Stultifera navis, la nave dei folli, battelli che trasportano al proprio interno i folli. Sono queste le modalità con le quali le municipalità dell’alto medioevo colpiscono i lebbrosi, i folli e tutti coloro che sono considerati potenziali untori per la civiltà.
Un concetto quello dell’esclusione dell’anormalità, definito anche come metodo della lebbra, che produce una logica segregazionista di tipo binario: folle/ragionevole, chi non rientra in determinati parametri, chi non è conforme al dispiegamento di una Norma viene espulso.
Nel secolo XVII prendono forma le grandi case d’internamento, nel 1656 avviene la fondazione dell’Hopital General a Parigi, destinato ai poveri, ai vagabondi, a tutti coloro che rifiutano un preciso ordine economico e sociale. Infatti l’internamento è una precisa creazione istituzionale del XVII secolo, intesa sia come misura economica, che come protezione sociale, ossia la follia viene percepita nell’orizzonte sociale della povertà, dell’incapacità al lavoro, dell’impossibilità di integrarsi al gruppo.
Tutti gli oziosi, i vagabondi, i poveri coloro che rappresentano il segno di contraddizione di un preciso ordine economico vengono esclusi/inclusi in nome di una Ragione Assoluta, di una precisa Ideologia (M. Foucault, Storia della Follia.
Nel secolo XVIII si parla di inclusione dell’anormalità, il metodo della peste, si circoscrive un territorio e lo si chiude. All’interno di questo territorio avviene un indagine minuziosa, di individuazione e osservazione ravvicinata per dividere i malati dai sani.
Trattasi di un tentativo di massimizzare la salute, la longevità, la vita degli individui e ‘normalizzare’ ogni individuo, costatando se è conforme alla regola, alla norma di salute stabilita. È l’arte di governare, un dispositivo finalizzato alla normalizzazione delle persone, è un potere di normalizzazione (M. Foucault, Gli anormali).
La stessa psichiatria ai suoi albori non si configura come una scienza medica, ma come una branca specializzata dell’igiene pubblica, si è istituzionalizzata come campo particolare della protezione sociale.
Facciamo un salto temporale, intorno agli anni ’60-‘70 del ‘900, Franco Basaglia fautore dell’antipsichiatria e dell’umanizzazione della medicina, ricordiamo a tal proposito la famosa legge 180, che sancisce la soppressione dei manicomi e altre idee importanti.
Nel 2011, ad Orta Nova, il Centro Salute Mentale mostra tutte le sue difficoltà. Il personale è composto da quattro infermieri, un medico psichiatra e due assistenti sociali, di cui uno a tempo pieno, mentre l’altro è presente al centro una volta a settimana, a fronte di 900/1000 persone abituali che hanno bisogno di assistenza sanitaria. Piuttosto di parlarvi delle difficoltà operative e gestionali del Centro, evidenziate dall’ottimo articolo di Savino Sciusco (Il mattino di Foggia), vorrei mettere in risalto due aspetti, che ritengo siano spettrali per una società che si dice ‘civile’.
Le istituzioni non si prendono cura dei pazienti psichiatrici, fondamentalmente per due motivi:
- perché non sono una minaccia per la sicurezza sociale, ossia non compiono atti per i quali bisogna intervenire (come succede per i tossicodipendenti);
- non vengono considerati come forza produttiva, pertanto sono inutili al soddisfacimento dei bisogni economico-produttivi di una comunità.
Per essere riconosciuti socialmente dovrebbero essere pericolosi, altrimenti non sono istituzionalmente riconosciuti, sono extra-istituzionali, e non rientrano in una prospettiva di cura istituzionale perché non sono produttivi, la loro forza lavoro non può essere impiegata. Le persone tra l’altro ricevono pochissimi euro, con i quali è impossibile vivere una vita degna di essere tale.
Esclusione ‘normalizzata’ della diversità, inclusa in un vuoto istituzionale inteso come autentica pratica dell’istituzione e non come semplice dimenticanza. Anche dimenticarsi di qualcuno è un atto violento che potrebbe sottendere una volontà di non prendersi cura di alcune persone.
Devo ringraziare la dott.ssa Assunta Mancini, assistente sociale del CSM che assieme alle altre persone del personale medico e paramedico cercano di garantire quel sacrosanto diritto all’assistenza sanitaria, per questa digressione su una problematica messa ai margini o derubricata dalle priorità istituzionali e politiche.
La domanda che deve posarsi nelle nostre coscienze, nei nostri pensieri, nelle nostre riflessioni in quanto cittadini di una comunità, si fa critica, drammatica e investe il nostro senso di umanità: chi sono i folli? Noi o quelli che riteniamo tali? di Arturo Gianluca Di Giovine
giovedì 29 dicembre 2011
Storie di ordinaria follia
giovedì 22 dicembre 2011
giovedì 15 dicembre 2011
ENAR: un altro omicidio razzista – quanto tempo ancora prima che l’Ue agisca?
L’attacco omicida di un militante di estrema destra contro alcuni ambulanti senegalesi a Firenze, Italia, rivela l’estensione del clima di intolleranza e odio contro i migranti e le minoranze etniche in tutta Europa.
L’European Network Against Racism (ENAR) condanna con forza l’aggressione ed è profondamente preoccupato per il fallimento dei Paesi europei nel contrastare la crescente influenza degli atteggiamenti xenofobi e dell’estrema destra nell’ultimo decennio.
Invitiamo le autorità italiane a prendere con urgenza tutte le misure necessarie per fermare le aggressioni razziste contro le minoranze etniche in Italia e chiediamo ai governi e ai decisori politici d tutta Europa di condannare e prevenire nei loro Paesi i crimini d’odio.
A partire da gennaio 2012 ENAR documenterà il numero di assassinii razzisti in tutta Europa per documentare l’estensione del fenomeno e l’impatto distruttivo delle ideologie xenofobe e di estrema destra nella società europea.
Il Presidente di ENAR, Chibo Onyeji ha dichiarato: “Questo attacco non compare dal nulla: quando un linguaggio che promuove l’odio verso le diversità culturali diventa “normale”, esso può solo condurre alla violenza. Dopo la strage in Norvegia e le rivelazioni su assassinii commessi da gruppi neonazisti in Germania, quanto tempo ancora è necessario alla società europea per reagire?”
ENAR - Bruxelles, 14 dicembre 2011
L’European Network Against Racism (ENAR) condanna con forza l’aggressione ed è profondamente preoccupato per il fallimento dei Paesi europei nel contrastare la crescente influenza degli atteggiamenti xenofobi e dell’estrema destra nell’ultimo decennio.
Invitiamo le autorità italiane a prendere con urgenza tutte le misure necessarie per fermare le aggressioni razziste contro le minoranze etniche in Italia e chiediamo ai governi e ai decisori politici d tutta Europa di condannare e prevenire nei loro Paesi i crimini d’odio.
A partire da gennaio 2012 ENAR documenterà il numero di assassinii razzisti in tutta Europa per documentare l’estensione del fenomeno e l’impatto distruttivo delle ideologie xenofobe e di estrema destra nella società europea.
Il Presidente di ENAR, Chibo Onyeji ha dichiarato: “Questo attacco non compare dal nulla: quando un linguaggio che promuove l’odio verso le diversità culturali diventa “normale”, esso può solo condurre alla violenza. Dopo la strage in Norvegia e le rivelazioni su assassinii commessi da gruppi neonazisti in Germania, quanto tempo ancora è necessario alla società europea per reagire?”
ENAR - Bruxelles, 14 dicembre 2011
Roma, attori rom al Teatro Valle con “Donne al Parlamento”
Venerdì 16 dicembre 2011 alle 21.00 lo spettacolo "Donne in parlamento", messo in scena dal laboratorio teatrale comunale Capusutta, approderà al Teatro Valle di Roma.
Esito finale di Capusutta – laboratorio teatrale nello spirito della non-scuola delle Albe condotto a Lamezia Terme da Marco Martinelli e Emanuele Valenti di Punta Corsara, e prodotto e sostenuto dal Comune di Lamezia – Donne al parlamento vede in scena 62 adolescenti lametini e rom, che trasformano e reinventano la commedia di Aristofane.
Esito finale di Capusutta – laboratorio teatrale nello spirito della non-scuola delle Albe condotto a Lamezia Terme da Marco Martinelli e Emanuele Valenti di Punta Corsara, e prodotto e sostenuto dal Comune di Lamezia – Donne al parlamento vede in scena 62 adolescenti lametini e rom, che trasformano e reinventano la commedia di Aristofane.
«La cosa che ci ha sconvolto – ha sottolineato Rosy De Sensi – è che Martinelli e i “Corsari” non hanno riservato i posti per le varie “personalità”, ma hanno accolto allo stesso modo i genitori dei ragazzi italiani così come quelli dei bambini rom. Hanno creato così un’atmosfera giocosa e soprattutto alla pari».
Insomma, un’esperienza indimenticabile, soprattutto per i ragazzi rom che per la prima volta non hanno fatto da cornice ma sono stati loro i veri protagonisti. Bambini e ragazzi rom che non dimenticheranno mai i loro nomi scritti sui manifesti dello spettacolo: non lo dimenticheranno i quattro ragazzi più grandi, Pamela, Luciano, Ornella e Immacolata, così come non lo scorderanno mai i piccoli Martino e Alessandra Mara, che hanno appena sei anni, e che si sono emozionati la prima volta che sono entrati al Teatro Comunale Grandinetti, al punto da scoppiare in lacrime.
Ora l’intero gruppo sarà a Roma, dove il 16 dicembre si esibirà al teatro “Valle”, grazie anche all’Amministrazione comunale di Lamezia Terme che ha mantenuto la promessa di sostenerli. Anche questa sarà un’avventura, che di certo rimarrà impressa nei loro cuori. di Pamela Bevilacqua
martedì 13 dicembre 2011
Torino, lettera a Paola Bragantini (Segretaria del Partito Democratico)
Gentile Paola Bragantini, ho letto che lei avrebbe postato, nei giorni precedenti la manifestazione, l'indecente manifestino che ha portato dei "bravi" cittadini ad incendiare le case di povere famiglie rom.
Ho anche letto che Lei ha partecipato a quella manifestazione che è degenerata in un vero e proprio pogrom contro inermi famiglie.
Lei ha affermato che era alla manifestazione perchè faceva il suo lavoro, come per dire: solo io ero li a sporcarmi le mani per fermare i violenti. E infatti ha dichiarato che quando la manifestazione si è trasformata in un pogrom è stata lei per prima a chiamare la Prefettura per avere rinforzi.
In queste ore in molti mettono in dubbio la sua buona fede. Ci si chiede
Perchè ha postato sul suo profilo un volantino che invitava alla manifestazione in maniera violenta e oggi quello stesso volantino non compare più sul suo profilo?
Perchè leggendo quel volantino che di fatto inneggiava alla violenza non ha chiesto immediatamente alle Istituzioni, ne aveva la forza e l'autorevolezza, di vietare la manifestazione?
Perchè quando si è trovata alla partenza della manifestazione non ha subito chiamato la Prefetura, vista la mancanza di sicurezza?
Io non so se risponderà a queste semplici domande ma oggi l'impressione è che Lei sia disonesta (è facile cancellare i post su facebook senza lasciare traccia) e abbia cavalcato la protesta che poi è sfociata in un pogrom.
Poteva comportarsi come ha fatto il quotidiano La Stampa che ha chiesto scusa ma Lei non lo ha fatto, ha dichiarato: io ero li per lavorare.
Bene, oggi Lei è una testimone oculare di ciò che è successo, ha parlato con i "bravi" cittadini che vanno ad incendiare le case di chi è più povero. Faccia il suo lavoro responsabilmente, vada in Questura e denunci:
- tutte le persone che hanno partecipato al pogrom
- tutte le persone che hanno ostacolato alle Forze dell'Ordine di intervenire e ai Pompieri di spegnere l'incendio
- tutte le persone che hanno applaudito e favorito il pogrom.
Le suggerisco anche, nelle prossime ore, di chiedere pubblicamente alla Procura della Repubblica di Torino di portare in giudizio tutte le persone, non solo i due arrestati, per tentata strage o per lo meno per tentato omicidio.
Mi aspetto che Lei si comporti da persona seria e responsabile.
Cordialmente, Carlo Berini
Ho anche letto che Lei ha partecipato a quella manifestazione che è degenerata in un vero e proprio pogrom contro inermi famiglie.
Lei ha affermato che era alla manifestazione perchè faceva il suo lavoro, come per dire: solo io ero li a sporcarmi le mani per fermare i violenti. E infatti ha dichiarato che quando la manifestazione si è trasformata in un pogrom è stata lei per prima a chiamare la Prefettura per avere rinforzi.
In queste ore in molti mettono in dubbio la sua buona fede. Ci si chiede
Perchè ha postato sul suo profilo un volantino che invitava alla manifestazione in maniera violenta e oggi quello stesso volantino non compare più sul suo profilo?
Perchè leggendo quel volantino che di fatto inneggiava alla violenza non ha chiesto immediatamente alle Istituzioni, ne aveva la forza e l'autorevolezza, di vietare la manifestazione?
Perchè quando si è trovata alla partenza della manifestazione non ha subito chiamato la Prefetura, vista la mancanza di sicurezza?
Io non so se risponderà a queste semplici domande ma oggi l'impressione è che Lei sia disonesta (è facile cancellare i post su facebook senza lasciare traccia) e abbia cavalcato la protesta che poi è sfociata in un pogrom.
Poteva comportarsi come ha fatto il quotidiano La Stampa che ha chiesto scusa ma Lei non lo ha fatto, ha dichiarato: io ero li per lavorare.
Bene, oggi Lei è una testimone oculare di ciò che è successo, ha parlato con i "bravi" cittadini che vanno ad incendiare le case di chi è più povero. Faccia il suo lavoro responsabilmente, vada in Questura e denunci:
- tutte le persone che hanno partecipato al pogrom
- tutte le persone che hanno ostacolato alle Forze dell'Ordine di intervenire e ai Pompieri di spegnere l'incendio
- tutte le persone che hanno applaudito e favorito il pogrom.
Le suggerisco anche, nelle prossime ore, di chiedere pubblicamente alla Procura della Repubblica di Torino di portare in giudizio tutte le persone, non solo i due arrestati, per tentata strage o per lo meno per tentato omicidio.
Mi aspetto che Lei si comporti da persona seria e responsabile.
Cordialmente, Carlo Berini
Torino, le donne di Idea Rom chiedono un cambiamento
Nel giorno dell'anniversario dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ratificò la DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI, Torino è violentata dall'ignoranza razzista di alcuni abitanti del quartiere Le Vallette.
L'incendio del campo nomadi della Continassa voleva fare "giustizia" della violenza subita da una ragazza italiana. Poco importava se la ragazza avesse o meno mentito.
E ancor meno che le vittime del rogo potevano essere persone estranee ai fatti, altre ragazze coetanee dell'italiana, bambini piccoli o altri ancora.
Ci siamo abituati: quando le accuse sono rivolte ai Rom è abbastanza normale andar per le spicce, spesso impunemente.
Non ci sarà nessun corteo di solidarietà e nessun mazzo di fiori sarà deposto sul luogo dell'incendio.
Il Sindaco si è pronunciato con parole nobili ed ha condannato il tentativo di linciaggio. Ma tutta la società civile, anzi, tutte le persone civili dovrebbero unirsi nella condanna.
Quando si lascia che la colpa di un singolo (ma in questo caso non è neppure vero) ricada su un gruppo, su una comunità, su un intero popolo, non si è migliori di chi anni fa tentò "soluzioni finali" nei campi di sterminio.
Confidiamo comunque che i responsabili siano individuati e messi di fronte alle loro responsabilità.
Confidiamo anche che quei Rom non debbano ora scontare la "colpa" di essere privi di abitazioni dignitose e vivano in baraccopoli abusive, magari da abbattere "legalmente" nei prossimi giorni. Magari dichiarando che lo si fa solo per "proteggere" quei Rom.
Confidiamo infine che chi ha la responsabilità di governo la smetta di sperperare i fondi messi a disposizione dall'Europa per affrontare i problemi dei Rom, primo fra tutti quello abitativo, che tanto "stuzzicano" i moderni angeli vendicatori di questo nostro paese. da Idea Rom
L'incendio del campo nomadi della Continassa voleva fare "giustizia" della violenza subita da una ragazza italiana. Poco importava se la ragazza avesse o meno mentito.
E ancor meno che le vittime del rogo potevano essere persone estranee ai fatti, altre ragazze coetanee dell'italiana, bambini piccoli o altri ancora.
Ci siamo abituati: quando le accuse sono rivolte ai Rom è abbastanza normale andar per le spicce, spesso impunemente.
Non ci sarà nessun corteo di solidarietà e nessun mazzo di fiori sarà deposto sul luogo dell'incendio.
Il Sindaco si è pronunciato con parole nobili ed ha condannato il tentativo di linciaggio. Ma tutta la società civile, anzi, tutte le persone civili dovrebbero unirsi nella condanna.
Quando si lascia che la colpa di un singolo (ma in questo caso non è neppure vero) ricada su un gruppo, su una comunità, su un intero popolo, non si è migliori di chi anni fa tentò "soluzioni finali" nei campi di sterminio.
Confidiamo comunque che i responsabili siano individuati e messi di fronte alle loro responsabilità.
Confidiamo anche che quei Rom non debbano ora scontare la "colpa" di essere privi di abitazioni dignitose e vivano in baraccopoli abusive, magari da abbattere "legalmente" nei prossimi giorni. Magari dichiarando che lo si fa solo per "proteggere" quei Rom.
Confidiamo infine che chi ha la responsabilità di governo la smetta di sperperare i fondi messi a disposizione dall'Europa per affrontare i problemi dei Rom, primo fra tutti quello abitativo, che tanto "stuzzicano" i moderni angeli vendicatori di questo nostro paese. da Idea Rom
L’assalto ai rom e la socializzazione delle responsabilità
Una delle nostre abitudini più malsane è quella di fustigare i vizi e il malcostume del nostro paese con un repertorio di argomenti che più italiano non si può. L’ultimo a cadere in questa trappola è stato Massimo Gramellini, sulla Stampa di ieri. Sostiene Gramellini che dietro all’assalto e all’incendio del campo Rom di Torino ci sarebbero tre cerchi di responsabilità: la famiglia, la comunità e la politica.
"Primo cerchio: la famiglia. Un padre e una madre che nella Torino del 2011 costringono la figlia sedicenne a sottoporsi al controllo mensile di verginità. Non stupisce che una ragazza cresciuta in quell’ambientino faccia sesso col fidanzato e poi si inventi di essere stata violentata dai rom, disegnati apposta – da sempre – per il ruolo di capri espiatori. Ed ecco il secondo cerchio: la comunità. Una comunità povera di soldi e di sogni, in preda a un’arrabbiatura perenne e senza anticorpi. La falsa notizia dello stupro si infiltra nel quartiere e scatena gli istinti primordiali. L’emotività dell’orda che vuole vendicare l’affronto con la violenza. Il vendicatore non si sente un razzista, ma un giustiziere. Nel deserto di cultura, anche popolare, l’ultima ideologia che sopravvive è quella dell’ultrà. Il terzo cerchio, il più grande e il più grave: la politica. Dovrebbe mediare gli scontri e trovare le soluzioni. Invece non fa nulla, se non partecipare al piagnisteo collettivo."
Conclude Gramellini, in sostanza, che c’è ben poco da fare: “Per spezzare l’incantesimo esiste una sola formula: più cultura nelle case, più calore nei quartieri, più coraggio nei palazzi del potere”.
Un accidente, caro Gramellini, se permette il tecnicismo. Suppongo che se domani sera andassi ad appiccare il fuoco all’abitazione del mio vicino, senza curarmi se sia in casa, anzi, sperando vivamente di bruciarlo vivo, rischierei di veder passare parecchi inverni da dietro le sbarre di una cella, senza che le motivazioni che mi avrebbero indotto ad un simile abominio vengano prese in considerazione se non come aggravanti.
La ragazzina ha detto una stupidaggine? La sua famiglia è severa, il quartiere un postaccio e la politica è tutta un magna magna? Bene. Anzi, male, ma non c’entra un fico secco con le responsabilità di chi ha messo in piedi un vero e proprio pogrom, rischiando di compiere, anzi, tentando di compiere una carneficina. Le colpe della fanciulla potranno essere espiate con un paio di ceffoni, e il pubblico ludibrio è pena più che sufficiente per le fissazioni dal sapore medioevale dei suoi genitori. Quel che purtroppo conta davvero è che nessuno di coloro i quali hanno partecipato all’assalto rischierà mai una pena neanche vagamente paragonabile a quella che avrebbe subito se a dar fuoco alle baracche dei Rom ci fosse andato da solo.
E non sarà la scusa dell’equivoco scaturito dalle dichiarazioni della ragazza a tirarli fuori dai guai, e nemmeno il fatto che le vittime predestinate fossero dei Rom “disegnati apposta – da sempre – per il ruolo di capri espiatori”. Non è questo il punto, in questo paese si rischia il carcere per omicidio volontario anche se si ferisce a morte un rapinatore armato nel proprio negozio. Ciò che mette al sicuro i boia “wanna be” di Torino è il branco, da un lato, e dall’altro questa sorta collettivizzazione catartica delle responsabilità individuali di cui trasuda l’articolo di Gramellini.
In branco in questo paese si può fare di tutto, e non rischiare praticamente nulla. Si può fare a botte allo stadio, spaccare vetrine al corteo, coprire di pomodori un interlocutore sgradito, bloccare cantieri e pubblici servizi, andare all’assalto di Rom e immigrati. Si rischierà una ramanzina, o magari una scarica di manganellate, mai di rispondere di ciò che si è compiuto, di scontare una pena adeguata e di risarcire il danno. E le nostre forze dell’ordine ci mettono del loro, accontentandosi, regolarmente, della definizione letterale del loro ruolo: forze dell’ordine. Ripristinato l’ordine, con una carica a cavallo o invitando cordialmente un libero cittadino a non entrare nell’ateneo dove era stato invitato a parlare, il più è fatto. Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. E nessuno paga mai. Anzi, sì, qualcuno paga. Sempre.
Siamo noi, cittadini e contribuenti, quella società chiamata in correità da Gramellini come responsabile ultimo di ogni male a farci carico, ogni volta, di nascondere la povere sotto il tappeto. Ed è ogni volta che ciò accade, ogni volta che sulle spalle della collettività viene accollato l’onere di ripagare i bagni di uno stadio o le auto incendiate in una manifestazione, ogni volta che alla collettività viene imposto di riaccogliere tra le sue braccia, come se niente fosse, i membri di un branco di potenziali assassini trattati come se avessero fatto una ragazzata, ogni volta che ciò accade, inevitabilmente, la civiltà cede il passo all’indifferenza e all’indulgenza.
Il quartiere delle Vallette, a Torino, non sarà un bel posto per un mucchio di ragioni. Ma da oggi sarebbe un posto migliore, in ogni senso, se tutti quelli che hanno partecipato all’assalto venissero processati, uno per uno, per tentato omicidio premeditato, con tutte le aggravanti del caso, e se prima di essere sbattuti in galera venisse loro imposto di ripagare i danni fino all’ultimo centesimo. Invece sono pronto a scommettere che se la caveranno con poco, e la maggior parte di loro non vedrà neanche la sala d’attesa di un commissariato. Se ne torneranno a casa, tra dichiarazioni di “dura condanna” e “ferma riprovazione”, e riprenderanno la loro vita di sempre. Assolti, ancora una volta, da chi da una parte sostiene cinicamente che in fondo è stata tutta una ragazzata, e da chi, dall’altra parte, si accontenta di dire che è colpa della famiglia, della comunità e della politica. Basta che non sia colpa loro. di Giordano Masini
"Primo cerchio: la famiglia. Un padre e una madre che nella Torino del 2011 costringono la figlia sedicenne a sottoporsi al controllo mensile di verginità. Non stupisce che una ragazza cresciuta in quell’ambientino faccia sesso col fidanzato e poi si inventi di essere stata violentata dai rom, disegnati apposta – da sempre – per il ruolo di capri espiatori. Ed ecco il secondo cerchio: la comunità. Una comunità povera di soldi e di sogni, in preda a un’arrabbiatura perenne e senza anticorpi. La falsa notizia dello stupro si infiltra nel quartiere e scatena gli istinti primordiali. L’emotività dell’orda che vuole vendicare l’affronto con la violenza. Il vendicatore non si sente un razzista, ma un giustiziere. Nel deserto di cultura, anche popolare, l’ultima ideologia che sopravvive è quella dell’ultrà. Il terzo cerchio, il più grande e il più grave: la politica. Dovrebbe mediare gli scontri e trovare le soluzioni. Invece non fa nulla, se non partecipare al piagnisteo collettivo."
Conclude Gramellini, in sostanza, che c’è ben poco da fare: “Per spezzare l’incantesimo esiste una sola formula: più cultura nelle case, più calore nei quartieri, più coraggio nei palazzi del potere”.
Un accidente, caro Gramellini, se permette il tecnicismo. Suppongo che se domani sera andassi ad appiccare il fuoco all’abitazione del mio vicino, senza curarmi se sia in casa, anzi, sperando vivamente di bruciarlo vivo, rischierei di veder passare parecchi inverni da dietro le sbarre di una cella, senza che le motivazioni che mi avrebbero indotto ad un simile abominio vengano prese in considerazione se non come aggravanti.
La ragazzina ha detto una stupidaggine? La sua famiglia è severa, il quartiere un postaccio e la politica è tutta un magna magna? Bene. Anzi, male, ma non c’entra un fico secco con le responsabilità di chi ha messo in piedi un vero e proprio pogrom, rischiando di compiere, anzi, tentando di compiere una carneficina. Le colpe della fanciulla potranno essere espiate con un paio di ceffoni, e il pubblico ludibrio è pena più che sufficiente per le fissazioni dal sapore medioevale dei suoi genitori. Quel che purtroppo conta davvero è che nessuno di coloro i quali hanno partecipato all’assalto rischierà mai una pena neanche vagamente paragonabile a quella che avrebbe subito se a dar fuoco alle baracche dei Rom ci fosse andato da solo.
E non sarà la scusa dell’equivoco scaturito dalle dichiarazioni della ragazza a tirarli fuori dai guai, e nemmeno il fatto che le vittime predestinate fossero dei Rom “disegnati apposta – da sempre – per il ruolo di capri espiatori”. Non è questo il punto, in questo paese si rischia il carcere per omicidio volontario anche se si ferisce a morte un rapinatore armato nel proprio negozio. Ciò che mette al sicuro i boia “wanna be” di Torino è il branco, da un lato, e dall’altro questa sorta collettivizzazione catartica delle responsabilità individuali di cui trasuda l’articolo di Gramellini.
In branco in questo paese si può fare di tutto, e non rischiare praticamente nulla. Si può fare a botte allo stadio, spaccare vetrine al corteo, coprire di pomodori un interlocutore sgradito, bloccare cantieri e pubblici servizi, andare all’assalto di Rom e immigrati. Si rischierà una ramanzina, o magari una scarica di manganellate, mai di rispondere di ciò che si è compiuto, di scontare una pena adeguata e di risarcire il danno. E le nostre forze dell’ordine ci mettono del loro, accontentandosi, regolarmente, della definizione letterale del loro ruolo: forze dell’ordine. Ripristinato l’ordine, con una carica a cavallo o invitando cordialmente un libero cittadino a non entrare nell’ateneo dove era stato invitato a parlare, il più è fatto. Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. E nessuno paga mai. Anzi, sì, qualcuno paga. Sempre.
Siamo noi, cittadini e contribuenti, quella società chiamata in correità da Gramellini come responsabile ultimo di ogni male a farci carico, ogni volta, di nascondere la povere sotto il tappeto. Ed è ogni volta che ciò accade, ogni volta che sulle spalle della collettività viene accollato l’onere di ripagare i bagni di uno stadio o le auto incendiate in una manifestazione, ogni volta che alla collettività viene imposto di riaccogliere tra le sue braccia, come se niente fosse, i membri di un branco di potenziali assassini trattati come se avessero fatto una ragazzata, ogni volta che ciò accade, inevitabilmente, la civiltà cede il passo all’indifferenza e all’indulgenza.
Il quartiere delle Vallette, a Torino, non sarà un bel posto per un mucchio di ragioni. Ma da oggi sarebbe un posto migliore, in ogni senso, se tutti quelli che hanno partecipato all’assalto venissero processati, uno per uno, per tentato omicidio premeditato, con tutte le aggravanti del caso, e se prima di essere sbattuti in galera venisse loro imposto di ripagare i danni fino all’ultimo centesimo. Invece sono pronto a scommettere che se la caveranno con poco, e la maggior parte di loro non vedrà neanche la sala d’attesa di un commissariato. Se ne torneranno a casa, tra dichiarazioni di “dura condanna” e “ferma riprovazione”, e riprenderanno la loro vita di sempre. Assolti, ancora una volta, da chi da una parte sostiene cinicamente che in fondo è stata tutta una ragazzata, e da chi, dall’altra parte, si accontenta di dire che è colpa della famiglia, della comunità e della politica. Basta che non sia colpa loro. di Giordano Masini
Due “zingari” mi hanno violentata
Un centinaio di giovani, armati di spranghe, bastoni e bombe carta, hanno dato l’assalto al campo abusivo abitato da rom a Torino. Lo hanno fatto per vendicare una ragazza stuprata da due “zingari”. La ragazza, però, ha mentito: nessuno "zingaro" l’ha violentata.
Non mi interessa sapere il motivo per cui la ragazza ha dichiarato il falso, a questo penserà la magistratura. Ciò che mi pare preoccupante è constatare, che la prima persona ad essere venuta in mente alla sedicenne è stata uno “zingaro”. All’epoca del delitto di Novi erano gli albanesi i primi a cui si pensava in caso di violenza, oggi, invece, sono gli “zingari”. Ma, a ben conoscere la storia del popolo rom, lo “zingaro” è stato da sempre uno splendido e indifeso capro espiatorio. Più di ogni altra etnia, lo “zingaro” mette d’accordo tutti: compatta l’opinione pubblica. Non c’è bisogno di dimostrare niente: lo "zingaro" è responsabile sulla fiducia. A prescindere.
Mi viene da pensare a quante campagne elettorali si sono vinte agitando al primo punto del proprio programma elettorale la “risoluzione del problema zingari”. E’ risaputo che affrontare problemi quali la scuola o la salute o il lavoro per vincere le elezioni, non è conveniente. E allora, quando siamo a corto di idee, va bene agitare lo spettro degli "zingari". In questo modo ognuno può sentirsi parte attiva perché tutti abbiamo a portata di mano la soluzione giusta al “problema zingari”. Teorie più o meno strampalate da spiegare e sventolare in faccia a quei “buonisti” degli studiosi o dei docenti universitari o dei volontari dell’Arci o di Sant’Egidio o della Caritas o di altre associazioni.
Gli “zingari” sono meravigliosi perché permettono a tutti di non sentirsi, almeno una volta nella vita, l’ultima ruota del carro. E così a Torino un gruppo di persone si sono sentite nel giusto organizzando un pogrom per eliminare “il problema zingari”.
Ma “il problema zingari” si risolve solo affrontando “il problema che hanno i rom”. Diventa perciò importante l’azione che svolge la Federazione Rom e Sinti Insieme nel cercare il dialogo con il governo, ponendo all’ordine del giorno il diritto a beneficiare di diritti. In Italia, i rom e i sinti non sono nemmeno considerati una minoranza linguistica al pari di quella occitana piemontese o catalana di Alghero. In molti campi nomadi si vive con tre bagni per trecento persone e se si prova a costruirne uno, si è accusati, come fece in mia presenza un consigliere comunale di Udine, di abuso edilizio. A Ponticelli i rom vivono in baracche con tetti di eternit e senza acqua né corrente elettrica. In diversi comuni è una rete metallica a separare i campi nomadi ufficiali dalle discariche. Potrei andare avanti chissà quanto.
Solo riconoscendo dei diritti è possibile chiedere il rispetto delle regole. di Pino Petruzzelli, continua a leggere...
Non mi interessa sapere il motivo per cui la ragazza ha dichiarato il falso, a questo penserà la magistratura. Ciò che mi pare preoccupante è constatare, che la prima persona ad essere venuta in mente alla sedicenne è stata uno “zingaro”. All’epoca del delitto di Novi erano gli albanesi i primi a cui si pensava in caso di violenza, oggi, invece, sono gli “zingari”. Ma, a ben conoscere la storia del popolo rom, lo “zingaro” è stato da sempre uno splendido e indifeso capro espiatorio. Più di ogni altra etnia, lo “zingaro” mette d’accordo tutti: compatta l’opinione pubblica. Non c’è bisogno di dimostrare niente: lo "zingaro" è responsabile sulla fiducia. A prescindere.
Mi viene da pensare a quante campagne elettorali si sono vinte agitando al primo punto del proprio programma elettorale la “risoluzione del problema zingari”. E’ risaputo che affrontare problemi quali la scuola o la salute o il lavoro per vincere le elezioni, non è conveniente. E allora, quando siamo a corto di idee, va bene agitare lo spettro degli "zingari". In questo modo ognuno può sentirsi parte attiva perché tutti abbiamo a portata di mano la soluzione giusta al “problema zingari”. Teorie più o meno strampalate da spiegare e sventolare in faccia a quei “buonisti” degli studiosi o dei docenti universitari o dei volontari dell’Arci o di Sant’Egidio o della Caritas o di altre associazioni.
Gli “zingari” sono meravigliosi perché permettono a tutti di non sentirsi, almeno una volta nella vita, l’ultima ruota del carro. E così a Torino un gruppo di persone si sono sentite nel giusto organizzando un pogrom per eliminare “il problema zingari”.
Ma “il problema zingari” si risolve solo affrontando “il problema che hanno i rom”. Diventa perciò importante l’azione che svolge la Federazione Rom e Sinti Insieme nel cercare il dialogo con il governo, ponendo all’ordine del giorno il diritto a beneficiare di diritti. In Italia, i rom e i sinti non sono nemmeno considerati una minoranza linguistica al pari di quella occitana piemontese o catalana di Alghero. In molti campi nomadi si vive con tre bagni per trecento persone e se si prova a costruirne uno, si è accusati, come fece in mia presenza un consigliere comunale di Udine, di abuso edilizio. A Ponticelli i rom vivono in baracche con tetti di eternit e senza acqua né corrente elettrica. In diversi comuni è una rete metallica a separare i campi nomadi ufficiali dalle discariche. Potrei andare avanti chissà quanto.
Solo riconoscendo dei diritti è possibile chiedere il rispetto delle regole. di Pino Petruzzelli, continua a leggere...
lunedì 12 dicembre 2011
Torino, la violenza razzista si abbatte di nuovo contro i rom
Torino è l'ennesima Città italiana che sprofonda nella violenza razzista contro i rom e i sinti. Una storia purtroppo come tante altre che dovrebbe far riflettere sull'emergenza culturale vissuta nel nostro Paese. E' necessario svegliarsi dal sonno della ragione, investendo in giustizia, cultura e informazione.
A Torino una ragazzina di sedici anni fa l'amore con il suo ragazzo. Viene scoperta dal fratello e per la vergogna inventa una bugia: “due nomadi mi hanno violentato”. Il fratello inventa anche lui una bugia e dichiara: “Li ho fatti scappare, li ho inseguiti per un tratto ma sono riusciti a fuggire scavalcando la recinzione della scuola Russell. Uno era alto e aveva i capelli a spazzola, indossava una felpa grigia. L’altro aveva una vistosa cicatrice in faccia”. La notizia viene ripresa da La Stampa che titola “mette in fuga due rom che violentano la sorella” e che sottotitola: “vittima una sedicenne: caccia agli aggressori”.
Nel quartiere Vallette, dove vive la ragazza, c'è un insediamento di Cittadini rumeni, appartenenti alla minoranza rom, e la famiglia della ragazza organizza una fiaccolata aiutata da diverse altre persone (vedi foto), sembra che sia coinvolta anche Paola Bragantini segretaria provinciale del Partito Democratico. La tensione è alta ma le Forze dell'Ordine e il Comune di Torino sottovalutano la situazione o se ne disinteressano. La fiaccolata si trasforma in un pogrom in cui vengono date alle fiamme le abitazioni delle famiglie rom.
Ecco la cronaca dell'ennesimo atto di violenza razzista contro i rom e i sinti che attraversa l'Italia. Un fatto episodico, non credo. L'Italia sta diventando un far west, l'ho scritto alcuni giorni fa dopo l'uccisione a sangue freddo di Ionut Yamantida a Calcinato (BS) e devo purtroppo ripetermi oggi. L'elenco di questi “episodi” sta diventando troppo lungo e coinvolge tutta la penisola.
Oggi tutti esprimono indignazione perchè la ragazzina, colta da rimorso, ha confessato di essersi inventata tutto ma sarebbe lo stesso se la ragazzina non avesse confessato la sua bugia? Purtroppo non credo.
In Italia oramai da alcuni anni politici, giornalisti, uomini di cultura, magistrati, forze dell'ordine hanno sdoganato il razzismo contro i sinti e rom. In Italia essere razzisti contro gli “zingari” o i “nomadi” non è male.
Tutte le volte che un politico, un rappresentante delle Istituzioni o del Privato sociale, un Magistrato, un'appartenente alle Forze dell'Ordine usa la parola “sicurezza” abbinandola alla situazione dei rom o dei sinti, potete star certi che nella mente delle persone che ascoltano o che leggono un giornale si insinua la paura. E la paura porta all'irrazionalità. E l'irrazionalità porta inevitabilmente alla violenza, come è appunto accaduto a Torino.
Negli ultimi cinque anni la parola “sicurezza” è stata sulla bocca di quasi tutti, anche di tanti “amici” dei sinti e dei rom. Ma non solo, perchè sono state usate tante altre parole: “no le case ai rom”, “impronte digitali”, “i manganelli”, “gli zingari sono ladri”, “parassiti”... I risultati li raccogliamo oggi.
E' possibile uscire da questa drammatica situazione? Si credo sia possibile.
Per prima cosa sarà importante che il Comune di Torino metta a disposizione delle case per le famiglie rom del Quartiere Vallette. Qualunque altro intervento (tende, container...) sarebbe un insulto.
La seconda richiesta è che i responsabili del pogrom, tutti, siano portati in giudizio per tentata strage con l'aggravante razzista. Attendo condanne esemplari. Mentre per la ragazzina auspico la clemenza del Tribunale perchè l'impressione è che sia una vittima della cultura sessista.
La terza richiesta è che si investa nell'informazione e nella cultura a 360°. Sull'informazione un primo passo lo ha fatto la Redazione de La Stampa, chiedendo scusa per un articolo che considerare indecente è poco. Ma non è certo abbastanza (mi chiedo perchè non è stato chiesto scusa ai rom...). Bisogna investire nell'informazione con l'obbiettivo che i sinti e rom abbiano voce e che la connotazione etnica non sia più menzionata nei servizi giornalistici di cronaca nera. Diversamente scivolare nel razzismo è inevitabile.
Sulla cultura siamo purtroppo all'anno zero perchè quasi nessun italiano conosce l'apporto culturale dato dai sinti e dai rom all'Italia e all'Europa. E le Istituzioni sono drammaticamente assenti su questo tema. Nemmeno il nuovo Governo italiano (UNAR) ha pensato di coinvolgere il Ministero della Cultura (il Ministero della Giustizia al contrario è stato coinvolto) per assolvere alla richiesta dell'Unione europea di scrivere una Strategia nazionale a favore delle Minoranze linguistiche sinte e rom. E senza cultura scivoliamo nel sonno della ragione che genera mostri nelle nostre menti. di Carlo Berini
A Torino una ragazzina di sedici anni fa l'amore con il suo ragazzo. Viene scoperta dal fratello e per la vergogna inventa una bugia: “due nomadi mi hanno violentato”. Il fratello inventa anche lui una bugia e dichiara: “Li ho fatti scappare, li ho inseguiti per un tratto ma sono riusciti a fuggire scavalcando la recinzione della scuola Russell. Uno era alto e aveva i capelli a spazzola, indossava una felpa grigia. L’altro aveva una vistosa cicatrice in faccia”. La notizia viene ripresa da La Stampa che titola “mette in fuga due rom che violentano la sorella” e che sottotitola: “vittima una sedicenne: caccia agli aggressori”.
Nel quartiere Vallette, dove vive la ragazza, c'è un insediamento di Cittadini rumeni, appartenenti alla minoranza rom, e la famiglia della ragazza organizza una fiaccolata aiutata da diverse altre persone (vedi foto), sembra che sia coinvolta anche Paola Bragantini segretaria provinciale del Partito Democratico. La tensione è alta ma le Forze dell'Ordine e il Comune di Torino sottovalutano la situazione o se ne disinteressano. La fiaccolata si trasforma in un pogrom in cui vengono date alle fiamme le abitazioni delle famiglie rom.
Ecco la cronaca dell'ennesimo atto di violenza razzista contro i rom e i sinti che attraversa l'Italia. Un fatto episodico, non credo. L'Italia sta diventando un far west, l'ho scritto alcuni giorni fa dopo l'uccisione a sangue freddo di Ionut Yamantida a Calcinato (BS) e devo purtroppo ripetermi oggi. L'elenco di questi “episodi” sta diventando troppo lungo e coinvolge tutta la penisola.
Oggi tutti esprimono indignazione perchè la ragazzina, colta da rimorso, ha confessato di essersi inventata tutto ma sarebbe lo stesso se la ragazzina non avesse confessato la sua bugia? Purtroppo non credo.
In Italia oramai da alcuni anni politici, giornalisti, uomini di cultura, magistrati, forze dell'ordine hanno sdoganato il razzismo contro i sinti e rom. In Italia essere razzisti contro gli “zingari” o i “nomadi” non è male.
Tutte le volte che un politico, un rappresentante delle Istituzioni o del Privato sociale, un Magistrato, un'appartenente alle Forze dell'Ordine usa la parola “sicurezza” abbinandola alla situazione dei rom o dei sinti, potete star certi che nella mente delle persone che ascoltano o che leggono un giornale si insinua la paura. E la paura porta all'irrazionalità. E l'irrazionalità porta inevitabilmente alla violenza, come è appunto accaduto a Torino.
Negli ultimi cinque anni la parola “sicurezza” è stata sulla bocca di quasi tutti, anche di tanti “amici” dei sinti e dei rom. Ma non solo, perchè sono state usate tante altre parole: “no le case ai rom”, “impronte digitali”, “i manganelli”, “gli zingari sono ladri”, “parassiti”... I risultati li raccogliamo oggi.
E' possibile uscire da questa drammatica situazione? Si credo sia possibile.
Per prima cosa sarà importante che il Comune di Torino metta a disposizione delle case per le famiglie rom del Quartiere Vallette. Qualunque altro intervento (tende, container...) sarebbe un insulto.
La seconda richiesta è che i responsabili del pogrom, tutti, siano portati in giudizio per tentata strage con l'aggravante razzista. Attendo condanne esemplari. Mentre per la ragazzina auspico la clemenza del Tribunale perchè l'impressione è che sia una vittima della cultura sessista.
La terza richiesta è che si investa nell'informazione e nella cultura a 360°. Sull'informazione un primo passo lo ha fatto la Redazione de La Stampa, chiedendo scusa per un articolo che considerare indecente è poco. Ma non è certo abbastanza (mi chiedo perchè non è stato chiesto scusa ai rom...). Bisogna investire nell'informazione con l'obbiettivo che i sinti e rom abbiano voce e che la connotazione etnica non sia più menzionata nei servizi giornalistici di cronaca nera. Diversamente scivolare nel razzismo è inevitabile.
Sulla cultura siamo purtroppo all'anno zero perchè quasi nessun italiano conosce l'apporto culturale dato dai sinti e dai rom all'Italia e all'Europa. E le Istituzioni sono drammaticamente assenti su questo tema. Nemmeno il nuovo Governo italiano (UNAR) ha pensato di coinvolgere il Ministero della Cultura (il Ministero della Giustizia al contrario è stato coinvolto) per assolvere alla richiesta dell'Unione europea di scrivere una Strategia nazionale a favore delle Minoranze linguistiche sinte e rom. E senza cultura scivoliamo nel sonno della ragione che genera mostri nelle nostre menti. di Carlo Berini
venerdì 9 dicembre 2011
Casalromano (MN), lacio drom SINDACO Gianni Magri: a noi mancherai
L'associazione Sucar Drom, unitamente ai sinti di Casalromano e all'intera comunità sinta mantovana, si uniscono al dolore della famiglia Magri per la scomparsa di Gianni, uomo politico, educatore e sincero amico di tutti i sinti mantovani.
Non tutti lo hanno conosciuto ma tutti sapevano che era il SINDACO. La sua importanza politica e umana per le comunità sinte, non solo quelle mantovane, è stata fondamentale per indicare la strada utile ad uscire dalle logiche ghettizzanti e segreganti dei cosiddetti “campi nomadi”.
Gianni Magri è stato il primo uomo politico mantovano, già a partire dagli Anni Settanta, che si è affiancato alla sezione mantovana dell'Opera Nomadi per costruire un percorso abitativo rispettoso della cultura sinta.
In quegli anni molte famiglie sinte avevano perso o stavano perdendo l'attività lavorativa che svolgevano: lo spettacolo viaggiante. Erano gli anni in cui ci si interrogava su cosa fare per centinaia e centinaia di famiglie italiane che improvvisamente si ritrovavano senza un lavoro e senza un luogo dove potersi fermare, non potevano più fermarsi con le giostre o i circhi.
Queste famiglie si rivolgevano ai Comuni di residenza, come appunto Casalromano, ma nella stragrande maggioranza dei casi venivano allontanate e scacciate anche in maniera violenta. In quegli anni si iniziavano a vedere sulle strade mantovane, e non solo, i cartelli stradali di “divieto di sosta ai nomadi”. Cartelli anticostituzionali e discriminatori perchè imponevano un divieto solo ed esclusivamente ai Cittadini italiani sinti e rom.
La questione si ripercuoteva sui Capoluoghi di Provincia perchè era più facile trovare aree marginali e nascoste dove potersi fermare e perchè era più facile trovare persone che si attivavano per far rispettare i diritti sanciti dalla Costituzione italiana. E i Capoluoghi di Provincia, come appunto Mantova, istituivano i “campi nomadi”.
Ma tutto questo non è successo a Casalromano, grazie all'intelligenza di Gianni Magri che di fronte al problema non ha allontanato, non ha istituito divieti, non ha scacciato. Gianni Magri si è avvicinato, ha bevuto il caffè sulle roulotte, ha ascoltato i sinti.
Non ha imposto dall'alto la soluzione più facile, niente “campo nomadi” a Casalromano. Gianni Magri ha aiutato le famiglie sinte ad acquistare dei terreni. Niente assistenzialismo ma un percorso condiviso nel rispetto della cultura sinta.
Casalromano, grazie all'intuito di Gianni Magri, è stato forse il primo “laboratorio nazionale” per sperimentare un habitat che rispettasse la cultura sinta, includendo il concetto di famiglia allargata. E insieme alle famiglie sinte di Casalromano sono stati acquistati dei singoli terreni agricoli (costavano meno e quindi le famiglie con prestiti hanno potuto pagarseli), dove le diverse famiglie vivono tutt'ora.
E quando negli Anni Novanta si è capito che la legislazione urbanistica stava cambiando, sanzionando i terreni agricoli con le roulotte e le case mobili, a Casalromano si è iniziato un percorso che ha portato alcuni anni fa a trasformare urbanisticamente tutti questi terreni. Ora le famiglie hanno anche edificato, tutto nel rispetto delle regole ma certo costruendo percorsi che fossero realizzabili. Un insegnamento che altri Comuni della nostra provincia purtroppo faticano ancora a perseguire.
Il processo virtuoso avviato e sostenuto da Gianni Magri, insieme alle famiglie sinte, ha oggi un'evoluzione diversa perchè grazie ad anni di pace (cosa non successa a Mantova per esempio), oggi i figli e i nipoti di quelle famiglie iniziali hanno acquistato o stanno acquistando la propria prima casa anche in altri Comuni della Provincia.
Da alcuni anni Gianni Magri non era più protagonista nella vita politica ma tutti, sinti compresi, sapevano che lui c'era e quando un problema sembrava insormontabile si andava a casa sua. Il SINDACO ti avrebbe sempre accolto con il suo sorriso caldo e avrebbe trovato la soluzione.
Lacio drom SINDACO, men mancoimi. Carlo Berini, Yuri Del Bar, Davide Gabrieli, Bernardino Torsi e il Consiglio direttivo dell'Associazione Sucar Drom
Nella foto il SINDACO Gianni Magri, a sinistra, con l'ex ministro Prandini
Non tutti lo hanno conosciuto ma tutti sapevano che era il SINDACO. La sua importanza politica e umana per le comunità sinte, non solo quelle mantovane, è stata fondamentale per indicare la strada utile ad uscire dalle logiche ghettizzanti e segreganti dei cosiddetti “campi nomadi”.
Gianni Magri è stato il primo uomo politico mantovano, già a partire dagli Anni Settanta, che si è affiancato alla sezione mantovana dell'Opera Nomadi per costruire un percorso abitativo rispettoso della cultura sinta.
In quegli anni molte famiglie sinte avevano perso o stavano perdendo l'attività lavorativa che svolgevano: lo spettacolo viaggiante. Erano gli anni in cui ci si interrogava su cosa fare per centinaia e centinaia di famiglie italiane che improvvisamente si ritrovavano senza un lavoro e senza un luogo dove potersi fermare, non potevano più fermarsi con le giostre o i circhi.
Queste famiglie si rivolgevano ai Comuni di residenza, come appunto Casalromano, ma nella stragrande maggioranza dei casi venivano allontanate e scacciate anche in maniera violenta. In quegli anni si iniziavano a vedere sulle strade mantovane, e non solo, i cartelli stradali di “divieto di sosta ai nomadi”. Cartelli anticostituzionali e discriminatori perchè imponevano un divieto solo ed esclusivamente ai Cittadini italiani sinti e rom.
La questione si ripercuoteva sui Capoluoghi di Provincia perchè era più facile trovare aree marginali e nascoste dove potersi fermare e perchè era più facile trovare persone che si attivavano per far rispettare i diritti sanciti dalla Costituzione italiana. E i Capoluoghi di Provincia, come appunto Mantova, istituivano i “campi nomadi”.
Ma tutto questo non è successo a Casalromano, grazie all'intelligenza di Gianni Magri che di fronte al problema non ha allontanato, non ha istituito divieti, non ha scacciato. Gianni Magri si è avvicinato, ha bevuto il caffè sulle roulotte, ha ascoltato i sinti.
Non ha imposto dall'alto la soluzione più facile, niente “campo nomadi” a Casalromano. Gianni Magri ha aiutato le famiglie sinte ad acquistare dei terreni. Niente assistenzialismo ma un percorso condiviso nel rispetto della cultura sinta.
Casalromano, grazie all'intuito di Gianni Magri, è stato forse il primo “laboratorio nazionale” per sperimentare un habitat che rispettasse la cultura sinta, includendo il concetto di famiglia allargata. E insieme alle famiglie sinte di Casalromano sono stati acquistati dei singoli terreni agricoli (costavano meno e quindi le famiglie con prestiti hanno potuto pagarseli), dove le diverse famiglie vivono tutt'ora.
E quando negli Anni Novanta si è capito che la legislazione urbanistica stava cambiando, sanzionando i terreni agricoli con le roulotte e le case mobili, a Casalromano si è iniziato un percorso che ha portato alcuni anni fa a trasformare urbanisticamente tutti questi terreni. Ora le famiglie hanno anche edificato, tutto nel rispetto delle regole ma certo costruendo percorsi che fossero realizzabili. Un insegnamento che altri Comuni della nostra provincia purtroppo faticano ancora a perseguire.
Il processo virtuoso avviato e sostenuto da Gianni Magri, insieme alle famiglie sinte, ha oggi un'evoluzione diversa perchè grazie ad anni di pace (cosa non successa a Mantova per esempio), oggi i figli e i nipoti di quelle famiglie iniziali hanno acquistato o stanno acquistando la propria prima casa anche in altri Comuni della Provincia.
Da alcuni anni Gianni Magri non era più protagonista nella vita politica ma tutti, sinti compresi, sapevano che lui c'era e quando un problema sembrava insormontabile si andava a casa sua. Il SINDACO ti avrebbe sempre accolto con il suo sorriso caldo e avrebbe trovato la soluzione.
Lacio drom SINDACO, men mancoimi. Carlo Berini, Yuri Del Bar, Davide Gabrieli, Bernardino Torsi e il Consiglio direttivo dell'Associazione Sucar Drom
Nella foto il SINDACO Gianni Magri, a sinistra, con l'ex ministro Prandini
martedì 6 dicembre 2011
Ministro Riccardi: "Mi vergogno, basta campi!"
“Come ministro posso dire che l’Italia non è tra i paesi più brillanti nell’affrontare la questione rom e sinta, ma come cittadino a volte mi sono veramente vergognato della loro condizione nel nostro paese. Conosco e ho visitato non pochi campi rom. Dobbiamo agire per superare i campi affinché i Rom e Sinti possano inserirsi tra gli italiani come italiani”. Con queste parole il Ministro per l'Integrazione, Andrea Riccardi, è oggi intervenuto al workshop “Rom e e Sinti, verso il piano nazionale” organizzato dalla Commissione Diritti Umani del Senato.
Il Ministro ha fatto un lungo intervento specificando: “Sono qui come antico amico dei rom e dei sinti, ma sono qua anche come storico. Tra gli storici si parla pochissimo di questo tema. In particolare la nostra storia non ha fatto i conti con il Porrajmos che e’ una grande macchia dell’Europa contemporanea. Bisogna invece farne memoria e dire mai più. Dobbiamo riconoscere ai Rom e Sinti europei di essere i discendenti della prima generazione dell’olocausto. Quante responsabilità e complicità in tutta Europa sul dramma del Porrajmos, la dimenticanza è inaccettabile. I Rom e i Sinti in Europa – ha ricordato – sono 10-12 milioni, ma è l’unico popolo europeo che non si è trovato nazionalizzato e per questo ha sofferto razzismo esclusione”.
''Come europeo - ha proseguito il ministro - non si può dimenticare il loro europeismo. Come italiano devo dire che qualche volta mi sono vergognato della condizione rom nel nostro Paese. Dobbiamo agire per il superamento dei campi, perchè i rom e i sinti possano inserirsi nel tessuto italiano. I rom e sinti sono una minoranza ristretta sparsa sul territorio nazionale su cui è possibile agire''.
Per il Ministro Riccardi bisogna ''elaborare una strategia nazionale su rom, sinti e comminanti sulla base del Rapporto messo a punto dalla commissione per i Diritti umani, presieduta dal senatore Pietro Marcenaro. Il nostro Paese ha bisogno di entrare in una stagione politica diversa in cui prevalga il senso delle cose e della realta'''.
Per Riccardi i punti fondamentali della strategia sono l'istruzione, anche con l'incremento delle borse di studio per la frequenza scolastica e la casa, per cui serve ''un intervento decisivo''.
"L'Italia sta vivendo un momento difficile, ma sono convinto che ce la faremo. L'Italia ce la farà a restare un grande paese nonostante la grave crisi. La situazione dei rom e dei sinti è uno degli indicatori della soglia della democrazia di un Paese - ha concluso Riccardi - non vorrei che in una situazione cosi' difficile in cui versa oggi il nostro Paese, le tensioni della nostra società si scaricassero sui rom, e sugli emarginati degli emarginati. Non dobbiamo mai giungere a dire «non abbiamo tempo, ci sono cose più importanti»''.
Il Ministro ha fatto un lungo intervento specificando: “Sono qui come antico amico dei rom e dei sinti, ma sono qua anche come storico. Tra gli storici si parla pochissimo di questo tema. In particolare la nostra storia non ha fatto i conti con il Porrajmos che e’ una grande macchia dell’Europa contemporanea. Bisogna invece farne memoria e dire mai più. Dobbiamo riconoscere ai Rom e Sinti europei di essere i discendenti della prima generazione dell’olocausto. Quante responsabilità e complicità in tutta Europa sul dramma del Porrajmos, la dimenticanza è inaccettabile. I Rom e i Sinti in Europa – ha ricordato – sono 10-12 milioni, ma è l’unico popolo europeo che non si è trovato nazionalizzato e per questo ha sofferto razzismo esclusione”.
''Come europeo - ha proseguito il ministro - non si può dimenticare il loro europeismo. Come italiano devo dire che qualche volta mi sono vergognato della condizione rom nel nostro Paese. Dobbiamo agire per il superamento dei campi, perchè i rom e i sinti possano inserirsi nel tessuto italiano. I rom e sinti sono una minoranza ristretta sparsa sul territorio nazionale su cui è possibile agire''.
Per il Ministro Riccardi bisogna ''elaborare una strategia nazionale su rom, sinti e comminanti sulla base del Rapporto messo a punto dalla commissione per i Diritti umani, presieduta dal senatore Pietro Marcenaro. Il nostro Paese ha bisogno di entrare in una stagione politica diversa in cui prevalga il senso delle cose e della realta'''.
Per Riccardi i punti fondamentali della strategia sono l'istruzione, anche con l'incremento delle borse di studio per la frequenza scolastica e la casa, per cui serve ''un intervento decisivo''.
"L'Italia sta vivendo un momento difficile, ma sono convinto che ce la faremo. L'Italia ce la farà a restare un grande paese nonostante la grave crisi. La situazione dei rom e dei sinti è uno degli indicatori della soglia della democrazia di un Paese - ha concluso Riccardi - non vorrei che in una situazione cosi' difficile in cui versa oggi il nostro Paese, le tensioni della nostra società si scaricassero sui rom, e sugli emarginati degli emarginati. Non dobbiamo mai giungere a dire «non abbiamo tempo, ci sono cose più importanti»''.
FederArteRom, un movimento artistico interculturale
FederArteRom è un movimento artistico interculturale a dimensione europea. La federazione riunisce diverse associazioni presenti sul territorio nazionale per organizzare grandi eventi e manifestazioni con la collaborazione di Enti pubblici (nazionali, regionali e locali) ed istituzioni internazionali.
L'Arte è uno dei veicoli più efficaci di comunicazione, in quanto permette di superare quei pregiudizi rispetto alla situazione sociale, morale, culturale etica e religiosa che spesso stanno alla base della discriminazione nelle sue diverse sfaccettature. Vogliamo valorizzare la cultura Romanì libera da tanti stereotipi e barriere in cui è incatenata da troppo tempo, nella forma che più la rappresenta: l'incontro tra culture nell'Arte!
La FederArteRom riunisce 58 associazioni e 70 gruppi musicali e artisti (musica italiana, ebraica, africana, romanì, indiana, argentina, jazz, musica classica, pittori, attori, registi, etc...).
Le fondamenta della FederArteRom poggiano sul riconoscimnto e la promozione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
Gli artisti che vi partecipano faranno la loro parte in campagne di impegno per la difesa dei diritti umani, contro ogni forma di discriminazione, partendo dalla consapevolezza che è dall'incontro e dallo scambio fra culture che si costruisce una nuova idea di società, si abbattono stereotipi, si rompono discriminazioni e pregiudizi.
"Feder" in lingua romanì significa "il meglio, migliore" ma è anche l'abbreviazione della parola italiana Federazione.
La FederArteRom è aperta a tutti coloro che ne condividono gli ideali. Vi aspettiamo per far circolare assieme idee, progetti artistici e gruppi musicali.
L'Arte è uno dei veicoli più efficaci di comunicazione, in quanto permette di superare quei pregiudizi rispetto alla situazione sociale, morale, culturale etica e religiosa che spesso stanno alla base della discriminazione nelle sue diverse sfaccettature. Vogliamo valorizzare la cultura Romanì libera da tanti stereotipi e barriere in cui è incatenata da troppo tempo, nella forma che più la rappresenta: l'incontro tra culture nell'Arte!
La FederArteRom riunisce 58 associazioni e 70 gruppi musicali e artisti (musica italiana, ebraica, africana, romanì, indiana, argentina, jazz, musica classica, pittori, attori, registi, etc...).
Le fondamenta della FederArteRom poggiano sul riconoscimnto e la promozione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
Gli artisti che vi partecipano faranno la loro parte in campagne di impegno per la difesa dei diritti umani, contro ogni forma di discriminazione, partendo dalla consapevolezza che è dall'incontro e dallo scambio fra culture che si costruisce una nuova idea di società, si abbattono stereotipi, si rompono discriminazioni e pregiudizi.
"Feder" in lingua romanì significa "il meglio, migliore" ma è anche l'abbreviazione della parola italiana Federazione.
La FederArteRom è aperta a tutti coloro che ne condividono gli ideali. Vi aspettiamo per far circolare assieme idee, progetti artistici e gruppi musicali.
Rom e Sinti, il Governo italiano ha ceduto! Una vittoria della Federazione Rom e Sinti Insieme
Il Governo italiano, dopo la manifestazione “chroll chetane” organizzata a Roma dalla Federazione Rom e Sinti Insieme, si sta muovendo secondo quanto richiesto dalle associazioni sinte e rom che sono scese in piazza per rivendicare i propri diritti.
Il Punto di Contatto Nazionale è stato istituito presso l'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali ed Etniche) il 16 novembre, dopo cinque giorni dalla manifestazione della Federazione Rom e Sinti Insieme. Un grande successo!!
La Commissione europea aveva chiesto già da sette mesi che l'Italia costituisse il Punto di Contatto Nazionale per la scrittura della Strategia nazionale e solo dopo la prova di forza a Montecitorio della Federazione Rom e Sinti Insieme si è arrivati a smuovere definitivamente il Governo italiano.
In queste ore si sta tenendo nell'Aula Commissione Difesa del Senato a Roma il workshop “Rom e Sinti, verso la strategia nazionale”, organizzato dalla Commissione Straordinaria per i Diritti Umani in collaborazione con l'OSI. La Federazione Rom e Sinti Insieme partecipa con una delegazione di ventidue Presidenti di associazioni sinte e rom, guidata dal Presidente Radames Gabrielli (in foto) e dai Vice Presidenti Dijana Pavlovic e Davide Casadio.
Nel pomeriggio di oggi si terrà presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri il secondo incontro del Punto di Contatto Nazionale per la stesura della Strategia Nazionale, come richiesto dalla Commissione europea su mandato del Parlamento europeo.
L'UNAR sta definendo le linee guida per “il coinvolgimento attivo e la necessaria partecipazione degli stessi Rom e Sinti a tutti i livelli dell'elaborazione delle politiche, del processo decisionale e dell'attuazione delle misure, anche mediante un'azione di sensibilizzazione circa i loro diritti e doveri, nonché consolidare la capacità delle ONG rom e sinte e incentivare una migliore partecipazione della società civile e di tutti gli altri soggetti interessati”.
Una prima delibera è già stata resa pubblica dal Governo italiano e oggi pomeriggio il dirigente dell'UNAR, Massimiliano Monnanni, discuterà con le associazioni sinte e rom i metodi di coinvolgimento degli attori istituzionali e del privato sociale nazionali, regionali e locali.
La Federazione Rom e Sinti Insieme auspica l'uscita dalle logiche discriminatorie e caritative paternaliste che fino ad oggi, salvo qualche raro esempio virtuoso, hanno improntato l'azione del Governo italiano e delle Istituzioni locali. La Strategia nazionale deve essere decisa e condivisa con i sinti e rom italiani, come ha chiesto l'Unione europea, offrendo strumenti seri e concreti di partecipazione.
Il Presidente della Federazione Radames Gabrielli ribadirà anche oggi i punti imprescindibili che devono essere inclusi nella Strategia Nazionale, riguardanti il lavoro, la cultura, l'abitare, la scolarizzazione, la sanità, l'antidiscriminazione, la partecipazione, l'immigrazione e il welfare.
Il Punto di Contatto Nazionale è stato istituito presso l'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali ed Etniche) il 16 novembre, dopo cinque giorni dalla manifestazione della Federazione Rom e Sinti Insieme. Un grande successo!!
La Commissione europea aveva chiesto già da sette mesi che l'Italia costituisse il Punto di Contatto Nazionale per la scrittura della Strategia nazionale e solo dopo la prova di forza a Montecitorio della Federazione Rom e Sinti Insieme si è arrivati a smuovere definitivamente il Governo italiano.
In queste ore si sta tenendo nell'Aula Commissione Difesa del Senato a Roma il workshop “Rom e Sinti, verso la strategia nazionale”, organizzato dalla Commissione Straordinaria per i Diritti Umani in collaborazione con l'OSI. La Federazione Rom e Sinti Insieme partecipa con una delegazione di ventidue Presidenti di associazioni sinte e rom, guidata dal Presidente Radames Gabrielli (in foto) e dai Vice Presidenti Dijana Pavlovic e Davide Casadio.
Nel pomeriggio di oggi si terrà presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri il secondo incontro del Punto di Contatto Nazionale per la stesura della Strategia Nazionale, come richiesto dalla Commissione europea su mandato del Parlamento europeo.
L'UNAR sta definendo le linee guida per “il coinvolgimento attivo e la necessaria partecipazione degli stessi Rom e Sinti a tutti i livelli dell'elaborazione delle politiche, del processo decisionale e dell'attuazione delle misure, anche mediante un'azione di sensibilizzazione circa i loro diritti e doveri, nonché consolidare la capacità delle ONG rom e sinte e incentivare una migliore partecipazione della società civile e di tutti gli altri soggetti interessati”.
Una prima delibera è già stata resa pubblica dal Governo italiano e oggi pomeriggio il dirigente dell'UNAR, Massimiliano Monnanni, discuterà con le associazioni sinte e rom i metodi di coinvolgimento degli attori istituzionali e del privato sociale nazionali, regionali e locali.
La Federazione Rom e Sinti Insieme auspica l'uscita dalle logiche discriminatorie e caritative paternaliste che fino ad oggi, salvo qualche raro esempio virtuoso, hanno improntato l'azione del Governo italiano e delle Istituzioni locali. La Strategia nazionale deve essere decisa e condivisa con i sinti e rom italiani, come ha chiesto l'Unione europea, offrendo strumenti seri e concreti di partecipazione.
Il Presidente della Federazione Radames Gabrielli ribadirà anche oggi i punti imprescindibili che devono essere inclusi nella Strategia Nazionale, riguardanti il lavoro, la cultura, l'abitare, la scolarizzazione, la sanità, l'antidiscriminazione, la partecipazione, l'immigrazione e il welfare.
giovedì 1 dicembre 2011
Bambini rom dovrebbero essere tolti alle rispettive famiglie e dati tutti in adozione?
Stando alla ricerca di Carlotta Saletti Salza, professoressa presso l’Università di Verona, su un totale di 8.830 procedure di adottabilità, i minori rom e sinti dichiarati adottabili in sette sedi di Tribunali Minorili italiani nel periodo compreso tra il 1985 e il 2005 sono stati 258. Quello che è oggi uno dei maggiori studiosi di cultura romanì in Italia, il professor Leonardo Piasere, commenta i dati: “Se consideriamo che la popolazione dei rom e dei sinti in Italia ammonta allo 0,15% circa della popolazione totale, capiamo che la percentuale di procedure di adottabilità dello 0,15%, cioè in sintonia con la proporzione della popolazione, corrisponderebbe a circa 13 procedure sulle 8.830. Ora il numero di procedure riguardanti rom e sinti, è superiore del 1700% a tale cifra!”
Questo mio intervento non è contro il sistema delle adozioni, perché, lo dico chiaramente, ci sono casi in cui togliere il bambino a una famiglia rom o sinta è cosa sacrosanta. Ciò che mi interessa è porre alcune domande.
Stando alla legge italiana sono dichiarati in stato di adottabilità i minori di cui sia accertata la situazione di “abbandono” (legge 184 del 2001), ma nella legge 149 dello stesso anno, si dice che:
1) Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto.
2) Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della loro autonomia e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei famigliari a rischio, al fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia….
L’interpretazione del termine “abbandono” è così lasciato alla discrezionalità del Tribunale dei Minori. Ma cosa si intende per abbandono?
Ipotizziamo ci siano due bambini rom di sette e dieci anni, Alin e Mari, che a causa della povertà dei genitori sono costretti a vivere sotto un ponte. Vengono sgomberati e i Vigili Urbani li portano sotto un altro ponte. Lì assistono all’incendio della loro baracca e all’orribile morte di quattro amichetti. Vengono sgomberati nuovamente e ritornano sotto il primo ponte.
I genitori non trovano lavoro (chi di noi assumerebbe un rom che vive sotto un ponte?) e tirano avanti solo con gli aiuti che forniscono loro alcuni volontari della Caritas e dell’Arci. Ogni mattina i genitori di Alin e Mari, però, accompagnano i figli a scuola dove i bambini arrivano sempre puliti e ben vestiti anche grazie all’aiuto dei sopra citati volontari. Aggiungo che i bambini, a detta delle maestre, seguono con sufficiente profitto le lezioni. I pomeriggi dei bambini, però, trascorrono sotto il ponte.
Voglio ora porre alcune domande:
1) Se vedessimo Alin e Mari sotto il ponte e non sapessimo nulla di loro, penseremmo giusta l’affidabilità? E sapendo la loro storia e la loro quotidianità, riterremmo lo stesso giusto toglierli alla famiglia e darli in adozione?
2) Può un’Amministrazione pubblica, di qualunque appartenenza politica, sentirsi priva di responsabilità nel lasciare che una famiglia di rom continui a sopravvivere sotto un ponte?
3) La famiglia di Alin e Mari va sgomberata? E, se si, può lo sgombero di un sottoponte, senza una reale alternativa abitativa, bastare a tutelare i minori che vi abitano?
4) Cosa si fa per prevenire le situazioni di estrema miseria in cui sono costretti a vivere alcuni bambini rom e sinti?
5) Togliere un bambino alla propria famiglia deve essere l’ultima strada percorribile o la prima? E se deve essere l’ultima, perché il numero di procedure riguardanti rom e sinti, è superiore del 1700% a quello delle procedure totali nelle sette sedi dei Tribunali dei Minori che ha preso in esame la professoressa di Verona nel suo libro “Dalla tutela al genocidio?” di Pino Petruzzelli
Questo mio intervento non è contro il sistema delle adozioni, perché, lo dico chiaramente, ci sono casi in cui togliere il bambino a una famiglia rom o sinta è cosa sacrosanta. Ciò che mi interessa è porre alcune domande.
Stando alla legge italiana sono dichiarati in stato di adottabilità i minori di cui sia accertata la situazione di “abbandono” (legge 184 del 2001), ma nella legge 149 dello stesso anno, si dice che:
1) Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto.
2) Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della loro autonomia e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei famigliari a rischio, al fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia….
L’interpretazione del termine “abbandono” è così lasciato alla discrezionalità del Tribunale dei Minori. Ma cosa si intende per abbandono?
Ipotizziamo ci siano due bambini rom di sette e dieci anni, Alin e Mari, che a causa della povertà dei genitori sono costretti a vivere sotto un ponte. Vengono sgomberati e i Vigili Urbani li portano sotto un altro ponte. Lì assistono all’incendio della loro baracca e all’orribile morte di quattro amichetti. Vengono sgomberati nuovamente e ritornano sotto il primo ponte.
I genitori non trovano lavoro (chi di noi assumerebbe un rom che vive sotto un ponte?) e tirano avanti solo con gli aiuti che forniscono loro alcuni volontari della Caritas e dell’Arci. Ogni mattina i genitori di Alin e Mari, però, accompagnano i figli a scuola dove i bambini arrivano sempre puliti e ben vestiti anche grazie all’aiuto dei sopra citati volontari. Aggiungo che i bambini, a detta delle maestre, seguono con sufficiente profitto le lezioni. I pomeriggi dei bambini, però, trascorrono sotto il ponte.
Voglio ora porre alcune domande:
1) Se vedessimo Alin e Mari sotto il ponte e non sapessimo nulla di loro, penseremmo giusta l’affidabilità? E sapendo la loro storia e la loro quotidianità, riterremmo lo stesso giusto toglierli alla famiglia e darli in adozione?
2) Può un’Amministrazione pubblica, di qualunque appartenenza politica, sentirsi priva di responsabilità nel lasciare che una famiglia di rom continui a sopravvivere sotto un ponte?
3) La famiglia di Alin e Mari va sgomberata? E, se si, può lo sgombero di un sottoponte, senza una reale alternativa abitativa, bastare a tutelare i minori che vi abitano?
4) Cosa si fa per prevenire le situazioni di estrema miseria in cui sono costretti a vivere alcuni bambini rom e sinti?
5) Togliere un bambino alla propria famiglia deve essere l’ultima strada percorribile o la prima? E se deve essere l’ultima, perché il numero di procedure riguardanti rom e sinti, è superiore del 1700% a quello delle procedure totali nelle sette sedi dei Tribunali dei Minori che ha preso in esame la professoressa di Verona nel suo libro “Dalla tutela al genocidio?” di Pino Petruzzelli
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