La notte del 2 agosto 1944 furono sterminate le oltre 3.000 persone ancora presenti nello Zigeunerlager di Auschwitz Birkenau. Quella notte uomini, donne e bambini sinti e rom furono gasati e poi bruciati nei forni crematori.
Sessantacinque anni dopo, in tutta Europa, dodici milioni di rom e sinti scenderanno nelle piazze per pregare alla memoria delle vittime della follia razzista dei Governi nazifascisti.
Il 2 agosto 2009 tutti i Sinti e i Rom scenderanno nelle strade con delle candele accese per ricordare le oltre tremila persone sterminate nella notte tra il 2 e il 3 agosto. Quest'anno il Giorno del Ricordo in tutta l’Europa sarà dedicato ai bambini Rom e Sinti che hanno subito abusi o sono stati uccisi in Europa
L’associazione Sucar Drom, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Sinta e le comunità sinte e rom mantovane, invitano tutti a partecipare a questo momento di commemorazione per ricordare le vittime della follia razzista dei Governi fascisti e nazisti. La commemorazione si terrà in viale Learco Guerra a Mantova, a partire dalle ore 20.00. Durante il percorso saranno accese tremila candele. A termine si terrà una preghiera, guidata da un Ministro di Culto della Missione Evangelica Zigana.
Oggi come ieri si pensa che i Sinti e i Rom siano degli “abusivi” da allontanare. Ieri da allontanare dal mondo con lo sterminio, oggi da allontanare da un dato territorio con gli sgomberi. Questa logica razzista ha segnato con drammatiche tragedie il nostro Paese e l’intera Europa.
E’ l’ora di alzarsi e manifestare il nostro orrore e la nostra la nostra ferma volontà contro la follia razzista che ancora oggi può oscurare il nostro essere Paese civile.
Per questa ragione facciamo un appello a tutta la società civile, alle associazioni, ai sindacati, alle organizzazioni politiche di essere con noi a Mantova per ricordare le vittime di ieri come monito alle idee razziste che ancora oggi circolano in tutta l’Italia.
Per informazioni: telefono 0376 360643, cellulari 333 2252101, 3388736013, e-mail sucardrom@sucardrom.191.it
venerdì 31 luglio 2009
Accendi anche tu una candela contro il razzismo
giovedì 30 luglio 2009
Piacenza, ruba per mangiare
Mentre pubblicavamo il rapporto Istat sulla povertà in Italia è arrivata a U Velto questa agenzia stampa: “Nomade minorenne ruba due bistecche con il figlio neonato”. Il lancio di agenzia è stato dato da Piacenza Day, quotidiano d’informazione gratuita.
Nell’agenzia si racconta che una ragazza diciassettenne, appartenente alla minoranza dei Sinti italiani, è stata sorpresa a rubare al Simply di via Modonesi due bistecche con in braccio il figlio neonato.
La carne, preconfezionata, aveva un valore di 8 euro. Quando è stata avvicinata dai gestori ha subito ammesso di avere rubato e ha tirato fuori dalla borsetta le bistecche, dicendo di non potersi permettere la carne. Avvisato, il marito, poco più grande della ragazza, è subito accorso pagando gli 8 euro e il vicedirettore del supermercato ha deciso di non sporgere denuncia.
Una notizia come tante che giungono a U Velto ma che da il senso del dramma vissuto da tante persone in Italia, non solo appartenenti alle minoranze sinte o rom. Infatti, tante sono le notizie di che si possono leggere sui quotidiani locali di persone povere che vengono sorprese a rubare generi alimentari nei supermercati.
Ci sarà sicuramente chi penserà che questa ragazza dovrebbe essere punita e tante altre amenità cretine. Noi crediamo che questa ragazza interroghi, con questo suo gesto, l’intera società e sicuramente interroghi il sistema del welfare di Piacenza.
Questa ragazza abita nel “campo nomadi” di Piacenza e ha frequentato le scuole dell'obbligo ma oggi deve andare a rubare due bistecche per poter mangiare e quindi riuscire ad allattare il proprio figlio. Questi sono i risultati delle politiche di integrazione nel nostro Paese. Se questa è democrazia…
Rai, stasera c'è Laura Halilovic
Laura Halilovic è una regista rom. Ha girato un film, verrà trasmesso questa sera su RaiTre, alle 23.40. Da non perdere.
I primi nove anni di vita, Laura Halilovic li ha passati in un “campo nomadi”. Dieci anni più tardi ha già realizzato tre sogni: avere l'autografo del suo regista preferito, diventare lei stessa una regista e, soprattutto, poter raccontare attraverso la telecamera il mondo rom.
Io, la mia famiglia rom e Woody Allen è il titolo della sua opera prima, datata giugno 2009: un film-documentario di 50 minuti (produttori Davide Tosco e Nicola Rondolino) che è stato apprezzato al Festival del cinema di Bellaria e sarà trasmesso questa sera su Rai Tre (trasmissione «Doc3»). «Sono una ragazza rom fiera del mio lavoro e basta», chiarisce, in italiano perfetto, la 19enne, nata a Torino da genitori bosniaci con i quali, e assieme ai quattro fratelli maschi, vive oggi in una casa popolare. Ecco l'intervista di Daniele Biella che appare sul numero di Vita magazine in edicola da domani.
Da dove nasce la voglia di fare cinema?
A 9 anni ho visto alla tv del campo il film Manhattan di Woody Allen. Mi sono innamorata dei suoi personaggi. Da allora ho cominciato a scrivere copioni. Finite le medie, ho abbandonato la scuola. Ho fatto la colf e altro, ma continuavo a pensare al cinema. Nel 2008 sono riuscita a montare L'illusione, un corto di sei minuti che racconta storie di ragazzi, con attori alcuni amici italiani e peruviani: ho vinto il festival Sotto18 di Torino, e ho ricevuto in premio una telecamera con cui ho girato il film.
Perché hai scelto di parlare del "tuo mondo rom"?
Meno di un anno fa, su un autobus, alcuni studenti italiani hanno incrociato un ragazzo rom e, gridando «gli zingari puzzano» gli hanno spruzzato in faccia del deodorante. Sono stata male a vedere quella scena.
Cosa diresti al ministro Maroni, se potessi incontrarlo?
Che sarebbe l'ora di comunicare un po' di più, dandosi una mano in modo reciproco per combattere da una parte chi compie azioni illegali, dall'altra chi giudica le persone prima di conoscere le loro tradizioni.
Come ha reagito la famiglia alla tua scelta?
È stato difficile soprattutto per mio padre, che fa il rottamaio. Lui, come quasi ogni papà rom, voleva che la figlia aiutasse nelle faccende domestiche. Anche i miei fratelli, in modo minore, pensavano lo stesso. Ma io sono una "de coccio", l'ho spuntata. E dopo che ho vinto la telecamera, hanno cambiato idea.
Com'è oggi la tua vita?
Sto bene, nulla a che vedere con la vita nel campo o i primi anni di scuola, dove ero quella isolata da tutti solo perché io e la mia famiglia eravamo "diversi", gli unici senza auto e con i gonnelloni.
Il tuo rapporto con i coetanei?
Tengo molto alla mia cultura rom, ma con delle eccezioni: ho scelto di vestirmi all'occidentale, per cui spesso passo per italiana, e creo qualche grattacapo ai miei genitori perché sarei già in età da matrimonio...
Che intenzioni hai in proposito?
Mi stai chiedendo se ho un ragazzo? Non parlo della mia vita privata.
Ibrahimovic, il cannoniere rom che sogna l'Europa
Zlatan Ibrahimovic ti guarda con quella faccia di chi non deve niente a nessuno. La faccia di chi si è sudato tutto quello che ha ottenuto, costruendo con il sacrificio quel poco che madre natura gli ha negato. Dimenticate gli stereotipi del calciatore di successo. Tra i colleghi che sfoggiano addominali da urlo sulle spiagge modaiole della Costa Smeralda non lo troverete mai. Di lasciarli in uno spogliatoio a fine stagione e ritrovarseli due ombrelloni più in là, non ne ha nessuna voglia. Il suo privato comincia al 90', e nessuna intrusione è autorizzata "fuori orario".
Le sue vacanze sono un ritorno alle origini, in Svezia, dove ha fatto costruire una villa da tre milioni di euro, per non perdere d'occhio il suo passato e godersi il sapore della rivincita. In quello stesso quartiere, in quella stessa città, lo "zingaro" pensa anche all'infanzia trascorsa su un campo di cemento, che oggi, per i bambini di Malmoe, ha trasformato in un vero campo da calcio. Una beneficenza meno ostentata rispetto ad iniziative più spettacolari, ma, che piaccia o no, Ibra è così. Spigoloso, nei tratti, nel dna, nell'approccio col prossimo.
Padre bosniaco, madre croata, cresce tra gli immigrati di Rosengard, un sobborgo di Malmoe, dove i genitori cercano miglior fortuna, senza sapere che quel sogno si avvererà nel 1981, con la nascita di Zlatan. Lo scopriranno negli anni a venire, quando, tra l'incredulità generale, quel ragazzone acquistato dalla squadra della sua città, svelerà tutto il talento apparentemente incompatibile con quel fisico dinoccolato che solitamente si identifica con l'anti calcio.
Si fa largo a spallate, Ibra, nel vero senso della parola. Da ragazzino è già un gigante, e giocare a pallone con lui significa finire sotto, almeno sul piano fisico. Il suo primo allenatore vero, al Malmoe, gli preferisce spesso un compagno di squadra, tanto da arrivare sul punto di convincerlo a scegliere il basket, più vicino alle sue caratteristiche fisiche.
Un retaggio che rimane sotto pelle, nonostante di acqua, sotto i ponti, ne sia passata tanta. Ancora oggi, tra gli dei del pallone, Ibra mente sull'altezza. Alto quasi due metri, i siti ufficiali lo collocano tra il metro e 92 e il metro e 96. Nel 2001 la svolta, con la cessione all'Ajax di Beenhakker per quasi nove milioni di euro, l'acquisto più oneroso del club olandese.
«Io sono Zlatan, e voi chi cazzo siete?». Si presenta così, senza alcun timore reverenziale, e con un ego e una personalità prepotenti, in uno degli spogliatoi più sacri della storia del calcio. Ad Amsterdam vince due campionati, una coppa nazionale e una supercoppa olandese. Cresce la consapevolezza dei propri mezzi tecnici. La pratica delle arti marziali, ai massimi livelli, perfeziona la sua coordinazione (da ricordare, in maglia nerazzurra, il colpo di taekwondo che ha gelato il Bologna), unico punto debole individuato agli albori della sua carriera. Il miracolo arriva quando il giocatore potenzialmente più forte del mondo incontra sul suo cammino Fabio Capello, che il talento puro lo annusa a distanza come un cane da tartufo.
È il 2004 quando Ibra approda a Torino, con potenzialità ancora parzialmente inespresse. Allenamenti supplementari per lui, per esercitarsi al tiro di destro e di sinistro, con una promessa fatta davanti a una videocassetta di Van Basten: «Diventerai più forte di lui», diceva Capello. Ai posteri l'ardua sentenza. Decisivo già al suo primo anno in bianconero, e protagonista dello scudetto revocato in seguito allo scandalo di Calciopoli. Meno brillante l'anno successivo. Poi l'addio, in seguito alla retrocessione dei bianconeri in serie B.
Non è, e non sarà mai una bandiera. Non fa neppure finta di volerlo essere. È la quinta essenza del professionista, calcolatore, consapevole di dover sfruttare i suoi anni migliori, oculato e accudito nelle scelte professionali da un procuratore di ghiaccio, Mino Raiola e da una moglie affascinante quanto tosta. Ex manager con un fisico da copertina, dieci anni più grande di lui, e secondo i ben informati con diritto di veto su qualsiasi scelta di vita e lavoro.
L'arrivo di Ibra in nerazzurro riporta l'Inter agli antichi fasti. Si vince, ma si vince in Italia. Non gli basta, nonostante lui stesso sia decisamente meno convincente sul palcoscenico europeo, a dispetto di una resa record in campionato che gli ha consentito alla fine dell'ultima stagione, di laurearsi capocannoniere. Ha finito la pazienza. Insegue il sogno europeo, con il sacro fuoco nelle vene che pulsa come quando spinge sull'acceleratore delle sue potentissime auto. L'augurio che possiamo fargli è che, a differenza di quanto accade nella più classica delle leggi di Murphy, l'altra coda non vada sempre più veloce. di Lara Vecchio
Istat, povertà assoluta per 1 milione e 126mila famiglie
Otto milioni di poveri in Italia nel 2008 (con una spesa media mensile per persona pari a 999,67 euro in una famiglia di due componenti) e quasi 3 milioni in povertà assoluta, cioè 1 milione e 126mila famiglie (il 4,6% delle residenti), per un totale di 2 milioni e 893mila individui (ovvero il 4,9% dell'intera popolazione).
Questi i dati diffusi oggi dall'Istat che, sottolinea come l'indice di povertà assoluta sia stabile, ma che questa stabilità nasconde situazioni che peggiorano, in particolare nel Meridione, nelle famiglie numerose, con disoccupati, con a capo lavoratori autonomi e con un basso livello di scolarizzazione.
La stima dell'incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi che nel contesto italiano vengono considerati essenziali per una determinata famiglia a conseguire una standard di vita minimamente accettabile.
Il fenomeno, si legge nei dati diffusi oggi dall'Istituto di statistica, è maggiormente diffuso nel Mezzogiorno (7,9% nel 2008 rispetto al 5,8% del 2007), dove anche l'intensità di povertà assoluta, pari al 17,3%, è leggermente superiore a quella osservata a livello nazionale (17%).
Si conferma inoltre lo svantaggio delle famiglie più ampie (se i componenti sono almeno 5 l'incidenza è pari al 9,4% e sale all'11% tra le famiglie con tre o più figli minori) rispetto a quelle di monogenitori (5%) e delle famiglie con almeno un anziano, oltre allo svantaggio associato con le situazioni di mancanza di occupazione o di bassi profili occupazionali.
Rispetto al 2007, rileva l'Istat, nel 2008 l'incidenza di povertà assoluta è rimasta sostanzialmente stabile a livello nazionale, ma è aumentata significativamente nel Mezzogiorno, passando dal 5,8 al 7,9%. La condizione di povertà assoluta, spiega l'Istituto di statistica, peggiore tra le famiglie di 4 componenti, in particolare coppie con due figli, soprattutto se minori; tra le famiglie con a capo una persona con licenza media inferiore, con meno di 45 anni o con a capo un lavoratore autonomo.
Un leggero miglioramento si osserva solo tra le famiglie dove si associa la presenza di componenti occupati o ritirati dal lavoro. Questo per un totale di poveri assoluti, riassume l'Istat, di 1 milione e 126mila famiglie (il 4,6% di quelle residenti in Italia), pari a 2 milioni e 893mila individui (il 4,9% dell'intera popolazione italiana).
Per quanto riguarda invece gli individui che si sono trovati in condizioni di povertà relativa, sono stimati dall'Istat in 8 milioni e 78mila (13,6% della popolazione), ovvero circa 2 milioni e 737mila famiglie (l'11,3% di quelle residenti nel Paese). Negli ultimi 4 anni, sottolinea l'Istat, la percentuale è rimasta sostanzialmente stabile. La soglia di povertà per una famiglia di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona, che nel 2008 è risultata pari a 999,67 euro (+1,4% rispetto alla linea del 2007). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a tale valore vengono classificate come relativamente povere.
Il fenomeno continua ad essere maggiormente diffuso nel Mezzogiorno (23,8%), dove l'incidenza è quasi cinque volte superiore a quella osservata nel resto del Paese (4,9% nel Nord e 6,7 nel Centro) e tra le famiglie più ampie: coppie con tre o più figli e di famiglie. La situazione è più grave se i figli hanno meno di 18 anni: l'incidenza tra le famiglie con tre o più figli minori sale infatti, in media, al 27,2% e nel Mezzogiorno addirittura al 38,8%. Infine, se le famiglie povere hanno una spesa media equivalente sostanzialmente invariata rispetto al 2007 - pari a circa 784 euro al mese - nel Mezzogiorno i nuclei presentano invece una spesa media di circa 770 euro (l'intensità è del 23%), rispetto agli 820 e 804 euro osservati, rispettivamente, per il Nord (18%) e per il Centro (19,6%). da Adnkronos
Il boia ha ucciso 5.700 condannati l'anno scorso
Novantasei Paesi l'hanno cancellata ma in altri 46 resta una pratica consueta. Il boia ha ucciso 5.700 condannati l'anno scorso; il 90% delle esecuzioni sono state eseguite in Cina, ma la Fondazione Dui Hua, diretta da John Kamm, un ex dirigente d'affari che si è votato alla difesa dei diritti umani, ha stimato che "il numero delle esecuzioni nel suo Paese si è tristemente avvicinato a 7.000". E poi c'è l'Iran con 346 esecuzioni e l'Arabia Saudita con 102 decapitati. Neppure l'Europa è totalmente libera dalla pena di morte: anche dopo la fine dell'Unione Sovietica, la pena di morte continua ad essere applicata in Bielorussia.
"51 Paesi abbandonano la pena di morte". Nessuno Tocchi Caino, l'associazione internazionale che si batte da più di 15 anni per l'abolizione della pena di morte, ha pubblicato il rapporto annuale sulle esecuzioni capitali nel mondo: "Dal 1993, da quando Nessuno Tocchi Caino ha preso vita, ben 51 Paesi hanno abbandonato la pratica della pena di morte.
Quattordici di questi lo hanno fatto negli ultimi due anni, dopo la Moratoria del 18 dicembre 2007, proposta dall'Italia e approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni unite".
Napolitano: "Mi unisco a battaglia abolizionista". Alla battaglia abolizionista si è unito anche il presidente Giorgio Napolitano, che ha espresso apprezzamento per l'opera dell'associazione Nessuno Tocchi Caino: "L'italia è da sempre in prima fila contro la pena di morte", ha detto il Capo dello Stato ed è "un dovere continuare a battersi per l'inviolabilità della vita e contro la cultura della morte".
La Cina in testa alla black list. Cala il numero dei condannati a morte: dai 5.851 nel 2007, ai 5.727 l'anno successivo. Ma resta una piaga in Cina: 5.000 esecuzioni capitali in un anno, un numero impressionante che da solo copre il 90% del totale mondiale di esecuzioni, eppure è inferiore a quello registrato dodici mesi fa quando alla pena di morte furono condannate 782 persone in più. Capita perché, dal primo gennaio 2007, è entrata ogni condanna a morte deve essere rivista dalla Corte suprema, la quale ha già annullato il 15% delle condanne.
Condannati gli oppositori politici in Iran. Dietro la Cina, nella black list, c'è l'Iran: 346 esecuzioni nel 2008, ma il numero non è ufficiale perché le autorità non forniscono statistiche ed è voce comune tra le organizzazioni umanitarie che le pene di morte eseguite siano molte di più. Impiccati, fucilati o chiusi in un sacco e gettati giù da una rupe: la Sharia in Iran si concentra sui membri delle minoranze religiose e degli oppositori politici.
Esecuzioni fuori le moschee in Arabia. La decapitazione in pubblico è invece la pena a cui sono condannati in Arabia, il primo Paese per percentuale di condannati a morte sulla popolazione. Nei cortili fuori dalle moschee, dopo la preghiera del venerdì, almeno 102 condannati sono stati giustiziati, compresi tre minorenni.
Negli Usa cala il numero dei condannati. "Solo" 111 condannati a morte negli Usa, il numero più basso da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976. Secondo il Rapporto, il record negativo di esecuzioni è stato generato dalla moratoria de facto. L'altro fatto importante, secondo nessuno Tocchi Caino, è stato, il 18 marzo di quest'anno, l'abolizione della pena di morte nel New Mexico, la seconda abolizione registrata negli Usa in oltre quarant'anni, dopo quella in New Jersey del dicembre 2007. E proprio al governatore Bill Richardson e alla parlamentare Gail Chasey del New Mexico è stato consegnato il premio "L'Abolizionista dell'anno 2009", promosso dall'associazione per segnalare le personalità che più di altre si sono impegnate sul fronte della moratoria delle esecuzioni capitali. da Repubblica
Terzo settore: gli errori, il futuro
Famiglia Cristiana, Edizioni dell'Asino e Agenzia Redattore Sociale presentano: Terzo settore: gli errori, il futuro. Assemblea sulle prospettive dell’impegno sociale. L’assemblea si terrà a Roma il 16 e il 17 ottobre 2009, presso il Centro Congressi Angelicum (Largo Angelicum n. 1).
L’incapacità di comprendere e relazionarsi con la politica (scimmiottandone riti e linguaggi); la tentazione delle logiche aziendali e manageriali; il logoramento delle idealità e la frantumazione dei soggetti. Sono soltanto tre degli errori capitali commessi dal terzo settore italiano, da sempre frazionato.
Negli oltre 30 anni della sua esistenza come soggetto sociale riconosciuto, questi errori ne hanno minato la forza e diminuito la qualità della presenza. Fino a insinuare in molti dei suoi protagonisti la sgradevole sensazione di essere inutili, se non correi di politiche antisociali.
Ma è proprio in questa storia così ricca – e poco raccontata – che vanno cercate le risorse per una nuova stagione del terzo settore che contribuisca all’equilibrio della società. Può e deve riemergere la specificità di un impegno che non ha avuto eguali al mondo, con le sue competenze, la sua capacità di anticipazione, le sue utopie.
Per ritrovare quelle risorse occorre però individuare tutti gli errori e imparare da essi, esattamente come succede nella vita di coloro che aspirano a migliorarsi.
A questa assemblea sono invitati tutti i rappresentanti del terzo settore italiano: dall’associazionismo all’impresa sociale, dal volontariato di base alla cooperazione internazionale, dalle organizzazioni strutturate a quelle più informali. Non ci saranno “maestri”, ma si tratterà di una riflessione corale come nelle migliori tradizioni della nostra storia.
Le relazioni introduttive serviranno a mettere a punto le tematiche, per non disperdere la riflessione. Ognuno potrà intervenire con una riflessione propria, di breve durata. Servono parole sincere, efficaci, forti e generose.
Al termine si cercherà di sintetizzare le idee emerse in una “carta per il futuro del terzo settore”, da usare come base per un nuovo periodo storico in cui l’impegno sociale – più o meno organizzato – pesi di più nelle scelte politiche e negli atteggiamenti sociali.
Segreteria e informazioni: telefono 0734 681001, e-mail: info@presenzesociali.org.
mercoledì 29 luglio 2009
Rom e Sinti, il racconto sulla nascita delle leggi regionali
«Quando negli anni novanta si aprì la discussione sui campi per Rom fui fortemente impressionato da alcuni paralleli con quanto avevo visto negli anni precedenti seguendo il lavoro di Giorgio Antonucci negli ospedali psichiatrici.
Qui mi trovavo di fronte a persone che insistevano perché venissero approvate leggi regionali che istituzionalizzassero l’esistenza di campi per nomadi, sostenendo che i Rom erano incapaci di vivere tra la gente (tra ‘noi’), che erano nomadi e che promuoverne l’integrazione sarebbe stato un atto di violenza, mentre i Rom stessi dichiaravano di non essere affatto nomadi, di non aver mai vissuto in campi e di non volerne sapere: chiedevano case, lavoro, scuole per i figli.»
Leggendo questo passaggio iniziale di un intervento di Piero Colacicchi, Presidente dell’associazione OsservAzione, mi sono reso conto di come in questi anni il racconto su come nacquero in Italia le leggi regionali a favore delle minoranze sinte e rom sia parziale e in qualche modo appiattito sulla questione “campi nomadi”.
E pur non essendo stato tra i promotori o estensori delle tante vituperate leggi regionali, ma essendone stato testimone, mi sembra giusto gettare uno sguardo a quegli anni per cercare, con tutti i miei limiti, di eliminare le semplificazioni di oggi.
La prima Legge regionale a favore dei Sinti e dei Rom è stata promulgata dalla Regione Veneto nel 1984. E quella legge è il frutto di un dibattito che si è sviluppato molto prima degli Anni Novanta, contrariamente da quanto scritto da Colacicchi che ha vissuto probabilmente la sola esperienza toscana.
Secondo Colacicchi il dibattito si concentrò sulla questione abitativa (campi nomadi si o no?) ma al contrario il dibattito si concentrò su un altro aspetto: i Rom e i Sinti devono essere trattati come qualsiasi altro Cittadino o per loro c’è bisogno di una legislazione speciale?
Questo fu il grande dibattito che negli Anni Ottanta ha portato alla promulgazioni delle Leggi regionali. E in questo dibattito le associazioni pro Rom e Sinti sono intervenute profondamente. In quegl’anni le associazioni erano due: l’Opera Nomadi e l’Associazione Italiana Zingari Oggi (AIZO). Quest’ultima fondata da Carla Osella, transfuga dall’Opera Nomadi di Torino. Un ruolo importante lo ha avuto il Centro Studi Zingari, fondato dall’Opera Nomadi e poi gestito pressoché autonomamente da don Bruno Nicolini e Mirella Karpati. Il Centro pubblicava la rivista Lacio Drom che è stata la “palestra” per molti studiosi, alcuni di questi tutt’ora in attivi.
Anche oggi la questione è molto dibattuta anche se in modo “sotterraneo” e vede diverse posizioni. E’ però da rilevare che su questa questione c’è molta confusione, perché in molti affermano che per i Sinti e Rom non devono essere attuate politiche differenziali e nello stesso tempo chiedono che ai Sinti e Rom sia riconosciuto lo status di minoranze storiche linguistiche, appunto una politica differenziale. Bisogna decidersi: o lo status di minoranze o nessuna differenza dagli altri Cittadini italiani. E proprio su questo equivoco sono nate le sfortunate Leggi regionali.
In quegli anni pochissimi pensavano che un Cittadino italiano, appartenente alle minoranze sinte o rom, potesse godere di tutti i diritti goduti dalla maggioranza dei Cittadini italiani solo grazie alla presenza di norme ad hoc. Come per altro succede per tutti gli altri Cittadini italiani, appartenenti a minoranze. Faccio un esempio banale: un Cittadino italiano, appartenente alla minoranza tedesca, entrando in un qualsiasi ufficio pubblico ha il diritto di essere accolto da una persona che parla il tedesco, la sua lingua madre. E per rendere effettivo questo diritto gli uffici pubblici, dove risiedono Cittadini appartenenti alla minoranza tedesca, hanno l’obbligo legislativo di assumere persone che parlino correttamente la lingua tedesca.
Bisogna anche ricordare che questo dibattito si sviluppa quando in Italia erano presenti quasi esclusivamente Sinti e Rom italiani. E’ vero che fin dalla fine degli Anni Sessanta erano immigrate in Italia famiglie di Rom provenienti dalla Bosnia Erzegovina (Xoraxané) e dalla Serbia (Rudara), ma il loro numero era così irrisorio che di fatto erano quasi invisibili. E’ anche da considerare che la prima legge sull’immigrazione è stata la “Martelli” del 1990.
L’Opera Nomadi, associazione nata negli Anni Sessanta, ha sempre promosso una politica ugualitaria: i Rom e i Sinti sono Cittadini italiani e come tali devono essere tratti, niente di meno e niente di più. L’obiettivo, sempre secondo l’Opera Nomadi, doveva essere quello di far godere ai Sinti e ai Rom gli stessi diritti che godevano tutti gli altri Cittadini italiani. Le leggi dovevano essere applicate in maniera eguale con il fine di eliminare le diseguaglianze. Il termine discriminazioni non veniva mai utilizzato ed è diventato di uso corrente solo negli ultimi anni, dopo la promulgazione della legge “Mancino”.
Sembrerà un paradosso ma l’Opera Nomadi è stata fondata proprio in Trentino Alto Adige, il territorio che in Italia ha dato il maggiore contributo sulla questione del riconoscimento delle minoranze. Un contributo che è diventato modello per tutta l’Europa.
Quindi il dibattito ha visto da una parte le associazioni che non volevano assolutamente delle politiche differenziali per i Sinti e Rom, dall’altro tutta una parte di società civile ma anche di politica (in particolare pezzi rilevanti di quei partiti che oggi possiamo definire di centro e di centro-sinistra) che voleva riconoscere a Sinti e Rom lo status di minoranze o meglio un qualcosa di simile perché ieri come oggi in pochi ritenevano i Sinti e Rom portatori di culture, lingue, valori... da tutelare al pari di altre culture, come ad esempio quella tedesca.
Questi pezzi della società civile e della politica, in quegli anni, si stavano anche interrogando sulle questioni poste da altre minoranze che erano escluse da qualsiasi intervento e coglievano la necessità di una legge nazionale che comprendesse tutte le varie istanze: la Legge 482, promulgata nel dicembre del 1999.
Le Leggi regionali sono state quindi una forma di supplenza ad una legge nazionale ma nello stesso tempo un esperimento che oggi possiamo giudicare fallimentare ma per altre ragioni da quello che pensa attualmente Piero Colacicchi e molti altri.
Se leggiamo il primo articolo di ogni legge, nel frattempo modificate più volte, leggiamo una chiara volontà a riconoscere a Sinti e Rom una specie di tutela. Prendiamo ad esempio la Legge 11/88 del Friuli Venezia Giulia, nel primo articolo leggiamo:
«La Regione autonoma Friuli Venezia Giulia tutela, nell'ambito del proprio territorio, il patrimonio culturale e l'identità dei Rom, giusta la convenzione delle Nazioni Unite relativa allo stato di apolide (28 settembre 1954) che nel termine comprende e considera anche i Sinti ed ogni altro gruppo zingaro nomade.
Conformemente al dettato costituzionale, alle risoluzioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa e del Parlamento Europeo, la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia salvaguardia, negli ambiti di propria competenza, i valori culturali specifici, l'identità storica ed i processi di cambiamento in atto dei Rom.
A tal fine la Regione assicura ai Rom, nel prendere atto del nomadismo e della stanzialità, la fruizione di tutti i servizi a garantirne l'effettivo esercizio nell'autonomia culturale e socio - economica e ad assicurare la salute ed il benessere personale e sociale, nell'ambito di una più consapevole convivenza.
Le pubbliche amministrazioni, ovvero gli Enti locali singoli od associati, le Province, le Comunità montane, la Comunità collinare e le Associazioni di volontariato cui viene anche demandata l'attuazione degli interventi previsti dalla presente legge, tramite le convenzioni di cui all'articolo 2, devono operare nel pieno rispetto dei caratteri di consapevole diversità dei gruppi Rom e dei rispettivi sottogruppi parentali.»
Penso che tutti possano condividere quanto scritto dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia nel 1988 ma chissà perché oggi tutti sono contro lo Leggi regionali. Ho il dubbio che siano in pochi ad averle realmente lette…
E come tutti possono legge in questo caso si parla sia di nomadismo che di stanzialità. Quindi nessuna volontà a rinchiudere i Sinti e Rom nei cosiddetti “campi nomadi”. Certo la legge del Friuli Venezia Giulia è una delle migliori anche se di fatto mai applicata. Ma se si ha la pazienza di leggersi le diverse leggi si potrà notare la presenza, pressoché uniforme, della volontà di tutelare le culture sinte e rom.
E’ però da rilevare che la differenza evidente nel riconoscere lo status di minoranze è nello strumento legislativo: una legge nazionale è impositiva, la legge regionale no. Di fatti il Friuli non ha fatto praticamente niente per mettere in pratica quanto scritto nel primo articolo di legge, perché in quegli anni le regioni avevano competenze molto limitate.
Il problema si pone quindi diversamente e qui nascono i dolori: come tutelare le minoranze sinte e rom? Naturalmente senza la partecipazione diretta e diffusa degli stessi Sinti e Rom. Ed è questo secondo me il vero peccato originale delle Leggi regionali.
I legislatori non erano però così “cattivi” e in alcune leggi e regolamenti attuativi è presente una partecipazione dei Sinti e dei Rom. Faccio l’esempio della Legge Regionale della Lombardia. Nell’articolo due, punto d, la Legge si pone proprio l’obiettivo della partecipazione: “promuovere la partecipazione delle popolazioni nomadi alla predisposizione degli interventi che li riguardano”. Ma se poi andiamo a leggere come raggiungere questo obbiettivo, troviamo il nulla. Negli incontri del tavolo tecnico regionale, a cui ho partecipato subito dopo la promulgazione della legge, ho posto questo problema. La Giunta regionale ha risposto che ai tavoli potevano sedere un rappresentate delle comunità sinte e un rappresentante delle comunità rom. Ma nulla su come arrivare a questo risultato. Secondo la Regione era compito delle associazioni promuovere la partecipazione. Giusto rilievo ma è pur vero che senza strumenti è difficile costruire la partecipazione. Come si può per altro evidenziare in qualsiasi altro campo, ad esempio la Legge 328/2000 che ad oggi è largamente inapplicata proprio nel suo obiettivo principale: la partecipazione. Alla fine in Lombardia i soldi sono stati divisi su Milano e Mantova per la questione abitativa e si è piano, piano “spenta” la legge nell’indifferenza generale.
Seguendo il percorso temporale delle Leggi si vede che piano, piano tutta la questione si sposta sempre più sulla questione abitativa e tutto il resto diventa molto marginale. Questo perché negli anni i problemi aumentano con la massiccia migrazione dalla Yugoslavia che, a partire dalla fine degli Anni Ottanta, si avviava alla dissoluzione. Forse se nella ex Yugoslavia non fosse scoppiata una guerra civile dalle proporzioni inimmaginabili, la questione si sarebbe dipanata in maniera diversa. Ma con i “forse” e i “se” non si fa la storia anche perché è evidente a tutti che ancora oggi la questione della partecipazione è pressoché ignorata dalle Istituzioni.
Concludendo devo quindi evidenziare che non sono state le leggi regionali a istituire i “campi nomadi”, perché tale soluzione abitativa era già presente in maniera diffusa su tutto il territorio nazionale. Quello che hanno fatto le leggi, se vogliamo piegarle alla sola questione abitativa, è dare ai Comuni soldi per rendere questi ghetti, già esistenti, un po’ più vivibili.
La domanda che invece mi pongo spesso è la seguente: le leggi regionali possono essere uno strumento a favore dei Sinti e dei Rom? La mia risposta è si. Perché vista l’attuale situazione nazionale si possono costruire, in alcune Regioni, percorsi che portino a modifiche sostanziali alle leggi in vigore. Queste modifiche devono offrire ai Rom e Sinti quei diritti fondamentali che permettano il godimento reale della Cittadinanza, a partire appunto dal diritto a partecipare. di Carlo Berini
Roma, le politiche di integrazione partoriscono sgomberi
Mentre il nostro Ministro Maroni continua a raccontare balle a destra e a sinistra, non si fermano le azioni di sgombero contro le famiglie sinte e rom. Queste azioni vengono effettuate in spregio sia alla legislazione italiana che alla legislazione europea.
Infatti, prima di uno sgombero non viene mai notificata l’ordinanza nominativa (come prescrive la legge), di conseguenza non è dato mai il tempo alle persone di presentare l’eventuale ricorso alla Magistratura. E si badi bene in molti casi stiamo parlando di Cittadini italiani.
La cosa più grave è che quasi mai viene offerta una soluzione abitativa alternativa, in spregio alla Costituzione e alla Legge 328/2000, anche nei casi in cui siano presenti minori, molte volte in tenera età. Nei rarissimi casi in cui viene proposta una soluzione alternativa, questa presuppone la divisione delle famiglie. Un po’ come avveniva per gli schiavi neri nei mercati dell’America schiavista. Si offre la comunità alle donne con bambini piccoli e tutti gli altri in strada. Anche ragazzi e ragazze sono ancora dei minorenni. Le donne in comunità sono mantenute per qualche giorno e poi si incomincia a minacciare di sottrarre i figli piccoli, perché comunque la comunità ha un costo che le amministrazioni comunali non vogliono sostenere.
Ma ritorniamo alla cronaca di ieri. A Roma sono state sgomberate con questi metodi incivili diverse famiglie dalla Polizia di Stato. L’azione si è svolta nell'ambito dei controlli svolti dalla Questura di Roma per monitorare i “campi nomadi” non regolari sorti nella Capitale. In particolare, gli agenti hanno controllato e smantellato due insediamenti scoperti nella zona di via dell'Esperanto e via di Decima e altri due nella zona di via dei Ciceri e via dell'Imbarco, alla Magliana. Naturalmente delle famiglie nessuna notizia...
Il pasticcio dei bambini fantasma
Quel pasticciaccio del pacchetto sicurezza del ministro Roberto Maroni sui bambini fantasma. A dieci giorni dall'entrata in vigore della legge - 8 agosto - prefetture, questure e associazioni del volontariato annaspano nella confusione. Alle preoccupazioni, avanzate a Prato al tavolo sulla sicurezza, riguardo alla legge Maroni, il ministero dell'Interno, sollecitato dal Tirreno, ci ha impiegato un'intera giornata per precisare che «le notizie riguardanti la possibilità che le nuove norme contenute nel pacchetto sicurezza impediscano ai genitori non in regola con il permesso di soggiorno di iscrivere all'anagrafe il figlio nato in Italia sono destituite di fondamento».
Maroni rassicura. Il Viminale aggiunge anche che per gli atti di stato civile, tra cui rientra quello di nascita, «non è richiesta l'esibizione del permesso di soggiorno» e che le straniere irregolari «che hanno un figlio in Italia hanno titolo ad un permesso di soggiorno con validità fino a sei mesi dopo il parto, che può essere anche rilasciato al padre».
Dunque Giovanni Daveti, il funzionario della prefettura di Prato che si occupa di cinesi e gli altri esponenti del tavolo della sicurezza pratese, hanno preso un colpo di sole, in questo torrido fine luglio? Non è così. Le norme non sono chiare. E le perplessità attraversano le associazioni di volontariato mentre dalla questura di Prato spiegano che non esiste ancora una circolare applicativa.
L'articolo della discordia. Lo stesso Riccardo Mazzoni, deputato del Pdl di Prato, pur negando che ci possano essere rischi per i figli di mamme clandestine, ammette: «Il contestato articolo 1, comma 22, lettera g del ddl stabilisce in effetti l'obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno anche per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile, ma nessun articolo e nessun comma impedisce di dichiarare la nascita di un figlio. Le singole norme vanno lette all'interno dell'intero sistema normativo».
Il cavillo dietro l'angolo. Già, l'intero sistema normativo. Una norma che rimanda all'universo mondo delle norme: il massimo della semplificazione. E si sa, lo sanno bene soprattutto i legislatori, nei dettagli delle norme si rintana spesso il cavillo. Ma cerchiamo di capire i dubbi, le perplessità. Dunque la legge sulla sicurezza all'articolo 6 prevede che una donna clandestina possa recarsi all'ospedale per partorire senza esibire il permesso di soggiorno. Come d'altra parte tutti i clandestini che hanno urgente bisogna di cura. L'ospedale rilascia loro una tessera, la Stp (Straniero temporaneamente presente). Così come può effettuare la dichiarazione di nascita e di riconoscimento del figlio naturale anche senza permesso. Da clandestina.
Chi non il passaporto. Il Viminale aggiunge anche che le straniere irregolari che devono partorire un figlio hanno titolo ad un permesso di soggiorno dopo il terzo mese di gravidanza e fino a 6 mesi dopo il parto. Ma l'associazione Save the Children denuncia che per ottenere tale permesso di soggiorno è necessario presentare il passaporto. Di cui molte donne clandestine sono prive, come ad esempio donne rifugiate che hanno ricevuto un diniego in prima istanza e che sono ricorrenti, o donne di origine rom. «Conseguentemente, non potendo esibire questo documento non possono neanche ottenere questo permesso di soggiorno temporaneo. E quindi non possono registrare e riconoscere il figlio», secondo l'associazione Save the Children.
E dopo i sei mesi? Tutto questo non è vero? L'associazione sfida Maroni: «Emettere una circolare esplicativa che non lasci spazio ad interpretazioni restrittive». Poniamo che, nonostante le norme confuse e pasticciate, una donna irregolare possa riconoscere il proprio figlio. Resta l'interrogativo: dopo i sei mesi cosa succede alla donna? Se si ricongiunge con un familiare che è già regolare sul territorio lei stessa viene regolarizzata.
Inoltre, spiega il sottosegretario Alfredo Mantovano, per sei mesi sia la madre che il padre del bimbo sono regolari. E il babbo può trovare lavoro, mettersi in regola. «Altrimenti come tutti gli altri clandestini devono lasciare il paese», sottolinea Mantovano (vedi intervista a parte). E se la mamma è sola, senza marito? E se in sei mesi uno non trova lavoro? O lo trova e lo riperde? Quale futuro per un bambino di 6 mesi? Il Viminale tace. I dubbi restano. di Mario Lancisi
Roma, firmato l'accordo per ridurre l'impatto dalle tubercolosi (Tbc) fra i Rom
Ridurre l'impatto dalle tubercolosi (Tbc) fra i Rom, attraverso un progetto che permetta di riconoscere velocemente i casi più a rischio e faciliti l'accesso alle terapie. E' l'accordo firmato oggi dalla Regione Lazio e il Comune di Roma, un programma a cui parteciperanno attivamente anche l'Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, Laziosanità-Agenzia di sanità pubblica (Asp) e le Asl romane. Il progetto è stato presentato oggi in Campidoglio e al termine della conferenza Esterino Montino, vicepresidente della Regione, e Sveva Belviso, assessore capitolino alle Politiche sociali, hanno firmato il protocollo d'intesa. Il Comune di Roma finanzierà con 130 mila euro l'iniziativa, al via ufficialmente a settembre.
In primo luogo l'intervento sarà sviluppato nei "campi nomadi" della Capitale, poi sarà esteso anche ad altri gruppi di migranti. "Inizialmente - spiega Belviso (in foto)- dovremo sensibilizzare le popolazioni nomadi sull'importanza di quest'iniziativa. A settembre partiremo con la formazione di alcuni operatori che saranno presenti all'interno dei campi". Obiettivo del programma è fare una diagnosi precoce della malattia. "Le persone con Tbc sospetta - prosegue Belviso - verranno mandate allo Spallanzani per l'approfondimenti diagnostico e l'eventuale presa in carico per il trattamento".
I pazienti, dopo aver lasciato l'ospedale, saranno seguiti con una supervisione 'ad hoc'. Mentre per ogni caso accertato, sarà avviata un'indagine epidemiologica con lo screening e l'eventuale trattamento preventivo delle persone venute a contatto con il malato. Montino invita a non abbassare la guardia su questa patologia. "Molti credono che la Tbc sia una malattia del passato - dice - ma non è così. Le Asl fanno già tanto per prevenire la tubercolosi, ma integrare le diverse forze in campo - conclude - ci aiuterà certamente".
martedì 28 luglio 2009
Lorenzo Del Boca, "quale futuro per la carta stampata"
"Un ottimo liquore dopo un buon pranzo". Questa la metafora semplice ma efficace con cui Lorenzo Del Boca (in foto), presidente dell'Ordine dei giornalisti, descrive come dovrebbe essere un giornale ai giovani praticanti della redazione di Moked. La stampa italiana, racconta, sta perdendo gradualmente la sua credibilità, cerca di stupire e scioccare il lettore con titoli teatrali e informazioni di discutibile interesse. Persino le notizie sul tempo vengono drammatizzate fino all'eccesso. "Verso la grande alluvione. La pianura padana verrà sommersa" per un paio di giorni di pioggia intensa, "il Sahara arriverà fino alle Alpi" quando il termometro segna trenta gradi per più di cinque giorni. Il risultato di questa politica editoriale, sottolinea Del Boca, non è però quello sperato: i lettori diminuiscono, in Italia si comprano circa cinque milioni di giornali al giorno a fronte di una popolazione di sessanta milioni. Nulla se si pensa a paesi come la Germania, in cui un singolo quotidiano vende sei milioni di copie.
In realtà non sono solo i nostri giornali a passarsela male, la crisi sta toccando la stampa a livello internazionale. Le notizie, in particolare grazie a internet, arrivano in tempo reale, sappiamo subito cosa succede all'altro capo del mondo. "Stavo guardando la televisione - racconta il presidente Del Boca - quando ho visto che in Argentina si stava svolgendo una protesta di piqueteros (principalmente disoccupati) che manifestavano davanti alla Casa Rosea, il Parlamento argentino. Ho chiamato dei miei amici che stavano a Buenos Aires per capire cosa stava succedendo e questi erano assolutamente all'oscuro di tutto".
Altro esempio, ricorda, è l'11 settembre. Quanti, si chiede, hanno ricevuto la notizia tramite amici o parenti che dicevano " Hai visto cos'è successo? Presto accendi la televisione". Le notizie corrono nell'aria e per i giornali è difficile stare al passo, uscire con una notizia ventiquattro ore dopo l'accaduto quando già tutti sanno è evidentemente un problema. L'informazione è vecchia ancora prima di uscire.
Che futuro si prospetta dunque per la carta stampata? Dobbiamo scriverne il necrologio o c'è una possibilità di sopravvivenza? Del Boca presenta due tesi: da una parte il sociologo Philip Meyer che parla di Vanishing Newspaper e prospetta la progressiva scomparsa dei giornali cartacei. Dall'altra il professor Derrick de Kerckhove secondo cui una nuova tecnologia non necessariamente assorbe quella precedente, basti pensare alla bicicletta che sopravvive nonostante auto e motorini imperversino nelle nostre strade.
La soluzione di Del Boca è impegnativa, ma possibile e si rivolge soprattutto ai giornalisti: non potendo combattere con il tempo, bisogna puntare alla qualità. L'affermazione "un giornalista non si fa con la testa ma con i piedi", dice, è anacronistica. Chi scrive deve avere una profonda conoscenza della questione, in modo da presentare al lettore una chiave interpretativa chiara e definita che renda agevole la comprensione degli eventi. Il giornalista non può più essere un tuttologo ma deve costantemente aggiornarsi e studiare. "Nessun chirurgo - conclude - opera con le tecniche apprese all'inizio della sua carriera".
Insomma, la situazione è assai poco rosea ma non serve cadere in inutili catastrofismi. Il futuro della professione è nelle mani dei giornalisti e le nuove generazioni devono darsi da fare per dare al lettore quel buon liquore a fine pasto. di Daniel Reichel, l'Unione informa 28 luglio 2009 - 7 Av 5769
Le ultime perle del "nostro" Ministro Maroni
Il 24 luglio è stata pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale la legge sulla “sicurezza” (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica). Il provvedimento, approvato definitivamente dal Senato lo scorso 2 luglio, era stato poi firmato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che però in una lettera indirizzata al Governo ed ai presidenti delle Camere aveva mosso diversi rilievi.
Il Ministro Maroni, durante il convegno organizzato dai circoli 'Nuova Italia' ad Orvieto, è intervenuto nel dibattito e ha fatto dichiarazioni sorprendenti che stanno già girando in Europa, tra lo stupore e le proteste delle organizzazioni non governative.
Ecco alcune delle “perle” del nostro Ministro degli Interni
La prima bugia: “Sono stufo di essere chiamato, come governo italiano, a dover dare spiegazioni, nei primi dodici mesi c'è stata continuamente questa litania. Lettere e accuse, non c'è stato mai un rilievo, da parte della Commissione Ue, su norme in contrasto con le direttive Ue”. Perché una bugia? Perché come tutti ricorderanno l’anno scorso il Ministro voleva prendere le impronte digitali a Rom e Sinti ma non lo ha potuto fare proprio per i rilievi della Commissione europea.
La seconda bugia: “L'Italia è all'avanguardia in materia di integrazione. Siamo il Paese che nell'Unione europea da questo punto di vista ha le performance migliori, anche se alcuni mezzi di informazione sostengono il contrario”. Perché è una bugia? Perché basta andare ad esempio su GoogleNews e digitare la parola sgombero rom ed è abbastanza lampante che quanto sta succedendo in Italia è molto lontano da una politica di integrazione. E i giornali italiani non sono certo delle riviste di fantascienza.
La prima battuta idiota: “Non sono la reincarnazione di Hitler che approva le leggi razziali, anzi ci rido sopra”. Il Ministro sembra proprio che non rendersi conto che in Europa la Lega Nord, il suo partito politico, è visto come una formazione xenofoba e razzista. Non per niente uno dei suoi leader emergenti, Flavio Tosi, è da poco stato condannato in maniera definitiva per propaganda di idee razziste, dopo cinque pronunciamenti della Magistratura.
La seconda battuta idiota: «La legislazione del Vaticano prevede il carcere per gli immigrati clandestini. Noi che siamo più buoni di loro abbiamo previsto solo una multa». Gli risponde a stretto giro di posta il professor Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale vaticano e docente di Diritto ecclesiastico: «Alla battuta del ministro Maroni vorrei rispondere innanzitutto con un’altra battuta: il Vaticano è praticamente un palazzo, sarebbe come se volessi entrare al Quirinale senza alcun controllo... In ogni caso in molti importanti luoghi vaticani si entra liberamente, dalla basilica di San Pietro ai Musei, senza alcun controllo di identificazione».
Ogni altro commento è inutile perché è oramai evidente che l’Italia si sta trasformando in uno dei Paesi più razzisti del mondo occidentale. L’unica speranza è che il Presidente Berlusconi, puro edonista, si svincoli dall’abbraccio mortale con la Lega Nord per paura di essere ricordato come il peggior “statista” che abbia mai varcato le porte di Palazzo Chigi. Ma questa è un’altra storia… di Carlo Berini
Heredia: l'ora del potere gitano
Sicuramente il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, occuperá un posto di rilievo nella storia del suo paese non solo per essere il primo presidente nero della nazione piú grande del mondo, ma anche per aver preso ieri decisioni politiche inimmaginabili che segneranno il suo mandato come uno dei piú innovatori in un paese abituato a sentirsi, forse a ragione, l’ombelico del mondo.
Ho letto con ammirazione il suo discorso pronunciato giorni fa durante il congresso dell’Associazione Nazionale per il Progresso delle Persone di Colore, che celebrava il primo centenario della sua esistenza, e non ho potuto sfuggire alla sensazione di sentirmi direttamente rappresentato dalle sue parole. Anzi, ho fatto l’esercizio di sostituire semplicemente la parola “nero”, ogni volta che appariva nel testo, con la parola “gitano” e il discorso si trasformava in un messaggio assolutamente adeguato alla nostra realtá. Per questo oggi mi sento confortato nel constatare che l’uomo piú potente della terra sia un nero che ha detto alle persone della propria etnia quello che alcuni di noi gitani andiamo dicendo ai nostri simili da piú di trenta anni. Da domani, quando ripeteró alla mia gente quello che vado dicendo da molto tempo, diró loro che non sono parole mie, ma che é lo stesso presidente degli Stati Uniti a pronunciarle: “ Si, se sei gitano, le possibilitá di crescere tra la delinquenza e le bande sono maggiori; si, se vivi in un quartiere povero, affronterai difficoltá che coloro che vivono nei quartieri residenziali ricchi non devono fronteggiare. Ma queste non sono ragioni sufficienti per ottenere note negative, queste non sono motivazioni esaurienti per non andare a scuola o per abbandonare gli studi. Basta con le scuse! Nessuno ha scritto il tuo destino al posto tuo. Il tuo destino é nelle tue mani. Non ci sono scuse!”.
Noi gitani spagnoli, - che senza dubbio siamo un collettivo privilegiato se paragonato ai nostri fratelli nel resto d’Europa, - patiamo ancora un altissimo tasso di analfabetismo e le condizioni di vita di buona parte della nostra popolazione sono quelle proprie di coloro che formano i gruppi di esclusione e “lumen” sociale. Per questo acquistano maggior valore le parole del presidente gitano degli Stati Uniti che a due mesi dal giuramento sul suo mandato si dovette confrontare con un rapporto che sosteneva che “i neri negli Stati Uniti possiedono il doppio delle possibilitá di restare disoccupati, il triplo delle possibilitá di vivere in povertá, e sei volte di piú quella di andare in carcere rispetto ai bianchi”.
E´vero che, come dice il saggio proverbio castigliano, “la casa di Santa Maria non é stata costruita in un giorno”, ma non é meno certo che il ritmo frenetico delle trasformazioni che sta sperimentando la societá maggioritaria da poco piú di mezzo secolo, obbliga noi gitani europei a fare uno sforzo supremo affinché il cambiamento che auspichiamo sia efficace e che possiamo essere, una volta per tutte, artefici del nostro destino e amministratori della nostra libertá. E il presidente Obama ci ha detto che “in ultima istanza, siamo noi che dobbiamo coltivare il nostro destino giorno per giorno”. Questo mi porta a formulare, in linea con il pensiero del presidente statunitense, alcune proposte per i gitani spagnoli.
Prima: Non riponiamo troppa fiducia nei sovvenzionamenti del Governo. Le sovvenzioni devono essere un mezzo, mai un fine. Anzi, quando le sovvenzioni non sono pienamente giustificate, o si concedono con criteri presumibilmente estranei alla volontá degli stessi gitani, possono essere una remora che ci condannerá irrimediabilmente al clientelismo e alla dipendenza dalla mano che ci alimenta. “I programmi di governo – ha detto Obama - non otterranno da soli che i nostri figli giungano nella terra promessa. E il Governo deve essere una forza per fornire opportunitá e una forza per munire di libertá.”
Seconda: E´necessario che siamo noi stessi gitani a essere coinvolti direttamente nella trasformazione della nostra realtá. Nessun popolo ha raggiunto la prosperitá a partire dal colonialismo politico, culturale e caritatevole. Finché il Parlamento Europeo si é espresso nella Risoluzione approvata lo scorso 11 marzo intimando che noi gitani partecipiamo a tutte le decisioni previste dai governi e dirette alla nostra comunitá. E chiede che si rispetti la nostra capacitá e la nostra responsabilitá di organizzarci autonomamente. Ma non ci inganniamo. A nulla serviranno i buoni propositi dei governanti se non siamo noi, i gitani stessi, coloro che lottano per progettare il proprio destino. Lo ha detto Obama: “Nei gitani si deve operare un cambio di mentalitá, un nuovo insieme di attitudini al fine di prendere le redini della propria vita”.
Terza: Dobbiamo aspirare a ottenere un autentico potere gitano. Ormai non basta che i governi mettano nelle nostre mani le risorse destinate a realizzare la nostra emancipazione e con quella l’uscita dall’esclusione sociale a cui siamo sottomessi. Il presidente degli Stati Uniti, che é nero, figlio di padre nero e di madre bianca, ha conosciuto e sofferto le ferite dell’emarginazione, che lo hanno portato a dire “si continua ad avere ingiustizia nei confronti dei neri, che si vedono relegati all’ultima posizione in tutte le scale del benessere”. Le sue parole sono perfettamente applicabili ai gitani spagnoli quando dice che:
“Il dolore della discriminazione si sente ancora tra di noi, ma questo non giustifica che (...) vengano condannati alla disperazione o a ruoli secondari in questo paese. (...) Desidero che aspirino a diventare scienziati e ingegneri, dottori e maestri, non solo giocatori di pallacanestro o rapper”.
Sono stato un’eccezione privilegiata nella vita politica spagnola. Avendo avuto le stesse umili origini di Obama, sono stato Deputato nel Parlamento spagnolo e nel Parlamento Europeo per 23 anni consecutivi della mia vita. Ma con me si é spezzata tristemente la continuitá. Nessuno ha piú occupato il posto che ricoprivo a Madrid o a Strasburgo. E´vero che in Spagna attualmente ci sono due deputati autonomisti gitani: uno é il mio carissimo amico Manuel Bustamante che si trova nella Corte Valenciana come rappresentante del Partito Popolare, e l’altro é il mio compagno del Partito Socialista Francisco Saavedra, che si trova nell’Assemblea Extremadura.
Ma é vergognoso che non ci sia rappresentanza gitana nel Parlamento dell’Andalucia, regione in cui vive la metá dei gitani spagnoli, né nel resto delle istituzioni di rappresentanza democratica del paese.
Il vero potere gitano si attuerá il giorno in cui accumuleremo meriti affinché il presidente del Governo, consapevole della forza che rappresentano piú di 700.000 gitani spagnoli, nomini un ministro o una ministra, Segretario di Stato o Direttore generale che siano gitani. E in piú ci si potrebbe aspettare, perché no? che il prossimo Direttore generale della Guardia Civile sia un gitano. Questo sarebbe Gipsy Power!
Quarta: Infine desidero rivolgermi proprio a quei gitani che bandiscono la propria gitanitá. Conosco molti gitani che sono professori universitari, cattedratici, medici, ingegneri, economisti, avvocati, cosí come piccoli e medi imprenditori, etc. Devono rendere pubblica la loro condizione di gitani. Questo ci dá prestigio e contribuisce in modo positivo alla rivendicazione del nostro buon nome. Sono convinto che quando qualcuno viene nel mio ufficio di avvocato per essere difeso, collega alla mia condizione di gitano la fiducia nel fatto che professionalmente io sia chi di meglio gli possa far vincere una causa.
Nessuno lo ha detto meglio di Barak Obama, delle cui parole ci appropriamo e andiamo a scolpire sul frontespizio di tutte le nostre organizzazioni: “É ora che i bimbi gitani aspirino a diventare scienziati, ingegneri, giudici del Tribunale Supremo e presidenti del Governo della nazione”. di Juan de Dios Ramírez-Heredia, Unión Romaní
(Nota al testo: la traduzione in italiano, inviata dall’Unión Romaní, portava la parola “black” ad essere tradotta con la parola “negro”. Per questa ragione è stata fatta una revisione della traduzione per renderla più fedele al testo originale.)
Europei da asilo politico
Cose sorprendenti, quelle che capitano intorno a noi. Anche che un cittadino europeo possa chiedere asilo politico a un paese del g8. E ottenerlo.
Il 13 luglio il Canada ha reintrodotto l'obbligo dei visti per il Messico e la Repubblica Ceca. Lo ha fatto per fronteggiare il massiccio afflusso di immigrati che chiedono asilo nel paese.
I dati segnalano un problema e un disagio. Dal 2007, quando l'obbligo dei visti per i cechi è stato annullato, alle autorità canadesi sono state presentate oltre 3.000 richieste d'asilo, rispetto a solo cinque nel 2006. Rispetto a 853 richieste d'asilo presentate in tutto il 2008, solo nel primo trimestre del 2009 sono state presentate 653 domande da parte di immigrati cechi, per lo più rom.
I rom dicono di fuggire a seguito dei rigurgiti estremisti neonazisti in aumento nella Repubblica ceca, del resto sette di loro sono stati recentemente uccisi senza troppi complimenti. Per le autorità ceche i motivi dell'emigrazione rom sono invece in primo luogo economici alla luce del sistema sociale canadese molto generoso.
I cechi al governo sono infuriati e offesi. Hanno chiesto all'Europa di replicare inserendo l'obbligo di visto anche per i canadesi. La risposta è stata solidale, ma negativa. Se lo meritano pure. In maggio l'ex premier Topolanek è stato beccato nel corso di una cena ufficiale a dire cose terribili sui rom e sul come sbarazzarsene. Scherzava. Più probabilmente scherzava per dire delle verità che avrebbe potuto confessare altrimenti. Più o meno ordinaria amministrazione, sin qui.
Le cose cambiano, però, se si osserva che nel 2008 ben 84 cittadini rom della Repubblica Ceca hanno ottenuto l'asilo nella terra delle foglie d'acero. Anche se qualcuno la pensa diversamente, si tratta di 84 cittadini europei sino in fondo cento per cento UE.
Il che vuol dire che un paese terzo, fra l'altro membro del G8 e dunque non uno qualsiasi, ha ritenuto che nell'Unione europea ci siano comportamenti tali da giustificare la concessione di diritti speciali agli stessi cittadini europei.
"Non è immaginabile che un cittadino della Ue sia ritenuto un rifugiato in un altro Paese, è un fatto che farebbe cadere un interro pilastro su cui l'Unione si fonda", s'è lamentato il ministro degli Esteri Franco Frattini. Ha ragione. Salvo che certi comportamenti e atteggiamenti rispetto a determinate etnie - come i rom - in un buon numero di paesi fanno riflettere sulla solidità dei pilastri su cui l'Unione si fonda. E danno lo spunto agli altri per pensare che non siamo virtuosi come suggeriscono i Trattati. Guardiamoci intorno. I colpevoli di questa deriva sono fra noi e noi fra loro. di Marco Zatterin
La Spezia, no alla fiaccolata contro il "campo nomadi"
Massimo Lombardi, Responsabile Immigrazione Prc La Spezia interviene in risposta alle dichiarazioni di Massimiliano Mammi della Destra sul Campo Rom apparse questa mattina su CDS ed, tra l'altro, afferma che : "Le dichiarazioni di Mammi sulle intenzioni del proprio partito politico di organizzare una fiaccolata contro il campo nomadi di via Camposanto nascondono una profonda non conoscenza delle attività dell'amministrazione comunale: forse Mammi dovrebbe documentarsi meglio prima di intervenire a sproposito.
Il progetto comunale sul Campo Rom è infatti un progetto migliorativo, di messa in sicurezza dello stesso, che prevede l'igienizzazione delle fognature, la pulizia del parcheggio con l'installazione dei servizi igienici necessari e mancanti."
Continua Lombardi: "Riguardo alla crisi economica che ha investito anche la nostra città e che si ripercuote sulla mancanza di posti di lavoro e stabilità sociale, Mammi dovrebbe prendersela con i veri responsabili di questo disastro, ossia la classe industriale spezzina.
Infine, in base anche ai fatti accaduti sabato notte a Marina di Massa, sottolineo come sia grave e pericoloso fomentare l'odio sociale con le ronde invece che cercare la pacifica convivenza tra le persone. Ma questi non sono argomenti a cui Mammi vuole o può rispondere."
Conclude Lombardi: "Pertanto chiedo al sindaco Federici di non autorizzare la tanto auspicata fiaccolata voluta dalla Destra contro il campo nomadi."
Napoli, bambini nel mondo tutti insieme contenti 2009
Non poteva trovarsi titolo migliore per il campo estivo “Bambini nel mondo tutti insieme contenti 2009”. Questa l’idea che tutti realizzavano alla “Festa dell’Arrivederci”, tenutasi venerdì 24 luglio alle 16.00 presso l’Istituto Opera del Fanciullo a Capodimonte. L’evento ha chiuso la seconda edizione del progetto curato dalla Fondazione Banco di Napoli Assistenza e Infanzia e dall’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Campania. Sessanta i bambini coinvolti nell’iniziativa: 30 bambini rom appartenenti ai campi (vecchi e nuovi) di Secondigliano e Scampia, 20 provenienti da Senegal, Nuova Guinea, Sri Lanka, Palestina, Macedonia e 10 bambini semplicemente italiani, di Miano e Piscinola. Tutti di età compresa tra i 7 e i 12 anni, figli di immigrati regolari e tutti realmente contenti. Il campo estivo è stato attivo dal 26 giugno al 27 luglio ed è stato condotto da una squadra di otto operatori, tra cui uno psicologo infantile e una mediatrice interculturale per la Fondazione Banco di Napoli, il premio “Donna per la Pace 2003” e “Campania per la Pace e i Diritti umani 2005” Souzan Fatayer. La quale non nasconde la propria soddisfazione, così come Fernanda Spena, direttrice dell’Istituto Porta Bellaria, che ha ospitato, immerso nel verde, le attività ludiche, pedagogiche e ricreative dei bambini. Alla scuola sono state alternate gite e giornate in piscina per far fronte al calore invadente di questo periodo. Souzan Fatayer spiega che i piccoli partecipanti al campo sono stati selezionati su indicazione delle scuole e dei vari capi-comunità cui le rispettive famiglie fanno riferimento. di Eduardo Di Pietro, continua a leggere… e guarda il video...
Reggio Calabria, Karin Faistnauer prima vincitrice del festival Ecojazz
Karin Faistnauer, presidente dell'associazione "Donne e Futuro", è la prima vincitrice del premio istituito dal festival musicale Ecojazz in programma a Reggio per il 6 agosto. La manifestazione è gestita dall'associazione di solidarietà internazionale "Un ponte per." che in Calabria è guidata da Giovanni Crotti e che ha tra le sue priorità le politiche antidiscriminatorie di genere.
«La scelta della prima donna beneficiaria del riconoscimento – scrive Crotti a Faistnauer – è ricaduta su di lei e sul suo ruolo fattivo per far uscire dal "buio sociale" le donne del suo territorio, e non solo quelle rom».
Il riconoscimento di Ecojazz è ispirato da un particolare contesto artistico-metaforico (il jazz incontra la Fata Morgana) che viene assegnato a quelle donne speciali che «sono emerse dall'oscurità e dal silenzio degli abissi sociali e che con il loro indomito spirito di sacrificio affrontano ogni avversità della vita nella lotta per ricostruire dignità annientate e oscurate nella loro essenza umana». E'ovvio l'accostamento alla mitica Fata Morgana, emersa dall'oscurità e dal silenzio degli abissi per punire l´arroganza e l´avidità del barbaro.
Il riconoscimento verrà consegnato sul lungomare reggino, in coincidenza con una performance di danza e musica, animata da artiste statunitensi. Anche la cerimonia di premiazione si lega all'idea di un'alba nuova di civiltà sulla barbarie dominante.
Karin Faistnauer, da anni impegnata per la promozione sociale e culturale delle donne rom di Scordovillo, si è detta lusingata per l'assegnazione del riconoscimento. Il suo è un impegno costante e sempre improntato all'abbattimento di pregiudizi e luoghi comuni che condizionano fortemente la convivenza tra i rom e i cosiddetti "italiani".
Barriere ideologiche che impediscono un reale inserimento della popolazione rom nel contesto sociale in cui vivono. In attesa del premio, "Donne e Futuro" si sta preparando per l'ottava edizione del Calabrientage, il mercatino dei prodotti tipici calabresi e dei manufatti artigianali realizzati dalle donne rom di Scordovillo che l'associazione porterà anche quest'anno ad Innsbruck, in Austria.
Karin Faistnauer, allestirà gli stand espositivi all'interno del Cafe e Pub "Hokusposkus, nel pieno centro storico della cittadina austriaca. Le giornate calabresi del "Calabrientage" che partiranno fra qualche giorno, celebreranno le prelibatezze enogastronomiche della nostra regione, insieme ai lavori delle ragazze e delle donne del campo rom che l'associazione ha sempre coinvolto in molteplici attività. Tra le ultime iniziative la mostra dell'artigianato realizzata all'interno della scuola Fiorentino in collaborazione col Centro d'istruzione per adulti.
Tra gli stands espositivi anche degli opuscoli informativi sul lavoro svolto dalle volontarie di "Donne e Futuro" che con le donne rom hanno fatto e continuano a fare opera di sensibilizzazione e conoscenza: dall'informazione sanitaria a quella scolastica, perseguendo l'obiettivo di una vera e propria formazione.
Miriam Meghnagi e il canto che viene dal cuore
Mi piace molto lavorare nel cinema. Per l'ultimo film di Citto Maselli, Fuoco e la cenere, ho scritto un canto per la pace in ebraico ed in arabo poi ho invitato un cantante palestinese e l'abbiamo cantato insieme, in una scena nella quale interpretavo me stessa: Miriam Meghnagi nel ruolo di Miriam Meghnagi.
Il film dovrebbe partecipare alla prossima biennale di Venezia e racconta di un centro sociale che si trasforma in centro commerciale, una parodia della storia della sinistra. Non ho mai voluto fare un lavoro "sotto padrone", ho sempre gestito il mio tempo senza dover dipendere da qualcuno. Credo che questo atteggiamento sia legato alla mia vicenda personale, da una sventura si può trarre una visione della vita. La mia famiglia è fuggita da Tripoli, io ero piccola e per tanto tempo non abbiamo avuto la cittadinanza. La condizione di apolide in Italia significava che non potevi avere un ruolo all'università e non potevi fare ricerca. Ho avuto delle borse di studio perché ero brava a scuola però non potevo lavorare e questa situazione, in seguito è diventata la cifra della mia vita. Non avendo un'ambasciata che potesse proteggermi dovevo pensare a me stessa e non dipendere da nessuno. Oggi sono cittadina italiana, però per più di vent' anni, sono stata apolide.
Miriam Meghnagi, nata a Tripoli da antica famiglia ebraica è attualmente una delle principali interpreti vocali del patrimonio musicale ebraico sul quale ha svolto ricerche decennali. Il suo repertorio spazia tra varie lingue e dialetti ed è arricchito anche da composizioni originali. Ha collaborato con registi di cinema e teatro come S. Agosti (musiche originali in Uova di garofano), G. Pressburger (canto originale nel film-documentario Flussi di Coscienza, canti originali e acting in Danubio, lavoro teatrale), G. Salce (protagonista femminile, canti e musiche originali in Il raggio d'oro, Rai 3), C. Naccari (canti originali in Venezia: città di pietra e acqua, "Premio Torta"), Pasquale Scimeca (musiche originali per il film "La Passione di Giosuè l'Ebreo"). Canti e musiche originali, inoltre, per il documentario di C. G. Hassan e D. Meghnagi Gerusalemme: città di specchi (Rai-SAT, 2000).
Recentemente mi hanno invitata in Campidoglio come testimone onoraria all'assemblea mondiale delle organizzazioni dei rom e dei sinti riuniti non per chiedere l'elemosina ma per essere attivi e per occuparsi di se stessi. Nel prossimo novembre sarò ospite d'onore in un festival a Lanciano dove vive una comunità sinti perfettamente inserita. Gualtiero Spinelli mi ha appena telefonato per dirmi che da quel momento in poi sarò la regina dei rom e dei sinti. a cura di Anna Rolli, continua a leggere...
lunedì 27 luglio 2009
Roma, sgomberato un "campo nomadi"
E' stato sgomberato all'alba l’insediamento rom, presente da circa 20 anni, con circa 40 manufatti in muratura costruiti abusivamente in via Dameta e via Neide, in zona Rustica a ridosso del Grande raccordo anulare della Capitale, nei quali vivevano circa 140 persone.
Lo sgombero, che precede l'abbattimento con le ruspe dei manufatti che è tuttora in corso, è avvenuto senza incidenti, ma solo con qualche debole protesta dei residenti. Lo sgombero, del quale i Rom erano stati già informati è stato eseguito da circa 150 agenti della polizia municipale dell'VIII Gruppo con la collaborazione di altri Gruppi e delle autoradio in servizio notturno, diretti dal comandante Antonio Di Maggio, sulla base dell'ordinanza del prefetto di Roma e Commissario straordinario per i nomadi Pegoraro, che ha dato mandato al direttore del V Dipartimento Angelo Scozzafava di farlo eseguire. Sul posto anche personale del Dipartimento V del campidoglio e personale dell'Acea acqua e luce per i distaccare le utenze.
La Polizia di Stato e della Polizia Municipale stanno lavorando allo scopo di assicurare un contestuale trasferimento degli occupanti presso alcuni locali della Fiera di Roma. Le operazioni si sono rese necessarie a seguito della richiesta della Società Strada dei Parchi incaricata di realizzare la complanare dell'Autostrada A24 nel tratto urbano in questione.
Massa, scontri tra ronde
Scontri alla periferia di Massa, la notte fra sabato e domenica, tra la prima ronda proletaria antifascista, organizzata dai Carc (Comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo) e Asp (Associazione solidarietà proletaria) e simpatizzanti di destra. Il bilancio di una notte di tensione e di una giornata, ieri, di blocchi ferroviari é di due arresti, due denunciati, tre persone fermate, tre poliziotti lievemente feriti, due contusi, un esponente di sinistra medicato in ospedale e dimesso.
La ronda proletaria era stata promossa per contrapporsi a quella delle 'SSS' (Soccorso sociale e sicurezza), fondata dal capogruppo de La Destra in Comune a Massa, Stefano Benedetti, e già operativa da settimane nonostante il parere negativo dell' amministrazione comunale.
Il corteo dei simpatizzanti di estrema sinistra è partito sabato notte dalla pineta Ugo Pisa, in zona Partaccia a Marina di Massa, dove si stava svolgendo la Festa di Resistenza. Secondo la polizia, il corteo, non autorizzato, si è diretto, bloccando la circolazione, verso un bar frequentato da simpatizzanti di destra. E' qui che sono scoppiati i primi disordini, tra i manifestanti che avevano fumogeni e bandiere rosse e gli avventori del bar: aggressioni verbali dei primi a cui hanno risposto gli altri con il saluto romano e intonando l' inno nazionale e canzoni del Ventennio. Alla presenza anche di qualche famiglia, sono volate sedie e tavolini: tre poliziotti sono rimasti feriti nel tentativo di disperdere i gruppi.
Il secondo scontro è avvenuto poco dopo, mentre il corteo della ronda proletaria cercava di tornare alla Festa di Resistenza. Gli agenti della Digos si sono trovati contro un gruppo di giovani in motorino, armati di bastoni, chiamati dagli stessi Carc per fronteggiare, dicono i simpatizzanti di estrema sinistra, quelli di destra che pare stessero andando alla Festa. Altri due poliziotti sono rimasti contusi dallo scontro, oltre a un giovane di sinistra.
Dopo lo scontro sono finiti in questura quattro esponenti di sinistra, tra cui Alessandro Della Malva, segretario regionale dei Carc, e Samuele Bertoneri, giovane membro dell' Asp di Massa, che sono stati arrestati con l'accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Gli altri due Carc sono stati rilasciati ma denunciati per resistenza a pubblico ufficiale e istigazione a delinquere. Questa mattina, per protestare contro i fermi, un gruppo di Carc ha manifestato alla Stazione di Massa bloccando i binari e creando disagio alla circolazione dei treni. E lo stesso hanno fatto ieri pomeriggio a Napoli altri simpatizzanti dei Carc, in solidarietà con i compagni di Massa.
Per tutto il giorno la questura di Massa è stata stata presidiata, mentre i componenti dei Carc e dell' Asp hanno manifestato con bandiere e fumogeni davanti agli uffici della polizia e davanti alla caserma dei carabinieri di Marina di Massa, dove tre giovani sono stati trattenuti per alcune ore, per aver preteso con irruenza informazioni sul segretario regionale Della Malva. Benedetti ha preso le distanze dall' episodio. "Ho sospeso il servizio di ronda alla Partaccia, in accordo con il questore - ha detto - appena ho saputo che sarebbe passata di lì la ronda antifascista. L' ho fatto proprio per evitare problemi. Noi agli scontri non c'eravamo. La nostra ronda lavora in silenzio da più di un mese e non ha mai creato problemi di alcun genere". da ANSA
Emilia Romagna, contro le discriminazioni firmato accordo Unar-Regione
E' stato firmato il 25 giugno scorso a Bologna il primo accordo operativo tra l'UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, e il Centro creato dalla Regione Emilia-Romagna per prevenire e contrastare le discriminazioni.
L'iniziativa - promossa dal Dipartimento per le Pari Opportunità e dall'assessorato Promozione politiche sociali, cui fa capo il Centro regionale - nasce dalla comune volontà di favorire il superamento di atteggiamenti e comportamenti non paritari ai danni di persone o gruppi, a causa della loro origine etnica, religione, convinzioni personali, genere, orientamento sessuale, età, disabilità, e di promuovere in generale la diffusione di una cultura del rispetto delle differenze, così come indicato dal Trattato di Amsterdam e successivamente stabilito dalle Direttive europee 43 e 78 del 2000.
Il Centro regionale, attualmente composto da 144 punti antidiscriminazione in rete tra loro che rappresentano una valorizzazione di sportelli e risorse già attive, possa anche attraverso questa collaborazione con l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali diventare un punto di riferimento per altre Regioni italiane.
A ormai cinque anni dalla sua istituzione, "la nuova sfida per l'UNAR - sottolinea il direttore generale Massimiliano Monnanni - è l'implementazione del servizio di call center e la progressiva costituzione di una rete nazionale di antenne territoriali per la rilevazione e la presa in carico dei fenomeni di discriminazione razziale, mediante l'opportuna definizione di protocolli di intesa e accordi operativi con Regioni ed enti locali. In quest'ottica - prosegue Monnanni - l'accordo con l'Emilia-Romagna assume un valore di forte innovatività. Riteniamo di fondamentale importanza riproporre e sistematizzare la sperimentazione in essere con l'Emilia-Romagna in altri contesti regionali e provinciali, al fine di coinvolgere in modo strutturato non solo i livelli istituzionali ma anche e soprattutto il tessuto associativo già esistente, fornendogli ogni necessario supporto in ambito formativo, legale e consulenziale".
L'accordo operativo, che ha durata triennale e che verrà sottoposto a una costante valutazione, regolerà i rapporti e le collaborazioni tra UNAR e Centro regionale contro le discriminazioni, andando a interessare i compiti istituzionali dei due organismi. Prevista anche la promozione annuale di iniziative di informazione e sensibilizzazione per prevenire i fenomeni di discriminazione, con particolare attenzione al mondo sportivo, giovanile e alla scuola, e la partecipazione a bandi e programmi europei.
Fondamentale anche la collaborazione sulle segnalazioni di discriminazione a partire da un comune sistema di monitoraggio e di gestione dei casi fino ad arrivare a un confronto costante tra gli operatori del Centro regionale e dell'UNAR per trovare le soluzioni più idonee alla risoluzione positiva dei casi, utilizzando prioritariamente iniziative di mediazione tra le parti e di ricomposizione dei conflitti.
domenica 26 luglio 2009
Lecce, a un bambino montenegrino
Sgambetta
intrecciando i piedini
senza calzini.
Gioca con api e zanzare,
girini e rane
in acque malsane.
Vuol
caramelle e cioccolata,
tanto miele e marmellata.
Non ha una casa,
ma un Campo
per trovare scampo
e riparo
alla guerra
e al dolore.
Maria Angela Zecca
venerdì 24 luglio 2009
Roma, la piazza del riuso e della solidarietà attiva
Siete tutti invitati all’inaugurazione de “la piazza del riuso e della solidarietà attiva” sabato 25 luglio 2009, dalle ore 9.00, in via della Vasca Navale 6 (p.le ex cinodromo).
“La Piazza del Riuso e della Solidarietà Attiva” vuole essere uno spazio dedicato all’incontro con la cultura, la tradizione e l’economia Rom, ancora largamente sconosciute ai cittadini italiani.
La presenza di artisti, musicisti e danzatori gitani vi accompagnerà nella visita del Mercatino dell’Usato, dove potrete trovare idee curiose e a buon mercato per la vostra casa e i vostri regali.
Gli oggetti presenti negli stands del mercatino sono stati in gran parte salvati dal triste destino di finire in discarica grazie al duro lavoro degli operatori dell’usato rom, che rovistando i cassonetti svolgono un’attività economica onesta anche se informale.
L’idea di una “Piazza del Riuso e della Solidarietà Attiva” nasce dall’esigenza di coniugare piu’ aspetti: quello culturale, quello sociale e quello della sostenibilità ambientale.
Lo stand dedicato al tema del Riutilizzo a cura dell’Occhio del Riciclone potrà aiutare tutti i cittadini a conoscere meglio tutte le potenzialità del settore dell’usato rom, che potrebbe avere un grande sviluppo se potesse rifornirsi di merci direttamente dalle isole ecologiche in sostituzione all’opzione anti-igienica del cassonetto.
“La Piazza del Riuso e della Solidarietà Attiva” sara’ inaugurata questo sabato dal Presidente del Municipio Roma XI Andrea Catarci, e a partire da Settembre diventera’ un appuntamento fisso tutti i sabati e le domeniche.
Per informazioni: Occhio del Riciclone, cellulare 347 1217942, e-mail riusare@yahoo.it
giovedì 23 luglio 2009
Piano casa: come fare ad ampliare abitazione. Regole e sgravi fiscali
E’ stato approvato definitivamente dal Governo dopo il parere favorevole espresso dalla Conferenza unificata Stato-Regioni e dal Cipe il nuovo Piano Casa del governo Berlusconi, con l’obiettivo primario di realizzare centomila alloggi in cinque anni, che saranno destinati sia in proprietà quali prima casa, sia in locazione a canone sostenibile e a canone sociale.
In generale il piano prevede disponibilità di finanziamenti pubblici e privati da utilizzare con procedure snelle, interventi diversificati a seconda delle categorie interessate e incentivi e agevolazioni fiscali. Si parte dagli ampliamenti del 20% se grazie ai lavori si riesce a risparmiare il 10% dell'energia necessaria al riscaldamento.
Di conseguenza sale a quota 4,1 milioni il numero di edifici mono o bi-familiari potenzialmente interessati dalle leggi regionali sugli ampliamenti, per cui sarà, però, richiesta maggiore attenzione per l’isolamento termico degli edifici, per la coibentazione, per gli infissi anti-dispersione, per calaia e impianto di riscaldamento. Le abitazioni devono trovarsi fuori dai centri storici. In caso di demolizione e ricostruzione dell’edificio è possibile salire fino al 35% della volumetria. Sarà, inoltre, possibile recuperare le aree dismesse e trasformale in nuove abitazioni a patto che si trovino in zone per le quali è prevista dal Piano regolatore comunale una destinazione d’uso residenziale.
In questo caso la superficie volumetrica rimane invariata ed è vincolata alle disposizione degli indici di edificabilità dei singoli Comuni. A poter beneficiare del nuovo Piano casa saranno i nuclei familiari a basso reddito, giovani coppie, anziani in condizioni sociali svantaggiate, studenti fuori sede, sfrattati, immigrati regolari a basso reddito, a patto che siano esidenti da almeno dieci anni in Italia o da cinque nella stessa regione. Sono, inoltre, previsti sconti fiscali per chi decida di ampliare la prima casa.
Lo sconto ammonterà al 50% del balzello che si deve ai Comuni per la costruzione. Il contributo si paga inoltre solo con riferimento agli incrementi realizzati e il taglio del 50% è previsto anche per gli interventi che siano realizzati mediante la utilizzazione di tecniche costruttive di bioedilizia o di fonti di energia rinnovabili. di Marianna Quatraro
Lamezia Terme (CT), Pamela Bevilacqua si è diplomata
Pamela Bevilacqua è la prima ragazza rom di Scordovillo a conseguire la maturità. La ragazza, che ha sostenuto gli esami all'Istituto professionale per l'industria e l'artigianato "Leonardo Da Vinci", indirizzo moda e costume.
La studentessa ha discusso la tesina su surrealismo, Pirandello e Seconda guerra mondiale. Inoltra ha frequentato anche uno stage di moda a Rimini. «All'inizio ho dovuto lottare contro la mia famiglia – ha spiegato Pamela Bevilacqua – perchè i miei genitori non volevano che frequentassi la scuola superiore, anche perchè dei miei amici non c'era nessuno. Ma ho fatto come ho voluto io. Ed ho fatto bene. A me piace tanto studiare, soprattutto la storia dell'arte, in particolare Munch e Canova. Il mio sogno ora è la laurea».
Anche il sindaco di Lamezia Terme (Cz), Gianni Speranza, si è congratulato: ''A Pamela esprimo i miei più cari auguri e auspico che possa ricevere tanta felicità dalla vita. Spero anche che continui gli studi iscrivendosi all'Università''.
''Questo giorno - ha aggiunto Speranza - è un inizio per tutta la città, per i rom, per i più poveri, per gli immigrati. Se un giorno loro potranno laurearsi e diventare i dirigenti della città, sarà davvero un cambiamento. Sarà un vero passo avanti nel difficile percorso dell'integrazione. Il successo di Pamela - ha evidenziato - è un successo per la comunità di Lamezia Terme. E' un segno che le cose possono cambiare per tutti, per chi come lei vive in condizioni difficili. Sogno - ha sottolineato il sindaco - una città in cui una ragazza come Pamela possa un giorno diventare sindaco o parlamentare''.
Roma, tolleranza zero in appalto
Immaginate un sindaco abbastanza giovane, eletto in una grande città, con un ferreo programma di legge e ordine, una città molto sporca ma non criminale (18 omicidi all’anno, il dato più basso in Occidente per una città con più di un milione di abitanti) che fa sapere al suoi elettori: “Non ce la faccio più. Ho bisogno di un vero capo della sicurezza nella mia città. Vado ad assumere un pensionato, già sindaco di un'altra grande città e affido tutto a lui”.
Non è una fiaba un po’ stupida. Il sindaco è Gianni Alemanno, ex An nel fiore degli anni, fino alla recente campagna elettorale noto per essere energetico, decisionista, sportivo, instancabile.
La città è Roma, città nota per le sue buche stradali in pieno centro storico, per i frequenti investimenti di passanti sulle strisce bianche da parte di automobilisti, motociclisti e autisti di autobus dediti ad alte velocità altrove non consentite, per le rumorose movide notturne di ragazzacci screanzati, ma non per la criminalità. Certo, ci sono stati a catena casi di stupro. Ma come fa Alemanno a dimenticare che proprio uno stupro è stata la sua fortuna elettorale, che “Basta con il pericolo di aggressione alle donne “ è stato il suo impegno principale? Perché non si è assunto quest’unico impegno invece di dare la caccia ai campi Rom?
E che cosa potrà fare un signore attempato e straniero su questo odioso crimine che in ogni luogo ha radici, ambientazioni, storie, connotazioni diverse e che, per esempio, fra tanti crimini non è mai stato in testa all’elenco di violenze a New York?
New York è infatti la città modello che Alemanno è andato a cercare. New York, quasi nove milioni di abitanti, è la città più multietnica del mondo, dove è obbligatorio sapere lo spagnolo (la lingua di moltissimi immigrati) per avere un posto pubblico.
Il prescelto che raddrizzerà Roma? L’ultra settantenne Rudolph Giuliani, già sindaco di New York quando la città aveva circa 300 omicidi all’anno. Quella tremenda cifra, con Giuliani, è diminuita solo secondo un trend che negli ultimi 15 anni ha visto calare la parte più violente della criminalità americana. A New York, come a Boston, come a Chicago.
In compenso con Giuliani New York è stata molto pulita, con le strade ben asfaltate e tolleranza zero per gli automobilisti pericolosi. Perché allora il giovane Alemanno da New York annuncia di avere assunto un pensionato newyorkese per la sicurezza di Roma? Non poteva lui, alla sua età, occuparsi almeno di pedoni, di buche e di erbacce?
Per la sicurezza, a Roma, ci sono già il prefetto, il questore, il comandante della Guardia di Finanza e un po’ di forze armate in tenuta da Afghanistan. di Furio Colombo
Roma, crediti formativi per gli studenti impegnati nel sociale
Il comune di Roma e l'Ufficio scolastico regionale per il Lazio hanno siglato un protocollo di intesa che consentirà agli studenti delle scuole superiori di Roma che si impegneranno nel volontariato e in iniziative di integrazione di ottenere crediti formativi spendibili in sede d'esame.
Per l'assessore alle politiche sociali del Comune, Sveva Belviso (in foto), "l'obiettivo è potenziare il senso civico dei ragazzi affinché questi incontri creino una relazione affettiva che permetta di conoscere e accettare le fragilità senza che vengano percepite come diversità. Saranno aiutati anziani, minori orfani o non accompagnati, disabili, rom, tossicodipendenti e senza fissa dimora''.
"Saranno esperienze formative - ha precisato l'assessore alla scuola Laura Marsilio - e occasioni di crescita, che aiuteranno i giovani a maturare una coscienza civile e a conoscere modelli di vita sani, le armi migliori contro la devianza".
Spetterà alle singole scuole, che potranno aderire al progetto fino al prossimo settembre, decidere quanti crediti assegnare ai ragazzi che presteranno la loro opera di volontariato presso gli enti accreditati (tra questi, Acli, Caritas diocesana di Roma, Banco Alimentare e Comunità di S. Egidio).
Lettera aperta al Presidente della Repubblica
Egregio Signor Presidente, sono un esponente delle minoranze sinte italiane. Sono anche un Ministro di Culto della Missione Evangelica Zigana (MEZ), riconosciuta dallo Stato italiano attraverso le Assemblee di Dio in Italia (ADI).
In questi mesi tantissime sono state le persone (politici, giornalisti, esponenti della società civile) che hanno parlato e discusso sulla cosiddetta questione “nomadi” ma nessun Sinto ha potuto ancora oggi parlarle direttamente per esprimere le proprie opinioni.
Io collaboro con le associazioni “Sinti Italiani” per cercare di rendere protagonisti gli stessi sinti, troppe volte senza voce in Italia. Noi Sinti siamo in Italia da seicento anni ma ancora oggi non siamo riconosciuti come minoranza storica linguistica e pertanto non beneficiamo dei diritti fondamentali, come ogni minoranza.
La MEZ oltre alla sua missione evangelica, svolge un’azione sociale di recupero dei Sinti italiani e dello spettacolo viaggiante ed è per questo che Le scrivo chiedendo un incontro per spiegare le problematiche che ogni giorno vivo come pastore e come Sinto italiano.
Non solo dei problemi vorrei parlarle ma soprattutto di soluzioni che abbiamo già sperimentato, in tante Città italiane. La MEZ nasce in Italia intorno agli anni 80 e deve la propria esistenza al risveglio francese avvenuto nel 1948. Oggi la MEZ, associata alle Assemblee di Dio in Italia (A.D.I.) conta oggi circa duemila aderenti, in maggior parte Sinti italiani. Attualmente i pastori consacrati sono quaranta; sei di essi svolgono attività missionaria in alcuni paesi dell’Europa dell’Est (Slovenia, Serbia, Slovacchia, Ungheria e Romania) allo scopo di evangelizzare le comunità Rom e Sinti di quelle regioni. Vi sono inoltre dei candidati al Ministerio di Pastorato. La Missione è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale (O.N.L.U.S.).In primavera ed estate la Missione organizza Convegni religiosi in tutta l’Italia, riunendo tutti i convertiti all’Evangelo e tutte le persone che si stanno avvicinando alla Parola del Signore. Nel periodo autunnale ed invernale i pastori sono inviati nelle diverse Comunità sinte, garantendo regolari servizi di culto.
La Missione, oltre al suo scopo religioso e spirituale, svolge un’azione di aiuto e recupero sociale di tutte le persone che si trovano in difficoltà esistenziale. I pastori assistono spiritualmente e socialmente gli ammalati e le loro famiglie anche attraverso le offerte dei convertiti.
La Missione svolge campagne di evangelizzazione, attività didattiche per i bambini, consulenze individuali e di coppia, incontri di carattere spirituale, distribuzione gratuita della letteratura cristiana, produzione di materiale audio e video ecc...
Lo scopo della missione è quello di raggiungere in particolare le popolazioni sinte e rom ma offre il messaggio evangelico anche a tutte le persone che si vogliono avvicinare al Signore senza distinzione.
In questi ultimi anni molti membri della missione stanno iniziando personalmente un impegno per contrastare le discriminazioni subite dalle popolazioni sinte e rom. La finalità è la costituzione di organizzazioni senza scopo di lucro con l'obbiettivo di rendere i Sinti e i Rom protagonisti sociali pensanti, attraverso la partecipazione diretta e le metodologie della mediazione culturale.
Le porgo i più cordiali saluti in attesa di una sua risposta, Davide Casadio, Ministro di Culto
mercoledì 22 luglio 2009
Brescia, “sposa bambina”: condannati marito e suoceri
Si è concluso, in Tribunale a Brescia, con tre condanne, il processo per la vicenda della 'sposa bambina', la ragazzina rom kossovara di 13 anni che nel luglio scorso ha partorito una figlia, dopo essere unita, dodicenne, in matrimonio con un ragazzo kosovaro ventenne. Il giovane è stato condannato a 5 anni e 4 mesi per violenza sessuale. I suoi genitori sono stati condannati a 6 anni per violenza sessuale e riduzione in schiavitù. La bambina nata dal matrimonio ha un anno.
La sentenza, sottolinea l'avvocato Trammacco "sotto il profilo sanzionatorio è un po’ pesante anche se minore rispetto alle richieste iniziali che erano di 8 anni". La denuncia, spiega l'avvocato "era scattata quando, una volta in ospedale per partorire, le assistenti scoprivano la giovane età della partoriente e quindi era dovuta".
In base, infatti, all'articolo 609 del Codice Penale, scatta la denuncia contro "chiunque -recita l'articolo- compia atti sessuali con persona che al momento dei fatti non abbia compiuto i 14 anni". "Va però detto -sottolinea l'avvocato- che da parte del giovane, di fatto, non c'è stata nessuna violenza, come la si intende solitamente”.
"Per il secondo capo d'imputazione, quello relativo alla riduzione in schiavitù -spiega il difensore della famiglia- è probabile che ricorreremo in appello perchè la giovane viveva, all'interno del nucleo famigliare, una vita normale, senza costrizioni di sorta".
martedì 21 luglio 2009
Milano, il bimbo che scippava in Centrale: «vorrei essere adottato»
Il Corriere della Sera è tornato a parlare di bambini rom, dopo essere stato tra i Quotidiani che nel 2007 hanno orchestrato una campagna stampa diffamatoria contro le popolazioni sinte e rom. E naturalmente lo fa con un bambino rom che è stato allontanato dalla propria famiglia e affidato in una comunità.
Il giornalista Michele Focarete spiega ai lettori del corsera che adesso Gilbert è un bambino sereno. Non vuole più rubare e da grande spera di diventare come Cristiano Ronaldo. Va a scuola e fa un sacco di gol nella squadra giovanile del paese. Tutta Italia lo aveva visto in immagini che lo ritraevano, insieme con altri bambini, a borseggiare i turisti della stazione Centrale. A sfilare i portafogli dagli zaini dei passeggeri, come un ladro professionista. Gilbert ora ha undici anni. Ma ha dovuto crescere in fretta, tra scudisciate, calci e pugni in pancia. Ha dormito all’addiaccio e non ha mai avuto paura del buio. Si è sempre arrangiato per trovare da mangiare. Per sopravvivere, giorno dopo giorno, al suo sfruttatore. Gilbert era una bambino senza sorriso.
Già grande, ma smarrito. Con il corpo pieno di lividi e di cicatrici e con la notte nel cuore. Prima di essere salvato dalla polizia. Aveva 7 anni quando ha dovuto lasciare Craiova, in Romania, per venire in Italia, nel “campo nomadi” di Cascina Bareggiate, a Pioltello. Ha voluto così il suo patrigno, Igor, 30 anni. Che ha costretto tutta la famiglia a seguirlo. Un patrigno che Gilbert non vuole vedere neppure in fotografia. E, quando gli agenti della quarta sezione della Mobile gliel’hanno mostrata, il bambino ha chiuso gli occhi e ha esclamato con rabbia: «Non voglio vederlo!».
Fin qui tutto bene, perché il bambino è stato salvato da un patrigno aguzzino ma già dal titolo dell’articolo si capisce che qualcosa non funziona, perché il bambino che ha undici anni, dichiara: «Mi piacerebbe trovare un famiglia che mi voglia adottare. Una famiglia del posto, così non perdo il posto in squadra».
Questo è il dramma che vivono i bambini, sia rom che non rom, che vengono allontanati dalla loro famiglia e allocati in una comunità. Queste strutture non possono certo sostituirsi ad una famiglia e al compimento dei diciotto anni “lasciano in strada” ragazzi e ragazze.
Nell’articolo non si parla della mamma di Gilbert e quindi non sappiamo ce è ancora spostata con il patrigno/aguzzino o se si è resa conto del dramma fatto vivere a suo figlio. Ne si parla dei nonni di Gilbert o degli zii. Sulla famiglia solo l’immagine nera del patrigno/sfruttatore.
Ora io mi chiedo: quale sarà il futuro di questo bambino che diventerà tra pochi un anni un ragazzo e poi un uomo? Difficile che possa avere la fortuna di Ferdi che ha trovato una famiglia che lo ha accolto e soprattutto che gli ha spiegato che non è l’essere rom che fa di un uomo uno sfruttatore e un aguzzino.
Di casi come quello di Gilbert, per fortuna, ce ne sono molto pochi ma questo l’articolista non lo spiega. E la consapevolezza che questo bambino può fare una vita normale in una famiglia rom che si prenda cura di lui è sicuramente inesistente negli operatori e nei Magistrati milanesi.
Questa è una grande sfida che hanno davanti le associazioni sinte e rom: essere portatrici di progetti che sappiano offrire a questo bambino e agli altri bambini rom, allontanati dalle loro famiglie, la possibilità di essere amati, coccolati, cresciuti, educati in una famiglia rom o sinta, dopo il tanto dolore che hanno sofferto. di Carlo Berini
lunedì 20 luglio 2009
Napolitano: chi mi critica non conosce la Costituzione
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano assicura di ''prestare attenzione a tutte le osservazioni e le riserve'' che gli vengono rivolte, dalle quali ''trarrò beneficio per l'ulteriore svolgimento del mio mandato'' e cioè ''rispettare la Costituzione''. Certo, dice il Capo dello Stato incontrando la stampa parlamentare nella consueta cerimonia di consegna del Ventaglio, ''a qualche fiero guerriero'' che lo ha criticato - soprattutto dopo la promulgazione della legge sulla sicurezza - ''sembra che io lo faccia con la piuma d'oca. Sempre meglio si potrebbe dire - continua - che un vano rotear di scimitarra''. Ma chi poi ''invoca, polemicamente e di continuo, poteri e perfino doveri di intervento che non ho, mostra di aver compreso poco della Costituzione e della forma di governo, non presidenziale che essa ha fondato''.
Napolitano spiega che quello che lui fa, in generale, ''è richiamare problemi, a cominciare da quelli relativi a riforme da tempo auspicate; quel che faccio e' porre esigenze largamente diffuse tra gli italiani: e - senza abbandonarmi ne' a ingenue speranze ne' a facili pessimismi - lascio alle forze politiche la libertà e l'onere delle risposte''. Il Capo dello Stato non ha dubbi, ''essenziale è sempre osservare l'imperativo dell'obbiettività, dell'equilibrio, dell'imparzialità. Essenziale nell'esercizio di tutte le funzioni proprie del Presidente della Repubblica''.
Così, sottolinea Napolitano riferendosi direttamente al provvedimento sulla sicurezza (da lui promulgato ma accompagnato da una lettera con forti rilievi) ''anche nel valutare l'esito dell'iter legislativo di un provvedimento composito e delicato, e nel decidere se promulgarlo o rinviarlo alle Camere per una nuova deliberazione''. Quella della legge sulla sicurezza, precisa con forza il Presidente della Repubblica, ''non e' stata una promulgazione 'con riserva' - che è ovviamente istituto inesistente - ma promulgazione a tutti gli effetti, accompagnata da una lettera contenente numerose, puntuali valutazioni critiche, senza peraltro 'pronunciarmi e intervenire sull'indirizzo politico e sui contenuti essenziali' di quella legge''.
Questa strada, chiarisce riferendosi a chi lo ha duramente criticato e parlato di innovazione nel comportamento del Capo dello Stato, ''è stata imboccata molte volte nel passato, benchè qualcuno abbia affermato il contrario. E a chi ha perentoriamente dichiarato che il Presidente ''non può rivolgersi direttamente ai ministri'' - continua - si può consigliare la lettura dell'aureo libro ''Lo scrittoio del Presidente'' di Luigi Einaudi, che comprende le lettere inviate da quest'ultimo al Ministro del Tesoro e ad altri ministri dell'epoca''. Napolitano spiega che la tesi dell'improprietà o arbitrarietà di ogni espressione di dubbi, perplessità, preoccupazioni che non avvenga attraverso il solo canale di messaggi formali al Parlamento, ''non poggia su alcun fondamento costituzionale ed e' smentita da un numero tale di precedenti che non può reggere. Rifletto spesso sull'esperienza dei miei predecessori. Ciascun Presidente - nota Napolitano - ha esercitato il mandato conferitogli esprimendo la sua personalità e tenendo conto delle situazioni in cui si e' trovato ad operare, sempre muovendosi nell'ambito della Costituzione e contribuendo ad animare una prassi costituzionale non racchiudibile in schemi precostituiti. Naturalmente, ciascuno si e' assunto le sue responsabilità, e io mi assumo le mie''. da ASCA
Cristina e Violeta, un anno dopo
Cristina e Violeta erano due “zingare”. Cristina e Violeta erano due romnì bellissime. Cristina e Violeta erano due indesiderate. Cristina e Violeta erano due ragazzine e solo qualche giorno prima avevano preso loro le impronte, per schedarle. Si racconta che Cristina si era molto arrabbiata, mentre Violeta era scoppiata a piangere. Ma questa era la loro vita e quel giorno Cristina e Violeta, come sempre nelle belle giornate estive, erano sulla spiaggia di Torregaveta, alla ricerca di distratti bagnanti a cui vendere qualche inutile oggettino.
Cristina e Violeta, posato il cesto con le loro povere cose, si tuffavano a mare. Un tragico destino le faceva allontanare dalla riva e le spingeva sempre più in là… Dove non ha più molto senso essere considerata una “zingara”, una bellissima Romnì, indesiderata. Dove non c’è nessuno che può decidere di schedare gli Angeli.
Le foto di Cristina e Violeta distese sulla sabbia, coperte da due striminziti teli da mare, hanno fatto il giro del mondo. Incredibile, ma tutto intorno la vita continuava come se nulla fosse accaduto: una giornata come un’altra, il sole il mare, l’abbronzatura… girando la faccia per concedere alla curiosità solo qualche rapido e distratto sguardo. Tutti così… come una malattia, come una sfortuna, come un’abitudine, come un’anestesia.
Cristina e Violeta distese sulla sabbia come due Sirene restituite dal mare. Le stesse Sirene disegnate da Rebecca in una calda, afosa ed opprimente estate. Noi qui… tutti un po’ più soli. Un anno dopo. di Giancarlo Ranaldi
(foto da “The Guardian”. Violeta la seconda da sinistra con la gonna a fiori e Cristina indossa l’abito nero)
Rom e Sinti, convocata a Bologna l'assemblea della federAzione
Il Presidente Radames Gabrielli e il Segretario Yuri Del Bar hanno convocato l’assemblea della federAzione “Rom Sinti Insieme” a Bologna, martedì 21 luglio 2009, dalle ore 10.00. L’assemblea è stata convocata in via Colombara n. 42 (zona Corticella, uscita Tangenziale numero 6).
L’ordine del giorno stabilito permetterà di discutere su diversi argomenti che sono stati dibattuti nelle scorse settimane, quali: l’esclusione della federAzione dal Meeting Antirazzista di Cecina, l’adesione alla federAzione delle nuove associazioni che ne hanno fatto richiesta e la formazione di gruppi di lavoro e divisione di incarichi tra i membri Consiglio direttivo.
Inoltre, si discuterà sulle iniziative da intraprendere per contrastare le norme contenute nel ddl sicurezza, appena approvato. In ultimo sarà distribuito il documento in bozza sui temi dell’habitat e sul lavoro.
Si ricorda a tutte le associazioni aderenti l’importanza di questo momento per dare nuovo slancio all’azione della federAzione, dopo le ultime tormentate settimane. L’obiettivo è quello di costruire nuovi percorsi che sappiano dare nuovo impulso allo spirito e agli ideali di partecipazione, unità e democrazia che sono stati fondamento costitutivo della federAzione.
Roma, continua il toto “campo”
Un “campo nomadi” da raddoppiare e trasferire a Vermicino o Tor Vergata, le inevitabili polemiche dei residenti e poi il malcontento del presunto vicino di casa, il comune di Frascati. È scontro aperto sull'insediamento rom che potrebbe essere trasferito nel X Municipio. La ciliegina sulla torta di una questione, già poco chiara per i residenti, arriva con il lungo comunicato che il minisindaco del X, Sandro Medici, scrive per smentire, anzi precisare, che l'ex circoscrizione non c'entra nulla. Ad accendere la miccia è il capogruppo del Pdl al Comune di Frascati, Mario Gori, ma a confermare i timori di molti è il presidente Medici che ribatte invece alle accuse del centrodestra municipale in merito a responsabilità e competenze.
«Mi vedo costretto - scrive il minisindaco - a smentire quel che non ho mai pensato di realizzare: e cioè una mia presunta volontà di accogliere un nuovo campo nomadi a Tor Vergata o a Vermicino. Ricordo che il piano generale sulla questione dei nomadi è stato predisposto dal prefetto Pecoraro, in accordo con l'amministrazione comunale. Esso è attualmente all'esame del Ministero degli Interni per la definitiva approvazione. Il X Municipio - sottolinea Medici - così come tutti i Municipi romani e gli stessi Comuni della provincia, sono stati esclusi non solo dalle decisioni ma perfino dalle consultazioni. Per le indiscrezioni di cui sono a conoscenza, tendo a ritenere che per quanto riguarda il territorio del X è previsto il raddoppio dell'esistente campo della Barbuta: cosa che peraltro ci trova contrari».
Dunque parole pesanti che aprono a nuovi interrogativi, al di là del rimpallo delle competenze. Il piano sull’insediamento rom allora, da trasferire o raddoppiare, ci sarebbe eccome, ma alla faccia di decentramento e concertazione. È il “campo nomadi” de La Barbuta che ora il Comune di Frascati teme di ritrovarsi sotto casa, a Vermicino. Un piano dunque già discusso e quasi deciso da Comune e Ministero scavalcando le amministrazioni locali, ora in guerra tra di loro.
«Esaurite le precisazioni - scrive ancora Medici nel comunicato - Smentita ogni responsabilità municipale, invito le forze politiche del centrodestra a interrompere immediatamente questa sorta di caccia all'uomo. Quando l'azione politica diventa calunnia, non è più azione politica: diventa odio e malvagità». Insomma, la questione piena di contraddizioni, resta ancora aperta. di Silvia Sfregola
Milano, durissima sentenza contro Alessandro Braidic
«Sul cofano della sua auto c’era una persona viva, anziana, con una gamba spezzata, ma disperatamente attaccata alla vita e lui lo ha trascinato per 120 metri e l'ha gettato a terra come un pupazzo». Con queste parole il pm di Milano Grazia Pradella ha concluso le sue argomentazioni chiedendo una condanna a 24 anni di reclusione per Alessandro Braidic, di 26 anni, processato per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà per aver investito sulle strisce pedonali un pensionato di 71 anni.
I giudici della prima Corte d'Assise non hanno accolto in pieno la tesi del Pubblico ministero e hanno condannato Alessandro Braidic a 18 anni di reclusione. Il collegio ha escluso l'aggravante della crudeltà e ha concesso le attenuanti generiche a Braidic che, fino all'ultimo, dalla gabbia in cui si trovava recluso nell'aula del processo, ha continuato a ripetere: «Non ero io su quella macchina, si sono sbagliati».
L'anziano stava attraversando sulle strisce pedonali in via Padova a Milano la sera del 17 settembre 2007 e, secondo l'accusa, venne investito dal nomade che guidava l'auto, intestata alla sua fidanzata, senza patente. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, il pensionato restò aggrappato al cofano per 120 metri circa, mentre l'auto zigzagava, cercando di buttarlo a terra. L'uomo alla fine cadde e, secondo l'accusa, la macchina gli passò sopra uccidendolo. Il pm Grazia Pradella ha chiesto la concessione delle attenuanti generiche all'imputato «per adeguare meglio la pena, anche se non le meriterebbe». Braidic, infatti, ha spiegato il magistrato, «ha una carriera criminale impressionante, fatta di furti, rapine, lesioni. Ha picchiato la sua fidanzata fino a farle perdere un bambino».
La donna, Angelica De Bon, venne in un primo momento arrestata per l'uccisione del pensionato, perché se ne era assunta la colpa, seguendo, come ha chiarito il pm, «un piano organizzato da Braidic, che con lucidità voleva sfuggire alla sue responsabilità». Braidic, secondo l'accusa, dopo che il pensionato era caduto a terra, fuggì a forte velocità verso il “campo nomadi” dove viveva, cambiando la targa all'auto e dandole fuoco.
«Un investimento, un omicidio colposo, può capitare, ma chiunque di noi si fermerebbe subito dopo», ha aggiunto il pm. In questo caso, invece, la dinamica dell'episodio «non può che portare alla contestazione della volontarietà e dell'aggravante della crudeltà». Dopo il Pm ha preso la parola la difesa di Braidic. «Si può ipotizzare che un altro soggetto fosse alla guida del veicolo», ha detto l'avvocato Roberta Ligotti. Braidic, nella scorsa udienza, aveva spiegato di aver consegnato l'auto a degli albanesi quella sera. da Corriere della Sera
Reggio Calabria, il silenzio sui morti di mafia se sono Rom
I volontari dell'Opera Nomadi di Reggio Calabria esprimono il loro dolore e la loro solidarietà alle famiglie dei due ragazzi rom di Rosarno uccisi pochi giorni fa.
Per l’Opera Nomadi ogni vittima di mafia merita lo stesso rispetto sia essa rom o non rom, bianco o nero, colpevole o innocente.
Come è stato giustamente stigmatizzato dai giornali locali (il quotidiano della Calabria, Gazzetta del sud e Calabria ora) sulla tragica esecuzione di questi due ragazzi è calato un assordante silenzio dovuto alla loro appartenenza etnica.
Questo silenzio che riguarda le istituzioni, il terzo settore e pure la Chiesa è la misura del livello di razzismo che esiste verso questo gruppo; razzismo che anche di fronte alla feroce esecuzione di due ragazzi porta alla distanza e all’indifferenza colpevole, razzismo che lascia ancora di più soli questi nostri concittadini. Il razzismo verso i rom è purtroppo uno dei mali della nostra società che si rifà ad uno stereotipo che non corrisponde alla realtà, ma che purtroppo è tanto efficace da far diventare queste persone tutte uguali e inclini al malaffare.
Nei risultati della ricerca scientifica pubblicati qualche mese fa ( aprile 2009) dall’agenzia europea che misura il razzismo ( FRA, europen union agency for fundamental rights ) i rom risultano essere il gruppo più discriminato in assoluto.
La realtà dei rom è ben diversa dallo stereotipo che viene veicolato. Sono un gruppo molto emarginato a causa del forte razzismo che subiscono, ma la gran parte di loro sono persone oneste che vivono di attività lavorative, mentre il fenomeno delinquenziale raggiunge tra di loro la stessa percentuale che esiste in quella parte di popolazione non rom che vive nello stesso stato di emarginazione; ci riferiamo a quelle famiglie che vivono nei quartieri ghetto come Scampia, Zen, Librino, ecc…
Il razzismo verso i rom già di per se molto forte e radicato viene colpevolmente alimentato costantemente da tanti rappresentanti delle istituzioni pubbliche e private che in questo modo mettono in atto la vecchia politica del capro espiatorio con la quale si dà a qualcuno la colpa di qualcosa, mentre i problemi, i responsabili e le cause sono altri.
Le azioni di quotidiano razzismo verso i rom messe in atto dalle istituzioni, dalle associazioni e dai privati, a volte come se fosse la richiesta di un “diritto”, è alla base del colpevole silenzio che ha accompagnato la tragedia di questi due ragazzi e in passato quella di altri giovani che hanno subito la stessa sorte.
Il quartiere dove vivono le famiglie rom a Rosarno è uno di quei luoghi che risponde alle logiche di concentramento di famiglie povere indesiderate; questi luoghi frutto del razzismo sistemico sono come separati dal resto della città, i cittadini già svantaggiati diventano sempre più deboli perché non hanno accesso alla socialità e possono subire qualunque cosa nell’indifferenza più completa della città. Dopo questo tragico evento è necessario e urgente che si provi a superare la logica di questi non-luoghi; l’uccisione di questi ragazzi dovrebbe essere condannata in modo chiaro da tutti e le associazioni del sociale dovrebbero essere più vicine a queste persone per limitarne l’isolamento.
Per organizzare dei momenti pubblici di condanna palese di questo duplice omicidio ma anche per promuovere delle iniziative a favore della comunità rom di Rosarno l’Opera Nomadi lancia un appello alle associazioni del sociale, alle associazioni di lotta alla mafia, alla Chiesa, ai partiti politici, ai sindacati e a tutti coloro che ritenessero giusta questa iniziativa. di Antonino Giacomo Marino, Opera Nomadi di Reggio Calabria
venerdì 17 luglio 2009
Rai Tre, "Io, la mia famiglia rom e Woody Allen"
Come molti altri padri moderni e orgogliosi, anche Fikert Halilovic ha filmato e fotografato tutta la sua famiglia. Dev´essere da lì che Laura, vent´anni il prossimo novembre, ha ereditato i primi germi di una passione che l´ha portata alla regia, e a un´opera prima, "Io, la mia famiglia rom e Woody Allen", leggera come una piuma, buffa e agrodolce come una scenetta di Moni Ovadia, poetica e, da ultimo, anche un po´ partigiana.
Ora il suo film, girato tra il "campo nomadi" di via Germagnano, le case popolari della Falchera e le mille storie di zii, cugini e altri amici che si spostano sulle roulotte, sognano un posto tutto per loro e raccontano fughe e ricette di cucina andrà in onda su Rai Tre il 30 luglio alle 23,40 (un orario da amatori, non male per un ventenne però). Dovevano proiettarlo a Porta Palazzo ma organizzare la cosa si è rivelato troppo difficile, e non sapremo mai se - chissà? - l´antica e incaccellabile diffidenza con la quale i gagé circondano i rom non abbia colpito anche questa volta.
Il Woody Allen del titolo è, naturalmente, il regista preferito di Laura (insieme a Gabriele Muccino), ma anche la figura un po´ mitologica che le ha dato la forza di cominciare: dalle lettere iniziate e subito buttate nel cestino ("Caro Woody..., no, non va bene, non è mica mio cugino... mmm... Dear mister Allen, no, neppure questo..."), fino all´avventuroso viaggio a Venezia per chiedere e ottenere il suo autografo.
Ora Laura lavora come assistente alla regia sul set di una delle tante fiction che in questo momento si realizzano a Torino (e, del resto, anche il suo film, distribuito da Zenit e sceneggiato dalla stessa Laura con Nicola Rondolino e Davide Tosco, ha avuto il sostegno di Film Commission). E´ "Il sorteggio", la storia della giuria popolare al primo grande processo contro le Brigate Rosse, qualcosa di molto lontano da lei per storia, dati e luoghi dalla storia di Laura. E, anche per questo, una grande occasione.
Racconta: «E´ da quando avevo nove anni che voglio fare questo lavoro. Non ho avuto la possibilità di studiare oltre la terza media, solo lavoretti da barista o nelle pulizie, quello che so sul cinema l´ho imparato facendolo, guardando, sognando davanti ai film degli altri. Con le mie sorelle, i fratelli, i cugini, divoravo film alla televisione, al cinema da bambina non ci andavo quasi mai. Strada facendo, ho scoperto che sui rom c´erano molti documentari, cose anche belle, ma nulla in cui potessimo davvero riconoscerci... Ci sono molti pregiudizi su di noi, tanti non immaginano che la maggior parte dei rom, potendo, sarebbe ben felice di vivere in una casa». Come ogni giovane regista che si rispetti, Laura ha già un progetto nel cassetto. Si chiamerà "Profumo di pesche" e racconterà la storia di un amore tra un cuoco (gagé) e una ragazza (rom). «Ma - avverte lei - tra i due succederà ben poco. Non ho voglia di girare e mostrare scene di sesso, preferisco l´allusione, i sentimenti, gli sguardi».
La storia di Laura, una famiglia arrivata da Banjaluka, dove è nata sua madre, e spinta verso ovest dalla guerra che dilaniava la ex Jugoslavia, comincia nel "campo" di via Germagnano, lungo una strada dove la maggior parte dei torinesi non è mai scesa. Con tutta l´ironia e la grinta di una diciannovenne, che mostra attraverso la sua telecamera gli unici vicini di casa del nuovo insediamento: la discarica e il canile municipale. E si sposta alla Falchera, nell´alloggio di cento metri dove la famiglia Halilovic vive oggi: impossibile dire se tutto è stato tirato a lucido per l´occasione, certo sembra l´appartamento di una pubblicità di detersivi, con l´unica nota esotica di un gran numero di tappeti e oggetti di rame. E un gran numero di persone. In cucina, la mamma impasta, insegna a impastare e racconta, mentre alle immagini si alternano vecchie foto e filmini amatoriali. Poi, madre e figlia vanno al supermercato: «Hai diciannove anni, scegliti un fidanzato e sposalo. Chi penserà a te?». Stesso messaggio da papà, nel garage di casa. Ma Laura non è pronta. «Sono una ventenne col cervello di una quarantenne - sentenzia lei - Mi sento molto lontana dall´idea di un fidanzato». Un piede dentro, uno fuori dalla tradizione ben sintetizzata dalla nonna: «Viviamo così da sempre. In un posto metti l´acqua in pentola, in un altro inizia a bollire, in un terzo mangi. E aspetti che la polizia venga a cacciarti via». E dallo zio, che ha comprato un terreno agricolo per piazzarci la roulotte, con annessi e connessi, trasformandosi così in abusivo. Che farà ora? «Mah, è sempre la stessa storia... Lascio tutto qui e magari compro un altro campo da un´altra parte». Laura, invece, cercherà un produttore per il suo nuovo film. di Vera Schiavazzi
La regolarizzazione delle badanti
Arriva la ’Dichiarazione di attività di assistenza e di sostegno alle famiglie’ grazie alla quale datori di lavoro italiani o stranieri lungo-soggiornanti potranno regolarizzare fino a 2 badanti e 1 colf italiane o extracomunitarie pagando un contributo forfetario di 500 euro per ciascun lavoratore.
I ministri dell’Interno Roberto Maroni e del Welfare, Maurizio Sacconi, traducono così, con un emendamento al decreto anti-crisi in discussione nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, l’intesa già raggiunta nei giorni scorsi per sanare la questione posta in prima istanza dal sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi, e relativa ai rischi per le famiglie derivanti dall’introduzione del reato di immigrazione clandestina nel nostro ordinamento previsto dal ddl sicurezza. Ecco, in pillole, il provvedimento.
Dichiarazione di emersione - Un datore di lavoro italiano, europeo o extracomunitario in possesso di permesso di soggiorno (e dunque in Italia da almeno 5 anni), che, alla data del 30 giugno di quest’anno avesse alle proprie dipendenze da almeno 3 mesi lavoratori italiani o extracomunitari, come colf o badanti, può fare dall’1 al 30 settembre 2009, può fare una "dichiarazione di emersione" per regolarizzare questo rapporto di lavoro con una domanda all’Inps nel caso di tratti di lavoratore italiano o europeo e allo sportello dell’immigrazione per un lavoratore extracomunitario. La dichiarazione comporta un versamento di 500 euro.
Requisiti per la richiesta e soglia reddito - La domanda viene fatta on line e deve comprendere, pena l’inammissibilità, anche l’attestazione di un reddito imponibile non inferiore ai 20.000 euro in caso di famiglia con una sola persona che percepisce uno stipendio e non inferiore a 25.000 euro per un nucleo familiare con più persone che lavorano. Nel caso la richiesta sia per il sostegno a persone portatrici di handicap o non autosufficienti allo sportello unico per l’immigrazione va presentato anche un certificato medico, dell’Asl o del medico di base, che attesti la patologia.
Requisiti dei lavoratori - Non possono essere ammessi alla procedura di emersione i lavoratori extracomunitari nei confronti dei quali sia stato emesso un provvedimento di espulsione o che risultino condannati, anche in via non definitiva per reati penali.
Con domanda rinuncia a quella in dl flussi - La domanda di emersione comporta la rinuncia a un’eventuale richiesta di messa in regola per questo tipo di lavoratori fatta nei dl flussi 2007 e 2008.
Carcere fino a 6 anni per falsa regolarizzazione - Chi faccia domanda avvalendosi di documenti falsi viene punito con il carcere da 1 a 6 anni. Pena aumentata se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale.
Da emersione 267 milioni - Andranno al Servizio Sanitario Nazionale e verranno, poi, ripartiti regione per regione in base al numero di cittadini extracomunitari regolarizzati, i proventi che arriveranno dall’emersione del lavoro nero di colf e badanti per una cifra pari a 60 milioni di euro a decorrere dal 2009 e 200 milioni a decorrere dal 2009. da PdL, vota Berlusconi
Milano, il NAGA risponde a De Corato: effettivamente non ci sarebbe niente da festeggiare!
Leggiamo con interesse e con un certo stupore la reazione del vice Sindaco di Milano rispetto all’iniziativa del Naga che organizza, per questa sera, una notte bianca al Campo Rom di Triboniano.
Perchè festeggiare, visto che è soltanto venuta meno l'obbligatorietà di sottoporre ad identificazione segnaletica arbitraria gli abitanti dei campi, anche se minori ed in assenza di garanzie per la privacy personale?
Perchè festeggiare, visto che è soltanto venuto meno l'obbligo di registrazione degli abitanti dei campi?
Perchè festeggiare, visto che è venuto meno l'obbligo per gli stessi di accedere ai campi solo se muniti di un tesserino di riconoscimento, portante fotografia e dati anagrafici?
Perchè festeggiare, visto che è venuto meno l'obbligo per i parenti, gli amici e i conoscenti di accedere al campo solo dopo essersi fatti identificare e solo fino alle 22?
Perchè festeggiare, in effetti?
Non ci sarebbe nulla per cui fare festa, se non fosse che le semplici e basilari libertà appena elencate sono finora state negate ai Rom che abitano nei campi del Comune di Milano.
Riteniamo, al contrario del vice - Sindaco, che la negazione di qualsiasi libertà fondamentale nei confronti di qualsivoglia soggetto presente in città si risolva nella limitazione dei diritti di tutti.
Non condividiamo l'idea manichea, sottesa alle parole di De Corato, che ci siano dei cittadini bravi da difendere e dei cittadini cattivi da perseguitare, circoscrivere, isolare, allontanare. Ciò a maggior ragione, se i cittadini cattivi vengono individuati a priori e indistintamente negli abitanti dei campi nomadi, che generano "situazioni intollerabili di insicurezza e degrado", che sono "ospiti" ma soprattutto "occupanti dei campi" e che, se non opportunamente controllati, provocherebbero nel giro di qualche mese "una situazione esplosiva con migliaia di occupanti abusivi".
Dunque, stasera, dopo aver portato a conoscenza degli abitanti del campo Rom di Via Triboniano il contenuto della sentenza del TAR Lazio - Roma, Sez. I, n. 6352/2009, cercheremo di fare una piccola festa.
Poi, dopo aver festeggiato, continueremo a portare assistenza nelle aree dismesse della città, nei campi rom e ovunque ce ne sia bisogno a continueremo a denunciare ogni violazione dei diritti di chicchessia. da Naga
Siamo già come la Turchia... O peggio?
Il Parlamento turco ha compiuto molti passi avanti verso il pieno riconoscimento dei diritti civili e umani sollecitato dalle autorità europee e condizione sine qua non per la partecipazione a pieno titolo della Turchia alla Unione Europea. Mentre il Parlamento turco marcia verso i diritti, il Parlamento italiano marcia verso la loro soppressione spesso con la collaborazione della cosidetta "opposizione".
I percorsi dei due Parlamenti si sono oramai incrociati e possiamo constatare, dopo l'approvazione della legge sulla sicurezza promulgata con una lacrimuccia di rammarico dal Presidente della Repubblica come l'Italia non abbia più alcun differenziale democratico verso la Turchia. Più o meno sono allo stesso livello.
Da quasi dieci anni la Turchia ha abolito la pena di morte. Da noi esistono tentazioni forti per introdurla nel nostro ordinamento. Inoltre la Turchia, sempre da tanti anni, riconosce la tortura come reato "individuale" punibile con maggiore severità se praticato dalle forze dell'ordine. Nel nostro ordinamento il reato di tortura non è stato ancora introdotto nonostante una lunga via crucis in Parlamento di ddl. Le punizioni per torture accertate al di là di ogni ragionevole dubbio sono sempre state assai blande.
La morte del giovane Aldrovanti è stata punita con la ridicola pena di tre anni e sei mesi e non ha tenuto conto del fatto che a seviziare il giovane fossero in quattro. Anche le pene comminate per i gravissimi fatti di Genova sono state molto lievi, quasi irrilevanti. C'è una regola non scritta che vuole i Tribunali assai "comprensivi" con l'operato della polizia. La recente sentenza per l'omicidio Sandri che condanna l'agente per omicidio "colposo" e non volontario contro ogni evidenza è la prova di un orientamento di copertura giudiziaria verso la polizia che riduce la sostanza democratica del nostro ordinamento.
Le ultime misure della legge approvata il 2 luglio feriscono profondamente lo stato di diritto e diritti fondamentali della persona umana garantiti a livello internazionale, dalla Costituzione e da tanti leggi dello Stato che recepiscono normative universali. Se sommate a quelle precedentemente approvate ed in vigore dal 2008 definiscono un quadro assai allarmante e preoccupante.
L'istituzione delle (la loro divisa sarà gialla si è affrettato a comunicare Maroni dopo le "osservazioni" di Napolitano) aggrava la situazione di eccesso di forze dell'ordine rispetto la popolazione e crea una forza paramilitare e governativa per ora disarmata ma non dubito che presto spunteranno manganelli e poi armi da fuoco. Forse Mussolini non aveva una sua milizia?
Le ronde saranno preposte sopratutto al rispetto della normativa fascista e razziale che è stata creata. Leggi di dubbia costituzionalità anzi di nessuna costituzionalità che saranno vigilate da "ronde" di regime. La schedatura dei senza casa dalle questure è una forma di criminalizzazione della povertà estrema di chi non ha avuto garantito il diritto all'abitazione mentre la privazione della patria potestà a chi mendica assieme al figlio è misura di enorme gravità dal momento che le persone costrette ad elemosinare non hanno quasi mai a chi lasciare il bambino e spesso non hanno neppure casa.
Sono rimasto assai colpito ( non ci si abitua subito a tutto...) dalla indifferenza dei giornalisti per la vicenda della punizione del loro collega Balducci obbligato a lasciare l'incarico di vaticanista ricopèrto da due anni senza incidenti.. Colpisce il fatto che sia stato punito per una espressione non offensiva, non menzognera, ma semplicemente non laudativa e non servile. I suoi colleghi si sono ben guardati, al di là delle dichiarazioni di rito che non si negano a nessuno, di intervenire e di chiedere la reintegrazione. Non so se Balducci ricorrerà per la violenza subita. Con l'aria che tira in Italia ne dubito.... L'aggressione che ha subito è venuta da esponenti del PD che gareggiano con il PdL nell'opera di riduzione degli spazi di libertà e democrazia come si è visto dall'approvazione bipartisan di tanti articoli della legge razziale appena promulgata. di Pietro Ancona
Milano, è l'ora delle "super ronde"
All'inizio furono le ronde padane, poi arrivarono quelle nere. Adesso a garantire la sicurezza ai cittadini milanesi ci pensano, almeno per una sera, Batman, l'Uomo ragno e Wonder Woman.
Le "super ronde" dei supereroi: l'idea è di un gruppo di amici, capitanati da Gianni Miraglia, scrittore genovese trapiantato a Milano, che ha deciso di muoversi nottetempo giovedì sera tra le vie della movida meneghina, assicurando la sicurezza dei passanti. La loro sfida? Giocare con i simboli.
"La nostra è un'azione di protesta semiotica: prendere dei segni e stravolgerli", spiega in un'intervista a Reuters, dopo che, all'inizio del mese, il Senato ha approvato in via definitiva il ddl sicurezza, che tra le varie misure approva proprio le ronde cittadine anticriminalità.
Niente goliardia, ma nemmeno politica. "Ho le mie idee ma non le dico. Semplicemente ci piacerebbe che la gente interpretasse questo gesto come meglio crede, per far sorridere e riflettere".
A vegliare sui cittadini delle vie del centro arrivano così Batman, l'Uomo ragno, Superman, Wonder Woman e il Punitore (che celano un biologo, uno studente, un cabarettista e un manager): sul loro petto la scritta "super ronde", con riferimento, neanche tanto velato, alle ormai famose ronde leghiste e a quelle famigerate 'nere' della Guardia nazionale italiana, legate al nuovo Msi, inaugurate il mese scorso e già sotto osservazione della magistratura.
"Dal mio punto di vista, le ronde non servono a niente", sottolinea Miraglia. "Dovrebbero bastare la polizia, i lampioni. La ronda automaticamente significa paura e la gente non esce più perché si sente insicura". di Ilaria Polleschi
giovedì 16 luglio 2009
Sicurezza, Fini: la lettera di Napolitano è politicamente incisiva
La lettera che il capo dello Stato ha inviato per manifestare i suoi dubbi sulla legge sulla sicurezza è "politicamente incisiva". Lo ha spiegato il presidente della Camera Gianfranco Fini (nella foto), nel corso della capigruppo di Montecitorio.
Nella riunione Pd, Udc e Italia dei Valori hanno chiesto al governo di riferire in aula sull'argomento. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito ha spiegato che il governo valuterà la richiesta, facendo però presente che la nota della presidenza del Consiglio di ieri esprimeva già in maniera chiara la posizione del governo.
E più tardi è lo stesso premier Silvio Berlusconi , in una conferenza stampa dalla caserma della Guardia di Finanza di Coppito, alle porte dell'Aquila, a ribadire: "Ho già fatto un comunicato su questo ieri, faremo una riflessione, terremo conto delle osservazioni del capo dello Stato, in un rapporto di estrema cordialità". Il presidente del Consiglio puntualizza che con il Quirinale c'è un rapporto franco: "diciamo tutto in maniera esplicita".
In casa dell'opposizione, è invece il responsabile economico del Pd e candidato alla segreteria, Pierluigi Bersani a sottolineare ''la forza e la correttezza dell'iniziativa del capo dello Stato che, in una forma attenta al ruolo di presidente, ci ammonisce a considerare gli effetti reali delle leggi". Secondo Bersani, inoltre, la critica mossa a Napolitano dal leader dell'Idv Antonio Di Pietro "è in generale infondata ed oggi sbagliata".
Interviene nel dibattito anche il vice presidente del Senato, Vannino Chiti, che nota: "Il presidente della Repubblica ha trovato una via inedita ma giusta. Nel ddl sulla sicurezza ci sono molte cose contraddittorie ma anche alcune positive, come quelle che riguardano il contrasto alla criminalità organizzata".
"Riguardo al reato di clandestinità - ha aggiunto Chiti - Napolitano ha giustamente messo in evidenza due contraddizioni importanti. Quella secondo cui l'immigrato non sarebbe più punibile se fa rientro in Italia pur dopo essere stato materialmente espulso, e quella riguardante i giudici di Pace, non in linea con la natura conciliativa di questi". da Adnkronos
Verona, il richiamo contro il delirio razzista della Lega Nord
«Bisognerebbe imparare a rispettare le sentenze della Corte di cassazione». Storce la bocca il presidente del tribunale Gianfranco Gilardi di fronte alla reazione del sindaco Flavio Tosi alla sentenza della corte di ultima istanza. Venerdì il primo cittadino è stato condannato in via definitiva, insieme ad altri 5 esponenti del Carroccio, a due mesi con pena sospesa per propaganda di idee razziste.
Il primo cittadino aveva dichiarato domenica al nostro giornale che la campagna contro i sinti, «la rifarebbe mille volte anche se adesso non c'è bisogno perchè se c'è un campo abusivo, lo sgombero». Un'affermazione che ieri mattina nell'ufficio del giudice Gianfranco Gilardi è stata duramente criticata. «Troppe volte si va fuori dal diritto leggittimo di critica» aggiunge Gilardi, «e questo atteggiamento quando assume i toni della contrapposizione tra poteri dello Stato è preoccupante». Il presidente Gilardi precisa che non si riferisce solo al caso Tosi ma, aggiunge, «se si abbassa il senso della legalità, si può arrivare ad aggredire chi deve far rispettare la legge».
Sulla stessa lunghezza d'onda anche il presidente degli avvocati, Carlo Trentini: «Una volta che le sentenze sono definitive», spiega il legale, «affermare che si è disposti a violarle non è qualcosa che aiuta ad una serena convivenza tra i poteri dello Stato e tra i cittadini». E ancora: «Già domani, si potrebbe dire che non si rispetteranno le leggi perchè non sono di nostro gradimento». L'avvocato Trentini precisa poi che è leggittimo «criticare le sentenze senza, però, oltrepassare certi limiti altrimenti si potrebbe stimolare una reazione a catena con il mancato rispetto delle leggi, approvate dal Parlamento».
Non arriva nessun commento alle frasi di Tosi, invece, dal procuratore della repubblica Mario Giulio Schinaia: «Ognuno», si limita a dire, «si assume le responsabilità delle sue affermazioni.».
Di tutt'altro avviso, invece, sono i giovani padani che in una nota esprimono tutta la loro «solidarietà, gratitudine e sostegno al sindaco Flavio Tosi e agli altri cinque leghisti ingiustamente condannati in Corte di Cassazione per violazione della "legge Mancino"». La nota del Movimento Giovani Padani di Verona continua: «Incoraggiamo i nostri rappresentanti a continuare su questa strada, proseguendo con coraggio nella difesa della legalità, nel sostenere le legittime istanze dei cittadini, che solo la Lega Nord difende, per la vivibilità e la sicurezza dei nostri quartieri». da L'Arena
Milano, il Naga invita tutti in via Triboniano a festeggiare la sentenza del Tar
Il Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio con la sentenza del 24 giugno 2009 ha dichiarato illegittimi e annullati l’art. 1, co. 2, lett. c) delle ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri del 30 maggio 2008, attuative del cosiddetto decreto sicurezza del 2008, laddove consentono di procedere all’identificazione delle persone, anche minori di età, attraverso rilievi segnaletici. Illegittime anche alcune norme del Regolamento dei campi nomadi per le comunità rom nella Regione Lazio e nel territorio del Comune di Milano.
Tra le altre, sono state annullate le norme che prevedono il controllo degli accessi e la compilazione del registro delle presenze degli abitanti del campo, insieme alla verifica dell’identità all’ingresso; il rilascio di una tessera con fotografia e dati anagrafici per l’accesso al campo; l’identificazione di parenti, conoscenti e amici in visita e l’obbligo di terminare le visite alle 22.
"Con questa sentenza il Tar riafferma il principio costituzionale secondo cui ogni cittadino può circolare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, in assenza di limitazioni stabilite dalla legge in via generale” dichiarano i referenti del servizio di medicina di strada del Naga “Come specificato nella sentenza, le disposizioni annullate, oltre che violare il diritto alla libertà di circolazione e di soggiorno, sono lesive del diritto alla vita di relazione perché costituiscono una ingiustificata interferenza nella vita privata e familiare dei destinatari, siano essi gli ospiti siano essi i loro parenti ed amici” proseguono i referenti del Naga, “in sostanza si riconosce che, anche all’interno dei campi, devono essere riconosciuti dei diritti fondamentali, ovvero che ogni cittadino ha diritto a circolare liberamente, ha diritto a una vita libera di relazione ed è libero di scegliere la propria attività. Per questo abbiamo deciso di festeggiare con una notte bianca proprio all’interno del campo rom di Triboniano” concludono i referenti del servizio di Medicina di strada del Naga che da anni portano assistenza all’interno dei campi rom e delle aree dismesse della città.
Il Naga invita quindi a festeggiare venerdì 17 luglio dalle ore 20.00 al campo rom di Triboniano (dietro il cimitero Maggiore). Per maggiori informazioni telefono 02 58 10 25 99, cellulare 349 16 03 305, e-mail: naga@naga.it
Il rigore non è per tutti: la casta degli uomini d'oro
Finora avevamo creduto nella celebrata etica protestante, implacabile e severa regolatrice dello spirito del capitalismo. Ora quella convinzione vacilla e anzi crolla. Può il capitalismo essere regolato da una morale, oppure è soltanto una corsa all’oro (o al fallimento) senza regole e sanzioni? È quello che ci chiediamo di fronte alla strabiliante notizia secondo cui l’uomo che è considerato il responsabile del disastro della General Motors, il brillante e sciagurato Rick Wagoner, riceverà una pensioncina di 8,5 milioni di dollari nei prossimi cinque anni. Basti questo dettaglio: dopo essere stato rimosso da Obama e degradato sul campo con uno stipendio simbolico di un dollaro l’anno, Wagoner ora rientra come se niente fosse nel piano pensionistico della società da lui fatta fallire, un piano per soli altissimi papaveri del suo rango: gente che anche quando cade, cade in piedi. Intendiamoci: dal punto di vista amministrativo, legale e contrattuale, il trattamento non fa una piega. Ma dal punto di vista morale?
Leggevamo poi le rivelazioni del Financial Times secondo cui nel settembre 2008, quando la Lehman Brothers fu lasciata fallire e a Wall Street regnava il panico, i dirigenti di Goldman Sachs svendettero a piene mani le azioni della banca per cui lavoravano facendo quattrini a palate con titoli che formano i bonus con cui vengono retribuiti, pari a 691 milioni di dollari. Mentre si svolgeva questo allegro festino, il governo Usa e la Fed mettevano mano al portafoglio pubblico pompando 10 miliardi di dollari dei contribuenti americani. Nel febbraio 2009 altri titoli per 280 milioni di dollari sono stati ceduti dai manager al mercato. Poi di colpo sono tornate le vacche grasse e, dopo i profitti record annunciati per il secondo trimestre 2009, la Goldman Sachs ha annunciato l’accantonamento di 6,65 miliardi di dollari per pagare i bonus ai propri uomini d’oro che sono quasi trentamila, che metteranno in tasca profitti di 226.156 dollari ciascuno, quasi il doppio rispetto ai 129.200 dollari dello stesso periodo 2008. Questa notizia ha provocato un’ondata di proteste furiose sia negli Stati Uniti sia a Londra perché la Goldman Sachs ha fatto profitti, è vero, ma soltanto dopo aver ricevuto una serie di crediti pubblici agevolati per 28 miliardi di dollari, grazie ai quali la crisi è stata affrontata e superata.
Anche in questo caso, come il quello di Wagoner della General Motors, prevale il principio secondo cui gli uomini d’oro restano d’oro anche dopo aver portato le loro barche aziendali al naufragio o dopo essere stati salvati dal naufragio con il concorso dei denari del contribuente il quale, specialmente negli Stati Uniti, è furibondo.
Da Calvino a Lutero, passando per l’Italia. Il viceamministratore delegato della Unicredit, Sergio Ermotti, ha ieri dichiarato alla berlinese Handsblatt che «siccome nel settore dell’investment banking il primo semestre è andato bene, suppongo che quest’anno torneremo a pagare i bonus». Anche qui prevale a quanto sembra l’idea che chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato e scordiamoci del passato, come diceva la vecchia canzone napoletana.
Noi non siamo dei moralisti, ma crediamo che nella gestione del denaro, di tutto il denaro sia pubblico che privato debba esistere e resistere se non un’etica austera, almeno il criterio della decenza. È naturale che le grandi imprese premino i grandi manager che portano grandi risultati. Ma se le grandi imprese premiano modesti manager che hanno portato a casa gravi insuccessi, e poi questi stessi manager tornano a essere premiati mentre la crisi da loro provocata si ripercuote sui cittadini che vedono tagliati compensi e posti di lavoro, allora qualcosa non va. Giustamente in questi anni sono state denunciate le caste che percepiscono emolumenti, vantaggi e privilegi e in genere i riflettori sono stati puntati sulla classe politica. Ma a noi sembra che la sproporzione mostrata da questi eventi e questi trattamenti metta in luce altre caste e altri gravi motivi di preoccupazione in una società che ama rifarsi a principi liberali e liberisti, tipici delle società occidentali, come accade sempre quando viene violata o ignorata o beffata la relazione fra il buon produrre e il ben fare con il ben compensare e premiare. Oggi si ha l’impressione che esista una casta degli uomini d’oro che, anche quando sono puniti platealmente con uno stipendio simbolico di un dollaro l’anno, restano sempre e comunque a galla incamerando bonus, premi, pensioni dorate e riabilitazioni postume mentre la gente comune tira la cinghia. di Paolo Guzzanti (in foto)
Scilla (RC), duplice efferato omicidio
Duplice efferato delitto poco dopo mezzogiorno di oggi 15 luglio 2009, in contrada “Paci”, non lontano dal cimitero, nei pressi dell’acquedotto comunale. Le vittime sono: Vincenzo Latorre 22 anni ed un minore, sembra appartenente alla minoranza rom, Francesco Amato di soli 15 anni, ammazzati a colpi di pistola di grosso calibro
A Scilla sono giunti anche il p.m. Francesco Tripodi, magistrato del turn-over presso il Tribunale di Reggio Calabria, che si muove sotto l’egida del procuratore capo della repubblica di Reggio Calabria dottor Giuseppe Pignatone ed il medico legale Matarazzo per la perizia necroscopica esterna sui cadaveri delle vittime.
Ad oggi gli inquirenti sembrano brancolare nel buio anche perché si nutrono alcuni dubbi che il duplice omicidio sia di stampo mafioso. Ma le indagini continuano. Nessuno ha visto niente, solo qualche urlo e gli spari. La zona è comunque isolata.
Domani o venerdì verranno eseguite le autopsie a cura del perito settore e subito dopo le salme verranno restituite alle famiglie per i funerali, che si svolgeranno in forma pubblica. Il questore di Reggio Calabria Carmelo Casabona, che su queste faccende ha la competenza, infatti, non avrebbe nessun motivo riconducibile a ragioni di ordine pubblico, per opporsi.
Sicurezza, promulgazione con letterina di accompagnamento
La decisione di Napolitano di promulgare la legge razziale e di scriverci sopra una letterina di accompagnamento per Berlusconi, Alfano e Maroni criticandone alcune scelte riguardanti il reato di clandestinità e le ronde è non solo irrituale ma estranea alla Costituzione.
Il Capo dello Stato può promulgare una legge o rinviarla alle Camere. Non esiste la promulgazione con osservazioni e raccomandazioni al Governo ed al Parlamento. La lettera che ha scritto è del tutto irrilevante e, come osserva l'ex Presidente del Senato Pera, fuori dalle regole. La legge è promulgata e tutte le incongruenze che Napolitano ha rilevato e denunziato sono diventate norme che regoleranno la vita di tutti ed alle quali tutti dovremo adeguarci.
A questo punto soltanto una decisione della Corte Costituzionale potrà avviare il risanamento dei vulnus giuridici . Se e quando verrà. L'impegno di Maroni ed Alfano di tenere conto delle osservazioni del Capo dello Stato non significa niente dal momento che è del tutto inimmaginabile che il centro destra torni indietro su scelte politiche rilevantissime come le ronde ed il reato di clandestinità.
Ho sentito dire a Chiti, esponente PD e Vice Presidente del Senato, che Napolitano doveva promulgare perchè la legge contiene norme importanti per il contrasto alla criminalità mafiosa. Se si riferiva all'incrudelimento del 41 bis c'è da osservare che anche qui c'è qualcosa di inaccettabile: il trattamento di rigore viene prolungato nel tempo e reso più duro su decisione di due Ministri e non per sentenza dei Tribunali. Basterà il riscontro positivo del Ministro della Giustizia ad una richiesta del Ministro degli Interni per aggravare il trattamento carcerario del detenuto.
Inoltre, la legge promulgata istituisce il registro dei senza tetto per fini evidenti di controllo poliziesco e discriminatorio dal momento che si crea una schedatura per persone che hanno la disgrazia di non avere più una abitazione e un domicilio.
Altre norme riguardanti la perdita della patria potestà e la sottrazione dei bambini alle famiglie dei rom o di persone costrette a mendicare sono inaccettabili e in palese violazione dei diritti delle persone.
Nel promulgare la legge Napolitano ha compiuto una scelta politica di sostegno del governo Berlusconi che segue il commento positivo e compiaciuto per l'esito del G8. Napolitano avrebbe potuto rimandare la legge alle Camere dal momento che nessuna urgenza e nessuna scadenza incombono sull'Italia che invece potrebbe continuare a vivere meglio senza questa ulteriore ferita alla sua Carta Costituzionale. Ora si compirà un'altra illegalità: la regolarizzazione delle badanti e soltanto di queste discriminando il diritto per categoria professionale. Il badante si, il meccanico e tutti gli altri no.....
Il reato di clandestinità resterà per tutti e su tutti i migranti penderà la spada di Damocle di perdere ogni diritto e di essere espulsi se perdono il lavoro. Inoltre la decisione del Capo dello Stato che promulga e critica getta confusione sulla certezza del diritto e sulla trasparenza degli atti della massima carica dello Stato. E' una decisione infelice che supporta la maggioranza in uno degli atti di maggiore spregiudicatezza e di attacco ai principi della Costituzione ed alla eguaglianza delle persone di fronte alla Legge. Il degrado del diritto italiano già vulnerato da precedenti leggi regolarmente promulgate continua e l'Italia continua ad essere rivoltata come un calzino. Tutto questo mentre prosegue e va avanti una legislazione di favore dei potenti dal Lodo Alfano, al falso in bilancio, alla prescrizione dei reati fino alla prossima sanatoria per il rientro dei capitali dall'estero con una modestissima trattenuta governativa. di Pietro Ancona
Sicurezza, quelle norme da riscrivere
La Costituzione (art. 74) assegna al Capo dello Stato l'incarico di promulgare le leggi o di chiedere "con un messaggio motivato alle Camere" una nuova deliberazione, quando intravede un vizio formale (sgorbi nel procedimento legislativo) o sostanziale (il contrasto della legge con i principi costituzionali). Ora appare abbastanza chiaro dal breve comunicato diffuso dal Quirinale e poi dalla lunga lettera inviata al presidente del Consiglio e ai ministri dell'Interno e della Giustizia che il capo dello Stato ritiene la nuova legge sulla sicurezza "incoerente". Napolitano è "perplesso" e addirittura "preoccupato". Troppe norme, in quel testo, e troppo eterogenee, spesso "prive dei necessari requisiti di organicità e sistematicità", così contraddittorie "con i principi generali dell'ordinamento e del sistema penale vigente" da sollevare "dubbi di irragionevolezza e di insostenibilità".
È una diagnosi critica e assai severa. Avrebbe giustificato un rinvio alle Camere del testo, ma - al contrario - la legge è stata promulgata con un invito al governo a fare meglio e a fare diritto ciò che è oggi storto e, domani, potrebbe diventare stortissimo. Napolitano sceglie la via più difficile, dunque. Prima promulga, poi scrive, consiglia, raccomanda, avverte. E' una strada che, prima di lui, non ha imboccato mai nessuno. E d'altronde mai nessuno, prima di Napolitano, ha dovuto sorvegliare una vita istituzionale divisa tra forza (straordinaria) della maggioranza e la debolezza (straordinaria) delle opposizioni, mutilata di ogni confronto parlamentare in una tableau dove la fragilità dei fondamenti condivisi è evidente. Il percorso che il Capo dello Stato si è scelto è il più tortuoso. Per necessità.
A occhio nudo, affiorano nelle mosse del Quirinale alcune innovazioni che possono apparire irrituali. Proviamo a enumerarle.
Il Capo dello Stato non partecipa alla funzione legislativa. Il rifiuto di promulgare una legge non è una bocciatura definitiva né un ostacolo definitivo. E' soltanto un rinvio (se le Camere l'approvano di nuovo, la legge deve essere promulgata). Al Capo dello Stato è riservato quindi soltanto il potere di un "richiamo solenne al Parlamento", un invito a riflettere, a riesaminare ancora quali sono gli effetti della nuova legge sul funzionamento delle istituzioni o sugli equilibri generali del sistema. Napolitano scorge nella legge i germi maligni di una "disomogeneità e una estemporaneità di numerose sue previsioni che privano il provvedimento di quelle caratteristiche di sistematicità e organicità che avrebbero dovuto caratterizzarlo". Dinanzi a questo quadro (ecco una prima irritualità) perché rinunciare a sollecitare il parlamento a un riesame più meditato? Quel "richiamo solenne", che la Costituzione assicura al Quirinale prima, giunge in questo caso dopo la promulgazione di una legge che, anche per il Capo dello Stato, mostra elementi di "rilevante criticità", spesso incoerenti "con i principi dell'ordinamento". Un testo che incuba già alla nascita "equivoci interpretativi e problemi applicativi". E - per dirne una - con l'attribuzione della gestione del reato di immigrazione clandestina al giudice di pace "disegna un "sottosistema" sanzionatorio non coerente con i principi generali dell'ordinamento e meno garantista di quello previsto per delitti di trattenimento abusivo sottoposti alla cognizione del tribunale".
Sono vizi seri, sono motivi gravi e fondati, sono ragioni che, nello spirito della lettera costituzionale, avrebbero giustificato un rinvio al parlamento, un ripensamento, non una lettera al governo che molti contesteranno. C'è qui una seconda irritualità. Perché scrivere al governo e soltanto per conoscenza al parlamento? Il presidente non può interferire con la funzione di indirizzo politico cui è, e deve rimanere, estraneo. La sua è una funzione di controllo che esercita sul governo, per la necessità e l'urgenza dei decreti legge, e sul parlamento per le leggi. Perché escludere o informare soltanto per cortesia istituzionale i presidenti di Camera e Senato, che molto hanno corretto il decreto partorito dall'esecutivo?
Si può cogliere, soprattutto, una terza irritualità nella mossa di Napolitano. Non esamina, nella lunga lettera, nessuno dei profili di illegittimità costituzionale sollevati da più parti, durante il lungo lavoro di gestazione della legge, e infine da un appello di ventidue illustri giuristi, tra i quali ex-presidenti e membri della Corte Costituzionale come Gustavo Zagreblesky e Guido Neppi Modona. Forse, sarebbe stato necessario. "L'ingresso o la presenza illegale del singolo straniero - si leggeva nell'appello - non rappresentano di per sé fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale, ma sono l'espressione di una condizione individuale, la condizione di migrante: l'incriminazione assume, pertanto, un connotato discriminatorio contrastante non solo con il principio di eguaglianza, ma con la fondamentale garanzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si può essere puniti solo per fatti materiali". Verso questo aspetto sostanziale, di "merito costituzionale" (il contrasto della nuova legge con la Carta), il Capo dello Stato non ritiene di dover volgere lo sguardo o rassicurare circa la coerenza tra i principi e le nuove norme.
Esplicitamente la legge non piace a Napolitano e il suo giudizio critico peserà, probabilmente, quando la Consulta ne vaglierà la costituzionalità. Se il Capo dello Stato le ha assicurato, in modo molto problematico, il suo sigillo lo si deve - è scritto nella nota del Quirinale - al fatto che il provvedimento contiene misure contro la criminalità organizzata che sono state approvate da un'ampia maggioranza e che non potevano essere sospese. Anche questo argomento non è solidissimo. Quelle norme contro il crimine organizzato sono state, a vista d'occhio, soltanto il paravento che ha consentito al governo e alla maggioranza di non far apparire la legge sulla sicurezza come un programma di repressione penale contro l'immigrazione. Aggravare le condizioni carcerarie del 41bis, quindi di chi è già in carcere, non pare un passo definitivo per sconfiggere le mafie né d'altronde la lotta al crimine avrebbe registrato un arretramento con il breve rinvio necessario per rendere la legge più equilibrata, costituzionale, meno distruttiva del sistema penale.
Ora, dopo la lettera di Napolitano, il governo promette di correggere le storture. Vedremo. La Lega davvero rinuncerà al risultato che ha conquistato? Il governo vorrà buttar via i successi di immagine (altri sono i fatti) che la legge contro i migranti gli regala? di Giuseppe D'Avanzo
Sicurezza, Chiappetti: «Sbaglia chi ci vede un attacco al governo»
«Quello di Napolitano non è un attacco al governo, piuttosto una critica al metodo di lavoro del Parlamento». Il costituzionalista Achille Chiappetti (nella foto), ordinario di Diritto pubblico alla facoltà di Scienze politiche dell’università «La Sapienza» di Roma, commenta così la lettera del Quirinale che accompagna la promulgazione della legge sulla sicurezza.
Di Pietro ed esponenti di sinistra dicono che il Capo dello Stato, viste le sue perplessità, non doveva firmare queste norme. È così?
«No, Di Pietro e gli altri hanno torto. Perché il Presidente della Repubblica conferma la piena costituzionalità della legge e la sua opportunità. Al tempo stesso, sottolinea la sua eterogeneità, ma questo non è certo un motivo per respingerla».
Vuol dire che i suoi appunti non riguardano la sostanza, ma la forma di queste norme?
«Napolitano non entra nel merito della legge, ma riconosce che è necessaria ed ampiamente condivisa in Parlamento. Quando parla di eterogeneità e di scarsa omogeneità si riferisce a principi non costituzionalmente imposti, ma ai quali un buon legislatore dovrebbe attenersi. Soprattutto, per non lasciare troppo margine all’interpretazione discrezionale dei magistrati. Infatti, il Capo del governo che guida anche il Csm, parla di dubbia coerenza non con la Costituzione - e questo avrebbe comportato la bocciatura -, ma con i principi dell’ordinamento e del sistema penale».
Nelle osservazioni di Napolitano c’è una critica all’esecutivo, cui sono indirizzate?
«No, si tratta di osservazioni che non hanno rilievo politico, ma solo tecnico. Riguardano il metodo di formazione della legge e sono commisurate ad un modello ideale del lavoro parlamentare. In sostanza, una critica ai provvedimenti omnibus, in cui entra di tutto nel corso dell’iter parlamentare. E questo problema esiste da decenni».
Che cosa vuole suggerire il Quirinale al governo e al Parlamento?
«Di tenere sotto controllo queste norme ed usare gli strumenti a disposizione, dai regolamenti di attuazione a nuove iniziative legislative, per sanare i problemi di interpretazione e applicazione e dare maggiore chiarezza alle disposizioni, evitando anche fratture nella sistematicità delle norme».
È inusuale un intervento del genere?
«Non mi sembra nulla di clamoroso: gli interventi del Presidente della Repubblica sul governo si sono moltiplicati da quando c’è il bipolarismo. Con il nuovo sistema elettorale nasce anche un ruolo più diretto di rapporto con l’esecutivo, diventato ormai prassi. Si colma così un vuoto politico dovuto alla maggiore distanza e mancanza di collaborazione tra maggioranza e minoranza. La lettera è molto costruita ed equilibrata, direi di politica legislativa. Dimostra l’estrema attenzione di Napolitano e non può essere criticata, né nasconde un significato diverso di quel che appare. Il Presidente, di fatto, ha colto l’occasione di questa legge per indicare a governo e Parlamento un certo metodo di lavoro».
L’opposizione, però, l’interpreta come un avallo alle sue critiche alle norme.
«Semmai, dovrebbe interpretarlo anche come una critica al lavoro dell’opposizione, che avrebbe potuto contribuire a migliorare la legge con una critica costruttiva e non cieca e bieca. L’accusa è all’intero Parlamento, c’è una corresponsabilità di tutti». di Anna Maria Greco
Sicurezza, il Cavaliere e il gelo con il Colle
"Vedremo". "Forse". "Se proprio dovesse essere necessario". È già sera. Il presidente del Senato Renato Schifani ha appena inviato la lettera di Napolitano ai capigruppo, le sei cartelle cominciano a circolare. E parte la demolizione. Il fastidio verso il Quirinale, covato per un intero pomeriggio, deborda inevitabile nel centrodestra. Tenere conto dell'invito del presidente e rifare il ddl sulla sicurezza? Neanche a parlarne. Berlusconi è tranchant: "Se lo scordi, il testo resta quello che è".
Nessuna nuova legge, al massimo il ministro dell'Interno Roberto Maroni cercherà di tenere buono il presidente con il regolamento sulle ronde. Gliel'ha detto subito, di buon mattino, quando il capo dello Stato lo ha chiamato per prepararlo alla missiva. "Le ho inviato una lettera in cui esprimo le mie perplessità e le mie preoccupazioni su questa legge... che comunque ho firmato" dice Napolitano. E Maroni gli risponde: "Sì, stia tranquillo, quel testo sulle ronde è già pronto, lo mando in Parlamento la prossima settimana. E poi c'è la sanatoria già avviata per le badanti". Ma Bobo si frega le mani per la firma sotto la legge pronto a vendersela con il popolo della Padania come un grande successo della Lega. Questo dicono i suoi, i Bricolo, i Cota, "d'ora in poi i cittadini si sentiranno più sicuri".
L'ordine di scuderia nell'entourage del Cavaliere è "minimizzare". Ecco il Guardasigilli Angelino Alfano che lo fa ufficialmente: "Se dovesse essere necessario valuteremo eventuali modifiche". Niccolò Ghedini, l'uomo ombra per la giustizia di Berlusconi, conferma: "Vedremo se singoli rilievi porteranno a dei cambiamenti". E arriva il commento di chi ha parlato con il Cavaliere e ne riferisce il pensiero: "Certo che quest'uscita se la poteva proprio risparmiare".
Fastidio e irritazione profondi, mascherati all'esterno all'insegna dell'understatement. Dice il premier ai suoi: "Me l'aspettavo. Lui annuncia la tregua per il G8 e poi la rompe. Cerca in tutti i modi di condizionare la nostra azione politica. Lo ha già fatto con le intercettazioni. Ma noi andremo avanti lo stesso. Intanto un provvedimento come questo, fortemente voluto dalla gente che non ne più degli immigrati e della mancanza di sicurezza, è comunque diventato legge".
A palazzo Chigi, ormai da giorni, non si fa che chiosare sulla sindrome del commissariamento, sugli interventi continui che fanno ombra o addirittura stoppano l'azione del governo. Berlusconi non ha mandato giù l'intervento di Napolitano "a gamba tesa" sul ddl intercettazioni, che ne ha determinato il rinvio. "Avremmo potuto approvarlo a fine mese, siamo stati costretti per colpa sua a rimandarlo a settembre. Ma state certi che a quel punto lo voteremo". Con modifiche? "Lo stretto necessario". E che dire della convocazione del governatore Mario Draghi sul Colle giusto alla vigilia della manovra economica? È stata giudicata come un'insopportabile ingerenza. E la scelta del giorno in cui rendere pubblica la lettera sulla sicurezza? A palazzo Chigi ne calcolano il timing: Napolitano aveva tempo fino al 30 luglio. Ha scelto d'intervenire giusto nel giorno in cui alla Camera si discuteva del contestano condono fiscale e del nuovo colpo di spugna sul falso in bilancio. L'effetto? Di fatto costringere il governo a fare marcia indietro.
Napolitano ha curato forma e sostanza. Nove punti critici, "dubbi di irragionevolezza e di insostenibilità" che non potevano lasciarlo "indifferente". Telefonate per annunciare il passo. L'assicurazione che, dal Quirinale, il testo non sarebbe uscito. Ma la reazione ai suoi scrupoli è una staffilata: "Un presidente che chiosa tecnicamente e politicamente le leggi non s'era mai visto. O la legge non va e la boccia, o va e la promulga. Non c'è via di mezzo". È l'ex presidente del Senato Marcello Pera, silente da tempo, a dar voce al mugugno: "La promulgazione con dubbi e commenti non esiste". L'ultima staffilata suona così: "Ormai Napolitano è ostaggio di Di Pietro e del Pd, ma sappia che tanto la gente continua a votare per noi". di Liana Milella
Sicurezza, una mossa presidenzialista
Accolta ufficialmente con reazioni di plauso e con promesse di correggere presto le nuove norme nel senso richiesto, la decisione del Capo dello Stato di promulgare il pacchetto sicurezza, accompagnando la firma con una lunga lettera di cinque pagine, in cui smonta accuratamente - e assai severamente - tutti i punti controversi della legge, è stata accolta piuttosto male a Palazzo Chigi e nei ministeri interessati.
Le dichiarazioni a favore di Maroni e Alfano non devono trarre in inganno: i ministri dell’Interno e della Giustizia sanno bene che la faticosa mediazione con cui alla fine il pacchetto è stato approvato - tra critiche del Vaticano e riserve interne alla maggioranza, che solo la fiducia ha potuto domare, oltre all’opposizione dura del centrosinistra - dopo la lettera del Quirinale è del tutto superata.
Nei tredici giorni in cui hanno preso in esame il testo licenziato dalle Camere, gli uffici del Colle sono arrivati alla conclusione che la legge, così com’è, risulta in molti punti inapplicabile. Solo la presenza, nel pacchetto, delle norme antimafia che inaspriscono gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine per il contrasto della criminalità organizzata, ha convinto il Presidente Napolitano del fatto che il rinvio alle Camere della legge potesse provocare un danno maggiore che la promulgazione critica - una novità che non mancherà di far discutere i costituzionalisti - invece ha impedito, rendendo operative le norme effettivamente utili, e affidando al governo il compito di rimettere mano a quelle malfatte.
Gli esempi più evidenti riguardano il reato di clandestinità e la disciplina delle ronde metropolitane. Napolitano osserva che, a parte la mancanza di urgenza nell’intervenire in materie così delicate, il riconoscimento della clandestinità come reato potrebbe finire con il facilitare, invece che rendere più arduo, l’ingresso dei clandestini nei nostri confini. In base al principio secondo cui nessuno può essere condannato due volte per lo stesso reato, infatti, un clandestino condannato ed espulso potrebbe rientrare nuovamente in Italia e non essere più processabile e condannabile una seconda volta.
Quanto alle ronde, il Presidente fa notare che la concessione degli spray al peperoncino come ausilio ai volontari metropolitani finirà con il legalizzare quelle che fino a questo momento erano considerate armi improprie. Se sono legali per le ronde, lo diventeranno anche che i delinquenti comuni, che potranno usarli per rapine, aggressioni e violenze, senza doverne rispondere come aggravanti dei loro reati. Ma al di là delle singole osservazioni contenute nella lettera del Capo dello Stato, quelle che saranno da valutare sono le conseguenze dell’iniziativa di Napolitano. Finora, infatti, i Presidenti della Repubblica avevano scelto, o di respingere le leggi per le ragioni previste dalla Costituzione (manifesta incostituzionalità o mancanza della copertura finanziaria), o di firmarle silenziosamente, lasciando tutt’al più trapelare riservatamente un disappunto di natura istituzionale.
Con la lettera che accompagna la firma, invece, il Presidente ha introdotto un’innovazione, coerente al suo disegno di dare al Quirinale un ruolo di direzione del processo di formazione delle decisioni politiche. E lo ha fatto tenendo presente, non solo i confini della Costituzione, ma anche la compatibilità delle leggi proposte dal governo e approvate dalla sua maggioranza con le altre istituzioni che poi dovranno applicarle. In questo senso è evidente che Napolitano abbia tenuto conto sia delle perplessità emerse in seno al Consiglio superiore della Magistratura sugli aspetti più controversi del pacchetto sicurezza, sia dello sconcerto dei giudici di pace che dovrebbero occuparsi del reato di clandestinità.
Naturalmente, una volta firmata, la legge, anche se malfatta, diverrà efficace. Berlusconi, d’intesa con i Presidenti delle Camere, che come lui sono destinatari della lettera, dovrà valutare se riaprire la discussione all’interno della sua maggioranza tra le frange più perplesse del Pdl e quelle più oltranziste della Lega, o se tirare avanti lo stesso. Ma soprattutto, dopo aver ringraziato Napolitano nei giorni scorsi per l’appoggio ricevuto nei giorni difficili che hanno preceduto il G8 dell’Aquila, il Cavaliere dovrà riflettere sulle incognite di questa nuova convivenza con l’inquilino del Colle, che, a sorpresa, ha fatto insieme una mossa politica e un passo avanti in direzione del presidenzialismo. di Marcello Sorgi
Sicurezza, Marcello Pera: «Napolitano viola la Costituzione»
Le cinque pagine in cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esprime dubbi e preoccupazioni sulla legge sulla sicurezza, promulgata oggi dal Capo dello Stato, hanno provocato una forte reazione dell'ex presidente del Senato Marcello Pera. «Occorre essere consapevoli che, se anche la Costituzione è sospesa o come in questo caso chiaramente violata da chi deve garantirla - ha dichiarato Pera - l'Italia andrà incontro ad un declino grave e preoccupante».
«Le cinque pagine di "perplessità e preoccupazioni" espresse dal presidente della Repubblica sulla legge sulla sicurezza - ha affermato Pera, chiedendo ai presidenti delle Camere e agli ex presidenti della Repubblica di prendere posizione - sono palesemente fuori dai poteri che la Costituzione gli assegna. Il Presidente non può intervenire sul merito politico dei provvedimenti, per di più in modo selettivo come ha fatto in questa circostanza. Se egli ha dubbi o rilievi fondati di incostituzionalità e non intende promulgare una legge, può solo inviare un messaggio formale alla Camere». Il Presidente, ha aggiunto Pera, «non può neppure rivolgersi direttamente ai ministri, perché, sempre per Costituzione, egli non ha alcuna responsabilità politica né essi possono prevaricare la libera volontà del Parlamento».
E, secondo l'ex presidente del Senato, non sarebbe la prima volta che il capo dello Stato si comporta in questo modo: «già in passato - ha dichiarato Pera - egli ha introdotto surrettiziamente nella Costituzione istituti non previsti, ora con le lettere al Presidente del Consiglio, ora con moniti al governo, ora con la esternazione delle sue opinioni preventive o durante l'iter parlamentare».
Sono certo, ha concluso Pera, «che almeno i presidenti di Camera e Senato, i quali si sono visti recapitare una lettera "per opportuna conoscenza", in modo poco riguardoso della loro funzione, troveranno il modo di far sentire la propria voce a difesa del Parlamento e della nostra democrazia. Sono ugualmente certo che lo stesso faranno gli ex-Presidenti della Repubblica e tutti coloro che in questi tempi si sono innalzati a difendere la legalità costituzionale repubblicana». da Il Sole 24 Ore
Sicurezza, le ragioni del Colle
La promulgazione delle norme sulla sicurezza era abbastanza scontata; un po’ meno la lunga lettera spedita dal Quirinale al governo e ai presidenti delle Camere con una serie di obiezioni di fondo. Le «perplessità e preoccupazioni» espresse da Giorgio Napolitano danno voce alle critiche dell’opposizione, e non solo. Ma il capo dello Stato non vuole bloccare un disegno di legge che prevede anche un indurimento del carcere per i mafiosi; e contrasta le loro infiltrazioni nelle gare d’appalto.
L’obiettivo è piuttosto quello di mediare fra la volontà «ampiamente condivisa» della maggioranza parlamentare; e l’esigenza di impedire distorsioni e pasticci in nome della legge. D’altronde, per settimane si è discusso con asprezza sull’opportunità di definire l’immigrazione clandestina come reato; e sull’istituzione di «ronde» chiamate di fatto ad un compito di supplenza rispetto alle forze dell’ordine: provvedimenti invocati da gran parte dell’opinione pubblica, e voluti fortemente dalla Lega per il loro significato anche simbolico. Ma il modo sbrigativo con il quale sono stati perseguiti ha impedito di valutare fino in fondo gli effetti paradossali che possono avere.
Il risultato sono «norme fra loro eterogenee» e «di dubbia coerenza»: un modo garbato ma netto per far capire che, una volta applicate, potrebbero provocare una gran confusione. L’analisi puntigliosa di Napolitano non riguarda tanto i profili costituzionali, ma gli effetti pratici della legge. Il presidente della Repubblica vede in alcune disposizioni un arretramento nel contrasto all’immigrazione clandestina: contraddizioni che potrebbero peggiorare il problema, invece di risolverlo. Sono indicativi il sollievo ed il rispetto con i quali il governo ha accolto il sì del Quirinale ed accettato i suoi rilievi. Palazzo Chigi fa sapere di essere soddisfatto della promulgazione; e che terrà conto delle «notazioni e dei suggerimenti» del capo dello Stato.
Si indovina la disponibilità a correggere una legge che Napolitano considera difficile anche solo da interpretare. Nelle stesse file del Pdl gli uomini vicini al presidente della Camera, Gianfranco Fini, annunciano di condividere da tempo le obiezioni del Colle. Fra l’altro, su questo continua il braccio di ferro fra alcune istituzioni europee e delle Nazioni unite, ed il governo italiano. E, seppure in modo tormentato, la Chiesa cattolica ha tentato di smarcarsi dalla legislazione sugli immigrati clandestini e le «ronde». La lettera rappresenta un richiamo esplicito e duro a riflettere sui suoi «effetti imprevedibili». Solo Antonio Di Pietro la considera una dimostrazione di «titubanza». Il leader dell’Idv sostiene che Napolitano non avrebbe dovuto firmare la legge, dal momento che la critica: quasi non capisse che i rilievi possono essere radicali proprio perché preceduti da un «sì».
Di Pietro vuole «il tanto peggio tanto meglio», lo bacchetta il Pd per attacchi ritenuti stucchevoli nella loro ripetitività. Si ostina a trasmettere l’immagine di un capo dello Stato subalterno al governo anche quando, come in questo caso, gli rivolge rilievi severi: al punto da far dire a qualcuno del Pdl che ha esagerato. Il ministro della Giustizia, Angelo Alfano, però, non esclude modifiche: benché tutti sappiano che le decisioni della maggioranza dipenderanno soprattutto dalla volontà della Lega. di Massimo Franco
mercoledì 15 luglio 2009
Il Presidente Napolitano promulga la legge sulla sicurezza. L'insieme del provvedimento suscita perplessità e preoccupazioni.
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha oggi promulgato la legge recante “Disposizioni in materia di pubblica sicurezza” ritenendo di non poter sospendere in modo particolare la entrata in vigore di norme, ampiamente condivise in sede parlamentare, volte ad assicurare un più efficace contrasto – anche sul piano patrimoniale e delle infiltrazioni nel sistema economico – delle diverse forme di criminalità organizzata.
Suscita peraltro perplessità e preoccupazioni l’insieme del provvedimento che, ampliatosi in modo rilevante nel corso dell’iter parlamentare, risulta ad un attento esame contenere numerose norme tra loro eterogenee, non poche delle quali prive dei necessari requisiti di organicità e sistematicità; in particolare si rileva la presenza nel testo di specifiche disposizioni di dubbia coerenza con i principi generali dell’ordinamento e del sistema penale vigente.
Su tali criticità il Presidente Napolitano ha ritenuto pertanto di richiamare l’attenzione del Presidente del Consiglio e dei Ministri dell’interno e della giustizia per le iniziative che riterranno di assumere, anche alla luce dei problemi che può comportare l’applicazione del provvedimento in alcune sue parti.
La lettera, ampiamente argomentata, è stata inviata, per conoscenza, anche ai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati. da Presidenza della Repubblica
Fondo europeo per l'integrazione, pubblicati due nuovi avvisi con scadenza il 27 luglio 2009
I progetti sono relativi all'Azione 5 - annualità 2007, sulla figura del mediatore culturale, e all'Azione 6 - annualità 2008, sul sistema di monitoraggio e valutazione delle politiche
La Direzione centrale per le politiche dell'immigrazione e dell'asilo del ministero dell'Interno, dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione, in qualità di Autorità responsabile della gestione del Fondo europeo per l'integrazione di cittadini di Paersi terzi 2007-2013, e in particolare di Organo esecutivo, ha pubblicato due avvisi relativi, rispettivamente, all'Azione 5 - annualità 2007 'Promozione della figura del mediatore culturale', e all'Azione 6 - annualità 2008 'Elaborazione di un sistema omogeneo di monitoraggio e valutazione delle politiche e degli interventi di integrazione'.
Gli enti pubblici, le organizzazioni non governative e quelle senza scopo di lucro, le associazioni, le cooperative sociali, le fondazioni, le organizzazioni internazionali e intergovernative e le università che sono interessati ad essere invitati per l'elaborazione e realizzazione dei progetti cui si riferiscono gli avvisi, devono trasmettere la loro richiesta entro il 27 luglio 2009 all'indirizzo di posta elettronica eleonora.corsaro@interno.it.
La richiesta dovrà essere corredata dell'indirizzo della sede del soggetto richiedente, del recapito telefonico, del numero di fax cui far pervenire l'invito e dell'indicazione delle esperienze già svolte negli ambiti d'attività oggetto dei due avvisi.
Entrambi i progetti dovranno essere realizzati e conclusi entro il 31 dicembre 2009. Per il progetto relativo all'Azione 5 il budget è di 83.333,33 Euro, Iva esclusa, mentre per il progetto relativo all'Azione 6 ammonta a 108.333 Euro, sempre con esclusione dell'Iva.
Diritti, Rom e psichiatria
Quando negli anni novanta si aprì la discussione sui campi per Rom fui fortemente impressionato da alcuni paralleli con quanto avevo visto negli anni precedenti seguendo il lavoro di Giorgio Antonucci negli ospedali psichiatrici.
Qui mi trovavo di fronte a persone che insistevano perché venissero approvate leggi regionali che istituzionalizzassero l’esistenza di campi per nomadi, sostenendo che i Rom erano incapaci di vivere tra la gente (tra ‘noi’), che erano nomadi e che promuoverne l’integrazione sarebbe stato un atto di violenza, mentre i Rom stessi dichiaravano di non essere affatto nomadi, di non aver mai vissuto in campi e di non volerne sapere: chiedevano case, lavoro, scuole per i figli.
Là, negli ospedali psichiatrici, avevo visto la pretesa da parte degli psichiatri di curare persone giudicate, anche in questo caso da loro, incapaci di vivere tra la gente, internandole magari per anni; e mi era stato mostrato come questo non avesse niente a che fare con la realtà in cui erano vissuti e che volevano vivere i ricoverati.
Nell’uno e nell’altro caso alcune autorità pretendevano di fare gli interessi di altri e di curarne i diritti, mentre i diretti interessati chiedevano, in un modo o in un altro, cose del tutto diverse: e per prima cosa la libertà di scelta. Venivano a cozzare così due concezioni del tutto opposte del concetto di diritto: un ‘diritto’ difeso autoritariamente da alcuni, che si dichiaravano esperti e affermavano l’incapacità di quegli altri di difendersi, ed un diritto reclamato dai diretti interessati ed appoggiato da persone che traevano le loro convinzioni e le loro conclusioni dalla volontà di quegli stessi che gli esperti consideravano incapaci a vivere secondo le loro idee. Né nel campo della psichiatria né in quello dei Rom il dibattito è chiuso, tolto il fatto che i Rom stessi hanno cercato il modo di disfarsi degli esperti e di prendere in mano le redini del loro destino.
Gli oggetti delle attenzioni degli psichiatri, invece, quelli che vengono definiti ‘malati mentali’, sono ancora costretti a subire la volontà di coloro che li trattengono nei loro ‘ospedali’ non essendo essi ancora riusciti a imporre – cosa, del resto, realisticamente quasi impossibile - o non avendo ancora ottenuto da chi li appoggia – cosa anch’essa ad oggi solo in pochi casi possibile per il rapporto di forze contrario - la loro libertà. di Piero Colacicchi, continua a leggere…
Latina, ragazza muore per amore
La disperazione per amore ha portato una ragazza rom a darsi fuoco. Il dramma è successo al termine di una lite con il fidanzato nell'insediamento di via dei Fenici, a ridosso del centro di Latina. Il ragazzo ha tentato di fermarla ma non ha potuto fare nulla: è stato in parte investito dalle fiamme ed è rimasto ferito. La ragazza è morta dopo atroci sofferenze, Già in passato la giovane aveva tentato il suicidio.
Il fuoco dopo aver ucciso la giovane donna si è allargato in tutto l’insediamento, formato da piccole strutture auto costruite in legno. I vigili del fuoco hanno impiegato diverse ore per spegnere l’incendio divampato subito. Due abitanti dell’insediamento, tutti Cittadini romeni, sono rimasti intossicati.
In questo momento la comunità rom di Latina è chiusa nel dolore per questa drammatica tragedia.
La linea verde della Lega Nord: paura dell'Islam, kebab, vacanze al sud e battaglia contro i Rom
Il bello di provare a scrivere un articolo sulla Lega Nord è che non ti danno neanche il tempo di finirlo e già uno di loro ne ha sparata un’altra. Senti che puzza, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani. O colerosi, terremotati, voi con il sapone non vi siete mai lavati. Questa volta però Salvini si è dimesso dal parlamento italiano. E perché? Perché l’abbiamo mandato al Parlamento Europeo, ecco perché. Padania is not Italy, dice Benvenuto parlando di tutt’altro in questa nostra intervista. Spero se lo ricordino anche a Bruxelles quando avranno a che fare con uno così. Ma non è di Salvini che vogliamo parlare ora, per fortuna abbiamo trovato qualcuno di più intelligente.
Siamo andati a cacciarci nella tana del lupo di via Poggio, a Torino, sede della Lega Nord, perché volevamo conoscerli da vicino questi leghisti. Ha accettato l’intervista Alessandro Benvenuto (in foto), segretario della Lega Nord di Venaria Reale e coordinatore della sezione provinciale giovani, che, diciamolo subito, è stato gentilissimo e molto disponibile. E’ giovane, ventitrè anni ancora da compiere, ma fa politica da quando ne aveva diciassette. Ci tiene soprattutto a sottolineare l’attenzione che la Lega Nord riserva ai giovani del partito, affidando loro posizioni di rilievo e responsabilità, a qualunque livello, dalle liste comunali, dove candidano anche ragazzi dell’88, alla segreteria provinciale, occupata a Torino da Stefano Allasia, del ’74. L’intervista la facciamo proprio nel suo ufficio, verdissimo ovviamente. Comunque la si pensi, fa piacere che con una persona educata si possa passare un’ora piacevole a parlare di tutto, senza essere d’accordo su quasi niente.
Alessandro Benvenuto, responsabile della sezione provinciale giovani. Quanti sono e quanti anni hanno in media?
Effettivi militanti, circa un centinaio di ragazzi, poi i tesserati sono molti di più. Tra la militanza attiva e il tesserato, ne passa. Cento, ma togliendo Valli di Lanzo e Canavese, vorrei specificare. Per quanto riguarda l’età, molti si aggregano secondo l’età del coordinatore. Abbiamo zone in cui l’età media è tra i 18 e i 22, e altre in cui si aggira sui 25-26.
Quante sono le ragazze?
Parecchie, e attive più di trenta. Un anno fa abbiamo fatto il gruppo politico femminile della Lega, anche della sezione giovani.
Perché un giovane sceglie la Lega? Di solito a vent’anni si ha voglia di esplorare il diverso, di viaggiare, di andare di Erasmus… Non è esattamente un’età in cui si pensa alle radici da difendere, no?
Ci sono diversi motivi: federalismo, sicurezza, politiche sul lavoro. La Lega fa indubbiamente del protezionismo a livello locale, ma è questo che interessa a un lavoratore. In merito ai viaggi, ho capito cosa vuoi dirmi, però ti posso stampare un comunicato dell’onorevole Borghezio, il cui titolo è Rilanciare l’Erasmus. Noi non ne facciamo un discorso di razza. Noi parliamo di sicurezza nel nostro paese; le culture diverse in casa nostra sono ben accette. Il problema per noi non è la persona che viene qui e si vuole integrare, ma come si comporta. Questo forse è solo il mio pensiero, ma è quello che ho visto: con le popolazioni dell’est europeo, ci sono molti valori condivisibili. Premetto anche che durante le raccolte di firme per le varie liste dei comuni, moltissimi rumeni vengono a firmare ma non possono, perché non sono cittadini italiani.
Appunto.
Però appoggiano la nostra lista perché credono in molti dei nostri valori. Per esempio, loro sono fortemente cristiani, e il nostro essere contro l’Islam, non in quanto religione, ma perché ha valori completamente diversi da quelli europei, è qualcosa che appoggiano. Un’altra battaglia che appoggiano è quella contro la popolazione rom. I rumeni spesso ce l’hanno con i rom, e questa è un’altra ragione per cui ti posso dire che l’integrazione fra la Lega e alcune popolazioni è molto vicina. Poi certo, se subentrano spaccio e delinquenza, è un altro problema.
Ma non pensi che così si confondano le idee? Questo è un problema di sistema giudiziario, indipendentemente da chi compie il reato. In un paese in cui chi non rispetta le regole della convivenza viene punito, e questo sistema funziona, dove sono i problemi dell’immigrazione?
Sicuramente, però… Il problema è che da un lato ci si lamenta dei fondi tagliati per le forze di polizia - battaglia che porta avanti la sinistra, e già questo è un po’ strano – però poi ti posso dire che quando le persone che arrivano da una situazione di degrado, arrivano qui e trovano CPT pieni, vengono smistate in altre zone d’Italia e alla fine ce li troviamo in corso Brunelleschi a Torino, allora questo diventa un problema per tutti, è inutile far finta di niente. Su certe tematiche la magistratura non vuole intervenire. Pur fidandomi ciecamente della giustizia italiana, quante volte assistiamo a scarcerazioni immediate, sconti di pena… Quando Berlusconi sostiene che la magistratura è di sinistra, secondo me è abbastanza scontato, non c’è neanche da stupirsi.
L’on. Bossi ha recentemente ricordato al Vaticano che sul tema immigrazione avevano ben poco da lamentarsi, visto che per primi non accolgono clandestini sul territorio dello Stato pontificio. Com’è il rapporto tra Lega Nord e Chiesa?
Storicamente la Chiesa ha sempre avuto paura delle invasioni, per ciò che comportano a livello religioso. Però il cristianesimo si basa sul principio di accoglienza, di solidarietà, e dunque non mi vedo il Papa Ratzinger con la camicia verde… Anche se anni fa, prima di diventare Papa faceva dei discorsi che avevano molti punti di contatto con la Lega. Diciamo che ci sono molti argomenti condivisibili da entrambi. Poi, quando uno fa il Papa, deve arrivare a dei compromessi. Una cosa che mi fa sorridere però è che anche se negli anni Novanta Bossi attaccava duramente la Chiesa – non la religione, ma un certo tipo di Chiesa – negli ultimi anni questi temi non sono più stati toccati perché ci siamo concentrati sui punti di contatto: famiglia, referendum sulla procreazione assistita, veto all’ingresso della Turchia in Europa, una cosa che Ratzinger dichiarava già sette o otto anni fa. Fa ridere quindi questo attacco della Chiesa contro la Lega. Per carità, non sto dicendo che se io ti faccio un favore, tu devi stare zitto, però è particolare la loro posizione.
Hai citato la famiglia. Sul sito ufficiale della Lega c’è scritto che si appoggia e condivide in pieno l’art. 29 della Costituzione secondo il quale la qualifica di famiglia riguarda solo l’unione fra uomo e donna uniti in matrimonio. Capisco delle persone anziane, ma come fa un ventenne oggi a ragionare così?
No, ma infatti, attenzione: la Lega è un partito molto particolare, e all’interno ci sono varie posizioni. Tu ovviamente mi fai delle domande da giornalista, però chi vive il movimento da dentro sa che è un partito molto libero: Bossi ha sempre detto, per noi nel letto c’è libertà di mutande. Magari dall’esterno non sembra, ma è un partito in cui ciascuno è libero di dire la sua.
Senz’altro. Anche troppo, forse è lì il problema. Come le consideri tu, le varie sparate, da quella del maiale e la moschea ai posti riservati ai milanesi sui mezzi pubblici?
Quella l’ho fatta io!
Ah, però.
Sì, era il 5 ottobre del 2007, era la Porchetta Day. Abbiamo portato pane e porchetta sotto il comune di Torino, contro l’islamizzazione della città e delle scuole. C’era già stato lo scandalo che in alcune zone in mensa non si poteva più mangiare carne di maiale per via dei bambini islamici. In realtà noi pensavamo al Maiale Day di Calderoli, con il porcello portato a urinare a Bologna in segno di protesta per la costruzione della moschea, ma ci ha colti in fallo, il Porchetta Day ce l’eravamo persi, colpa nostra.
Ma tu, sinceramente, ti senti a rischio islamizzazione a Torino?
Allora, il rischio islamizzazione è presente per un semplice motivo: uno Stato che dovrebbe controllare, in modo legittimo, zone della città che invece vengono ricoperte di scritte sui muri, dove girano volantini con scritte islamiche, che io non so cosa vogliano dire, e con minacce a persone, mi fa capire che ci sia una sorta di cappa di islamizzazione. Anche solo tutte queste macellerie islamiche, oppure i phone center, che sono regolari e dunque il problema può non esserci, però vorrei capire come funzionano davvero i trasferimenti di denaro, perché potrebbero finanziare gruppi terroristici, com’è già successo a Milano.
Sì, ok, ma il terrorismo non è un pilastro dell’Islam.
Sicuramente. Però c’è un problema di valori. Noi come europei dobbiamo porci due questioni: capire intanto le differenze. E sono significative a mio avviso. E poi capire i valori che abbiamo noi, quanto sono importanti. Per esempio: la condizione della donna, la separazione tra Stato e Chiesa.
Due temi su cui andiamo fortissimo, infatti.
Non è certo come lì.
No, certo, non sto dicendo questo. Ma passiamo oltre: nell’altra stanza ho visto un manifesto contro l’ingresso della Turchia in Europa. Sul vostro sito si legge anche che la Turchia non è Europa, in nessun modo, che siamo diversi. Ma sei così sicuro che un italiano sia più simile a un lappone che non a un turco?
C’è un problema legato al discorso sicurezza per quanto riguarda la Turchia. Se noi immaginiamo ottanta milioni di turchi, per esagerare, che si riversano sul nostro territorio, che nell’80% dei casi non hanno un lavoro, mi sembra di vedere la scena di chi arriva con le barche. A cosa serve creare pacchetti sicurezza quando poi questi ti entrano regolarmente perché sono della Comunità Europea? Ci deve essere serietà. Poi si può discutere su mille cose. Il percorso che sta facendo la Turchia sui diritti umani potrebbe portare fra dieci-quindici anni a riparlarne, perché è vero che la pena di morte l’hanno abolita, ma ci sono ancora tanti problemi sulle carceri turche, sul riconoscimento dei genocidi armeni e curdi, e ancora sul fatto che occupino illegalmente Cipro dal ’74. Come comunità europea dobbiamo opporci a queste cose.
Sì, però ragionando così come la mettiamo con gli Stati Uniti? Guantanamo, zone occupate ovunque, la pena di morte c’è ancora. Uno a zero per la Turchia.
Alleanze elettorali possibili in futuro a parte il Pdl?
Ma, intanto bisognerà vedere come sarà il Pdl dopo la fine di Berlusconi. Perché prima o poi dovrà abbandonare, anche se comincio a credere che sia eterno. Dopo si vedrà. La linea della Lega è sempre stata: governare da soli o con chi ci può dare un appoggio concreto, non in termini di poltrone ma di riforme. Dire da qui a quindici anni come saranno le alleanze, ti potrei dire anche con la sinistra.
Quindi la Lega non è di destra?
No. La Lega è del Nord. Suonino i corni.
Fini ha battuto la testa? Troppe canne, o cos’è successo?
O ha la tessera del Pd in tasca, oppure semplicemente è un discorso di contrasto interno al Pdl. Poi certo, in quanto presidente della Camera deve mantenere un certo equilibrio, ma di sicuro si è fatto notare con certe sue uscite.
Parliamo un po’ di questa Padania. Che confini ha?
E’ una domanda che mi fanno in tanti: non solo i giornalisti ma cittadini normali, a livello informativo.
Sì, immagino ci sia un mucchio di gente preoccupata di sapere se è dentro o fuori, come la cupola di vetro del film dei Simpson.
Non è che si vuole l’indipendenza del Nord; però è ovvio che a livello di slogan per i militanti, la Padania ci deve essere, e anche per coerenza, lo dice l’articolo 1 dello statuto della Lega Nord. E poi chi lo sa, non escludo che in futuro se ne possa parlare.
Dove va in vacanza il leghista?
Le vacanze più belle le ho fatte nelle città europee, però sì, sono stato anche nel Sud Italia. All’estero invece, se la tua domanda era cosa fa il leghista all’estero… diciamo sempre: Padania is not Italy.
A benedizioni dell’acqua del Po’, invece, come stiamo?
A settembre!
Fantastico. Ma dimmi la verità… è un gioco?
E’ un rito.
Rito è una parola importante.
Sì, ma è un modo per sancire un discorso di territorio. Prendere l’acqua dove nasce il Po’ e poi svuotare l’ampolla a Venezia. Invece secondo me il rito più sentito è il giuramento di Pontida. Concerti la notte prima e poi riconfermiamo il giuramento della Lega Lombarda contro il Barbarossa.
Chi è il Barbarossa oggi?
Non vorrei dire che sia Roma, però… però sì. Noi ci battiamo contro lo Stato centrale, in modo pacifico.
Anche perché ci siete dentro.
Sì, appunto, ma poi la Lega non è mai stata legata a movimenti terroristici né violenti. I giovani della Lega non hanno mai spaccato una vetrina.
No, anzi, ve le fate spaccare, ho visto qua sotto… Cambio argomento, chi ha disegnato il manifesto dell’indiano?
La Lega dei Ticinesi. Non era nostro, però collaboriamo da anni e ce l’hanno prestato. Nel 2008 è stato votato come manifesto più bello, riconosciuto perfino da Radio DJ. Bisogna ammetterlo. Questo fa parte delle politiche della Lega in fatto di comunicazione; in merito alle sparate, come le hai chiamate tu, tutto nasce dai libri di Bossi, dei primi anni Novanta, dove lui diceva: i giornali ci andranno contro, e l’unico modo per sopravvivere è tirare delle bordate. Prendi la storia dei fucili, Bossi ha fatto di tutto per creare scandalo. La Lega è un partito povero, anche se siamo il terzo partito a livello nazionale, sponsor non ne abbiamo. E infatti puntiamo su simboli che costano poco ma sono immediatamente riconoscibili: la pochette verde e la spilla.
Direi che siete immediatamente riconoscibili per un mucchio di altre cose. Comunque la si pensi siete molto scenografici, questo di sicuro. Tu il kebab lo mangi?
Non ne vado matto, però sì, mi è capitato un paio di volte. Vedi, si è sempre cercato di indebolirci portando il discorso da una questione di sicurezza, che è quella che facciamo noi, a quella razziale.
Chissà come mai… E’ che vi prestate un po’ al gioco, ad essere sinceri.
Sì, per carità, però la Lega raccoglie persone che arrivano da sinistra e da destra, dall’ex democrazia cristiana, da tutto il pentapartito insomma,quindi c’è di tutto.
Cos’è che ti piace della sinistra, se c’è?
Sì, parecchie cose. Io stimo molto D’Alema, e mi rivedo in molte delle sue politiche. E’ un uomo di stato, aperto su molte tematiche; come persona mi piace, so anche che con Bossi andavano d’accordo. In uno dei suoi libri Bossi racconta che il figlio di D’Alema lo chiamava il Barbaro. “Papà. Ma stasera viene il Barbaro, vero?”. Lui l’ha ovviamente preso come un complimento.
E invece cosa vi divide dal Pdl?
Mmm, la domandina finale… Le politiche portate avanti dal centrodestra sono tutte più o meno targate Lega, e questo anche nei cinque anni precedenti, quando avevamo solo il 4% ed eravamo dunque succubi di Forza Italia e Alleanza nazionale; abbiamo portato a casa la devolution, e la stessa riforma sul lavoro di Maroni, che Prodi ha modificato in parte, e già poggiava sulla legge Biagi. Noi portiamo avanti questa politica: le riforme le facciamo noi. Su certe posizioni, per esempio a livello di economia, invece, loro sono molto preparati e hanno un’impostazione liberale. Quando mi chiedono “ma perché Berlusconi vuole aprire alle badanti?”. Eh, la risposta è facile. Loro sono un partito di massa, e i partiti di massa non possono chiudersi su questi temi. Questo è ciò che sbaglia la sinistra, sconfitta da Pdl e Lega proprio nel suo campo storico, quello operaio: è lesionista per il Pd andare sempre contro sul tema immigrazione. Franceschini, se fosse furbo starebbe zitto, perché l’elettore anche a sinistra, ne ha le scatole piene. E’ da pazzi fare così.
Cos’è che un leghista non fa mai?
Aiuto, non me la sarei mai aspettata questa. Cosa non fa mai? Mah… sai che non saprei?
Il ramadan?
No, quello magari no, però non si sa mai… frequentare un partner extracomunitario per noi non è un problema.
No, per voi no. Magari per il partner però…
Che oltre a essere mollato poi viene anche rispedito? ride. No, seriamente, ti posso rispondere che un leghista non contesta mai un altro partito all’interno di una sua manifestazione. Siamo molto rispettosi e per questo ci stimano anche a sinistra.
Ultima domanda. Non c’è mai stata una volta in cui ti sei messo le mani nei capelli dopo una dichiarazione di qualche tuo compagno di partito?
Anche se magari dopo alcune posso aver avuto una reazione da “Oh madonna, cos’han detto”, riascoltando nel 90% dei casi le dichiarazioni complete, vedi quella dei vagoni o della maglietta con la vignetta su Maometto, ho capito il senso, che va sempre contestualizzato al momento politico. Semmai l’unica cosa che mi sono chiesto è: cosa ne penseranno gli elettori? Perché la Lega ha un’ala molto moderata, anche se spesso la gente non lo sa.
Grazie ad Alessandro Benvenuto per il suo tempo. di Elena Donà
Chiari (BS), il Comune multa la bandiera della pace
Dare una multa alla bandiera della pace. E non notificarla immediatamente per non creare “pericolo e disordine per la sicurezza pubblica”. Sembra una contraddizione in termini, ma è quanto accaduto a Chiari alcuni mesi fa quando l’associazione “Tavolo della pace Franciacorta – Monte Orfano” si è beccata una multa perché con una grande bandiera della pace ha occupato il suolo pubblico.
I fatti risalgono al 22 marzo scorso durante la marcia della pace che ormai ogni anno l’associazione organizza in terra franciacortina. Ad accompagnare il corteo di un centinaio di manifestanti, per lo più famiglie con bambini al seguito, il grande bandierone colorato di diversi metri quadrati che caratterizza l’organizzazione. Il corteo ha attraversato Rovato e poi Chiari dove, su concessione della Questura di Brescia, avrebbe avuto il diritto di passare e di sostare in piazza Martiri della Libertà per due ore come previsto dal programma.
Uno zelante vigile urbano, però, non l’ha pensata così e ha comminato all’associazione una multa di 155 euro, più 5,60 euro per le spese di notifica dato che, per motivi di ordine pubblico, non se l’è sentita di consegnare la multa ai diretti interessati, La spiegazione era scritta nero su bianco: "occupazione di suolo pubblico con un veicolo, allestito con casse, bandiere e cartelloni, e una bandiera di notevoli dimensioni". L’associazione nelle settimane scorse ha fatto ricorso alla Prefettura di Brescia e al momento non ha ancora pagato la multa.
“La marcia della pace", ha spiegato l’associazione in un comunicato, "ha ottenuto tutti i necessari permessi dalla Questura di Brescia. La stessa ha dovuto intervenire nei confronti dell'amministrazione clarense, che negava la manifestazione senza dare alcuna motivazione, per garantire lo svolgimento della marcia". Insomma una bagarre fra associazione e comune di Chiari che è partita prima della marcia e non ha ancora visto la fine.
"Non è tanto questione di non pagare la multa", ha raccontato il segretario dell’associazione Francesco Foletti, "ma il nostro ricorso vuole essere un segno. Abbiamo preferito tacere fino a che c’erano le elezioni per non rischiare di essere strumentalizzati, ora andremo fino in fondo”. La volontà è quella di far arrivare al presidente della Repubblica una lettera che testimoni quanto successo, dato che il sindaco di Chiari, Sandro Mazzatorta, è senatore del nostro paese nelle file del Carroccio. "E' chiaro", ha chiosato l'associazione pacifista, "che realizzare una marcia che richiama a rispettare i diritti umani in un territorio dove i diritti vengono simultaneamente negati ha prodotto l'inevitabile rottura. Ricordiamo la distruzione della microarea che da anni era abitato dalla piccola comunità sinta con residenza a Chiari, una comunità integrata che non recava disturbo a nessuno".
Pescara, sgomberata una comunità rom dalla pineta di Santa Filomena
Una vera e propria comunità composta da trenta Rom, otto dei quali minori, che non è passata inosservata ai cittadini della zona nord di Pescara, residenti a ridosso della strada parco e della pineta di Santa Filomena.
Letti e giacigli di fortuna sistemati a terra e all'aperto, in condizioni igienico-sanitarie precarie, che puntualmente all'alba venivano fatti sparire per paura di possibili sgomberi. Sgomberi che però ci sono stati all'alba di ieri mattina, quando ancora, erano le 4 di mattina, tutta la comunità Rom dormiva.
Coordinati da una squadra mobile del reparto di Senigallia e da una pattiglia della forestale di Pescara gli agenti di polizia hanno fatto irruzione nel campo, verificando in seguito come nessuno dei componenti della comunità fosse in possesso dei requisiti necessari per soggiornare in Italia.
Sono dunque iniziate le procedure di rimpatrio per la maggior parte di loro, mentre non è ancora chiaro a chi saranno affidati i più piccoli e le loro madri, che per legge non possono venire separati. Gli agenti hanno motivo di credere che i componenti della comunità siano anche autori dei numerosi furti [sic!] avvenuti le scorse settimane proprio in quella zona della città e in particolar modo all'interno degli stabilimenti balneari.
Le segnalazioni dei cittadini risalgono infatti ad alcune settimane fa ma solo questa mattina gli agenti hanno avuto modo di intervenire, oberati di lavoro a causa della manifestazione sportiva dei Giochi del Mediterraneo e del summit di L'Aquila, che ha ospitato i grandi della terra. da Pagine Abruzzo
Presidente della Repubblica: “Il G8 è stato un successo. Ora più senso della misura”
“E ora che il G8 si è chiuso , che ne sarà della tregua? Si romperà presto, arroventando la nostra estate sotto l’incombere di alcuni appuntamenti parlamentari delicati e controversi — il tema giustizia su tutti — e riaccendendo il conflitto che tiene il sistema in torsione ormai da 15 anni? O si può invece sperare che una così decongestionante settimana possa aver bagnato le polveri e aver magari ispirato uno spirito diverso, meno devastante e politicamente cruento, a quanti guidano il confronto pubblico in Italia? Se giri queste domande al presidente della Repubblica, che aveva chiesto l’armistizio «nell’interesse del Paese», raccogli risposte il bilico tra l’esorcismo di chi lancia messaggi in bottiglia (senza quasi più confidare che vengano raccolti), e la fiducia ragionata di chi ha visto largamente accolto il proprio appello.
«Potrei dire con una battuta che, in generale, dopo le tregue o riprendono i combattimenti o si cerca la pace. Nel caso della nostra vicenda politica, nessuno può pensare che ci sia la pace come rinuncia alle rispettive posizioni: siamo in un Paese che ha pienezza di vita e di dialettica democratica, c’è il governo che fa la sua parte, con l’opposizione che fa la sua. Penso però che si potrebbe costruire, e che sarebbe tempo di cominciare a farlo, non una impossibile pace, ma almeno un clima più civile, corretto e costruttivo nei rapporti tra governo e opposizione». Giorgio Napolitano naturalmente sa bene che, per arrivare a un simile scenario, serve una sorta di disarmo bilanciato. Infatti, spiega, continuando nella metafora bellica, «come la tregua significa cessazione dei combattimenti da ambedue le parti, allo stesso modo la costruzione della pace o, meglio, nel caso nostro, di un clima più pacato, richiede il contributo di tutti e due i fronti. Richiede, perlomeno, più senso della misura». Continua a leggere…
martedì 14 luglio 2009
lunedì 13 luglio 2009
Sciopero dei blog, il rumoroso silenzio
Per la prima volta nella storia della Rete i blog entrano in sciopero.
Accadrà domani, 14 luglio, con una giornata di rumoroso silenzio dei blog italiani contro il disegno di legge Alfano, i cui effetti sarebbero quelli di imbavagliare l'informazione in Rete.
Il cosiddetto obbligo di rettifica, pensato sessant'anni fa per la stampa, se imposto a tutti i blog (anche amatoriali) e con le pesanti sanzioni pecuniarie previste, metterebbe di fatto un silenziatore alle conversazioni on line e alla libera espressione in Internet.
Domani 14 luglio dunque, invece dei consueti post, i blog italiani metteranno on line solo il logo della protesta, con un link al manifesto per il Diritto alla Rete: http://dirittoallarete.ning.com. Sul network verrà pubblicato inoltre uno slideshow di tuti i blogger imbavagliati che hanno aderito.
L'iniziativa prevede anche un incontro-sit in piazza Navona a Roma, alle ore 19 di martedì 14 luglio, e un simbolico imbavagliamento sia dei blogger presenti sia della statua simbolo della libertà di espressione, quella del Pasquino.
Hanno aderito all'iniziativa blogger di ogni area politica (ma anche non politici) ed esponenti di diversi partiti e associazioni.
Tra gli altri: Ignazio Marino, Vincenzo Vita, Mario Adinolfi e Francesco Verducci (Pd); Antonio Di Pietro (Idv): Pietro Folena (Partito della Sinistra Europea); Amici di Beppe Grillo di Roma, Calabria e Taranto; Articolo 21; Sinistra e Libertà; Per il Bene Comune; Partito Liberale Italiano (PLI).
Hanno aderito a titolo personale anche Giuseppe Civati, Sergio Ferrentino, Massimo Mantellini, Alessandro Robecchi, Claudio Sabelli Fioretti, Ivan Scalfarotto, Luca Sofri, Marco Travaglio e Vittorio Zambardino.
Anche alcuni parlamentari della maggioranza (come Antonio Palmieri e Bruno Murgia), seppur non verranno in piazza, hanno espresso la loro contrarietà alla norma imbavaglia-Rete presente nel ddl Alfano.
Sarà in piazza Navona anche il professor Derrick de Kerckhove, guru della Rete e docente all’Università di Toronto. Verrà infine annunciata la costituzione della “Consulta permanente per il Diritto alla Rete”: avrà l’obiettivo di aprire un tavolo di confronto tra il mondo della Rete e la politica, che tenga conto della libertà di espressione e di informazione, e soprattutto delle necessità di chi la Rete la vive ogni giorno come utente e cittadino.
Verona, giustizia è fatta
E' arrivata la condanna definitiva per Flavio Tosi, attuale sindaco di Verona, e per gli altri cinque esponenti della Lega, che nel 2001 avviarono una campagna razzista contro i Sinti veronesi. Sgomberati dal loro luogo di residenza dall'assessore Fabio Gamba della giunta Sironi. Famiglie italiane che per tutta l'estate di quell'anno vagarono da uno spiazzo all'altro finché il presidente della Sesta Circoscrizione, Luigi Fresco, non accettò di ospitarli in un parcheggio di borgo Venezia.
Un’odissea a cui si aggiunse la violentissima campagna mediatica nei toni dei manifesti e delle interviste di allora.
In un recente incontro della Lega alla Gran Guardia il Sindaco si è vantato di quella campagna, affermando che riguardava campi abusivi. Falso! Perché i Sinti veronesi abitavano in quella zona da più di dieci anni, come testimoniarono al processo anche i dirigenti scolastici della circoscrizione.
Due mesi di carcere per “propaganda razzista”, più 50mila euro da versare alle vittime, oltre al pagamento di tutte le spese legali. La Cassazione ha confermato la condanna per il sindaco di Verona, Flavio Tosi e per: il deputato Matteo Bragantini, il vice presidente della Provincia Luca Coletto, la sorella del sindaco Barbara Tosi, l'assessore comunale Enrico Corsi e un militante del Carroccio, Maurizio Filippi.
Ora bisognerà attendere alcune settimane per conoscere le motivazioni della sentenza della corte di Cassazione che ha confermato la condanna già inflitta da tre diversi organi giudicanti: prima il tribunale di Verona nel dicembre 2004 per incitamento e propaganda di idee razziste, poi la corte d'appello di Venezia in due diverse sentenze. La prima fu decisa il 30 gennaio 2007 ma fu poi annullata con rinvio dalla Cassazione il 13 dicembre di quello stesso anno.
Il 20 ottobre del 2008, però, sempre i giudici di secondo grado confermarono la condanna a due mesi solo per propaganda di idee razziste. Contro questa decisione i difensori di Tosi e degli altri 5 imputati, gli avvocati Paolo Tebaldi e Giovanni Maccagnani e il professore Piero Longo di Padova, presentarono ricorso in Cassazione. E la Corte di ultima istanza, ha deciso ieri sera con una sentenza di condanna che mette una pietra tombale su questo processo, durato quasi cinque anni.
Sucar Drom accoglie questa condanna con grande soddisfazione e ringrazia gli avvocati Federica Panizzo, Enrico Varali, Paola Malavolta e il professore Lorenzo Picotti per il loro impegno profuso in questi otto anni di battaglia legale. Nel 2001 gli attuali vertici di Sucar Drom, erano nel Consiglio direttivo dell’Opera Nomadi di Mantova che si affiancarono alle associazioni antirazziste veronesi (quali il Cesar K e il Circolo Pink) nel sostenere la battaglia dei Sinti Veronesi.
Scrive con giustamente con orgoglio il Circolo Pink: “Noi eravamo fra quelli che nel 2001 si opponevano alla raccolta di firme organizzata da Tosi e soci, tra cui un attuale parlamentare (Matteo Bragantini), un assessore comunale (Enrico Corsi), un consigliere comunale nonché vicepresidente della Provincia (Luca Coletto), la sorella del sindaco, Barbara, capogruppo della Lega in consiglio comunale, e il militante Filippi. Ci ricordiamo bene il loro atteggiamento ai "banchetti" di raccolta firme allo stadio mentre spargevano odio fra le persone del mercato. Ora sarebbe bene che Flavio Tosi e gli altri condannati si dimettessero dalle loro cariche istituzionali. Chissà, magari, al pari di altri veronesi in odor di condanna per fatti razzisti, potrebbero impiegare il loro tempo nei servizi sociali oppure nella pulizia della città dai tanti rifiuti ingombranti che vengono abbandonati in giro.”
Ddl sicurezza, il peccato della sodomia
Il gravissimo peccato della sodomia, contrariamente a quanto potenti e chierici sessuofobi e omofobi hanno voluto raccontare e far credere, non ha nulla a che fare con il sesso, né etero né omo, ma riguarda il comportamento nei confronti dello straniero e del debole. Ricordiamo per sommi capi l'episodio biblico
Lot, nipote di Abramo, risiede nella città di Sodoma e ospita tre stranieri, nella fattispecie i tre arcangeli sotto spoglie di viandanti che hanno annunciato ad Abramo la nascita utopica di suo figlio Isacco. I sodomiti si recano a casa di Lot e gli intimano di consegnar loro gli stranieri per violentarli. Non portano loro un invito per un’orgia, ma vogliono usare contro di loro una delle più atroci e degradanti forme di violenza.
Questa è la ragione per la quale i nostri maestri indicano la sodomia come il peccato irredimibile di violenza contro lo straniero e ciò vale a fortiori per il clandestino, perchè essendo sprovvisto di tutele giuridiche è doppiamente straniero, in quanto straniero e debole. La città ostile allo straniero fu rasa al suolo perchè non vi si trovarono dieci giusti che potessero intercedere per la sua salvezza. Fortunatamente nel nostro Paese molte sono le voci che si sono levate a denunciare con toni fermi questa legge vile e malvagia, a cominciare dalla Chiesa cattolica e numerose associazioni cristiane.
Il ministro Maroni invece ha dato prova della sua caratura con la consueta protervia del vincitore. Quelli come lui definiscono tutti quelli che sanno indignarsi contro la vigliaccheria: buonisti. Noi non siamo buonisti, siamo giusti. E' bene tuttavia avvertire coloro che per paura portano il loro acritico consenso alla Lega che l'odio verso lo straniero, l'indifferenza verso le sue sofferenze e la sua disperazione non portano sicurezza ma infamia. di Moni Ovadia, 4 luglio 2009
sabato 11 luglio 2009
Perchè gli "zingari" sono sparpagliati sulla terra
Questo fatto accadde molto tempo fa.
Uno zingaro era in viaggio con la sua famiglia. Il suo cavallo era magro e malfermo sulle gambe, e più la famiglia dello zingaro cresceva, più al cavallo riusciva difficile tirare avanti il suo pesantissimo carro. Ben presto, d’altronde, il carro fu talmente pieno di ragazzetti che saltavano l’uno sull’altro che il povero cavallo poteva a malapena trascinarsi lungo la pista sconnessa.
Mentre il carro procedeva faticosamente, inclinandosi prima a sinistra, poi piegandosi a destra, pentole e padelle finivano per rotolare fuori e, di tanto in tanto, anche qualche bambino veniva scagliato a capofitto sulla strada.
Certo, non era poi così terribile di giorno, quando potevi sempre fermarti a raccogliere da terra pentolame e marmocchi, ma di notte poteva cadere qualsiasi cosa e neppure te ne saresti accorto. E in ogni caso, chi mai sarebbe riuscito a tenere il conto di una tribù simile? E intanto il ronzino continuava per la sua strada.
Lo zingaro continuò a viaggiare per il mondo e, dovunque andasse, si lasciava dietro un figlio e un altro, e un altro ancora.
E così, vedete, accadde che gli zingari si sparpagliarono in tutto il mondo.
in Storie e fiabe degli zingari, a cura di Diane Tong
venerdì 10 luglio 2009
Meeting Antirazzista, io non ci sarò!
Non aver paura, non aver paura… questo mi viene in mente, quando penso al Meeting di Cecina. Non è solo il titolo del meeting, ma è anche il concetto che l’Arci dovrebbe avere in testa quando si confronta con i leader sinti.
Non aver paura Ermanni, a spiegare pubblicamente le vere motivazione dell’esclusioni delle federazione Rom e Sinti Insieme dal meeting. Non aver paura presidente Beni, a spiegarci perché i Sinti sono stati esclusi dal Meeting. Non aver paura Striano a dire i perché i Sinti a Cecina non li vuoi.
L’Arci oltre a non aver paura deve anche informarsi meglio sui Rom e sui Sinti in Italia, perchè certe dichiarazioni fatte da Ermanni alla stampa alimentano ancor di più la disinformazione e conseguentemente i pregiudizi e l’odio nei nostri confronti. Ermanni ha dichiarato: “In Italia i rom e sinti sono 180 mila e l'80% di loro è di nazionalità italiana. Almeno il 30% possiede un lavoro.”
Vorrei chiedere ad Ermanni: dove sono state prese queste statistiche? Chi ha effettuato queste indagini? Inoltre vorrei chiedere ad Ermanni: se il solo 30% di noi sinti e rom lavora, l’altro 70% cosa fa? Va a rubare? Non è certo un bel inizio per un Meeting Antirazzista
Leggo sul sito di Arci toscana che il programma è ancora provvisorio (strano davvero…), forse stanno pensando di togliere anche i nomi degli ultimi Sinti? Vedo che il mio nome compare ancora, bisognerebbe partire da lì. Chiedo all’amico Ermanni di toglierlo visto che sono stato inserito solo perché si sono resi conto che stavano discriminando i Sinti italiani.
Io non ci sarò, ma chiedo all’Arci di fare luce su quanto è successo e di nominare un nuovo responsabile nazionale per i Rom e Sinti, visto che Ermanni ha già fatto la sua scelta, schierandosi solo con una parte di questi. E, per favore, che sia o Sinto o Rom. di Yuri Del Bar (foto, particolare da Hidden Side)
G8, una ingannevole luna di mile
Dopo il g8 la batteria massmediatica dell'Occidente, aiutandosi con tanti articoli di "colore" si prodiga a stendere un'atmosfera di luna di miele su un Berlusconi che esce quasi da titano da un appuntamento pericoloso e preceduto da funesti presagi, un Barak Obama che stringe la mano (per ben due volte!!) a Gheddafi, un accordo incompleto sul clima che dà un tocco ecologico al summit e che dovrebbe eccitare i verdi di tutto il mondo rendendoli riconoscenti ad Obama che, a differenza di Bush, si preoccupa del riscaldamento e del difficile futuro dell'umanità.
Naturalmente nessuno si azzarda ad avventurarsi nelle grandi omissioni dell'agenda dell'Aquila: poche e generiche notazioni sulla più grande crisi finanziaria del dopoguerra che ha svenato gli Stati a sostegno di banche e finanzieri ladroni recidivi. Si apprende al riguardo che i managers di una grande finanziaria americana che ha ricevuto 180 miliardi di dollari dal governo USA ha subito ripristinato i superbonus milionari per i suoi dirigenti. Obbedendo all'ammonimento di Soros gli Usa ed i cortigiani europei non hanno stabilito di regolare il mercato mondiale che resterà libero ed aperto alle incursioni ed alle piraterie del liberismo nella sua fase criminale.
Per quanto riguarda l'Africa non è stato preso in considerazione nessun progetto di pacificazione delle tante guerre che la inchiodono alla miseria più nera e che sono quasi sempre fomentate dalle ingerenze post colonialistiche dell'Occidente a cominciare dal Corno d'Africa da decenni funestato da guerre a causa della sua importanza geostrategica. Il Niger viene flagellato dall'incuria delle compagnie petrolifere a cominciare dall'Eni e dalla Shell che ne hanno avvelenato il delta del grande fiume e, per abbassare i costi, non si curano della manutenzione e della devastazione del suolo, delle acque, della salute dei disgraziati abitanti.
Il fiore all'occhiello del summit è l'accordo sul clima che per quanto largamente inefficace e spalmato da qui al 2050 mira a frenare lo sviluppo dei nuovi giganti dell'economia mondiale India,Cina e Brasile che giustamente chiedono un corrispettivo in tecnologia per compensare le maggiori spese antiiemissioni che Obama e gli altri si sono ben guardati dal proporre e si guarderanno bene dal concedere.
Intanto, il mondo non rappresentato dalla mielosa prosa dei laudatori, va avanti per conto suo. Si attacca l'Iran per le repressioni delle proteste (fomentate dalla Cia) e si parla del suo Capo di Stato come di un Presidente oramai azzoppato. Si costringe il Presidente cinese a rientrare precipitosamente a Pechino per via del pogrom degli Uiguri presentato in Occidente come attacco ai diritti umani degli stessi (bomba propagandistica cronometrata al millesimo sul g8 come la bomba tibetana del Dalai Lama fu cronometrata sulle Olimpiadi), il Golpe honduregno giunge alla sua terza settimana e non sembra che qualcuno a Washington abbia fretta di consentire il ripristino al suo posto del legittimo Presidente deposto dai gorillas bananas.
L'Italia che ospita il g8 si è data una legge razzista che criminalizza l'immigrazione e la mette in mano ai capricci dei datori di lavoro che la utilizzano spesso in nero. Scheda i barboni in un apposito elenco presso le Questure e non presso gli uffici del welfare e consente di strappare alle famiglie dei poveri immigrati e rom i bambini. Il Presidente Napolitano che bacchetta la Cina per i "diritti umani" non penso abbia intenzione di fermare un obbrobrio razzista più grave di quello delle leggi di Mussolini. di Pietro Ancona, continua a leggere…
Mao Valpina: caro Presidente non firmi il ddl sulla "sicurezza"
Caro Presidente Napolitano, sono un cittadino italiano, giornalista, segretario del Movimento Nonviolento (la storica associazione fondata nel 1961 da Aldo Capitini, filosofo “persuaso” della nonviolenza).
Le scrivo a proposito del cosiddetto “pacchetto sicurezza” approvato dal Senato lo scorso 2 luglio. Già molte voci autorevoli si sono levate per chiederLe di non ratificare tale normativa. Desidero aggiungere anche quella del Movimento Nonviolento. Dice Capitini che la nonviolenza è «apertura all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo del vivente». In questa definizione c'è il rifiuto della violenza diretta, quella che attenta addirittura all'esistenza dell'altro, e in ogni caso ne nega la libertà e condiziona lo sviluppo. Le norme contenute nel “pacchetto sicurezza” attentano all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo di tutte quelle persone che da altri paesi impoveriti cercano ospitalità nel nostro paese e che invece ora rischiano di trovarsi in una condizione di clandestinità.
Ma senza scomodare la nonviolenza, a noi pare che alcune parti del “pacchetto sicurezza” siano in palese contrasto con l'articolo 10 della Costituzione italiana e con la Convenzione di Ginevra del 1951 recepita dal nostro ordinamento.
Pur nel pieno rispetto della Sua autonomia, Signor Presidente, Le vogliamo far conoscere il nostro ponderato parere. Le chiediamo, pertanto di rinviare alle Camere il provvedimento chiedendone la modifica. La civiltà giuridica del nostro paese non può essere calpestata da una pseudocultura razzista che con preoccupazione vediamo emergere ed imporsi nel paese.
«Non vogliano un'Italia multietnica» (presidente del consiglio, Berlusconi); con i clandestini «bisogna essere cattivi» (ministro dell'interno, Maroni); sulla metropolitana di Milano «posti riservati ai milanesi ed alle persone perbene» (deputato al parlamento, Salvini), perché «Milano sembra una città africana» (ancora Berlusconi): sono solo alcune delle formule utilizzate dai vertici del potere italiano, in queste ultime settimane, per delineare la costituzione materiale razzista del nostro paese - antitetica a quella in vigore - incontrando il favore di una parte consistente della “gente”.
Ci rivolgiamo a Lei, Signor Presidente, nel Suo ruolo di custode ed autentico interprete della Costituzione scritta e in vigore: tutti noi, cittadini italiani, singoli o associati, siamo tenuti a difenderla quando, come in questo caso, essa sia minacciata da norme eversive e anticostituzionali.
Ci affidiamo a Lei, signor Presidente Napolitano, certi di trovare attento ascolto. Cordiali saluti, Mao Valpiana
Ddl sicurezza, temo che l'Italia non sarebbe più il mio Paese con questa nuova legge
Illustre Presidente, da cittadina della Repubblica italiana nata dalla Resistenza, da studiosa dei meccanismi del razzismo, da antropologa impegnata in difesa dei diritti dei migranti e delle minoranze, faccio appello rispettosamente al Suo ruolo di garante della Costituzione, per chiederLe di non promulgare la nuova normativa (“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”), approvata in seconda lettura dal Senato il 2 luglio scorso. Essa contiene norme palesemente incompatibili con la Costituzione e con le regole del diritto internazionale, recepite nell'ordinamento della Repubblica. Mi riferisco in particolare a quei dispositivi che di fatto interdicono l'esercizio di alcuni diritti umani fondamentali a coloro che non hanno un titolo di soggiorno in regola, e non certo per loro scelta o volontà: il diritto alla salute e all'istruzione, il diritto di contrarre matrimonio, di dar vita a una famiglia, addirittura di riconoscere i propri figli.
A mio parere e a parere di molti altri studiosi, sono norme che negano il riconoscimento della dignità di esseri umani a un'intera categoria di persone, criminalizzate non per singole condotte individuali delittuose, ma per ciò che essi sono, in ragione cioè di una condizione giuridica e sociale che essi non hanno scelto. Questi ed altri dispositivi, come l'introduzione del reato d'ingresso e soggiorno illegale, la dilatazione abnorme della detenzione amministrativa, la schedatura dei senza fissa dimora, si configurano come persecutorie nei confronti dei migranti, delle minoranze rom e sinte, perfino dei rifugiati.
La nuova normativa non servirà, certo, a risolvere e razionalizzare la situazione irregolare dei tanti lavoratori e lavoratrici che, privi di un titolo di soggiorno, nondimeno contribuiscono all'economia del Paese e al benessere delle famiglie italiane. La lettera e lo spirito che la contraddistinguono, infatti, sono volti piuttosto ad additare alla popolazione italiana un nemico al quale attribuire la responsabilità della loro insicurezza. Norme gravissime in sé, a illuminarle di luce ancor più sinistra vi sono l'incoraggiamento alla delazione di massa, la legalizzazione di milizie private, l'incitamento alla caccia allo straniero e all'estraneo, che rendono più evidente la continuità con le fasi più oscure della storia europea.
Egregio signor Presidente, vorrei continuare a considerarmi e ad agire da cittadina di un Paese democratico, nato dalla lotta contro il nazifascismo e il razzismo che gli fu intrinseco; vorrei poter ancora esercitare il mio diritto di aiutare ed essere solidale nei confronti dei miei concittadini stranieri, rom e sinti.
Se la nuova normativa fosse promulgata, temo che l'Italia non sarebbe più il mio Paese.
Rispettosi saluti, prof. Annamaria Rivera (Dipartimento di Scienze Storiche e Sociali, Università degli Studi di Bari), foto di Hidden Side
Venezia, Caritas: sull'immigrazione i cattolici ritrovino la coerenza
Il Senato ha approvato, in via definitiva, il “pacchetto sicurezza” e questo dovrebbe farci sentire più al sicuro visto che nel testo licenziato dal Parlamento abbiamo un po’ di tutto: dall’inasprimento del 41 bis (carcere più duro per i condannati per reati di mafia), al registro per i senza fissa dimora, alle norme sulla clandestinità che diventa reato penale, alle ronde che vigileranno nelle e sulle nostre città.
Confesso che la tentazione sarebbe quella di leggere il tutto con un tono ironico, ma mi rendo conto che tante di queste nuove disposizioni vanno a colpire persone che hanno un volto ed una storia, alle volte anche drammatica e dolorosa. Allora lascio da parte ogni ironia e mi rivolgo principalmente ai credenti, a coloro che si riconoscono discepoli del Signore che ci invita ad “amare i nostri nemici”, a riconoscerlo nei poveri, carcerati, forestieri, Colui che dichiara “beati i miti” e “gli operatori di pace”. Mi vorrei rivolgere soprattutto a voi per soffermarmi e condividere alcuni pensieri.
Sono sempre stato un assertore della certezza della pena, come pure sono sempre stato contrario alle sanatorie per gli immigrati, favorevole a una legge attuabile che regolamenti la presenza degli stranieri in base ad un lavoro regolare e ad un alloggio degno di questo nome; ho sempre affermato, anche nei confronti di amici stranieri, o sinti, o “zingari”, che sono pronto a difendere i loro diritti ma altrettanto pronto a denunciarli se non rispettano le regole della convivenza e tutto questo perché rimango convinto che prima di ogni altra considerazione c’è la giustizia, che Papa Paolo VI definiva “il primo atto di carità”, ma questa non può né tramutarsi in vendetta, né in giustizialismo, o difesa del proprio egoismo.
Ora ritengo che non ci può essere un atteggiamento tra le mura della Chiesa ed uno fuori da queste, come non ci può essere un atteggiamento che vede la “badante” nella mia casa come persona buona ed indispensabile, anche se irregolare, e poi vado a fare le ronde contro gli stranieri. Credo che siamo richiamati a trovare coerenza tra il nostro agire nel privato e quello nel pubblico, tra la fede che dichiariamo di professare e le scelte che da questa, coerentemente ne derivano.
Non basta sorridere di fronte alle battute di questo o quell’uomo politico nei confronti del Papa, ma poi ricorrere, estrapolando qua e là, alle affermazioni del Santo Padre per ribadire una propria posizione. Credo che sia tempo che ritroviamo il senso della coerenza, quella vera, che non segue né mode, né maggioranze, ma è frutto della fedeltà, fino al dono di sé, se occorre, fino a dare la vita per l’altro.
Nella logica della coerenza anche i cattolici impegnati nella politica non si preoccuperanno degli ordini di “scuderia” ma sapranno richiamarsi alla Dottrina Sociale della Chiesa, alla Parola di Dio, alla propria coscienza e al primato della persona sempre, dal suo concepimento al suo morire, dal suo essere di un colore o di una cultura diversa dalla propria, ma che ha le nostre stesse prerogative di dignità, di rispetto, di vita, proprio perché la fede ce la fa riconoscere come fratello e sorella, sempre e comunque “immagine di Dio”.
Resto ogni volta colpito quando, celebrando l’eucaristia, mi trovo di fronte al “tutti”: “prendete e mangiatene e bevete tutti”. E il canone secondo sulla riconciliazione afferma: “Tu che ci hai convocati intorno alla tua mensa, raccogli in unità perfetta gli uomini di ogni stirpe e di ogni lingua”... è a questo che dobbiamo richiamarci e su queste linee possiamo dare coerenza alla nostra fede, rendendola visibile, libera, estranea ad ogni schema ideologico.
Uno Stato deve fare delle buone leggi per tutti, un credente deve essere testimone dell’amore di Dio e questo va ben oltre le stesse leggi umane. di mons. Dino Pistolato, Direttore Caritas veneziana
Benedetto XVI nella Caritas in veritate: “Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili"
Nella sua ultima enciclica, “Caritas in veritate”, il Santo Padre Benedetto XVI, trattando dello sviluppo umano integrale, si sofferma sul fenomeno delle migrazioni (n. 62), “fenomeno che impressiona per la quantità di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale”.
Scrive il Santo Padre: “Possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati. Nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com'è noto, è di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d'origine grazie alle rimesse finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione”.
A questo fenomeno la Chiesa si interessa direttamente da quasi un secolo. Gesù stesso fu un migrante, per questo la Chiesa ha sempre avuto a cuore il destino dei migranti e la loro dignità, considerandoli innanzitutto uomini, e amici, mai stranieri. Nel 1914 fu il Papa S. Pio X ad istituire la Giornata Nazionale delle Migrazioni: lo scopo principale, in quel tempo di guerra, era quello di essere uniti e solidali con quanti dovevano lasciare l’Italia a causa del conflitto mondiale e di condizioni di vita pessime. Dal 2004 la Giornata viene celebrata in tutto il mondo, estendendo il suo campo di interesse, fino a riguardare tutte le persone coinvolte nella mobilità, compresi gli immigrati e i profughi, i Rom, i Sinti, i circensi e gli artisti di strada…
Fu sempre Papa San Pio X, nel 1912, a volere il primo ufficio vaticano per i problemi delle migrazioni, mentre nel 1970, Papa Paolo VI istituì la Pontificia Commissione per la Pastorale delle Migrazioni e del Turismo, che nel 1988 è divenuta Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti; compito del Pontificio Consiglio è la Cura di coloro che “sono stati costretti ad abbandonare la propria patria o non ne hanno affatto”. Papa Paolo VI, nel 1969 pubblicò una Lettera Apostolica in forma di motu proprio, la Pastoralis migratorum cura, con la quale venivano impartite nuove disposizioni per la pastorale dei migranti, delineando nella Chiesa un’attenzione particolare al migrante e all’uomo, a seconda del momento storico, delle sue necessità e complessità.
Dopo circa 35 anni, i suoi suggerimenti sono stati aggiornati, nel 2004, dall’Istruzione Erga migrantes caritas Christi del Pontificio Consiglio per la pastorale per i Migranti e gli Itineranti, nella quale i segni dei tempi, e i cambiamenti delle modalità delle migrazioni sono guardati con spirito rinnovato, e con la certezza che una unità e una comunione fra i popoli è possibile, nel reciproco rispetto e nella difesa della dignità e della vita umana in tutte le sue forme e colori.
Al Magistero della Chiesa riguardante il fenomeno delle migrazioni, l’Agenzia Fides dedica il dossier che sarà pubblicato domani, sabato 11 luglio.
Cecina, un Meeting Antirazzista che esclude
Niente paura è il titolo scelto per la XV edizione del Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina. Un titolo appropriato, secondo l'assessore regionale alle politiche sociali Gianni Salvadori, «perchè non possiamo pensare, come sta facendo il governo, di affrontare il fenomeno immigrazione soltanto in un'ottica di ordine pubblico. Siamo tutti d'accordo che la sicurezza vada garantita, ma non si possono alimentare le paure per soli scopi di rendita politica».
L'assessore, insieme al presidente di Arci Toscana Vincenzo Striano, ha presentato il tradizionale appuntamento di Cecina che si apre quest'anno tra due giorni a Livorno, «proprio perchè questa città di mare – come ha spiegato Striano - ha un elevato significato simbolico, come luogo di incontro, di apertura. Proprio i valori che questo Meeting vuol trasmettere». Dal 13 al 18 luglio il tradizionale appuntamento a Cecina Mare, con tanti incontri, tavole rotonde, concerti, film.
A questo Meeting sono stati esclusi i rappresentanti della federazione “Rom e Sinti Insieme”. L’esclusione è avvenuta un decina di giorni fa perché fino ad allora sul sito del Meeting tutti potevano leggere:
"Sabato 11 luglio, Ore 10.00-13.00, giornata su Rom e Sinti, il superamento dei campi
Due sessioni di lavoro: incontro con la Federazione Rom e Sinti e Tavola Rotonda. Apertura corso di formazione rivolto a giovani. Sono stati invitati: Caritas, Comunità di S. Egidio e Isabella Rauti (Capo Dipartimento Diritti e Pari Opportunità)." (pubblicato il 27 giugno 2009)
Oggi il programma è diverso e per questa ragione Yuri Del Bar (Sucar Drom) non parteciperà al dibattito sul superamento dei “campi nomadi”. Rimane anche l’amarezza perché nessun Rom o Sinto è stato invitato per parlare nei diversi momenti in cui si parla di razzismo, lotta alle discriminazioni e intercultura. Forse anche l’Arci pensa che i Sinti e i Rom debbano rimanere chiusi in un “ghetto”.
Abruzzo, nei campi i terremotati vivono anche il dramma del patto di legalità e socialità sperimentato sui Rom
In questi giorni di grande evidenza mediatica sull’Abruzzo, colpito dal terremoto, volevamo aprire un piccolo squarcio sulla situazione dei terremotati e su quanto si sta decidendo sul futuro del Mondo.
Facendo una breve ricerca ci siamo imbattuti in una lettera che una sfollata aquilana ha inviato ad un giornale online e che poi è stato ripreso da un blog che consigliamo. La lettera è abbastanza lunga ma offre uno spaccato di come si viveva e probabilmente di come vivono ancora oggi tantissime famiglie abruzzesi, colpite dalla tragedia del terremoto. Tale situazione la si può riscontrare per esempio a Milano in alcuni “campi nomadi” come quello di via Triboniano, mentre Matteo Salvini continua i suoi tour per imporlo a tutti i Rom e Sinti milanesi.
Questa lettera offre quindi uno spaccato della disperazione che vivono tante famiglie che non hanno subito il dramma del terremoto ma che hanno subito e purtroppo subiscono ancora il dramma del razzismo.
Cara Redazione, sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.
Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.
Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra… Inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!
Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.
L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili.
Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa.
Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.
Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel”già” mi ha molto inquietato.
Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!
Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare.
Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende. Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.
Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”. Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni”che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile. Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il responsabile del mio campo, quando gli ho parlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!
Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata! Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani! Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi! In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?
Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.
Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello! Non abbiamo intenzione, noi Aquilani, di essere triturati dalla società dello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.
L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce. Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato! Ciao a tutti
giovedì 9 luglio 2009
Roma, tre bambini sottratti con violenza dalle loro famiglie
Sono stati sottratti tre minori a famiglie Rom che abitano nel “campo nomadi” di Castel Romano (in foto le “baracche” costruite dal Comune di Roma). L’ordine sarebbe stato dato dal Tribunale dei Minorenni di Roma a causa del particolare disagio in cui versano le famiglie dei minori.
La sottrazione è stata eseguita dal servizio sociale del Comune di Roma, con la collaborazione del XII Gruppo di Polizia Municipale, diretto dal comandante Rolando Marinelli, e di una pattuglia del Commissariato di Polizia di Spinaceto. Il servizio sociale doveva sottrarre sei minori ma tre di questi nella confusione creatasi, sono riusciti a fuggire. La notizia è data da Libero e da L’Unico.
Dalle fonti di agenzia si apprende che una delle madri dei sei minori, comprensibilmente sconvolta, ha minacciato di uccidersi con un coltello e in un secondo tempo ha tentato di difendere il proprio figlio, minacciando con il coltello chi si fosse avvicinato. Ne è nato un parapiglia che ha consentito a tre minori di fuggire.
Ad oggi abbiamo solo conferme indirette ma alcune considerazioni sono dovute. In primo luogo tanti bambini sinti e rom sono stati sottratti dalle loro famiglie per pregiudizi e stereotipi degli operatori e degli stessi Magistrati. L’ampia ricerca “Adozione di minori rom/sinti e sottrazione di minori gagé” commissionata dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona e alla direzione del Prof. Leonardo Piasere, ha rilevato che nel complesso, l’analisi dei dati mostra la facilità con la quale, nelle diverse realtà analizzate, la tutela sociale (dei servizi di territorio) e civile (dell’Autorità Giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. Come se la cultura “altra” potesse fare del male al bambino. Questo è ciò che pensano molti degli operatori incontrati dal gruppo di ricerca. Tutti i minori rom, in quest’ottica diventerebbero dei bambini maltrattati.
In secondo luogo non si riesce a capire perché si debba violentemente sottrarre dei bambini a famiglie in difficoltà. Le norme, infatti prevedono che il servizio sociale debba con ogni mezzo sostenere le famiglie anche economicamente per eliminare la situazione disagio. L’allontanamento dei minori è un provvedimento straordinario che può essere messo in atto solo davanti a una gravissima situazione, come maltrattamenti o violenze accertate. Non certo per un semplice disagio.
Può però esserci qualcosa di diverso dal semplice disagio come appreso dalle agenzie stampa e quindi può essere giusto l’allontanamento. In questi casi il minore che subisce un allontanamento, come quello successo a Roma, subirà un trauma che lo segnerà per tutta la vita. E che quindi si aggiungerà dolore a dolore.
Per questa ragione l’associazione Sucar Drom ha da alcuni anni promosso progetti che prevedono la formazione degli operatori e dei Magistrati, con l’obiettivo di superare pregiudizi, stereotipi… Inoltre, si sono strutturati progetti che prevedano, nei casi estremi, il coinvolgimento diretto della famiglia allargata e di tutta la comunità di appartenenza del bambino o della bambina che ha subito delle violenze o dei maltrattamenti. Quindi la partecipazione attiva, propositiva, decisionale e operativa della famiglia allargata, di tutta la comunità e, se presenti, delle associazioni sinte o rom. Il minore che ha subito violenze o ha subito maltrattamenti viene affidato ad una famiglia appartenete al gruppo parentale o ad una famiglia appartenente alla comunità della bambina o del bambino. Il tutto concordato e strutturato con la partecipazione della stessa famiglia dei bambini.
In questo modo si ha la possibilità di non far subire ulteriori traumi al minore e nello stesso tempo si ha la possibilità di correggere, con l’importante apporto di tutta la comunità di appartenenza, valutazioni o decisioni che prese magari sull’onda dell’emergenza che portano quasi sempre a commettere grossi errori ai quali è poi difficile porre rimedio.
Ad oggi non siamo a conoscenza di progetti simili a quelli strutturati dalla Sucar Drom anche perché tutte le associazioni o non hanno voluto mai affrontare queste problematiche o si sono fermate al semplice sostegno delle famiglie che avevano subito la sottrazione di un proprio figlio. Questo atteggiamento non ha portato beneficio a nessuno e chi ha subito in maniera demolente tale inattività sono stati soprattutto tanti bambini sinti e rom che di fatto non sono stati tutelati.
Roma, ergastolo a Mailat per l'omicidio di Giovanna Reggiani
Ergastolo e sei mesi di isolamento diurno. È questa la condanna emessa dalla prima corte d'0assise d'appello di Roma nei confronti di Romulus Nicolae Mailat, il romeno accusato per l'omicidio di Giovanna Reggiani (in foto), la donna aggredita e ammazzata a Roma il 30 ottobre 2007 nei pressi della stazione ferroviaria di Tor di Quinto. Accolta la richiesta del sostituto procuratore Alberto Cozzella che voleva un inasprimento della condanna. In primo grado, infatti, i giudici hanno ridotto la pena a 29 anni di carcere concedendo qualche attenuante per la sua giovane età di Mailat (oggi 29enne) e il suo essere incensurato.
Di fronte ad una richiesta di ergastolo fatta dal pubblico ministero Maria Bice Barborini, i giudici di primo grado decisero che, nonostante l'odiositá del crimine commesso, Mailat potesse ottenere qualche attenuante se non altro per la sua giovane età e il non avere precedenti penali. Ciò determinò una condanna a 29 anni di reclusione per omicidio, rapina e violenza sessuale. In appello, però, il sostituto procuratore Cozzella ha chiesto nuovamente l'ergastolo sostenendo che nessuna attenuante deve essere riconosciuta al rumeno perchè il fatto contestato è di una gravità e crudeltà inaudite. I giudici d'appello gli hanno dato ragione: Mailat è stato condannato all'ergastolo perchè gli sono state revocate le attenuanti generiche riconosciute in primo grado. La Corte ha condannato l'imputato anche a sei mesi di isolamento diurno e al pagamento delle spese processuali pari a 2.500 euro confermando del resto anche la sentenza di primo grado che riconosceva al vedovo della Reggiani il risarcimento danni che in via provvisoria era stato fissato in 500 mila euro.
«È una sentenza giusta che rientra nei termini in cui l'avevo sollecitata» ha commentato il sostituto Cozzella, «Vi erano elementi solidi su cui fondare questa decisione, e la Corte ha colto nel segno. Ritengo giusto - ha aggiunto - trasmettere gli atti al pm per continuare le indagini». Anche l'avvocato Tommaso Pietrocarlo, parte civile per il vedovo della signora Reggiani, l'ammiraglio Giovanni Gumiero, si è detto certo che la sentenza pronunciata oggi dopo due ore di camera di consiglio sia «giusta». «Le prove erano schiaccianti e la sentenza ha suggellato la bontà del quadro accusatorio della Procura. C'erano testimoni, prove, perizie e documenti. Il provvedimento si fonda su dati certi ed evidenti».
«Voglio aspettare il deposito delle motivazioni per commentare questa decisione della Corte. Certo sono due sentenze sfavorevoli e bisogna prenderne atto, bisogna sempre rispettare le sentenze». Lo ha detto l'avvocato Piero Piccinini, legale di Romulus Nicolae Mailat. Davanti ai giudici, l'avvocato Piero Piccinini aveva sostenuto che le prove a carico del suo assistito «non esistono» e che alcune tracce di sangue trovate sul portafoglio della vittima e una impronta digitale rilevata nella borsa della donna non sono state prese in considerazione dagli inquirenti e dai giudici di primo grado. Sempre secondo il legale, anche i racconti dei testimoni presentano contraddizioni e zone d'ombra mai chiarite. Contro la sentenza il difensore Piccinini ha già preannunciato ricorso in Cassazione.
Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, si è congratulato con i giudici: «La durezza della sentenza d'appello interpreta pienamente il sentimento di giustizia non solo della famiglia della vittima ma di tutti i cittadini romani. Questa sentenza sia di monito rispetto a ogni tentazione di abuso delle donne della nostra città». Gli ribatte il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: «La condanna chiude a livello giudiziario la dolorosa vicenda dell'omicidio della signora Reggiani. A livello sociale, politico e culturale, però, molto va fatto per evitare che così aberranti episodi di violenza si ripetano, come invece sta accadendo a livelli drammatici negli ultimi mesi». da Corriere della Sera
Reggio Emila, un'insegnante dei Sinti è stata nominata Vice Sindaco
Nel corso della prima seduta del Consiglio comunale, ieri in Sala del Tricolore, il sindaco Graziano Delrio, dopo avere prestato giuramento sulla Costituzione – “Giuro di osservare lealmente la Costituzione italiana”, è la formula pronunciata – ha comunicato la nuova giunta e le deleghe principali assegnate agli assessori.
Liana Barbati è stata nominata vicesindaco con la delega al Bilancio. La Barbati è un insegnante che ha collaborato con don Altana all’inserimento nelle scuole reggiane dei bambini sinti e per 10 anni è stata presidente dell’Opera Nomadi.
Ha poi contribuito assieme ad altri alla nascita del Tribunale per i diritti del malato a Reggio e per cinque anni ne è stata la prima Presidente.
Giulio Fantuzzi la chiama a far parte della sua Giunta come assessore alla Cultura e alle Istituzioni culturali. Successivamente inizia la sua collaborazione col Movimento di Antonio di Pietro e lavora per la nascita e il radicamento nella provincia di Reggio Emilia dell’Italia dei Valori. Ad oggi è membro dell’Esecutivo regionale, coordinatrice per l’Emilia dell’IdV e segretaria provinciale di Modena e Reggio. da Sassuolo2000
Venezia, arriva il secondo no alla sospensiva
Il Consiglio di Stato non ha accolto la sospensiva per la costruzione del Villaggio Sinti a Favaro Veneto, come deciso dal Comune di Venezia.
Lo ha reso noto il presidente del consiglio comunale veneziano Renato Boraso (Fi-Pdl), per il quale della vicenda deve essere ora investito il tribunale dei minori di Venezia. «Sono molto rammaricato - ha detto Boraso - del fatto che non ci sia nessun giudice amministrativo che voglia prender atto delle gravi difformità amministrative e di carattere urbanistico presenti nel progetto».
«Spero che quando verrà trattato il merito ci sarà una valutazione più serena - ha aggiunto - da parte mia intendo interessare il tribunale dei minori, perché trovo sconcertante che famiglie con minimo due o tre figli a carico possano alloggiare in abitazioni di 40 metri quadrati, fuori dalla norma del regolamento edilizio vigente che è di 45 metri quadri per un massimo di due persone, con 10 metri quadri in più per ogni figlio».
Per Boraso, «la norma dovrebbe valere ancor di più per la pubblica amministrazione, che deve essere di esempio: stiamo costruendo un lager?».
Il progetto del Comune di Venezia prevede di alloggiare in 38 casette prefabbricate 160 cittadini italiani di origine sinti, in tutto una quarantina di famiglie, che oggi vivono in un'area fatiscente, per un spesa complessiva di circa 3 milioni di euro.
Il Comune: «Attendiamo il merito con serenità». Dopo il pronunciamento del Tar che non ha accolto la sospensiva dei comitati contrari alla costruzione del villaggio Sinti a Mestre, il Comune di Venezia attende ora il giudizio di merito.
Il progetto di costruzione del villaggio per i Sinti, ha rilevato l'assessore veneziano alla pianificazione strategica Laura Fincato, «anticipa di anni quelle che oggi sono le norme stabilite dal ministro Maroni».
«Non sarei mai voluto intervenire, perché ho sempre avuto il massimo rispetto di tutti i pronunciamenti della magistratura, in questo caso amministrativa - ha detto Fincato - ma non posso tacere che il presidente del consiglio comunale di Venezia si arroga il diritto di censurare una valutazione del Consiglio di Stato accusandolo di non aver voluto affrontare il caso».
«Mi pare chiaro invece - prosegue Fincato - che il Consiglio ha ritenuto valide, nel non concedere la sospensiva, le ragioni di un'amministrazione che sta ottemperando ad un dovere di civiltà, rendendo vivibile una situazione che riguarda decine di concittadini veneziani di etnia sinti, fino ad oggi confinata nella difficoltà quotidiana di un campo nel quale le norme igieniche e di vita normale non sono certo quelle degne di Venezia!».
«Abbiamo sempre sostenuto come amministrazione - conclude l'assessore - che il progetto del villaggio era secondo le regole. Ha “resistito” a tutti gli assalti in giudizio: aspettiamo quindi con serenità il giudizio di merito». da Il Gazzettino
mercoledì 8 luglio 2009
Achille Serra, il Tar dimostra l’iniquità delle norme per i Rom e i Sinti
''Sottoporre i nomadi a un regime di ispezione continua e indiscriminata è cosa ben diversa dal combattere la criminalita' - che indubbiamente si annida in alcuni dei loro campi - con strategie lecite e democratiche. E il Tar non ha potuto ignorare questa differenza, la stessa che corre tra una politica seria sulla sicurezza e la campagna di paura e allarmismo alimentata ad arte dall'attuale governo''.
Lo afferma dalle pagine dell'Unità, Achille Serra, vicepresidente della Commissione Difesa e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia e sulle altre associazioni criminali, commentando la sentenza del Tar del Lazio che ha accolto alcuni punti del ricorso contro l''ordinanza del censimento' nei campi nomadi - che prevedeva anche il prelievo delle impronte digitali - presentato dall'associazione European Roma Rights Centre Foundation, assieme a due abitanti di un campo nomadi alle porte della Capitale.
''Il Tribunale del Lazio - spiega Serra - ricorda anzitutto che nel nostro ordinamento i rilievi segnaletici sono riservati a 'persone pericolose o sospette', o a quanti 'non sono in grado o rifiutano di provare la loro identità' e costituiscono 'strumenti invasivi della libertà personale' cui non si può ricorrere 'nei confronti dei minori di età ed in assenza di una norma di legge che autorizzi il trattamento dei dati sensibili da parte di soggetti pubblici'. La sentenza poi interviene sulle disposizioni che disciplinano il controllo degli accessi ai campi da parte di un presidio di vigilanza, norme - afferma Serra - che avrebbero trasformato i campi in una sorta di prigioni a cielo aperto''.
Ricordando di aver a suo tempo egli stesso ''sollecitato più controlli sui campi nomadi'', il Prefetto specifica però che quei controlli 'avrebbero dovuto iscriversi in un quadro di riforme tese ad agevolare l'integrazione di tali comunità nella nostra società. Le 'dogane' che la maggioranza tenta oggi di istituire si spingono ben oltre''.
''Le disposizioni sui campi nomadi come la legge sulla sicurezza appena varata - conclude - rispondono perfettamente al diktat della tolleranza zero: annunci altisonanti senza alcun effetto concreto su problemi del Paese. Dopo tanto chiasso siamo al punto di partenza: la vita dentro i campi nomadi continuerà come prima e lo stato di emergenza decretato dal Consiglio dei Ministri un anno fa' diventerà cronico''. da ASCA
