La vittoria di Giuliano Pisapia a Milano ha entusiasmato, ha commosso e ha accesso una luce di speranza in tutti i sinti e rom italiani. La Milano dell'odio, della paura, della violenza contro chi è diverso e in particolare modo contro i sinti e rom è stata sconfitta o meglio è stata sgomberata!
A Milano la campagna elettorale si è giocata anche sulle spalle dei rom e dei sinti.
Ha iniziato l'ex Vice Sindaco Riccardo De Corato che ha rivendicato con orgoglio, tappezzando Milano di manifesti, la sua violenza contro i sinti e rom. Un anno fa aveva detto: l'unico verbo da utilizzare contro i rom e sinti è sgomberare. Tra l'altro Riccardo De Corato ha sempre avuto una grande abilità nel dire bugie sui numeri di sinti e rom presenti a Milano. Il 27 aprile scorso ha festeggiato i 500 sgomberi contro uomini, donne e bambini inermi. Una vergogna!
Ha continuato Bossi affermando che con Giuliano Pisapia Milano sarebbe diventata “zingaropoli”. Da quel momento la questione è divenuta nazionale. Immediata la presa di posizione di Berlusconi che ha rincarato la dose e ha fatto tappezzare Milano di manifesti che hanno scioccato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, in visita in Italia. Ma non solo, perchè sembra che qualcuno abbia avuto la brillante idea di assoldare degli attori di travestirsi da rom poveri per distribuire a Milano volantini a favore di Giuliano Pisapia.
Giuliano Pisapia ha iniziato a parlare nel suo diario di rom e sinti quando ha incontrato gli abitanti della Zona 2. In questa Zona vivono un centinaio di rom italiani nel campo comunale di via Idro e gli abitanti gli hanno chiesto: “come contrastare la cultura leghista che ci ha imbarbarito?”. Giuliano Pisapia ha risposto qualche giorno dopo con queste parole: “penso che la frase del Cardinale Martini, 'chi è orfano della casa dei diritti, difficilmente sarà figlio della casa dei doveri', dovrebbe essere un monito per tutti”. Pochi giorni fa, come tutti sanno, Bossi e Berlusconi hanno accusato Giuliano Pisapia di voler trasformare Milano in “zingaropoli”. Il neo Sindaco di Milano ha risposto con pacatezza affermando che “il tentativo di spaventare i milanesi parlando di 'zingaropoli' dimostra ancora una volta quanto siano in difficoltà gli esponenti del centrodestra. Ma soprattutto quanto poco conoscano non solo il mio programma elettorale, ma anche i provvedimenti da loro stessi varati". Ha quindi sottolineato che "è importante ricordare che situazioni come quelle del campo del Triboniano sono state create dall'amministrazione del centrodestra. Situazioni indecenti per chi le vive e intollerabili per tutti i cittadini milanesi".
Il neo Sindaco ha sostenuto di voler "superare i campi”. E ha spiegato: “quando si parla di autocostruzione di case intendiamo quei progetti già avviati con successo in altre città italiane ed europee, che vanno dalla ristrutturazione di cascine diroccate alla costruzione di palazzine, ma sempre nel rispetto delle regole urbanistiche e dell'esigenze dei cittadini residenti in zona". Queste soluzioni "favoriscono la chiusura dei campi nomadi e garantiscono maggiore sicurezza per tutti. Che siano utili - ha proseguito - lo dimostra il fatto che sono state cofinanziate dal governo attraverso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali”. Il Piano per l'integrazione nella sicurezza approvato nel luglio del 2010 dal Consiglio dei Ministri, prevede, ha ricordato Pisapia, "il sostegno a progetti sperimentali per l'acquisizione di alloggi attraverso forme di 'social housing' (autorecupero e autocostruzione) di unità immobiliari da destinare ad uso abitativo".
Giuliano Pisapia non ha proposto alla Città qualcosa di rivoluzionario, ha fatto una proposta di buon senso con la messa in opera anche a Milano di iniziative che molti uomini e donne del centro destra condividono e sostengono.
I milanesi hanno premiato Giuliano Pisapia e hanno sconfitto quel centro destra xenofobo e in alcuni casi razzista (come ha sentenziato il Tribunale di Milano) che ha imperversato a Milano per cinque anni. di Carlo Berini
martedì 31 maggio 2011
lunedì 30 maggio 2011
Milano, Commissario Hammarberg: "sono rimasto scioccato"
Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha così commentato il suo recente viaggio in Italia: "Sono rimasto scioccato dall’uso fatto durante la campagna elettorale a Milano di messaggi xenofobi contro i rom, ma anche contro i musulmani". Il commissario, che ha dichiarato che presto pubblicherà un rapporto dettagliato, ha aggiunto: "Certi poster che ho visto affissi mentre ero a Milano non rappresentano certo il volto migliore dell’Italia. L’impressione è che non si tratti solo di parole. Il campo Rom abusivo che ho visitato giovedì a Milano – ha continuato Hammarberg – è stato fatto oggetto di due sgombri quello stesso giorno e la situazione non sembra essere migliore nei campi autorizzati dove le persone che ho incontrato, oltre a esprimere la loro paura, mi hanno detto di roulotte distrutte delle forze dell’ordine e di come queste cerchino di convincere le persone ad andarsene. Ritengo che una volta superate le elezioni, si debba riflettere attentamente su come certi partiti hanno condotto la propria campagna elettorale" ha concluso il commissario.
venerdì 27 maggio 2011
Roma, presentazione del report "La casa di carta"
Lunedì 30 maggio 2011, alle ore 16:30, presso la Facoltà di Architettura dell'Università Roma Tre (via Madonna dei Monti 40, Roma), l'Associazione 21 luglio presenterà il report "La casa di carta", una ricerca approfondita sulle precarie condizioni di vita dei rom all'interno di una struttura di accoglienza gestita da Roma Capitale situata in via Salaria 971, nella periferia romana.
In questa struttura, un ex edificio industriale un tempo adibito alla produzione della carta, ci sono attualmente 350 persone di etnia rom vittime di alcuni sgomberi forzati di campi informali. Considerando che alla base della loro collocazione nei locali dell'ex cartiera vi è esclusivamente una ragione di natura etnica, per l'Associazione 21 luglio la struttura in questione può essere meglio definita come Centro di Raccolta Rom. Definizione, questa, ripresa dai cosiddetti Centri di Raccolta Profughi (C.R.P.) dove, nel secondo dopoguerra, vennero raggruppati, in condizioni di grave disagio e precarietà, circa 350 mila esuli in fuga dalla Venezia Giulia non più italiana.
Oggi, nei cinque capannoni di cui si compone l'ex cartiera, i rom vivono ammassati gli uni accanto agli altri, la privacy è inesistente, essendo garantita, in alcuni casi, soltanto da "muri divisori" fatti di lenzuola e coperte, e le condizioni igienico-sanitarie e quelle relative alla sicurezza risultano del tutto inadeguate. Per queste ragioni, sottolinea l'Associazione 21 luglio, nel centro di accoglienza di via Salaria 971 vengono violati i più elementari diritti dell'essere umano così come sancito dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo, dalla Carta Sociale Europea e dalla Convenzione Internazionale sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (ICERD). Alla presentazione del report, realizzato da un team di ricercatori composto da Andrea Anzaldi, Aurora Sordini e Carlo Stasolla, interverranno Carlo Stasolla (Associazione 21 luglio), Aurora Sordini (ricercatrice dell'Università di Strasburgo), e Salvatore Fachile (Antenna Territoriale Anti-discriminazione di Roma - ASGI). Seguirà una tavola rotonda, moderata dal giornalista di Radio Popolare Roma Nello Avellani, che vedrà anche la partecipazione di Francesco Careri, ricercatore di Architettura presso l'Università Roma Tre, e Giusy D'Alconzo, direttrice dell'Ufficio campagne e ricerche di Amnesty International Italia.
Nel corso del pomeriggio, inoltre, sarà proiettato un video-documentario realizzato dall'Associazione 21 luglio che si sofferma sugli sgomberi forzati dei campi rom avvenuti negli ultimi mesi nella capitale e ripercorre la storia dell'ex cartiera mostrando, con immagini inedite ed esclusive, le condizioni di vita in cui sono costretti i rom al suo interno.
Per maggiori informazioni contattare: Associazione 21 luglio, Ufficio Stampa, telefono (+39) 3498049308, e-mail: ufficiostampa@21luglio.com, www.21luglio.com
In questa struttura, un ex edificio industriale un tempo adibito alla produzione della carta, ci sono attualmente 350 persone di etnia rom vittime di alcuni sgomberi forzati di campi informali. Considerando che alla base della loro collocazione nei locali dell'ex cartiera vi è esclusivamente una ragione di natura etnica, per l'Associazione 21 luglio la struttura in questione può essere meglio definita come Centro di Raccolta Rom. Definizione, questa, ripresa dai cosiddetti Centri di Raccolta Profughi (C.R.P.) dove, nel secondo dopoguerra, vennero raggruppati, in condizioni di grave disagio e precarietà, circa 350 mila esuli in fuga dalla Venezia Giulia non più italiana.
Oggi, nei cinque capannoni di cui si compone l'ex cartiera, i rom vivono ammassati gli uni accanto agli altri, la privacy è inesistente, essendo garantita, in alcuni casi, soltanto da "muri divisori" fatti di lenzuola e coperte, e le condizioni igienico-sanitarie e quelle relative alla sicurezza risultano del tutto inadeguate. Per queste ragioni, sottolinea l'Associazione 21 luglio, nel centro di accoglienza di via Salaria 971 vengono violati i più elementari diritti dell'essere umano così come sancito dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo, dalla Carta Sociale Europea e dalla Convenzione Internazionale sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (ICERD). Alla presentazione del report, realizzato da un team di ricercatori composto da Andrea Anzaldi, Aurora Sordini e Carlo Stasolla, interverranno Carlo Stasolla (Associazione 21 luglio), Aurora Sordini (ricercatrice dell'Università di Strasburgo), e Salvatore Fachile (Antenna Territoriale Anti-discriminazione di Roma - ASGI). Seguirà una tavola rotonda, moderata dal giornalista di Radio Popolare Roma Nello Avellani, che vedrà anche la partecipazione di Francesco Careri, ricercatore di Architettura presso l'Università Roma Tre, e Giusy D'Alconzo, direttrice dell'Ufficio campagne e ricerche di Amnesty International Italia.
Nel corso del pomeriggio, inoltre, sarà proiettato un video-documentario realizzato dall'Associazione 21 luglio che si sofferma sugli sgomberi forzati dei campi rom avvenuti negli ultimi mesi nella capitale e ripercorre la storia dell'ex cartiera mostrando, con immagini inedite ed esclusive, le condizioni di vita in cui sono costretti i rom al suo interno.
Per maggiori informazioni contattare: Associazione 21 luglio, Ufficio Stampa, telefono (+39) 3498049308, e-mail: ufficiostampa@21luglio.com, www.21luglio.com
giovedì 26 maggio 2011
Storie di donne rom fra tradizione e cambiamento
Luciana Tufana Editrice (distribuita da Mursia) ha dato alle stampe il libro di Paola Galli “Storie di donne rom fra tradizione e cambiamento” che registra la voce dalle donne rom, profughe dalla ex Yugoslavia, che vivono a Firenze nel villaggio del Poderaccio. Il libro tratta tematiche estremamente attuali all’interno del contesto della vita in una particolare comunità rom di Firenze, in particolar modo per quanto riguarda la situazione delle donne. Matrimonio, aspirazioni personali, lavoro, studio: questi i temi che emergono come una frattura tra le vecchie e le nuove generazioni di donne, che cominciano a mettere in discussione le regole dell’antica tradizione.
L'autrice, Paola Galli, vive a Firenze dove ha studiato negli Istituti tecnici. Ha collaborato con “Un ponte per Bagdad” e contribuito alla nascita del “Laboratorio Kimeta”, dove lavorano appunto le donne rom intervistate per questo libro.
Racconta l'autrice “dopo diversi anni di frequentazione delle donne attraverso il lavoro nella cooperativa Kimeta, ma anche all'interno delle loro case, accadeva che il mio interesse si concentrasse su aspetti particolari della loro vita. C'era la voglia di andare fin nell'intimità, di scoprire quali erano le loro aspirazioni profonde.”
“Erano contente di essersi sposate o di sposarsi a 15, 16 anni col ragazzo scelto dalla famiglia? Avevano altri desideri, altre aspirazioni come, per le giovani, lavorare o studiare? Questo era ciò che mi interessava scoprire, anche se loro erano spesso reticenti e si chiudevano in se stesse come davanti a un intervento irrispettoso, quasi illecito. Non mi lasciavo scoraggiare. Era come giocare con le bambole russe. Si apre la prima e dentro ce n'è una più piccola di cui non puoi contentarti perché sai che dentro ce ne sono altre ancora. E tu vuoi arrivare all'ultima.”
SISTRI, rinviata l'entrata in vigore
Una intesa per rimodulare l’entrata in funzione del Sistri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti speciali e pericolosi è stato raggiunto ieri a tarda sera fra il ministero dell’Ambiente e le principali organizzazioni imprenditoriali Confindustria e Rete Imprese. Lo comunica una nota del ministero dell’Ambiente sottolineando che l’accordo recepisce le esigenze evidenziate nelle ultime settimane dagli operatori del settore ribadendo il valore del Sistri quale importante strumento di legalità e trasparenza nel delicato campo dei rifiuti.
“Abbiamo cercato e trovato una soluzione condivisa – afferma il Ministro Stefania Prestigiacomo – nel comune intento di mettere in campo un sistema capace di coniugare trasparenza, semplificazione amministrativa, tutela della legalità. Un sistema che è stato pensato per agevolare il lavoro delle imprese non certo per complicarlo. Credo che la rimodulazione in chiave di progressività dell’entrata in vigore del Sistri sarà utile a collaudare al meglio il sistema e aiuterà le aziende a prendere confidenza con le nuove procedure elettroniche”.
Un ringraziamento al governo e al ministro Prestigiacomo è arrivato dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia per avere ascoltato gli imprenditori sui problemi creati dall'avvio del Sistri. In un incontro tenutosi nella serata di ieri, ha riferito il numero uno di Confindustria, “sono state recepite le nostre preoccupazioni”, ha concluso la Marcegaglia.
Secondo l’intesa raggiunta Il Sistri entrerà in vigore: il 1° settembre 2011 per produttori di rifiuti che abbiano più di 500 dipendenti, per gli impianti di smaltimento, incenerimento, etc. (circa 5.000) e per i trasportatori che sono autorizzati per trasporti annui superiori alle 3.000 tonnellate (circa 10.000); il 1° ottobre 2011 produttori di rifiuti che abbiano da 250 a 500 dipendenti e “Comuni, Enti ed Imprese che gestiscono i rifiuti urbani della Regione Campania”; il 1° novembre 2011 per produttori di rifiuti che abbiano da 50 a 249 dipendenti; il 1° dicembre 2011 per produttori di rifiuti che abbiano da 10 a 49 dipendenti e i trasportatori che sono autorizzati per trasporti annui fino a 3.000 tonnellate (circa 10.000); il 1° gennaio 2012 per produttori di rifiuti pericolosi che abbiano fino a 10 dipendenti.Sono inoltre previste procedure di salvaguardia in caso di rallentamenti del sistema ed una attenuazione delle sanzioni nella prima fase dell’operatività del sistema.
martedì 24 maggio 2011
Milano, benvenuti a Sgomberopoli
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| Il disegno di una bambina rom cacciata da scuola in conseguenza di uno sgombero |
A gennaio si è aggiunto alla mia classe Romeo. È un bambino rom di sei anni, arrivato nella nostra scuola dopo essere stato allontanato dal campo di via Rubattino e aver già dovuto abbandonare la sua classe alle elementari di via Feltre. Per due settimane ha frequentato la scuola, arrivando sempre puntuale e motivato. In pochi giorni ha conquistato tutti noi con la sua allegria e il suo affetto, anche la famiglia è sempre stata disponibile e rispettosa. Un giovedì mattina, appena entrata in aula, sono stata letteralmente trascinata in corridoio da Romeo che, parecchio preoccupato, continuava a ripetermi "polizia, sgombero". Il lunedì successivo la sua famiglia è stata sgomberata dal capannone in cui vivevano, Romeo non è più potuto venire a scuola.”
Silvia Borsani, maestra all’elementare di via Guicciardi, racconta così l’emergenza rom a Milano. Storie simili a quella di Nicu, 11 anni, costretto a cambiare sei scuole in due anni, o di Raluca, 8 anni, che ha subito 18 sgomberi in dieci mesi. I rom in Italia sono un popolo di bambini: il 45-50 per cento è in età scolare. L’integrazione passa soprattutto dalla scuola. Ma i continui sgomberi rendono ardua quest’opera. Il Comune di Milano ha da tempo annunciato di aver superato i 500 sgomberi di baraccopoli rom dal 2007. Un “successo” che il vicesindaco De Corato rivendica con orgoglio: la città, anche per il ballottaggio, è tappezzata di manifesti elettorali con il numero degli sgomberi effettuati. Si tratta, in realtà, degli stessi rom continuamente sgomberati, sempre dagli stessi posti. Emblematico è il cavalcavia Bacula: un’area sgomberata 32 volte in tre anni. Milioni di euro spesi per spostare un problema senza risolverlo. di Stefano Pasta, continua a leggere...
venerdì 20 maggio 2011
Milano, il matto è Giuliano Piaspia o è Umberto Bossi?
Siamo quasi al termine di questa tornata elettorale e i rom diventano di nuovo protagonisti. Un destino da prima pagina, sempre in negativo e in particolare quando i nodi arrivano al pettine. Alle elezioni politiche 2008 era stato il Presidente Berlusconi, oggi è il leader della Lega Nord Umberto Bossi. Come molti avranno sentito in televisione o letto sui giornali l'Umberto ha accusato il candidato del centro sinistra, Giuliano Piasapia, di voler trasformare “Milano in zingaropoli”.
Mentre Berlusconi si era limitato al “tolleranza zero”, Bossi ha avuto il cattivo gusto di coniare una nuova parola. Bossi nella sua farneticante dichiarazione aveva anche dato del matto a Giuliano Pisapia, scusandosi dopo poche ore ma non ritrattando la dichiarazione su Milano “zingaropoli”.
Immediata e apprezzata la dichiarazione Roberto Natale, presidente della Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana): ''E' bene che anche il discorso pubblico italiano recuperi il senso del limite. Ci abbiamo messo vent'anni a imparare che gli immigrati non andassero chiamati 'vu'cumprà, e abbiamo ancora difficoltà a non definirli sbrigativamente 'clandestini'. Non c'è proprio bisogno di aggiungere un altro vocabolo al glossario del disprezzo''.
E ha giustamente aggiunto: ''La polemica politica è affare dei candidati e delle coalizioni. Ma l'avvelenamento del linguaggio è un problema che riguarda tutti, compresi noi giornalisti che le parole le maneggiamo per lavoro. E allora non si può accettare che entri in circolo un nuovo termine così carico di significati spregiativi: il popolo rom si chiama cosi' e ha il diritto di essere chiamato così. All'estero un uso tanto contundente del linguaggio politico verrebbe bollato come 'hate speech', incitamento all'odio''.
Fino ad oggi i rom erano entrati in questa campagna elettorale solo a Milano ed è da segnalare che il Vice Sindaco uscente, Riccardo De Corato, aveva rivendicato con manifesti e volantini che hanno inondato Milano che grazie a lui i rom sono meno. Ha rivendicato sui volantini la paternità di oltre 400 sgomberi in tre anni. Ma pubblicamente si è vantato di aver superato qualche giorno fa i 500 sgomberi.
Faccio due considerazioni.
La prima. Nel Comune di Milano nell'autunno 2006, secondo la Polizia Municipale, c'erano circa 2.400 rom e sinti, di cui la maggioranza Cittadini italiani. Nel 2008 il Ministero dell'Interno ha censito a Milano circa 2.500 rom e sinti. Oggi il Comune di Milano afferma che si sono circa 2.300 rom e sinti. Se contiamo anche le presenze nei comuni dell'hinterland siamo circa sulle 4.000 presenze ma anche in quel caso i numeri non si modificano negli anni.
La seconda. Confrontando i numeri si può evincere chiaramente che nel Comune di Milano in quattro anni non c'è stata nessuna invasione di rom con l'entrata della Romania nell'Unione europea e non c'è stato nessun allontanamento con i 500 e più sgomberi rivendicati da Riccardo De Corato.
Una domanda sorge spontanea: dove sono andati i rom sgomberati? A parte chi svolge un lavoro itinerante come lo spettacolo viaggiante e l'artigianato (arrotini, ombrellai...), le famiglie rom milanesi si sono solo spostate dal luogo dello sgombero senza abbandonare Milano anche perchè non sapevano dove andare.
Ma un dato manca: quanto ha speso il Comune di Milano? Qualcuno ha provato a fare i conti. Si è considerato che uno sgombero costi al contribuente circa euro 25.000,00 (ruspe, polizia municipale, forze dell'ordine...). Se moltiplichiamo per i 500 e più sgomberi arriviamo alla cifra considerevole di circa 12 milioni e mezzo di euro.
In sintesi: in quattro anni la Moratti con De Corato ha sperperato milioni di euro per distruggere e calpestare la dignità umana ma calpestare anche tutte le leggi italiane ed europee. Al contrario secondo Pisapia la situazione va migliorata con interventi positivi come l'aiuto alla casa e all'istruzione. Nel primo caso si potrebbero provare con esperienze di "autocostruzione", come permettere ai rom di migliorarsi da soli case non utilizzate dagli italiani; nel secondo caso impegnarsi per mandare i bambini a scuola per prepararne l'uscita da campi. Inoltre, facilitare le attività come l'artigianato e l'intrattenimento musicale.
A questo punto ognuno può tirare le somme e decidere se il matto è Bossi o Pisapia. di Carlo Berini
Mentre Berlusconi si era limitato al “tolleranza zero”, Bossi ha avuto il cattivo gusto di coniare una nuova parola. Bossi nella sua farneticante dichiarazione aveva anche dato del matto a Giuliano Pisapia, scusandosi dopo poche ore ma non ritrattando la dichiarazione su Milano “zingaropoli”.
Immediata e apprezzata la dichiarazione Roberto Natale, presidente della Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana): ''E' bene che anche il discorso pubblico italiano recuperi il senso del limite. Ci abbiamo messo vent'anni a imparare che gli immigrati non andassero chiamati 'vu'cumprà, e abbiamo ancora difficoltà a non definirli sbrigativamente 'clandestini'. Non c'è proprio bisogno di aggiungere un altro vocabolo al glossario del disprezzo''.
E ha giustamente aggiunto: ''La polemica politica è affare dei candidati e delle coalizioni. Ma l'avvelenamento del linguaggio è un problema che riguarda tutti, compresi noi giornalisti che le parole le maneggiamo per lavoro. E allora non si può accettare che entri in circolo un nuovo termine così carico di significati spregiativi: il popolo rom si chiama cosi' e ha il diritto di essere chiamato così. All'estero un uso tanto contundente del linguaggio politico verrebbe bollato come 'hate speech', incitamento all'odio''.
Fino ad oggi i rom erano entrati in questa campagna elettorale solo a Milano ed è da segnalare che il Vice Sindaco uscente, Riccardo De Corato, aveva rivendicato con manifesti e volantini che hanno inondato Milano che grazie a lui i rom sono meno. Ha rivendicato sui volantini la paternità di oltre 400 sgomberi in tre anni. Ma pubblicamente si è vantato di aver superato qualche giorno fa i 500 sgomberi.
Faccio due considerazioni.
La prima. Nel Comune di Milano nell'autunno 2006, secondo la Polizia Municipale, c'erano circa 2.400 rom e sinti, di cui la maggioranza Cittadini italiani. Nel 2008 il Ministero dell'Interno ha censito a Milano circa 2.500 rom e sinti. Oggi il Comune di Milano afferma che si sono circa 2.300 rom e sinti. Se contiamo anche le presenze nei comuni dell'hinterland siamo circa sulle 4.000 presenze ma anche in quel caso i numeri non si modificano negli anni.
La seconda. Confrontando i numeri si può evincere chiaramente che nel Comune di Milano in quattro anni non c'è stata nessuna invasione di rom con l'entrata della Romania nell'Unione europea e non c'è stato nessun allontanamento con i 500 e più sgomberi rivendicati da Riccardo De Corato.
Una domanda sorge spontanea: dove sono andati i rom sgomberati? A parte chi svolge un lavoro itinerante come lo spettacolo viaggiante e l'artigianato (arrotini, ombrellai...), le famiglie rom milanesi si sono solo spostate dal luogo dello sgombero senza abbandonare Milano anche perchè non sapevano dove andare.
Ma un dato manca: quanto ha speso il Comune di Milano? Qualcuno ha provato a fare i conti. Si è considerato che uno sgombero costi al contribuente circa euro 25.000,00 (ruspe, polizia municipale, forze dell'ordine...). Se moltiplichiamo per i 500 e più sgomberi arriviamo alla cifra considerevole di circa 12 milioni e mezzo di euro.
In sintesi: in quattro anni la Moratti con De Corato ha sperperato milioni di euro per distruggere e calpestare la dignità umana ma calpestare anche tutte le leggi italiane ed europee. Al contrario secondo Pisapia la situazione va migliorata con interventi positivi come l'aiuto alla casa e all'istruzione. Nel primo caso si potrebbero provare con esperienze di "autocostruzione", come permettere ai rom di migliorarsi da soli case non utilizzate dagli italiani; nel secondo caso impegnarsi per mandare i bambini a scuola per prepararne l'uscita da campi. Inoltre, facilitare le attività come l'artigianato e l'intrattenimento musicale.
A questo punto ognuno può tirare le somme e decidere se il matto è Bossi o Pisapia. di Carlo Berini
mercoledì 18 maggio 2011
Amnesty International 2011: i rom e sinti hanno continuato a subire discriminazioni
Pubblicato il Rapporto annuale di Amnesty International 2011, dedicato al coraggio delle persone che in ogni parte del Mondo si battono contro gli oppressori.
Italia. Duro j'accuse nei confronti del nostro Paese: i rom e i sinti continuano a essere discriminati nel loro diritto all'istruzione, all'alloggio, all'assistenza sanitaria, all'occupazione e "alcuni politici e rappresentanti del governo alimentano un clima di intolleranza e xenofobia". Inoltre, "l'atteggiamento dispregiativo di alcuni politici ha contribuito ad alimentare un clima di intolleranza". Il rapporto evidenzia come nel corso del 2010 in tutto il Paese sono proseguiti gli sgomberi forzati di rom, che "hanno disgregato le loro comunità, il loro accesso al lavoro e hanno reso impossibile ai bambini la frequenza scolastica". Viene puntato il dito sopratutto su Milano e Roma. "L'Italia è stata fiaccata da anni di decisioni poco lungimiranti - ha denunciato Giusy D'Alconzo di Amnesty - politiche che hanno dimostrato scarsa efficacia di governo dei fenomeni". Unica buona notizia: l'avvio dell'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori.
Europa. Il continuo aumento del razzismo e dell’istigazione all’odio nei dibattiti pubblici in molti Paesi ha ottenuto il risultato di marginalizzare ulteriormente le persone già emarginate, a causa della povertà o della discriminazione.
Uno dei più significativi esempi di discriminazione sistematica è quella contro i rom e i sinti, che sono rimasti in gran parte esclusi dalla vita pubblica e spesso al centro di aperta ostilità da parte dell’opinione pubblica e di dibattiti politici xenofobi. I rom e i sinti sono rimasti uno dei pochi gruppi sociali nei confronti dei quali i commenti e gli atteggiamenti manifestamente razzisti non soltanto sono stati tollerati, ma anche ampiamente condivisi.
Le famiglie rom e sinte spesso non sono state in grado di godere pienamente dell’accesso all’alloggio, all’istruzione, all’occupazione e ai servizi sanitari.
Molti rom hanno continuato a vivere in insediamenti informali o baraccopoli, privi persino di un minimo grado di garanzia legale, a causa della situazione irregolare degli insediamenti o della mancanza di documenti ufficiali a conferma del loro titolo di possesso. Sono rimasti esposti agli sgomberi forzati, in paesi come Italia, Grecia, Francia, Romania e Serbia, e sono stati ulteriormente spinti in una situazione di povertà ed emarginazione, con poche speranze di riparazione. In Italia, per esempio, alcune famiglie hanno subito ripetuti sgomberi forzati, che hanno sconvolto le loro comunità, interrotto il loro accesso al lavoro e reso impossibile per alcuni bambini la frequenza scolastica.
In Francia, dopo un discorso del presidente che descriveva i campi rom come focolai di criminalità, una direttiva ministeriale (in seguito riformulata, ma l’effetto è rimasto lo stesso) ha dato l’ordine di smantellarli. L’episodio ha messo in luce le tensioni provocate dalla mancanza d’attenzione che per decenni ha subito la situazione dei rom in Europa, inducendo l’Eu a chiedere agli stati di impegnarsi di più per rispettare i loro diritti.
In Europa, milioni di rom e sinti sono rimasti gravemente svantaggiati anche a causa di bassi livelli di alfabetizzazione e da un’istruzione scarsa o incompleta. A molti bambini rom è stata negata una delle vie per uscire dal circolo vizioso di povertà ed emarginazione, l’istruzione, e hanno continuato a essere inseriti in classi e scuole inadeguate o separate, in paesi come Croazia, Grecia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Ungheria. Gli stereotipi negativi, insieme all’isolamento fisico e culturale, hanno contribuito a compromettere le loro prospettive future.
Italia. Duro j'accuse nei confronti del nostro Paese: i rom e i sinti continuano a essere discriminati nel loro diritto all'istruzione, all'alloggio, all'assistenza sanitaria, all'occupazione e "alcuni politici e rappresentanti del governo alimentano un clima di intolleranza e xenofobia". Inoltre, "l'atteggiamento dispregiativo di alcuni politici ha contribuito ad alimentare un clima di intolleranza". Il rapporto evidenzia come nel corso del 2010 in tutto il Paese sono proseguiti gli sgomberi forzati di rom, che "hanno disgregato le loro comunità, il loro accesso al lavoro e hanno reso impossibile ai bambini la frequenza scolastica". Viene puntato il dito sopratutto su Milano e Roma. "L'Italia è stata fiaccata da anni di decisioni poco lungimiranti - ha denunciato Giusy D'Alconzo di Amnesty - politiche che hanno dimostrato scarsa efficacia di governo dei fenomeni". Unica buona notizia: l'avvio dell'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori.
Europa. Il continuo aumento del razzismo e dell’istigazione all’odio nei dibattiti pubblici in molti Paesi ha ottenuto il risultato di marginalizzare ulteriormente le persone già emarginate, a causa della povertà o della discriminazione.
Uno dei più significativi esempi di discriminazione sistematica è quella contro i rom e i sinti, che sono rimasti in gran parte esclusi dalla vita pubblica e spesso al centro di aperta ostilità da parte dell’opinione pubblica e di dibattiti politici xenofobi. I rom e i sinti sono rimasti uno dei pochi gruppi sociali nei confronti dei quali i commenti e gli atteggiamenti manifestamente razzisti non soltanto sono stati tollerati, ma anche ampiamente condivisi.
Le famiglie rom e sinte spesso non sono state in grado di godere pienamente dell’accesso all’alloggio, all’istruzione, all’occupazione e ai servizi sanitari.
Molti rom hanno continuato a vivere in insediamenti informali o baraccopoli, privi persino di un minimo grado di garanzia legale, a causa della situazione irregolare degli insediamenti o della mancanza di documenti ufficiali a conferma del loro titolo di possesso. Sono rimasti esposti agli sgomberi forzati, in paesi come Italia, Grecia, Francia, Romania e Serbia, e sono stati ulteriormente spinti in una situazione di povertà ed emarginazione, con poche speranze di riparazione. In Italia, per esempio, alcune famiglie hanno subito ripetuti sgomberi forzati, che hanno sconvolto le loro comunità, interrotto il loro accesso al lavoro e reso impossibile per alcuni bambini la frequenza scolastica.
In Francia, dopo un discorso del presidente che descriveva i campi rom come focolai di criminalità, una direttiva ministeriale (in seguito riformulata, ma l’effetto è rimasto lo stesso) ha dato l’ordine di smantellarli. L’episodio ha messo in luce le tensioni provocate dalla mancanza d’attenzione che per decenni ha subito la situazione dei rom in Europa, inducendo l’Eu a chiedere agli stati di impegnarsi di più per rispettare i loro diritti.
In Europa, milioni di rom e sinti sono rimasti gravemente svantaggiati anche a causa di bassi livelli di alfabetizzazione e da un’istruzione scarsa o incompleta. A molti bambini rom è stata negata una delle vie per uscire dal circolo vizioso di povertà ed emarginazione, l’istruzione, e hanno continuato a essere inseriti in classi e scuole inadeguate o separate, in paesi come Croazia, Grecia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Ungheria. Gli stereotipi negativi, insieme all’isolamento fisico e culturale, hanno contribuito a compromettere le loro prospettive future.
martedì 17 maggio 2011
La Giornata Internazionale della Famiglia
Il 15 maggio, mentre in tutto il Mondo si celebrava la Giornata Internazionale della Famiglia, il Comune di Roma e il Comune di Milano continuavano gli sgomberi contro le famiglie rom immigrate dalla Romania. L'unica soluzione offerta è quella di dividere le famiglie, offrendo un ricovero solo alle donne con i neonati. Di seguito il comunicato del Segretario Generale dell'ONU a sostegno dell'istituzione famiglia
Ancora troppe famiglie vivono in condizioni di persistente e grave difficoltà. A causa della mancanza di posti di lavoro e di mezzi per far quadrare i conti, gli adulti non sono in grado di fornire un’alimentazione adeguata ai bambini che di conseguenza ne portano a vita i segni fisici e cognitivi. Altri componenti della famiglia rischiano di essere oggetto di negligenza e privazioni. La povertà continua ad essere la causa di centinaia di migliaia di casi di mortalità da parto ogni anno.
L’esclusione sociale è spesso all’origine del problema. La discriminazione e la disparità di accesso ai servizi sociali privano le famiglie dell’opportunità di progettare un futuro migliore per i loro figli.
Alcuni tipi di famiglie sono particolarmente a rischio, comprese quelle numerose, le famiglie monoparentali, quelle in cui i principali percettori di reddito sono disoccupati, ammalati o disabili, famiglie i cui componenti subiscono discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e famiglie che vivono nelle baraccopoli urbane o nelle aree rurali. Anche le famiglie indigene e migranti, alla pari di quelle che vivono in situazioni di conflitto o tensione, sono esposte a condizioni di emarginazione e privazione.
Alcuni governi hanno adottato strategie focalizzate sulla famiglia, compresi programmi di trasferimento di denaro, assegni per i figli, incentivi fiscali e misure di protezione sociale specifiche a tutela dell’identità sessuale e dei bambini. La diffusione di queste politiche, che possono migliorare la situazione alimentare e educativa dei bambini, può aiutare a porre fine a cicli di povertà che persistono di generazione in generazione.
In questa Giornata Internazionale della Famiglia, sosteniamo le famiglie in quanto esse educano i giovani, si prendono cura degli anziani e fanno crescere comunità forti costruite sulla tolleranza e sulla dignità per tutti. di Ban Ki-moon
Ancora troppe famiglie vivono in condizioni di persistente e grave difficoltà. A causa della mancanza di posti di lavoro e di mezzi per far quadrare i conti, gli adulti non sono in grado di fornire un’alimentazione adeguata ai bambini che di conseguenza ne portano a vita i segni fisici e cognitivi. Altri componenti della famiglia rischiano di essere oggetto di negligenza e privazioni. La povertà continua ad essere la causa di centinaia di migliaia di casi di mortalità da parto ogni anno.
L’esclusione sociale è spesso all’origine del problema. La discriminazione e la disparità di accesso ai servizi sociali privano le famiglie dell’opportunità di progettare un futuro migliore per i loro figli.
Alcuni tipi di famiglie sono particolarmente a rischio, comprese quelle numerose, le famiglie monoparentali, quelle in cui i principali percettori di reddito sono disoccupati, ammalati o disabili, famiglie i cui componenti subiscono discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e famiglie che vivono nelle baraccopoli urbane o nelle aree rurali. Anche le famiglie indigene e migranti, alla pari di quelle che vivono in situazioni di conflitto o tensione, sono esposte a condizioni di emarginazione e privazione.
Alcuni governi hanno adottato strategie focalizzate sulla famiglia, compresi programmi di trasferimento di denaro, assegni per i figli, incentivi fiscali e misure di protezione sociale specifiche a tutela dell’identità sessuale e dei bambini. La diffusione di queste politiche, che possono migliorare la situazione alimentare e educativa dei bambini, può aiutare a porre fine a cicli di povertà che persistono di generazione in generazione.
In questa Giornata Internazionale della Famiglia, sosteniamo le famiglie in quanto esse educano i giovani, si prendono cura degli anziani e fanno crescere comunità forti costruite sulla tolleranza e sulla dignità per tutti. di Ban Ki-moon
sabato 14 maggio 2011
Roma, la tragedia degli sgomberi è ricominciata
A Roma, dopo la tragedia di febbraio e l'intervento del Presidente Giorgio Napolitano, il Sindaco Gianni Alemanno ha iniziato a verificare la fattibilità per assicurare un alloggio alle diverse centinaia di persone che vivono ancora in baracche di fortuna. Si è pensato, ad esempio, di fare una tendopoli ma i soldi erano insufficienti e non si riusciva ad indicare un luogo perchè subito si alzavano minacciose le proteste politiche e di piazza.
Dopo alcuni mesi di tentennamenti e ricerca di soluzioni il Sindaco di Roma ha deciso di procedere con le stesse modalità che da tre anni sono attuate dal Comune di Milano che vanta il triste record: 500 sgomberi!
A ridosso della Pasqua iniziano a Roma gli sgomberi. La Polizia Municipale, coadiuvata dalle Forze dell'Ordine e da alcuni assistenti sociali, si presentano negli accampamenti di fortuna e propongono alle donne con bambini con meno di dodici anni la soluzione di una sistemazione provvisoria in Comunità, mentre per gli anziani, gli uomini e i minori con più di dodici anni nessuna soluzione viene prospettata. Quindi la soluzione per buona parte di ogni famiglie è quella di trovare un diverso luogo dove ricostruire una baracca.
Di fatto il Comune di Roma chiede alle famiglie di dividersi senza nessuna progettualità di lungo periodo e quindi nell'incertezza. Le famiglie, nella stragrande maggioranza dei casi, non accetta e quindi la Polizia Municipale gli intima di allontanarsi immediatamente, senza dare tempo, e procede con le ruspe ad abbattere la baracca di queste famiglie.
Ciò è possibile perchè la normativa italiana impone al Sindaco la tutela dei minori ma nessuna norma impone al Sindaco quanto affermato dalla nostra Costituzione che riconosce negli articoli 29, 30 e 31 la centralità sociale dell'istituzione famigliare.
Dopo i primi sgomberi la società civile romana s'indigna e con la Comunità di Sant'Egidio in prima fila denuncia l'inadeguatezza di questo metodo barbaro di risolvere problematiche presenti nella Capitale da decenni.
L'Amministrazione comunale non ascolta, ribatte alle accuse con veemenza e tira dritto con gli sgomberi. Ma alcune famiglie dopo essere state sgomberate si rifugiano dentro la Basilica di San Paolo fuori le Mura (territorio vaticano). Il caso diventa nazionale e dopo lunghi giorni di trattativa le famiglie rom hanno la meglio. La Caritas si impegna a trovare un alloggio e l'unità famigliare viene assicurata.
L'Amministrazione comunale rimane di fatto isolata politicamente e nel pieno delle Festività pasquali e a pochi giorni dalla beatificazione di Giovanni Paolo II blocca gli sgomberi.
Questa settimana sono ricominciati con una nuova regola. Sgombero di tutte le famiglie che non hanno minori che frequentano la scuola e quindi la Polizia Municipale passa qualche ora prima in questi accampamenti di fortuna e con una bomboletta spray rossa segna con un NO le baracche che non devono essere abbattute (vedi foto). Per le famiglie “salvate” dallo sgombero oggi si attende la fine della scuola a giugno e poi anche per loro ci sarà lo sgombero.
Per adesso gli sgomberi interessano le famiglie rom immigrate dalla Romania alcuni anni fa ma è indubbio che presto saranno prima interessate le famiglie rom profughe dalla ex Yugoslavia e poi le famiglie di sinti italiani che vivono ancora in luoghi che sono tollerati da decenni ma non sono considerati “campi nomadi comunali”. A Milano la situazione è ancora più tragica perchè il Comune di Milano ha intimato lo sgombero anche alle famiglie rom italiane che vivono nel campo noamdi comunale di via Idro e per questo ci sono delle cause pendenti, sostenute anche da Sucar Drom.
Ciò che succede da tre anni in maniera sistematica a Milano e quello che inizia a Roma è il fallimento delle politiche sociali per i sinti e rom italiani ma anche delle politiche di accoglienza per chi è arrivato profugo dalla ex Yugoslavia e da chi è scappato dalla Romania per i pogrom messi in atto all'inizio degli Anni Novanta e per chi è invece è arrivato dalla Romania per cercare di costruire un futuro diverso per i propri figli. Stiamo parlando di piccoli numeri: a Roma sono presenti circa 7.000 tra rom e sinti italiani, ex yugoslavi e rumeni; a Milano molti meno, circa 2.500 persone. Situazioni al limite della sopravvivenza e di fatto discriminanti che permangono non da qualche anno ma da decenni nell'assoluta indifferenza delle istituzioni o, peggio, la stigmatizzazione e la criminalizzazione istituzionale, politica e mediatica.
L'Unione europea, sia la Commissione che il Parlamento, stanno cercando faticosamente di costruire un piano di azione europeo che sappia contemperare in maniera rigorosa ma rispettosa diritti e doveri per persone che appartengono alla più numerosa minoranza dell'Unione. In Italia non si vede quasi nulla: i diritti sono quotidianamente calpestati dalle stesse Istituzioni e i doveri sono di fatto misure draconiane che calpestano la normativa, oltre che il buon senso. Se come qualcuno affermava i sinti e rom sono la cartina tornasole del livello di civiltà di un Paese, il livello di civiltà nel nostro Paese è basso, direi drammaticamente basso. di Carlo Berini
Dopo alcuni mesi di tentennamenti e ricerca di soluzioni il Sindaco di Roma ha deciso di procedere con le stesse modalità che da tre anni sono attuate dal Comune di Milano che vanta il triste record: 500 sgomberi!
A ridosso della Pasqua iniziano a Roma gli sgomberi. La Polizia Municipale, coadiuvata dalle Forze dell'Ordine e da alcuni assistenti sociali, si presentano negli accampamenti di fortuna e propongono alle donne con bambini con meno di dodici anni la soluzione di una sistemazione provvisoria in Comunità, mentre per gli anziani, gli uomini e i minori con più di dodici anni nessuna soluzione viene prospettata. Quindi la soluzione per buona parte di ogni famiglie è quella di trovare un diverso luogo dove ricostruire una baracca.
Di fatto il Comune di Roma chiede alle famiglie di dividersi senza nessuna progettualità di lungo periodo e quindi nell'incertezza. Le famiglie, nella stragrande maggioranza dei casi, non accetta e quindi la Polizia Municipale gli intima di allontanarsi immediatamente, senza dare tempo, e procede con le ruspe ad abbattere la baracca di queste famiglie.
Ciò è possibile perchè la normativa italiana impone al Sindaco la tutela dei minori ma nessuna norma impone al Sindaco quanto affermato dalla nostra Costituzione che riconosce negli articoli 29, 30 e 31 la centralità sociale dell'istituzione famigliare.
Dopo i primi sgomberi la società civile romana s'indigna e con la Comunità di Sant'Egidio in prima fila denuncia l'inadeguatezza di questo metodo barbaro di risolvere problematiche presenti nella Capitale da decenni.
L'Amministrazione comunale non ascolta, ribatte alle accuse con veemenza e tira dritto con gli sgomberi. Ma alcune famiglie dopo essere state sgomberate si rifugiano dentro la Basilica di San Paolo fuori le Mura (territorio vaticano). Il caso diventa nazionale e dopo lunghi giorni di trattativa le famiglie rom hanno la meglio. La Caritas si impegna a trovare un alloggio e l'unità famigliare viene assicurata.
L'Amministrazione comunale rimane di fatto isolata politicamente e nel pieno delle Festività pasquali e a pochi giorni dalla beatificazione di Giovanni Paolo II blocca gli sgomberi.
Questa settimana sono ricominciati con una nuova regola. Sgombero di tutte le famiglie che non hanno minori che frequentano la scuola e quindi la Polizia Municipale passa qualche ora prima in questi accampamenti di fortuna e con una bomboletta spray rossa segna con un NO le baracche che non devono essere abbattute (vedi foto). Per le famiglie “salvate” dallo sgombero oggi si attende la fine della scuola a giugno e poi anche per loro ci sarà lo sgombero.
Per adesso gli sgomberi interessano le famiglie rom immigrate dalla Romania alcuni anni fa ma è indubbio che presto saranno prima interessate le famiglie rom profughe dalla ex Yugoslavia e poi le famiglie di sinti italiani che vivono ancora in luoghi che sono tollerati da decenni ma non sono considerati “campi nomadi comunali”. A Milano la situazione è ancora più tragica perchè il Comune di Milano ha intimato lo sgombero anche alle famiglie rom italiane che vivono nel campo noamdi comunale di via Idro e per questo ci sono delle cause pendenti, sostenute anche da Sucar Drom.
Ciò che succede da tre anni in maniera sistematica a Milano e quello che inizia a Roma è il fallimento delle politiche sociali per i sinti e rom italiani ma anche delle politiche di accoglienza per chi è arrivato profugo dalla ex Yugoslavia e da chi è scappato dalla Romania per i pogrom messi in atto all'inizio degli Anni Novanta e per chi è invece è arrivato dalla Romania per cercare di costruire un futuro diverso per i propri figli. Stiamo parlando di piccoli numeri: a Roma sono presenti circa 7.000 tra rom e sinti italiani, ex yugoslavi e rumeni; a Milano molti meno, circa 2.500 persone. Situazioni al limite della sopravvivenza e di fatto discriminanti che permangono non da qualche anno ma da decenni nell'assoluta indifferenza delle istituzioni o, peggio, la stigmatizzazione e la criminalizzazione istituzionale, politica e mediatica.
L'Unione europea, sia la Commissione che il Parlamento, stanno cercando faticosamente di costruire un piano di azione europeo che sappia contemperare in maniera rigorosa ma rispettosa diritti e doveri per persone che appartengono alla più numerosa minoranza dell'Unione. In Italia non si vede quasi nulla: i diritti sono quotidianamente calpestati dalle stesse Istituzioni e i doveri sono di fatto misure draconiane che calpestano la normativa, oltre che il buon senso. Se come qualcuno affermava i sinti e rom sono la cartina tornasole del livello di civiltà di un Paese, il livello di civiltà nel nostro Paese è basso, direi drammaticamente basso. di Carlo Berini
mercoledì 11 maggio 2011
Pisa, appello alla solidarietà mentre continuano gli sgomberi
I comunicati della Giunta annunciano l'avvio di una nuova tornata di sgomberi nei già martoriati campi di rom rumeni a Pisa. L'amministrazione, in particolare, informa di aver effettuato “quattro interventi in cinque giorni”: lo dice con tono trionfale, come fosse una cosa di cui andar fieri.
Il fatto che le famiglie sgomberate siano senza un tetto sulla testa, costrette a vagare per la città alla ricerca di un luogo dove nascondersi, non sembra turbare i sonni dei nostri amministratori. Né suscita alcuna preoccupazione il fatto che cinque minori provenienti dal campo dietro le Piagge – tra cui un bambino di un anno e mezzo e una bambina di due anni – dormano all'aperto.
La Giunta si limita a dire, in proposito, che le famiglie sarebbero state “ricevute dagli assistenti sociali”, i quali avrebbero fornito “buoni per l’acquisto di generi alimentari”. Un bel lavoro: si sbattono donne e bambini in mezzo a una strada, e in cambio si regala un pacco di pasta...
Interventi di questo tipo ricordano quelli condotti a Roma e a Milano dal centro-destra: si distruggono le baracche, si allontanano le famiglie (ben sapendo che si sistemeranno pochi metri più avanti) e non si offre alcuna sistemazione alternativa. E si ignorano le voci autorevoli che criticano l'inumanità, e l'inutilità, degli sgomberi: ricordiamo quella del Presidente Napolitano, o quella della Caritas che solo pochi giorni fa ha offerto accoglienza ai rom sgomberati da Alemanno, rifugiatisi nella Basilica di San Paolo.
Eppure, proprio in Toscana sarebbero disponibili strade alternative.
A pochi chilometri da Pisa, il Comune di San Giuliano ha avviato un percorso positivo con i rom dell'ex Ostello di Madonna dell'Acqua: rifiutando lo sgombero, sforzandosi di garantire percorsi di inclusione per le famiglie, con la collaborazione delle associazioni del territorio.
Il Consiglio Regionale ha approvato all'unanimità, lo scorso 16 Febbraio, una mozione in cui si critica la politica degli sgomberi. Il rogo di Roma, dove hanno perso la vita quattro bambini rom, dimostra in modo inequivocabile – scrive il Consiglio Regionale - «l’inutilità della pratica degli sgomberi, che non fanno altro che trasferire le comunità rom su un altro territorio».
Ma forse è proprio questa la politica del Comune di Pisa: trasferire le comunità rom nei territori vicini. Lo disse pochi mesi fa, con tono di minaccia, il Comandante della Polizia Municipale a un gruppo di rom rumeni, non sapendo di essere registrato: “andate in un altro Comune!”. Oggi, a pochi mesi di distanza, quella frase sembra ispirare le scelte dell'amministrazione.
Mentre chiediamo al Comune di Pisa di interrompere immediatamente questa politica folle e insensata, facciamo appello a tutti i cittadini e a tutte le cittadine, affinché si attivi una “catena della solidarietà”: offriamo alle famiglie sgomberate tende dove dormire, in modo che possano avere un qualche riparo sia pur provvisorio. Africa Insieme si rende disponibile a coordinare gli aiuti: chiunque abbia una tenda da donare a una famiglia, o chiunque intenda fare un'offerta per comprarla, ci contatti all'indirizzo volontariato@africainsieme.net. di Associazione Africa Insieme
Il fatto che le famiglie sgomberate siano senza un tetto sulla testa, costrette a vagare per la città alla ricerca di un luogo dove nascondersi, non sembra turbare i sonni dei nostri amministratori. Né suscita alcuna preoccupazione il fatto che cinque minori provenienti dal campo dietro le Piagge – tra cui un bambino di un anno e mezzo e una bambina di due anni – dormano all'aperto.
La Giunta si limita a dire, in proposito, che le famiglie sarebbero state “ricevute dagli assistenti sociali”, i quali avrebbero fornito “buoni per l’acquisto di generi alimentari”. Un bel lavoro: si sbattono donne e bambini in mezzo a una strada, e in cambio si regala un pacco di pasta...
Interventi di questo tipo ricordano quelli condotti a Roma e a Milano dal centro-destra: si distruggono le baracche, si allontanano le famiglie (ben sapendo che si sistemeranno pochi metri più avanti) e non si offre alcuna sistemazione alternativa. E si ignorano le voci autorevoli che criticano l'inumanità, e l'inutilità, degli sgomberi: ricordiamo quella del Presidente Napolitano, o quella della Caritas che solo pochi giorni fa ha offerto accoglienza ai rom sgomberati da Alemanno, rifugiatisi nella Basilica di San Paolo.
Eppure, proprio in Toscana sarebbero disponibili strade alternative.
A pochi chilometri da Pisa, il Comune di San Giuliano ha avviato un percorso positivo con i rom dell'ex Ostello di Madonna dell'Acqua: rifiutando lo sgombero, sforzandosi di garantire percorsi di inclusione per le famiglie, con la collaborazione delle associazioni del territorio.
Il Consiglio Regionale ha approvato all'unanimità, lo scorso 16 Febbraio, una mozione in cui si critica la politica degli sgomberi. Il rogo di Roma, dove hanno perso la vita quattro bambini rom, dimostra in modo inequivocabile – scrive il Consiglio Regionale - «l’inutilità della pratica degli sgomberi, che non fanno altro che trasferire le comunità rom su un altro territorio».
Ma forse è proprio questa la politica del Comune di Pisa: trasferire le comunità rom nei territori vicini. Lo disse pochi mesi fa, con tono di minaccia, il Comandante della Polizia Municipale a un gruppo di rom rumeni, non sapendo di essere registrato: “andate in un altro Comune!”. Oggi, a pochi mesi di distanza, quella frase sembra ispirare le scelte dell'amministrazione.
Mentre chiediamo al Comune di Pisa di interrompere immediatamente questa politica folle e insensata, facciamo appello a tutti i cittadini e a tutte le cittadine, affinché si attivi una “catena della solidarietà”: offriamo alle famiglie sgomberate tende dove dormire, in modo che possano avere un qualche riparo sia pur provvisorio. Africa Insieme si rende disponibile a coordinare gli aiuti: chiunque abbia una tenda da donare a una famiglia, o chiunque intenda fare un'offerta per comprarla, ci contatti all'indirizzo volontariato@africainsieme.net. di Associazione Africa Insieme
venerdì 6 maggio 2011
Corte costituzionale: incostituzionale la norma che attribuisce ai Sindaci il potere di emanare ordinanze in materia di incolumità pubblica e sicurezza urbana
Dopo le dichiarazioni del Ministro Roberto Maroni che ha annunciato di voler reintrodurre la norma che attribuisce ai Sindaci il potere di emanare ordinanze in materia di incolumità pubblica e sicurezza urbana, ritorniamo sul tema pubblicando il resoconto della sentenza a cura dell'ASGI. Il ministro continua a ripetere che la Corte costituzionale ha bocciato la norma per un vizio procedurale ma non è così. Scarica la sentenza...
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 115 /2011, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), come sostituito dall’art. 6 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, nella parte in cui comprende la locuzione «anche» prima delle parole «contingibili e urgenti».
E' dunque incostituzionale la facoltà dei Sindaci di adottare provvedimenti con efficacia normativa e di natura permanente in materia di incolumità pubblica e sicurezza urbana. Resta invece la possibilità di provvedimenti dei Sindaci in materia di incolumità pubblica e di sicurezza urbana, purchè soltanto contingibili ed urgenti.
Secondo la Corte delle leggi, la disposizione introdotta nel “pacchetto sicurezza” del 2008 e che attribuiva ai Sindaci il potere di emanare ordinanze di ordinaria amministrazione al fine di “prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana”, veniva in contrasto con il principio di legalità sostanziale, posto a base dello Stato di diritto.
Infatti, la normativa del 2008 aveva come effetto quello di conferire all’autorità amministrativa un potere assolutamente indeterminato, cioè una “totale libertà” suscettibile dunque di sfociare nell’arbitrio in un ambito relativo ai diritti di libertà ovvero all’imposizione di comportamenti individuali, di fare o non fare, in contrasto quindi con la riserva di legge di cui all’art. 23 della Costituzione.
Ugualmente, la Corte ha rimarcato il contrasto della norma con l’art. 97 della Cost. relativo all’imparzialità dell’amministrazione pubblica. Infatti, secondo la Corte, l’assenza di limiti che non siano genericamente finalistici nell’operato delle amministrazioni comunali, non consente che l’imparzialità dell’agire amministrativo trovi, in via generale e preventiva, fondamento effettivo nella legge. Ne consegue, secondo la Corte, anche la violazione del principio di uguaglianza, giacchè comportamenti medesimi potrebbero essere ritenuti variamenti leciti o illeciti a seconda delle frazioni del territorio nazionale, rappresentate dagli ambiti di competenza dei Sindaci.
martedì 3 maggio 2011
Maroni non capisce e sfida la Corte costituzionale
Il Ministro Maroni ci riprova a trasformare i Sindaci italiani in sceriffi anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale. Maroni a Milano ha affermato: "Presenterò un decreto legge sulla sicurezza urbana - ha spiegato Maroni - per ovviare al problema della sentenza della Corte costituzionale" che ha bocciato il potere di ordinanza dei sindaci.
Secondo Maroni questa è una "censura più di metodo che di merito e quindi facilmente superabile con lo strumento legislativo". Il ministro ha detto che nell'ambito dello stesso dl proporrà anche un "aggiornamento sulle norme per la polizia locale che sono ferme agli anni '70".
I giudici costituzionali, con la sentenza 115 dell'aprile scorso, hanno ritenuto violati gli articoli 3, 23 e 97 della Costituzione riguardanti il principio di eguaglianza dei cittadini, la riserva di legge, il principio di legalità sostanziale in materia di sanzioni amministrative.
Le ordinanze dei sindaci, così come previste dal "pacchetto sicurezza", scrive la Consulta, incidono "sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate, ponendo prescrizioni di comportamento, divieti, obblighi di fare e di non fare, che, pur indirizzati alla tutela di beni pubblici importanti, impongono comunque, in maggiore o minore misura, restrizioni ai soggetti considerati". Ma, fa notare la Corte, "la Costituzione italiana, ispirata ai principi fondamentali della legalità e della democraticità, richiede che nessuna prestazione, personale o patrimoniale, possa essere imposta, se non in base alla legge", così come previsto dall'articolo 23 della Carta.
Pertanto, sottolinea la sentenza, "nel prevedere un potere di ordinanza dei sindaci, quali ufficiali del governo, non limitato ai casi contingibili e urgenti", il "pacchetto sicurezza" "viola la riserva di legge relativa" perché "non prevede una qualunque delimitazione della discrezionalità amministrativa in un ambito, quello della imposizione di comportamenti, che rientra nella generale sfera di libertà dei consociati. Questi ultimi, aggiunge la Corte, sono tenuti, secondo un principio supremo dello Stato di diritto, a sottostare soltanto agli obblighi di fare, di non fare o di dare previsti in via generale dalla legge".
Ma c'è di più: la "assenza di una valida base legislativa" nell'ampio potere di ordinanza conferito ai sindaci non solo "incide negativamente sulla garanzia di imparzialità della pubblica amministrazione" ma, afferma la Consulta, lede anche il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Secondo Maroni questa è una "censura più di metodo che di merito e quindi facilmente superabile con lo strumento legislativo". Il ministro ha detto che nell'ambito dello stesso dl proporrà anche un "aggiornamento sulle norme per la polizia locale che sono ferme agli anni '70".
I giudici costituzionali, con la sentenza 115 dell'aprile scorso, hanno ritenuto violati gli articoli 3, 23 e 97 della Costituzione riguardanti il principio di eguaglianza dei cittadini, la riserva di legge, il principio di legalità sostanziale in materia di sanzioni amministrative.
Le ordinanze dei sindaci, così come previste dal "pacchetto sicurezza", scrive la Consulta, incidono "sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate, ponendo prescrizioni di comportamento, divieti, obblighi di fare e di non fare, che, pur indirizzati alla tutela di beni pubblici importanti, impongono comunque, in maggiore o minore misura, restrizioni ai soggetti considerati". Ma, fa notare la Corte, "la Costituzione italiana, ispirata ai principi fondamentali della legalità e della democraticità, richiede che nessuna prestazione, personale o patrimoniale, possa essere imposta, se non in base alla legge", così come previsto dall'articolo 23 della Carta.
Pertanto, sottolinea la sentenza, "nel prevedere un potere di ordinanza dei sindaci, quali ufficiali del governo, non limitato ai casi contingibili e urgenti", il "pacchetto sicurezza" "viola la riserva di legge relativa" perché "non prevede una qualunque delimitazione della discrezionalità amministrativa in un ambito, quello della imposizione di comportamenti, che rientra nella generale sfera di libertà dei consociati. Questi ultimi, aggiunge la Corte, sono tenuti, secondo un principio supremo dello Stato di diritto, a sottostare soltanto agli obblighi di fare, di non fare o di dare previsti in via generale dalla legge".
Ma c'è di più: la "assenza di una valida base legislativa" nell'ampio potere di ordinanza conferito ai sindaci non solo "incide negativamente sulla garanzia di imparzialità della pubblica amministrazione" ma, afferma la Consulta, lede anche il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
lunedì 2 maggio 2011
Giovanni Paolo II, i migranti, i rifugiati e i rom
E' difficile in poche righe raccogliere e sviluppare il magistero di Papa Giovanni Paolo II sui migranti, rifugiati e i rom, tre volti contemporanei di esclusione e di povertà nelle nostre città, dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005, in un lungo periodo di quasi 27 anni di Pontificato.
Possiamo raccogliere solo alcune briciole di un Magistero, dove le parole più importanti risultano essere: accoglienza, tutela della dignità di ogni persona nel lavoro, nella famiglia, rispetto, integrazione. Nella visita a Canale d’Agordo e nella diocesi di Belluno, il 26 agosto 1979, la terra di Albino Luciani, suo predecessore, Giovanni Paolo II ricordò come quella terra, dopo la prima guerra mondiale fu “una terra di perdurante e sempre triste necessità dell’emigrazione, sia essa permanente o stagionale”.
Nel suo primo discorso all’ONU, il 2 ottobre 1979, ricordò tra i diritti fondamentali della persona, “il diritto alla libertà di movimento e alla migrazione interna ed esterna”. Nella sua prima enciclica, la Laborem exercens, nel novantesimo della pubblicazione della rerum Novarum di Leone XIII (1981), Giovanni Paolo II ribadirà, al n. 23, come “l’uomo ha il diritto di lasciare il proprio paese d’origine per vari motivi – come anche di ritornarvi – e di cercare migliori condizioni di vita in un altro Paese”.
Così pure il Papa nella stessa enciclica sottolineerà che “Nel rapporto di lavoro con il lavoratore immigrato devono valere gli stessi criteri che valgono per ogni altro lavoratore in quella società. Il valore del lavoro deve essere misurato con lo stesso metro, e non con riguardo alla diversa nazionalità, religione o razza”.
Sempre nel 1981, nell’esortazione apostolica Familiaris consortio, il Papa sottolinea il necessario impegno che si deve dare a diverse categorie “di famiglie di migranti per motivi di lavoro; di famiglie di quanti sono costretti a lunghe assenze, quali ad esempio i militari, i naviganti, gli itineranti d’ogni tipo; delle famiglie dei carcerati, dei profughi e degli esiliati” (n.77).
E concludeva: “Le famiglie dei migranti…devono poter trovare dappertutto, nella Chiesa la loro patria. E’ questo un compito connaturale alla Chiesa, essendo segno di unità nella diversità”. Tutela del lavoro e tutela della famiglia dei migranti saranno due temi ripresi spesso nei Messaggi delle Giornate mondiali per il migrante e il rifugiato. di Giancarlo Perego (Direttore generale della Fondazione Migrantes), continua a leggere...
Possiamo raccogliere solo alcune briciole di un Magistero, dove le parole più importanti risultano essere: accoglienza, tutela della dignità di ogni persona nel lavoro, nella famiglia, rispetto, integrazione. Nella visita a Canale d’Agordo e nella diocesi di Belluno, il 26 agosto 1979, la terra di Albino Luciani, suo predecessore, Giovanni Paolo II ricordò come quella terra, dopo la prima guerra mondiale fu “una terra di perdurante e sempre triste necessità dell’emigrazione, sia essa permanente o stagionale”.
Nel suo primo discorso all’ONU, il 2 ottobre 1979, ricordò tra i diritti fondamentali della persona, “il diritto alla libertà di movimento e alla migrazione interna ed esterna”. Nella sua prima enciclica, la Laborem exercens, nel novantesimo della pubblicazione della rerum Novarum di Leone XIII (1981), Giovanni Paolo II ribadirà, al n. 23, come “l’uomo ha il diritto di lasciare il proprio paese d’origine per vari motivi – come anche di ritornarvi – e di cercare migliori condizioni di vita in un altro Paese”.
Così pure il Papa nella stessa enciclica sottolineerà che “Nel rapporto di lavoro con il lavoratore immigrato devono valere gli stessi criteri che valgono per ogni altro lavoratore in quella società. Il valore del lavoro deve essere misurato con lo stesso metro, e non con riguardo alla diversa nazionalità, religione o razza”.
Sempre nel 1981, nell’esortazione apostolica Familiaris consortio, il Papa sottolinea il necessario impegno che si deve dare a diverse categorie “di famiglie di migranti per motivi di lavoro; di famiglie di quanti sono costretti a lunghe assenze, quali ad esempio i militari, i naviganti, gli itineranti d’ogni tipo; delle famiglie dei carcerati, dei profughi e degli esiliati” (n.77).
E concludeva: “Le famiglie dei migranti…devono poter trovare dappertutto, nella Chiesa la loro patria. E’ questo un compito connaturale alla Chiesa, essendo segno di unità nella diversità”. Tutela del lavoro e tutela della famiglia dei migranti saranno due temi ripresi spesso nei Messaggi delle Giornate mondiali per il migrante e il rifugiato. di Giancarlo Perego (Direttore generale della Fondazione Migrantes), continua a leggere...
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