lunedì 31 agosto 2009

Milano, la Regione propone il numero chiuso per i "nomadi"

L’assessore Maullu ritorna ad esternare, dopo le dichiarazioni razziste di qualche giorno fa. E anche oggi l’assessore alla Protezione Civile, Prevenzione e Polizia locale di Regione Lombardia si impegna.
Secondo l’assessore regionale a Milano servirebbe il numero chiuso per Rom e Sinti. Questa la sua dichiarazione: "La decisione di Palazzo Marino di chiudere i campi nomadi di via Bonfadini e via Novara - ha spiegato - risponde ad una giusta esigenza di controllo e ridimensionamento della presenza dei nomadi sul territorio milanese. Come si sta ipotizzando a Roma, la popolazione nomade deve essere regolata con un numero chiuso. Penso ad un numero che non superi le 1200 unita'".
Una proposta che l'Assessore vorrebbe portare al sindaco di Milano, Letizia Moratti, e al Prefetto Gian Valerio Lombardi, arrivando magari ad "ipotizzare l'estensione di questo programma anche alla Provincia dove gli irregolari sono più di un migliaio e, su 46 Comuni interessati, i campi abusivi sono ben 66. Una realtà socialmente pericolosa che non possiamo sottovalutare".
Siamo alle solite, con le elezioni regionali alle porte, l’assessore cerca visibilità. E vista l’esperienza fortunata di Matteo Salvini (da Consigliere comunale a deputato a parlamentare europeo) anche Stefano Maullu pensa di vestirsi da persecutore dei Rom e Sinti milanesi.
Secondo Maullu i Cittadini italiani sinti o rom dovranno, prima di venire a Milano, chiedere: permesso, c’è posto? Un’assurdità in qualsiasi Paese civile ma non a Milano, secondo Maullu. Ciò che ci spaventa è che la cosiddetta società civile meneghina continua a sonnecchiare e in alcuni casi ad applaudire.

Romania, Bossi assolda attori rom per il film sull’eroe padano

I Rom rumeni devono essere cacciati e la Romania non doveva entrare nell’Unione europea, questo è il messaggio xenofobo che da due anni viene continuamente lanciato dai leader della Lega Nord ma quando si tratta di fare affari i prezzolati leghisti scelgono proprio la Romania e i Rom. Sembra una barzelletta ma è la realtà.
La pellicola che rievoca il “leggendario” Alberto da Giussano, voluta fortemente dal rais Bossi e dalla sua ciurma, è stato girato in Romania con i Rom nei panni degli “eroici lumbard” senza macchia nè impronte digitali. La scelta viene giustificata da questioni di budget: in Romania si possono pagare meno le persone, soprattutto se queste persone sono Rom.
L’uscita nelle sale cinematografiche è prevista per il prossimo 9 ottobre dopo un’anteprima, il 2 ottobre, al castello Sforzesco. I leghisti lo attendono con impazienza. Il loro leader, il ministro per le Riforme Umberto Bossi, ogni volta si commuove anche solo a guardare il trailer.
Qualcuno ha scritto: «Pare già di vederli gli odiosissimi zingari nei panni degli amatissimi milanesi che pagati da noi 400 euro al mese a testa (il “colossal” da 30 milioni di dollari è coprodotto da Rai Fiction e Rai Cinema e gode del sostegno del Ministero per i Beni e le Attività culturali) avanzano con vessilli bianchi segnati da una lunga croce rossa annunciando la riscossa: 900 rom pronti a sacrificarsi per difendere i comuni lombardi contro Federico Barbarossa. Da non perdere. Centotrenta minuti di terrore per l’identità leghista.»

Mirano (VE), famiglia di rom sgomberata da un terreno di sua proprietà

Questa mattina a Ballò, una frazione di Mirano, in aperta compagna i carabinieri hanno eseguito lo sloggio di una famiglia di rom [due adulti maschi, cinque o sei donne, tra cui una non-vedente e un’altra anziana disabile, cinque bambini regolarmente iscritti a scuola e altri due più piccoli] da un fazzoletto di terra di loro proprietà. Ripeto: un fazzoletto di terra che anni fa hanno regolarmente comprato, recintato con tanto di cancello e perfettamente manotenuto.
Chi passa lungo la strada che va alla stazione di Dolo non distingue questa residenza dalle altre ville e case contadine che distano qualche centinaio di metri. Non è una famiglia di «nomadi», il loro desiderio è stabilirsi da qualche parte e farsi una casa. Ma il comune di Mirano, il cui vicesindaco è lo stesso che ha aperto un sito su Facebook dove si afferma che torturare gli immigrati irregolari è un diritto, ha deciso di passare ai fatti e ha aperto una causa giudiziaria contro la famiglia in questione per abuso edilizio. La solerte magistratura di Venezia, sostituto procuratore dottor Gava, non solo ha constatato l’abuso edilizio [una dignitosissoma baracca in legno] ma ha anche disposto il sequestro di tutta l’area, anche dello scoperto, e impartito l’ordine di sgombero.
Una enormità mai vista prima per un reato amministrativo [risolvibile con una ammenda o al massimo con la demolizione] che se dovesse essere replicata in tutti i casi di abuso edilizio causerebbe nel Veneto un vero e proprio esodo biblico!
E poi: sgombero per andare dove, signor magistrato?
Si deve sapere che il vero «abusivo» è il comune di Mirano, che – come molti altri – non ha mai adempiuto ad una antica legge regionale che impone ai comuni di predisporre aree di sosta per rom e sinti, e tantomeno sembra intenzionato a fornire loro aree per insediamenti stabili.

La determinazione cieca con cui amministrazioni comunali, magistratura, forze dell’ordine si accaniscono contro gli «irregolari» fa paura. E’ quello stesso odio per i diversi e per i poveri che ha portato a epurazioni e a genocidi.
Chiamati da alcuni amici dell’Opera nomadi, in un gruppetto siamo andati di mattina presto ad assistere la famiglia malcapitata. Per fortuna, oltre a due consiglieri regionali [Pettenò e Michieletto] c’era anche Paolo Ferrero che, grazie ai suoi trascorsi di ministro alla sicurezza sociale, è riuscito a mettersi in contatto con il prefetto. Dopo lunghe ore di trattative l’unica cosa che siamo riusciti ad ottenere è l’autorizzazione a sistemare le roulotte della famiglia in un’altra area di proprietà del comune di Mirano. Un’area senza luce, senza acqua, senza servizi igienici. Un ben misero risultato. Figuriamoci cosa succede quando nessuno viene a saperlo. di Paolo Cacciari

domenica 30 agosto 2009

Torino, nei guai per la spada di Zorro “Solo perché sono un Rom”

Valter Halilovic, incensurato, raccoglitore di ferrivecchi denunciato per possesso "ingiustificato di grimaldelli" Ma era un bastoncino da sci che il figlio aveva trasformato in uno spadaccino per giocare. "Non capisco perché soprattutto in certe zone ci si accanisca sempre con me: pago anche le tasse"
Ancora non riesce a credere che a farlo finire nei guai sia stata la spada di Zorro. Un pezzo di alluminio di 56 centimetri, una racchetta da sci piegata e rotta a metà, con cui il figlio di sei anni stava giocando allo spadaccino. E che invece al padre Valter Halilovic, rom di 30 anni, è costata una denuncia per l´articolo 707 del codice penale, «possesso ingiustificato di grimaldelli».
«Solo perché sono un rom», dice. Halilovic - che vive al campo nomadi di via Germagnano con la moglie incinta e i tre figli - era appena uscito dalla Torino-Aosta allo svincolo di Settimo con il suo camioncino Iveco quando è stato fermato da una pattuglia di carabinieri nella zona industriale della città.
Valter Halilovic, incensurato, come si legge nel verbale «manteneva un atteggiamento sospetto, in luogo nel quale di recente sono stati commessi diversi furti e che alle circostanze di tempo e di luogo del controllo la sosta non appariva giustificabile». Detto in altre parole: «Dovevo andare al Mercatone Uno di Mappano a comperare la carrozzina per il bambino e mi ero fermato un attimo per controllare la ricevuta dell´autostrada, visto che avevo avuto problemi al pagamento self service», racconta lui.

I carabinieri della tenenza di Settimo danno inizio alla perquisizione e trovano, vicino al sedile del passeggero, l´asta di ferro con cui fino a un momento prima aveva giocato il bambino, sotto lo sguardo della moglie in gravidanza. Un oggetto che invece viene scambiato con un piede di porco anche se, di alluminio leggero, ci assomiglia poco. «Di lavoro faccio il feramiù - dice in un piemontese quasi perfetto - Compro rottami di elettrodomestici e pezzi di ferro soprattutto dalle aziende che li dismettono, loro mi chiamano per svuotare magazzini e cortili e poi io rivendo a peso i metalli. Quando mi hanno fermato stavo proprio tornando dal Canavese con un frigo, una pala da neve e qualche altro pezzo rotto.
Le ditte mi fanno fattura o se mi regalano qualcosa mi lasciano una dichiarazione, ho un commercialista, pago le tasse, non è giusto che pensino che io rubi perché sono un rom, anche perché sono nato in Italia». E mostra con orgoglio i certificati con cui attesta che i suoi figli vanno regolarmente a scuola, le cedole delle tasse, il numero della partita Iva, per far vedere che è cittadino onesto. «E con questa denuncia mi tocca anche pagare un avvocato», sbotta. Dopo la perquisizione, al rom viene detto di seguire la gazzella fino alla caserma. Lui sale sul camioncino, è arrabbiato, non si mette la cintura di sicurezza e con il telefonino chiama casa per dire che tarderà. Così i carabinieri gli staccano anche due multe da 148 e 74 euro e gli tolgono in tutto 10 punti dalla patente.
«Per carità, qui ho sbagliato, ma mi sembra che si accaniscano sempre contro di noi, soprattutto quando passiamo in certe zone». di Federica Cravero

venerdì 28 agosto 2009

CEI: tutelare Rom e Sinti

I Rom ed i Sinti vanno riconosciuti dall’Italia e dall’Europa come «una minoranza etnica, degna di tutela e di promozione». Lo ha detto oggi mons. Mariano Crociata (in foto), segretario generale della Cei, lanciando un messaggio al convegno nazionale di Migrantes su «Le minoranze: dinamica per la società e la Chiesa» in corso a Pagnacco in provincia di Udine.
«La Chiesa apprezza anche la scelta che parte di voi - ha detto riferendosi agli operatori pastorali - ha fatto di condividere da vicino la vita di questa gente fino a convivere assieme a loro per comprenderli sempre meglio non attraverso studi e indagini ma per una diretta esperienza di vita, secondo una norma di ispirazione evangelica: farsi debole con i deboli, povero con i poveri, migrante con i migranti, zingaro con gli zingari».
Secondo mons. Crociata, «in tale maniera la vostra voce diventa anche più autorevole nel rivendicare la loro dignità e i loro diritti, nel sollecitare il superamento di ogni forma di discriminazione e la possibilità di un’integrazione nel contesto della comune convivenza che non comprometta la loro specifica identità».
«È noto pure quanto ci si dà da fare - ha aggiunto il segretario della Cei - perchè la categoria dei Rom e Sinti venga considerata, sul piano nazionale e dell’Unione europea, una minoranza etnica, degna di tutela e di promozione come le altre minoranze, pur non avendo essa un proprio territorio circoscritto, e capace di interagire con l’ambiente in cui vive anche col proprio ricco patrimonio di tradizioni e di valori, che nella situazione attuale rischiano di rimanere da una parte latenti e dall’altra misconosciuti». di Marco Tosatti

don Franco Schiavon: da ''scandalo'' la situazione in cui si trovano Sinti e Rom

Da ''scandalo'' la situazione in cui si trovano Sinti e Rom. Lo afferma don Federico Schiavon, direttore nazionale per la pastorale dei Rom e dei Sinti della Fondazione Migrantes. ''Il contesto generale in cui ci troviamo a vivere, lo sappiamo, non è idilliaco - ha detto in apertura del convegno nazionale a Pagnacco, in provincia di Udine -. E' un contesto più che mai duro e conflittuale, in cui essere Sinti e Rom significa essere di per sé oggetto di sospetto e disprezzo, ma anche essere sottoposti a schedature etniche, a iscrizioni nei registri dei senza fissa dimora; se poi non si è cittadini comunitari, in condizioni non così rare per tanti motivi, la clandestinità che ne consegue è reato''. Schiavon ha osservato che ''allo scandalo per questa situazione si unisce il dolore per una difficile comunicazione nella nostra stessa comunità ecclesiale, sia al suo interno che molte volte nei confronti dell'esterno.Tutto questo lo viviamo e respiriamo tutti i giorni''.
Dopo l’apertura di don Federico Schiavon è stato letto il messaggio del segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata in cui chiede il riconoscimento per i Sinti e per i Rom dello status di minoranze. Inoltre, mons. Mariano Crociata ha scritto a quanti operano nella pastorale dei rom e dei sinti: ''Apprezzo questo vostro impegno di riunirvi periodicamente in convegni nazionali, come il presente, per riflettere su come, pur nel rapido mutare del clima sociale e politico nei confronti di Rom e Sinti, voi possiate mostrare loro la immutata vicinanza e solidarietà della Chiesa e trovare le vie più efficaci perchè le ingiuste discriminazioni nei loro confronti non trovino spazio libero per dilagare e degenerare in forme sempre più allarmanti di intolleranza e razzismo''.

Bucarest, Madonna fischiata perchè lancia un appello contro le discriminazioni subite da Rom e Sinti

In seguito ad un appello lanciato contro le discriminazioni che subiscono le minoranze Rom e Sinte, durante il suo concerto a Bucarest, Madonna è stata ricoperta di fischi e buu (vedi il filmato…). La cantante si era esibita insieme a un gruppo di musicisti e ballerini rom, ma i 60mila fan non hanno gradito la posizione di Madonna a favore di queste minoranze.
"Non crediamo nella discriminazione - ha detto Madonna durante il concerto di ieri sera nella capitale rumena - noi crediamo nella libertà e nei diritti uguali per tutti".
"Esiste un diffuso risentimento contro i Rom in tutta l'Europa dell'est", ha dichiarato Radu Motoc, della Soros Foundation Romania, che giudica preoccupante l'episodio di Bucarest. Episodi di discriminazione contro i Rom si sono registrati negli ultimi anni in diversi paesi dell'est europeo, e in alcuni casi hanno coinvolto direttamente anche esponenti del mondo politico.
Noi di U Velto ringraziamo Madonna per il suo impegno che speriamo possa diventare esempio per tanti altri musicisti e personaggi dello star system. I fischi e i buu dovrebbero far pensare chi oggi governa l’Europa perché se anche Madonna viene fischiata dai suoi fan quando afferma che le discriminazioni sono male, la situazione è gravissima. Per questa ragione il contrasto alle discriminazioni subite da Sinti e Rom deve diventare una priorità per l’Unione europea.

Roma, documentario al "Casilino 900"

Quattro ragazzi che dividono un appartamento a Roma, nel quartiere Centocelle hanno deciso di imbattersi nella realtà del vicino "campo" Rom Casilino 900. La loro unica motivazione è stata quella di conoscere una comunità apparentemente marginale che invece si colloca da decenni nel cuore di una delle zone periferiche più popolari della capitale.
Essendo entrati a contatto con il rappresentante del campo, Najo Adzovic dell’Associazione Nuova Vita, si è subito creata una sintonia che ha permesso loro di conoscere alcune famiglie Rom delle varie etnie presenti nell’area.
Proprio dalla conoscenza e dalla frequentazione con queste persone è nata l’idea di girare un documentario (unitamente ad un reportage fotografico), sfruttando le proprie competenze nel campo dell’audiovisivo. Data l’immediata vicinanza dell’appartamento dei quattro ragazzi con una realtà così “lontana” il titolo (provvisorio) del documentario è “Sottocasa”.
Contenuti e tematiche. Durante i mesi di frequentazione del Casilino 900 sono state effettuate riprese per un totale di circa 10 ore di girato. E’ stata data particolare importanza alle interviste sia alle persone che vivono nel campo Rom sia agli abitanti del quartiere per capire diversi punti di vista su una problematica sociale che ricade sul VII e VIII Municipio.
Non sono poi mancate scene di vita quotidiana del campo, popolato principalmente da bambini e adolescenti, e sequenze inerenti le tradizioni della cultura Rom come l’artigianato del rame ed i balli folkloristici.

Attraverso l’obiettivo della telecamera sono emerse varie tematiche legate alle aspettative, ai sogni e ai desideri, alle paure della gente che popola il Casilino 900: la realizzazione professionale, il possesso del permesso di soggiorno, la povertà, l’arte di arrangiarsi.
Non mancano ovviamente alcuni aspetti critici che evidenziano le contraddizioni di questo popolo, soprattutto testimoniati pubblicamente dagli abitanti del quartiere Centocelle al prefetto Pecoraro durante un incontro presso il cinema Broadway: il problema dei fumi tossici, la microcriminalità, il degrado. Attualmente il documentario è in fase di post-produzione.
Richieste e finalità. E’ intenzione di tutti coloro che hanno partecipato attivamente al documentario mostrarlo (così come il reportage fotografico) presso associazioni culturali, emittenti televisive e scuole, con l’obiettivo di promuovere la cultura dell’integrazione e il dibattito, specie tra i più giovani.
Per raggiungere questa finalità si richiede un supporto sottoforma di finanziamento economico o altro in modo da garantire all’opera (completamente autoprodotta) un’adeguata distribuzione e divulgazione.
Hanno collaborato alla realizzazione del documentario. Per il soggetto e la regia: E. Coccia, A. Cottini, D. Falcioni, A. Peretti; per le riprese: E. Coccia; per l’assistenza alle riprese e Backstage: D. Danila; Per le interviste e il montaggio: A. Cottini; per le traduzioni: N. Adzovic; per il reportage fotografico: D. Falcioni; per le musiche: G. Campioni, RossoPiceno folkrock band.

giovedì 27 agosto 2009

Facebook, nessuno si indigna se i gruppi istigano all’odio contro le minoranze sinte e rom

Oggi La Stampa ha pubblicato un articolo in cui si denuncia la presenza di un gruppo su Facebook dal titolo «Immigrati clandestini: torturali! E' legittima difesa». Il primo a denunciare il fatto è stato l'ex segretario del Pd Veltroni: «Stamattina aprendo Facebook ho visto un’e-mail inviatami da un’amica di Brescia: è la foto che la sezione di Mirano della Lega Nord usa come immagine di profilo. È un manifesto con il simbolo della Lega e sotto la scritta "Immigrati clandestini, torturarli è legittima difesa"». «Io credo che questo sia inaccettabile - ha sottolineato Veltroni - È contrario ad ogni forma di civiltà, prima ancora che alla nostra storia e alla nostra tradizione di emigranti». L'ex numero uno dei democratici ha poi annunciato che chiederà al ministro degli Interni Maroni di «adoperarsi perchè venga immediatamente cancellato».
Bene ha fatto Veltroni ma ci chiediamo: per i Sinti e per i Rom c’è la stessa attenzione? Purtroppo la risposta è no. I gruppi su Facebook che istigano all’odio contro le minoranze sinte e rom abbondano, come ad esempio il gruppo “cacciare gli zingari dall' Italia” con 8.471 fan. Ma anche “via gli zingari da Giulianova” con 780 fan. O “via gli zingari dall’Italia” con 412 fan… Centinaia e centinaia di persone che ogni giorno vomitano le loro nefandezze razziste. Qualche esempio?
Marco Lecce Mandiamoli tutti al paese loro questi stronzi, sporcano le strade delle nostre citta e fanno i prepotenti con le nostre donne, gli prenderei a calci nel culo fino alla frontiera...questi razzista te lo ci fanno diventare....
Gabriele Strada Intanto ne abbiamo uno di menop dato che Ibrahimovic è andato in Spagna...AHAHAH!!

Davide Picerni un mio amico diceva sempre di rinchiuderli in un recinto con taniche di benzina e dargli fuoco dall alto di un elicottero .....
Daniela Licciardello fuori dai coglioni...bastardi!
Antonello Tigrini E pensare che ce sta gente che si batte perchè restino..... ma che cazzo ve dice er cervello io non lo so proprio...... Genocidio!!! Tutti al rogo!!!
Tiziana Rosicarelli Io con degli amici abbiamo lontato un anno per far sgombrare il campo Rom da Testaccio, affianco all'ex mattatoio..quindi so che vuol dire.. e pur troppo la cosa che mi delude e avvelena di più che sgombrando una zona senza rimandarli a casa lor...o, spostano il problema solo da una zona di Roma ad un'altra...
Federico Gianandrea io dicoi che se non li caccia lo stato dovremmo cacciarli noi!!!
Ecco un breve estratto di quanto scrivono i “bravi cittadini” senza che nessuno dei politici italiani, Veltroni compreso, si indigni e chieda al Ministro dell’Interno di adoperarsi perchè vengano immediatamente cancellate queste pagine. Se questa è democrazia…

Torino, svastiche contro i Rom

Nel clima razzista contro le minoranze sinte e rom che attraversa l’Italia da diversi mesi, si deve registrare l’ennesimo episodio, questa volta a Torino. Ieri nella notte alcune persone hanno attaccato uno striscione all’entrata del “campo nomadi” in strada dell'Aeroporto a Torino. Sullo striscione sono state vergate tre svastiche e la frase: "Ora basta, un'altra spaccata e vi bruciamo il campo".
Secondo alcune agenzia stampa l’episodio, su cui sta indagando la Questura di Torino, è da imputarsi al clima di rabbia che sta montando nella zona Nord di Torino per alcuni furti che sono stati messi a segno negli ultimi mesi. Naturalmente la colpa è subito caduta sulle famiglie rom che vivono nell’insediamento di strada dell'Aeroporto da alcuni decenni.
Nei giorni scorsi, alcuni commercianti (qualcuno dorme nel proprio negozio per paura di subire furti e spaccate) si erano detti pronti a scendere in campo di persona, e ad effettuare ronde per il controllo del territorio.
E questa sera, una ventina tra tabaccai, baristi e titolari di sale da gioco a Barriera di Milano, si troveranno con l’idea di riunire gli sforzi per contrastare e mettere fine ai raid di spaccate e furti nel quartiere. C’è chi si offre per organizzare ronde notturne, ai sensi del pacchetto sicurezza, e chi propone di iniziare una serie di manifestazioni sotto il Comune per farsi sentire, fino ad incatenarsi se necessario. Il rischio che la situazione possa degenerare è evidente.

Pagnacco (Ud), la Chiesa cattolica e le minoranze sinte e rom

Le minoranze: dinamiche per la società e per la Chiesa”. Questo il tema del convegno nazionale della Pastorale dei Rom e Sinti della Fondazione Migrantes che si svolgerà a Pagnacco (Ud) da oggi pomeriggio (fino al 30 agosto). “Spesso le minoranze - spiegano i promotori - non hanno tanta considerazione, sono emarginate, private di alcuni loro diritti, considerate pericolose... Tra queste minoranze quella dei Rom e dei Sinti è la più numerosa, ma con maggiori pregiudizi negativi e soprattutto pericolosa per la nostra sicurezza”. Tra gli operatori che da anni hanno fatto la scelta di condividere la vita con questo popolo - si legge ancora nella presentazione del convegno – è nato “un rapporto di reciproco dono e riconoscenza”. Il convegno, partendo da questa minoranza, vuole “aiutarci a capire la capacità che i Rom e Sinti hanno di migliorare la nostra vita umana e cristiana”.
Protagonisti della tre giorni saranno infatti loro che, a partire dalla loro vita e dalle loro scelte, “ci aiuteranno a crescere e a trovare nuovi spunti e stimoli per la nostra vita sociale ed ecclesiale”. Oltre alle relazioni e ai lavori di gruppo è previsto un momento di riflessione e preghiera al cimitero di Gornars, ex campo di concentramento fascista.
“Le minoranze sono uno stimolo a cambiare per la società e per la Chiesa”: don Federico Schiavon (in foto), direttore dell'Ufficio per la pastorale dei rom e dei sinti della fondazione Migrantes della Cei, spiega così, in un colloquio con l'ASCA, il senso del convegno nazionale. Suo il compito di organizzare quei preti - poco meno di una decina - che in Italia hanno deciso di vivere a fianco dei Rom e dei Sinti, andando a risiedere insieme a loro nei campi, insieme a quelle molte famiglie e parrocchie che con gli 'zingari' hanno stabilito un rapporto umano e cristiano costante.

La situazione dei Rom e dei Sinti italiani, spiega il sacerdote, è ancora difficile, anche se è passato il momento in cui gli 'zingari' dominavano le prime pagine dei giornali: “Con la schedatura e le impronte digitali per ora sembra tutto fermo. Forse erano state soltanto una boutade, buttata lì perchè serviva in quel momento”. “Oggi - prosegue don Schiavon - c'è una situazione di incertezza nei campi. Non si sa bene come muoversi e cosa fare. Non c'è molta chiarezza dal punto di vista ufficiale: ogni comune, ogni zona ha leggi e regolamenti propri”. Il fatto che si siano spenti i riflettori sui campi, però, “non significa che non ci siano ancora problemi, casi di intolleranza, episodi di diritti negati. La vita per rom e sinti non è tornata normale e semplice, va sempre avanti nella difficoltà e nel pregiudizio. Ci sono ancora sgomberi di campi, famiglie che vengono mandate via, come accaduto a Milano in questi giorni, senza porsi il problema di dove andrà a stare la gente”.
Quello che preoccupa don Schiavon e la Chiesa, però, è soprattutto il clima che si respira in alcune regioni, soprattutto al nord, dove operano la maggior parte degli operatori cattolici a contatto con i Sinti e i Rom: “Si respira un'aria di intolleranza, e anche i cattolici rischiano di venirne contagiati”. ''La Chiesa - nota però il sacerdote - negli ultimi tempi, forse perchè provocata o stimolata da tante cose dette, credo si sia accorta della pericolosità delle azioni e della propaganda della Lega”. “C’è il rischio molto forte che queste idee entrino nell'anima dei cristiani. Monsignor Veglio', monsignor Marchetto, come tanti preti, richiamano invece i cristiani ai valori fondamentali, come la vita di ogni essere umano”. da ASCA

Fini: "No alle politiche razziste"

È un Gianfranco Fini a tutto campo quello che sceglie la festa del Pd di Genova per il rientro sulla scena politica dopo la pausa estiva, un Fini che decide di «spogliarsi dei panni del presidente della Camera» e che invita il Pdl, di cui è co-fondatore, a «non fotocopiare» le politiche della Lega.
L’affondo nei confronti del Carroccio è sull’immigrazione, ma a ben guardare l’intervento del presidente della Camera è tutto teso a ridimensionare il ruolo della Lega, perchè su temi delicati il Pdl non può limitarsi a ’copiarè le camicie verdi. Il tema dell’immigrazione, afferma infatti Fini, non va affrontato né con un approccio segnato «dall’emotività», né guidato solo dalla «pur necessaria» volontà di «garantire la sicurezza dei cittadini», perché questo rappresenterebbe un «approccio parziale, miope e sbagliato».«È positivo - dice il presidente della Camera - che la Lega abbia smentito la Padania, dicendo che il Concordato non c’entra nulla: e ci mancherebbe». Eppure, l’attacco al Carroccio va avanti.
La Lega Nord, sostiene Fini, non può affrontare il problema dell’immigrazione «guardando nello specchietto retrovisore, ho l’impressione che a volte accada questo». «Ripugna la coscienza - aggiunge poi il presidente della Camera - non considerare che chi arriva in Italia, regolare o no, è prima di tutto una persona. Se si parte dal presupposto che è una persona alcune politiche non dovevano essere inserite in un provvedimento legislativo», ha aggiunto Fini, ribadendo che serve una linea «fermissima contro le politiche discriminatorie e vagamente razziste». Soprattutto, per Fini «la Chiesa lancia messaggi di carattere universale» anche sul tema dell’immigrazione e la «stessa conferenza episcopale si rifà a prese di posizione ufficiali che sono valide per tutti i cristiani nel mondo. Non si può piegare alla propaganda quotidiana, al livello di un comizietto di periferia il messaggio che viene da quella sede». «Mi auguro - conclude quindi Fini - che il Pdl comprenda che se sul tema immigrazione si limita a produrre una fotocopia della politica dell’originale, dove per originale si intende la Lega Nord, è naturale che l’originale sia sempre più gradito. Per questo è necessario che il Pdl affini l’approccio alla materia».

Se sull’immigrazione il presidente della Camera non fa sconti, sull’altro tema dell’estate, le gabbie salariali, sempre proposte dal Carroccio, osserva che «sono un modo antinazionale» di trovare soluzioni a una questione che invece c’è perchè bisogna «cominciare a collegare la produttività alla consistenza dello stipendio». Per Fini «non c’è nulla di disdicevole se c’è una differenza tra il salario di un metalmeccanico a Lamezia e a Savona», ma poi anche per il metalmeccanico di Lamezia «si deve collegare salario a produttività». Infine, ci sono i temi etici, sui quali bisogna «smettere di creare contrapposizioni superficiali che alimentano una polemica di basso profilo: la contrapposizione non può essere tra laici e cattolici, la contrapposizione semmai è tra laici e clericali». Per Fini, dunque, «meglio non gettare benzina sul fuoco riguardo a questi temi perchè è un modo che avvelena la politica. Non ci può essere vincolo maggioranza o di partito su questioni relative alla vita e alla morte». Per questo, il presidente della Camera promette il proprio impegno per cambiare alla Camera la legge sul biotestamento varata dal Senato. «Non credo - dice - che si tratti di favorire la morte ma di prendere atto dell’impossibilità di impedirla, affidando all’affetto dei familiari e alla scienza dei medici la decisione». Da ultimo, Fini sottolinea anche di non voler fare «alcuna crociata contro i cattolici, per i quali ho il massimo rispetto ma - sostiene - chi dice che su queste questioni decide la chiesa e non il Parlamento per me è un clericale. Per me spetta al Parlamento decidere».
La platea democratica ha applaudito calorosamente il presidente della Camera. Quando l’ex leader di Alleanza nazionale ha fatto il suo ingresso, intorno alle 18, nello spazio dedicato ai dibattiti il pubblico presente non si è risparmiato. Nel suo lungo intervento, tra i passaggi più apprezzati dalla platea, quelli riferiti alle politiche sull’immigrazione in cui non ha risparmiato critiche verso alcune proposte avanzate dalla Lega, alla laicità dello Stato, al superamento delle contrapposizioni ideologiche ed alla sentenza della Corte di Strasburgo che ieri ha giudicato come legittima difesa il comportamento del carabiniere Mario Placanica che, al G8 di Genova del 2001, uccise durante gli scontri di piazza il giovane manifestante Carlo Giuliani. Al termine del dibattito il presidente della Camera si è fermato alcuni minuti a firmare autografi ed a parlare con il pubblico presente, tra cui un anziano militante del Pd, Gianfranco Fini, che ha mostrato all’ex leader di Alleanza nazionale la sua carta d’identità. Per tutta risposta Fini ha fatto notare al suo omonimo che le iniziali del numero del documento erano An, aggiungendo, tra le risate dei presenti, che non poteva trattarsi davvero di un simpatizzante del Partito democratico. da La Stampa

mercoledì 26 agosto 2009

I veri clandestini? Sono i leghisti

I veri clandestini in Italia sono i leghisti, e il più clandestino è il loro capo l’Umberto detto Bossoli, perché sono fuori dalla stroria e dalla cultura delle nostra nazione: l’Italia. Vogliamo per una volta dire come stanno le cose, senza: sì, ma... Forse... Ma no?
I veri clandestini in Italia sono gli aderenti alla Lega, i suoi sostenitori, ed il più clandestino è il loro capo l’Umberto detto Bossoli perchè ogni giorno spara boiate.
Sono infatti fuori dalla storia e dalla cultura della nostra nazione l’Italia. Sono alieni provenienti dalla Padania, una regione di fantasia come la terra di mezzo del Signore degli anelli. In questa Padania hanno riportato in vita la vicenda della Lega Lombarda, schierata con le sue truppe ed il suo Carroccio contro il Barbarossa invasore, l’hanno riverniciata con subcultura celtica e religiosità pagana, con liturgie e riti come quelle delle sacre ampolle prelevate alla sorgente del Dio Po.
Solo analfabeti di origine e di ritorno avrebbero preso per buono questo beverone di medioevo adulterato, reso più piccante con ingredienti di sapore razzista, xenofobo e condito da intolleranza per i diversi, separazione dai poveracci e disgraziati, esasperazione delle tendenze localistiche, settoriali,campanilistiche. Eppure milioni di italiani hanno creduto alla resurrezione della Lega Lombarda ed alla sua battaglia vittoriosa contro questa volta non il Barbarossa ma la Roma ladrona. Hanno preso per buona una impostura culturale, una operazione di contraffazione storica con le griffes delle imprese lombardo-venete.

Ed ora i frutti di questa cultura di bassa Lega sono sotto gli occhi di tutti. Ogni giorno siamo sommersi da iniziative e proposte di onorevoli e ministri della Lega, che fanno parte del Governo, che solo in un paese culturalmente e democraticamente alla deriva, com’è attualmente ridotta l’Italia, possono essere scambiate con proposte politiche fatte da uomini di governo: le ronde, gli immigrati alla stregua di delinquenti, le bandiere regionali, il cambio dell’inno nazionale, insegnanti dotti in dialetto,capaci di fare lezioni in dialetto, le squadre di calcio con sulle magliette impressa l’immagine della città di appartenenza, la produzione cinematografica lombardo-veneta, il festival di Sanremo con canzoni in dialetto, canali televisivi ad uso della Lega, e la moda e le miss.
Non c’è settore pubblico, civile, sociale, religioso che la Lega non abbia infettato con l’infiltrazione del suo virus secessionista per corrompere e lacerare la trama unitaria fragile e debole, del tessuto civile. Il peccato originale del conflitto di interessi, per Berlusconi ed i suoi, fa un tutt’uno con il peccato originale della politica leghista fondata su una storia pataccata.
Dalle truffe, dai falsi spacciati per originali, dalle pubblicità ingannevoli e più in generale dalle immoralità, non possono mai venire cose buone. Oggi paghiamo le conseguenze del non aver fermato in tempo il cavaliere e le sue truppe Brancaleone.
Solo il risveglio della coscienza addormentata della italica gente ed un sussulto di dignità civile, darebbero la forza necessaria all’azione di mandare in Africa i veri clandestini che abbiamo in Italia: i leghisti e tutti i loro sodali e sostenitori. di Joesax

Un anno, 4 mesi e 21 giorni: viaggio dalla morte all'Italia

Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell'ospedale "Cervello". Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d'agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all'altro.
È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d'istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po' di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d'acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l'unica donna sopravvissuta - con altri quattro giovani uomini - sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore.
Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d'immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna - una vergogna della democrazia - darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l'asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell'Italia che cercavano, e incominciare a vivere.

Un'Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un'amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con "L'Aurora". In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell'Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l'undicesimo anno, e scatta l'arruolamento obbligatorio nell'esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?
Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d'acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l'Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.
Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov'è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d'acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l'indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.
Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l'acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c'è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c'è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l'ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c'è l'Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient'altro.
"Adei", madre, sto andando, pensa senza dormire. "Amlak", dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c'è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d'uomini, ma non c'è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l'elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l'acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.
La notte fa più paura. Non c'è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.
All'inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l'ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: "Giù, giù, vai in mare, vai". Ma il settimo giorno i problemi cambiano.
Muore Haddish, che ha vent'anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr'ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. "Mai", acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete "mai" nella testa, c'è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. "E' arrivato - dice all'alba Ghenè - noi siamo in viaggio e lui è arrivato". I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.
Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: "Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera". Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. "Meut", la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie "semai", il cielo, verrà dal mare, "bahari". Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.
Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l'acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l'ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l'idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.
Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c'è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l'unica protezione dal freddo, l'unico cuscino, la coperta, l'unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l'ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c'è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po' nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.
L'acqua è un'ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t'importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l'incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d'uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.
Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all'amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all'Italia, non sa dov'è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev'essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l'energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott'acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l'Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, "Adei, Amlak, semai, bahari, meut". Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.
Si accorge dalle urla, all'improvviso, che c'è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.
Dentro c'è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l'acqua l'anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E' un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.
Un giorno e una notte. Poi l'ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c'è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov'è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu.
Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d'acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l'altro naufrago ricoverato al "Cervello", Hadengai, in camera non c'è, l'hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l'altra mano, dove c'è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all'Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l'ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare.
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po' di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell'Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po' più in là.
I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un'idea di che cosa sia davvero l'Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l'ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c'è scritto "la vita è un bene prezioso". di Ezio Mauro

Milano, continua il furore razzista contro le famiglie rom

Secondo un nuovo monitoraggio (ma quanto spendono per fare tutti questi censimenti?) effettuato in questi giorni dalla Polizia municipale, i Rom stimati in campi non autorizzati, baraccopoli, edifici o aree dismesse oggi sono circa 1400. Solo il 31 marzo, quindi cinque mesi fa, erano stati stimati, sempre dalla Polizia Municipale, in oltre 1700 presenze.
Davvero strano questo monitoraggio / stima perché l’anno scorso al termine del censimento, effettuato dalla Prefettura, il numero totale di Rom e Sinti presenti a Milano era di 2.128 persone (di cui 1.331 in campi regolari): da quattro a dieci volte meno delle diverse stime dichiarate le settimane prima dallo stesso Comune di Milano, che variavano tra gli 8mila e i 25mila.
Oggi le stime non arrivano agli eccessi dell’anno scorso, De Corato e Penati facevano a gara a chi la sparava più grossa, ma ancora si gioca sui numeri creando delle emergenze che non esistono. Un modo subdolo e infame per creare un “mostro” da poi schiacciare senza pietà. E questo mostro sono uomini, donne, bambini, anziani…
Penati non c’è più e quindi imperversa sulla stampa meneghina il Vice Sindaco De Corato: un criminale. Questa la sua ultima dichiarazione: «andremo avanti in questa direzione. Forti del fatto che oggi abbiamo per lo più presenze ridotte, soprattutto in strutture private dove continueremo a chiedere la messa in sicurezza delle aree, financo con la notifica di ordinanze contingibili e urgenti». Secondo De Corato gli strumenti a disposizione possono anche già bastare: «Anche perché - spiega ancora De Corato - in una circolare del 16 novembre il prefetto Gian Valerio Lombardi sottolineava che i regolamenti edilizi contengono già una serie di obblighi a carico dei proprietari che devono mantenere le costruzioni in condizioni di abitabilità, decoro e idoneità igienico-ambientale».
Peccato che sia il Prefetto che il Vice Sindaco (ma per quest’ultimo non nutrivamo dubbi) si dimentichino della Costituzione italiana, delle Leggi italiane a protezione delle famiglie in difficoltà ma anche quelle a protezione dei minori e delle donne, fino ad arrivare alla normativa europea e internazionale. Rimane solo la furia iconoclasta e criminale che porta alla cacciata in strada di intere famiglie. Se questa è democrazia…

Immigrati, il Vaticano contro Calderoli: ''Inaccettabili e offensive le sue parole''

"E' inaccettabile e offensivo, quasi che io sia responsabile della morte di tanti poveri esseri umani, inghiottiti dalle acque del Mediterraneo". E’ dura la replica di monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti, al ministro per la Semplificazione Normativa Roberto Calderoli secondo cui il presule aveva pronunciato parole che “non sono quelle del Vaticano e della Cei”.
''Vorrei asserire che come capo dicastero ho il grande onore di fare dichiarazioni a nome della Santa Sede - precisa il 'ministro' vaticano dell'immigrazione - e mai sono stato contraddetto dalla Santa Sede; mai sono stato contraddetto dalla Conferenza episcopale italiana”.
In un'intervista alla Radio Vaticana del 22 agosto, ripresa poi dall'Osservatore Romano del giorno successivo, mons. Vegliò aveva fatto sentire la sua voce sulla tragedia del Canale di Sicilia in cui sarebbero morti 73 eritrei, ribadendo il diritto all'accoglienza e al soccorso per i migranti irregolari che cercano di raggiungere le nostre coste.
"Le parole sugli immigrati pronunciate da monsignor Vegliò non sono quelle del Vaticano o della Cei da cui spesso lo stesso Vegliò è stato contraddetto", aveva dichiarato in quell'occasione Calderoli.
Oggi la replica del 'ministro' vaticano: "Al riguardo, con tutto il rispetto possibile e per amore di verità, vorrei asserire che: come capo dicastero ho il grande onore di fare dichiarazioni a nome della Santa Sede. Forse il signor ministro aveva in mente altre situazioni o si riferiva a qualcun altro". "La mia dichiarazione - conclude il presule - partiva solo da un fatto concreto, tragico: la morte di tante persone, senza accuse, ma chiamando tutti alla propria responsabilità''.
Da parte sua, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa commenta così le polemiche sorte a seguito della tragedia in mare dei migranti eritrei:: ''Ho grande rispetto per la Chiesa. Capisco la missione della Chiesa, che è quella della carità alla quale mi inchino, che deve essere esercitata nei confronti di tutti. Ma poi c'è una missione diversa che è di chi ha il dovere, prima che il diritto, di far rispettare la legge e appartiene alla politica e alle istituzioni".
"Fare rispettare la legge è sempre giusto", prosegue il ministro che osserva anche come "la polemica di Franceschini è fuori luogo, perché quel decreto sta dando grandi frutti". "Basti pensare - fa notare - al numero di immigrati che sono sbarcati quest'anno: poche decine rispetto ai tanti degli scorsi anni che andavano anche a costituire un problema di ordine pubblico".

martedì 25 agosto 2009

La vergogna!

“La vita umana non è mai stata trattata alla stregua di merce deperibile e vile quanto in questa nostra epoca di opprimente empietà”(Gabriel Marcel)
Con le navi dei poveri del mondo che affondano nel mediterraneo affonda anche la dignità di una paese come l’Italia. Dai tempi antichi esiste la legge del soccorso in mare e dell’ospitalità; erano leggi non scritte ma praticate da persone che s’incontravano nelle zone d’incrocio che sono tipiche delle zone marittime. Ospitalità, accoglienza, incontro, dialogo: parole antiche come i dialoghi di Platone che faceva dialogare Socrate con tutti quelli che incontrava per strada, parole antiche come quelle di Gesù Cristo che se n’andava per le strade polverose della Galilea a predicare l’amore e la fratellanza, parole antiche pronunciate dai migranti italiani che si recavano in Sud America , in Nord America, in Australia, in Belgio e in tanti altri posti, parole antiche come la vita che è sempre un grande viaggio fatto d’incognite e di terre sconosciute da scoprire, viaggio che avviene anche senza spostarsi perché nel ciclo esistenziale di un individuo vi sono tanti incontri e tante storie di relazione diverse. Come diceva Jacques Maritain nel suo testo “L’umanesimo integrale”: siamo genti in cammino, alla ricerca dell’incontro , del mistero dell’esistenza e di un po’ di umanità, di affetto , di equità e di amore.
I migranti lasciate affondare e annegare nel mare non interessano nessuno; muoiono di fronte alla più totale indifferenza della maggioranza della gente chiusa nel proprio piccolo e povero narcisismo; muoiono di fronte anche all’ostilità dei tanti che proiettano su di loro tutte le loro frustrazioni facendone un capro espiatorio ideale per chi governa e detiene il potere economico e mediatico. Andiamo verso un enorme società dell’apartheid , della separazione della negazione dell’umanità e della dignità dei tanti migranti che arrivano perché fuggono da un mondo basato su una struttura d’ingiustizia. La vergogna è quella di una classe politica che organizza il consenso con la demagogia xenofoba , razzistica e classista: i barconi non devono essere soccorsi e devono tornare indietro (dove nei campi del deserto in Libia dove si muore comunque!) oppure devono affondare con il loro carico umano (che per qualcuno umano non è !).

La vergogna è quella di una ‘opposizione’ democratica che non osa organizzare la disubbidienza civile e la protesta per paura di essere impopolare e di perdere voti. La vergogna è quella dei tanti intellettuali e accademici che preferiscono tacere perché sono genti ‘serie’ che non si sporca le mani in denuncie che non hanno nulla di ‘scientifico’. La vergogna è quella dei tanti media e dei tanti giornalisti che alimentano campagne di paura con una informazione distorta. La vergogna è quella dei tanti giovani che preferiscono godersi i loro piccoli narcisismi egocentrici piuttosto che indignarsi per l’ingiustizia di cui sono vittime i poveri del mondo. La vergogna è anche quella delle gerarchie religiose che pure denunciando la barbarie e la disumanità in nome del cristianesimo finiscono comunque per il passare accordi con chi fa le leggi razziali poiché in fondo vi è da difendere potere e ‘identità cristiana’ contro la concorrenza degli altri credi religiosi di cui sono portatori i migranti. La vergogna è quella del mondo del lavoro e degli imprenditori che sfruttano come schiavi questi migranti e sostengono poi le posizioni razziste di alcune formazioni politiche al potere. La vergogna è purtroppo anche di una scuola che si sta allineando alle nuove pulsioni xenofobe: non basta sperimentare ‘percorsi d’integrazione’ se poi si veicola pregiudizi e stereotipie esplicitamente razziste nella relazione con le famiglie migranti. La vergogna è anche quella di chi dovrebbe essere garante della Costituzione repubblicana basata sul principio di eguaglianza di tutti i cittadini a prescindere delle loro origini e firma comunque le nuove leggi razziali senza metterne in discussione la sostanza fondamentalmente discriminatoria. La vergogna è di chi guarda tranquillamente la televisione vedendo scene di morti annegati senza soccorsi e non sente nessuna emozione di simpatia umana per chi è morto in quelle terribili condizioni. La vergogna è quella di chi osserva per denunciare il clandestino o di chi inventa un gioco per amici per fare ‘rimbalzare il clandestino’ un po’ come i nazisti facevano rimbalzare gli ebrei. La vergogna è quella della donna nigeriana incinta senza documenti che non sa come fare per partorire perché andando in ospedale rischia una denuncia. La vergogna è la violenza psicologica che subiscono tanti bambini migranti che vedono i propri genitori angosciati perché non hanno avuto il rinnovo del permesso di soggiorno. La vergogna è quella dei tanti che vedono in spiaggia passare i poveri del mondo e provano solo fastidio perché guastano le loro ferie. La vergogna è quella di una società che non riesce neanche più a sentire nulla di umano perché contano solo i soldi e le merci, perché gli esseri umani sono ridotti a categorie contabili e a numeri insignificanti sul registro di un centro d’identificazione per immigrati. La vergogna è quella dei nuovi lager a cielo aperto nelle nostre città e che tutti fanno finta di non vedere oppure i nuovi campi per i Rom che sono considerati come sub-umani.
Eppure già alla fine del 900’ lo storico napoletano Pasquale Villari notava a proposito dell’emigrazione italiana in un libro intitolato “L’Italia e la civiltà”:
“Le correnti migratorie costituiscono il fenomeno antropico più importante dell’ultimo secolo e allo sviluppo di esse è ormai intimamente legato l’avvenire dell’Europa…E’ un fenomeno così grandioso che supera tutti quelli che per forza di eventi si sono verificati dalle invasioni barbariche ai nostri giorni”. “E se ora domandiamo , che cosa è mai questo singolare fenomeno della nostra emigrazione, quale ne è la causa prima e fondamentale, dobbiamo rispondere: la miseria e l’abbandono in cui da secoli abbiamo lasciato le classi lavoratrici del contado, che sono pure la maggioranza della popolazione italiana. Esse sentono questo abbandono , sanno che troveranno per tutto altrove migliore retribuzione all’opera delle loro braccia, ed abbandonano una patria che fu loro sempre matrigna e non mai madre.”
La vergogna è anche quella di chi dimentica la propria storia di migrazione e di sofferenza offendendo così la memoria dei milioni d’italiani che andarono cercare fortuna all’estero. Una storia migratoria che fu una delle pagine più importanti dell’umanità con le sue luci e le sue ombre; ci furono i coraggiosi lavoratori che andarono nelle miniere del Nord Europa, molti vi morirono come nella tragedia di Marcinelle, altri morirono dopo della silicosi, ci furono migranti come Sacco e Vanzetti che pagarono con la vita il loro impegno per la giustizia sociale e contro il razzismo anti italiano, vi furono anche i mafiosi e i criminali, vi furono gli intellettuali antifascisti come Rodolfo Mondolfo che introdusse Hegel , traducendolo in spagnolo, in Argentina e che insegnò in quella terra il patrimonio prodotto dall’umanesimo italiano da Picco della Mirandola a Cesare Beccaria.
La vergogna è l’offesa fatta alla memoria dei tanti emigranti che pagarono con la vita il tentativo di crearsi un futuro migliore.
La vergogna è anche questa cospirazione del silenzio di fronte all’orrore di un Mediterraneo che si sta trasformando in una vera fosse comune; il mare nostrum degli antichi dove navigavano Platone, Pitagora , Aristotele e Seneca. La vergogna è quella dell’indifferenza della gente che gira la testa da un’altra parte non vedendo questi fratelli e sorelle che soffrono, che provano emozioni, che hanno aspettative, che vogliono – come i tanti emigranti italiani- un futuro migliore e più umano. L’indifferenza che diventa complicità di un meccanismo d’ingiustizia e di morte; di un meccanismo che non fa che umiliare la dignità della persona umana e che lo fa anche in quelli che esprimono odio verso ‘lo straniero’. La vergogna è anche il pretesto avanzato da alcuni con il fatto che è sempre stato così o che la vita è una valle di lacrime per non fare nulla. E’ quello che affermava Jacques Maritain:
“Non si può prendere il pretesto che la vita presente è una valle di lacrime per rassegnarsi all’ingiustizia o alla condizione servile o la miseria dei suoi fratelli.”
La vergogna è quella di un paese che rivendica continuamente le sue radici cristiane facendo esattamente il contrario dell’insegnamento di Cristo che parlava di accoglienza, giustizia, amore e fratellanza. La vergogna è quella dei tanti che vanno i giro per turismo sessuale per sfogare il loro odio verso la propria umanità degradando e violentando quella delle bambine povere senza difesa .
La vergogna sono quelle immagini di morti sulle spiagge e di corpi galleggianti che non provocano nessun sentimento di sdegno per l’umanità violentata e ferita. La vergogna è quella dell’assenza di reazione umana di fronte alla barbarie dei discorsi che offendono la dignità della persona umana!
Scriveva Don Lorenzo Milani: “Io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria , gli altri i miei stranieri”.
Scriveva Giuseppe Mazzini: “Dio decretò che la voce straniero , come abitatore di terra diversa, passerebbe dalla favella degli uomini e solo straniero sarebbe il malvagio”.
La vergogna è anche che non vi siano più grandi italiani come Don Milani e Mazzini per affermare in faccia all’universo e ai potenti la loro fede nell’umanità, nella giustizia e nell’eguaglianza.
La vergogna è che tutti in fondo finiscono per fare finta di niente e la barbarie continua a fare danni profondi nell’anima delle persone. La vergogna è anche quella di chi tace e dovrebbe , tuttavia, garantire i valori di eguaglianza della Costituzione repubblicana. La vergogna è la violenza quotidiana diffusa verso l’immigrato e verso chi ha la pelle scura o parla una lingua diversa; violenza praticata da tutti dal bar all’autobus all’uscita della scuola. E’ quel razzismo diffuso che fa parte ormai del modo di essere di tante persone di questo paese. Possiamo dire di questo sistema di rapporti quello che diceva Franza Fanon del sistema coloniale:
“Il regime coloniale è un regime instaurato con la violenza. E’ sempre con la forza che il regime coloniale si è instaurato….Apartheid in Sud Africa, lavori forzati in Angola. Disprezzo, politica di odio. Queste sono le manifestazioni di una violenza molto concreta e molto penosa. Una violenza nel comportamento quotidiano”.
La vergogna italiana , e non solo perché in altri paesi d’Europa le cose stanno peggiorando (basta pensare alla pulizia etnica verso i Rom nell’est dell’Europa, alle lotte interetniche nelle ex repubbliche sovietiche, alla caccia al migrante in diversi paesi d’Europa occidentale) ; la vergogna della disumanità delle politiche e dei discorsi dei media e dei politici nei confronti dei poveri del mondo sta diventando la vergogna di ceti dominanti che sono pronti, per mantenere il loro potere e le loro ricchezze, come è successo in altri momenti della storia, a sacrificare la vita di decine di migliaia di miserabili trasformandoli in capro espiatorio e indirizzando verso di loro il disagio sociale ed esistenziale ormai diffuso. Come Franz Fanon diciamo .
“Bandiamo dalla nostra terra qualsiasi forma di razzismo , qualsiasi forma di oppressione e lavoriamo per l’uomo , per l’affermazione dell’uomo e per l’arricchimento dell’umanità!”. di Alain Goussot

Ritorno a Berlino, i grandi ideali dell'atletica e l'omaggio al mito di Jesse Owen

Sono terminate le Olimpiadi di Berlino nell’insegna di Usain Bolt, l’atleta giamaicano che ha vinto i 100 ed i 200 metri, stracciando i record del mondo, nonché la staffetta 4x100. Il pensiero di molti andrà sicuramente alle Olimpiadi di Berlino del 1936 anche perché la premiazione del salto in lungo è stata effettuata insieme dalla nipote di Jesse Owens e dal figlio di Luz Long.
Jesse Owens, nelle olimpiadi di Berlino del 1936, diede un duro colpo alla pretesa supremazia della “razza bianca” (nell'immagine a fianco il momento della premiazione), trionfando in 4 specialità: i 100 ed i 200 metri, la staffetta 4x100 (in queste stesse specialità ha vinto ora Usain Bolt) e il salto in lungo.
Proprio durante la gara di salto in lungo Jesse Owens strinse un inaspettato legame di amicizia con il campione della “razza ariana”, il biondo atleta tedesco Luz Long, che durante le qualificazioni gli dette il consiglio giusto per superare un momento di difficoltà ed al termine della gara, vinta da Owens col nuovo record del mondo, gli dette calorosamente la mano.
Jesse Owens così descrive lo sbocciare dell’amicizia tra i due atleti: “Mi ricordo che, nell’istante in cui toccai terra dopo il mio salto finale, il salto che stabilì il primato olimpico di m 8,0594, Luz mi fu a fianco per congratularsi con me. Nonostante Hitler ci fulminasse con gli occhi dalla tribuna a non più di un centinaio di metri, Luz mi strinse fortemente la mano: e la sua non era certo la stretta di mano di uno che vi sorride con la morte nel cuore. Si potrebbero fondere tutte le medaglie e le coppe d’oro che ho e non servirebbero a placcare in oro a 24 carati l’amicizia che sentii per Luz Long in quel momento”.
Per questo il valore simbolico della premiazione effettuata congiuntamente dai discendenti più diretti dei due atleti e le ovazioni riservate all’altro prodigio nero, Usain Bolt, sono le cose che in molti ricorderanno più a lungo dei mondiali di Berlino.
Quello che pochi ricorderanno è che le Olimpiadi di Berlino del 1936 furono la scusa del Governo tedesco per dare inizio al Porrajmos. Infatti, prima delle Olimpiadi si iniziò la pulizia etnica contro i Sinti e i Rom tedeschi.
Il Governo tedesco, prima delle Olimpiadi, ha deportato tutti i Sinti (non ci sono testimonianze della presenza di Rom) presenti a Berlino in campi di raccolta, dove negli anni seguenti è stata dichiarata l’irrecuperabilità di queste popolazioni, condannandole allo sterminio. La questione è rilevante oggi per quanto sta succedendo a Milano. Oggi come ieri si vuole “ripulire” una Città per un evento: l’Expo 2015. Quello che succederà dopo nessuno oggi lo può sapere ma è evidente che la Storia si ripete in maniera drammatica…

lunedì 24 agosto 2009

La soluzione all'indovinello

Fabrizio Casavola, curatore di Mahalla, ha pubblicato alcuni giorni fa questa fotografia e ha scritto: “Per una volta, abbandono la serietà e mi piego ai passatempi estivi. Qualche lettore che frequenta i campi rom, potrebbe cimentarsi ad indovinare dove è stata scattata questa foto. Domani la soluzione.”
Il giorno dopo, come promesso, ha pubblicato la soluzione all’enigma:
“Foto Murat, archivio del "Corriere della Sera", alcune baracche abitate da emigrati italiani in Svizzera nel quartiere "Praille" a Ginevra. Era il 1962. Fonte: http://www.orda.it/rizzoli/stella/immagini/fotoalloggi.spm

MAHALLA, la comunità virtuale dei Rom, dei Sinti e dei Kalé da tutto il mondo. Iscriviti alla newsletter settimanale, scrivendo a sivola59@yahoo.it.

I veri eroi della Padania

Mirko ha 11 anni. Nel dicembre del 2006 subì un'aggressione razziale da parte di una ronda padana a Opera (Milano). Sua madre fu spinta a terra e umiliata. Il suo fratellino, più piccolo di due anni, da quel giorno ha problemi con il linguaggio. Lui non ha mai dimenticato. "Quando sarò grande," dice con il viso rosso dall'agitazione, "voglio essere forte, per proteggere la mia famiglia dalla Lega Nord".
I nemici di Mirko, i persecutori dei bambini, delle donne e del popolo Rom non sono cambiati. Sono solo diventati più potenti, hanno raggiunto posizioni da cui possono scrivere e far applicare leggi terribili contro i Rom e i migranti, da cui possono organizzare - protetti dalla loro legge - la più spietata e disumana caccia all'uomo che si sia mai vista in Italia. Perché neanche i fascisti di Mussolini avevano il cuore di mettere in mezzo alla strada e cacciare via da paesi, città, regioni famiglie innocenti e vulnerabili, con bambini, donne incinte e malati.
Anche in Ungheria esiste un movimento che diffonde odio contro Rom e migranti, esattamente come la Lega Nord in Italia. Si chiama Magyar Gárda e ha ottenuto un importante successo alle ultime elezioni europee. La Corte d'Appello di Budapest, però, dopo aver esaminato le ideologie della Guardia Ungherese diffuse a mezzo stampa e nei comizi, ha messo il partito fuori legge.
In questi giorni, mentre decine di profughi eritrei affogavano nel tratto di mare che separa la Libia dall'Italia e le autorità cercavano di insabbiare la tragedia, in internet impazzava presso i razzisti italiani il gioco "Rimbalza il clandestino", sviluppato da Renzo Bossi, figlio del leader leghista, riservato agli utenti di Facebook e ospitato nel sito della Lega Nord. Il meccanismo raccapricciante del gioco chiede agli utenti di respingere, cliccando con il mouse, i battelli della speranza, ricacciando in mare i "clandestini".

Mente il piccolo Mirko corre a piedi nudi, solleva tronchetti di legno e si allena per essere pronto di fronte alle ronde padane del futuro, la nazionale italiana di cricket under 15, composta da ragazzini con cittadinanza italiana, ma figli di immigrati dello Sri Lanka, ha vinto il titolo europeo". "È il primo titolo europeo nella storia del cricket italiano", esclama l'allenatore Simone Gambino dopo il successo in finale contro l'isola di Man per 163 a 59. "I ragazzi e io abbiamo deciso di dedicare il titolo a Umberto Bossi perché questa vittoria dimostra che gli extracomunitari danno anche lustro all'Italia. E questi ragazzi conoscono l'inno di Mameli".
Il miglior giocatore della nazionale e del torneo è un sikh indiano di Mondovì (Cn) che gioca a Varese. "Questi ragazzini hanno lottato per l'Italia," dice un tifoso, "e molti di loro vivono in quella 'terra che non c'è' che i leghisti chiamano Padania. Studiano e si allenano a Milano, Bologna, Venezia, Trento. A volte subiscono insulti, perché le ideologie razziste sono sempre più forti, al Nord. Ma secondo me, il futuro del nostro Paese sono loro e non certo i Maroni, i Calderoli, i Tosi, i Bossi né la loro discendenza". da Gruppo EveryOne

Venezia, pronte per essere consegnate le case ai sinti

Entro dieci giorni sarà firmato il verbale di ultimazione dei lavori di costruzione del villaggio sinti. Tutto è pronto in via Vallenari e gli operai della ditta che si occupa di realizzare le nuove abitazioni dei sinti si sono riposati solo qualche giorno per Ferragosto. I pannelli solari sono già stati montati e provati tanto che l’acqua calda arrivava addirittura a 75 gradi, per via del caldo eccezionale. Un pannello riesce a produrre anche 150 litri di acqua calda al giorno, sufficiente per quattro, anche cinque docce. Manca solo la linea elettrica.
Tra lunedì della prossima settimana e sabato, verranno installati i 18 punti luce che illumineranno il campo, poi la rete sarà allacciata all’illuminazione pubblica e l’Enel dovrà installare contatori. Da ultimo - lavoro impossibile in questi giorni di eccessiva calura - sarà seminato il prato, dopo aver tolto le erbacce. Infine verranno segnate a terra le strisce pedonali e la linea di mezzeria lungo la strada asfaltata che porta alla zona delle casette. Rifiniture che richiedono ben poco tempo.
«Una settimana per installare i punti luce - spiega il direttore dei lavori Vincenzo Tallon - e poi la semina a verde, che con questo clima secco era impossibile, e il passaggio pedonale». Si può dire che il villaggio sia pronto. E con un mese di anticipo - come precisa il direttore lavori - perché la data ultima di consegna sarebbe fissata per il 4 ottobre. «Per quel che ci riguarda - prosegue - il trasloco potrebbe già iniziare».

Ogni giorno qualcuno degli operai arieggia le casette, in modo che non rimangano troppo a lungo chiuse. «Entro una decina di giorni - precisa Tallon - sarò in grado di firmare il verbale di ultimazione lavori». Rispettando l’impegno preso con il Comune, nonostante i tanti ritardi accumulati per via delle proteste, dei numerosi ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, tutti conclusi a favore dell’amministrazione. A breve è attesa anche la visita del prefetto e del sindaco. Rimane un solo punto di domanda: già da qualche mese il cantiere ha fatto la richiesta all’Enel e completato le pratiche con tanto di versamento, ma l’azienda finora non ha ancora assicurato una data per montare i contatori.
I moduli abitativi sono 38. Il gas, per una scelta progettuale e di sicurezza, non è previsto. Per cucinare, i sinti utilizzeranno i fornelli elettrici e pagheranno per quanto spendono, stessa cosa per scaldarsi. Ogni modulo è composto di due abitazioni, ciascuna di 42 metri quadri. A fianco di ogni abitazione c’è lo spazio per la roulotte. All’interno del villaggio è stato creato un bacino di espansione per rispettare l’invarianza idraulica. La parte più delicata sarà il trasloco e l’assegnazione delle casette. di Marta Artico

Castel di Lama (AP), nessun perdono per chi ha ucciso mio fratello

La famiglia di Antonio Di Meo (in foto), di Castel di Lama presso Ascoli Piceno, non può umanamente concedere alcun tipo di perdono o comprensione per i giovani che hanno ucciso brutalmente il giovane studente-cameriere presso un chiosco per arrosticini a 300 metri dal lungomare di Villa Rosa di Martinsicuro. Lo ha dichiarato alla radio RAI oggi la sorella Maria, parlando a nome della famiglia.
E’ stata stroncata senza un motivo, senza una spiegazione, la vita di un giovane buono, laborioso, volenteroso, che viveva senza disturbare nessuno. “E’ difficile andare avanti - ha detto la giovane - e ci sentiamo soli, ma bisogna farlo. Perdono, no”.
Alcuni esponenti delle famiglie dei due ragazzi accusati di aver colpito a morte a pugni, per motivi insussistenti e futili, il Di Meo, avevano chiesto perdono per il gesto sconsiderato dei loro figli, che furono arrestati dai carabinieri poche ore dopo il drammatico episodio, avvenuto all’una del mattino presso delle giostre.
Nel frattempo a Martinsicuro Forza Nuova ha organizzato una manifestazione razzista in cui hanno criminalizzato tutti i Rom per il reato compiuto da tre individui. Durante la manifestazione è stato esposto uno striscione sul quale era scritto: 'Stato assente noi presenti'. Contestualmente hanno distribuito un volantino con due proposte. Al primo posto chiedono il censimento di tutti i Rom, minorenni compresi e poi il sequestro preventivo dei beni in applicazione del provvedimento antimafia Legge 125 del 24 luglio del 2008.

Silvi Marina (TE), bambini e ragazzi rifiutati al ristorante perchè appartenenti alle minoranze rom

Un gruppo di 14 alunni rom (dai 9 ai 16 anni) e 5 operatori dell’associazione Romà onlus sono arrivati sabato pomeriggio 22 Agosto 2009 a Silvi Marina per una visita guidata in Abruzzo di sette giorni.
Questi alunni rom partecipano al progetto scolarizzazione attivato dal comune di Roma e gestito da Casa dei Diritti Sociali in collaborazione con l’associazione Romà onlus, per un percorso di integrazione culturale dei bambini rom e sinti.
L’associazione Romà onlus ha affittato tre appartamenti presso il Green Marine di Silvi per il pernottamento del gruppo e concordato con il ristorante Velvet di Silvi Marina il consumo di colazione, pranzo e cena.
Sabato sera 22 agosto 2009 il gruppo proveniente da Roma con il sottoscritto, hanno cenato in una sala del ristorante Velvet (in foto) unitamente alle persone ospiti dalle zone terremotate di Aquila. La cena, a cui ero ospite, è stata consumata regolarmente.
Il giorno successivo, domenica 23 Agosto, il gruppo di ragazzi di Roma, all’ora di pranzo, ore 12,45, i sono recati presso il ristorante Velvet per pranzare, ma tutto il gruppo è stato rifiutato dal gestore che ha lamentato il fastidio degli altri ospiti per la presenza di ragazzi di etnia rom.
Quindi i ragazzi non hanno potuto pranzare con grande stupore, anche se gli operatori di Romà onlus hanno cercato di nascondere, ai bambini, la grave discriminazione razziale subita.
A fronte di questo rifiuto i responsabili dell’associazione Romà onlus si sono recati presso il vicino ristorante Tiffany, ma anche qui non hanno potuto pranzare con la motivazione che era tardi (ore 13, 30 !).
Finalmente il gruppo è riuscito a mangiare presso il vicino ristorante Sassofano blu a cui pubblicamente va la nostra riconoscenza per l’ospitalità del titolare e di tutto il personale. Poi dicono “ i Rom non vogliono integrarsi”. di Nazzareno Guarnieri

Il mare restituisce i corpi delle vittime, quando saranno individuate le responsabilità?

L’ASGI esprime il proprio sconcerto per le posizioni assunte dal Governo italiano, a seguito della tragedia che ha visto la morte di circa 80 persone nel canale di Sicilia. Invece di esprimere cordoglio per le vittime e sollecitare una inchiesta, anche in sede UE, sull’efficienza e la tempestività dei soccorsi, esso ha manifestato insofferenza e fastidio, accusando altresì esplicitamente i sopravvissuti di mentire, non si comprende per quali ragioni. Alcuni esponenti del governo si sono spinti ad affermare che i richiedenti asilo mentirebbero per ottenere il riconoscimento di un permesso di soggiorno. Altri ancora hanno insinuato il dubbio che tra i superstiti ci fossero degli scafisti. Adesso, i cadaveri che affiorano dalle acque del Canale di Sicilia stanno confermando la versione dei fatti fornita dagli eritrei evidenziando anche l’imbarazzo di quelle autorità che dopo i primi avvistamenti non hanno voluto neppure recuperare i corpi.
L’ASGI chiede che sia aperta un’inchiesta finalizzata all’accertamento dei fatti relativi al funzionamento e alla tempestività dei soccorsi. Nel ricordare che il salvataggio delle vita in mare costituisce un principio cardine del diritto internazionale e che tale principio sovrasta e precede ogni altra pur legittima finalità di controllo e contrasto dell’immigrazione irregolare, l’ASGI sottolinea che le intese, i protocolli operativi tra Italia e Malta e tra detti Stati e il sistema europeo Frontex debbono essere finalizzati in primis ad organizzare un efficiente sistema di monitoraggio e soccorso. Molti e assai rilevanti sono i dubbi e gli interrogativi, che la tragedia mette in luce, e che debbono trovare adeguata risposta anche in sede giudiziaria, in relazione all’efficacia dell’attuale sistema di ripartizione di competenze tra Italia e Malta relativamente al pattugliamento e al controllo delle zone marittime di competenza e all’organizzazione dei soccorsi, e sulla conformità al diritto comunitario delle modalità di azione del pattugliamento congiunto Frontex.

L’ASGI esprime inoltre la propria profonda preoccupazione per ulteriori aspetti paradossali di questa vicenda: ai superstiti, tra cui due minori, proveniente dall’Eritrea, quindi evidentemente in fuga da una situazione di violenza generalizzata e bisognosi di protezione internazionale, potrebbe essere consegnato un provvedimento di respingimento alla frontiera prima di avere accesso alla procedura di asilo. Si tratta di una prassi diffusa ad Agrigento, già più volte segnalata alle autorità, inutilmente, e di cui si sottolinea l’illegittimità; la norma vigente in materia di respingimento (art. 10 TU immigrazione), già estremamente restrittiva, precisa infatti in modo tassativo che le disposizioni di cui allo stesso art. 10 del TU n.286/98, relative al respingimento non si applicano a quanti facciano domanda di asilo. Ad eccezione dei casi in cui lo straniero non abbia presentato istanza di asilo o la abbia fatto solo in una circostanza di tempo e luogo del tutto distinta e successiva all’emanazione del provvedimento di respingimento, non appare quindi possibile adottare da parte del Questore un provvedimento di respingimento differito, ai sensi dell’art. 10 comma secondo, e nella stessa circostanza ammettere alla procedura di asilo la medesima persona, per l’evidente violazione del principio di non refoulement sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra.
Ci si chiede allora perché queste procedure vengano attuate, così come ci si chiede se non sia paradossale che dei naufraghi, in cerca di protezione internazionale, vengano accusati del reato di ingresso irregolare introdotto dalla L. 94/2009 (pacchetto sicurezza). Dubbia appare infatti la conformità di detta norma con l’art. 31 della citata Convenzione di Ginevra del 1951. Occorrerebbe verificare, nella fase di prima attuazione del reato di clandestinità, la sua compatibilità con i principi costituzionali, a partire dall’art. 10 della Costituzione che sancisce il diritto di asilo.
L’esito complessivo di norme inique e farraginose appare con tutta evidenza quello di mantenere condizioni operative che nel tempo potranno produrre ancora tragedie come quella degli eritrei e fornire un’immagine pubblica dei naufraghi non già come vittime di una tragedia, ma come criminali.
Le vittime del naufragio, per la drammaticità del viaggi subiti, sono senza dubbio persone che sono state esposte ad un trauma estremo. Dopo lo sbarco a Lampedusa si è appreso che sono state sottoposte a giorni di interrogatorio, prima da parte della Guardia di Finanza, poi da parte della Polizia. L’ASGI chiede che dopo il loro trasferimento a Porto Empedocle ( una donna e due minori) ed a Palermo ( due adulti) siano garantite una tempestiva presa in carico sotto il profilo medico psicologico e psicoterapeutico, anche attraverso un’idonea collocazione abitativa, come chiaramente richiesto dalle direttive europee in materia.
Quanto avvenuto in questi ultimi giorni a sud di Lampedusa si inquadra nella pratica dei “respingimenti” collettivi ed informali verso la Libia che il governo italiano ha ordinato alle unità militari, in particolare ai mezzi della Guardia di Finanza, a partire dal 15 maggio scorso. Più di 1200 migranti sono stati respinti negli ultimi mesi verso i porti libici o riconsegnati dalle nostre motovedette alle imbarcazioni militari libiche, alcune delle quali fornite dall’Italia. Non sappiamo quale sia stato il costo umano di queste pratiche di riammissione di migranti che – come dimostrano le statistiche relative agli ultimi anni- avevano titolo ad accedere nel territorio italiano per ottenere il riconoscimento di uno status di protezione internazionale. Quello che è certo è che l’Italia ha violato e continua a violare l’art. 4 del Protocollo 4 allegato alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo, e che questa violazione può integrare, in virtù del richiamo agli articoli 10 ed 11 della Costituzione, un grave comportamento di abuso di ufficio, oltre che un illecito sanzionabile da parte della Commissione Europea e dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.
Il coinvolgimento di unità militari italiane nelle operazioni FRONTEX, basate a Malta e la circostanza che il primo “avvistamento” del gommone con gli eritrei superstiti fosse avvenuto martedì 18 agosto, ben due giorni prima dell’avviso lanciato da Malta solo quando il gommone stava entrando nelle acque territoriali italiane, da parte di un mezzo aereo che partecipava all’operazione, senza che poi fossero avviate immediate attività di ricerca e salvataggio, impone alla magistratura italiana, competente in quanto sono coinvolti mezzi militari battenti bandiera italiana, di indagare sulle modalità operative dell’ultima missione FRONTEX in corso nelle acque del Canale di Sicilia negli stessi giorni nei quali gli eritrei andavano alla deriva nell’indifferenza generale.
Dopo il ritrovamento di un cadavere di un migrante, nella giornata di sabato 22 agosto, vicino all’isola di Linosa, poco ad est di Lampedusa, ritrovamento avvenuto da parte di un diportista, e non da mezzi impegnati nelle ricerche ufficiali, e dopo che sono stati abbandonati in mare sette cadaveri rinvenuti durante una ricognizione aerea in acque libiche, mentre quattro cadaveri sarebbero stati recuperati dalle autorità maltesi, l’ASGI chiede alla magistratura di volere ordinare la prosecuzione delle ricerche di altri cadaveri e di volere disporre con la maggiore tempestività quei rilievi autoptici, anche sui corpi recuperati a Malta, che consentano almeno l’accertamento delle responsabilità e la restituzione alle famiglie delle spoglie dei loro congiunti. da ASGI