazione.
Il primo round è suo, visto che ieri il giudice monocratico del tribunale di Mestre, Rocco Valeggia, ha disposto l’ordinanza di trasmissione degli atti al pubblico ministero presso la Procura di Venezia per competenza e ulteriori accertamenti, accogliendo - e non poteva essere altrimenti - l’opposizione formulata dallo stesso legale dello "sceriffo" in avvio di dibattimento: «Il reato qui contestato appartiene, come fissato dal codice di procedura penale, alla cognizione del tribunale in composizione collegiale e quindi al mio assistitito è stato sottratto un grado di giudizio, quello cioè dell’udienza preliminare».
All’opposizione di Ravagnan si sono associati sia il pubblico ministero - la richiesta di rinvio a giudizio era stata sostenuta dal procuratore capo di Venezia Vittorio Borraccetti - che le numerose parti civili che si sono costituite: 41 fra singoli e associazioni.

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venerdì 5 giugno 2009

Europee, noi votiamo Dijana Pavlovic

Siamo alla vigilia delle Elezioni Europee, nella circoscrizione Nord Ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) è candidata Dijana Pavlovic, una romnì.
Dijana non è alla sua prima esperienza in politica, già nel 2006 era candidata alle elezioni comunali a Milano e nel 2008 alle politiche, ma quello che più conta è il suo impegno per il riconoscimento dei diritti fondamentali delle minoranze rom e sinte.
La sua candidatura non è una candidatura solo di cartello come qualcuno potrebbe credere, ma molto di più vista la passione che ha messo in questa campagna elettorale.
Una passione che, come sanno quelli che la conoscono Dijana, mette in tutte le iniziative che intraprende, senza risparmiarsi o tirarsi indietro.
In questi anni è stata in prima linea nel contrastare ogni forma di razzismo e discriminazione che colpivano le persone più deboli nella nostra società, nel combattere i soprusi verso i Rom e Sinti, e nel far conoscere, anche attraverso il teatro, la cultura di queste minoranze.
La candidatura di Dijana Pavlovic non è importante solo per la causa dei Rom e dei Sinti ma per tutte le persone che riconoscono le differenze come ricchezze, credono nell’importanza della tutela dei diritti fondamentali di tutti, e desiderano un modo nuovo di vivere assieme e in pace.
Se noi crediamo in tutte queste cose andiamo a votare e votiamo Dijana Pavlovic.

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Reggio Emilia, noi votiamo Vladimiro Torre

Vladimiro Torre, Sinto emiliano, è candidato per il Consiglio comunale di Reggio Emilia. Nel suo impegno politico così esordisce: i Sinti italiani vivono in Emilia da centinaia di anni e aspirano a partecipare alla vita politica del Paese.
Vladimiro Torre, dopo diverse esperienze nel campo dell’associazionismo, nel 1998 ha fondato la sezione reggiana dell’associazione Them Romanó - ONLUS – in collegamento con l’associazione Them Romanó di Lanciano (CH), che oggi fa parte della Federazione Rom e Sinti Insieme. Them Romanó di Reggio ha come scopi principali la tutela dei diritti civili, la promozione della cultura, la formazione professionale dei Sinti e dei Rom ed inoltre l’organizzazione di corsi e seminari per operatori che lavorano a contatto con questa popolazione.
Vladimiro Torre si è sempre battuto per migliorare le condizioni di vita della sua gente in Emilia Romagna, per dare loro la possibilità di uscire dai cosiddetti “campi nomadi”, convinto che la difesa dei diritti di tutti i cittadini italiani cominci proprio da quelli troppo spesso dimenticati: i Sinti e i Rom.
Per questo se sarà eletto si batterà per
Il diritto a vivere dignitosamente, attraverso:
- l’eliminazione dei “campi nomadi”, luoghi di esclusione sociale e creazione di micro-aree per i nuclei familiari sinti;
- variante al piano regolatore in cui sia prevista la possibilità di risiedere con case mobili nei terreni agricoli di proprietà dei Sinti stessi;
- diritto ad avere una residenza anche per coloro che vivono in una roulotte e si spostano durante l’anno.
Offrire un’opportunità di lavoro e inserimento sociale, attraverso:
- l’applicazione in tutti i comuni della legge corona del 1968 sugli spettacoli viaggianti;
- facilitazioni per ottenere licenze per la raccolta di ferro e altro materiale riciclabile;
- percorsi guidati per la creazione di microimprese nel settore dell’offerta di beni e servizi (lavori ambulanti, trasporti, lavori artigianali).
Il diritto all’istruzione e alla formazione degli adulti, attraverso:
- borse di studio per i ragazzi sinti che vanno alle scuola medie e alle superiori;
- corsi di alfabetizzazione e di inserimento lavorativo per i giovani e gli adulti della comunità sinta.

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Torri di Quartesolo (VI), un Sinto in Consiglio comunale

Scyon Cavazza è candidato a Torri di Quartesolo (VI) nelle prossime elezioni comunali. Scyon è candidato nelle liste di Rifondazione Comunista, unica formazione politica in Italia che ha chiesto a Rom e Sinti di candidarsi nelle proprie liste per le elezioni europee e candidando Dijana Pavlovic nella circoscrizione del Nord Ovest (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria) e Vladimiro Torre nelle elezioni comunali di Reggio Emilia. Rifondazione conferma una sensibilità alle questioni delle minoranze iniziata nel 2005 con la candidatura e la elezione di Yuri Del Bar nel Consiglio comunale di Mantova.
Scyon Cavazza è nato a Vicenza il 5 giugno del 1990. Attualmente ha un diploma di scuola media inferiore ed è disoccupato. Nel tempo libero pratica il pugilato. Vive con i genitori Fabio Cavazza (Lorenzo) e Consuela Maier al “campo nomadi” di viale Cricoli a Vicenza. Scyon è un ragazzo come tanti della sua età con tanta volontà. Scyon non è iscritto né a Rifondazione né ai Comunisti Italiani, è un indipendente.
Scyon è stato candidato da Rifondazione Comunista perché si è pensato che ora di smetterla di considerare tutti i Sinti e i Rom come stranieri. L’intento è di far capire che anche le persone appartenenti a queste minoranze godono degli stessi diritti civili e giuridici degli altri Cittadini italiani e che come tali non debbono essere perseguitati, ma deve essere dato loro lo spazio per esprimersi e in cui vivere. Non si deve infatti negare la residenza a coloro che lo richiedono solo perché si considerano diversi.
Nel programma della lista, infatti, oltre ad estendere i servizi sociali a tutti i Cittadini senza distinzione di sesso, razza o etnia, affermiamo che "il miglior modo di riconoscere la cittadinanza e i diritti di una persona, è il riconoscimento della residenza a tutti i cittadini italiani e non, che ne facciano richiesta, senza distinzione di razza ed etnia". Le persone in lista si impegneranno inoltre, per "la realizzazione di micro-aree abitative familiari, per cittadini sinti o rom residenti nel Comune, al fine di permettere un'esistenza civile e dignitosa".
Irene Rui, in candidata insieme a Scyon, afferma: «sarebbe un sogno portare un po' di rivoluzione a Torri di Quartesolo, come è un sogno vedere Scyon assessore alle politiche culturali e giovanili. Abbiamo lanciato un sassolino nel lago, sperando che un giorno questo sassolino per metamorfosi diventi un sasso talmente grande da coprire il lago».
In foto i candidati della lista di Rifondazione Comunista – Comunisti italiani, Scyon è il primo da sinistra.

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giovedì 4 giugno 2009

Serbia, gli investimenti a favore dei Rom

L’istruzione è sicuramente il mondo migliore per promuovere la posizione della popolazione rom, la condizione per la loro socializzazione e una delle priorità della Serbia durante la presidenza di turno nella Decade dei rom, che sarà consegnata ufficialmente alla Slovacchia il 25 e il 26 giugno, è stato valutato ieri alla conferenza internazionale “Diritto all’istruzione per tutti i ragazzi: rimozione delle barriere e promozione dell’inclusione dei ragazzi rom”, riporta DANAS.
Bozidar Djelic, vicepresidente del governo serbo, ha dichiarato in quell’occasione che la Serbia ha sfruttato la presidenza nella Decade per elaborare ed approvare la Strategia sull’inclusione dei rom e il piano organizzativo per la sua applicazione. Djelic ha evidenziato che in questo senso sono stati stanziati 120 milioni di dinari per l’istruzione dei Rom.
È stato, altrettanto, ratificato il prestito di 10 milioni di euro, approvato dalla Banca per lo sviluppo del Consiglio d’Europa per la costruzione di case per i gruppi sociali sensibili, di cui fanno parte anche i Rom, ha fatto sapere Djelic. Il ministro dell’istruzione Zarko Obradovic ha ribadito che l’istruzione deve essere accessibile a tutti, ed ha ricordato che dal 2006 è aumentato il numero di ragazzi rom che frequentano la scuola.
Lui ha spiegato che i principali ostacoli nell’istruzione dei rom sono la povertà, la discriminazione, l’insufficiente supporto della società e l’insufficiente rispetto della diversità. Parlando di questo tema, il capo della delegazione della Commissione europea a Belgrado Joseph Lloveras ha evidenziato che, nel periodo di crisi economica, non si possono sacrificare gli investimenti e i progetti che sono sostanzialmente importanza per lo sviluppo della società. Uno di questi progetti è anche l’istruzione dei Rom, ha rilevato Lloveras. da rassegna stampa di Radio Srbija

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Dimmi con chi vai... Alleanze di centrodestra e centrosinistra

Ai tempi del barcollante Governo Prodi, ma anche prima durante le elezioni, si era soliti discutere sia nelle più accanite riunioni dell’allora opposizione di centro-destra, sia nei più snob dei salotti di pseudo-sessantottini sessantottenni, della “terribile” alleanza di Prodi con l’ala più radicale, ma sicuramente più esplicita, della Sinistra. Vai con il rinnovare timore per un Comunismo ormai inesistente da parte dei colonnelli di Silviuccio nostro, vai con i timori dei democristiani di maggioranza e di opposizione. Sappiamo come è finita: Prodi è caduto a causa di Mastella e Dini, che comunisti non sono. Ma come quelli che ora sono nel PdL? Sì sì proprio loro.
Se tanto mi da tanto ora come dovremmo giudicare l’ormai duratura e sempre più influente alleanza con la Lega di Bossi? Loro sono i figli di quelli che scrivevano “Non si affittano case ai meridionali”, loro sono quelli che oltraggiavano il terreno su cui sarebbe dovuta sorgere una moschea. Loro sono quelli che volevano prendere le impronte ai bambini Rom. Loro sono quelli che hanno fatto storcere il naso addirittura all’Alto Patronato per i rifugiati dell’ONU. Quelli che come soluzione all’immigrazione non hanno soluzione.
Sono sui libri di antropologia coma partito di radice xenofoba e secessionista. Allora scusate ma la legge è uguale per tutti e se criticavamo le alleanze di Prodi che di comunista avevano solo il simbolo, allora pretendo che Berlusconi si vergogni di essere alleato e “ricattato” dalla Lega. di Paolo Doronzo

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Elezioni europee, rischio xenofobia e razzismo

In tutta l’Europa alcuni analisti vedono in queste elezioni alcune allarmanti insidie che potrebbero definitivamente bloccare il cammino verso del sogno europeista che i padri nobili dell’Europa avevano immaginato.
Quasi dovunque, ma soprattutto nei paesi dell’Europa orientale, si preannuncia infatti una forte avanzata dei movimenti di estrema destra razzisti, xenofobi e fortemente antieuropeisti. Dalla Repubblica Ceca ai Paesi Baltici, sino all’Ungheria e alla Bulgaria è soprattutto la politica antirom ed anti-immigrati la caratteristica principale di tutti quei movimenti che si stanno agitando nelle estremità orientale dell'Unione, e che stanno guadagnandosi la simpatia di un numero sempre crescente di elettori.
Con conferenze stampa dei vari partiti, si è chiusa oggi la campagna per le europee in Ungheria, dove si vota domenica per l'elezione dei 22 eurodeputati magiari al Parlamento a Strasburgo. In totale, otto partiti sono in lizza.
Gli ultimi sondaggi pubblicati, quelli dell'istituto Median, prevedono una scarsa affluenza alle urne, sicuramente sotto il 40%, e una vittoria schiacciante del partito conservatore all'opposizione Fidesz, guidato dall'ex premier Viktor Orban, con oltre il 60% dei voti.
In seggi la ripartizione, secondo i sondaggi, sarebbe la seguente: 16, dei 22 in tutto a Fidesz, cinque ai socialisti (Mszp) e uno all' estrema destra (Jobbik). I liberali e il Foro democratico (centro moderato) rimarrebbero sotto il 5%, e quindi senza deputati nel prossimo Parlamento europeo, così come pure l’MFC, il partito dei Rom ungheresi, che corre per la prima volta in rappresentanza della minoranza etnica più numerosa in Ungheria.

Non a caso in Olanda il partito dichiaratamente xenofobo del Pvv, guidato da Geert Wilders, chiede ai suoi compatrioti un plebiscito al fine di poter cacciare la Romania, considerata a torto come la nazione culla dei Rom. La crisi economica poi, che per certe nazioni come le tre repubbliche baltiche e l’Ungheria sta assumendo proporzioni tragiche, ha peggiorato ulteriormente le cose e l’estrema destra, approfittandone, ha attribuito all’Unione europea la colpa delle loro pene.
Una totale assurdità, giacché è provato che in mancanza di integrazione con la ricca Europa le fragilissime economie centro- orientali sarebbero inesorabilmente travolte dal peso della crisi economica ancora in pieno svolgimento, trascinando nella miseria e nella povertà gli abitanti di questi stati. Nonostante questa verità, le opinioni pubbliche delle nazioni ex- appartenenti al Patto di Varsavia, allevate per cinquant’anni dai regimi comunisti nel più torbido provincialismo, sono le più inclini a cadere nella trappola del nazionalismo e del revanscismo più feroce.
Certamente Bruxelles deve fare oggi i conti con i molti errori commessi dalla Commissione negli ultimi anni, primo fra tutto la sua inerzia di fronte alle guerre balcaniche ed alla questione rom che sta diventando il capro espiatorio di tutti i problemi con cui si devono confrontare i Paesi europei e l’Europa stessa. Fonti: il Sussidiario e La Voce

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Milano, continuano gli sgomberi senza una soluzione civile

Continuano gli sgomberi indiscriminati delle famiglie Rom rumene. Ieri mattina sono state sgomberate una cinquantina di persone che vivevano in tende e baracche nel Parco delle Memorie Industriali, un’area verde di proprietà del Comune in zona Ticinese.
Le persone si sono allontante spontaneamente all’arrivo di una trentina di agenti di Polizia Municipale e delle ruspe dell’Amsa (l’azienda servizi ambientali del Comune). Come è prassi è stato “offerto” alle famiglie di dividersi: donne e bambini in comunità, mentre gli uomini e i minori già grandi in strada. Naturalmente le famiglie si sono rifiutate a questa pratica infame che vuole dividere le famiglie.
Per il sindaco Letizia Moratti «la collaborazione tra Comune e Prefettura continua a produrre effetti positivi. Da inizio anno gli sgomberi sono già 21». Il vicesindaco Riccardo De Corato, invece, lancia un messaggio a quei Rom che nonostante gli sgomberi continuano ad occupare abusivamente le aree di Milano: «Anche se si mostrano recidivi, continueremo con la “moral suasion”. Non gli daremo tregua».
Noi di U Velto evidenziamo che a Milano le politiche per la famiglia sono una farsa e/o succubi del razzismo istituzionale. Perché la pratica della divisione delle famiglie, oltreché infame, è il segno di quanto una cultura solidale è oramai seppellita nel lontano passato di Milano. E’ anche da sottolineare che ai Rom rumeni viene “offerta” una “soluzione” non nuova. Infatti per circa quattrocento anni le famiglie Rom rumene erano spesso divise, "grazie" alla legislazione schiavista imposta dalla nobiltà e dal clero per più di quattrocento anni.

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Genova, si cerca una casa per i Sinti piemontesi