martedì 14 luglio 2009
lunedì 13 luglio 2009
Sciopero dei blog, il rumoroso silenzio
Per la prima volta nella storia della Rete i blog entrano in sciopero.
Accadrà domani, 14 luglio, con una giornata di rumoroso silenzio dei blog italiani contro il disegno di legge Alfano, i cui effetti sarebbero quelli di imbavagliare l'informazione in Rete.
Il cosiddetto obbligo di rettifica, pensato sessant'anni fa per la stampa, se imposto a tutti i blog (anche amatoriali) e con le pesanti sanzioni pecuniarie previste, metterebbe di fatto un silenziatore alle conversazioni on line e alla libera espressione in Internet.
Domani 14 luglio dunque, invece dei consueti post, i blog italiani metteranno on line solo il logo della protesta, con un link al manifesto per il Diritto alla Rete: http://dirittoallarete.ning.com. Sul network verrà pubblicato inoltre uno slideshow di tuti i blogger imbavagliati che hanno aderito.
L'iniziativa prevede anche un incontro-sit in piazza Navona a Roma, alle ore 19 di martedì 14 luglio, e un simbolico imbavagliamento sia dei blogger presenti sia della statua simbolo della libertà di espressione, quella del Pasquino.
Hanno aderito all'iniziativa blogger di ogni area politica (ma anche non politici) ed esponenti di diversi partiti e associazioni.
Tra gli altri: Ignazio Marino, Vincenzo Vita, Mario Adinolfi e Francesco Verducci (Pd); Antonio Di Pietro (Idv): Pietro Folena (Partito della Sinistra Europea); Amici di Beppe Grillo di Roma, Calabria e Taranto; Articolo 21; Sinistra e Libertà; Per il Bene Comune; Partito Liberale Italiano (PLI).
Hanno aderito a titolo personale anche Giuseppe Civati, Sergio Ferrentino, Massimo Mantellini, Alessandro Robecchi, Claudio Sabelli Fioretti, Ivan Scalfarotto, Luca Sofri, Marco Travaglio e Vittorio Zambardino.
Anche alcuni parlamentari della maggioranza (come Antonio Palmieri e Bruno Murgia), seppur non verranno in piazza, hanno espresso la loro contrarietà alla norma imbavaglia-Rete presente nel ddl Alfano.
Sarà in piazza Navona anche il professor Derrick de Kerckhove, guru della Rete e docente all’Università di Toronto. Verrà infine annunciata la costituzione della “Consulta permanente per il Diritto alla Rete”: avrà l’obiettivo di aprire un tavolo di confronto tra il mondo della Rete e la politica, che tenga conto della libertà di espressione e di informazione, e soprattutto delle necessità di chi la Rete la vive ogni giorno come utente e cittadino.
Verona, giustizia è fatta
E' arrivata la condanna definitiva per Flavio Tosi, attuale sindaco di Verona, e per gli altri cinque esponenti della Lega, che nel 2001 avviarono una campagna razzista contro i Sinti veronesi. Sgomberati dal loro luogo di residenza dall'assessore Fabio Gamba della giunta Sironi. Famiglie italiane che per tutta l'estate di quell'anno vagarono da uno spiazzo all'altro finché il presidente della Sesta Circoscrizione, Luigi Fresco, non accettò di ospitarli in un parcheggio di borgo Venezia.
Un’odissea a cui si aggiunse la violentissima campagna mediatica nei toni dei manifesti e delle interviste di allora.
In un recente incontro della Lega alla Gran Guardia il Sindaco si è vantato di quella campagna, affermando che riguardava campi abusivi. Falso! Perché i Sinti veronesi abitavano in quella zona da più di dieci anni, come testimoniarono al processo anche i dirigenti scolastici della circoscrizione.
Due mesi di carcere per “propaganda razzista”, più 50mila euro da versare alle vittime, oltre al pagamento di tutte le spese legali. La Cassazione ha confermato la condanna per il sindaco di Verona, Flavio Tosi e per: il deputato Matteo Bragantini, il vice presidente della Provincia Luca Coletto, la sorella del sindaco Barbara Tosi, l'assessore comunale Enrico Corsi e un militante del Carroccio, Maurizio Filippi.
Ora bisognerà attendere alcune settimane per conoscere le motivazioni della sentenza della corte di Cassazione che ha confermato la condanna già inflitta da tre diversi organi giudicanti: prima il tribunale di Verona nel dicembre 2004 per incitamento e propaganda di idee razziste, poi la corte d'appello di Venezia in due diverse sentenze. La prima fu decisa il 30 gennaio 2007 ma fu poi annullata con rinvio dalla Cassazione il 13 dicembre di quello stesso anno.
Il 20 ottobre del 2008, però, sempre i giudici di secondo grado confermarono la condanna a due mesi solo per propaganda di idee razziste. Contro questa decisione i difensori di Tosi e degli altri 5 imputati, gli avvocati Paolo Tebaldi e Giovanni Maccagnani e il professore Piero Longo di Padova, presentarono ricorso in Cassazione. E la Corte di ultima istanza, ha deciso ieri sera con una sentenza di condanna che mette una pietra tombale su questo processo, durato quasi cinque anni.
Sucar Drom accoglie questa condanna con grande soddisfazione e ringrazia gli avvocati Federica Panizzo, Enrico Varali, Paola Malavolta e il professore Lorenzo Picotti per il loro impegno profuso in questi otto anni di battaglia legale. Nel 2001 gli attuali vertici di Sucar Drom, erano nel Consiglio direttivo dell’Opera Nomadi di Mantova che si affiancarono alle associazioni antirazziste veronesi (quali il Cesar K e il Circolo Pink) nel sostenere la battaglia dei Sinti Veronesi.
Scrive con giustamente con orgoglio il Circolo Pink: “Noi eravamo fra quelli che nel 2001 si opponevano alla raccolta di firme organizzata da Tosi e soci, tra cui un attuale parlamentare (Matteo Bragantini), un assessore comunale (Enrico Corsi), un consigliere comunale nonché vicepresidente della Provincia (Luca Coletto), la sorella del sindaco, Barbara, capogruppo della Lega in consiglio comunale, e il militante Filippi. Ci ricordiamo bene il loro atteggiamento ai "banchetti" di raccolta firme allo stadio mentre spargevano odio fra le persone del mercato. Ora sarebbe bene che Flavio Tosi e gli altri condannati si dimettessero dalle loro cariche istituzionali. Chissà, magari, al pari di altri veronesi in odor di condanna per fatti razzisti, potrebbero impiegare il loro tempo nei servizi sociali oppure nella pulizia della città dai tanti rifiuti ingombranti che vengono abbandonati in giro.”
Ddl sicurezza, il peccato della sodomia
Il gravissimo peccato della sodomia, contrariamente a quanto potenti e chierici sessuofobi e omofobi hanno voluto raccontare e far credere, non ha nulla a che fare con il sesso, né etero né omo, ma riguarda il comportamento nei confronti dello straniero e del debole. Ricordiamo per sommi capi l'episodio biblico
Lot, nipote di Abramo, risiede nella città di Sodoma e ospita tre stranieri, nella fattispecie i tre arcangeli sotto spoglie di viandanti che hanno annunciato ad Abramo la nascita utopica di suo figlio Isacco. I sodomiti si recano a casa di Lot e gli intimano di consegnar loro gli stranieri per violentarli. Non portano loro un invito per un’orgia, ma vogliono usare contro di loro una delle più atroci e degradanti forme di violenza.
Questa è la ragione per la quale i nostri maestri indicano la sodomia come il peccato irredimibile di violenza contro lo straniero e ciò vale a fortiori per il clandestino, perchè essendo sprovvisto di tutele giuridiche è doppiamente straniero, in quanto straniero e debole. La città ostile allo straniero fu rasa al suolo perchè non vi si trovarono dieci giusti che potessero intercedere per la sua salvezza. Fortunatamente nel nostro Paese molte sono le voci che si sono levate a denunciare con toni fermi questa legge vile e malvagia, a cominciare dalla Chiesa cattolica e numerose associazioni cristiane.
Il ministro Maroni invece ha dato prova della sua caratura con la consueta protervia del vincitore. Quelli come lui definiscono tutti quelli che sanno indignarsi contro la vigliaccheria: buonisti. Noi non siamo buonisti, siamo giusti. E' bene tuttavia avvertire coloro che per paura portano il loro acritico consenso alla Lega che l'odio verso lo straniero, l'indifferenza verso le sue sofferenze e la sua disperazione non portano sicurezza ma infamia. di Moni Ovadia, 4 luglio 2009
sabato 11 luglio 2009
Perchè gli "zingari" sono sparpagliati sulla terra
Questo fatto accadde molto tempo fa.
Uno zingaro era in viaggio con la sua famiglia. Il suo cavallo era magro e malfermo sulle gambe, e più la famiglia dello zingaro cresceva, più al cavallo riusciva difficile tirare avanti il suo pesantissimo carro. Ben presto, d’altronde, il carro fu talmente pieno di ragazzetti che saltavano l’uno sull’altro che il povero cavallo poteva a malapena trascinarsi lungo la pista sconnessa.
Mentre il carro procedeva faticosamente, inclinandosi prima a sinistra, poi piegandosi a destra, pentole e padelle finivano per rotolare fuori e, di tanto in tanto, anche qualche bambino veniva scagliato a capofitto sulla strada.
Certo, non era poi così terribile di giorno, quando potevi sempre fermarti a raccogliere da terra pentolame e marmocchi, ma di notte poteva cadere qualsiasi cosa e neppure te ne saresti accorto. E in ogni caso, chi mai sarebbe riuscito a tenere il conto di una tribù simile? E intanto il ronzino continuava per la sua strada.
Lo zingaro continuò a viaggiare per il mondo e, dovunque andasse, si lasciava dietro un figlio e un altro, e un altro ancora.
E così, vedete, accadde che gli zingari si sparpagliarono in tutto il mondo.
in Storie e fiabe degli zingari, a cura di Diane Tong
venerdì 10 luglio 2009
Meeting Antirazzista, io non ci sarò!
Non aver paura, non aver paura… questo mi viene in mente, quando penso al Meeting di Cecina. Non è solo il titolo del meeting, ma è anche il concetto che l’Arci dovrebbe avere in testa quando si confronta con i leader sinti.
Non aver paura Ermanni, a spiegare pubblicamente le vere motivazione dell’esclusioni delle federazione Rom e Sinti Insieme dal meeting. Non aver paura presidente Beni, a spiegarci perché i Sinti sono stati esclusi dal Meeting. Non aver paura Striano a dire i perché i Sinti a Cecina non li vuoi.
L’Arci oltre a non aver paura deve anche informarsi meglio sui Rom e sui Sinti in Italia, perchè certe dichiarazioni fatte da Ermanni alla stampa alimentano ancor di più la disinformazione e conseguentemente i pregiudizi e l’odio nei nostri confronti. Ermanni ha dichiarato: “In Italia i rom e sinti sono 180 mila e l'80% di loro è di nazionalità italiana. Almeno il 30% possiede un lavoro.”
Vorrei chiedere ad Ermanni: dove sono state prese queste statistiche? Chi ha effettuato queste indagini? Inoltre vorrei chiedere ad Ermanni: se il solo 30% di noi sinti e rom lavora, l’altro 70% cosa fa? Va a rubare? Non è certo un bel inizio per un Meeting Antirazzista
Leggo sul sito di Arci toscana che il programma è ancora provvisorio (strano davvero…), forse stanno pensando di togliere anche i nomi degli ultimi Sinti? Vedo che il mio nome compare ancora, bisognerebbe partire da lì. Chiedo all’amico Ermanni di toglierlo visto che sono stato inserito solo perché si sono resi conto che stavano discriminando i Sinti italiani.
Io non ci sarò, ma chiedo all’Arci di fare luce su quanto è successo e di nominare un nuovo responsabile nazionale per i Rom e Sinti, visto che Ermanni ha già fatto la sua scelta, schierandosi solo con una parte di questi. E, per favore, che sia o Sinto o Rom. di Yuri Del Bar (foto, particolare da Hidden Side)
G8, una ingannevole luna di mile
Dopo il g8 la batteria massmediatica dell'Occidente, aiutandosi con tanti articoli di "colore" si prodiga a stendere un'atmosfera di luna di miele su un Berlusconi che esce quasi da titano da un appuntamento pericoloso e preceduto da funesti presagi, un Barak Obama che stringe la mano (per ben due volte!!) a Gheddafi, un accordo incompleto sul clima che dà un tocco ecologico al summit e che dovrebbe eccitare i verdi di tutto il mondo rendendoli riconoscenti ad Obama che, a differenza di Bush, si preoccupa del riscaldamento e del difficile futuro dell'umanità.
Naturalmente nessuno si azzarda ad avventurarsi nelle grandi omissioni dell'agenda dell'Aquila: poche e generiche notazioni sulla più grande crisi finanziaria del dopoguerra che ha svenato gli Stati a sostegno di banche e finanzieri ladroni recidivi. Si apprende al riguardo che i managers di una grande finanziaria americana che ha ricevuto 180 miliardi di dollari dal governo USA ha subito ripristinato i superbonus milionari per i suoi dirigenti. Obbedendo all'ammonimento di Soros gli Usa ed i cortigiani europei non hanno stabilito di regolare il mercato mondiale che resterà libero ed aperto alle incursioni ed alle piraterie del liberismo nella sua fase criminale.
Per quanto riguarda l'Africa non è stato preso in considerazione nessun progetto di pacificazione delle tante guerre che la inchiodono alla miseria più nera e che sono quasi sempre fomentate dalle ingerenze post colonialistiche dell'Occidente a cominciare dal Corno d'Africa da decenni funestato da guerre a causa della sua importanza geostrategica. Il Niger viene flagellato dall'incuria delle compagnie petrolifere a cominciare dall'Eni e dalla Shell che ne hanno avvelenato il delta del grande fiume e, per abbassare i costi, non si curano della manutenzione e della devastazione del suolo, delle acque, della salute dei disgraziati abitanti.
Il fiore all'occhiello del summit è l'accordo sul clima che per quanto largamente inefficace e spalmato da qui al 2050 mira a frenare lo sviluppo dei nuovi giganti dell'economia mondiale India,Cina e Brasile che giustamente chiedono un corrispettivo in tecnologia per compensare le maggiori spese antiiemissioni che Obama e gli altri si sono ben guardati dal proporre e si guarderanno bene dal concedere.
Intanto, il mondo non rappresentato dalla mielosa prosa dei laudatori, va avanti per conto suo. Si attacca l'Iran per le repressioni delle proteste (fomentate dalla Cia) e si parla del suo Capo di Stato come di un Presidente oramai azzoppato. Si costringe il Presidente cinese a rientrare precipitosamente a Pechino per via del pogrom degli Uiguri presentato in Occidente come attacco ai diritti umani degli stessi (bomba propagandistica cronometrata al millesimo sul g8 come la bomba tibetana del Dalai Lama fu cronometrata sulle Olimpiadi), il Golpe honduregno giunge alla sua terza settimana e non sembra che qualcuno a Washington abbia fretta di consentire il ripristino al suo posto del legittimo Presidente deposto dai gorillas bananas.
L'Italia che ospita il g8 si è data una legge razzista che criminalizza l'immigrazione e la mette in mano ai capricci dei datori di lavoro che la utilizzano spesso in nero. Scheda i barboni in un apposito elenco presso le Questure e non presso gli uffici del welfare e consente di strappare alle famiglie dei poveri immigrati e rom i bambini. Il Presidente Napolitano che bacchetta la Cina per i "diritti umani" non penso abbia intenzione di fermare un obbrobrio razzista più grave di quello delle leggi di Mussolini. di Pietro Ancona, continua a leggere…
Mao Valpina: caro Presidente non firmi il ddl sulla "sicurezza"
Caro Presidente Napolitano, sono un cittadino italiano, giornalista, segretario del Movimento Nonviolento (la storica associazione fondata nel 1961 da Aldo Capitini, filosofo “persuaso” della nonviolenza).
Le scrivo a proposito del cosiddetto “pacchetto sicurezza” approvato dal Senato lo scorso 2 luglio. Già molte voci autorevoli si sono levate per chiederLe di non ratificare tale normativa. Desidero aggiungere anche quella del Movimento Nonviolento. Dice Capitini che la nonviolenza è «apertura all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo del vivente». In questa definizione c'è il rifiuto della violenza diretta, quella che attenta addirittura all'esistenza dell'altro, e in ogni caso ne nega la libertà e condiziona lo sviluppo. Le norme contenute nel “pacchetto sicurezza” attentano all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo di tutte quelle persone che da altri paesi impoveriti cercano ospitalità nel nostro paese e che invece ora rischiano di trovarsi in una condizione di clandestinità.
Ma senza scomodare la nonviolenza, a noi pare che alcune parti del “pacchetto sicurezza” siano in palese contrasto con l'articolo 10 della Costituzione italiana e con la Convenzione di Ginevra del 1951 recepita dal nostro ordinamento.
Pur nel pieno rispetto della Sua autonomia, Signor Presidente, Le vogliamo far conoscere il nostro ponderato parere. Le chiediamo, pertanto di rinviare alle Camere il provvedimento chiedendone la modifica. La civiltà giuridica del nostro paese non può essere calpestata da una pseudocultura razzista che con preoccupazione vediamo emergere ed imporsi nel paese.
«Non vogliano un'Italia multietnica» (presidente del consiglio, Berlusconi); con i clandestini «bisogna essere cattivi» (ministro dell'interno, Maroni); sulla metropolitana di Milano «posti riservati ai milanesi ed alle persone perbene» (deputato al parlamento, Salvini), perché «Milano sembra una città africana» (ancora Berlusconi): sono solo alcune delle formule utilizzate dai vertici del potere italiano, in queste ultime settimane, per delineare la costituzione materiale razzista del nostro paese - antitetica a quella in vigore - incontrando il favore di una parte consistente della “gente”.
Ci rivolgiamo a Lei, Signor Presidente, nel Suo ruolo di custode ed autentico interprete della Costituzione scritta e in vigore: tutti noi, cittadini italiani, singoli o associati, siamo tenuti a difenderla quando, come in questo caso, essa sia minacciata da norme eversive e anticostituzionali.
Ci affidiamo a Lei, signor Presidente Napolitano, certi di trovare attento ascolto. Cordiali saluti, Mao Valpiana
Ddl sicurezza, temo che l'Italia non sarebbe più il mio Paese con questa nuova legge
Illustre Presidente, da cittadina della Repubblica italiana nata dalla Resistenza, da studiosa dei meccanismi del razzismo, da antropologa impegnata in difesa dei diritti dei migranti e delle minoranze, faccio appello rispettosamente al Suo ruolo di garante della Costituzione, per chiederLe di non promulgare la nuova normativa (“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”), approvata in seconda lettura dal Senato il 2 luglio scorso. Essa contiene norme palesemente incompatibili con la Costituzione e con le regole del diritto internazionale, recepite nell'ordinamento della Repubblica. Mi riferisco in particolare a quei dispositivi che di fatto interdicono l'esercizio di alcuni diritti umani fondamentali a coloro che non hanno un titolo di soggiorno in regola, e non certo per loro scelta o volontà: il diritto alla salute e all'istruzione, il diritto di contrarre matrimonio, di dar vita a una famiglia, addirittura di riconoscere i propri figli.
A mio parere e a parere di molti altri studiosi, sono norme che negano il riconoscimento della dignità di esseri umani a un'intera categoria di persone, criminalizzate non per singole condotte individuali delittuose, ma per ciò che essi sono, in ragione cioè di una condizione giuridica e sociale che essi non hanno scelto. Questi ed altri dispositivi, come l'introduzione del reato d'ingresso e soggiorno illegale, la dilatazione abnorme della detenzione amministrativa, la schedatura dei senza fissa dimora, si configurano come persecutorie nei confronti dei migranti, delle minoranze rom e sinte, perfino dei rifugiati.
La nuova normativa non servirà, certo, a risolvere e razionalizzare la situazione irregolare dei tanti lavoratori e lavoratrici che, privi di un titolo di soggiorno, nondimeno contribuiscono all'economia del Paese e al benessere delle famiglie italiane. La lettera e lo spirito che la contraddistinguono, infatti, sono volti piuttosto ad additare alla popolazione italiana un nemico al quale attribuire la responsabilità della loro insicurezza. Norme gravissime in sé, a illuminarle di luce ancor più sinistra vi sono l'incoraggiamento alla delazione di massa, la legalizzazione di milizie private, l'incitamento alla caccia allo straniero e all'estraneo, che rendono più evidente la continuità con le fasi più oscure della storia europea.
Egregio signor Presidente, vorrei continuare a considerarmi e ad agire da cittadina di un Paese democratico, nato dalla lotta contro il nazifascismo e il razzismo che gli fu intrinseco; vorrei poter ancora esercitare il mio diritto di aiutare ed essere solidale nei confronti dei miei concittadini stranieri, rom e sinti.
Se la nuova normativa fosse promulgata, temo che l'Italia non sarebbe più il mio Paese.
Rispettosi saluti, prof. Annamaria Rivera (Dipartimento di Scienze Storiche e Sociali, Università degli Studi di Bari), foto di Hidden Side
Venezia, Caritas: sull'immigrazione i cattolici ritrovino la coerenza
Il Senato ha approvato, in via definitiva, il “pacchetto sicurezza” e questo dovrebbe farci sentire più al sicuro visto che nel testo licenziato dal Parlamento abbiamo un po’ di tutto: dall’inasprimento del 41 bis (carcere più duro per i condannati per reati di mafia), al registro per i senza fissa dimora, alle norme sulla clandestinità che diventa reato penale, alle ronde che vigileranno nelle e sulle nostre città.
Confesso che la tentazione sarebbe quella di leggere il tutto con un tono ironico, ma mi rendo conto che tante di queste nuove disposizioni vanno a colpire persone che hanno un volto ed una storia, alle volte anche drammatica e dolorosa. Allora lascio da parte ogni ironia e mi rivolgo principalmente ai credenti, a coloro che si riconoscono discepoli del Signore che ci invita ad “amare i nostri nemici”, a riconoscerlo nei poveri, carcerati, forestieri, Colui che dichiara “beati i miti” e “gli operatori di pace”. Mi vorrei rivolgere soprattutto a voi per soffermarmi e condividere alcuni pensieri.
Sono sempre stato un assertore della certezza della pena, come pure sono sempre stato contrario alle sanatorie per gli immigrati, favorevole a una legge attuabile che regolamenti la presenza degli stranieri in base ad un lavoro regolare e ad un alloggio degno di questo nome; ho sempre affermato, anche nei confronti di amici stranieri, o sinti, o “zingari”, che sono pronto a difendere i loro diritti ma altrettanto pronto a denunciarli se non rispettano le regole della convivenza e tutto questo perché rimango convinto che prima di ogni altra considerazione c’è la giustizia, che Papa Paolo VI definiva “il primo atto di carità”, ma questa non può né tramutarsi in vendetta, né in giustizialismo, o difesa del proprio egoismo.
Ora ritengo che non ci può essere un atteggiamento tra le mura della Chiesa ed uno fuori da queste, come non ci può essere un atteggiamento che vede la “badante” nella mia casa come persona buona ed indispensabile, anche se irregolare, e poi vado a fare le ronde contro gli stranieri. Credo che siamo richiamati a trovare coerenza tra il nostro agire nel privato e quello nel pubblico, tra la fede che dichiariamo di professare e le scelte che da questa, coerentemente ne derivano.
Non basta sorridere di fronte alle battute di questo o quell’uomo politico nei confronti del Papa, ma poi ricorrere, estrapolando qua e là, alle affermazioni del Santo Padre per ribadire una propria posizione. Credo che sia tempo che ritroviamo il senso della coerenza, quella vera, che non segue né mode, né maggioranze, ma è frutto della fedeltà, fino al dono di sé, se occorre, fino a dare la vita per l’altro.
Nella logica della coerenza anche i cattolici impegnati nella politica non si preoccuperanno degli ordini di “scuderia” ma sapranno richiamarsi alla Dottrina Sociale della Chiesa, alla Parola di Dio, alla propria coscienza e al primato della persona sempre, dal suo concepimento al suo morire, dal suo essere di un colore o di una cultura diversa dalla propria, ma che ha le nostre stesse prerogative di dignità, di rispetto, di vita, proprio perché la fede ce la fa riconoscere come fratello e sorella, sempre e comunque “immagine di Dio”.
Resto ogni volta colpito quando, celebrando l’eucaristia, mi trovo di fronte al “tutti”: “prendete e mangiatene e bevete tutti”. E il canone secondo sulla riconciliazione afferma: “Tu che ci hai convocati intorno alla tua mensa, raccogli in unità perfetta gli uomini di ogni stirpe e di ogni lingua”... è a questo che dobbiamo richiamarci e su queste linee possiamo dare coerenza alla nostra fede, rendendola visibile, libera, estranea ad ogni schema ideologico.
Uno Stato deve fare delle buone leggi per tutti, un credente deve essere testimone dell’amore di Dio e questo va ben oltre le stesse leggi umane. di mons. Dino Pistolato, Direttore Caritas veneziana
Benedetto XVI nella Caritas in veritate: “Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili"
Nella sua ultima enciclica, “Caritas in veritate”, il Santo Padre Benedetto XVI, trattando dello sviluppo umano integrale, si sofferma sul fenomeno delle migrazioni (n. 62), “fenomeno che impressiona per la quantità di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale”.
Scrive il Santo Padre: “Possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati. Nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com'è noto, è di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d'origine grazie alle rimesse finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione”.
A questo fenomeno la Chiesa si interessa direttamente da quasi un secolo. Gesù stesso fu un migrante, per questo la Chiesa ha sempre avuto a cuore il destino dei migranti e la loro dignità, considerandoli innanzitutto uomini, e amici, mai stranieri. Nel 1914 fu il Papa S. Pio X ad istituire la Giornata Nazionale delle Migrazioni: lo scopo principale, in quel tempo di guerra, era quello di essere uniti e solidali con quanti dovevano lasciare l’Italia a causa del conflitto mondiale e di condizioni di vita pessime. Dal 2004 la Giornata viene celebrata in tutto il mondo, estendendo il suo campo di interesse, fino a riguardare tutte le persone coinvolte nella mobilità, compresi gli immigrati e i profughi, i Rom, i Sinti, i circensi e gli artisti di strada…
Fu sempre Papa San Pio X, nel 1912, a volere il primo ufficio vaticano per i problemi delle migrazioni, mentre nel 1970, Papa Paolo VI istituì la Pontificia Commissione per la Pastorale delle Migrazioni e del Turismo, che nel 1988 è divenuta Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti; compito del Pontificio Consiglio è la Cura di coloro che “sono stati costretti ad abbandonare la propria patria o non ne hanno affatto”. Papa Paolo VI, nel 1969 pubblicò una Lettera Apostolica in forma di motu proprio, la Pastoralis migratorum cura, con la quale venivano impartite nuove disposizioni per la pastorale dei migranti, delineando nella Chiesa un’attenzione particolare al migrante e all’uomo, a seconda del momento storico, delle sue necessità e complessità.
Dopo circa 35 anni, i suoi suggerimenti sono stati aggiornati, nel 2004, dall’Istruzione Erga migrantes caritas Christi del Pontificio Consiglio per la pastorale per i Migranti e gli Itineranti, nella quale i segni dei tempi, e i cambiamenti delle modalità delle migrazioni sono guardati con spirito rinnovato, e con la certezza che una unità e una comunione fra i popoli è possibile, nel reciproco rispetto e nella difesa della dignità e della vita umana in tutte le sue forme e colori.
Al Magistero della Chiesa riguardante il fenomeno delle migrazioni, l’Agenzia Fides dedica il dossier che sarà pubblicato domani, sabato 11 luglio.
Cecina, un Meeting Antirazzista che esclude
Niente paura è il titolo scelto per la XV edizione del Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina. Un titolo appropriato, secondo l'assessore regionale alle politiche sociali Gianni Salvadori, «perchè non possiamo pensare, come sta facendo il governo, di affrontare il fenomeno immigrazione soltanto in un'ottica di ordine pubblico. Siamo tutti d'accordo che la sicurezza vada garantita, ma non si possono alimentare le paure per soli scopi di rendita politica».
L'assessore, insieme al presidente di Arci Toscana Vincenzo Striano, ha presentato il tradizionale appuntamento di Cecina che si apre quest'anno tra due giorni a Livorno, «proprio perchè questa città di mare – come ha spiegato Striano - ha un elevato significato simbolico, come luogo di incontro, di apertura. Proprio i valori che questo Meeting vuol trasmettere». Dal 13 al 18 luglio il tradizionale appuntamento a Cecina Mare, con tanti incontri, tavole rotonde, concerti, film.
A questo Meeting sono stati esclusi i rappresentanti della federazione “Rom e Sinti Insieme”. L’esclusione è avvenuta un decina di giorni fa perché fino ad allora sul sito del Meeting tutti potevano leggere:
"Sabato 11 luglio, Ore 10.00-13.00, giornata su Rom e Sinti, il superamento dei campi
Due sessioni di lavoro: incontro con la Federazione Rom e Sinti e Tavola Rotonda. Apertura corso di formazione rivolto a giovani. Sono stati invitati: Caritas, Comunità di S. Egidio e Isabella Rauti (Capo Dipartimento Diritti e Pari Opportunità)." (pubblicato il 27 giugno 2009)
Oggi il programma è diverso e per questa ragione Yuri Del Bar (Sucar Drom) non parteciperà al dibattito sul superamento dei “campi nomadi”. Rimane anche l’amarezza perché nessun Rom o Sinto è stato invitato per parlare nei diversi momenti in cui si parla di razzismo, lotta alle discriminazioni e intercultura. Forse anche l’Arci pensa che i Sinti e i Rom debbano rimanere chiusi in un “ghetto”.
Abruzzo, nei campi i terremotati vivono anche il dramma del patto di legalità e socialità sperimentato sui Rom
In questi giorni di grande evidenza mediatica sull’Abruzzo, colpito dal terremoto, volevamo aprire un piccolo squarcio sulla situazione dei terremotati e su quanto si sta decidendo sul futuro del Mondo.
Facendo una breve ricerca ci siamo imbattuti in una lettera che una sfollata aquilana ha inviato ad un giornale online e che poi è stato ripreso da un blog che consigliamo. La lettera è abbastanza lunga ma offre uno spaccato di come si viveva e probabilmente di come vivono ancora oggi tantissime famiglie abruzzesi, colpite dalla tragedia del terremoto. Tale situazione la si può riscontrare per esempio a Milano in alcuni “campi nomadi” come quello di via Triboniano, mentre Matteo Salvini continua i suoi tour per imporlo a tutti i Rom e Sinti milanesi.
Questa lettera offre quindi uno spaccato della disperazione che vivono tante famiglie che non hanno subito il dramma del terremoto ma che hanno subito e purtroppo subiscono ancora il dramma del razzismo.
Cara Redazione, sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.
Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.
Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra… Inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!
Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.
L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili.
Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa.
Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.
Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel”già” mi ha molto inquietato.
Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!
Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare.
Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende. Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.
Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”. Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni”che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile. Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il responsabile del mio campo, quando gli ho parlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!
Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata! Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani! Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi! In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?
Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.
Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello! Non abbiamo intenzione, noi Aquilani, di essere triturati dalla società dello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.
L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce. Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato! Ciao a tutti
giovedì 9 luglio 2009
Roma, tre bambini sottratti con violenza dalle loro famiglie
Sono stati sottratti tre minori a famiglie Rom che abitano nel “campo nomadi” di Castel Romano (in foto le “baracche” costruite dal Comune di Roma). L’ordine sarebbe stato dato dal Tribunale dei Minorenni di Roma a causa del particolare disagio in cui versano le famiglie dei minori.
La sottrazione è stata eseguita dal servizio sociale del Comune di Roma, con la collaborazione del XII Gruppo di Polizia Municipale, diretto dal comandante Rolando Marinelli, e di una pattuglia del Commissariato di Polizia di Spinaceto. Il servizio sociale doveva sottrarre sei minori ma tre di questi nella confusione creatasi, sono riusciti a fuggire. La notizia è data da Libero e da L’Unico.
Dalle fonti di agenzia si apprende che una delle madri dei sei minori, comprensibilmente sconvolta, ha minacciato di uccidersi con un coltello e in un secondo tempo ha tentato di difendere il proprio figlio, minacciando con il coltello chi si fosse avvicinato. Ne è nato un parapiglia che ha consentito a tre minori di fuggire.
Ad oggi abbiamo solo conferme indirette ma alcune considerazioni sono dovute. In primo luogo tanti bambini sinti e rom sono stati sottratti dalle loro famiglie per pregiudizi e stereotipi degli operatori e degli stessi Magistrati. L’ampia ricerca “Adozione di minori rom/sinti e sottrazione di minori gagé” commissionata dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona e alla direzione del Prof. Leonardo Piasere, ha rilevato che nel complesso, l’analisi dei dati mostra la facilità con la quale, nelle diverse realtà analizzate, la tutela sociale (dei servizi di territorio) e civile (dell’Autorità Giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. Come se la cultura “altra” potesse fare del male al bambino. Questo è ciò che pensano molti degli operatori incontrati dal gruppo di ricerca. Tutti i minori rom, in quest’ottica diventerebbero dei bambini maltrattati.
In secondo luogo non si riesce a capire perché si debba violentemente sottrarre dei bambini a famiglie in difficoltà. Le norme, infatti prevedono che il servizio sociale debba con ogni mezzo sostenere le famiglie anche economicamente per eliminare la situazione disagio. L’allontanamento dei minori è un provvedimento straordinario che può essere messo in atto solo davanti a una gravissima situazione, come maltrattamenti o violenze accertate. Non certo per un semplice disagio.
Può però esserci qualcosa di diverso dal semplice disagio come appreso dalle agenzie stampa e quindi può essere giusto l’allontanamento. In questi casi il minore che subisce un allontanamento, come quello successo a Roma, subirà un trauma che lo segnerà per tutta la vita. E che quindi si aggiungerà dolore a dolore.
Per questa ragione l’associazione Sucar Drom ha da alcuni anni promosso progetti che prevedono la formazione degli operatori e dei Magistrati, con l’obiettivo di superare pregiudizi, stereotipi… Inoltre, si sono strutturati progetti che prevedano, nei casi estremi, il coinvolgimento diretto della famiglia allargata e di tutta la comunità di appartenenza del bambino o della bambina che ha subito delle violenze o dei maltrattamenti. Quindi la partecipazione attiva, propositiva, decisionale e operativa della famiglia allargata, di tutta la comunità e, se presenti, delle associazioni sinte o rom. Il minore che ha subito violenze o ha subito maltrattamenti viene affidato ad una famiglia appartenete al gruppo parentale o ad una famiglia appartenente alla comunità della bambina o del bambino. Il tutto concordato e strutturato con la partecipazione della stessa famiglia dei bambini.
In questo modo si ha la possibilità di non far subire ulteriori traumi al minore e nello stesso tempo si ha la possibilità di correggere, con l’importante apporto di tutta la comunità di appartenenza, valutazioni o decisioni che prese magari sull’onda dell’emergenza che portano quasi sempre a commettere grossi errori ai quali è poi difficile porre rimedio.
Ad oggi non siamo a conoscenza di progetti simili a quelli strutturati dalla Sucar Drom anche perché tutte le associazioni o non hanno voluto mai affrontare queste problematiche o si sono fermate al semplice sostegno delle famiglie che avevano subito la sottrazione di un proprio figlio. Questo atteggiamento non ha portato beneficio a nessuno e chi ha subito in maniera demolente tale inattività sono stati soprattutto tanti bambini sinti e rom che di fatto non sono stati tutelati.
Roma, ergastolo a Mailat per l'omicidio di Giovanna Reggiani
Ergastolo e sei mesi di isolamento diurno. È questa la condanna emessa dalla prima corte d'0assise d'appello di Roma nei confronti di Romulus Nicolae Mailat, il romeno accusato per l'omicidio di Giovanna Reggiani (in foto), la donna aggredita e ammazzata a Roma il 30 ottobre 2007 nei pressi della stazione ferroviaria di Tor di Quinto. Accolta la richiesta del sostituto procuratore Alberto Cozzella che voleva un inasprimento della condanna. In primo grado, infatti, i giudici hanno ridotto la pena a 29 anni di carcere concedendo qualche attenuante per la sua giovane età di Mailat (oggi 29enne) e il suo essere incensurato.
Di fronte ad una richiesta di ergastolo fatta dal pubblico ministero Maria Bice Barborini, i giudici di primo grado decisero che, nonostante l'odiositá del crimine commesso, Mailat potesse ottenere qualche attenuante se non altro per la sua giovane età e il non avere precedenti penali. Ciò determinò una condanna a 29 anni di reclusione per omicidio, rapina e violenza sessuale. In appello, però, il sostituto procuratore Cozzella ha chiesto nuovamente l'ergastolo sostenendo che nessuna attenuante deve essere riconosciuta al rumeno perchè il fatto contestato è di una gravità e crudeltà inaudite. I giudici d'appello gli hanno dato ragione: Mailat è stato condannato all'ergastolo perchè gli sono state revocate le attenuanti generiche riconosciute in primo grado. La Corte ha condannato l'imputato anche a sei mesi di isolamento diurno e al pagamento delle spese processuali pari a 2.500 euro confermando del resto anche la sentenza di primo grado che riconosceva al vedovo della Reggiani il risarcimento danni che in via provvisoria era stato fissato in 500 mila euro.
«È una sentenza giusta che rientra nei termini in cui l'avevo sollecitata» ha commentato il sostituto Cozzella, «Vi erano elementi solidi su cui fondare questa decisione, e la Corte ha colto nel segno. Ritengo giusto - ha aggiunto - trasmettere gli atti al pm per continuare le indagini». Anche l'avvocato Tommaso Pietrocarlo, parte civile per il vedovo della signora Reggiani, l'ammiraglio Giovanni Gumiero, si è detto certo che la sentenza pronunciata oggi dopo due ore di camera di consiglio sia «giusta». «Le prove erano schiaccianti e la sentenza ha suggellato la bontà del quadro accusatorio della Procura. C'erano testimoni, prove, perizie e documenti. Il provvedimento si fonda su dati certi ed evidenti».
«Voglio aspettare il deposito delle motivazioni per commentare questa decisione della Corte. Certo sono due sentenze sfavorevoli e bisogna prenderne atto, bisogna sempre rispettare le sentenze». Lo ha detto l'avvocato Piero Piccinini, legale di Romulus Nicolae Mailat. Davanti ai giudici, l'avvocato Piero Piccinini aveva sostenuto che le prove a carico del suo assistito «non esistono» e che alcune tracce di sangue trovate sul portafoglio della vittima e una impronta digitale rilevata nella borsa della donna non sono state prese in considerazione dagli inquirenti e dai giudici di primo grado. Sempre secondo il legale, anche i racconti dei testimoni presentano contraddizioni e zone d'ombra mai chiarite. Contro la sentenza il difensore Piccinini ha già preannunciato ricorso in Cassazione.
Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, si è congratulato con i giudici: «La durezza della sentenza d'appello interpreta pienamente il sentimento di giustizia non solo della famiglia della vittima ma di tutti i cittadini romani. Questa sentenza sia di monito rispetto a ogni tentazione di abuso delle donne della nostra città». Gli ribatte il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti: «La condanna chiude a livello giudiziario la dolorosa vicenda dell'omicidio della signora Reggiani. A livello sociale, politico e culturale, però, molto va fatto per evitare che così aberranti episodi di violenza si ripetano, come invece sta accadendo a livelli drammatici negli ultimi mesi». da Corriere della Sera
Reggio Emila, un'insegnante dei Sinti è stata nominata Vice Sindaco
Nel corso della prima seduta del Consiglio comunale, ieri in Sala del Tricolore, il sindaco Graziano Delrio, dopo avere prestato giuramento sulla Costituzione – “Giuro di osservare lealmente la Costituzione italiana”, è la formula pronunciata – ha comunicato la nuova giunta e le deleghe principali assegnate agli assessori.
Liana Barbati è stata nominata vicesindaco con la delega al Bilancio. La Barbati è un insegnante che ha collaborato con don Altana all’inserimento nelle scuole reggiane dei bambini sinti e per 10 anni è stata presidente dell’Opera Nomadi.
Ha poi contribuito assieme ad altri alla nascita del Tribunale per i diritti del malato a Reggio e per cinque anni ne è stata la prima Presidente.
Giulio Fantuzzi la chiama a far parte della sua Giunta come assessore alla Cultura e alle Istituzioni culturali. Successivamente inizia la sua collaborazione col Movimento di Antonio di Pietro e lavora per la nascita e il radicamento nella provincia di Reggio Emilia dell’Italia dei Valori. Ad oggi è membro dell’Esecutivo regionale, coordinatrice per l’Emilia dell’IdV e segretaria provinciale di Modena e Reggio. da Sassuolo2000
Venezia, arriva il secondo no alla sospensiva
Il Consiglio di Stato non ha accolto la sospensiva per la costruzione del Villaggio Sinti a Favaro Veneto, come deciso dal Comune di Venezia.
Lo ha reso noto il presidente del consiglio comunale veneziano Renato Boraso (Fi-Pdl), per il quale della vicenda deve essere ora investito il tribunale dei minori di Venezia. «Sono molto rammaricato - ha detto Boraso - del fatto che non ci sia nessun giudice amministrativo che voglia prender atto delle gravi difformità amministrative e di carattere urbanistico presenti nel progetto».
«Spero che quando verrà trattato il merito ci sarà una valutazione più serena - ha aggiunto - da parte mia intendo interessare il tribunale dei minori, perché trovo sconcertante che famiglie con minimo due o tre figli a carico possano alloggiare in abitazioni di 40 metri quadrati, fuori dalla norma del regolamento edilizio vigente che è di 45 metri quadri per un massimo di due persone, con 10 metri quadri in più per ogni figlio».
Per Boraso, «la norma dovrebbe valere ancor di più per la pubblica amministrazione, che deve essere di esempio: stiamo costruendo un lager?».
Il progetto del Comune di Venezia prevede di alloggiare in 38 casette prefabbricate 160 cittadini italiani di origine sinti, in tutto una quarantina di famiglie, che oggi vivono in un'area fatiscente, per un spesa complessiva di circa 3 milioni di euro.
Il Comune: «Attendiamo il merito con serenità». Dopo il pronunciamento del Tar che non ha accolto la sospensiva dei comitati contrari alla costruzione del villaggio Sinti a Mestre, il Comune di Venezia attende ora il giudizio di merito.
Il progetto di costruzione del villaggio per i Sinti, ha rilevato l'assessore veneziano alla pianificazione strategica Laura Fincato, «anticipa di anni quelle che oggi sono le norme stabilite dal ministro Maroni».
«Non sarei mai voluto intervenire, perché ho sempre avuto il massimo rispetto di tutti i pronunciamenti della magistratura, in questo caso amministrativa - ha detto Fincato - ma non posso tacere che il presidente del consiglio comunale di Venezia si arroga il diritto di censurare una valutazione del Consiglio di Stato accusandolo di non aver voluto affrontare il caso».
«Mi pare chiaro invece - prosegue Fincato - che il Consiglio ha ritenuto valide, nel non concedere la sospensiva, le ragioni di un'amministrazione che sta ottemperando ad un dovere di civiltà, rendendo vivibile una situazione che riguarda decine di concittadini veneziani di etnia sinti, fino ad oggi confinata nella difficoltà quotidiana di un campo nel quale le norme igieniche e di vita normale non sono certo quelle degne di Venezia!».
«Abbiamo sempre sostenuto come amministrazione - conclude l'assessore - che il progetto del villaggio era secondo le regole. Ha “resistito” a tutti gli assalti in giudizio: aspettiamo quindi con serenità il giudizio di merito». da Il Gazzettino
mercoledì 8 luglio 2009
Achille Serra, il Tar dimostra l’iniquità delle norme per i Rom e i Sinti
''Sottoporre i nomadi a un regime di ispezione continua e indiscriminata è cosa ben diversa dal combattere la criminalita' - che indubbiamente si annida in alcuni dei loro campi - con strategie lecite e democratiche. E il Tar non ha potuto ignorare questa differenza, la stessa che corre tra una politica seria sulla sicurezza e la campagna di paura e allarmismo alimentata ad arte dall'attuale governo''.
Lo afferma dalle pagine dell'Unità, Achille Serra, vicepresidente della Commissione Difesa e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia e sulle altre associazioni criminali, commentando la sentenza del Tar del Lazio che ha accolto alcuni punti del ricorso contro l''ordinanza del censimento' nei campi nomadi - che prevedeva anche il prelievo delle impronte digitali - presentato dall'associazione European Roma Rights Centre Foundation, assieme a due abitanti di un campo nomadi alle porte della Capitale.
''Il Tribunale del Lazio - spiega Serra - ricorda anzitutto che nel nostro ordinamento i rilievi segnaletici sono riservati a 'persone pericolose o sospette', o a quanti 'non sono in grado o rifiutano di provare la loro identità' e costituiscono 'strumenti invasivi della libertà personale' cui non si può ricorrere 'nei confronti dei minori di età ed in assenza di una norma di legge che autorizzi il trattamento dei dati sensibili da parte di soggetti pubblici'. La sentenza poi interviene sulle disposizioni che disciplinano il controllo degli accessi ai campi da parte di un presidio di vigilanza, norme - afferma Serra - che avrebbero trasformato i campi in una sorta di prigioni a cielo aperto''.
Ricordando di aver a suo tempo egli stesso ''sollecitato più controlli sui campi nomadi'', il Prefetto specifica però che quei controlli 'avrebbero dovuto iscriversi in un quadro di riforme tese ad agevolare l'integrazione di tali comunità nella nostra società. Le 'dogane' che la maggioranza tenta oggi di istituire si spingono ben oltre''.
''Le disposizioni sui campi nomadi come la legge sulla sicurezza appena varata - conclude - rispondono perfettamente al diktat della tolleranza zero: annunci altisonanti senza alcun effetto concreto su problemi del Paese. Dopo tanto chiasso siamo al punto di partenza: la vita dentro i campi nomadi continuerà come prima e lo stato di emergenza decretato dal Consiglio dei Ministri un anno fa' diventerà cronico''. da ASCA


