lunedì 30 novembre 2009

Schio (VI), una casa per due anziane sinte? No della Lega Nord che è pronta ad occupare lo stabile

Un edificio fatiscente da ristrutturare per insediarvi una coppia di anziane sinte con residenza a Schio. L'ipotesi è nell'aria, si parla di 100 mila euro a bilancio e la Lega minaccia una dura battaglia, sino all'occupazione, se necessario.
Lo stabile in oggetto era già stato al centro delle cronache a fine anni '90, quando il Comune, intenzionato a comprarlo per la sua vicinanza alla nuova caserma dei vigili del fuoco, allora in costruzione, non riuscì a smuovere l'anziana e acciaccata usufruttuaria. L'operazione riuscì sette anni fa quando si presentò l'esigenza di acquisire i terreni per far fronte al progetto dell' ippodromo, snodo viario fondamentale per la città.
I figli si dichiararono disponibili a cedere tutto, casa compresa. L'anziana trovò posto in un alloggio comunale a Santa Croce. Adesso l'amministrazione comunale intende recuperare l'edificio, non essendo necessario il suo abbattimento, destinandolo ad uso temporaneo per famiglie in difficoltà.
Fra queste c'è quella composta da Adriana Levacogigh e Nicoletta Caris, due donne della comunità sinta che hanno ottenuto la residenza grazie ai buoni uffici dei frati cappuccini scledensi. I religiosi, con l'associazione Sucar Drom, si sono mossi per trovare loro una soluzione logistica adatta. Sono state raccolte 90 firme in calce ad una petizione consegnata in Comune affinchè si trovi loro una alloggio e un'occupazione per la Caris, essendo la parente affetta da disabilità.
La risposta potrebbe essere in quella casa da sistemare ma la Lega Nord non ne vuole sapere: «Faremo una dura battaglia - premette il capogruppo Valter Orsi - Una famiglia in difficoltà non si mette al centro dello snodo cittadino più trafficato».

«Si possono trovare soluzioni alternative - prosegue Orsi - E comunque non permetteremo mai che si spendano 100 mila euro per insediare una famiglia nomade quando ce ne sono altre da privilegiare. Se sarà il caso, occuperemo l'edificio».
La cifra da stanziare non è confermata, l'intenzione di sistemare tetto, pavimenti ed infissi invece sì e la spesa potrebbe anche lievitare.
«Quella relativa ad una famiglia nomade è una delle ipotesi che stiamo valutando - sottolinea l'assessore Antonietta Martino - La linea del Comune sui nomadi è sempre stata chiara e guidata dal principio della legalità. Abbiamo agito da un lato per scoraggiare la sosta delle carovane in transito da fuori e dall'altro per promuovere l'integrazione delle famiglie oramai stanziali. La Lega minaccia di occupare lo stabile? Una contraddizione nei fatti per chi a parole è sempre pronto a farsi paladino di ordine e legalità». di Mauro Sartori

venerdì 27 novembre 2009

Milano, De Corato: “c'è un solo verbo per riassumere la politica del Comune di Milano nei confronti dei rom: sgomberare”

“C'è un solo verbo per riassumere la politica del Comune di Milano nei confronti dei rom: sgomberare”. Il vice-sindaco Riccardo De Corato, poco incline alla mediazione o al fair play, contattato telefonicamente da Peacereporter sulla questione dei rom, perde il controllo. Non usa mezzi termini il braccio destro del sindaco Moratti che in poche parole liquida anche l'operato delle associazioni, da anni impegnate nei campi rom per portare avanti l'integrazione delle comunità nomadi.
“Le associazioni - ha tuonato De Corato - sono pagate per dare notizie diverse da quelle del Comune. I cittadini di viale Rubattino possono finalmente tirare un sospiro di sollievo, condividono la nostra linea politica”.
Inutile ricordare all'amministratore che per la prima volta tante famiglie milanesi si erano mosse per dare sostegno ai nomadi e scongiurare lo sgombero, visto che ben trentasei bambini del campo di Rubattino frequentavano la scuola con regolarità.
“Non è vero – afferma perentorio De Corato -. Nella zona i furti erano all'ordine del giorno e i residenti non ne potevano più. Difendevano i rom solo le maestre che abitano lontano dal campo”. Anche l'argomentazione dell'inserimento scolastico come base di partenza per l'integrazione dei rom nella società lascia indifferente il vice-sindaco. “Se i bambini sono a scuola – ha concluso De Corato – ma hanno dei padri che delinquono, tornano a casa. Chi compie dei crimini non è bene accetto nel nostro Paese”.
Le dichiarazioni di De Corato a Peacereporter giungono in seguito all'ennesimo sgombero attuato dall'amministrazione milanese nei confronti dei nomadi. A pochi giorni dalla messa in sicurezza dell'area di via Rubattino, anche il piccolo campo di viale Forlanini, che sorgeva vicino alla ex caserma, è stato raso al suolo.
“L'accampamento in questione - spiega Elisa del servizio legale del Naga – era molto piccolo, raccoglieva circa quattro famiglie. In questi ultimi giorni alcuni rom cacciati da Rubattino si erano spostati in quest'area, ma poco prima delle 8.30 di giovedì sono arrivate le ruspe del comune per fare piazza pulita. Tra i presenti c'erano anche tre bimbi e una donna anziana. Fino ad ora l'amministrazione ha offerto ricovero solo per l'anziana, gli altri rom si sono dispersi. Ci ha stupito che questa volta non sono stati avvisati nemmeno i servizi sociali”.
A riprova delle parole della testimone del Naga, quelle dell'assessore alla Famiglia, alla scuola e alle politiche sociali, Mariolina Moioli, sentita da Peacereporter. “Non sapevo di quest'ultimo sgombero, io mi occupo di altro, non di sicurezza”. Sembrano lontani i tempi in cui gli sgomberi si eseguivano nel rispetto di alcuni diritti fondamentali, non ultimo l'assistenza a donne e bambini. Eppure si infuria l'assessore Moioli se interpellata sulla questione. “Ad ogni sgombero noi diamo sempre delle possibilità alle famiglie rom. Giovedì scorso ai nomadi di via Rubattino abbiamo subito offerto dei dormitori per donne e bambini, a loro accettare le nostre proposte”. di Benedetta Guerriero, continua a leggere…

Roma, Casilino 900: festa d’addio al campo nomadi

Si avvia a conclusione la storia quarantennale del campo rom Casilino 900, che dovrebbe essere sgomberato nel prossimo mese di gennaio, per «celebrarla» gli abitanti dell’insediamento propongono una tre giorni di festa, dal 15 al 17 dicembre.
La proposta è stata avanzata all’interno del tavolo che il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha tenuto ieri in Campidoglio con i rappresentanti delle comunità Rom della capitale. Tre giornate di condivisioni tra i residenti del campo e tutta la cittadinanza, concerti di gruppi musicali, una mostra fotografica e un mercatino dove gustare i cibi della cultura rom e acquistare oggetti di artigianato.
Così il Casilino 900 si congeda da Roma, con una proposta avanzata dai rappresentanti del campo durante l’incontro di presentazione del Coordinamento Rom di Roma.
Gli abitanti del Casilino, nell’invito alla festa, hanno ripercorso la storia del campo ma soprattutto rivolgono le «scuse e il rammarico per fatti che possono avere accresciuto la diffidenza, favorito la chiusura verso la cultura rom e contribuito a creare quello stereotipo per cui rom è uguale a delinquenza».
Così i nomadi che vivono nel campo la cui storia è iniziata negli anni Sessanta invitano i cittadini del quartiere, il 15, il 16 e il 17 dicembre dalle 15 alle 23 perchè «sarà una gioia per noi condividere le iniziative, i traguardi, le ansie e i progetti. Per arrivare insieme a capire che siamo davvero tutti figli di uno stesso padre».
La riunione di ieri sancisce anche la nascita del Coordinamento Rom di Roma, su proposta dell’associazione Nova Vita di Najo Adzovic (in foto con Senada), portavoce proprio del Casilino 900. Fanno parte del coordinamento i campi di via dei Gordiani, via di Salone, Ciampino, Casilino 900, Arco di Travertino, Pontina, Cesarina, Tenuta Piccirilli, via della Martora e via Tor de Cenci.
Tre giornate di condivisioni tra i residenti del campo e tutta la cittadinanza, concerti di gruppi musicali, una mostra fotografica e un mercatino dove gustare i cibi della cultura rom e acquistare oggetti di artigianato.

Torino, Rom Città Aperta

Si rinnova la collaborazione del Sottodiciotto con il Centro Nazionale di Documentazione e Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza (CNDA), il più importante osservatorio italiano sul mondo dei minori, attraverso l’iniziativa “Rom città aperta”, una ‘due giorni’ (mercoledì 2 e giovedì 3 dicembre) di proiezioni ed eventi guidati dall’idea che l’universo Rom possa essere raccontato senza pregiudizi, affrontando tanto le contraddizioni quanto le risorse della cultura gitana, mettendo a confronto le spinte all’integrazione delle nuove generazioni e il bisogno di mantenere radici e tradizioni di quelle vecchie.
Il programma speciale – il cui titolo è anche un omaggio a Roberto Rossellini, regista capace di ‘reinventare’ il cinema trasformandolo in un vero strumento di conoscenza e mettendolo al servizio della realtà – è stato curato da un gruppo composito e trasversale, composto dalla giovanissima regista rom Laura Halilovic autrice del pluripremiato Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen e dai consulenti per il cinema e gli audiovisivi del Centro Nazionale Marco Dalla Gassa e Fabrizio Colamartino.
Per la selezione dei film e per l’allestimento delle altre iniziative del programma si è partiti dalle rappresentazioni del mondo Rom più codificate, ricche di stereotipi e luoghi comuni, per demistificarle corrodendole dall’interno attraverso immagini, musiche, parole, ritmi.

Anche per questo si mescoleranno proiezioni di film dalle origini del cinema (in particolare due cortometraggi dei primi del ‘900 di David W. Griffith, il primo musicato da un gruppo di musica gitana, i Bruskoi Triu, il secondo dal maestro Stefano Maccagno), ai giorni nostri con più recenti documentari europei sul tema (tra cui spiccano Carmen Meets Borat di Mercedes Stalenhoef e Citizen Manouche di Thomas Chansou).
Si tenterà di andare al di là degli steccati ideologici e della contingenza della cronaca, per far emergere una realtà che, molto più spesso di quanto non si creda, vive un’integrazione possibile e praticabile, spesso portata avanti con passione proprio dalle generazioni più giovani. Per questo non mancheranno testimonianze autorevoli (come quelle di Moni Ovadia, Costanza Quatriglio, Riccardo Iacona, Pino Petruzzelli), confronti pubblici all’interno di una tavola rotonda che ospiterà rappresentanti di comunità romanì, di istituzioni locali e di associazioni per ragionare sulle forme di integrazione possibili, incontri tra registi e classi scolastiche. Il tutto per rimettere in gioco le definizioni consuete, ciò che contrappone frettolosamente “noi” a “loro”.

giovedì 26 novembre 2009

Venezia, consegnate alle famiglie sinte le nuove abitazioni

L’altra notte sono bastati 38 minuti per il trasloco delle famiglie sinte veneziane nel nuovo Villaggio di via Vallenari. Lo ha reso noto il comandante generale della Polizia municipale di Venezia, Marco Agostini, rispondendo alle domande dei giornalisti a margine della conferenza stampa sulla candidatura di Venezia alle Olimpiadi 2020. “Le operazioni, concordate con la Polizia di Stato - ha detto Agostini - hanno visto all'opera quarantasei agenti. Sono iniziate alle ore 0,25 di questa notte e si sono concluse dopo 38 minuti: la colonna di circa 90 autovetture ha infatti impiegato poco più di mezz'ora per raggiungere il nuovo insediamento. Tutto si è svolto in assoluta tranquillità senza alcun problema. La scelta dell'orario notturno si è resa necessaria per garantire lo spostamento di un numero consistente di autovetture e di persone in un momento con meno traffico e quindi in totale sicurezza”.
“Con l'insediamento della comunità sinta nel nuovo Villaggio, in condizioni di vita finalmente dignitose, si conclude un tratto di un lungo percorso, frutto di un progetto di vero inserimento e di inclusione di un nucleo di nostri concittadini, non dobbiamo dimenticare che sono tutti cittadini italiani e residenti nel nostro Comune, nel doveroso riconoscimento e rispetto delle loro caratteristiche di vita”. Così interviene l'assessore comunale alle Politiche sociali del Comune di Venezia, Sandro Simionato, che l’altra sera ha presenziato al trasloco della comunità sinta.
“E' stato - dice l'assessore - un percorso non facile, oggetto di discussioni e anche di ricorsi alla magistratura amministrativa, tutti vinti dal Comune, a dimostrazione della bontà anche giuridica e formale di un percorso di civiltà: civiltà alla quale abbiamo ispirato tutte le nostre azioni fino a raggiungere l'odierno positivo risultato. Proprio per la bontà del risultato raggiunto, non solo non abbiamo nulla di cui vergognarci per le scelte che abbiamo compiuto, ma anzi ne siamo soddisfatti”.

“Quanto al trasloco serale, - continua l'Assessore - penso che il clima di tensione che alcune forze politiche hanno artificiosamente e strumentalmente contribuito a creare sulla vicenda, abbia consigliato chi ha la responsabilità dell'ordine pubblico nella nostra città a scegliere l'orario migliore perchè il trasloco avvenisse nella massima tranquillità e serenità. Continueremo a lavorare su questa strada, certi che le forze più responsabili della nostra città, che già ci hanno sostenuto in questa lunga battaglia, saranno ancora al nostro fianco per migliorare ulteriormente la situazione”.
Le parole dell’assessore sono confermate anche dall’intervento del Sindaco Cacciari: «Siamo in regola, il trasferimento notturno deciso dalle forze dell'ordine». «Due ricorsi al Tar e uno al Consiglio di Stato vinti ci dicevano che tutto era in regola quindi abbiamo proceduto al trasloco». Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari commenta così la chiusura del campo nomadi Sinti e il trasferimento della comunità in una serie di casette prefabbricate a Mestre che erano state all'origine di polemiche con l'opposizione e un comitato di cittadini che abitano nei pressi della nuova realtà abitativa.
«È stata un'operazione gestita in tutta tranquillità - ha aggiunto Cacciari - ora provvederemo alla sorveglianza del villaggio affinché non vi sia nessuna turbativa dell'ordine pubblico». «Adesso si tratta di far capire bene - ha proseguito - l'importanza di questa iniziativa anche al fine di una maggiore integrazione di questa etnia che partecipa a formare la nostra comunità; si tratta di capire che è un processo graduale come lo stabilisce la legge regionale, un'integrazione progressiva senza violentare nessuno».
Per Cacciari si tratta di «un processo che porterà questi concittadini ad essere sempre più integrati con la popolazione». Sulla scelta del trasloco notturno, Cacciari ha detto che non è stata una sua decisione ma che tutto era «affidato alle forze dell'ordine, Polizia di Stato e Polizia Locale».
La Lega Nord per bocca dell’on. Callegari ha di nuovo ribadito: «da "villaggio sinti", quelle casette dovranno divenire residenze per anziani e disabili, quindi a disposizione di quei nostri concittadini che sono davvero bisognosi di aiuto».

mercoledì 25 novembre 2009

Roma, no alla manifestazione di Forza Nuova

La Federazione Rom e Sinti Insieme chiede alla Prefettura di Roma di non autorizzare la manifestazione indetta dalla formazione politica Forza Nuova per venerdì 27 novembre 2009, contro la politica del Comune di Roma nei confronti delle famiglie rom e sinte che vivono nei “campi nomadi”.
La manifestazione vuole aggravare il clima già teso, intorno alla questione “campi nomadi”, alimentando la xenofobia nei confronti delle famiglie sinte e rom. Inoltre, la scelta di concludere la manifestazione davanti al “campo nomadi” di Casilino 900 è un atto di provocazione gratuito e pericoloso.
La federazione invita tutte le Associazioni, i Comitati di quartiere, le Istituzioni, la Società civile e tutti i Cittadini a non lasciare sole le famiglie rom che vivono al Casilino 900 e a chiedere alle Istituzioni di non autorizzare la manifestazione.
La federazione si unisce all’appello di Najo Adzovic, portavoce di Casilino 900, che ha spiegato come tutte le famiglie rom stanno lavorando con impegno per la chiusura definitiva del “campo nomadi”. Le famiglie rom chiedono che venga loro offerta una reale possibilità di riscatto sociale e di integrazione partecipando fattivamente ai tavoli con l’Amministrazione Comunale e la Prefettura di Roma: «Siamo i primi a voler andar via, nessuno ama vivere in baracche tra topi e immondizie, e siamo disposti lavorare sodo per vivere meglio, ma non ce la facciamo più ad essere scacciati e rifiutati, additati come la peste, fa male a noi come a tutta la società di cui ci sentiamo di far parte. I nostri figli sono nati qui, vanno a scuola con i bambini italiani, e si sentono italiani anche loro. Pensiamo a un futuro di integrazione per questi ragazzi attraverso la formazione, il lavoro e una vita fuori dai campi».

Pesaro, EveryOne deposita atto di denuncia in Procura della Repubblica contro politiche dell'Amministrazione comunale

Questa mattina l’organizzazione per i diritti umani Gruppo EveryOne ha depositato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pesaro un atto di denuncia riguardo alla tragica situazione socio-sanitaria che coinvolge la piccola comunità Rom romena di Pesaro dal marzo 2008 a oggi. Alcuni dei componenti della comunità Rom pesarese soffrivano e soffrono tuttora di gravissime patologie, fra le quali tumori maligni ormai incurabili, epatiti, cardiopatie, patologie da precarietà, handicap della persona.
Nell’esposto, a firma di Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, si contesta al Comune di Pesaro, e in particolare al Sindaco e agli Assessori alla Sicurezza, alla Salute e alle Politiche Sociali, la mancata assistenza sociale e il mancato soccorso ai membri della suddetta comunità. Gli attivisti chiedono ufficialmente al Procuratore se, nella disamina di tutta la documentazione concernente gli sgomberi degli stabili dismessi in via Fermo e in via Solferino, gli episodi di discriminazione denunciati, la situazione sanitaria di alcuni individui, l’aborto spontaneo di due mamme Rom conseguentemente allo sgombero del 25 febbraio 2009, la morte di tre Rom sopraggiunta per le precarie condizioni di vita, non ravvisi ipotesi di inadempienza grave e, in caso affermativo, intenda procedere d’ufficio nei conforonti dei soggetti agenti.
Le violazioni ipotizzate dall’organizzazione per i diritti umani sono: abuso di atti di ufficio (ex art. 328 c.p.), lesioni (ex art. 582 c.p) e omissione di soccorso (ex art. 593 c.p).

“Abbiamo provato con tutti i mezzi a sollecitare l’Amministrazione Comunale a prestare la dovuta assistenza a queste persone sofferenti, esposte a temperature rigidissime, senza un riparo ove dormire, senza acqua corrente, energia elettrica né viveri e coperte” denunciano Malini, Pegoraro e Picciau, “ma l’indifferenza e la persecuzione reiterata da parte delle autorità locali con sgomberi, limitazioni della libertà personale e minacce di procedimenti penali sono sempre state le uniche risposte ai nostri allarmi umanitari. Ora ci auguriamo che la Magistratura” proseguono i co-presidenti del Gruppo, “intervenga affinché i Rom pesaresi, sgomberati oggi anche da un terreno privato in località Pozzo Alto di Pesaro messo volutamente a disposizione dal proprietario – che si è visto notificare una contravvenzione da parte della Polizia Municipale per aver provato a offrire rifugio a una quindicina di Rom -, siano messi in sicurezza, salvaguardando i loro diritti fondamentali alla vita, alla salute, alla libertà e alla dignità personale, nonché la loro unità familiare”.
Il Gruppo EveryOne sta notificando in queste ore anche un atto di denuncia urgente nei confronti delle Istituzioni pesaresi presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite. Contemporaneamente, l'organizzazione per i Diritti Umani ha inoltrato una protesta ai vertici del Pd e dell'Idv, partiti i cui esponenti hanno un ruolo importante nelle operazioni di pulizia etnica a Pesaro. "Siamo convinti che né Bersani né Di Pietro siano al corrente degli abusi commessi dal loro sindaco e da un loro assessore. E' comunque sconcertante che oggi nell'Unione europea," concludono gli attivisti, "esistano situazioni di persecuzione grave che mettono famiglie vulnerabili e perseguitate, nonché persone gravemente ammalate, in mezzo alla strada in pieno inverno. E' un segnale che in alcune città la vita umana non conta più niente, se appartiene a una razza sgradita alle Istituzioni e agli intolleranti. Come negli anni delle leggi razziali. Pochi minuti fa, inoltre, un cittadino di Pesaro ci ha segnalato che razzisti non identificati hanno dato fuoco alla casa fatiscente in cui si rifugiavano le famiglie Rom prima dello sgombero, per evitare che trovino ancora riparo sotto un tetto".
Per ulteriori informazioni: info@everyonegroup.com.

Mantova, RintracciArti: Blog In-Forma

Siete tutti invitati all’evento Blog In-Forma, che si terrà presso la Libreria Feltrinelli (corso Umberto I), lunedì 30 novembre 2009, alle ore 18.00. All’evento i curatori di tre importanti spazi web (Yuri Del Bar per U Velto – Il Mondo, notizie e immagini dai mondi sinti e rom, Fabrizio Casavola per Mahalla e Davide Casadio per Sinti italiani in viaggio per il diritto e la cultura), dialogano con il pubblico sulla necessità di un'informazione obiettiva e attenta riguardo i mondi rom e sinti
L’evento Blog In-Forma si tiene all’interno della manifestazione RintracciArti, nata da un’idea di Daniele Goldoni, la cui direzione artistica è affidata a Giona Scanavini e la cui stesura del programma a Enrico Alberini. La manifestazione è organizzata dalla Provincia di Mantova, Assessorato alle Politiche Sociali e Sanitarie, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Mantova e della fondazione Umberto Artioli
Giunta alla sua quinta edizione a Mantova dal 21 novembre all’8 dicembre 2009, affronta con il titolo CARTA BIANCA: il diritto di sapere, il dovere d’informare, il tema dei diritti legati alla difesa, tutela e promozione di un’informazione libera, completa e veritiera, un tema purtroppo oggi in Italia d’attualità.
I diritti a essere informati non devono però essere attesi e pretesi, come la conseguenza di semplici affermazioni di principio, ma cercati e vissuti nell’esperienza di tutti i giorni. Non basta accontentarsi di qualche parziale o accomodante interpretazione della verità: l’informazione, la sintesi possibile della realtà, deve essere cercata e trovata pazientemente, con tutti gli strumenti offerti dall’odierna tecnologia.
Già fin dalla prima edizione del 2005, RintracciArti si è distinta nel panorama culturale locale, ma non solo, come una manifestazione che coniuga l’arte al dibattito, la festa alla riflessione, su temi non sempre di facile fruizione.

Roma, appello di Najo Adzovic

«La comunità di Casilino 900 chiede alla società civile, ai cittadini, alle associazioni, ai comitati di quartiere di essergli vicino il prossimo venerdì 27 novembre dalle ore 17, mentre si svolgerà la provocatoria manifestazione razzista di Forza Nuova che intende raggiungere il campo esasperando la spinta politica già messa in atto con Casilino 700».
È questo l’appello di Najo Adzovic, portavoce del Casilino 900. «Stiamo lavorando con tutto il nostro impegno perché la baraccopoli di Casilino 900 venga chiusa e affinché venga offerta a quanti ci vivono una reale possibilità di riscatto sociale e di integrazione partecipando fattivamente ai tavoli con l’Amministrazione Comunale e la Prefettura».«Vogliamo che la chiusura del Casilino 900 risulti un passaggio storico verso il superamento dei campi, luoghi di rifiuto e di segregazione sociale e non l’ennesimo sgombero senza alcuna alternativa. Siamo i primi a voler andar via, nessuno ama vivere in baracche tra topi e immondizie, e siamo disposti lavorare sodo per vivere meglio, ma non ce la facciamo più ad essere scacciati e rifiutati, additati come la peste, fa male a noi come a tutta la società di cui ci sentiamo di far parte. I nostri figli sono nati qui, vanno a scuola con i bambini italiani, e si sentono italiani anche loro. Pensiamo a un futuro di integrazione per questi ragazzi attraverso la formazione, il lavoro e una vita fuori dai campi».

martedì 24 novembre 2009

Milano, i Rom di via Rubattino abbandonati al loro destino

“Sono esseri umani e come tali devono essere trattati. Come si può abbandonare delle mamme con dei bambini per strada?” A porre questa spinosa domanda è don Piero Cecchi, responsabile della parrocchia di San Giovanni Crisostomo di via Cambini a Milano, che ha preso in carico una delle famiglie rom sgomberate giovedì mattina dal campo di via Rubattino dalle ruspe del comune.
“Fino a quando non verrà trovata loro una sistemazione dignitosa – ha esclamato il sacerdote - questa famiglia rom rimarrà nella nostra comunità. Abbiamo provveduto a dare loro, viveri, vestiti e possibilità di lavarsi. Non li lasceremo in strada. Per ora dormono in un'aula in cui abbiamo messo dei materassi. Non è una casa, ma è sempre meglio che dormire fuori al freddo”. Il parroco, tradito dall'emozione, sottolinea anche l'umanità e la grande dignità dei nomadi, spesso vittime dei peggiori pregiudizi.
Come don Piero, anche altre comunità parrocchiali e famiglie milanesi hanno deciso di aprire le porte ai rom di via Rubattino per toglierli dalla strada. Ecco quindi svelato il segreto dell'amministrazione milanese che, incapace di proporre una politica seria di integrazione della comunità rom, ha scelto di fare affidamento sulla rete di solidarietà delle associazioni, delle parrocchie e dei singoli cittadini.
“Sono in Italia da nove anni – dice Alina, mamma di quattro bimbi, di cui due frequentavano la scuola con regolarità – e ho girato molti campi: Bacula, Bovisasca, Quarto Oggiaro e infine Rubattino. Ovunque andiamo, ci cacciano, questa non è vita. Sia io che mio marito abbiamo lavorato. Io ho fatto le pulizie, lui, come quasi tutti gli uomini del campo, ha trovato impiego nel settore delle costruzioni, ma sempre in nero. Nessuno ci ha mai offerto un contratto. In Romania non possiamo tornare, vorremmo stare qui per dare delle opportunità migliori ai nostri figli”.
Alle parole di Alina fanno eco quelle di Durusan. “Ho tre figli - racconta Durusan – e sono in Italia da quattro anni. Sono stata nel campo di Bacula, Bovisasca e infine a Rubattino. Da due giorni dormiamo all'aperto con i bimbi, non sappiamo più come muoverci e per questo abbiamo deciso di rivolgerci alla chiesa”. di Benedetta Guerriero, continua a leggere…

Roma, il "piano nomadi" tra sgomberi e nuovi ghetti

Casilino 900, La Martora e Tor de’ Cenci. Attorno alla chiusura di questi tre campi rom alle periferie est e ovest della capitale si gioca la partita del “Piano nomadi” del commissario straordinario, il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro.
Presentato nell’agosto 2009, il Piano prevedeva la riduzione del 50 per cento di questi tre campi entro il mese di ottobre e la loro chiusura definitiva entro il primo semestre del 2010. Nel frattempo, però, sono proseguiti i rastrellamenti nei campi più piccoli o in quelli su cui si è creata una campagna mediatica ad hoc, come quello di via del Fosso di Centocelle, ex Casilino 700.
Poche settimane fa, una imponente operazione di polizia ha gettato in mezzo a una strada centinaia di rom rumeni, che hanno poi trovato un riparo nell’ex fabbrica Heineken di via dei Gordiani. Nemmeno 24 ore di permanenza e anche lì sono arrivati i blindati della polizia pronti a “deportare” le famiglie rom. La resistenza inaspettata della comunità, sostenuta dalle associazioni e da alcuni consiglieri regionali, ha impedito l’espulsione illegale di decine di cittadini rumeni. Una parte di queste famiglie ha trovato successivamente accoglienza nell’occupazione abitativa della ex Fiorucci [Metropoliz], nei pressi di Tor Sapienza.
Il piano di trasferimento dei tre campi coinvolge oltre 1.500 persone, tra cui circa 500 bambini iscritti nelle scuole dei municipi su cui sorgono i tre insediamenti storici. A questi si aggiungono 2.200 persone che vivono nelle 80 baraccopoli sorte nei fossi, negli anfratti, nei casolari abbandonati della città che, secondo le stime del Piano, saranno tutti sgomberati. di CartaQui, continua a leggere…

Nola (NA), sgomberate nel cuore della notte cinquanta persone

Ieri alle prime luci dell’alba un’operazione congiunta dei Carabinieri della compagnia di Nola, dei vigili urbani di Cicciano e il Comando di Polizia di Cicciano ha sgomberato di circa 50 immigrati, Rom rumeni, in un fabbricato di Via Polveriera di Nola. Tutto è partito nei giorni scorsi, quando i vigili urbani di Cicciano, hanno fermato durante un controllo sul territorio, 2 uomini di origini straniere. I due immigrati, sprovvisti dei documenti alla richiesta dei poliziotti municipali, si sono fatti accompagnare presso il casolare dove li custodivano per dimostrare che erano in possesso dei relativi permessi.
I Vigili Urbani hanno quindi informato le autorità che il casolare, sito in via Polveriera, di proprietà delle Ferrovie dello Stato, era stato occupato da circa 50 persone che avevano fatto di quel posto la loro casa. Il casolare ospitava numerosi nuclei familiari tra cui bambini e donne in stato interessante. La situazione igienico sanitaria era drammatica ed è per questo che le Autorità hanno deciso lo sgombero nel cuore della notte.
Le agenzie di stampa riferiscono che il tutto si è svolto nel “rispetto” degli immigrati che soggiornavano in Via Polveriera: “sebbene l’operazione sia avvenuta nel cuore della notte, i rom prima di abbandonare l’alloggio hanno avuto il tempo di vestirsi prima di essere condotti nel vicino comando dei carabinieri per i dovuti accertamenti”.
I servizi sociali hanno offerto la sola sistemazione dei bambini piccoli in strutture. Nessuna soluzione è stata pensata per le mamme, i papà e gli adolescenti. Le famiglie hanno naturalmente rifiutato di abbandonare i figli più piccoli e sono ritornate in strada.

I Carabinieri hanno arrestato dieci delle cinquanta persone con l’accusa di appropriazione indebita di energia elettrica ai danni delle Ferrovie dello stato. Le indagini proseguiranno anche su un altro binario prefiguratosi alle forze dell’ordine nel corso dello sgombero. Gli immigrati infatti, hanno reagito all’azione di sfratto increduli di quanto stava accadendo “non siamo abusivi – avrebbero detto alle forze dell’ordine – paghiamo un regolare affitto di 500 euro”. Rivelazioni che hanno allertato i militari alla ricerca dell’affittuario, un uomo secondo le prime ricostruzioni, di probabile origine italiana, che percepiva illegalmente la somma dagli stranieri e che rischia, anche in previsione delle nuove norme, fino a tre anni di reclusione e l’imputazione di svariati capi d’accusa tra cui quello di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Milano, i Rom si rifugiano in chiesa dopo lo sgombero di via Rubattino

Due sgomberi in tre giorni. Prima dal campo abusivo di via Rubattino, poi - all'alba - dal sottopasso dove avevano passato la notte. Ecco come un centinaio di nomadi romeni - tra loro almeno quaranta bambini - sono arrivati, ieri mattina, ad occupare una chiesa, la parrocchia di Sant´Ignazio alla periferia nord-est di Milano. Seduti sui banchi, con le loro masserizie accumulate in fondo alla chiesa, hanno aspettato che si trovasse un posto per passare questa notte e le prossime non al freddo, per strada. Un gesto non puramente simbolico, perché solo dopo dodici ore di trattative e solo grazie alla disponibilità della Curia e delle altre associazioni cattoliche della città è stata trovata una soluzione temporanea per le donne e i bambini che, fino allo sgombero, frequentavano le scuole del quartiere e stavano iniziando un percorso di integrazione.
Una giornata di tensione e di febbrili tentativi di mediazione, dopo la decisione del Comune di usare il pugno di ferro con gli irregolari che vivono a Milano. In via Rubattino, giovedì, le forze dell´ordine hanno sgomberato un campo abusivo dove si sono raccolti, dopo l´estate, nomadi già cacciati da altri insediamenti. In un continuo pellegrinaggio erano arrivati in quell´area malsana. Il Comune, sin da subito, ha fatto sapere che c´era posto in comunità solo per le donne con figli sotto i sette anni. I bambini più grandi sarebbero stati divisi dalle mamme e portati in altri alloggi. Inutile il presidio in prefettura per chiedere il tendone della Protezione civile: il Comune ha posto il veto. Un braccio di ferro - con il corollario di uno scarico di responsabilità tra istituzioni - che ha portato i nomadi a rifugiarsi vicino a un ponte della stessa zona. È qui che ieri mattina sono andati i vigili, per sgomberarli di nuovo.

Accompagnati dai volontari delle associazioni, i nomadi sono arrivati nella chiesa del quartiere Feltre. Il parroco ha rifiutato l´intervento delle forze dell´ordine. «La Chiesa accoglie tutti», è la frase che più volte, nella lunga giornata, ripeteranno anche dalla Curia, farà arrivare anche il cardinale Tettamanzi. Il Comune a fine serata riesce a trovare posto solo per sette donne con figli al seguito nel dormitorio di viale Ortles. Tutte le altre - una settantina, compresi i bimbi - vengono portate nelle case di accoglienza di parrocchie e centri cattolici, dove potranno restare almeno per qualche giorno.
Gli uomini vengono ospitati per la notte in un salone della stessa parrocchia. I nomadi hanno assistito alla messa del pomeriggio che don Mario ha concluso con un messaggio dei parroci del decanato. Chiedendo di evitare strumentalizzazioni e invitando anche i rom a cercare di integrarsi, ha sollecitato «le istituzioni pubbliche a occuparsi urgentemente e in maniera lungimirante del problema evitando di dilazionare gli interventi necessari».
Nelle stesse ore il sindaco Moratti partecipava a un convegno alla Casa delle carità diretta da don Virginio Colmegna. Lei ribadiva che il Comune «ha dato un´opportunità di accoglienza a mamme e bambini e loro l´hanno rifiutata», don Colmegna sottolineava: «È urgente cercare insieme nuove forme di convivenza per uscire da una cultura dello scontro e della paura». di Oriana Liso

lunedì 23 novembre 2009

Novara, schedatura di tutti i bambini immigrati, Sinti, Rom, orfani e i figli di coppie miste

Con una lettera circolare, recapitata a tutte le Dirigenze didattiche di ogni scuola di qualsiasi ordine e grado della provincia di Novara, il Dirigente scolastico provinciale Giuseppe Bordonaro, coadiuvato dalla funzionaria del Provveditorato Maria Grazia Albertini, ha ordinato la schedatura di tutti gli alunni di nazionalità straniera, di quelli che hanno almeno un genitore straniero e quindi la doppia nazionalità, nonchè di tutti i figli di Rom e Sinti ivi compresi quelli italiani.
Nell’opera di schedatura, oltre alle notizie ed ai dati anagrafici concernenti l’alunno, dovranno essere indicate le condizioni dei rispettivi genitori, incluso l’eventuale stato di clandestinità degli stessi, e dell’alloggio in cui la famiglia vive.
Dovrà essere fatta anche menzione dell’eventuale condizione di “ trovatello” dell’alunno. Tutte notizie la cui raccolta è in parte vietata dalle norme nazionali sulla Privacy e da quelle Onu, condivise a suo tempo dall’Italia, sulla protezione dei diritti dell’infanzia.
Il lavoro demandato alle singole dirigenze scolastiche che si avvarranno dei vari docenti per completarlo, ricorda da vicino quello che si voleva compiere nella rovente estate del 2008 in tutti i “campi nomadi” d’Italia quando alla Polizia ed ai Carabinieri era stato chiesto di rilevare le impronte digitali anche ai minori di anni dieci. Il progetto poi in parte non venne attuato a causa del deciso intervento dell’Unione europea.
Già da oggi si comincia con le rilevazioni concernenti bambini romeni, italiani con un genitore di nazionalità romena e Rom e Sinti di ogni nazionalità, anche autoctona. A ruota seguirà la schedatura degli altri. Con la probabilmente ipocrita motivazione di voler agevolare l’inserimento di questo genere di bambini ed adolescenti nel sistema scolastico italiano, il Dirigente scolastico novarese dunque ha inaugurato una campagna che presto si diffonderà su tutto il territorio nazionale.

“Che le motivazioni addotte dal Provveditorato nel richiedere la schedatura siano ipocrite lo si evince dal fatto che anche cittadini pienamente italiani, come sono quelli con la doppia nazionalità o i nomadi autoctoni, devono essere registrati. Probabilmente si intende solamente appesantire il clima di odio e sospetto nei confronti degli stranieri al fine di emarginarli dal contesto scolastico e sociale ed indurli a lasciare l’Italia. Pulizia etnica si chiama. A voce in Provveditorato poi ci hanno detto di iniziare da romeni e nomadi” afferma un insegnante che chiede l’anonimato, ribadisce che vorrebbe fare obiezione di coscienza contro tale odioso compito discriminatorio ma che ha troppa paura di perdere il posto di lavoro.
I partiti d’opposizione in una città in mano al centro- destra, il Sindaco è leghista, ora promettono un’opposizione durissima in ogni sede istituzionale ed invitano gli insegnanti che figurano pure tra i loro iscritti all’obiezione di coscienza. Da oggi però in Italia non esistono più solamente gli invisibili senza diritti, come sono gli stranieri siano essi comunitari che extracomunitari od i nomadi, ma in questa categoria da criminalizzare ad ogni costo entrano a far parte pure i sangue misti la cui unica colpa è quella di avere un padre od una madre che ad un certo punto della loro vita hanno deciso di donare il proprio amore ad un partner non italiano. da AgenFax

sabato 21 novembre 2009

Musica e romanipé

L'attività musicale è un fenomeno complesso che è mediato dagli atteggiamenti e dai costumi culturali appresi. I Rom scelgono la musica, anzichè altri mezzi d'espressione, perché offre loro un'intensità emozionale e una libertà di azione che non riscontrano in altre attività. Fin dai primissimi documenti risalenti al IX secolo d. C. è sottolineata in Persia la loro attività di valenti musicisti e danzatori.
Le loro capacità e le loro conoscenze artistiche si sono trasmesse oralmente di generazioni in generazioni, sviluppandosi e adeguandosi costantemente al patrimonio etnofonico dei paesi ospitanti. La musica è uno dei mezzi più importanti con i quali i Rom esprimono e trasmettono la romanipè (l'identità e la cultura romanì). Le performances musicali dei Rom avvengono quotidianamente sia all'esterno che all'interno delle famiglie e ciò permette un flusso continuo di comunicazioni, di esperienze e di espressioni variegate. La musica all'esterno diventa mezzo di sussistenza attraverso l'attività di intrattenimento, all'interno, invece, è mezzo di coesione sociale e corollario indispensabile per eventi come matrimoni, feste religiose (Hederlezi dei Rom dei territori dell'Ex Jugoslavia), funerali, proposte di fidanzamento accompagnate dalle serenate (buchvibbé dei Rom di antico insediamento nel Sud d'Italia).
Molteplici sono i fattori che influenzano la loro performance: la famiglia, la comunità di appartenenza, la società dei kaggè (non rom) tenendo presente anche il loro stile di vita (itinerante o sedentario) e l'ambito in cui avviene la stessa performance (pubblico o privato).
Se consideriamo la performance di un Rom che vive in un campo in una situazione di segregazione e di emarginazione, la sua attività musicale sarà diretta non solo al godimento estetico o all'intrattenimento, ma anche alla "liberazione" delle contrazioni psicologiche e delle tensioni individuali dovute ad una situazione limitante e frustrante.
Solitamente il musicista suona accompagnato dal suo gruppo musical-parentale per la propria famiglia o all'interno della propria comunità.

Tutti hanno familiarità con ciò che avviene, la musica funge da collante familiare e sociale. Dal punto di vista del musicista o dei musicisti, la performance e l'elogio pubblico rinforzano il senso di autostima e il senso di appartenenza alla propria famiglia e alla propria comunità. Il consenso è garanzia della propria appartenenza e garanzia di solidarietà. Il musicista Rom suona o canta all'interno delle famiglie brani che sono "condivisi" e che rappresentano un repertorio noto a tutti. Questi brani possono essere attinti dalla tradizione oppure no o addirittura presi dall'esterno, dalla tradizione musicale dei gaggè, ma riutilizzati e funzionalizzati alla maniera romanès e adattati alle proprie esigenze. La performance è diversa a seconda dei contesti e degli ambienti, ma soprattutto per "chi" si suona. L'interpretazione varia, così, a seconda di chi è il destinatario. Il Rom suona in maniera nettamente differente se suona per se stesso o per la propria famiglia o la propria comunità rispetto a quando suona per gli altri.
Ciascuna comunità romanì, quindi, ha una propria tradizione, una propria etica, un proprio modello di vita, una propria variante della lingua romanì o romanès che la rendono unica: la lingua, in particolar modo, condiziona i canti e il modo di cantare.
Si deduce una stretta relazione fra gli aspetti musicali e il contesto esecutivo, esistono cioè, vari condizionamenti che influenzano la performance musicale. Ogni comunità ha un proprio repertorio musicale e un proprio stile artistico. Sono, però, riscontrabili dei tratti comuni: l'impiego nelle melodie, ove il canto o lo stumento lo permetta, di quarti di tono o di microintervalli, l'impiego di fioriture ornamentali e abbellimenti, l'utilizzo di scale d'importazione orientale, l'utilizzo di ritmi o poliritmie trascinanti e coinvolgenti, l'utilizzo della variazione e dell'improvvisazione e l'impiego dei melismi nel canto.
I Rom, generalmente, prediligono sonorità dense e compatte, senza interruzioni o silenzi, capaci di emozionare, sedurre e commuovere e di coinvolgere i sensi.
I sistemi sonori della popolazione romanì si basano essenzialmente su due scale, ereditate dalla musica orientale e adattate al sistema temperato equabile della musica occidentale, una di modo maggiore: DO, Reb, MI, FA, SOL, Lab, SI, DO e l'altra di modo minore: LA, SI, DO, Rediesis, MI, FA, SOLdiesis, LA. I Rom ne hanno fatto un utilizzo diverso adattandole e modificandole a piacimento.
I canti son contraddistinti da timbri acuti, sforzati e nasalizzati e dall'utilizzo di melismi e vibrati. Non si eseguono falsetti perché considerati effeminanti. L'omosessualità e l'effiminatezza sono considerate negativamente all'interno delle società romanès.
Di solito al canto i Rom associano sentimenti di grande emotività, perché spesso il canto narra o ricorda un'esperienza vissuta o una persona cara. Quando i Rom vogliono essere felici cantano, così anche se hanno bisogno di liberarsi di una pena o quando vogliono esprimere un sentimento.
I bambini imitano gli adulti. Le performance familiari e quotidiane, sono anche momenti di esercizio musicale perché si affina la tecnica e il gusto artistico oltre che l'interpretazione alla maniera romanì. Sotto la "pressione" e l'incitamento degli ascoltatori, soprattutto i più giovani sono stimolati a migliorarsi e a conformarsi alle esigenze e alle richieste dei presenti.
L'esecuzione musicale nella società romanì, una società patriarcale e patrilineare in cui il sistema di residenza è virilocale, è un fatto prettamente maschile, alle donne si permette, tuttavia, di cantare e soprattutto di danzare.
Ogni maschio trasmette la filiazione: la regola sociale che definisce l’appartenenza di un individuo a un dato gruppo etnico. Le figlie appartengono per nascita al gruppo del padre, ma sono soprattutto i figli maschi ad essere i prediletti proprio perché tramandano la genia. La filiazione passa perciò per un solo sesso e va dal nonno (papu) al padre (dat) al figlio (chavo) al nipote (nispió). Questo sistema unilineare mette ben in evidenza la particolare visione del mondo da parte delle comunità romanès.
Il sistema di prestigio e di onore, cioè i meccanismi attraverso i quali gli individui conquistano o mantengono una certa posizione di valore sociale, è assolutamente rispettato da ciascun individuo ed è una delle forze che intervengono a regolare i rapporti fra le diverse famiglie e fra le opposte sfere sessuali. A ciascun individuo è richiesto di conformarsi alle norme che regolano la comunità in base al proprio ruolo e al proprio sesso.
Nella comunità romanì, il concetto di formazione significa fondamentalmente progredire verso il possesso di una maturità morale: educare con l’esempio i giovani Rom alle virtù e al rispetto delle norme comportamentali che regolano la vita sociale all’interno del gruppo, norme che assicurano la sopravvivenza della comunità e garantiscono il pieno inserimento dell’individuo all’interno del gruppo sociale stesso. Si ritiene, quindi, che educare ai valori romanès sia garanzia di sopravvivenza della specie. Ecco allora che il linguaggio della quotidianità e del “senso comune” influenzano comportamenti, frasi, concetti, pensieri e approcci che a loro volta condizionano la comunità nella quale l’individuo vive. Esperienza, comportamento, linguaggio, gestualità, conoscenza e azione, si integrano e si completano, si arricchiscono reciprocamente, coevolvono in un processo intrecciato. Non si tratta, tuttavia, di un processo lineare, cumulativo o unico. E’, al contrario, un processo carico delle contraddizioni della storia sociale e culturale della comunità, così come dell’esperienza educativa: soggetto, quindi, a possibili deviazioni e continue ristrutturazioni sotto la pressante influenza del mondo esterno o mondo dei Gagé (non-Rom).
L’educazione etico-sociale permette al Rom di acquisire, fin dai primi anni di vita, atteggiamenti di solidarietà e di rispetto nei confronti dei membri della propria comunità, di valorizzazione degli interessi comuni, di riconoscimento delle differenze e delle peculiarità individuali e culturali. L’istanza sociale, pertanto, rinvia al perseguimento di una equilibrata mediazione tra le ragioni del singolo e quelle della collettività, traducendosi in comportamenti che impegnano responsabilmente ciascun individuo a rispettare i principi della convivenza e allo stesso tempo, impegnano la comunità a organizzarsi per valorizzare le istanze particolari di ciascun individuo.
L'identità è il frutto dinamico e mai conchiuso di un'autonoma autocostruzione che si realizza nella incessante interazione con l'alterità. L’intreccio tra tradizione, coesione e sicurezza da una parte e razionalità, problematicità e fattualità dall’altra garantiscono l’istanza dell’apertura e della dinamicità della formazione romanì. Del resto i modelli di vita dei Rom, espressi in oltre dieci secoli di storia, sono da sempre caratterizzati dalla flessibilità, dall’intercambiabilità e dalla dinamicità. Questi modelli che hanno permesso la lunga sopravvivenza delle comunità romanès in condizioni difficilissime, si contrappongono a quelli dei Gagé imperniati sulla staticità, sulla fissità e sulla ripetitività.
Tutte le comunità romanès, sparse ormai in tutti i continenti, sono impegnate a ridefinire costantemente il percorso di avvicinamento all’ideale utopico dell’emancipazione e dell’autonomia preservando la propria cultura e la propria identità culturale o, per dirla alla romanès, la propria romanipé.
Il concetto di famiglia presso le comunità romanès non si riduce al semplice nucleo coniugale, ma si estende a tutto il clan parentale. I rapporti sociali non sono altro che un'estensione di quelli familiari. La società romaní è quindi di tipo familiar-parentelare, dove il rapporto di parentela ha una funzione dominante nel sistema delle relazioni sociali. Essendo la musica un potente mezzo di trasmissione e di conservazione culturale, questa funzione è riservata soprattutto agli uomini del gruppo. Il tabù che vieta alle donne l'esecuzione musicale pubblica è strettamente collegato al concetto di puro e impuro che contraddistingue la cultura romanì, una cultura con una visuale dualistica dell'esistenza.
Questa dicotomia si rafforza con i concetti di baxt (fortuna, felicità, destino) e bibaxt (sfortuna, infelicità) e onore e vergogna. All'impurità si ricollegano azioni, comportamenti e discorsi, che considerati negativi dalla comunità, non rendono degno un soggetto di considerazione e di rispetto. Gli anziani cantano spesso canzoni della loro infanzia, canti che hanno udito o imparato o inventato essi stessi. In tal modo canzoni anche molto antiche vengono tramandati da una generazione all'altra. I patriarchi, detti phurè, sono insegnanti per i più giovani e assicurano la continuità della trasmissione culturale, sono garanti legittimi della tradizione attraverso le kris (tribunali degli anziani) nei riguardi dei trasgressori delle norme morali del gruppo, sono i tutori del controllo sociale e della moralità della famiglia. I canti di pena hanno la funzione di esorcizzare un dolore o una situazione di sofferenza o una traumatica esperienza. Sono canti intimi e personali, accessibili ai soli membri familiari, sono canti malinconici e tristi, eseguiti in uno stile intimo e raccolto.
Queste canzoni rappresentano un mezzo per eliminare la frustrazione e affermare la propria individualità, sono una valvola di sfogo e di decontrazione psicologica. La vita errabonda, il viaggio e il rifiuto secolare della romanipè, la ricerca dello spazio vitale, il movimento continuo, le esperienze emotive forti e contrastanti, le veglie notturne, il calore del fuoco, lo spazio all'aperto, gli odori e i "rumori" delle notti sotto le stelle e la luna hanno acuito nei Rom una sensibilità particolare, liberandoli da schemi mentali precostituiti. Le forme musicali pur rientrando in un discorso tradizionale e/o condiviso, vengono elaborate individualmente essendo forme flessibili, adattabili e aperte alle influenze esterne e all'attualità.
La partecipazione dei membri della comunità alle performances garantisce la continuità della funzione sociale. Gli eventi quotidiani e quelli occasionali all'interno della comunità permettono la reiterazione delle performances e con esse la trasmissione culturale.
La festa è un momento magico, un rito solenne a cui gli invitati partecipano volentieri per ribadire il forte senso di appartenenza alla propria comunità. Le performances inesauribili vengono accompagnate con il battito delle mani e dei piedi da parte degli invitati che dimostrano la loro approvazione e la loro soddisfazione per l'organizzazione dell'evento. Si crea così, una poliritmia trascinante e coinvolgente a cui si aggiungono i ritmi delle posate e dei bicchieri oltre alle grida di richiamo e di asserzione. Un ambiente coinvolgente che permette lo sviluppo di nuove relazioni sentimentali.
La musica ha un ruolo centrale nella cosmologia culturale romanì, una parte vitale del processo di conservazione di usi e consuetudini nonché una posizione dominante nello sviluppo delle relazioni interpersonali.
E' uno strumento di comunicazione basato su una visione onnicomprensiva della realtà romanì. La situazione ambientale è calda e preda di facili eccessi. Si mangia e si beve tantissimo. I movimenti corporali si fanno coinvolgere dal ritmo musicale: suoni, gesti mimiche facciali, concorrono a determinare un linguaggio votato all'eccesso e al parossismo sonoro che scalda, inebria, emoziona e trascina il pubblico, che acclama, che danza, che accompagna le performances con ogni sorta di arnese, che batte le mani e i piedi. Le donne muovono le anche, ruotano le mani e ondeggiano le spalle.
Tutte le azioni, i gesti, i movimenti del pubblico a loro volta influenzano e stimolano, in un rapporto interattivo, le performance musicali. I musicisti, da parte loro, strutturano le loro performances, con gesti e virtuosismi sempre più accentuati in modo da stimolare e rafforzare le emozioni dei presenti. L'eccitazione è alla base di ogni gesto e l'estasi è il suo approdo. Alle percussioni il compito di fornire un coinvolgente supporto ritmico, attraverso l'alternarsi veloce e frequente di accenti forti e deboli scanditi in modo marcato, preciso e regolare. Non è importante ciò che si suona ma come si suona. Il volume è volutamente alto per fornire stimolo all'eccitazione collettiva.
Questo tipo di performance appartiene ad una cultura in cui il successo individuale e la realizzazione del difficile vengono generosamente apprezzati e premiati in stima e/o in denaro. Il matrimonio, la festa e la musica marcano, pubblicamente, il passaggio dalla condizione di chavo tarno (ragazzo celibe) o di chaj tarnì (ragazza nubile) allo status di Rom/Romnì (uomo/donna). Il nuovo status consolida una posizione di rilievo all'interno della famiglia e un ruolo importante sulle decisioni da prendere. Il rom in particolare può entrare a far parte della kris, il tribunale dei saggi. Nella società romanì c'è una stretta relazione fra il suono eseguito e il movimento della danza, fra l'individuo e la comunità, tra il canto e le sue variazioni, tra il ritmo e l'ovazione, tra il patriarca e i suoi familiari. La vita quotidiana e la musica, nella società romaní, sono il luogo culturale dello sviluppo.
La musica come mezzo di difesa culturale.
L'uomo presenta vari livelli di identità. La civiltà di appartenenza è il livello di identificazione più ampio al quale si aderisce.
In questo contesto la musica gioca un ruolo importante: essa non vive in una sfera astratta, è fatta dall'uomo, fa parte della sua esistenza, si produce nelle circostanze concrete della vita culturale e sociale, si connette con le altre dimensioni della vita, interagisce con gli altri aspetti della realtà individuale e collettiva. La musica è realizzata, ascoltata o utilizzata per rispondere a molteplici bisogni (e non soltanto a quello del piacere estetico); allo stesso tempo, costituisce un evento che si colloca in una situazione (il concerto, la festa, la preghiera, il relax...), è un "pezzo", per così dire, di un insieme.
Non vi è un riconoscimento dell'opera musicale in quanto tale, ma una partecipazione / identificazione. L'autobiografia musicale guida ciascuno nel percorso di scoperta della propria identità mediante la riflessione sulle numerose attività musicali che hanno segnato la sua esistenza: cantare, suonare, comporre, dirigere, ascoltare, parlare e scrivere di musica, ecc. La presenza di musica "viva", offerta da parenti che cantano o suonano in casa o diffusa dai mass media, permette le esperienze più varie e ognuna si colora di tonalità affettive diverse, non solo per le strutture proprie della musica ascoltata, ma anche per il tipo di esperienza che se ne fa e per il contesto nel quale avviene.
Al di la della propria identità individuale, possiamo anche scoprire, secondo i vari livelli ai quali troviamo presente la relazione persona/musica, una identità musicale sociale che riguarda gli aspetti musicali prodotti da una società o da un gruppo etnico al quale si appartiene, e una universale che riguarda le funzioni musicali, i comportamenti, comuni a tutte le culture. L' adesione a questo o quel genere musicale, investito di affetti e valori, può diventare segno di evasione della propria quotidianità così come segno di appartenenza a un gruppo o movimento e quindi manifestazione di una identità sociale. La musica può effettivamente parlare della realtà, ne parla in maniera del tutto particolare, decisamente diversa da quanto si riscontra nel linguaggio comune.
La significazione musicale è essenzialmente simbolica, vi è dunque un rapporto motivato fra espressione e senso.
Un suono o una serie di suoni ci forniscono una notizia riguardante persone, cose, fatti.
Un suono o una sequenza sonora servono per così dire, "da nome proprio", identificano dunque persone, cose o fatti.
La musica ha funzione socializzante, in quanto fa sentire l'individuo come membro di un gruppo, di una comunità. La musica "unisce", come spesso si dice, e si fa portatrice di valori comuni, di una identità collettiva. E' questa la principale funzione degli inni nazionali. Ωelèm Ωelèm è l'inno trasnazionale della popolazione romanì che ed è il canto in cui tutte le comunità romanès di Sinti, Rom, Kalè, Romanichals e Manouches distribuite nei cinque continenti, si riconoscono. Esistono centinaia di versioni di Gelèm Gelèm in differenti dialetti ed interpretazioni che testimoniano la prismaticità e la trasnazionalità della cultura romaní. (nel CD 1 vi è la versione originale dei Rom Italiani: Gijèm Gijèm).
In altre parole, le strutture musicali non sono neutre ma rinviano a quegli schemi psicologici profondi, di natura cognitico-emozionale, che costituiscono la matrice dei valori. La musica nella cultura romanì è uno dei mezzi di trasmissione culturale più importanti e permette al Rom di prendere coscienza della propria romanipé, una identità complessa e multiforme. Cantare, danzare, suonare, ascoltar musica aiuta a ricostruire la propria identità. Musicalmente parlando, le ninnananne della prima infanzia, le canzoni e i giochi musicali appresi in famiglia o in seno alla propria comunità, producono una interiorizzazione e appropriazione di un modello melodico, ritmico, armonico, di un certo tipo di stile vocale, di accompagnamento strumentale e quindi la formazione di una vera identità musicale.
Le categorie musicali quali ad esempio il senso tonale, il metro, il ritmo, ecc. sono culturali e che culture diverse hanno diversi modi di organizzare le strutture musicali, sviluppando così altre abitudini percettive. Possiamo considerare musica anche le pratiche sociali che utilizzano eventi sonori di diverso tipo e con diverse funzioni , si pensi al buchvibbé dei Rom di antico insediamento in Italia meridionale in cui la serenata d’amore "accompagna" la proposta di fidanzamento.
Nel canto romanò si racchiude e si schiude tutto un mondo poichè troviamo nel testo:
- la lingua romanì con le sue origini, le sue sfumature e le sue acquisizioni;
- una storia e una narrazione che si traducono in memoria storica del gruppo o della famiglia;
- l’etica e la filosofia di vita della comunità di appartenenza;
- un'emozione personale legato ad un evento; in sintesi un universo complesso e particolare.
La musica rivela, così, un’identità linguistica, sociale e culturale che si autodifende attraverso la sua trasmissione di generazione in generazione.
Privi di una cultura letteraria fino a pochi decenni fa, i Rom si esprimono con straordinaria eleganza attraverso il linguaggio corporeo e il linguaggio musicale.
La musica, col suo alto valore formativo e comunicativo, ha svolto nella società romanì, nel corso dei secoli, un ruolo attivo nella difesa, nella conservazione e nella trasmissione della cultura, dell'identità e della lingua romanì, ovvero della romanipé. L’alta presenza di musica nella vita quotidiana di un Rom produce familiarità con i repertori più ascoltati e questa familiarità produce di fatto competenza. di Santino Spinelli

venerdì 20 novembre 2009

Stiamo ripiombando nell’incubo

Lo sgombero, in spregio alle leggi vigenti, delle famiglie rom che vivevano nell'ex area Enel di via Rubattino, ha inaugurato una nuova stagione a Milano: quella del numero chiuso per Rom e Sinti. Dopo la politica degli “alleggerimenti” si passa alla politica della “pulizia etnica”. Questo è il nuovo tassello della politica milanese in preparazione dell’Expo 2015.
Il 15 novembre c’è stato un vertice a Palazzo Marino che ha sancito la nuova strategia. Presenti al vertice il coordinatore del Pdl e ministro della Difesa, Ignazio La Russa, i responsabili cittadini del Pdl, Luigi Casero e Maurizio Lupi, il presidente della Provincia Guido Podestà, il capodelegazione della Lega in Regione, Davide Boni, il capogruppo in Comune, Matteo Salvini, il vicesindaco, Riccardo De Corato.
Grande assente il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che ha disertato l’appuntamento all’ultimo minuto. L’accusa mossa ai leghisti è di trovare accordi al tavolo di governo per poi disattenderli con proclami barricaderi di piazza. Nel mirino in particolare il “movimentismo” di Matteo Salvini, che da capogruppo in consiglio opera un po’ da libero battitore.
Boni, capo delegazione per la Lega, è partito subito all’attacco: «Milano senza più nomadi. L’obiettivo è smantellare i campi rom del tutto, attraverso un tavolo che si riunirà di frequente. L’idea è la tolleranza zero». Secondo Boni bisognerebbe innanzitutto «superare il concetto che vede necessaria la presenza di campi nomadi in questo Paese», perché l'obiettivo non dovrebbe essere «solo quello di ridurre i rom presenti in Italia ma piuttosto arrivare a non prevedere più alcun stanziamento».
Chi decide di restare in Italia, dice Boni, deve «necessariamente percorrere i passaggi che hanno compiuto tutti gli altri cittadini italiani, come trovare un lavoro, acquistare una casa e pagare le tasse. Perchè non è più accettabile una forma di assistenzialismo che arrivi a premiare chi sfrutta questo Paese, invece di farne parte sul serio».
Il Sindaco Letizia Moratti ha risposto, affermando: «Anche a noi piacerebbe pensare una città senza Rom. Ma i problemi vanno affrontati e il nostro piano è una risposta concreta che ha già garantito ottimi risultati».

Il coordinatore cittadino del Pdl, Luigi Casero, plaude ai «buoni risultati del Modello Milano sulla sicurezza» e conferma che «la nostra linea è della tolleranza zero rispetto ai rom irregolari e per la tolleranza per quelli che rispettano le leggi e il patto di sicurezza che il Comune ha firmato con il Viminale». I numeri sono quelli che snocciola il sindaco: «La presenza di rom è calata da 2 mila a 1300 rispetto al 2006 e entro il 2011 saremo sotto i 1000. Quanto agli sgomberi, siamo passati da 3 a 164 con una consistente diminuzione delle presenze di irregolari».
In sintesi, secondo i politici che governano Milano e l’Italia intera, i Rom e i Sinti non dovrebbero esistere perché sono cattivi Cittadini. Se vogliono rimanere in Italia devono: “trovare un lavoro, acquistare una casa e pagare le tasse”. Il concetto è espresso sia per i Rom comunitari ed extracomunitari che per il Rom e Sinti Cittadini italiani.
Fermo restando che a Milano e in tutta l’Italia tantissimi Rom e Sinti hanno un lavoro, una casa di proprietà e pagano le tasse, mi chiedo il perché i politici che ci governano vogliono cancellare in un solo colpo i principi fondanti del nostro essere Stato?
Inizio leggendo l’Articolo 6: La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
Penso che anche un bambino percepisca che la tolleranza zero e gli sgomberi non siano norme per la tutela delle minoranze linguistiche sinte e rom.
Continuo leggendo il comma due dell’Articolo 3: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Penso che lo stesso bambino capirebbe che nella decisione e nel ragionamento che ha portato alla decisione sul numero chiuso, questo principio è stato calpestato.
Finisco leggendo l’Articolo 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Anche in questo caso il nostro bambino capirebbe che i nostri rappresentanti non adempiono ai loro doveri di solidarietà politica, economica e sociale, e non garantiscono i diritti inviolabili dell'uomo ai Sinti e Rom.
A questo punto la domanda che mi pongo è la seguente: cosa succederà i prossimi anni dopo che avranno fatto “pulizia” con i Sinti e i Rom? Non ho una risposta, perché stiamo ripiombando nell’incubo da cui siamo usciti con la promulgazione della Costituzione italiana. di Carlo Berini

Milano, sgombero senza umanità

Giovedì mattina i bambini della scuola elementare Elsa Morante di via Pini a Milano non hanno trovato sui banchi i loro compagni rom. Senza alcun preavviso e senza ascoltare le richieste di genitori, insegnanti, associazioni, il Comune ha sgomberato il campo rom che sorgeva nell'ex area Enel di via Rubattino e che ospitava quasi trecento persone, tra cui 50 minori.
“Sono una maestra – ha detto Fabiana Robbiati, una delle insegnanti dell'istituto Morante in cui erano regolarmente iscritti ventisei bambini rom – e non posso pensare che questi bimbi resteranno lontani da scuola per un periodo di tempo indeterminato. Sono ragazzini molto educati, frequentavano le lezioni con passione e serietà. Si sono fatti volere bene. In breve tempo hanno conquistato tutti, anche chi aveva qualche pregiudizio sui nomadi. Questa mattina alcuni bimbi italiani hanno pianto quando hanno saputo quello che era accaduto ai loro coetanei rom”.
All'umanità dei bimbi si contrappone l'atteggiamento del Comune di Milano che pare essersi scordato anche delle più semplici regole del diritto.
“Le ruspe - ha raccontato Stefano Pasta, volontario della Comunità di Sant'Egidio, che da due anni segue i minori del campo di via Rubattino - sono arrivate alle 6.30 e quello che ha stupito me, così come i volontari delle altre associazioni presenti, è che il Comune non ha offerto nulla in cambio. E' la prima volta che si verifica una situazione simile. Abbiamo protestato e ottenuto di poter fare delle richieste, ma la mediazione non è servita a molto. Nonostante venissero separati dalle proprie famiglie, 69 uomini hanno chiesto di poter trovare alloggio nei dormitori. I funzionari comunali hanno, però, risposto che non c'è disponibilità, perché sono al completo. A donne e bambini, invece, sono stati offerti dei posti presso alcune comunità fuori Milano. In un primo momento quasi tutte le donne avevano accettato, salvo poi scoprire che sarebbero state separate dai bimbi di età superiore ai sei anni. A quel punto, comprensibilmente, la maggior parte si è tirata indietro”.

Stupisce anche la miopia dell'amministrazione milanese che nel giro di due anni e mezzo va fiera di aver realizzato 184 sgomberi, senza tener conto delle conseguenze.
Capita non di rado, come nel caso della baraccopoli sorta sotto il cavalcavia Bacula, che a nove sgomberi siano seguiti altrettanti ritorni da parte dei Rom. La rimozione del problema non porta con sé la soluzione. Anche in quest'ultimo episodio la scelta dell'amministrazione milanese difetta di lungimiranza. Se prima i rom di via Rubattino si trovavano nella ex area Enel, ora sono poco distanti, esattamente nei giardini pubblici confinanti.
“Ci sono circa ottanta persone - continua ancora Pasta – per la maggior parte bambini, donne anziane e incinte, che passeranno la notte al freddo. Stiamo cercando di trovare loro delle coperte e un posto dove passare la notte, ma molti saranno costretti a rimanere all'aperto. Non è possibile sgomberare in queste condizioni, senza assicurare nemmeno una soluzione alternativa: è contro ogni diritto. Senza contare che il Comune non ha tenuto in alcuna considerazione la grande mobilitazione da parte dei cittadini italiani per difendere la comunità rom”.
Ancora una volta l'amministrazione guidata dal sindaco Moratti ha scelto di usare il pugno di ferro e di chiudere le porte a una seria politica di integrazione che passi in primo luogo dalla scuola, come hanno cercato di spiegare le maestre, i genitori e i compagni dei trentasei bambini rom che da oggi non sanno più quando potranno tornare sui banchi. di Benedetta Guerriero

Milano, i temi dei compagni di classe: "Dovrebbero aiutarli a restare"

«Roberta abitava in una baracca in un campo insieme ad altri rom e alla sua famiglia. Era sempre presente in classe e io ero felicissima. Ma oggi non è venuta e io ho pensato: "Sarà malata?"». Finito il tema, le maestre dell´elementare di via Pini hanno spiegato alla bambina milanese che Roberta non andrà più a scuola.
«E se i rom fossero ricchi e il Comune una mattina si trovasse una ruspa che gli distrugge la sua casa? Sicuramente sarebbe deluso, ma poi il Comune che cosa ci guadagna? I rom passano da un campo all´altro e per la città sono nuovi problemi».
Hanno fatto un tema, ieri mattina gli alunni delle scuole elementari di via Pini, di via Feltre e di via Cima. Un tema che in qualche caso ha preso la forma di lettera al sindaco Letizia Moratti, in qualche altro ha semplicemente raccontato lo sgombero del campo rom di via Rubattino. Pagine disperate e incredule dei compagni di classe dei piccoli rom che hanno terminato il loro anno scolastico.
«In classe piangevano tutti, non solo i bimbi rom che hanno perso tutto e che da ora dormiranno in strada», diceva ieri, mentre le ruspe assaltavano le baracche dentro all´ex Enel, la maestra Barbara Bernini, responsabile del progetto stranieri nei tre plessi della primaria «Elsa Morante». C´era anche lei in via Rubattino, ieri, assieme alla dirigente Maria Cristina Rosi: «Tutto il nostro lavoro, tutta la fatica che abbiamo fatto per accoglierli, per metterli in grado di seguire le lezioni e di ottenere grandi risultati, tutto questo buttato via! È una vergogna, una cosa scandalosa».
In classe intanto scrivevano: «Quello che è successo non mi piace per niente - si legge in un tema - . Le autorità dovrebbero mettersi nei panni della mia compagna Isabela, che a me all´inizio non sembrava proprio una rom. Mi sembrava africana. Aveva un grande senso dell´umorismo e era ottimista e positiva».

C´erano diversi genitori della scuola Elsa Morante, accanto agli insegnanti, davanti ai cancelli della fabbrica occupata dai rom. Ma c´erano soprattutto le maestre: Flaviana Robbiati, Silvana Salvi e Ornella Salina, che da mesi si occupano dei bambini iscritti a scuola, 36 quelli in età dell´obbligo, oltre a un altro centinaio più piccoli, in età da nido o da materna.
«Nelle nostre scuole si stava costruendo concretamente quella integrazione di cui tanti parlano», racconta Veronica Vignati, una delle maestre che hanno dovuto consolare i bambini in classe, in via Pini, cercando di incanalare tutta la tristezza nel fiume di parole che ha riempito le pagine dei quaderni. «Secondo me dovrebbero aiutare questi rom a trovare un posto nuovo dove stare, invece di rendergli sempre più difficile la vita», conclude una bambina nel suo tema.
«Per loro è incomprensibile, inimmaginabile che un loro compagno di scuola resti senza tetto - continua la maestra Veronica - anche se conoscevano la povertà di quelle persone. Sono disperati e noi non sappiamo come consolarli, con quali parole spiegare questo sgombero, che non ha avuto rispetto delle famiglie che volevano integrarsi».
Anche l´onorevole pd Patrizia Toia si indigna: «Nel campo di via Rubattino si stava compiendo un autentico miracolo. Chiedo al sindaco Moratti, all´assessore Moioli in quale scuola andranno domani quei bambini. Chiedo se si rendono conto che hanno interrotto colpevolmente un cammino di integrazione scolastica, il primo passo di un percorso che può cambiare la vita di quei bambini». di Zita Dazzi

Italia: continua la pulizia etnica contro i Rom

Dopo Cosenza, Roma, le violenze di Alba Adriatica ieri è stata la volta di Milano, dove circa 200 persone di etnia romanì, tra le quali almeno 70 bambini, e con passaporti principalmente rumeni sono stati sgomberati dal campo di via Rubattino, nell’area ex-Enel alla periferia est della città.
Fin dalle prime ore della mattina vigili urbani e polizia e carabinieri in tenuta anti sommossa hanno invaso la zona, pronti a radere al suolo tutto. Come è successo a Roma sono stati violati non solo i diritti civili di queste persone, ma anche le leggi che regolano questo tipo di iniziative.
I volontari del Naga, un’associazione che si occupa di difendere i diritti dei cittadini, hanno dichiarato: “Come ormai succede da anni durante l’era De Corato, anche in questo caso, lo sgombero è avvenuto senza alcuna preventiva notifica agli interessati di un provvedimento formale di sgombero, come previsto, invece, dalla normativa nazionale e internazionale, senza alcuna consultazione e dialogo con gli interessati, senza alcuna comunicazione preventiva e, dunque, senza possibilità di contraddittorio e di difesa”.
Da mesi il Naga, la Comunità di Sant’Egidio e gli aderenti Medicina di Strada portavano assistenza agli abitanti del campo. Hanno reso noto che “si è provveduto allo sgombero senza che a tutti i nuclei familiari fosse prospettata un’adeguata alternativa abitativa, nonostante le richieste delle diverse associazioni che da mesi seguono la vicenda e senza che fossero adottate misure atte a proteggere i diritti all’abitazione, all’istruzione e alla salute delle persone”.
I volontari hanno aggiunto: “Proprio temendo uno scenario di questo tipo, gli avvocati Pietro Massarotto, Livio Neri e Alberto Guariso, appoggiati dalla volontà e dalle risorse del Naga, Avvocati Per Niente e Asgi Lombardia, hanno depositato un ricorso cautelare volto ad impedire lo sgombero del campo”.
Non è servito a nulla e lo sgombero è stato eseguito lo stesso, anche se tra una settimana è fissata l’udienza davanti al Giudice Miccichè del Tribunale di Milano. La decisione di procedere da parte del Comune di Milano, secondo le associazioni ostacola l’accertamento giudiziale dei diritti in questione e impedusce comunque ai bambini di continuare a frequentare le scuole. Tuttavia il giudice dovrà ancora pronunciarsi sulle richieste volte a garantire il diritto all’istruzione e ad un’abitazione.

Preoccupanti le parole del vicesindaco Riccardo De Corato, che senza mostrare alcun sentimento di umanità ha detto: “La proprietà ha già iniziato i lavori di smantellamento e messa in sicurezza della struttura”.
De Corato, che fu definito dall’ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, “un vecchio fascista” ha aggiunto con soddisfazione che quello di ieri era il 166esimo sgombero.
Il vicesindaco, poi, ha continuato: “Sul posto, oltre a vigili del fuoco e Protezione civile, sono presenti i Servizi sociali che hanno offerto a donne e bambini l’accoglienza nelle strutture comunali”. Una cosa non ha spiegato: la presunta assistenza viene fornita (come è stato a Roma) solo a donne e bambini ed esclude gli uomini. Il risultato è che le famiglie non accolgono nessun aiuto, perchè non possono accettare di essere divise e di non sapere che fine faranno i padri, i nonni, i fratelli più grandi.
La presenza di rifiuti e degrado, inoltre, è una responsabilità delle amministrazioni pubbliche, che non solo non fanno nulla per individuare aree nelle quali poter accogliere i profughi, ma che neppure attrezzano quelle occupare abusimante, lasciando che la situazione peggiori progressivamente.
Sono state molto dure le proteste dell’opposizione. I consiglieri comunali David Gentili (Pd) e Patrizia Quartieri (Prc) hanno dichiarato: “Mentre l’assessore Moioli celebra l’anniversario della Carta dei diritti all’infanzia in via Rubattino l’esperienza di integrazione di 40 bambini nelle scuole del quartiere viene calpestata dalle ruspe. Uno sgombero che è una vergogna per Milano. Si fa propaganda politica sulla vita dei bambini”.
Gentili ha anche rilevato: “Alle porte dell’inverno, dopo le mobilitazioni del quartiere e delle insegnanti delle scuole che ospitano i bambini, pensavo, ingenuo, che ciò non sarebbe accaduto. Non c’è limite all’utilizzo della vita delle persone per fare propaganda politica”.
Come è successo nel caso dello sgombero del Casilino 700 anche Amnesty International non è rimasta passiva. L’associazione per la difessa dei diritti umani a settembre aveva criticato eventuali operazioni di sgombero e lanciato un appello al prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, nel quale si chiedeva di “non eseguire lo sgombero forzato”.
Come risulta chiaro per chiunque abbia a cuore i diritti dei cittadini, Amnesty aveva fatto notare che questo tipo di procedure “eseguite senza protezione legale, sono proibite dal diritto internazionale in quanto costituiscono una grave violazione di una serie di diritti umani, in particolare, del diritto a un alloggio adeguato”.
Sempre un altro sgombero ha ‘bonificato’ dai romanì la zona di via Luini a Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese.
Ma la ‘pulizia etnica’ è stata addirittura ‘certificata’ a Milano. Lunedì scorso, durante un vertice a Palazzo Marino, Lega e Pdl hanno trovato l’accordo su una delle questioni che in passato ha diviso la maggio¬ranza, fissando in mille il “tetto” dei romanì accettabili dal ‘capoluogo lombardo. Il ‘numero’ dovrà essere raggiunto entro il 2011.
Sinti e rom non sono più nomadi da decenni, ma continuano ad essere considerati tali e non profughi. La loro fuga dai diversi Paesi ex comunisti è la conseguenza delle drammatiche condizioni di vita nelle quali erano costretti. Adesso dovranno essere ‘internati’ in campi ‘regolari’, che secondo le intenzioni saranno “di transito”, non si sa per dove. da InviatoSpeciale

Milano, le bugie della politica comunale nella disperazione di famiglie intere

E' scattato all'alba di giovedì lo sgombero del campo rom nell'area ex Enel di via Rubattino a Milano. Una settantina di vigili urbani e un contingente composto da polizia e carabinieri in assetto antisommossa hanno buttato giù dal letto le famiglie e le hanno costrette a lasciare le baracche. Al momento dell’operazione erano presenti sull’area, oggi di proprietà della Rubattino Srl, circa un centinaio di Rom, alcuni dei quali potrebbero trovare una sistemazione provvisoria alla Casa della Carità.
Inutile la fiaccolata organizzata domenica sera da alcune associazioni del quartiere e dalle maestre dei bambini per scongiurare il blitz. Nel campo, anche in seguito agli arrivi dovuti agli sgomberi di altri campi irregolari, le presenze di Rom erano passate negli ultimi mesi da una cinquantina a circa 200 (di cui circa 70 bambini), quasi tutti di origine romena.
«La proprietà ha già iniziato i lavori di smantellamento e messa in sicurezza della struttura», spiega il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato, che ricorda come con questo sgombero «il 166esimo, restituiamo alla città un'altra fetta abbandonata al degrado. I vigili hanno trovato condizioni igieniche spaventose e tonnellate di rifiuti che ci vorranno giorni a smaltire: una situazione pericolosa anche per gli stessi abusivi».
De Corato ha sottolineato come i rom in città siano scesi in tre anni da 10mila a meno di 3mila (1300 regolari e 1400 irregolari): «Con lo smantellamento di via Rubattino scompare a Milano l’ultima grande baraccopoli. Sono centinaia le lettere inviate dai residenti del quartiere - ha ricordato il vicesindaco - che lamentavano una situazione non più tollerabile sul piano della sicurezza: furti negli appartamenti, dei veicoli parcheggiati sulle pubbliche vie e nei box, pure danneggiate o bruciate, scippi nelle ore notturne e nei pressi del supermarket, intimidazioni e minacce. La polizia locale continuerà nei prossimi giorni a monitorare la zona per impedire nuove occupazioni. Non daremo tregua agli abusivi perché Milano ha scelto una politica della legalità e dell’immigrazione sostenibile, che poi è anche la linea dell’Unione Europea».
«Grazie alle pressioni della Lega Nord di Milano un'altra zona della città torna alla legalità» è il commento di Matteo Salvini, presidente del gruppo consiliare della Lega Nord.

Dure le prime reazioni dell’opposizione: «Mentre l'assessore Moioli celebra l'anniversario della Carta dei diritti all'infanzia - affermano i consiglieri comunali David Gentili (Pd) e Patrizia Quartieri (Prc) - in via Rubattino l'esperienza di integrazione di 40 bambini nelle scuole del quartiere viene calpestata dalle ruspe. Uno sgombero che è una vergogna per Milano. Si fa propaganda politica sulla vita dei bambini».
«Alle porte dell'inverno, dopo le mobilitazioni del quartiere e delle insegnanti delle scuole che ospitano i bambini, pensavo, ingenuo, che ciò non sarebbe accaduto - prosegue Gentili -. Non c'è limite all'utilizzo della vita delle persone per fare propaganda politica». Di «ennesima violazione di diritti fondamentali», parla l'associazione Naga.
Nel settembre scorso anche Amnesty International si era schierata pubblicamente contro un eventuale sgombero con la forza pubblica del campo di via Rubattino e aveva sollecitato i propri sostenitori a sottoscrivere un appello al prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi in cui lo si invitava «a non eseguire lo sgombero forzato». Per Amnesty questo tipo di operazioni «eseguite senza protezione legale, sono proibite dal diritto internazionale in quanto costituiscono una grave violazione di una serie di diritti umani, in particolare, del diritto a un alloggio adeguato».
Sulle polemiche sollevate dallo sgombero, De Corato replica che «anche questa volta, particolare riguardo, è stato rivolto all’accoglienza dei minori: peccato che chi oggi strumentalmente alza la voce su questo aspetto non abbia mai detto una parola sulla vergogna della tratta dei minori rom seviziati, costretti a prostituirsi o a rubare».
«Gli operatori dei Servizi Sociali - dichiara l’assessore Moioli - d’intesa con la Prefettura e le realtà del privato sociale, si stanno occupando di mamme e bambini attraverso un progetto condiviso, elaborato negli scorsi giorni. Sono già 6 i nuclei familiari che sono stati accolti in strutture messe a disposizione dal Comune e altri 6 hanno accettato l'alternativa al campo e stanno per essere ospitati. Si tratta di 12 mamme e 30 bambini».
Intanto, è stato sgomberato dalle forze dell'ordine anche il campo rom di via Luini a Sesto San Giovanni, nell'hinterland milanese. A comunicarlo e il capogruppo del Pdl in Comune Antonio Lamiranda, che accusa però l'Amministrazione di centrosinistra di «nulla aver fatto per tutelare quei cinque o sei bimbi che vivono in condizioni inumane».
Lunedì scorso, durante un vertice a Palazzo Marino, Lega e Pdl hanno trovato l'accordo su una delle questioni che in passato ha diviso la maggioranza, fissando in mille il «tetto» dei Rom e Sinti presenti in città, tetto da raggiungere entro il 2011. I nomadi, a quanto deciso, dovranno essere inseriti in campi rom regolari che, in prospettiva, sono destinati a diventare per lo più spazi di transito. da Corriere della Sera

Milano, una giornata di ordinaria discriminazione

Non è certo il primo sgombero a cui assisto. Questa mattina (19 novembre 2009) alle 5.45 in via Rubattino c’erano già alcuni uomini che uscivano per andare a lavorare nei cantieri. Non credevano sarebbe arrivato lo sgombero, proprio oggi.
C’era già Stefano, della Comunità di S. Egidio, presente, ben più sveglio di me. Capace di parlare con tutte le persone della baraccopoli, conoscendole una a una. C’era già anche un cittadino del quartiere, in pensione, che abitualmente accompagna i bambini a scuola, organizzando una sorta di piedibus in cui bambini rom e gagi si tengono per mano.
Alle 6.00 sono iniziate a uscire le prime famiglie che hanno preso sul serio la notizia dello sgombero. Solo coppie senza figli, più rapide e capaci di “prendere su” le proprie cose e cercarsi un’altra sistemazione. Per chi ha figli, spostarsi è ben più difficile. Pian piano tutti hanno iniziato a svegliarsi e uscire. Forse 250 persone, probabilmente di più. Almeno 80 bambini.
Pian piano sono arrivati anche altri gagi: Elisabetta e tante persone della Comunità di S. Egidio, Greta, Valerio e tanti da Segnavia - l’associazione animata dai padri Somaschi -, Fabio, Lavinia e tanti altri del Naga, e poi le maestre delle scuole elementari del quartiere, alcuni genitori, Vincenzo e le persone del circolo Acli di Lambrate, Patrizia Quadrelli - consigliera comunale di Rifondazione - e David Gentili - consigliere comunale del PD.
E poi i giornalisti, Repubblica, Corriere, Radio Popolare. Un sacco di persone, e non solo delle associazioni coinvolte abitualmente nel Tavolo Rom. Tanti cittadini ordinari, a testimonianza dei legami forti creati nel quartiere. Le persone sono arrivate così presto alla mattina, forse anche senza credere veramente allo sgombero. Quasi per rassicurare e rassicurarsi. In una delle prime mattine un po’ fredde, con una pioggerellina intermittente.
Alle sette di mattina eravamo già tutti lì. Convocati da sms rapidi, e-mail veloci poche ore prima, fra le 18.00 e le 21.00 del giorno precedente - “pare che sia veramente domani lo sgombero... appuntamento in via Rubattino”. Poi è sorto il sole, alle 7.20. E alle 7.30 sono arrivate le ruspe. Alle 7.40 l’esercito (polizia di stato e carabinieri) e la polizia locale. La normativa internazionale prevede che non possa essere fatto uno sgombero in assenza di alternative abitative. Prevede anche che debba essere data una notifica individuale ai maggiorenni. Né l’uno, né l’altro vincolo è stato rispettato . Prevede anche molte altre cose, come si può leggere nel dettaglio nei tanti documenti del Tavolo Rom di Milano (vedi: Documento Tavolo Rom - Politiche e interventi possibili per i rom e i sinti a Milano2.rtf ). di Tommaso Vitale, continua a leggere…