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lunedì 20 novembre 2017

Avezzano (AQ), il Cammino di Zefferino



Domenica 3 Dicembre ad Avezzano presso la chiesa di San Giovanni avrà inizio "Il Cammino di Zefferino”, con preghiere, canti, danze e musica rom in onore del Beato Cefferino Jimenez Malla detto "EL PELE ".

Ad Avezzano dalle ore 14.00 avrà inizio "Il Cammino di Cefferino" che si comporrà di tre eventi (vedi foto). La città abruzzese è stata scelta proprio perché ha una piazza intitolata al primo Martire Rom. L'evento è stato organizzato dall'associazione culturale "Amici di Zefferino " di Lanciano, presidente Giulia Di Rocco, unica Associazione in Italia che il 4 maggio scorso ha organizzato, in concomitanza con la Spagna, le celebrazioni per il ventennale della beatificazione di Zefferino El Pelè.

Co-organizzatori dell’iniziativa sono la Fondazione Migrantes e il Centro Rom di Avezzano. All' evento interverranno molti esponenti del mondo rom e religioso, sarà presente il promotore in Italia della Beatificazione di Zefferino Jimenez Malla: Monsignor Riboldi di Milano, il vescovo di Avezzano Monsignor Pietro Santoro e il reverendissimo Giovanni De Robertis della fondazione Migrantes.

giovedì 5 giugno 2014

Papa Francesco, sinti e rom sono esclusi e disprezzati

Papa Francesco interviene sulla realtà vissuta dalle persone appartenenti alle minoranze sinte e rom, ricevendo in Sala Clementina i partecipanti all’incontro “La Chiesa e gli Zingari: annunciare il Vangelo nelle periferie”, promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Sucar Drom plaude le parole pronunciate dal Pontefice e si augura che siano una sferzata sufficiente a superare esclusione, discriminazione e segregazione.

Una realtà complessa, spesso ai margini della società che, in assenza di un aiuto per l’integrazione, è spesso vittima della schiavitù. E’ quella del popolo zingaro, chiamato - secondo il Papa - a contribuire al bene comune nell’osservanza dei doveri e nella promozione dei diritti di ciascuno”. Il Pontefice ha pronunciato queste parole ricevendo in Sala Clementina i partecipanti all’incontro “La Chiesa e gli Zingari: annunciare il Vangelo nelle periferie”, promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Ascolta il servizio di Paolo Ondarza.

lunedì 2 maggio 2011

Giovanni Paolo II, i migranti, i rifugiati e i rom

E' difficile in poche righe raccogliere e sviluppare il magistero di Papa Giovanni Paolo II sui migranti, rifugiati e i rom, tre volti contemporanei di esclusione e di povertà nelle nostre città, dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005, in un lungo periodo di quasi 27 anni di Pontificato.
Possiamo raccogliere solo alcune briciole di un Magistero, dove le parole più importanti risultano essere: accoglienza, tutela della dignità di ogni persona nel lavoro, nella famiglia, rispetto, integrazione. Nella visita a Canale d’Agordo e nella diocesi di Belluno, il 26 agosto 1979, la terra di Albino Luciani, suo predecessore, Giovanni Paolo II ricordò come quella terra, dopo la prima guerra mondiale fu “una terra di perdurante e sempre triste necessità dell’emigrazione, sia essa permanente o stagionale”.
Nel suo primo discorso all’ONU, il 2 ottobre 1979, ricordò tra i diritti fondamentali della persona, “il diritto alla libertà di movimento e alla migrazione interna ed esterna”. Nella sua prima enciclica, la Laborem exercens, nel novantesimo della pubblicazione della rerum Novarum di Leone XIII (1981), Giovanni Paolo II ribadirà, al n. 23, come “l’uomo ha il diritto di lasciare il proprio paese d’origine per vari motivi – come anche di ritornarvi – e di cercare migliori condizioni di vita in un altro Paese”.
Così pure il Papa nella stessa enciclica sottolineerà che “Nel rapporto di lavoro con il lavoratore immigrato devono valere gli stessi criteri che valgono per ogni altro lavoratore in quella società. Il valore del lavoro deve essere misurato con lo stesso metro, e non con riguardo alla diversa nazionalità, religione o razza”.
Sempre nel 1981, nell’esortazione apostolica Familiaris consortio, il Papa sottolinea il necessario impegno che si deve dare a diverse categorie “di famiglie di migranti per motivi di lavoro; di famiglie di quanti sono costretti a lunghe assenze, quali ad esempio i militari, i naviganti, gli itineranti d’ogni tipo; delle famiglie dei carcerati, dei profughi e degli esiliati” (n.77).
E concludeva: “Le famiglie dei migranti…devono poter trovare dappertutto, nella Chiesa la loro patria. E’ questo un compito connaturale alla Chiesa, essendo segno di unità nella diversità”. Tutela del lavoro e tutela della famiglia dei migranti saranno due temi ripresi spesso nei Messaggi delle Giornate mondiali per il migrante e il rifugiato. di Giancarlo Perego (Direttore generale della Fondazione Migrantes), continua a leggere...

mercoledì 30 dicembre 2009

Castiglione delle Stiviere (MN), la Chiesa e la carità...

«La mia è stata una provocazione, non è che all’improvviso abbia dimenticato la carità cristiana». Don Italo Panizza, rettore della basilica santuario di san Luigi Gonzaga a Castiglione delle Stiviere, grosso centro industriale dell’alto mantovano, nella messa serale di Santo Stefano ha sorpreso i suoi fedeli invitandoli a limitare le elemosine ai mendicanti. Motivo: lui stesso era stato aggredito da un questuante che lo aveva seguito fino in sagrestia.
«Ho voluto essere provocatorio - dice ora padre Italo che ha deciso di spiegare la sua decisione - perché i bisognosi non si aiutano facendo loro l’elemosina: si può, invece, far loro del male non insegnando che potrebbero sfamarsi lavorando. Non è che un ubriaco lo si aiuti dandogli da bere, semmai, lo si aiuta togliendogli il vino».
Don Italo, origini trentine, rettore del santuario da quattro anni, è stato aggredito il 26 dicembre a mezzogiorno. Sul sagrato ci sono spesso mendicanti che aspettano i fedeli all’entrata e all’uscita dalla messa per chiedere soldi. Lo stesso sacerdote è stato supplicato più volte di regalare qualche moneta. Ma l’altro giorno ha dovuto affrontare una situazione ben più pericolosa. Uno di quei questuanti, pare un giovane italiano che suona spesso una chitarra, lo ha seguito dentro la chiesa. «Mi sono trovato davanti questa persona, che vedevo spesso mendicare per le vie di Castiglione, che mi ha chiesto dei soldi - racconta -. Al mio rifiuto mi ha minacciato, poi messo le mani addosso e mi ha spintonato. Ho avuto paura». Il giovane è scappato senza prendere nulla.
Per questo nella messa della stessa sera, dopo aver raccontato la sua disavventura, ha invitato i fedeli a limitare le elemosine. Poi ha ripetuto lo stesso suggerimento nella messa di domenica. Non ha voluto comunque sporgere denuncia ai carabinieri.

La vicenda ha subito innescato il dibattito politico. E naturalmente si è subita fatta confusione e i questuanti sono diventati “zingari”, quando sono semplici italiani poveri. La Lega Nord di Castiglione, esprimendo solidarietà a padre Italo, ha invitato, attraverso un comunicato, il sindaco, Fabrizio Paganella (Pdl), ad emanare subito un’ordinanza che vieti l’accattonaggio in tutto il territorio comunale. «Un singolo episodio, deprecabile ma ancor tutto da verificare visto che non è stato denunciato all’autorità giudiziaria - risponde il primo cittadino - non giustifica alcun provvedimento generalizzato. Tenendo conto che a Castiglione il fenomeno dell’accattonaggio non è diffuso come nelle grandi città e che i reati in tutta la nostra zona sono in forte diminuzione. Forse - conclude il sindaco - un po’ di carità cristiana non guasterebbe».
Difende, invece, il sacerdote, don Gibelli, vicario episcopale di Mantova. «Ben vengano le provocazioni - dice - se queste aiutano a far capire alle persone quale è la vera carità cristiana».

domenica 20 dicembre 2009

Roma, dal Maggiore ai Rom in dono l'albero di Natale

In vista del prossimo sgombero del campo rom Casilino 900 - previsto entro la metà di gennaio - il pontificio Seminario Romano Maggiore ha donato agli abitanti un albero di Natale. Un grande abete che, dopo essere stato allestito con decorazioni artigianali realizzate da alcuni maestri ramai del campo, verrà consegnato al sindaco di Roma Gianni Alemanno.
«L’idea - spiega don Paolo Lojudice (in foto), direttore spirituale del Seminario - è che il sindaco custodisca l’albero fino al giorno in cui l’ultima famiglia sarà riuscita a sistemarsi nelle nuove abitazioni promesse dall’amministrazione comunale».Un regalo simbolico, per ricordare alle autorità gli impegni presi con i rappresentanti delle associazioni che da mesi seguono la vicenda del Casilino 900. «La donazione di un albero di Natale agli abitanti del Casilino è un gesto molto semplice - chiarisce don Paolo - che rientra in un cammino che stiamo facendo con loro già da alcuni anni. La scorsa Pasqua, ad esempio, piantammo insieme un ulivo, anche in quel caso simbolico di un rapporto fra noi e loro e della speranza in un futuro di stabilità e pace per gli abitanti del campo».
E all’albero di Natale donato dal Seminario il 16 dicembre si è aggiunto un piccolo presepe, offerto in dono dal commissario provinciale della Croce Rossa italiana Marco Squicciarini, in visita al campo insieme con Cristopher Lamb, ambasciatore della Croce Rossa internazionale. «La Croce Rossa vuole dare un taglio umanitario all’approccio della risoluzione dei problemi legati alla popolazione rom - ha spiegato Squicciarini al termine della visita - per questo ho chiesto a Lamb di portare questo messaggio a livello europeo, per trovare soluzioni uniche».

Per quanto riguarda le circa 800 persone che vivono al Casilino 900, al momento l’obiettivo del Comune sarebbe quello di collocare i nuclei familiari presso altri insediamenti rom nella Capitale o, nel caso di bambini, donne, anziani e malati, in via temporanea presso istituti di accoglienza. La questione resta aperta, e del problema si è parlato anche in occasione dell’incontro - svoltosi sempre il 16 dicembre - tra operatori sociale e comunità rom, sugli strumenti da mettere in campo contro le discriminazioni. In quella circostanza, Mirko Grga mediatore della cooperativa Ermes (ex Capodarco, da molti anni convenzionata con il Comune per interventi a favore della minoranza rom) ha ricordato «l’urgenza dell’eliminazione dei campi nomadi attraverso l’assegnazione di case popolari ai rom secondo criteri che promuovano l’integrazione senza creare nuovi ghetti». Già nel 2008, davanti alle condizioni di vita precarie dei rom, il sindaco Alemanno in visita al Casilino 900 aveva detto: «Serve un grande impegno affinché Roma non diventi una città divisa in due in modo così profondo». Un impegno che da oggi ha la forma di un albero di Natale. di Elisa Storace

lunedì 18 maggio 2009

Il rischio che si stia sviluppando una cultura xenofoba c’è tutto

“Il rischio che si stia sviluppando una cultura xenofoba c’è tutto”. Lo dichiara don Federico Schiavon (nella foto di Hidden Side), responsabile della pastorale per i Rom e i Sinti della conferenza episcopale italiana, che aderisce alla Giornata di preghiera e digiugno organizzata in Friuli da alcuni sacerdoti, a cominciare da don Albino Bizzotto dei ''Beati i costruttori di pace''. “Ha ragione, quindi, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a preoccuparsene”, aggiunge don Schiavon.
“Non diciamo che i provvedimenti governativi sulla sicurezza e contro gli immigrati clandestini, quali i respingimenti, abbiano intenti razzistici e, tanto meno, che contengano misure di questo tipo, ma il contesto culturale e sociale in cui trovano applicazione e' tale per cui possono venire interpretati e recepiti in questo modo”. Don Schiavon ricorda che “si tratta di un contesto di difficoltà, a partire da quelle economiche, per cui la reazione delle persone e delle comunità in situazione di disagio è quella della difesa e, pertanto, risulta contraria a quella della condivisione”.
“Soffermiamoci, ad esempio, sui temi della sicurezza. Il governo e le autorità di polizia ci dicono, in continuazione, che i reati stanno diminuendo, anche da parte degli stranieri. Eppure - conclude il 'cappellano dei Rom e dei Sinti' - quella che si respira è un'aria esattamente opposta: di estrema insicurezza”.
Conclude don Schiavon “Basta un episodio, anche il più marginale, per terrorizzare la popolazione, specie quando il protagonista è lo straniero, nella fattispecie il clandestino. Ritengo che qualche responsabilità, al riguardo, ce l'abbiano anche i media”.

domenica 7 settembre 2008

Il presidente romeno in udienza dal Papa: non sempre facile l'integrazione

Al cardinale Tarcisio Bertone ha portato la “Stella di Romania”, la più alta onorificenza del suo stato, al Papa ha presentato i problemi dell’integrazione, ma anche un'identità di vedute sui temi europei. Traian Basescu, presidente della Romania, sabato mattina è salito a Castelgandolfo per incontrare Benedetto XVI.
Colloqui cordiali, dice la Santa Sede, nei quali i due capi di stato hanno parlato della “identità storica, culturale e spirituale del Continente” e soprattutto “l'affinità di posizioni tra Santa Sede e Romania in vari ambiti internazionali”.
Collaborazione tra stato e Chiesa, tra ortodossi e cattolici e poi le comunità romene all'estero, “alla cui integrazione, non sempre facile, le istituzioni della Chiesa cattolica offrono un generoso ed efficace aiuto”. A fine giornata il presidente romeno è stato ricevuto anche dal Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta Fra’ Matthew Festing.
La scorsa settimana a Freising in Germania, in un congresso sulla pastorale dei rom il cardinale Renato Raffaele Martino in un messaggio sosteneva che “non di rado assistiamo a una certa inflessibilità e atteggiamenti ambigui di governi che non possiamo che deplorare”. Di politica a favore del bene comune il Papa ha parlato ai vescovi del Nicaragua ai quali ha chiesto di favorire un clima di dialogo e di distensione, senza rinunciare alla difesa dei diritti fondamentali e alla denuncia delle situazioni di ingiustizia. Il papa ha ricordato che la Chiesa è chiamata a essere sempre dalla parte della gente. favorendo, in particolare, una concezione della politica che, “più che ambizione per il potere e il controllo, sia un servizio generoso e umile al bene comune”.

mercoledì 3 settembre 2008

Figli di un Dio inferiore?

Il Terzo Reich li accusò di «wandertrieb», istinto al nomadismo. Un morbo incurabile, secondo i nazisti, dal quale tutti i Rom e i Sinti sarebbero stati affetti. Un pregiudizio che costò la vita ad almeno 600 mila Rom e Sinti. Nella sola Auschwitz ne furono sterminati 23 mila, senza contare le esecuzioni sommarie da parte delle SS avvenute fuori dai campi di concentramento. Furono rastrellati ovunque e internati nei lager dopo che, il 16 dicembre 1942, Himmler, comandante supremo delle SS, aveva firmato il "decreto Auschwitz" con il quale si avviava «la soluzione finale del problema zingari». Ancora oggi, però, quando si parla di Olocausto, in tanti faticano a ricordare quello sterminio. Senza contare che solo nel 1980 il governo tedesco ha riconosciuto che i Sinti e i Rom, sotto il regime nazista, avevano subito «una persecuzione razziale».
«Uno dei motivi di questa scarsa memoria», precisa monsignor Agostino Marchetto, presidente del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, «è che i Rom e i Sinti non hanno uno Stato alle spalle che salvaguardi la loro identità e i loro diritti. È dunque facile che siano presi di mira e discriminati, così come è facile non riuscire a tramandare la storia che si è vissuta». Continua a leggere…

martedì 2 settembre 2008

Card. Martino, i Sinti e i Rom sono vittime di discriminazione e d’indifferenza

“Di fronte alle situazioni di discriminazione e d’indifferenza” di cui sono vittime i Sinti e i Rom, “la Chiesa non può restare indifferente”. È questo il monito affidato oggi alla Radio Vaticana dal card. Renato Raffaele Martino in occasione del VI Congresso mondiale della pastorale per gli Zingari, promosso a Freising dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti in collaborazione con la Conferenza Episcopale Tedesca.
Il porporato esorta “tutti gli uomini, e soprattutto i cristiani, ad assumere le proprie responsabilità, sia nel servizio alla società sia nell’impegno politico, al fine di assicurare il pieno rispetto della dignità e dei diritti di ogni essere umano”. Un compito, spiega il presidente del Pontificio Consiglio, che spetta innanzitutto ai governi e agli organismi internazionali.
“Non di rado — constata il card. Martino — assistiamo a una certa inflessibilità e atteggiamenti ambigui di governi che non possiamo che deplorare”. Gli Stati, invece, devono garantire uno sviluppo non solo economico, ma integrale della persona.
Da qui l’invito ai governi a “fornire appoggi agli enti educativi e di aggregazione zingara”, alle loro scuole e associazioni, “dove nel rispetto delle norme e dei regolamenti di convivenza civile, si sviluppa una personalità equilibrata e responsabile” e in cui nascono “soggetti idonei a partecipare pienamente alla vita della comunità”.Ai mezzi di comunicazione il card. Martino chiede infine di “offrire alla società un’immagine vera della minoranza zingara, nelle sue varie espressioni, che aiuterà a sradicare dalle menti e dai cuori delle persone pregiudizi e emarginazioni nei suoi confronti”.

Reggio Emilia, il battesimo per il riscatto sociale dei Sinti

Il battesimo come rituale di iniziazione. Simbolo della conversione alla chiesa evangelica che, per gli italiani di etnia Sinti, rappresenta anche una conversione sociale. Ieri mattina, al “campo nomadi” di via Antonio da Genova, sono state Tracy e Jasmine a ricevere il sacramento, in una cerimonia suggestiva davanti a un centinaio di persone.
«Dove non è riuscita la legge umana, riesce la legge divina - ha spiegato il pastore Franco Trebino - grazie alla parola di Dio rinunciamo all'alcol e ai furti. Ma le istituzioni e la gente devono abbandonare i pregiudizi e aiutarci». L'abito bianco da sposa, gli occhi chiusi e la mente assorta nella preghiera, a tratti mormorata a tratti cantata, per tutta la durata della cerimonia.
Dal volto di Tracy e Jasmine, ieri mattina sotto il grande tendone allestito alla Roncina, trasparivano grande emozione e concentrazione. Sentimenti a cui hanno partecipato anche le tante persone presenti.
«Noi non battezziamo i bambini - ha spiegato il pastore - perché sono troppo piccoli per avere consapevolezza di una scelta e per capire la differenza tra male e bene. Da adulti, invece, la conversione è cosciente».
Una conversione a cui, a Reggio, sono arrivati già una cinquantina di Sinti grazie all'impegno del pastore Trebino, della Missione Evangelica Zigana, e del predicatore Diego Grisetti, che insieme hanno celebrato il sacramento sulle ragazzine. Una conversione che, secondo i due religiosi, rappresenta una preziosa occasione di riscatto per tutta la comunità Sinti.
«La scelta della parola di Dio ti cambia - ha sottolineato Trebino - io mi sono convertito a 24 anni e prima vivevo la mia vita in maniera disordinata. Poi sono cambiato, Dio mi ha liberato davvero dal peccato». «Perché la conversione non è solo recupero della spiritualità, ma anche recupero sociale - ha aggiunto -. Vuol dire liberarsi da quei vizi che purtroppo sono una piaga per il popolo zigano come l'alcol, il fumo, la droga. Ma anche condurre una vita più onesta, rinunciando ad esempio ai piccoli furti».

«Sono due anni che tengo degli incontri con i nostri giovani - ha raccontato Diego Grisetti - per condurli verso la parola di Dio. E vedo come stanno cambiando le cose. Hanno voglia di lavorare e cercano un lavoro onesto, ma non è sempre facile».
A lanciare un appello alle istituzioni, alla politica, alla gente è il presidente dell'associazione «Them Romanò», Vladimiro Torre. «Da dieci anni lavoriamo per i diritti e i doveri dei Sinti - ha spiegato -. L'incontro con la chiesa è un'occasione importante soprattutto per i giovani, che così possono venire via dalla droga, dall'alcol. Questi ragazzi hanno voglia di lavorare, ma purtroppo è difficile trovare un posto di lavoro quando la gente sa che sono Sinti. Ci vuole collaborazione per cambiare le cose. C'è bisogno dell'impegno della politica e delle istituzioni».
Come a proposito del luogo di culto in costruzione a Pratofontana sul quale la polizia municipale, pochi giorni fa, ha messo i sigilli a causa della mancanza delle necessarie autorizzazioni per la sua edificazione.
«Per poca cultura, abbiamo sbagliato non chiedendo tutti i documenti necessari - ha dichiarato Grisetti - ma noi vogliamo cambiare. Quello stabile ci serve come luogo di incontro per i nostri momenti di preghiera. Non c'è nessuna volontà di lucrarvi».
«Lo abbiamo costruito su un terreno che ho acquistato con il risarcimento che ho ottenuto per una operazione chirurgica sbagliata - ha concluso Roberto Torre - soldi che ho voluto spendere per il bene della mia comunità. Chiediamo, quindi, un aiuto: una revoca del provvedimento, affinchè noi possiamo utilizzarlo per i nostri raduni spirituali». (el.pe)

lunedì 1 settembre 2008

Freising (Germania), i giovani Rom e Sinti nella Chiesa e nella società

I giovani “zingari” e il loro ruolo nella Chiesa e nella società saranno al centro del VI Congresso Mondiale della Pastorale per gli Zingari, promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti in collaborazione con la Conferenza Episcopale Tedesca.
Sul programma si legge questa nota: «il termine “zingari”, qui usato, si riferisce a vari gruppi etnici, tra cui Roma, Sinti, Manouches, Kalé, Gitani, Yenish, Romanichals, Boyash, Ashkali, Egyptians, Travellers, ecc. In Europa Occidentale (Regno Unito, Spagna, Francia, ecc.), in alcune zone della Russia, in Asia e America, è più accettato e, a volte, anche più appropriato, il termine «Zingaro» o l’equivalente «Tsigane», «Gitanos», «Cigány», «Tsyganye», ecc. In Europa Centrale e Orientale è ampiamente usato il termine «Roma» in riferimento a queste popolazioni, in quanto per molti Roma e Sinti il termine «Zingari» ha un suono peggiorativo, perché legato a stereotipi negativi e paternalistici diffusi nei loro confronti». Noi di sucardrom invitiamo di nuovo il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti a non utilizzare questo eteronimo.
Il Congresso, che si svolgerà a Freising (Germania) da oggi al 4 settembre proprio sul tema "I giovani zingari nella Chiesa e nella società", "prende spunto dal Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato 2008, nel quale, tra l'altro, il Pontefice esorta ad un impegno a favore dei giovani migranti, al fine di aiutarli ad affrontare nel modo migliore la sfida dell'integrazione e di offrire loro la possibilità di acquisire quanto può giovare alla loro formazione umana, culturale e professionale".

"Pur nelle dovute distinzioni tra migranti e itineranti - sottolinea il testo -, tale esortazione è valida anche per i giovani zingari, di solito maggiormente soggetti alla discriminazione, rispetto ai loro coetanei gağé (non-zingari)".
Sono stati invitati al Congresso i Vescovi promotori e i direttori nazionali, gli operatori pastorali e i rappresentanti Rom e Sinti provenienti dalle 25 Nazioni in cui si registra una pastorale specifica a loro favore. Saranno presenti all'evento per la prima volta delegazioni di Cile, Filippine e Indonesia.
Gli oltre 150 partecipanti, spiega il comunicato, "si impegneranno in una verifica delle necessità spirituali e materiali dei giovani zingari, per denunciare e sanare situazioni di svantaggio che oggettivamente gravano su di loro, e, successivamente, individuare modi più adeguati con i quali sostenere la loro promozione umana e religiosa, e infine favorire una maggiore partecipazione in progetti, decisioni e attività che li riguardano".
Il Congresso sarà articolato in due momenti: al mattino si svolgeranno le esposizioni dei relatori, a cui seguirà un dibattito in assemblea; il pomeriggio sarà invece occupato da due tavole rotonde, una dei direttori nazionali e l'altra dei giovani rom e sinti.
Tra i relatori figurano anche Rom e Sinti impegnati attivamente nelle loro associazioni, come la dott.ssa Eva Rizzin - membro della Federazione Rom e Sinti Insieme e del Centro di ricerca azione contro la discriminazione dei Rom e Sinti - OsservAzione -, che riferirà sulla situazione socio-politica dei giovani rom e sinti oggi e sulle prospettive per il futuro, e Nicolae Gheorghe - già Consulente dell'OSCE-ODIHR sulle questioni dei Rom e Sinti - e Mª Belén Carrera Maya - missionaria spagnola -, che presenteranno le opportunità di aggregazione rom e sinta nei suoi aspetti educativi, professionali e politici.
I Rom e i Sinti, denuncia il comunicato del Pontificio Consiglio, "rappresentano una minoranza svantaggiata, soggetta a discriminazione in tutti i campi: istruzione, lavoro, alloggio e servizi sociali (cure mediche)".
La frammentazione della popolazione "non aiuta a mantenere quell'unità necessaria per una rappresentazione presso i governi o le istituzioni europee", anche se negli ultimi anni "in molti Paesi la minoranza zingara comincia a guadagnare un'attenzione politica", grazie a numerose iniziative dell'ONU e del Consiglio d'Europa, del Parlamento Europeo e dell'OSCE per migliorare le sue condizioni di vita.
"È quindi un tempo decisivo per gli zingari, questo, anche se difficile, per trovare modi di rappresentanza efficace anche al livello internazionale, per proteggere i propri giusti interessi e assicurare che l'identità e la cultura zingara siano riconosciute dalle società maggioritarie", conclude il testo.

martedì 19 agosto 2008

Due uomini di fede imbarazzano il Vaticano

Ferragosto, ogni cosa al suo posto. Il partito Colorado sta in Paraguay ed ha perso le elezioni in aprile, il Popolo della Libertà sta in Italia ed ha vinto le elezioni in aprile.
Fernando Lugo (in foto), formato all'Università gregoriana di Roma in Scienze religiose e sociologia, è stato membro del selezionato gruppo di consiglieri del Consiglio Episcopale latino-americano. Di ritorno in Paraguay si calò nei precetti della Teologia della Liberazione partendo dall'Universo dei poveri, dando loro visibilità e voce, unendosi alle loro cause, partecipando alle loro angustie e alle loro gioie e lavorando perché divengano soggetti della loro liberazione, costruttori di un altro tipo di società e di un altro modello di chiesa fondato sulle Comunità ecclesiali di base.
Don Antonio Sciortino, formato anch'egli all'Università gregoriana di Roma, ha conseguito la licenza in teologia morale. Si è specializzato in Giornalismo presso la scuola superiore di Comunicazione sociale dell'Università Cattolica di Milano. Ha seguito i viaggi del Papa nel 1984 e dal 1999 firma il settimanale "Famiglia Cristiana" in qualità di direttore responsabile.
Fernando Lugo è l'ex vescovo di San Pedro, teologo della liberazione, sospeso in un primo momento "a divinis" dal Vaticano per il suo impegno in politica. Egli ha vinto la sua battaglia contro oltre mezzo secolo di regime colorado, ancorando i suoi valori e modelli di vita e dei rapporti con i settori più diseredati della popolazione che, in Paraguay, il paese più povero del Cono sud, sono la grande maggioranza. Una volta eletto e diventato presidente, lo stesso Vaticano ha accolto la sua domanda di tornare allo stato laicale.
Don Antonio Sciortino è invece il direttore di "Famiglia Cristiana", sconfessato dall'Ufficio stampa del Vaticano per le dure critiche al Governo italiano sui provvedimenti relativi alle impronte digitali ai bambini rom e sull'impiego dei militari nelle città, a fronte dell'impoverimento progressivo delle famiglie italiane. Sciortino è oggi sotto il fuoco incrociato di ministri e sottosegretari del governo Berlusconi, così come Fernando Lugo in Paraguay lo è stato per mano dei colorados e del presidente Frutos che, allarmati dai sondaggi, hanno cercato aiuto in Vaticano per invalidare la sua candidatura.

Sciortino ha risposto alle critiche con semplicità dicendo che la rivista si schiera, come recita il nome, al fianco delle famiglie (cristiane). Quelle che non arrivano a fine mese, quelle che "vanno nelle mense della Caritas anche alla metà del mese per mangiare" (La Stampa). "Le nostre posizioni sono perfettamente allineate a quelle del cardinale Martino - si è difeso il direttore del settimanale -. Il quale invita a combattere la povertà, non i poveri che rovistano nei cassonetti".
Che dire? Due uomini di fede in due continenti diversi, accomunati da un percorso di studio comune all'Università gregoriana, che hanno procurato imbarazzo alla Santa Sede per le loro battaglie a fianco dei più deboli contro le politiche securitarie dei rispettivi governi.
Di Antonio Sciortino c'è chi, dopo la "scomunica vaticana" ne chiede la testa come direttore del settimanale cattolico, mentre da molti altri, politici e non, gli stanno giungendo messaggi di solidarietà e di speranza per un cambiamento. Fernando Lugo, invece, rappresenta già il cambiamento del Paraguay, un vero e proprio cambio di stagione. di Domenico Ciardulli

Tettamanzi: «L'appello del Papa chiede ora di essere messo in pratica»

Il cardinale Dionigi Tettamanzi, nelle parole di Benedetto XVI all'Angelus, invita a cogliere anzitutto l'aspetto della coerenza, a cominciare dai fedeli: la responsabilità di chi regola la propria vita in base a quella che ha più volte definito come la «Carta» dei cristiani, le Beatitudini evangeliche, l'attenzione ai poveri e agli ultimi.
L'arcivescovo di Milano è tra i non moltissimi ambrosiani rimasti a presidiare la città di metà agosto, nell'omelia dell'Assunta aveva invitato i fedeli ad «andare controcorrente», a liberarsi dalla «schiavitù della materialità» e «dall'affermazione di un egoismo violento che spegne ogni apertura e sensibilità verso chi è debole e povero», ad essere «ostinati testimoni di speranza».
Così ora misura le parole e spiega: «È da sottolineare, tra l'altro — laddove il Santo Padre parla di "tentazione del razzismo, intolleranza e esclusione" — l'impostazione che ha voluto dare al suo intervento. Egli si rivolge anzitutto alla comunità cristiana affinché sia attenta, vigile e protagonista nell'accoglienza, e al tempo stesso con la sua presenza brilli come segno profetico di comunione e di solidarietà dentro la società».
Quando in aprile, dopo lo sgombero di un campo rom, una nota della Curia milanese aveva denunciato che si era scesi «sotto il rispetto dei diritti umani», la faccenda non riguardava gli schieramenti ma, ancora una volta, la famosa «Carta», quel rispetto umano «che imporrebbe qualche tanica d'acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, una qualche soluzione alternativa», si leggeva. Il cardinale non ama che le sue parole vengano piegate alla cronaca, interpretate secondo gli schemi della polemica politica.
La cosa, a maggior ragione, vale per il Papa e le sue parole sull'intolleranza e il razzismo. «L'insegnamento di Benedetto XVI è rivolto alla Chiesa universale», premette Dionigi Tettamanzi. «Anche a Milano, quindi, ci sentiamo interpellati dalle sue parole». L'essenziale, di là dalle interpretazioni interessate e dalle polemiche, è appunto «mettere in pratica» ciò che il Pontefice ha ripetuto, scandisce l'arcivescovo: «Nella diocesi ambrosiana assistiamo da tempo ad un consistente fenomeno di immigrazione che sta portando da noi un notevole numero di stranieri: nelle nostre parrocchie siamo attivi affinché questi nuovi venuti siano accolti, aiutati nell'inserimento nella comunità cristiana e nella società e non siano oggetto di pregiudizi, anzitutto da parte dei credenti».

Questo è il punto. E l'arcivescovo lo sa bene, è l'esperienza quotidiana del suo episcopato da sei anni a questa parte. L'accoglienza aliena da pregiudizi, considera, «non è una missione facile, anche perché il problema è complesso e la sua soluzione esige saggezza e impegno a rispettare — insieme — i diritti dei singoli e della società».
In quell'«insieme» c'è il cuore del discorso. La Chiesa sa bene come l'intolleranza verso gli stranieri e i diversi esprima talvolta il disagio di altri «ultimi». Lo stesso Benedetto XVI ha parlato di «manifestazioni preoccupanti, legate spesso a problemi sociali ed economici, che tuttavia mai possono giustificare il disprezzo e la discriminazione razziale». Di qui la necessità, più volte espressa dal cardinale nei suoi «discorsi alla città» alla vigilia di Sant'Ambrogio, di dare «risposte concrete nel segno della legalità, della sicurezza, dell'accoglienza».
L'unica è tenere assieme le tre cose, anche se non è davvero facile. «Rispettare i diritti dei singoli e della società». Il cardinale allarga le braccia: «Non sempre l'azione è coronata da successo. Abbiamo — come primaria — una preoccupazione educativa, affinché non prevalga la paura istintiva: nel rapporto con l'altro, con lo straniero, con il diverso». Qui possono venire in soccorso la responsabilità sociale di tutti e, per i credenti, la coerenza rispetto alle Beatitudini.
Nell'ultimo discorso di Sant'Ambrogio Tettamanzi aveva puntato il dito contro «l'incoerenza tra il dire e il fare, uno dei segnali più evidenti dell'individualismo parolaio di chi crede di essere al passo con i tempi e magari si sente moralmente importante, ma solo a parole».
Quanto ai fedeli, ancora risuonano le parole (in apparenza) paradossali che Tettamanzi pronunciò due anni fa, al convegno Cei di Verona: «È meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo». La coerenza, ancora una volta, «non alla maniera di semplici ripetitori ma di testimoni efficaci». Anche se talvolta esige di pagare un prezzo. L'alternativa è quella che l'arcivescovo ha descritto a giugno, nella sua ultima lettera pastorale, con parole insolitamente dure: «Non è spontaneo per nessuno rifarsi e ispirarsi allo spirito radicale del Vangelo e c'è per tutti il rischio di chiudersi in una preoccupazione per noi stessi, che ci fa scoprire la più grande miseria morale». Perché «il rapporto con l'altro, lo straniero e il diverso sono temi decisivi», ripete ora Tettamanzi. Come decisive sono le parole di Benedetto XVI, conclude: «Su questi temi, il mio magistero si muove a partire dalla Parola di Dio ed è sostenuto dalla preghiera, così come ci ha insegnato con grande chiarezza e sapienza il Papa nell'Angelus, ed ha come esclusivo obiettivo l'azione pastorale, la crescita nella santità del popolo che il Signore mi ha affidato e l'amore preferenziale per i poveri». di Gian Guido Vecchi

lunedì 18 agosto 2008

Solidarietà a Famiglia Cristiana

I Beati Costruttori di Pace hanno scritto al Direttore di Famiglia Cristiana la seguente lettera. Noi di sucardrom ci uniamo ai Beati nell’esprimere solidarietà a tutta la redazione del settimanale edito dai Paolini.

Carissimo direttore, un grazie grande per la chiarezza e la franchezza con cui Famiglia Cristiana ha smascherato la sostanza politica e sociale sottesa ai vari depistaggi sull’emergenza e sulla sicurezza e per il coraggio con cui ha denunciato i pesanti messaggi di alcuni provvedimenti, che producono nella società un clima di disagio e di divisione tra i cittadini, a volte accompagnato da odio e rifiuto dei più poveri e dei più marginali.
Non siamo stupiti e in qualche modo mettevamo in conto la reazione rabbiosa alla sua persona e alla rivista da Lei diretta. L’offesa volgare con sentenza sommaria di condanna delle persone fa parte di una prassi ormai collaudata da anni di molti dei responsabili politici dell’attuale Governo.
È con questo metodo che da tempo vengono vilipese e sgretolate anche le Istituzioni.
Quello che più ci scandalizza e ci addolora è la dissociazione del Vaticano e della Conferenza Episcopale Italiana. La nota di chiarificazione da Lei pubblicata è ineccepibile sul piano formale, ma quello che viene percepito sia dall’opinione pubblica che dalla compagine governativa è una sconfessione secca di Famiglia Cristiana.
Anche la modalità è pesante: nessun dialogo e confronto sui contenuti, nessun riferimento di fede, nessuna richiesta ai responsabili politici di correttezza e di rispetto per i fratelli nella fede.
Vogliamo cordialmente esprimervi la nostra solidarietà evangelica, condividendo con voi fino in fondo, non solo la scelta, ma anche l’ottica dei più poveri per un discernimento ecclesiale di fede.
Infine vi preghiamo: accettate di essere segno di contraddizione non solo nella società, ma anche dentro la Chiesa. Siamo in tanti a chiedervelo perché siamo ormai in troppi ad averne bisogno. “Beati voi quando…. godete ed esultate”!

Benedetto XVI, sono preoccupato per i nuovi razzismi

Duro monito del Papa contro le nuove forme di razzismo che si registrano in diversi paesi del mondo: si tratta - ha detto ieri prima della preghiera dell'Angelus recitata a Castelgandolfo - di manifestazioni «preoccupanti, legate spesso a problemi sociali e economici, che tuttavia mai possono giustificare il disprezzo e la discriminazione razziale».
Le riflessioni di Benedetto XVI hanno preso spunto dalle sacre scritture della liturgia odierna, dove il Profeta Isaia e l'apostolo Paolo parlano del dovere dell'accoglienza verso gli stranieri.
Un dovere, ha spiegato Benedetto XVBI, di cui la comunità cristiana deve divenire consapevole, «soprattutto nel nostro tempo», al fine - ha detto - di «aiutare anche la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione e ad organizzarsi con scelte rispettose della dignità di ogni essere umano».
«Una delle grandi conquiste dell'umanità è infatti proprio il superamento del razzismo. Purtroppo, però, di esso si registrano in diversi Paesi nuove manifestazioni preoccupanti, legate spesso a problemi sociali ed economici, che tuttavia mai possono giustificare il disprezzo e la discriminazione razziale».
«Preghiamo perchè dovunque cresca il rispetto per ogni persona, insieme alla responsabile consapevolezza che solo nella reciproca accoglienza di tutti e' possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera».
L'intervento del Papa sui pericoli di un nuovo razzismo è giunto al termine di una settimana segnata, in Italia, dal duro scontro tra il settimanale cattolico 'Famiglia Cristiana' ed esponenti del governo sui temi della sicurezza, sulle impronte digitali ai bambini rom, sulla possibile rinascita del fascismo sotto nuove forme. Tra le accuse della rivista dei Paolini ai nuovi provvedimenti dell'esecutivo anche quella di discriminazione razziale verso gli immigrati.
Per quanto riguarda la realtà italiana, la Santa Sede, per bocca del suo portavoce padre Federico Lombardi, ha precisato due giorni fa, su domanda di giornalisti, che la rivista dei Paolini non rappresenta la linea ne del Vaticano ne della Conferenza episcopale italiana.
La parole del Papa segnalano tuttavia la generale preoccupazione della Chiesa cattolica per i fenomeni di razzismo che sembrano riaffacciarsi, a livello di società civile, in molte realtà moderne.

La Tavola della Pace con Famiglia Cristiana

All’indomani delle pesanti espressioni di intolleranza rivolte da alcuni esponenti del governo al direttore di Famiglia Cristiana, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace ha inviato a Don Antonio Sciortino il seguente messaggio di solidarietà.

Caro Direttore, voglio esprimere, a Lei e a tutta la redazione di Famiglia Cristiana, la mia sincera solidarietà per i pesanti insulti che Le sono stati rivolti. Essi rivelano preoccupanti atteggiamenti di intolleranza che indeboliscono la nostra democrazia e violano gli stessi diritti alla libertà di opinione e di informazione.
Condivido pienamente le vostre preoccupazioni e riflessioni sulla grave condizione in cui versa il nostro paese e sulle altrettanto gravi responsabilità di chi ci sta governando. Nessuno può sottovalutare l’allarme lanciato anche dal Suo giornale. Un’ondata di politiche discriminatorie accompagnate da un linguaggio e da campagne mediatiche che spargono violenza, tensioni e insicurezza sta alimentando una preoccupante serie di violazioni dei fondamentali diritti umani sanciti innanzitutto nella nostra Costituzione. L’impegno contro la miseria, l’impoverimento e l’emarginazione di tante persone e famiglie, dentro e fuori il nostro paese, deve essere messo al primo posto dell’agenda politica italiana. Ringrazio il Suo giornale per averlo detto, ancora una volta, in modo chiaro e inequivocabile. di Flavio Lotti

giovedì 12 giugno 2008

Dossier Caritas: «Rom e romeni più vittime che criminali»

In un anno il numero dei romeni in Italia è raddoppiato: ad inizio 2008 è stato superato il milione di presenze. Lo stima la Caritas Italiana. All'inizio del 2007, la comunità romena regolare era stimata in 556mila; dopo un anno l'ipotesi è che sul territorio italiano ci siano 1.016.000 romeni. Di questi, il 73,7% è qui per motivi di lavoro e il 23,5% di famiglia. La maggior parte, il 53,4%, sono donne.
Il rapporto Caritas. È la fotografia che presenta la Caritas Italiana in un rapporto, presentato giovedì al Cnel, sull'immigrazione romena. La pubblicazione utilizza dati di varie fonti ed è stata curata da una cinquantina di autori, un terzo di questi romeni.
Nel 1980 i romeni in Italia erano appena 8mila. In 17 anni sono aumentati di ben cento volte. I ricercatori della Caritas sostengono che se anche la stima di un milione di romeni fosse eccessiva (è possibile un errore del 10-15%) e la comunità contasse 850 mila presenze, quella romena sarebbe comunque la più numerosa nel nostro paese.
Il gruppo più ampio è nel Lazio (200mila), Lombardia (160mila), Piemonte (130mila). Le rimesse dei romeni ammontano a quasi 4 miliardi l'anno. Per l'Un’impresa, sarebbero 20mila le imprese italiane in Romania che danno lavoro a 800mila persone; alimentano un interscambio di 12 mila miliardi di euro annui. Il loro fatturato è di 150 milioni di euro, pari al 7% del Pil.

Discriminazioni e Criminalità. Il documento prodotto dalla Caritas si sofferma anche sul rapporto esistente tra immigrazione romena e sicurezza. Il focus sui romeni parte dalla constatazione che l'argomento criminalità ad opera di stranieri in Italia è un «problema serio» e che in particolare i romeni, che sono stati il 12% dei soggiornanti nel 2006, hanno inciso con una percentuale più alta in diversi reati (omicidi volontari consumati, violenze sessuali, furti di autovetture, furti con strappo, furti in abitazione, furti con destrezza, rapine in esercizi commerciali e rapine in pubblica via, estorsioni).
Va però messo in evidenza un dato fondamentale: Le vittime di questi reati sono per lo più romene. Questo significa che il problema non risiede nell’indole violenta dei cittadini romeni, ma nelle difficili condizioni economiche e sociali in cui versa tale popolazione nel nostro paese.
Comunque, si legge nel dossier, si può sottolineare che tra i romeni ci sono solamente piccole frange di persone che si comportano male rispetto alla stragrande maggioranza. Anche tra i romeni vi sono le organizzazioni malavitose che si occupano di immigrazione clandestina, tratta degli esseri umani, lavoro nero, traffico di sostanze stupefacenti, contraffazione, clonazione di carte di pagamenti, accattonaggio e sfruttamento di minori e di storpi.
Prostituzione romena. Per alimentare il circuito della prostituzione, le ragazze vengono reclutate con violenza nelle zone più povere della Romania: si tratterebbe, tra le romene e quelle di altre nazionalità, di 18.000/35.000 persone l'anno che circolano in Italia. La stragrande maggioranza dei clienti delle prostitute romene sono cittadini italiani che contribuiscono notevolmente a far lievitare la domanda nel mercato nero della prostituzione . Purtroppo, sono ricorrenti anche gli atti di violenza sessuale all'interno delle mura domestiche, a danno delle romene o di altre colf a servizio delle famiglie italiane.
Un aspetto ancor più preoccupante consiste nel fatto che un terzo dei minori stranieri denunciati è romeno (4.000 nel 2004), per lo più di sesso femminile e in prevalenza rom e accusate di furto contro il patrimonio; quasi un migliaio di questi minori sono passati nei centri di prima accoglienza. Inoltre i romeni sono i primi anche tra i minori non accompagnati (più di 2.000), abbandonati o venduti dai genitori o desiderosi di sfuggire a un regime familiare oppressivo o allontanatisi per altri motivi.
I Rom. Oltre a vivere in situazione di povertà ed emarginazione, sono svantaggiati per l'alloggio, i servizi sociali, l'occupazione, l'istruzione e oggetto di notevoli pregiudizi che li inquadrano come approfittatori, malviventi o vagabondi: essi, non di rado invisi anche in patria, costituiscono una questione specifica all'interno della questione dei romeni. In Romania i rom sono ufficialmente 535.140, il 2,5% della popolazione locale, ma in realtà sarebbero fino a 4 volte di più: studiati in profondità da Etnobarometro, essi si tripartiscono in 23 gruppi e quindi in ulteriori sottogruppi, con caratteristiche differenziate: alcuni sono nomadi e altri sedentari, alcuni istruiti e integrati (le élite) e altri no, per cui dovrebbe essere maggiormente articolato l'approccio nei loro confronti.
Gli aspetti problematici, riscontrati in tutti i flussi migratori di massa, possono però essere ridimensionanti tramite l'insistenza sulla legalità (anche a livello lavorativo), il coinvolgimento delle associazioni dei romeni (un immigrato che delinque offusca innanzitutto l'immagine della collettività), la collaborazione bilaterale e una maggiore insistenza sui percorsi di integrazione: c'è bisogno di una strategia concreta e ispirata alla reciproca fiducia.
Rapporto Unar. I romeni più che «untori sono delle vittime»: lo sostiene l'Unar, l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali che fa capo al ministero delle Pari opportunità, secondo quanto riferisce un rapporto della Caritas Italiana dedicato all'immigrazione romena. L'Unar, che collabora con l'omologo romeno Cncd e con le associazioni romene, sulla base delle segnalazioni che riceve, parla di «ricorrenti situazioni di discriminazione e di disparità» per quanto riguarda i romeni. Essi sono in particolare vittime di «un'informazione tendenziosa» sui fatti nei quali sono coinvolti connazionali.
E poi: subiscono la mancanza di informazioni per l'assistenza legale; sono sfruttati sul posto di lavoro, specialmente nel settore edile dove hanno il primato negli infortuni mortali e nelle molestie sessuali subite da donne; sono perseguiti dalla sicurezza pubblica con atteggiamenti intimidatori; hanno difficoltà burocratiche e sono oggetto di atteggiamenti ostili degli operatori pubblici. A volte - prosegue l'Unar - si hanno segnalazioni di impedimenti che ostacolano l'esercizio del diritto di voto nelle amministrative del 2007: qualche comune ha addirittura preteso una traduzione legalizzata della parola 'Bucarestì, nome romeno della capitale. «Contrariamente a quanto si crede - afferma il rapporto - la vita quotidiana dei romeni non è facile»

sabato 8 settembre 2007

Toc toc... Vaticano dove sei?

C’è un aspetto del dibattito sulla sicurezza che non può non colpire. Nel frastuono provocato dai proclami che stanno spaccando il centrosinistra, e dalle fiammate che partono dal fronte del centrodestra, manca quasi del tutto una voce, quella che si è sempre schierata in difesa degli ultimi e dei deboli: la voce della Chiesa.
Spesso è stata proprio questa voce a parlare in difesa, e al posto, di chi la propria voce non è mai riuscita a farla ascoltare. Ora, però, questa voce stenta, è mancata un po’ a tutti i livelli. Insomma, ben diverso trattamento sta ottenendo questa questione rispetto ad altre che sempre questa estate hanno interessato in diversa maniera la Chiesa. Basta pensare alle polemiche sulla legge 194 e poi sulla bioetica e i cosiddetti embrioni-chimera.
Invece, sul trattamento che stanno ricevendo gli immigrati, i rom e i poveri - che siano essi lavavetri, mendicanti o altro - ancora nulla: né una difesa, anche d’ufficio, degli ultimi, né un rimbrotto a coloro che degli ultimi parlano come se fossero pacchi. Proprio così, pacchi.
Ieri Franco Frattini, ex ministro degli Esteri nel governo Berlusconi e ora commissario europeo per Libertà, Sicurezza e Giustizia, intervistato dalla Stampa su questi temi, non ha avuto problemi ad additare l’esempio della Francia che «ha appena impacchettato e rispedito in Romania due campi nomadi in blocco». Nella stessa intervista, sempre Frattini, dice ancora: «il concetto di “country shopping” è facile: sono senza arte né parte e mi scelgo il paese che mi pare. Eh No! Devi dimostrare di poterti mantenere».
Ecco, senza voler entrare nel merito della questione, ci limiteremmo a notare come, anche in questo caso, sembra che si parli di persone senza considerarne l’aspetto esistenziale, ovvero si tratta della vita di uomini e donne quasi fossero oggetti e non esseri umani con una propria singolarità, sentimenti e una storia alle spalle sulla quale fare le proprie scelte che non sempre sono libere. Frattini però non è il solo ad aver utilizzato espressioni tanto ciniche: basta ripensare alle parole e ai toni utilizzati nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno, Giuliano Amato.
L’impressione, allora, è che la voce della Chiesa trovi più facilità a levarsi alta e autorevole - e ai massimi livelli come è avvenuto nel caso della legge sull’aborto - quando ad essere toccati sono i princìpi. Quando invece ad essere toccati sono soprattutto gli uomini - carne e sangue, insomma - questa voce stenta un po’. Ci piacerebbe che la stessa autorevolezza con la quale il cardinale Camillo Ruini ha invitato alla revisione della legge 194 fosse messa anche nel contrastare atteggiamenti come quello del Frattini che parla di "impacchettare i campi nomadi". Perché non possiamo credere che la Chiesa la pensi nello stesso modo. (il Riformista)