giovedì 24 febbraio 2011

Lecce, un appello alle Istituzioni: venite al Campo Panareo!

È pomeriggio. Il campo rom è avvolto da fumo, fuliggine, odore nauseabondo di liquami. La spazzatura non viene ritirata da giorni. Pozzanghere di melma fuoriescono in tutta la zona abitata. Cani e bambini giocano nell'area se pur impraticabile. Le fogne della parte nuova del campo, consegnata da pochi mesi per il nuovo progetto, risultano non funzionanti. La pendenza della strada è stata sbagliata: i liquami dei 16 prefabbricati non finiscono nella prevista fogna a dispersione ma fuoriescono nelle case, attraverso i minuscoli bagni dei primi alloggi. I “lavori pubblici”, pur investiti per giorni del problema, non intendono intervenire. Alcuni rom aprono un tombino alla fine della strada ed i liquami abbandonano le casette e si liberano nel campo. I rappresentanti del campo chiamano a loro spese autospurghi per tentare di trovare soluzioni da sé. Inutilmente perchè il problema non è che risolvibile da un'impresa.
La parte vecchia del campo, quella delle baracche è in parte invivibile a causa del descritto sovraccarico fognario ed a causa della rottura del vecchio impianto idrico che non ha retto al tempo allagando parte delle baracche. Bambini, adulti con gravi forme di disabilità (amputazione degli arti, dialisi, ictus, epilessia), dormono nell'acqua e non ricevono alcuna assistenza. I bagni sono comuni e non adiacenti alle baracche.
Poi un'ispezione. Un'ingiunzione di abbattimento. Un tempo limitato per trovare soluzioni ad una situazione che facile non è e che si trascina da anni. Troppi. Quasi venti. Iniziata con un' infausta decisione amministrativa di far diventare campo e comunità semplicemente alcune famiglie di concittadini che scappando dalla guerra in Jugoslavia avevano cercato rifugio in città.
Il ghetto negli anni si è protratto, è cresciuto nell'incuria politica di tutti. Un'ignavia politico-organizzativa generalizzata, intervallata da interventi estemporanei dettati da una qualche situazione emergenziale. Pagamento delle utenze, autospurgo, spazzatura. Alcuni container forniti con finanziamento provinciale, un nuovo ultimo progetto abitativo ma mai interventi congiunti, organici, a lungo periodo, mirati intanto al superamento del campo (perchè il campo per forza?) ed al concreto inserimento sociale e lavorativo dei rom.

I bambini nati qui, cresciuti nelle scuole della città non hanno di fatto un futuro diverso che vivere, crescere e morire nel campo. Da soli non ce la fanno nemmeno ad affrontare la scuola media. non hanno ancora i libri! Stamane, durante l'incontro avvenuto a Palazzo Carafa col Sindaco di Lecce ed altri rappresentanti istituzionali, abbiamo appreso con sollievo la dichiarata volontà politica dell'amministrazione comunale di non voler agire un indiscriminato sgombero delle famiglie rom di campo panareo ma la disponibilità anzi, ad un tavolo di concertazione che possa mettere in campo progettualità possibili.
La convocazione dei piani di zona, inoltre, risulta un percorso indispensabile, stante la disponibilità finanziaria derivante dalla misura PO FESR 2007-2013, asse III, linea 3.4 azione 3.4.1., il cui bando - che sta per scadere a brevissimo - è fruibile solo dai comuni ed è rivolto, fra i possibili beneficiari anche ad “adulti in condizione di disagio, minoranze quali nomadi e stranieri immigrati, altri soggetti marginali o a rischio di emarginazione sociale, culturale, economica e lavorativa”.
È un finanziamento che non può essere utilizzato per usi edilizi ma bensì per il pagamento di fitti, per progetti di inserimento sociale e lavorativo e quant'altro si possa mettere in atto per un ammontare massimo di 700mila euro. Con l'individuazione di strategie possibili ed un minimo di coordinamento fra i differenti settori del Comune di Lecce e fra questo e i Comuni del Salento, non diventerebbe più impossibile mettere in campo dei canali di risoluzione delle prolematiche sociali ed abitative dei rom come di altri soggetti svantaggiati della città.
Ma se l'uso di fondi regionali già esistenti risulta proficuo per la determinazione di servizi possibili
utili sia al provvisorio arginamento dell'emergenza abitativa sia alla collocazione ed al sostegno dei disabili residenti al campo, rimane da risolvere e presto la gravissima situazione igienico-ambientale in cui versano attualmente le famiglie rom.
È necessario un intervento straordinario ed urgente, possibile, con facilità, solo con un impegno celere, sinergico e congiunto fra istituzioni. Qualcuno deve intervenire e fondi straordinari ed immediati possono essere reperiti da qualsiasi ente, intanto, ad esempio, da quello principe che è l'Ente Provincia.
L'invito finale rivolto ai soggetti istituzionali coinvolti ed a quelli silenziosi è quello di recarsi di persona, almeno per una volta, al campo panareo, perchè prima di decidere se intervenire o meno, come o come non farlo, si ha il dovere etico, morale e politico di conoscere la realtà e di vedere la situazione coi propri occhi.
Non sfuggirebbe lo stridio fra il degrado estremo del campo panareo e la forza, la dignità, lo sforzo di cura della famiglia e degli spazi, altrettanto estreme e tenaci, che contraddistinguono gli abitanti, anche i più piccoli, e la loro solitudine. di Katia Lotteria, Rete Antirazzista Salento

Maroni e gli sgomberi, chi ha ragione sui rom?

Troppo facile asciugarsi una lacrima quando muoiono bruciati quattro fratellini e il Papa si interroga se una «società più solidale e fraterna, più coerente nell'amore, cioè più cristiana, non avrebbe potuto evitare tale tragico fatto». Troppo facile.
L'altra sera, alla trasmissione «Chetempochefa», denunciano alcuni docenti universitari italiani e francesi che si occupano di rom, «Roberto Maroni ha affermato di aver firmato il piano sviluppato dal Comune di Milano secondo il quale "Io sgombero c'è quando c'è una soluzione alternativa". Egli si è detto "garante della buona attuazione di questo piano"».
Falso, accusano in una lettera aperta Tommaso Vitale, Laura Boschetti, Raffaele Mantegazza, Chiara Manzoni, Oana Marcu, Greta Persico, Andrea Rampini e Alice Sophie Sarcinelli: «Al contrario, nella maggior parte dei casi gli sgomberi, che sono ciclici e reiterati, avvengono in assenza di alternative abitative e senza il rispetto dei diritti fondamentali. Esemplari sono i ripetuti sgomberi delle famiglie che ruotano attorno al quartiere Feltre/Lambrate. Il primo, in data 19/n/2009, prevede- va di separare gli uomini da donne e bambini e le madri dai figli maggiori di 7 anni. Le famiglie sono state ospitate in una chiesa per una notte per poi tornare in strada, sotto la pioggia, mentre alcuni bambini e anche alcune famiglie sono stati ospitati per qualche giorno da maestre e cittadini del quartiere».
Lo stesso campo con le stesse ti famiglie, accusano, «è stato sgomberato a inizio settembre 2010, a pochi giorni dall'inizio delle scuole, che la maggior parte dei minori che vi abitavano frequentano. Dopo molte negoziazioni, alle famiglie rom è stata proposta una soluzione temporanea, che tuttavia prevedeva di separare gli uomini da donne e bambini. Solo una percentuale inferiore al 20% delle madri che avevano fatto esplicitamente richiesta scritta è stata ospitata strutture pubbliche o convenzionate di accoglienza. Queste famiglie hanno passato gli ultimi due inverni a subire sgomberi, vivendo in strada: alcuni bambini hanno subito 20 sgomberi in un anno.».
In definitiva: « Nella stragrande maggioranza dei 170 sgomberi effettuati nel corso del 2010 nessuna alternativa è stata offerta». Mentono questi docenti o mente il ministro?

Nel settembre 2008 alla festa del carroccio a Venezia Giancarlo Gentilini barri al microfono: «Voglio la rivoluzione nei confronti dei nomadi, dei zingariiii. Ho distrutto due campi di nomadi e di zingari a Treviso. Non ci sono più zingari, a Treviso! Voglio eliminare i bambini dei zingari che vanno a rubare agli anzianiii!». E tanti si affannarono a dire che no, non intendeva dire «eliminare» nel senso di Joseph Mengele. E che la stessa «anagrafe» proposta da Maroni era tesa a strappare quei bambini al degrado per aiutarli a integrarsi nella società... Domanda: se la guerra ai campi nomadi abusivi è motivata non da rigurgiti razzisti ma da questa volontà dichiarata, che prospettiva possono avere bimbi sgomberati venti volte in un anno? di Gian Antonio Stella

martedì 22 febbraio 2011

Che tempo che fa? Risposta al Ministro Roberto Maroni

Nella puntata di “Che tempo fa?” del 13/02/2011, il Ministro degli Interni Roberto Maroni ha affermato di aver firmato il piano sviluppato dal Comune di Milano secondo il quale “lo sgombero c’è quando c’è una soluzione alternativa”. Egli si è detto “garante della buona attuazione di questo piano”.
Come ricercatori sul campo, siamo a diretta conoscenza della concreta situazione relativa agli sgomberi delle baraccopoli costruite a Milano dai rom immigrati dall’Europa sud-orientale. Quanto è stato affermato dal Ministro degli Interni Roberto Maroni non trova alcun riscontro di realtà. Al contrario, nella maggior parte dei casi gli sgomberi, che sono ciclici e reiterati, avvengono in assenza di alternative abitative e senza il rispetto dei diritti fondamentali.
Esemplari sono i ripetuti sgomberi delle famiglie che ruotano attorno al quartiere Feltre/Lambrate. Il primo, in data 19/11/2009, prevedeva di separare gli uomini da donne e bambini, e le madri dai figli maggiori di sette anni. Le famiglie sono state ospitate in una chiesa per una notte per poi tornare in strada, sotto la pioggia, mentre alcuni bambini e anche alcune famiglie sono stati ospitati per qualche giorno da maestre e cittadini del quartiere.
Lo stesso campo (con le stesse famiglie) è stato sgomberato a inizio settembre 2010, a pochi giorni dall’inizio delle scuole, che la maggior parte dei minori che vi abitavano frequentano. Dopo molte negoziazioni, alle famiglie rom è stata proposta una soluzione temporanea, che tuttavia prevedeva di separare gli uomini da donne e bambini. Solo una percentuale inferiore al 20% delle madri che avevano fatto esplicitamente richiesta scritta è stata ospitata per un breve periodo in alcune strutture pubbliche o convenzionate di accoglienza. Queste famiglie hanno passato gli ultimi due inverni a subire sgomberi, vivendo in strada: alcuni bambini hanno subito 20 sgomberi in un anno. di Local Policies for Roma and Sinti in Europe, continua a leggere...

lunedì 21 febbraio 2011

Charlie Chaplin? Un sinto, un rom, un manouche, un romanichals, un kale

Nel giorno in cui Sucar Drom compie 33 anni arriva un regalo aspettato da tempo: l’immenso Charlie Chaplin era sinto/rom. In un’intervista alla BBC Michael Chaplin ha dato la notizia del ritrovamento di una lettera che conteneva un segreto: Charlie Chaplin non ha aperto gli occhi a Londra ma in una carovana di sinti/rom nel Black Patch di Smethwick. Michael ha anche affermato che in casa Chaplin erano sempre circolate voci delle loro origini sinte/rom. La lettera conservata prima da Chaplin poi dalla moglie è stata ritrovata chiusa a chiave nel cassetto della sua scrivania.
Tutti sapevano che la madre di Chaplin apparteneva ad una famiglia di artisti itineranti, lavoro tradizionale delle famiglie sinte in Europa, ma ad oggi rimaneva ancora nebulosa la nascita del grande protagonista del secolo passato. Infatti non era mai stato ritrovato il suo certificato di nascita.
Ora inizierà la “guerra”, tutta politica, su quale minoranza appartenesse il mitico Charlot, era sinto, era rom, era romanichals o era manouche… Perché nella lettera si parla di tzigani e chi segue questo spazio web sa che tale termine non è stato coniato ne da sinti ne da rom ne da manouche ne da romanichals ne da jenish.
A noi rimane la gioia di avere la conferma che l’immenso genio di Charlie Chaplin è stato un regalo prezioso che sinti, rom, manouche, romanichals e kale hanno fatto alla cultura mondiale.

venerdì 18 febbraio 2011

Brescia e Milano, continui abusi e violenze

Mentre a Roma, dopo il monito del Presidente Napolitano, l’Amministrazione comunale cerca soluzioni per le persone che vivono in condizioni abitative drammatiche, a Brescia e a Milano si compiono continui abusi e violenze.
Il Comune di Brescia per punire quattro famiglie sinte residenti che non accettano di essere trasferite ha tolto l’energia elettrica a tutte le venti famiglie che abitano nell’area di via Orzinuovi. L’azione medioevale dell’Amministrazione comunale ha messo a rischio la vita di un bambino sinto affetto da una rara malattia genetica. I sinti bresciani di via Orzinuovi hanno immediatamente messo in atto una protesta durissima che ha portato la chiusura della Strada provinciale che da Brescia porta a Milano. L’energia elettrica è stata riallacciata dopo poche ore grazie ad una trattativa promossa da Sucar Drom e guidata dal Pastore Renato Henich dell’associazione Sinti Italiani di Brescia. La notizia ha fatto partire una gara di solidarietà ma è chiaro che una denuncia contro il Vece Sindaco Rolfi è doverosa.
Il Comune di Milano, di concerto con il Prefetto Lombardi, ha messo in atto l’ennesimo sgombero contro una settantina di Cittadini comunitari, appartenenti alla minoranza rom. Dalle notizie stampa è stato offerta una soluzione alternativa: la comunità per le donne con figli piccoli. Per tutti gli altri (uomini, donne e ragazzi con più di 13 anni) nessuna soluzione è offerta.

Praticamente il Comune di Milano offre alla famiglie di dividersi e lascia senza soluzione la metà delle persone sgomberate. Le famiglie naturalmente non hanno accettato e sono quindi in questo momento alla ricerca di un diverso posto dove ricostruire le precarie baracche. Il Vice Sindaco De Corato ha dichiarato al Corriere della Sera: «Ho ricevuto diverse segnalazioni dal Consiglio di Zona 4 e dai residenti - dichiara De Corato - riguardo all’aumento dei furti e dell’accattonaggio nel quartiere, oltre che del degrado per l’abbandono di rifiuti di ogni genere e dell’insicurezza per l’accensione di fuochi nelle baracche. L’intervento di oggi è dunque un segnale di attenzione da parte dell’Amministrazione, un atto dovuto per riportare decoro e sicurezza nell’area. E ringrazio i cittadini e i consiglieri di Zona che indicando prontamente la presenza della baraccopoli hanno collaborato con le Istituzioni per il ripristino della legalità».
Noi ci chiediamo se il decoro sia più importante della vita di settanta persone e ancora quale legalità e sicurezza può esistere a Milano se si calpestano non solo le leggi italiane ed europee ma addirittura i fondamentali diritti umani su cui sono costruite le società occidentali?

lunedì 14 febbraio 2011

Roma, Sucar Drom: sosteniamo Najo Adzovic e il Sindaco Alemanno

“E' stata una tragedia che pesa dolorosamente su ciascuno di noi e che ci rende ancor più convinti della necessità di non lasciare esposte a ogni rischio comunità che da accampamenti di fortuna, degradati e insicuri, debbono essere tempestivamente ricollocate in alloggi stabili e dignitosi”. “Le autorità locali e nazionali non possono non sentirsi impegnate ancor più fortemente a dare soluzione a un problema così grave in termini umani e civili”.
Queste le parole del Presidente Giorgio Napolitano subito dopo la tragedia che ha colpito Roma con la morte di Raul (4 anni), Fernando (5 anni), Sebastian (11 anni) e Patrizia (8 anni), morti bruciati vivi nel rogo che ha distrutto la baracca dove vivevano con i genitori. Il Capo dello Stato dopo aver incontrato i famigliari dei bambini morti ha dichiarato: “Ai genitori e alla superstite sorella dei quattro bambini rom - ha concluso - orrendamente periti nel rogo del precario rifugio in cui vivevano, ho voluto esprimere il sentimento di umana solidarietà che con me oggi provano tutti i romani e gli italiani”. Nelle ore successive il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha dichiarato il lutto cittadino.
Subito dopo l’intervento del Presidente Napolitano è scoppiata un’accesa polemica politica, soprattutto a Roma, che dura tuttora. Nei giorni scorsi la nostra associazione non è intervenuta pubblicamente perché ci è sembrato indecoroso polemizzare nel momento del dolore e del lutto che ha colpito, come ha sottolineato il Capo dello Stato, tutto il Paese. Ma oggi ci sembra giusto offrire a tutti la nostra chiave di lettura sulla situazione nella Capitale, visto che in questi anni siamo intervenuti diverse volte.
In questi giorni abbiamo letto le innumerevoli dichiarazioni di esponenti politici, di esponenti delle associazioni pro rom e sinti, di intellettuali… Ciò che ha impressionato è che tutti hanno gettato la responsabilità della grave situazione attuale sugli altri. La prima cosa che è quindi giusto dire è che la situazione di Roma ha responsabilità diverse e che nessuno può esimersi dal fare una dura autocritica, associazioni comprese.

Il cosiddetto “Piano Nomadi” è stato pensato e approntato dalla Giunta Rutelli (1993/2001), è stato promosso e iniziato dalla Giunta Veltroni (2001/2008), è stato ripreso e messo in opera dalla Giunta Alemanno (2008/oggi). In cosa consiste? Costruzione di alcuni grossi insediamenti fuori dal Raccordo Anulare (il centro sinistra ne ha realizzati due: via del Salone e Castel Romano, con l’apporto di tutte le associazioni anche quelle che oggi criticano Alemanno), dove concentrare tutti i rom e i sinti che vivono a Roma. In un’intervista al quotidiano Repubblica, nel maggio 2007, l’ex Prefetto di Roma, Achille Serra (un uomo del centro-sinistra), ha spiegato che l’intento non era solo quello di concentrare i sinti e i rom in grossi insediamenti fuori dal Raccordo Anulare ma di utilizzare questi grossi campi per rieducare i rom e i sinti. Un messaggio devastante che ha fatto male quanto le campagne xenofobe di Forza Nuova.
Le novità apportate dal Sindaco Alemanno sono essenzialmente due: la partecipazione diretta dei rom e dei sinti e un accordo con la Prefettura e la Questura di Roma per iniziare un percorso di regolarizzazione delle tante persone ancora senza documenti (i rom provenienti dalla ex Yugoslavia, in maggioranza profughi dopo la guerra ma non solo).
Ed è sulla partecipazione diretta dei sinti e dei rom che si è concentrato il fuoco di quasi tutte le associazioni pro rom sinti ma non solo, in particolare il fuoco si è concentrato contro Najo Adzovic (in foto) nominato dal Sindaco delegato sulla questione rom. Per quale ragione? Il Sindaco ha di fatto spostato un piccolo pezzo di potere dalle associazioni pro rom e sinti ai diretti interessati: i rom e i sinti. E questo non è piaciuto alle associazioni che hanno iniziato a contrastare in maniera forte il cosiddetto “piano nomadi”.
Oggi viene usata la tragedia che ha visto colpita una famiglia rom per distruggere il percorso di partecipazione iniziato dal Sindaco Alemanno, ma nessuna idea alternativa seria e realizzabile viene proposta per evitare il concentramento fuori dal Raccordo dei sinti e rom capitolini. Nel frattempo continuano ad esserci intere famiglie che vivono in condizioni disumane aiutate per lo più da pochi volontari di associazioni benevole di ispirazione cristiana.
E’ chiaro a tutti che dopo anni di stigmatizzazione dei sinti e dei rom sia da sinistra che da destra è pressoché impossibile partire con un piano casa per i rom, visto anche che il Comune di Roma ne è sprovvisto anche per gli altri cittadini. E dovrebbe essere a tutti chiaro che come ha ammonito il Capo dello Stato, i rom che vivono in situazioni inumane devono essere tempestivamente ricollocati in alloggi stabili e dignitosi. Tragedie come quella che ha colpito la famiglia di Elena Moldovan ed Erdei Mircea possono succedere nuovamente e l’elenco dei bambini rom morti negli ultimi vent’anni è lunghissimo, una vera e propria strage.
Oggi, grazie all’intervento del Presidente Napolitano, si può imprimere una svolta. Il Presidente è stato sensibilizzato in questi ultimi anni dalla Federazione Rom e Sinti Insieme e dalla Federazione Romanì (le uniche organizzazioni nazionali formate da associazioni sinti e rom) e ha compreso, dopo aver ricordato il Porrajmos durante le celebrazioni per il Giorno della Memoria, che la questione rom e sinta non può essere affrontata come un problema di sicurezza ma che solo offrendo i diritti fondamentali e pari opportunità si potrà uscire da questa situazione vergognosa.
Il Sindaco Alemanno in queste ore sta organizzando incontri con tutti i rappresentanti delle comunità sinte e rom capitoline e con tutte le associazioni. Chi si ritirerà sull’Aventino o chi intralcerà questo percorso sarà responsabile delle prossime tragedie. Per tutti gli altri è d’obbligo fare proposte serie e concretizzabili sia a breve termine che a medio e lungo termine. Sarà impossibile in un anno offrire a tutti i rom e sinti romani una soluzione soddisfacente ma si potrà impostare un percorso virtuoso. Ma sia chiaro, i furbi e i furbetti dovranno essere emarginati, compreso chi in questi anni ha avuto la possibilità di costruirsi casa e posizione in ex Yugoslavia o in Romania. Per i falsi poveri non c’è posto. Come non c’è più posto per quelle associazioni che in questi anni non hanno fatto un passo per costruire una reale partecipazione dei sinti e dei rom. Per i piccoli o i grandi potentati diciamo a gran voce: dosta!! basta!!
Il Consiglio direttivo dell’associazione Sucar Drom

venerdì 11 febbraio 2011

Senatore Pietro Mercenaro: interrompere la spirale di ignoranza e pregiudizio

Il rogo che domenica notte ha ucciso quattro bambini Rom in un campo alla periferia di Roma è una tragedia che obbliga ciascuno di noi ad un’assunzione di responsabilità.
Per troppo tempo la politica, ma non solo, ha girato la testa dall’altra parte per non vedere e non conoscere le condizioni di vita di migliaia di Rom e Sinti che vivono nel nostro paese. Si parla di circa 40.000 persone tra donne, uomini ma soprattutto di bambini che abitano nei campi, realtà che con pochissime eccezioni non esistono in altri paesi europei; e vivono in condizioni, per usare il linguaggio delle convenzioni internazionali, disumane e degradanti.
Nei campi abusivi manca l’acqua, la luce, i servizi igienici, e spesso le baracche sono costruite a ridosso di discariche, infestate di topi. E anche i campi regolari, in cui dovrebbero essere garantiti i servizi minimi, sono costruiti nelle periferie delle città, terre di nessuno da tenere il più lontano possibile dalle nostre case, dalle nostre scuole, dalle nostre abitudini. Sono luoghi che rendono impossibile qualsiasi tipo di vita sociale: come si fa a pensare di mandare un bambino a scuola, se vive a venti chilometri dall’istituto più vicino in una roulotte senza riscaldamento o immersa nel fango?
Nei campi quindi si nasce, si vive e si muore. La metà dei Rom e dei Sinti presenti nel nostro paese sono cittadini italiani ma circa i due terzi di quelli di nazionalità straniera provengono dalla ex Jugoslavia e sono nati e cresciuti in gran parte in Italia. Quindi in baracche, o roulotte, a ridosso delle nostra case ma in un mondo che è anni luce di distanza da quello che conosciamo e che facciamo di tutto per rimuovere dai nostri orizzonti.

È a queste persone che la politica deve guardare, senza demagogia e senza contrapposizioni faziose, per costruire dei percorsi che promuovano una reale integrazione, nel rispetto dei diritti e dei doveri. Non si può sfruttare l’alibi della “differenza culturale” per giustificare situazioni di vita disumane. È quindi necessario un programma graduale di chiusura dei campi, a partire da quelli più degradati, per offrire soluzioni abitative diverse, accettabili e accettate, cioè discusse e confrontate. Ed è a queste persone che la politica deve guardare con azioni e provvedimenti che restituiscano la piena cittadinanza.
Ad esempio rivedendo il capitolo della legge 482 del 1999 che riconosce le minoranze linguistiche italiane per includervi la minoranza Rom e la sua lingua, il romanès; ad esempio inserendo il genocidio dei Rom tra quelli che vengono ricordati ogni anno il 27 gennaio nel Giorno della Memoria; ad esempio trovando una risposta alla domanda di cittadinanza per le migliaia di minori nati nel nostro territorio.
Ieri, la commissione del senato per i diritti umani ha approvato il rapporto finale di un’indagine iniziata nell’ottobre del 2009 e durata oltre un anno e mezzo. Un lavoro meditato, portato avanti con impegno e attenzione, e votato all’unanimità, alla presenza di tutti i gruppi parlamentari, non sull’onda dell’emotività ma grazie a una discussione maturata nel tempo. Credo sia stato un esempio di impegno e di responsabilità, che proviene dalla volontà di guardare alla situazione dei Rom e dei Sinti non con i paraocchi dettati dai luoghi comuni ma con la sincera volontà di conoscere.
Perché interrompere la spirale di ignoranza e pregiudizio è il primo passo per immaginare soluzioni, e interventi, per promuovere un reale processo di integrazione e di miglioramento delle condizioni di vita. di Senatore Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione straordinaria per i Diritti Umani

Parlamento italiano, presentato il rapporto conclusivo dell'indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia

Nel pomeriggio di mercoledì 9 febbraio, dopo un commosso minuto di silenzio in ricordo dei quattro bambini rom che hanno perso la vita domenica scorsa a Roma, la Commissione straordinaria per i Diritti Umani del Senato ha approvato con il voto unanime di tutti i gruppi parlamentari il rapporto che conclude l'indagine conoscitiva sulla condizione di Rom e Sinti in Italia iniziato nell'ottobre 2009. Si tratta della prima indagine conoscitiva del Parlamento italiano in materia.
"Sono soddisfatto del risultato di questo lavoro su un tema così difficile e complicato. Spero sia in grado di offrire alle discussioni parlamentari in materia un terreno più avanzato di confronto" ha affermato Pietro Marcenaro (PD), Presidente della Commissione, nell'illustrare il rapporto alla stampa. "Questa relazione approvata all'unanimità è un risultato importante e condiviso. Oggi inizia un percorso nuovo, che la mancanza di una documentazione condivisa rendeva difficile" ha commentato il Senatore Salvatore Fleres (PDL), membro della Commissione.
I documenti:
- Sintesi del rapporto conclusivo dell'indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia (pdf)
- Rapporto conclusivo dell'indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia (pdf)

Roma, manifesta il fronte "no piano nomadi"

Ieri sera diverse organizzazioni e comitati di Roma hanno organizzato una manifestazione dal titolo “contro il piano nomadi per il diritto alla casa”. La manifestazione si è tenuta in Piazza del Campidoglio e ha visto la partecipazione di circa duecento persone. Sono state accese quattro fiaccole accanto ad uno striscione bianco con i nomi di Sebastian, Patrizia, Fernando, Raul scritti con la vernice rossa. Di seguito il comunicato che è stato diffuso con l’elenco delle associazioni che hanno aderito all’iniziativa
Il 6 febbraio 2011 non sono morti quattro bambini rom, sono stati uccisi. Sono stati uccisi da anni di colpevole emarginazione delle popolazioni rom, dalla politica degli sgomberi, da quella dei campi nomadi, da un’emergenza che sembra infinita, dai milioni di euro spesi nel tanto decantato Piano Nomadi, dalla scelta criminogena di affrontare le questioni sociali in termini di ordine pubblico.
Neanche era stato spento il rogo che il sindaco della Capitale si era già permesso di alzare la voce per avere ancora più soldi e poteri speciali al fine di mettere in mezzo alla strada, o in invivibili container, centinaia di persone “colpevoli” di essere rom. Al sindaco non sono bastati due anni di poteri speciali, i 30 milioni di euro pubblici stanziati annualmente per “l’emergenza”, la videosorveglianza h24, gli inutili censimenti, le campagne elettorali incentrate sull’intolleranza e i campi-lager fuori dal GRA. Vuole di più!

Cerca ulteriori consensi per perpetrare politiche discriminatorie, per allestire nuove tendopoli e campi attrezzati invece che lavorare all'unica soluzione degna possibile: una casa anche per i rom.
L'atteggiamento dell'amministrazione Alemanno è grottesco, oltre che pericoloso. Sono state deliberatamente ignorati i rilievi e i richiami internazionali, inascoltata la denuncia di Amnesty International e a nulla sono valsi i dossier di importanti associazioni che si sono espresse contro il Piano Nomadi. Gli aiuti, i poteri e i soldi il sindaco li ha avuti e il frutto sono anche queste 4 vittime innocenti.
Crediamo quindi che sia necessario scendere in piazza e andare sotto il palazzo del governo di questa città per denunciare, con profonda e consapevole decisione, questa politica discriminatoria, inadeguata e inefficace, da oggi infanticida.
Chiamiamo a raccolta tutta la società civile, uomini, donne e bambini, italiani e migranti, rom e gadgè, per esprime la dovuta solidarietà alla comunità rom romena e chiedere a gran voce:
- La fine di morti innocenti a causa di colpevoli improvvisazioni segregative, spacciate per politiche
- L’immediata interruzione del fallito Piano Nomadi
- Le necessarie sostiuzioni dei responsabili di queste politiche
- L’avvio di un percorso di reale superamento della pluridecennale politica dei campi nomadi che genera insicurezza, discriminazione, segregazione
- L’immediata soluzione, con relativa messa in sicurezza, di tutti quei contesti spontanei e invivibili ove sono costrette centinaia di persone a Roma, senza luce né acqua né servizi
- Il rispetto della legislazione internazionale, in particolare in materia di rom e di sgomberi
- L’avvio di politiche capaci di garantire il diritto all’abitare a quanti oggi, migranti e non, rom e gadgè, vivono la drammatica emergenza abitativa di questa città, ricorrendo al riconoscimento dei percorsi di auto-recupero urbano e utilizzando il patrimonio pubblico in dismissione invertendo radicalmente la politica di privatizzazione e di sperperi di questa amministrazione.
Comitato Ex Casilino 900 del Montenegro, Kosovo e Macedonia - Rom e Romnì di Metropoliz – Rom e Romnì di via dei Cluniacensi – Rom e Romnì di via Amarilli - Rom e Romnì di Salone del Montenegro - ARCI di Roma - Popica Onlus - Stalker – Associazione 21 Luglio - Blocchi Precari Metropolitani - Osservatorio Antirazzista Territoriale Pigneto/Prenestino - Lunaria – A.R.P.J. Tetto Onlus – CSOA Ex Snia - FOCUS Casa dei Diritti Sociali – Piero Soldini (Responsabile Nazionale Immigrazione CGIL) - Funzione Pubblica CGIL Roma e Lazio - Gruppo di ricerca "nomadismo e città" del Dipartimento di Studi Urbani dell'Università di Roma Tre – Assalti Frontali – Opera Nomadi Toscana - Antica Sartoria Rom – USB Unione Sindacale di Base – CVX Comunità di Vita Cristiana Roma – Sinistra Ecologia Libertà area metropolitana - Associazione Somebody – Associazione Senza Confine – Lega Missionaria Studenti di Roma – Gianluca Peciola (consigliere provinciale) - Susanna Fantino (Presidente Municipio 9) - PRC di Roma/Fds - Coordinamento Cittadino Lotta per la Casa - Cipax - Partida Romilor - Cooperativa Bosnia Erzegovina – Forum Immigrazione PD Roma - Sinistra Critica Roma - Associazione A buon diritto - Unione Inquilini - Fabbrica Prenestina - Centro Culturale G. Morandi - CGIL Camera del Lavoro Roma Sud - Rete Romana di Mutuo Soccorso - Primaveraromana - Unione Sindacale Italiana Usi - Pdci di Roma/Fds - Action Diritti in movimento - Andrea Alzetta (Consigliere Comunale) - Csoa Sans Papiers - Sandro Medici (Presidente Municipio 10) - Roma Social Club - Comitato Immigrati in Italia a Roma - Coordinamento Donne contro il razzismo - Federazione Romani - WILPF Italia - Associazione Romni Onlus - Yakaar Italia Senegal - Autorecupero San Tommaso - Theatre Rom - Gruppo Intercultura della CdB S. Paolo di Roma - Associazione Dhuumcatu - CILAP Collegamento Italiano Lotta alla Poverta - Andrea Segre - Servizio Rifugiati e Migranti/Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia

Pisa, il Comune ignora il monito del Capo dello Stato

«E' una tragedia che pesa su tutti noi: non dobbiamo lasciare esposte al rischio comunità che da accampamenti degradati debbono essere tempestivamente ricollocate in alloggi stabili e dignitosi». Questo il monito del Presidente Giorgio Napolitano all'indomani della tragedia di Roma, dove hanno trovato la morte quattro bambini di un campo rom.
Sono parole che hanno scosso le coscienze in tutta Europa. Parole nettissime, che chiamano in causa le politiche degli sgomberi: il gruppo di rom vittima del dramma di qualche giorno fa – lo ricordiamo - era stato sgomberato trenta volte in pochi anni. Per nascondersi, per evitare le periodiche demolizioni delle baracche, si era rifugiato in luoghi insicuri e pericolosi. Così è nata la tragedia dei giorni scorsi. I fatti di Roma, l'alto monito del Presidente della Repubblica, l'amara denuncia della Comunità di S. Egidio e delle organizzazioni del volontariato laico e cattolico, non sembrano però aver scosso gli amministratori della nostra città.
Proprio in questi giorni, nel vivo del dibattito innescato dalla tragedia di Roma, a Pisa la Polizia Municipale ha avviato, su mandato del Sindaco e della Giunta, una tornata di avvisi e minacce di sgombero che non ha precedenti in città. Gli agenti si sono recati ai campi dei rumeni – a Putignano e sul Viale delle Piagge -, hanno smantellato un piccolo insediamento di cittadini stranieri in Via di Viaccia, e infine – la notizia è di stamattina – hanno intimato lo sgombero allo storico campo rom di Marina di Pisa, a suo tempo creato dal programma Città Sottili e oggi frettolosamente derubricato a “insediamento abusivo”.

Le famiglie coinvolte non sanno dove andare, e naturalmente il Comune non ha offerto alcuna soluzione alternativa. Persino la Giunta Alemanno, duramente criticata dalle organizzazioni internazionali, si è sentita in dovere di proporre qualche soluzione di accoglienza: degradante, umiliante, discutibile (e discussa), ma pur sempre accoglienza...
Il Sindaco Filippeschi (in foto) ha scritto ai Ministri Maroni e Sacconi per chiedere risorse: senza spiegare a cosa dovrebbero servire quelle risorse, e anzi lasciando intendere che potrebbero essere impiegate in nuovi sgomberi (nella lettera si accenna a iniziative “di rafforzamento del sistema dei controlli da parte delle Forze dell’Ordine”). Eppure la Commissaria UE Viviane Reding ha spiegato che l'integrazione dei rom è una delle priorità dell'azione dell'Unione Europea. In questo quadro l'amministrazione comunale potrebbe chiedere fondi per l'integrazione, per l'inserimento abitativo, anziché elemosinare qualche spicciolo per un non meglio precisato “sistema di controlli”...
Da parte nostra, in un momento così drammatico esprimiamo il forte auspicio che il Comune non dia seguito alle sue parole: chiediamo che non si proceda a nuovi sgomberi e che si apra, finalmente, un momento di confronto con le associazioni, e soprattutto con le comunità rom, per trovare soluzioni eque e ragionevoli. Gli sgomberi sono una pratica persecutoria, i cui fallimenti sono sotto gli occhi di tutti, e ormai riconosciuti da più parti (i tanti moniti giunti contro l'Italia e la Francia sono lì a dimostrarlo).
D'altra parte, siamo pronti – come sempre - a immediate segnalazioni presso le autorità competenti e presso la stampa locale e nazionale di eventuali irregolarità commesse durante le procedure di sgombero. di Associazione Africa Insieme

Lecce, l'eterno ritorno dell'eguale: il Campo Panareo e le Istituzioni

Ancora una volta le più elementari regole della partecipazione democratica alla vita politica vengono disattese proprio da chi ha il ruolo di rappresentare i cittadini, tutti i cittadini. Ieri pomeriggio alle 17 il Prefetto della città di Lecce e il Sindaco, che per inderogabili impegni Istituzionali continua a differire l’incontro con la delegazione dei cittadini rom e delle associazioni antirazziste, si incontrano per cercare soluzioni riguardo alla situazione che in questi giorni interessa il campo Panareo.
Non si comprende se la Prefettura abbia convocato un tavolo o solo un incontro col comune, ma sta di fatto che a questo incontro, guarda caso, i diretti interessati, le famiglie che tra pochi giorni si vedranno abbattute le loro baracche, andando incontro ad un destino ancora ignoto, e i rappresentanti del campo, eletti attraverso democratiche elezioni, non sono stati invitati.
Per l’ennesima volta si ripropone un copione culturale oramai logoro. Le istituzioni nel chiuso delle loro stanze pretendono di affrontare tematiche che riguardano la vita degli altri senza nemmeno sentire la voce di chi quotidianamente vive il disagio. Come si può pensare di prescindere dal costante coinvolgimento e dal confronto democratico con i cittadini ogni qualvolta un’istituzione è chiamata a prendere decisioni che li riguardano direttamente? Come possono rappresentanti delle Istituzioni, che non ci risulta abbiano mai messo piede nel campo di masseria Panareo, pretendere di trovare soluzioni alla vicenda? Nel loro atteggiamento sembra di rivedere quello dei funzionari colonialisti britannici, che nel chiuso delle loro stanze di Londra pretendevano di legiferare per l’India.
Sono almeno tre anni che chiediamo formalmente al Prefetto la convocazione di un Consiglio Territoriale che abbia come unico punto all'ordine del giorno la possibilità di individuare soluzioni concertate riguardo alle condizioni di vita e ai numerosi problemi e ostacoli che questo gruppo di cittadini quotidianamente incontra nello svolgimento della propria quotidianità. Problemi e ostacoli, in non pochi casi, creati dalle inadeguate decisioni pubbliche prese nel corso di questi ultimi venti anni!

Non si riesce a capire perché il prefetto continui a ignorare la questione del campo rifiutandosi
di convocare un tavolo coi soggetti interessati e disattendendo le numerose richieste e segnalazioni
che in questi giorni, più soggetti, stanno indirizzando alla sua attenzione.
La nostra richiesta in fondo non rappresenta nulla di eccezionale. Chiediamo semplicemente alla Prefettura di svolgere il ruolo che il Testo unico delle leggi sull’immigrazione prevede che svolga tramite i consigli territoriali, ovvero quello di pianificare, mediante il coinvolgimento degli attori istituzionali e non, le politiche migratorie a livello territoriale. Di fronte ai reiterati silenzi Istituzionali, ci chiediamo per quale motivo gli aspetti repressivi e razzisti delle leggi in materia di migrazioni sono con tanta solerzia applicate mentre tutte le norme riguardanti l’inclusione sociale dei cittadini stranieri sono sostanzialmente disattese?
Sembra di vivere un perenne déjà vu. Come al solito, quando le Istituzioni locali si muovono lo fanno solo sulla base dell’emergenza! Una situazione paradossale spesso creata da approcci superficiali, frammentati al territorio ed esasperata dall'assenza di strategie sociali e politiche concrete atte a risolvere i problemi.
A Lecce nel corso degli ultimi anni la questione rom è stata affrontata quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico e di emergenza sanitaria, mancando totalmente di una reale prospettiva volta all’inclusione sociale. E ciò lo si evince facilmente se si guarda, ad esempio, al modo con cui è stata approntata la questione della sistemazione alloggiativa. I rom, fuggiti dalle guerre che hanno insanguinato la ex-Jugoslavia, al loro arrivo sul territorio leccese, nel più assoluto disinteresse di tutti, cercano di risolvere il loro problema abitativo occupando stabili pubblici lasciati all’abbandono (le case minime nel 1991 e l’ostello di San Cataldo poi) dai quali però vengono sgomberati per motivi di ordine pubblico, motivi igienici e norme anti-abusivismo. A questo punto le uniche proposte istituzionali messe in campo sono quelle di prevedere la realizzazione di un “campo sosta”, ignorando il fatto che questo gruppo di cittadini non è mai stato nomade, nemmeno nel loro Paese. È un gruppo di cittadini che ha imparato cosa voglia dire vivere in un campo, in roulotte, solo qui, nella “civilissima” Italia, in quel Salento che negli anni novanta veniva candidato al nobel per la pace in virtù della sua accoglienza.
Le Istituzioni dunque decidono di “accogliere” i cittadini rom, dapprima nell’ex-campeggio di Solicara (1995) e poi, dal 1998, si individua l’area di Masseria Panareo come luogo in cui farli “sostare”. Questo tipo di politiche istituzionali ispirate, un po’ come in tutta Italia, da un’urbanistica del disprezzo, ha avuto tra le altre conseguenze quella di determinare un'ulteriore ghettizzazione di questo gruppo di cittadini già negativamente connotati e stigmatizzati sul territorio. Una ghettizzazione che ha contribuito, tra l’altro, a rafforzare nell’opinione pubblica antichi e mai sopiti pregiudizi (i rom sono nomadi, sono sporchi, sono ladri, non voglio lavorare …). I campi, infatti, non solo non offrono alcuna risorsa per chi li abita, ma spesso escludono chi li abita da qualsiasi possibilità di interagire positivamente con il resto del tessuto sociale proprio a causa della loro dimensione stigmatizzante e marginalizzante (la qual cosa a Lecce è ad esempio favorita dall’assoluta mancanza di collegamenti pubblici tra il campo e le città limitrofe).
Attualmente, dopo venti anni di “sosta”, nel campo ci vivono circa duecento persone. La maggior parte di loro sono bambini e ragazzi, molti dei quali (il 46%) sono nati e cresciuti qui in Italia. Un'intera generazione nata e cresciuta all’interno di un campo, il cui futuro non sembra interessare chi ha il compito di rappresentare tutti i cittadini. Nel campo poi ci vivono alcuni rifugiati politici che, in base alle vigenti leggi, avrebbero dovuto seguire altre vie per l’inserimento sociale nella vita della città e nel suo tessuto urbano. Ci vivono anziani, alcuni dei quali invalidi e affetti da gravi patologie sanitarie. Ci vivono uomini e donne che rivendicano come priorità quella di uscire dal campo e inserirsi all’interno del tessuto urbano e sociale della provincia di Lecce, ad incominciare dalla possibilità di avere accesso a forme abitative più consone e a forme di lavoro regolari che ad oggi, anche per via dei diffusi pregiudizi, di fatto si vedono negare.
Sarebbe bastato poco alle Istituzioni per invertire la rotta di questi venti anni di disinteresse, sarebbe bastato che in questo lungo periodo fosse esistita la volontà di interloquire con i cittadini rom, che si fossero ascoltate le loro sollecitazioni anziché farle cadere nel silenzio. Un’assordante indifferenza che pesa troppo. Un macigno sul futuro e sui sogni di sessanta bambini ai quali non si riesce ad offrire nient'altro che 500 euro per l’acquisto di qualche roulotte. In fondo si tratta solo di quattordici famiglie! Sembra curioso che enti locali e prefettura – attraverso piani di zona o consigli territoriali - non riescano ad intervenire a sostegno di un numero così sparuto di cittadini. Ed i soldi che il comune spende per il campo? Spesi male o usati per altro?
E quel milione di euro presi dal comune dalla comunità europea per realizzare un progetto di 16 minuscole casette con bagni quasi inagibili, una fogna inutilizzabile ed un impianto elettrico a trifase che fa arrivare ottocento euro di bollette bimestrali a famiglia? di Ciny Antonio Ciniero

Reggio Emilia, ancora una volta dosta!

Si terrà oggi venerdì 11 febbraio, dalle ore 18.00, presso il “campo nomadi” di via Gramsci a Bagnolo in Piano (Reggio Emilia) l’iniziativa pubblica organizzata dall’associazione Them Romano la Federazione Rom e Sinti Insieme e il Comitato Nopacchettosicurezza. Di seguito il comunicato stampa
Ancora una volta vogliamo dire DOSTA! (basta!) alla campagna contro i sinti e rom. Noi siamo continuamente indicati come un pericolo da combattere o disgraziati da compatire, noi vogliamo vivere con dignità. Siamo tutti cittadini europei ma, i contributi arrivati dall’Europa per l’integrazione e l’emancipazione, in Italia sono spesi per gli sgomberi, per rendere la vita impossibile alle famiglie e la morte possibile ai bambini.
I sinti e rom di Reggio Emilia, proprio mentre si celebrava il giorno della memoria, sono stati presentati alla città come un peso economico di cui disfarsi. Mentre eravamo intenti a ricordare il campo di concentramento di Prignano sulla Secchia, dove sono stati mandati i nostri parenti durante la dittatura, sui giornali si polemizzava sulle spese di manutenzione dei cinque campi cittadini, piccoli quartieri in cui siamo costretti a vivere ai margini della città. Le immagini dei campi romani attrezzati, trasmesse delle televisioni, mostravano uomini e donne in gabbia e questo é umiliante. Siamo sempre stati un facile obiettivo per attacchi di qualunque tipo, la nostra storia è una sequenza di persecuzioni e discriminazioni. Per la nostra sofferenza non c’è rispetto e neanche riconoscimento: non rientriamo neppure nelle categorie dei perseguitati, perché non siamo stati imprigionati per motivi politici.

Il nostro dolore è grande per quanto è accaduto a Roma ma anche per tutto quello che sta accadendo in questi anni, in cui siamo tornati ad essere un bersaglio fin troppo facile.
Vogliamo invitare chi ci attacca continuamente e semina odio ad incontrarci, noi non odiamo nessuno, vogliamo combattere l’ignoranza di chi non ci conosce e non sa in che condizioni viviamo. Invitiamo i cittadini a venirci a trovare, a parlare con noi, a combattere i soliti pregiudizi, invitiamo la politica che ci vuole emarginati a prendersi le proprie responsabilità, a venire nei campi prima e non dopo che sono successe disgrazie.
Quelli che ci ritengono un peso, devono avere l’onestà e il coraggio di guardarci in faccia, incontrarci e confrontarsi con noi, li abbiamo invitati più volte e, come cittadini, abbiamo diritto a una risposta. Tutta la città si deve chiedere perché gli ebrei non vivono più nei ghetti, ma nel 2011, gli zingari vivono ancora concentrati nei campi!

giovedì 10 febbraio 2011

Mantova, Korkoro (liberté - freedom) l'ultimo film di Tony Gatlif in prima visione

L'Istituto di Cultura Sinta è lieta di invitare alla proiezione del poetico e pluripremiato ultimo film del regista Tony Gatlif: Korkoro (liberté - freedom) venerdì 11 febbraio 2011 a Mantova, ore 21.00, Cinema del Carbone in piazza don Leoni (di fronte alla Stazione ferroviaria). INGRESSO GRATUITO.
Il 17 febbraio 2011, dalle ore 10.00, è prevista una proiezione per le scuole superiori a Mantova, sempre al Cinema del Carbone. Al termine della proiezione si terrà un dibattito sulla situazione dei sinti e dei rom in Italia e in Europa.
Gli eventi sono organizzati dall'Istituto in collaborazione con il Comune di Mantova, le Comunità sinte e rom mantovane, il Cinema del Carbone, la Casa di Produzione TF1, il Tavolo provinciale per Il Giorno della Memoria e l'associazione Sucar Drom. Sono previste proiezioni a Rezzato (BS) e Seriate (BG) il 22, il 23 e il 24 febbraio 2011.
Il film racconta le vicende di una famiglia probabilmente sinta manouche che vaga in Francia nel 1940. Sono gli anni dell’inizio del Porrajmos. Dal 1940 al 1945, infatti, almeno 500.000 rom e sinti furono internati e sterminati per ragioni razziali, insieme agli ebrei, nei campi di concentramento e nei campi di sterminio.
Il film di Gatlif ci mostra nella sua crudezza la storia di alcuni di loro. Si potevano salvare i nostri protagonisti, grazie ad un francese che lottava contro il nazismo. Ma loro scelgono la libertà e quindi andranno verso morte sicura.
Il regista ci porta in un mondo dove sinti e non sinti possono vivere insieme e lottare per gli stessi ideali di libertà. Il tutto è visto con gli occhi innocenti del piccolo Claude, orfano francese, che trova tra i sinti una nuova famiglia e soprattutto uno zio pazzo di nome Taloche.
Il film è stato premiato al Grand Prix of the Americas, Public Award, Ecumenical Prize at the Montreal Film Festival 2009, Menzione speciale al MedFilm Festival di Roma 2010

mercoledì 9 febbraio 2011

Dedicaraia ia ghili u star tine ciave Raul, Fernando, Sebastian e Patrizia

U merape ilo dinglan mur vudar,
La morte è davanti alla mia porta,
tel u cibe,
striscio sotto il letto,
Deval na cher tamarà
Dio non farmi morire.

Is coa nursuni
Ci sono desideri
che na mai cardon,
che non ho realizzato,
Deval na cher tamarà
Dio non farmi morire.

Ion papli but terno.
Sono ancora così giovane.
Oh, dik la cloi, dinglan u vudar
Oh, eccola là, sulla soglia
bruni bruni. I rat parni.
nera nera. La notte bianca.

In questo giorno di lutto dedichiamo a Raul, Fernando, Sebastian e Patrizia questo canto tradizionale sinto.

lunedì 7 febbraio 2011

Roma, ennesima tragedia scuote la Capitale

Mercoledì lutto cittadino nella Capitale per i quattro fratellini morti nell'incendio domenica sera. La procura di Roma ha aperto un fascicolo contro ignoti. Alemanno: tendepoli per smantellare le 'baracche della morte'. Il capo dello Stato dai familiari (in foto). Esposto del Codacons contro il sindaco.
"Chiederemo al governo 30 milioni di euro per completare il piano nomadi". E' la richiesta arrivata al termine del vertice in Prefettura dal sindaco di Roma Gianni Alemanno e dal prefetto Giuseppe Pecoraro dopo la tragica morte di Sebastian, Patrizia, Fernando e Raul, i quattro fratellini carbonizzati nell'incendio che si è sviluppato domenica in una baraccopoli in via Appia Nuova, nella borgata romana di Tor Fiscale alla periferia Sud della capitale.
I corpi dei piccoli, tra i 4 e gli 11 anni, sono stati trovati all'interno di un'unica baracca abusiva. ''Siamo determinati a chiudere entro l'anno il piano nomadi'', ha assicurato da parte sua il prefetto Pecoraro. ''A breve partiremo con gli sgomberi dei microcampi abusivi - ha aggiunto - sul campo della Barbuta i lavori sono già partiti dopo lo sblocco del 26 gennaio. Una nuova area inoltre è stata individuata nel XVI municipio''.
Il sindaco di Roma ha sottolineato: ''Non possiamo permettere che la gente continui a vivere in baracche di plastica''. Il primo cittadino annuncia l'intenzione di chiedere ''alla Protezione civile di costruire delle tendopoli per sbaraccare i microcampi abusivi e le 'baracche della morte'". "Saranno tendopoli sicure e controllate: dobbiamo fare in modo che non ci siano più microcampi abusivi'' e ''chiederemo di utilizzare le caserme dismesse". Grande attenzione ''durante gli sgomberi dei microcampi - ha assicurato - verrà riservata ai minori. Se ci sarà un rifiuto delle famiglie a garantire i livelli di assistenza adeguata, chiederemo al Tribunale che ci sia la possibilità di dare in affidamento i minori''.
Nel pomeriggio, poi, il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha reso omaggio, nell'obitorio dell'Istituto di medicina legale, alle piccole vittime rom del rogo. All'interno, dove è stato salutato dal sindaco, il presidente Napolitano si è intrattenuto una ventina di minuti, incontrando anche i familiari dei quattro bambini rom periti nell'incendio. "E' stata una tragedia che pesa dolorosamente su ciascuno di noi - ha detto il capo dello Stato - e che ci rende ancor più convinti della necessità di non lasciare esposte a ogni rischio comunità che da accampamenti di fortuna, degradati e insicuri, debbono essere tempestivamente ricollocate in alloggi stabili e dignitosi". "Le autorità locali e nazionali non possono non sentirsi impegnate ancor più fortemente a dare soluzione a un problema così grave in termini umani e civili", ha affermato il capo dello Stato. "Ai genitori e alla superstite sorella dei 4 bambini Rom - ha concluso - orrendamente periti nel rogo del precario rifugio in cui vivevano, ho voluto esprimere il sentimento di umana solidarietà che con me oggi provano tutti i romani e gli italiani".

Napolitano ''ci ha chiesto - ha poi riferito Alemanno - di esprimere il massimo impegno per trovare risposte, superando tutti i vincoli e i blocchi che ci sono stati fino ad adesso. Ci ha chiesto di accelerare al massimo il piano nomadi, per evitare che avvengano ancora fatti di questo genere". Quindi Alemanno fa sapere: "Abbiamo indetto il lutto cittadino per mercoledì prossimo, giorno in cui le salme dei bimbi rom rientreranno in Romania".
E' stata avviata, intanto, l'l'indagine per accertare le cause dell'incendio. Lo hanno riferito all'ADNKRONOS i Vigili del fuoco precisando che ancora non è confermata ma l'ipotesi più accreditata è quella che le fiamme siano partite dal braciere acceso per scaldarsi.
Se per il presidente della Regione Lazio Renata Polverini ''la responsabilità è di tutti'' (''quando muoiono quattro bambini, il colpevole non può essere uno solo''), il settimanale cattolico 'Famiglia cristiana' sottolinea che il sindaco di Roma ''annuncia che chiederà 'urlando' al Governo di assegnare poteri speciali al Prefetto per realizzare finalmente tutti gli insediamenti organizzati. Peccato che le urla del sindaco debbano arrivare dopo il pianto straziato di una madre''.
Di ''grande tragedia'' e di ''vergogna di una città come Roma dove ancora nel 2011 si può morire bruciati in baracca'' ha parlato Paolo Ciani, responsabile settore Rom e Sinti della Comunità di Sant'Egidio, mentre per mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrante, i 4 bimbi ''sono morti a causa del freddo, della mancanza dell'acqua e per il disinteresse prima ancora che per le fiamme''. La Comunità di Sant'Egidio ha organizzato una veglia di preghiera per mercoledì a Roma, alle 17.30, a Santa Maria in Trastevere.
Dopo la tragedia, "il Codacons ha depositato questa mattina un esposto contro il sindaco di Roma''. ''Nell'esposto si chiede di verificare eventuali responsabilità del Comune alla luce del possibile concorso in omicidio colposo o concorso in strage'', fa sapere l'associazione in una nota. da ADNKRONOS

venerdì 4 febbraio 2011

Porrajmos, Ue: i Sinti e i Rom sono stati vittime di una persecuzione su base etnica

Il 15 dicembre scorso alcuni parlamentari europei hanno presentato un’interrogazione per chiedere il riconoscimento da parte dell'UE del genocidio dei rom e dei sinti durante la II Guerra mondiale.
Alcuni giorni fa, il 2 febbraio 2011, in apertura della sessione plenaria del Parlamento europeo, il presidente Jerzy Buzek ha affermato che i rom e sinti sono stati vittime, come gli ebrei, di una persecuzione su base etnica, durante il nazismo. Purtroppo, ha continuato Buzek, non tutti i Paesi europei hanno riconosciuto ufficialmente il Porrajmos. E molti europei non conosco la persecuzione subita di sinti e rom, durante il nazismo. Per questo, secondo il Presidente, è tempo che tutti i Cittadini europei sappiano che i rom e i sinti hanno subito il trauma del genocidio.
Il presidente Jerzy Buzek ha ricordato che i rom e i sinti sono al momento la più grande e la più antica minoranza etnica in Europa ma sono anche la minoranza più discriminata d’Europa.
L'educazione è il miglior modo per combattere la discriminazione, secondo Buzek che ha chiuso il suo intervento affermando che il Parlamento europeo è la voce dell'Unione europea nella lotta per i diritti umani. Solo ricordando la sofferenza che hanno dovuto subire, possiamo comprendere la situazione di oggi.
Di seguito il testo dell’interrogazione che ha portato al riconoscimento del Porrajmos e i nomi dei parlamentari che hanno firmato l’interrogazione

I membri della comunità rom sono vittime di discriminazioni e di esclusione in tutta Europa: sono regolarmente bersaglio di commenti e di attacchi razzisti, di vessazioni da parte delle forze di polizia e della negazione dei loro diritti fondamentali di cittadini. La discriminazione nei loro confronti è prevalente in tutti gli ambiti della vita, soprattutto nell'istruzione, occupazione, alloggio e assistenza sanitaria.
L'ignoranza della maggioranza della società riguardo alla storia dei Rom contribuisce molto al pregiudizio di cui sono vittime i Rom e rappresenta anche un ostacolo alla loro integrazione all'interno dell'Unione europea.
Non è diffusamente noto che durante la seconda guerra mondiale, al pari degli ebrei, i membri della comunità rom sono stati oppressi per motivi razziali dal regime nazista; decine di migliaia di Rom sono stati uccisi nei territori orientali occupati e migliaia di loro sono stati uccisi nei campi di sterminio. Nell'Europa occupata, anche se il destino dei rom variava da paese a paese, sono stati perseguitati.
Alcuni Stati membri dell'UE, come la Germania nel 1982, hanno già riconosciuto il genocidio dei rom durante la Seconda Guerra Mondiale. Un analogo atto da parte dell'Unione europea sarebbe un evento storico per i membri della comunità rom e per l'Europa.
Il 27 gennaio 2011, si celebrerà l'anniversario della liberazione di Auschwitz. Questo evento rappresenta una occasione storica per ricordare ai cittadini europei gli orrori dell'Olocausto per tutte le vittime del regime nazista.
Il Consiglio è del parere che i Rom abbiano il diritto di vedere la loro travagliata storia comune, riconosciuta dall'Unione europea? Che cosa ha in programma di fare il Consiglio per la migliore comprensione da parte della popolazione europea della storia che condivide con i Rom?
Firmatari: Catherine Grèze, Kinga Göncz, Cornelia Ernst, Lívia Járóka, Renate Weber, Alexander Alvaro, Catherine Bearder, Izaskun Bilbao Barandica, Lothar Bisky, Eva-Britt Svensson, Leonidas Donskis, Isabelle Durant, Ioan Enciu, Monika Flašíková Beňová, Thomas Händel, Rebecca Harms, Heidi Hautala, Stephen Hughes, Sophia in 't Veld, Andrey Kovatchev, Jean Lambert, Ulrike Lunacek, Monica Luisa Macovei, Claude Moraes, Mariya Nedelcheva, Nadezhda Neynsky, Rovana Plumb, Raül Romeva i Rueda, Jutta Steinruck, Hannes Swoboda, Csaba Sándor Tabajdi, Hannu Takkula, Rui Tavares, László Tőkés, Kyriacos Triantaphyllides, Lambert van Nistelrooij, Gianni Vattimo, Marie-Christine Vergiat, Cecilia Wikström e Gabriele Zimmer

giovedì 3 febbraio 2011

Pisa, 27 gennaio 2011: ricordare per non ripetere, ricordare per continuare a resistere

Il senso della giornata della Memoria appena vissuta è di ricordare il dramma vissuto da milioni di persone nei lager nazisti, durante il conflitto della 2° guerra mondiale. E' una nobile iniziativa!
Ricordare per non ripetere, ricordare per continuare a resistere e smascherare quelle forme "soft" di divoramento (porrajmos nella lingua romanès) che oggi i rom spesso continuano a subire, perfino all'interno di Istituzioni democratiche, anche se non sotto quella forma disumana dello sterminio vissuto nel secolo scorso.
E' innegabile che i rom ne hanno fatta di strada da allora ad oggi, innanzitutto sono sopravissuti al progetto che prevedeva la loro eliminazione, o per lo meno il loro controllo. Hanno preso coscienza non solo della loro storia, delle tragedie subite, rivendicano la loro identità come popolo, con le loro diversità culturali, sociali e religiose. Chiedono anche di essere loro stessi i protagonisti del loro futuro, reclamano il rispetto dei loro diritti e desiderano essere trattati alla pari di ogni essere umano, non reclamano sconti, ma nemmeno leggi speciali per loro. Essere ri-conosciuti come rom, è parte integrante della giornata della memoria, altrimenti si corre il rischio di ripetere gli errori del passato.
Il nuovo villaggio rom di Coltano, ad esempio quanto è "ri-conosciuto" come abitato da rom? Il suo regolamento cosa recepisce del "vivere rom", quando questi in effetti è stato decretato senza alcun coinvolgimento e partecipazione dei rom stessi?
E' un regolamento che condiziona pesantemente il "vivere rom", anzi sembra volerlo limitare, per imporre controllo e intrusione nella vita privata, tutto questo nella convinzione di fare il bene degli "assistiti", arrivando anche a decidere arbitrariamente l'allontanamento di nuclei, colpevoli di "aver tradito" la fiducia dei "benefattori".

Operatrice al villaggio rom di Coltano:
"S.(maggiorenne) la devi smettere di passare il tempo da tua madre, tutte le volte che vengo qui ti trovo da lei, tu hai il tuo appartamento, devi stare là e farti la tua vita."
"Vogliono farci vivere come gli Italiani, ma noi siamo diversi. Gli operatori non lo capiscono ancora o fanno finta. Vengono qui solo per controllare e minacciare di non rinnovarci il contratto, non è giusto!"
"Paghiamo l'affitto, le bollette di luce, acqua e gas e paghiamo caro anche perché la posta arriva una volta al mese e ci tocca pagare la tassa perché è scaduto il termine, ma non possiamo essere padroni in casa nostra, viviamo sotto la continua minaccia del comune che può mandarci via quando vuole, temiamo anche di ospitare i nostri parenti."
"Di questo passo, senza lavoro dovrò ritornare a manghel, ma ho paura che poi mi tolgono l'appartamento. Prima era diverso tra di noi, sì le case sono più belle delle baracche di prima, ma ora è cambiato troppo, non ci fidiamo più neanche tra di noi."
"Anni fa, ricordo che noi rom facevamo spettacoli a Pisa, era bello. Ora invece, più niente, nessuno ci chiama! C'è solo Livorno che ci invita a ballare, a parlare, a cucinare le nostre specialità..perché lì ancora non hanno il Progetto Città sottili."
Dettagli... l'Olocausto in un certo senso è stato preparato, coltivato dai "dettagli"(la banalità del male!), che pian piano hanno convinto gran parte dell'opinione pubblica a ritenere necessari e normali quei provvedimenti che limitavano le libertà a determinate categorie di persone, viste come dei corpi malati o asociali, che dovevano essere controllati e guariti dalla parte sana della società!
Convinti di fare del bene, allora come oggi, in questo senso la storia si ripete, anche se in forme diverse, ma a volte con la stessa la logica: il virus della sicurezza si è trasmesso, e affidato come per vocazione o per contratto agli stessi operatori e assistenti sociali. Oggi la sicurezza si serve anche delle gambe di quegli operatori che lavorano nel sociale..possibilmente con gambe veloci e scattanti, disposti ad accelerare i tempi per non aspettare i tempi lunghi della Democrazia e della Giustizia!
«Aver memoria non significa soltanto ascoltare una testimonianza o vedere immagini mostruose.. Non basta osservare l'orrore, per rifiutarlo. Bisogna capire come funzionava la sua potente macchina, e com'è stata raccontata più tardi dai suoi artefici.. Quegli uomini non erano nati violenti: lo sono diventati. Le loro testimonianze ci dicono molto di più di quel che ci raccontano i crimini commessi». (David Bidussa)
L'Olocausto ha avuto una sua fase di incubazione, una preparazione in genere affidata a gente comune, convinta di fare bene e che considerava del tutto normale e legittimo che ebrei, rom, handicappati.. (persone viste come una minaccia, degli a-sociali da controllare), fossero privati dei loro diritti, applicando esclusivamente a loro delle direttive speciali, al di fuori di quelle ordinarie. Dettagli , che ritornano a distanza di tempo: un esempio è il regolamento "Città Sottili" di Pisa, che si pone per sua natura "fuori legalità", avocando a sé il diritto di prendere provvedimenti amministrativi a prescindere dall'esito di un procedimento penale ancora in atto verso dei rom, il riferimento è al caso della "sposa bambina", ma non solo.
Oggi, come ieri i rom sono ancora visti come corpi malati, che devono essere controllati per essere guariti, o sgomberati per timore di possibili "contagi" alla nostra sicurezza sociale. Chi tra i rom non accetta, chi osa alzare la testa, chi mostra un po' di coraggio e dignità nel ribellarsi, allora contro costoro si scatena la macchina persecutoria: i loro diritti vengono sospesi, anche con il consenso di una società ormai anestetizzata e drogata, le bugie vengono istituzionalizzate, le verità dei fatti scivolano via, censurate con ogni mezzo e in ogni sede.
Oggi è ancora difficile ri-conoscere la vita rom... forse è vero: " alla «banalità del male si può solo opporre la bontà insensata". di don Agostino Rota Martir, “campo nomadi” di Coltano (PI)

Roma, tavola rotonda: il sistema di protezione dei minori rom e sinti nel Lazio

L'Osservatorio sul razzismo e le diversità M. G. Favara, in collaborazione con OsservAzione, centro di ricerca contro la discriminazione di rom e sinti, organizza una tavola rotonda per presentare e discutere i risultati della ricerca sul sistema di interventi che puntano a difendere i minori rom e sinti nel Lazio. L’appuntamento è il 9 febbraio, dalle ore 15, presso la facoltà di Scienze della Formazione (aula 7), in Piazza della Repubblica n. 10.
La tavola rotonda sarà coordinata da Francesco Pompeo responsabile Osservatorio sul razzismo Università Roma Tre. La ricerca sarà presentata da Francesca Saudino e Daria Storia Osservazione, Ulderico Daniele Osservatorio sul razzismo. Sono previsti interventi di: Claudio De Angelis, Procuratore del Tribunale per i Minori di Roma; Donatella Caponetti, Centri per la Giustizia Minorile; Franco Alvaro, Garante per i Diritti dei Minori Regione Lazio; Stefano Giulioli, Ufficio Tutele Comune di Roma; Nazzareno Guarnieri, Federazione Romanì; Graziano Halilovic, Romà Onlus; Gabriella Telesca, avvocato; Marco Cappuccino, Save the Children; Vittoria Quondamatteo, Il fiore nel deserto; Antonio Ardolino Berenice e Monica Lanzillotto, La Casa Gialla. Conclude: Vittorio Cotesta, docente Università Roma Tre.
La ricerca è stata realizzata nell'ambito del progetto “La protezione dei minori Rom in Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Italia, Romania e Slovacchia”, condotta dall'European Roma Rights Centre in collaborazione con OsservAzione. Il progetto è finanziato dalla Commissione Europea nel quadro del programma “Diritti Fondamentali e Cittadinanza”.

Firenze, al via le demolizioni nei “campi nomadi” del Poderaccio e dell’Olmatello

Sono iniziate questa mattina le operazioni di demolizione di alcune strutture dismesse nei “campi nomadi” del Poderaccio e dell’Olmatello. Agli interventi, predisposti dalla direzione servizi tecnici, hanno assistito gli assessori alle politiche sociosanitarie Stefania Saccardi e l’assessore alle manutenzioni Massimo Mattei e i presidenti dei Quartieri 4 e 5 Giuseppe D’Eugenio e Federico Gianassi.
Al campo del Poderaccio i lavori riguardano la demolizione di due moduli abitativi disabitati da tempo e in stato di degrado. Si tratta di vere e proprie casette (una in ognuno dei due insediamenti che compongono il campo) realizzate in legno ormai fatiscenti con pareti sfondate in più punti tanto da rappresentare un pericolo per gli ospiti del campo. In concreto questa mattina è iniziato lo smontaggio di una delle strutture, compresi gli impianti, gli infissi e i sanitari; domani sarà la volta dell’altra. Il materiale di risulta verrà poi conferito in discarica. Al termine dell’intervento le aree saranno libere e in sicurezza. Spesa prevista 17.997 euro.
All’Olmatello le strutture la cui demolizione è iniziata questa mattina sono cinque. Non si tratta di casette sul modello del Poderaccio, ma di strutture mobili fortemente carenti sul piano igienico-sanitario e, anche in questo caso, disabitate da tempo. Prevista anche la demolizione di alcune tettorie realizzate con materiali di risulto. Per l’intervento sono stati stanziati 20.000 euro.

“Le demolizioni iniziate questa mattina sono un nuovo ulteriore importante passo verso lo smantellamento dei due campi nomadi – dichiara l’assessore Saccardi – . Un obiettivo di legislatura che stiamo perseguendo sempre nel rispetto dei diritti delle persone e soprattutto dei minori. Voglio infatti precisare che i nuclei familiari che un tempo alloggiavano nelle strutture in via di demolizione hanno già trovato un’altra sistemazione”. Ovvero sono entrati nel percorso di assegnazione di un alloggio popolare, hanno accettato un contributo per affittare un’abitazione sul libero mercato o hanno preferito andarsene.
“Con questi interventi – aggiunge l’assessore Mattei – vogliamo da un lato rimuovere situazioni di insicurezza determinate dalla presenza di queste strutture fatiscenti; dall’altro, visto che sono vuote, evitare la possibilità che vengano occupate da persone che non hanno titolo a risiedere nei campi e che quindi andrebbero ad incrementare il numero degli ospiti”.
Un numero che l’Amministrazione comunale non ha intenzione di ritoccare verso l’alto, soprattutto in vista dello smantellamento graduale ma totale dei campi. “Questi abbattimenti rappresentano un chiaro segnale delle nostre intenzioni – precisa ancora l’assessore Saccardi – ovvero la demolizione graduale ma definitiva dei campi. Alle famiglie che vi risiedono e che sono in regola offriremo un percorso alternativo, per chi invece non ha titolo ad abitare negli insediamenti scatteranno presto gli sgomberi”. da Comune di Firenze

mercoledì 2 febbraio 2011

Reggio Emilia, gli ebrei non vivono più nei ghetti ma in Italia, alla data del 27 gennaio 2011, i sinti vivono ancora concentrati nei campi, perché?

Nel giorno della memoria si tende a dimenticare la persecuzione di sinti e rom e, mentre la Germania ha riconosciuto solo nel 1985 le sue responsabilità, in Italia i documenti sono dispersi ma i sinti reggiani ricordano il campo di concentramento di Prignano sul Secchia, in provincia di Modena, dove sono state mandate le loro famiglie. Paola Trevisan ha condotto una ricerca storica e ha trovato, con molta fatica, documentazioni e testimonianze degli abitanti del paese e le ha pubblicate.
Anche la Lega Nord ha deciso di rievocare quegli anni con una puntualità e un realismo agghiacciante: ha accusato i sinti di essere un peso economico per la città. La Lega non è nuova a questi attacchi che rivolge anche ai disoccupati del luogo e, in altre regioni, ai disabili, trovando facili nemici in chiunque sia debole o in difficoltà.
I leghisti hanno dichiarato che, per i campi nomadi, Reggio Emilia ha speso 3 milioni di euro, ma i dati pubblicati sulla stampa rivelano che in sette anni, per la manutenzione di cinque aree, la città non ha speso neanche un terzo di quella cifra e lo stipendio del solo Onorevole Alessandri costa molto di più alla comunità.
Resta intanto fermo il progetto delle micro aree che dovevano sostituire i campi, perché persiste la tendenza a tenere i sinti concentrati in pochi spazi ai margini dell’abitato. Sicuramente sono invece stati spesi soldi per riparare i danni che razzisti e balordi hanno procurato alle strutture dei campi sosta.
A Prignano i sinti furono lasciati senza sostentamento e allora bruciarono i pali della recinzione del campo di concentramento per riscaldarsi, quello che spettava a un solo internato era dato per un’intera famiglia, così, affamati, dopo qualche anno fuggirono e fu la loro salvezza. Gli Argan, i Franchi, i Triberti, i Colombo, i Truzzi, i De Bar erano saltimbanchi e giocolieri circensi, i figli e nipoti sono giostrai e, dopo il fascismo, sono stati di nuovo concentrati nei campi nomadi.
Mentre nella provincia i sindaci firmano continuamente sgomberi per le carovane di passaggio che non possono fermarsi neppure per riposare la notte, diversi sinti reggiani, stanchi di aspettare, come a Prignano sono scappati dai campi, si sono comprati un pezzo di terra in campagna e si sono sistemati con le loro case mobili.

Questo la legge non lo consente, ma nessuna legge può obbligare le persone a vivere per sempre in un recinto. I sinti e rom vogliono vivere con dignità come tutti ma poiché la terra non è uno spazio libero, chi ha potuto ne ha comprato un pezzetto. Nel 1938, il dottor Semizzi scriveva che i sinti e i rom sono indistinguibili somaticamente perché indoeuropei, ma “dal punto di vista psico-morale hanno tali mutazioni regressive, e quindi ereditarie, da poter compromettere seriamente la discendenza”, è esattamente questo che va ripetendo la Lega che in Lombardia utilizza i fondi europei destinati all’integrazione, per pagare le ruspe che abbattono tutto.
L’Associazione Them Romanò cittadina, continua a chiedere l’autodeterminazione e intanto è una delle componenti più attive del comitato Nopacchettosicurezza che combatte la riedizione delle leggi speciali, sostenendo i migranti cui il Governo riserva lo stesso trattamento escogitato dai nazisti verso gli ebrei romani, quando gli chiesero tutto il loro oro in cambio della salvezza e, una volta incassato, li deportarono ugualmente. Il Governo ha raccolto, solo a Reggio Emilia, 3 milioni di euro tra i migranti promettendo il permesso di soggiorno, poi è uscita la circolare Manganelli che annullava la possibilità di ottenerlo se si era già stati identificati, circostanza quasi inevitabile in un paese dove si può entrare solo clandestinamente. I dati della Caritas raccontano che l’Italia spende per l’integrazione dei migranti 130 milioni e per la repressione 500 milioni, è quindi uno Stato che apertamente perseguita le persone per la loro origine, contro qualunque legge internazionale ed europea e contro la Costituzione. di Associazione Them Romanò e Nopacchettosicurezza

Mantova, Articolo 3 ha presentato il Rapporto 2010

Articolo 3, con il suo Osservatorio compie tre anni, e guadagna un importante riconoscimento: entra nella rete dell'Unar, l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che fa capo alla presidenza del consiglio-ministero per le Pari opportunità. In questo modo, si avrà il supporto legale del governo, la rete informatica e mentre i casi mantovani arriveranno a Roma, quelli segnalati all'Unar (call center 800 901010) saranno girati allo Sportello di Articolo 3 per una valutazione e approfondimento locale. Il protocollo è stato firmato lunedì in Provincia.
Lo hanno sottoscritto Provincia, Comune, Articolo 3 e il direttore dell'Unar, Massimiliano Monnanni, che ha poi partecipato alla presentazione del rapporto 2010 di Articolo 3. L'Unar, nato nel 2003, ha fatto modificare i bonus-turismo dati solo ai cittadini italiani, e rimuovere contenuti discriminitari da siti web e social forum. Ora vuole aprire sportelli locali, basandosi sugli enti locali e stimolando il no profit. «A Mantova c'era già Articolo 3, che comprende associazioni di minoranze, Comunità ebraica, Sucar Drom, Arcigay... Non potevamo sperare di meglio. Così oggi abbiamo firmato il primo protocollo in Lombardia». In Piemonte, il presidente leghista Cota «non ha posto ostacoli».
A Mantova, la collaborazione fra Comune, Provincia e associazioni ha dato vita a un Osservatorio (che spulcia giornali e servizi tv) e uno Sportello attivissimi. Ne hanno parlato il presidente di Articolo 3, Fabio Norsa, la vice Maria Bacchi, il segretario Carlo Berini, Angelica Bertellini, Davide Provenzano, l'assessore provinciale Fausto Banzi. Più i giornalisti Massimo Lanzini di Brescia (provincia con 160mila immigrati e il caso di quelli rimasti 20 giorni in cima a una gru per il permesso di soggiorno) e Lorenzo Guadagnucci, autore del libro 'Le parole sporche' che lui individua soprattutto in “extracomunitari”, “nomadi”, “zingari”, “vu cumprà” e “clandestini”.
Maria Bacchi ha illustrato il rapporto sui giornali, con titoli razzisti, ma anche con articoli corretti ed equilibrati.

Carlo Berini, coordinatore dello Sportello Antidiscriminazione, ha notato che pochi sono i casi fatti conoscere dalle vittime o da testimoni e ha invitato a segnalare episodi di discriminazione. A questo scopo sono in distribuzione volantini nelle Asl e nelle biblioteche. «Quanto siete disposti a rischiare per opporvi alle discriminazioni?» si è chiesto e ci chiede. Perchè, se è vero che troppi italiani lasciarono, per paura ma anche per indifferenza, che ebrei, sinti, gay, disabili fossero portati via dai nazisti, è pur vero che anche quando si rischia poco non sempre si reagisce. Razzismo e discriminazione sono vietati dalla Costituzione (art. 3), dalle norme europee, dalla legge Mancino del '93 e poi dal testo unico sull'immigrazione del '98. E lo Sportello, d'ora in poi con l'Unar, riceve e studia gli esposti, dai reati che vanno denunciati ai casi che richiedono soprattutto scuse e risarcimenti. Ma lo stile di una comunità non si impone, è fatto di valori condivisi, senso critico e attenzione.
La Gazzetta di Mantova è impegnata in uno sforzo di non acquiescenza ai luoghi comuni e apprezza Articolo 3 come stimolo in questo senso, ha detto il direttore Enrico Grazioli che vede nella completezza delle notizie e non nell'autocensura la possibilità per i lettori di conoscere i fatti e farsi un'opinione. Il linguaggio deve essere preciso e pertinente, evitando generalizzazioni.
Se il pregiudizio sui nuovi arrivati c'è sempre stato (una volta erano i meridionali), è chiaro che la crisi economica complica le cose. L'unica discriminante possibile è il rispetto della legalità. In sala c'era anche il capogruppo leghista Luca De Marchi, attento, ma dopo, un po' infastidito, se n'è andato senza chiedere un contraddittorio sui giudizi dell'Osservatorio. da Gazzetta di Mantova

martedì 1 febbraio 2011

Berlino, il 27 gennaio 2011 al Bundestag la commemorazione del Porrajmos





Milano, il Tribunale conferma: il Sindaco Moratti e il Ministro Maroni hanno discriminato i rom

Con ordinanza del 24 gennaio 2010, il collegio giudicante del Tribunale di Milano ha respinto il reclamo opposto dal Comune di Milano avverso l'ordinanza del giudice civile di Milano dd. 20 dicembre 2010, con la quale era stata dichiarata la natura discriminatoria del comportamento assunto dal Comune nel rifiutarsi di adempiere alla Convenzione sottoscritta il 5/11 maggio 2010 con il prefetto di Milano - Commissario per l'emergenza nomadi in Lombardia ed alcune ONLUS relativa al piano di aiuti per l'inserimento abitativo di famiglie Rom attualmente dimoranti presso il campo nomadi di Triboniano.
Sulla base di tale piano di inserimento socio-abitativo dei Rom, il Comune di Milano aveva assunto l'impegno di realizzare interventi di ristrutturazione di appartamenti anche di proprietà pubblica, con i fondi messi a disposizione dal decreto emergenza nomadi. A seguito della sottoscrizione della Convenzione, la Giunta regionale della Lombardia aveva autorizzato l'esclusione dalla disciplina e.r.p di 25 alloggi di proprietà ALER siti nel comune di Milano affinché siano concessi, previa loro ristrutturazione a cura dei diretti interessati, assistiti dalle ONLUS, e con rimborso delle spese a cura del Comune, ad un certo numero di famiglie dimoranti presso il campo nomadi di Triboniano, garantendo una soluzione abitativa alternativa al campo.
Il progetto di autonomia abitativa si era poi concretizzato nell'individuazione dei nuclei familiari Rom interessati all'assegnazione e nelle stipula dei contratti di locazione. Nel settembre scorso, tuttavia, il progetto si era arenato a seguito del mutamento di posizione della Lega Nord, componente politica della maggioranza in consiglio comunale, la quale aveva manifestato opposizione all'assegnazione di alloggi pubblici a famiglia rom. A seguito di tali avvenimenti, i nuclei famigliari Rom, assistiti dagli avv. Guariso e Neri, avevano inoltrato al tribunale di Milano un'azione giudiziaria anti-discriminazione ex art. 44 del T.U. immigrazione, accolta dal giudice di primo grado.

Nel reclamo avverso all'ordinanza del giudice di primo grado, il Comune di Milano aveva sostenuto di non aver adottato atteggiamenti discriminatori nei confronti dei Rom, avendo avviato da tempo un progetto per la loro integrazione sociale. Ulteriormente, nel reclamo il Comune di Milano aveva addossato sulla Casa della Carità ONLUS la responsabilità per la mancata assegnazione degli alloggi alle famiglie Rom.
Nel respingere il reclamo del Comune, il collegio giudicante ha ricostruito la vicenda, mettendo in luce le responsabilità del Sindaco di Milano e del Ministro dell'Interno (in foto) nella mancata consegna degli alloggi alle famiglie Rom attraverso le dichiarazioni rilasciate pubblicamente che inequivocabilmente lasciavano intendere il ripensamento delle rispettive istituzioni riguardo alle obbligazioni assunte con la stipula della convenzione per l'attuazione del progetto di riqualificazione.
Da tali dichiarazioni pubbliche, e dalla conseguente inerzia amministrativa delle istituzioni preposte, ne è conseguita l'assoluta mancanza di certezza sull'effettiva destinazione finale degli alloggi che ha costretto le ONLUS coinvolte a sospendere i lavori di ristrutturazione degli alloggi e la loro consegna. Difatti, la consegna degli alloggi da parte della Casa per la Carità ONLUS non ebbe luogo a causa del comportamento omissivo del Comune che, dopo le citate dichiarazioni, non offrì alcuna rassicurazione alla ONLUS che sarebbero state effettivamente rimborsate le spese per i lavori di ristrutturazione degli alloggi con i fondi messi a disposizione dal Ministero dell'Interno, così come invece previsto dal progetto.
Nell’ordinanza di primo grado del 20 dicembre 2010, il giudice aveva concluso che la convenzione del 5/11 maggio 2010, anche in considerazione dei passaggi successivamente intervenuti, è suscettibile di produrre effetti giuridici vincolanti per tutti i soggetti riguardo agli impegni con essa assunti. Di conseguenza, il giudice aveva ritenuto che il Comune di Milano non poteva avvalersi del principio della discrezionalità amministrativa, anche tenendo in considerazione che il giudice stesso aveva concesso un rinvio d'udienza proprio allo scopo di consentire al Comune di Milano di eventualmente proporre soluzioni abitative alternative a quelle indicate in precedenza. Tuttavia, il giudice aveva dovuto constatare che all'udienza del 13 dicembre né il Commissario all'emergenza "nomadi", né il Comune di Milano erano stati in grado di proporre alcuna soluzione alternativa.
Il collegio del Tribunale di Milano, nel respingere il reclamo del Comune di Milano, ribadisce la connotazione evidentemente discriminatoria del comportamento del Comune di Milano e del Ministro dell'Interno, in quanto la volontà espressa di recedere dal progetto di riqualificazione degli alloggi finalizzata alla loro assegnazione finale alle famiglie Rom si è fondata esclusivamente su ragioni etniche.
Ne consegue che il comportamento del Comune di Milano e del Ministro dell'Interno ha costituito una discriminazione su base etnico-razziale proibita dalla direttiva europea n. 2000/43 e dall'art. 43 del T.U. immigrazione.
Il collegio giudicante di Milano ha dunque confermato quanto ordinato dal giudice di primo grado al Comune di Milano e al Commissario straordinario - Prefetto di Milano di rimuovere la discriminazione mediante l'attuazione integrale della convenzione del 5-11 maggio 2010, con il conseguente obbligo delle istituzioni preposte di provvedere quanto prima al pagamento delle spese necessarie per la ristrutturazione degli alloggi, da effettuarsi a cura della Casa della Carità ONLUS, al fine di consegnare gli alloggi medesimi ai nuclei familiari aventi diritto. da Newsletter del servizio di supporto giuridico contro le discriminazioni etnico-razziali e religiose dell’ASGI