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lunedì 4 maggio 2020

Milano, emergenza covid-19


Rete Rom Milano ringrazia le persone che hanno risposto al primo appello per un aiuto alle Comunità rom e sinte in difficoltà in questa emergenza. Quanto raccolto ha aiutato trenta famiglie povere ma i bisogni sono tanti e la raccolta continua. ReteRom lavora nel tavolo istituito dal Comune di Milano per individuare le situazioni più critiche e intervenire.

Agli inizi di aprile abbiamo lanciato un appello per affrontare quella che abbiamo definito “emergenza nell’emergenza”, cioè la situazione di numerose famiglie rom povere che la macchina degli aiuti raggiunge con difficoltà. Abbiamo raccolto 1675 euro. Non è una cifra straordinaria, ma ci ha consentito, anche grazie al contributo in beni vari ricevuti da altre associazioni, di aiutare 30 famiglie prive di aiuto o con aiuti insufficienti.

lunedì 27 aprile 2020

Roma, presentati i dati sulla Campagna aiuta i rom poveri


Cittadinanza e Minoranze ha girato i ringraziamenti delle circa duecento famiglie rom alle centoquarantuno persone che dal 26 febbraio al 17 aprile hanno fatto affluire complessivamente 14.925,00 euro sul conto bancario dell'associazione. Alle famiglie ad oggi sono giunti euro 13.636,00: euro 8.287,00 a mezzo di bonifici o su postepay per ottanta famiglie; euro 3.360,00 consegnati brevi manu a trentasei famiglie; euro 2.080,00 pacchi di generi alimentari ad altre ottantaquattro famiglie di tre occupazioni, grazie alla collaborazione di Nonna Roma. Inoltre 250 euro sono serviti ad alimentare di carburante per un paio d'ore al giorno per decina di giorni il gruppo elettrogeno di una delle tre occupazioni.

mercoledì 15 aprile 2020

Roma, vi chiediamo ancora aiuto


Siamo arrivati a 11 mila euro grazie alle sottoscrizioni di molti. Dal 26 marzo scorso, quando ancora né il governo, né le regioni né i comuni avevano preso atto che molte persone stavano cominciando a non avere più neppure il necessario per sfamarsi, la associazione di cui faccio parte, Cittadinanza e Minoranze, ha lanciato una richiesta di aiuto. Una artigianale sottoscrizione che in dodici giorni ha raccolto una cifra che, francamente, noi stessi non ci aspettavamo ma, soprattutto, ha immediatamente trasformato quella stessa cifra in aiuti a qualche centinaia di famiglie.

Poca cosa, direte. In effetti, si tratta di piccoli aiuti, al massimo cento euro, oppure, grazie a Nonna Roma, una associazione di volontari amica e sodale, pacchi alimentari portati a oltre cento famiglie rom che vivono in stabili occupati, dopo essere stati scacciati dalla cartiera della Salaria e da Camping River.

Poca cosa. Ma pur sempre qualcosa per tirare avanti mentre i buoni spesa al momento sono ancora solo una sterminata piramide di fogli di carta di domande protocollate sulle scrivanie dei municipi.

La vicenda dei buoni spesa va però raccontata.

giovedì 2 aprile 2020

Roma, aiuta i rom poveri


Cittadinanza e Minoranze chiede aiuto per le persone povere appartenenti alla minoranza linguistica sinta e rom della Capitale. E' aperta una raccolta di fondi per evitare il baratro in cui il coronavirus ha gettato una popolazione abbandonata a se stessa.

Se ci si chiede chi si stia occupando dei rom e dei sinti della capitale, oltre 6 mila persone nei campi, la risposta è: nessuno. Né il Comune (il cui «ufficio rom» risponde che le informazioni sono “riservate”) né la Protezione civile (il cui capo nazionale ha risposto, alla domanda di un giornalista, che «se ne occupa la Protezione civile di Roma» ma non è vero) né la Prefettura e nemmeno l’Ufficio anti-discriminazioni. E l’ospedale Spallanzani ha registrato la morte di un rom, per coronavirus, subito dopo avere – con un apposito e inusitato comunicato – fatto sapere che «allo stato non abbiamo ricoverati di etnia rom».

martedì 29 maggio 2012

Un momento difficile

L'Associazione Sucar Drom ha creato una unità di crisi per il terremoto nel Mantovano e nel Modenese, stiamo raccogliendo aiuti (piccole roulotte, tende) per contatti 333 2252101 - 333 3715538 - 0376 224551.

Carlo Berini 345 6123932 è presente nelle zone terremotate - Aggiornamenti via Twitter

lunedì 22 agosto 2011

Pisa, appello di un gruppo di sacerdoti della Diocesi

Siamo un gruppo di sacerdoti della diocesi di Pisa che, di fronte alla situazione venuta a crearsi in seguito al recente sgombero a Cisanello di un insediamento di famiglie rom, intendono condividere alcune considerazioni e avanzare una proposta, senza voler per questo esprimere il pensiero di tutta la Chiesa di Pisa.
Ci rendiamo conto della complessità e delle varietà del fenomeno della mobilità umana che riguarda il mondo intero e in particolare l’Italia e tutta l’Europa; fenomeno ben più vasto dei nostri piccoli comuni, i quali peraltro già si sono attivati o si stanno attivando per le forme di “accoglienza diffusa” dei profughi africani scelta dalla regione Toscana.
Nessuno, tanto meno noi, possiede soluzioni pre-confezionate; vorremmo invece offrire un contributo che orienti tutti verso soluzioni basate sull’interazione e la collaborazione delle diversi componenti della società, a partire dalle Amministrazioni comunali vicine per territorio: attuare uno sgombero senza alcuna prospettiva (almeno per una parte dei soggetti che lo subiscono) significa semplicemente spostare il problema da un comune a un altro, perpetuando uno stato di emergenza per i rom e di allarmismo nel resto della popolazione, come è avvenuto nei giorni scorsi.
Ci rattrista vedere che i diretti interessati, soprattutto perché “poveri”, siano quasi sempre considerati una realtà fastidiosa da ignorare e/o da reprimere, e non persone con una loro dignità, soggetti di diritti oltre che di doveri, e comunque parti in causa che occorre in qualche modo ascoltare prima di prendere le decisioni che li riguardano; lo stesso deve valere per quei soggetti singoli e soprattutto associati che si impegnano in varie forme di accompagnamento e tutela.
In base alle considerazioni di cui sopra, ci permettiamo chiedere agli amministratori locali se non sia il caso di promuovere un tavolo di confronto aperto alle realtà dell’associazionismo, del volontariato e delle comunità parrocchiali per valutare ipotesi di sistemazioni provvisorie ma non precarie; contestualmente, di accompagnare tale confronto con una seria e non allarmistica campagna d’informazione sulla presenza e le problematiche dei rom sul territorio pisano.
Vogliamo infine sottolineare l’importanza di sollecitare i credenti in Dio e nella dignità di ogni essere umano a educarsi e educare a pratiche di fraternità e di giustizia, costruendo il bene comune nell’accoglienza e nella reciprocità.
Firmato il 20 agosto 2011 da: don Luigi Gabbriellini, don Agostino Rota Martir, don Vio Romeo, don Roberto Filippini, don Antonio Cecconi, don Sergio Prodi

mercoledì 13 luglio 2011

Milano, le maestre con i letti (per i rom) in cantina

Cristina. È il nome che le torna sulle labbra più volte mentre racconta la sua esperienza di maestra milanese. Flaviana Robbiati (in foto) ha appena tirato due o tre pugni nello stomaco al pubblico della Settimana Internazionale dei Diritti di Genova. È venuta qui con un’altra maestra milanese, Stefania Faggi. A spiegare perché le è stato impossibile voltarsi dall’altra parte mentre le ruspe distruggevano i campi nomadi dove abitava Cristina. Non voltarsi quando vengono calpestati diritti altrui dà, secondo la tradizione ebraica, diritto a quell’appellativo di “giusti” a cui è dedicata la rassegna genovese. Loro sono venute a rappresentare, con altri insegnanti, i “giusti nella scuola”.
“Lo sa lei che cosa vuol dire uno sgombero? Noi sì, l’abbiamo misurato attraverso i nostri alunni rom del Rubattino. Saranno catapecchie in lamiera, ma ognuna è per loro la propria casetta, capisce? Quando arrivano a tirar giù tutto fanno la conta a quintali della spazzatura. Ma quei rifiuti triturati sono pentole, cartelle, quaderni, giocattoli, guardi qui la foto di questa bambola decapitata. A Milano in tre anni hanno fatto 540 sgomberi. Il vicesindaco De Corato li festeggiava pure.
Quando poi il cardinale Tettamanzi chiese di evitare di farli in inverno, di risparmiare la pioggia e la neve e il freddo a quelle creature, il sindaco rispose che la lotta per la legalità non conosceva stagioni. Bella legalità, che ammazza il senso di giustizia. Io dico che negli edifici dove si applica la legge c’è scritto ‘Palazzo di giustizia’, mica ‘Palazzo della legalità’. E di ingiustizie ne abbiamo viste. Sa, noi seguivamo attentamente le vicende del campo. Un mattino seppi che avevano fatto uno sgombero che era ancora buio. Allora spiegai tutto agli altri alunni, chiesi loro di non farlo pesare a Cristina. Cristina arrivò a scuola chiedendo che i compagni non sapessero nulla, con gli occhi bassi, per la vergogna di quel che le era successo. In classe furono bravissimi, perché per fortuna i compagni di scuola e le loro famiglie ci aiutavano molto a creare un clima di amicizia e la invitavano alle feste”.
Ha un viso lungo e scavato, Flaviana, gli occhiali dorati poggiati su un naso magro e impertinente. Stefania ha i capelli scuri, è solo all’apparenza più severa. “Quel giorno”, continuano, “quel 19 novembre, ci arrivarono a scuola alle quattro del pomeriggio tutti i genitori degli alunni rom del distretto, quasi una quarantina ne avevamo. E ci chiesero di aiutarli a dormire. Facemmo subito le telefonate, Sant’Egidio, la Casa della Carità, le parrocchie, e alla fine ne prendemmo qualcuno in casa nostra. Riuscimmo a sistemarli quasi tutti. Il fatto vero però è che questa guerra ai rom toglie a dei bambini un diritto elementare: quello di andare a scuola. È andare a scuola, secondo lei, doversi rifare i quaderni ogni mese, trovarsi senza casa decine di volte all’anno, perché questi sono i numeri di Cristina, oppure dovere cambiare otto scuole in un anno come è capitato a Samuel, o metterci due ore a piedi tra i campi ghiacciati, come è successo a Giulia che voleva restare nella sua classe? È andare a scuola con la serenità necessaria venire staccati come figurine dal padre o addirittura dalla madre a sei anni? Per questo noi diciamo che i bimbi rom sono bimbi come gli altri, ma contemporaneamente che sono un po’ meno bambini di tutti. Perché per loro vivere la normalità non è normale. Si sentono sempre in colpa. Vuole sapere la storia di Ulisse, che arrivò a scuola ricoperto di sputi? Era stato un signore dalla sua macchina. Appena lo ha visto, aveva tirato giù il finestrino e l’aveva trasformato in un bersaglio”.
Stefania e Flaviana, scuole diverse ma stesso circolo didattico, quello di via Pini, zona est della città, non si fermerebbero mai nel loro racconto. D’altronde se c’è qualcuno che ha presidiato le frontiere della civiltà nell’Italia ubriaca di pregiudizi e di razzismo sono loro. Loro che appena fiutavano l’aria di sgombero facevano lasciare le cartelle a scuola o preparavano materassi nelle loro cantine. “Ma lo sa che alcuni di questi bambini vivono perfino sotto terra? Pensi quanto è grottesco: li bocciano a volte per le troppe assenze, quando sono proprio gli sgomberi a catena che gli impediscono di venire a scuola. Eppure si impegnano, sa? Cristina sapeva solo il romans e il rumeno. Ora è andata a vivere in una casa in un altro paese, anche se i suoi compagni continuano a invitarla alle feste, ed è stata promossa in prima media quasi con la media dell’8. Ha studiato e imparato. Noi lo ripetiamo a ogni incontro: lasciarli analfabeti è come compiere una pulizia etnica. Perché se tu non sai la lingua non leggi neanche la medicina, non leggi la pagella di tuo figlio, resti letteralmente senza diritti. Che è la più grande povertà: non potere accedere ai diritti, non sapere nemmeno di averli. Per questo un giorno abbiamo scritto loro una lettera per rivederli l’anno dopo a scuola”. Dice così quella lettera: “Vi insegneremo mille parole, centomila parole, perché nessuno possa più annientare le vostre voci”.
“Se abbiamo dei progetti? Certo che li abbiamo. Borse-lavoro, progetti sanitari, la promozione anche del vino e del pane rom. Ma quali soldi, non abbiamo niente. Piuttosto, sa che cosa ci sembra un po’ orribile? Di essere diventate note perché difendevamo i bambini. Ma perché, non sta scritto ovunque che bisogna difenderli? E invece per qualcuno siamo un po’ uno scandalo. Ma come, si chiedono, come è possibile che della gente si voglia tenere gli zingari?”. da Il Fatto Quotidiano

martedì 12 luglio 2011

San Nicolò Arcidano (OR), un'incendio distrugge le abitazioni dei rom ma pronta è stata la solidarietà

Hanno lavorato sino a notte fonda i volontari della Protezione civile impegnati a San Nicolò d'Arcidano, nell'Oristanese, nelle operazioni di soccorso alla comunità rom, in grande difficoltà dopo l'incendio che ieri ha distrutto le baracche dove vivevano alla periferia del paese. Nel campo sportivo comunale sette tende fornite dal Servizio di Protezione civile della Regione e dotate di letti e biancheria sono state già montate. Il montaggio di altre tre tende sarà completato nelle prossime ore, assieme a quello di diversi gazebo per creare delle zone ombreggiate.
Sono stati utilizzati anche i locali degli spogliatoi e i servizi igienici del campo sportivo, mentre l'amministrazione comunale ha disposto già da ieri un servizio catering e, d'intesa con l'Asl, l'erogazione dell'assistenza medica ad alcune persone ammalate. La nuova tendopoli è presidiata da diversi volontari della Protezione civile. La comunità rom di San Nicolò d'Arcidano è composta da 94 persone, molti sono i bambini e diverse anche le persone anziane. Nell'incendio di ieri pomeriggio hanno perso tutti i loro averi. Con le baracche sono bruciati arredi e suppellettili e il fuoco ha incenerito anche alcuni mezzi parcheggiati nelle adiacenze. Al Comune sono già pervenute richieste di aiuto economico.
Il sindaco Emanuele Cera, che è anche vicepresidente della Giunta provinciale di Oristano e assessore provinciale con delega alla protezione civile, ha avuto un colloquio telefonico col responsabile del Servizio della Protezione civile della Regione Giorgio Cicalò, per concordare i primi interventi. Il sindaco ha ricevuto anche un'offerta di aiuto dal primo cittadino del vicino comune di Uras, Gerardo Casciu. L'amministrazione di San Nicolò d'Arcidano attende ora l'arrivo delle nuove unità abitative che saranno montate nel nell'area residenziale in fase di costruzione ormai da tempo, nell'area attigua alla baraccopoli andata in cenere ieri. I nuovi alloggi, comunque, non saranno disponibili prima di un mese e mezzo. da La Nuova Sardegna

venerdì 22 aprile 2011

Roma, Settimana Santa: settimana dolorosa per rom e immigrati, inadeguata la risposta della Città

Nel cuore della Settimana Santa che precede la Pasqua, alla vigilia della beatificazione di Giovanni Paolo II, la Comunità di Sant’Egidio esprime stupore, preoccupazione e disappunto per le recenti scelte dell’Amministrazione di Roma Capitale nei confronti dei Rom e dei profughi giunti in questi giorni dal Nord Africa. Non si intravede una “politica” e di certo una “politica di accoglienza e umanità” all’altezza del ruolo di Roma e delle sue responsabilità nazionali e internazionali.
Molti Rom sono stati sgomberati nelle ultime settimane e in questi giorni senza alternative (se non la proposta di dividere le famiglie) e sugli immigrati ci si è affrettati in più occasioni, non solo a mezzo stampa, ma nelle riunioni operative, a puntualizzare che “a Roma non devono venire”.
Come cristiani e come cittadini crediamo che questo non possa essere il volto di Roma. E’ un segnale grave, di assenza di idee, di incapacità di visione, di errato messaggio inviato alla cittadinanza, che incoraggia chiusura e durezza immotivate.
Mentre ad inizio aprile la Commissione Europea varava un documento per l’inclusione dei Rom, in concomitanza con la Giornata Internazionale dei Rom, sono iniziati a Roma sgomberi quotidiani e ripetuti di famiglie Rom che vivevano in “insediamenti spontanei”.
Si è iniziato da piccoli insediamenti, ma negli ultimi giorni vi è stata un’escalation, sconosciuta all’opinione pubblica, ma non ai rom e alla Comunità di Sant’Egidio, che ha riguardato insediamenti più grandi: da Lungotevere S. Paolo a Via Severini, all’ex Mira Lanza. Ieri, mercoledì, è stato sgomberato un campo con 270 persone a Via del Flauto.
All’indomani della morte dei 4 bambini bruciati sull’Appia l’Amministrazione aveva annunciato che si sarebbero chiusi i “campi abusivi fatti di baracche”, ma trasferendo contestualmente gli abitanti in luoghi di accoglienza idonei e degni: si è parlato prima di tendopoli e caserme, poi del Centro Assistenza Rifugiati, il CARA di Castelnuovo di Porto. Non certo soluzioni definitive, ma un modo di garantire sicurezza almeno nel breve periodo.

Contrariamente a quanto annunciato, alle famiglie sgomberate non è stato proposto il trasferimento in una struttura, ma soltanto la possibilità di dividersi: donne e bambini al CARA, uomini in strada. E’ una proposta già fatta in passato e di cui già si conosce l’esito: nessuna famiglia vuole dividersi (si ricorda che le famiglie Rom sono formate da persone, madri, padri, bambini, e che a nessun cittadino non-Rom, verrebbe mai proposta la divisione dei nuclei familiari come politica della sicurezza e dell’integrazione). Come è ovvio, ma non ai programmatori e responsabili delle politiche sociali nella nostra città – e purtroppo anche in altre parti d’Italia - nessuno accetta soluzioni che disperdono i nuclei familiari. Il rifiuto ha per conseguenza la dispersione degli interi nuclei familiari sul territorio cittadino, in condizioni ancora più precarie e insicure. E con l’interruzione del percorso di integrazione sociale e scolastica.
Il risultato è che oggi più di 600 persone vagano già per la città senza un luogo dove dormire: tra loro molti bambini. Alcuni di loro, a seguito degli sgomberi hanno già interrotto –per l’ennesima volta - il percorso di inserimento scolastico a pochi mesi dalla conclusione dell’anno. A titolo di esempio si ricorda che la famiglia che ha subito la terribile perdita dei quattro bambini bruciati era presente sul nostro territorio da 10 anni e che aveva subito già trenta sgomberi, con i risultati che si possono immaginare per la scolarizzazione e l’uscita dalla marginalità.
E’ evidente che se la preoccupazione che ha spinto a fare gli sgomberi è la sicurezza degli abitanti e impedire nuove tragedie tra i Rom e i bambini Rom, oggi quei bambini sono più in pericolo di prima: vagare con le famiglie in cerca di un nuovo posto dove dormire non migliora i problemi di ordine pubblico della città. Gli sgomberi continui e il “gioco dell’oca” senza soluzioni con le famiglie Rom rende anche più difficile l’azione di monitoraggio della legalità da parte delle forze dell’ordine che perdono contatto con nuclei abitativi consolidati. Con conseguenze negative talmente evidenti che è inutile spiegare più di tanto.
Ma gli sgomberi, intanto, mostrano l’incapacità di Roma a svolgere un ruolo di guida in una politica dell’accoglienza e dell’integrazione. Sicuramente in contrasto con il carattere di capitale non solo nazionale, ma del cattolicesimo.
Sul versante dei migranti giunti in Italia nelle ultime settimane dalla Tunisia e dalla Libia, la risposta della Capitale non è stata migliore. Mentre scorrevano immagini di bombardamenti e profughi, mentre ancora si piangevano i morti in mare, come è noto, si è creato un caso nazionale per due pullman in transito che hanno “fatto scalo” a Grottarossa, per una notte, fino ad essere recintati e tenuti “a vista” per le poche ore di permanenza. Al di là dell’esagerazione e del ridicolo, ancora una volta si è legittimato un clima immotivato di allarme nella popolazione e la convinzione che “Roma è piena” in un momento in cui si attendono centinaia di migliaia di pellegrini e forse oltre un milione di persone. In questi giorni, ancora, la vicenda immigrati registra persone alla Stazione Termini che, secondo l’Amministrazione, “appena possibile dovranno partire”.
La Comunità di Sant’Egidio chiede:
- di interrompere gli sgomberi di Rom dai campi informali se non si è in grado di offrire un’alternativa dignitosa e vivibile all’intero nucleo familiare
- di interrompere qualunque intervento sociale o di “inclusione sociale” che ritiene normale dividere i nuclei familiari, con pregiudizio dei processi educativi, formativi e di ordine pubblico
- che il Comune gestisca l’attuale situazione degli immigrati nordafricani tenendo conto del contesto nazionale ed internazionale, ricordando che si tratta di profughi con regolare permesso di soggiorno
- di dotare la città di Roma (e il contesto Metropolitano e Regionale) di Centri transitori di accoglienza con un’azione di orientamento e mediazione che permetterà poi di inviare i profughi in altre località in modo appropriato e in maniera mirata, nei tempi necessari a costruire percorsi intelligenti e non casuali.
La Capitale ha risorse umane, economiche, spirituali e culturali per rispondere a una fase – anche promettente – di cambiamento del mondo, senza rifugiarsi nel tunnel dell’emergenza perenne e nella logica spaventata della “città chiusa” o di chi dice che “la barca è piena”. Auspichiamo con urgenza un ripensamento e un cambio di direzione perché Roma sia all’altezza della propria storia, del proprio nome e della tradizione di accoglienza e universalità per cui è nota ed amata nel mondo. di Paolo Ciani

martedì 26 ottobre 2010

Milano, quando le Istituzioni non ci sono...

Gentile Isabella Bossi Fedrigotti, da pochi giorni è iniziato il corso di lingua italiana organizzato da mamme e papà di una scuola del quartiere intorno a Rubattino e da un'idea nata dopo l'ultimo sgombero.
Un corso di lingua multietnico e gratuito, con alunni di tantissime nazionalità, che si tiene proprio nella parrocchia di San Crisostomo, in via Padova. Insieme a cinesi, peruviani, pakistani sono venuti a scuola anche undici tra donne e uomini rom dell'ex campo di Rubattino; tra loro ci sono Marius di 15 anni e la sua mamma Vasilika. Sono arrivati timidi e un po' timorosi di riuscire a leggere e a scrivere.
Loro vivevano al campo di Rubattino e dal giorno dello sgombero, il 7 settembre, sono di nuovo alla ricerca di un posto dove poter vivere e poter far frequentare la scuola alla figlia di 8 anni, Alexandra. Fin dai primi giorni in cui ci siamo conosciuti la loro discrezione e dolcezza mi avevano colpito, la mamma sorride sempre e la piccola Alexandra cerca gli altri con i suoi occhioni che parlano; i primi giorni non diceva una parola in italiano, ora sì.
Vivono nascosti in baracche esposte a questi primi freddi e alle piogge che hanno bagnato tutte le loro cose; non mi hanno mai fatto richieste, quando posso porto loro vestiti, scarpe e la tenda in cui dormono gli è stata donata dai volontari della comunità di Sant'Egidio.
Come loro ci sono molte famiglie rom che stanno continuando a vivere nascosti dopo lo sgombero, continuano a portare i loro figli nelle scuole della nostra zona, continuano a sperare che il loro futuro migliori e che i cittadini come noi non li abbandonino.
Ci insegnano ogni giorno che nonostante il totale abbandono delle nostre istituzioni, loro ci rispettano. Dopo la lezione di italiano Vasilika mi ha fatto vedere con orgoglio i lavori di lettura e scrittura fatti per la prima volta in lingua italiana, poi li ho guardati andare via: baciava e abbracciava i suoi figli, Marius e Alexandra, felice per aver ricevuto da noi rispetto e finalmente speranzosa di poter imparare la nostra lingua. Il dono più grande che ci fanno è la loro gioia nel sentirsi parte del nostro paese. di Assunta Vincenti

Che dirle? Grazie per esserci, voi, papà e mamme del Rubattino, grazie per fare ciò che fate, colmando, per quel che consentono le vostre forze, un grande vuoto istituzionale. Non c'è dubbio che siete voi la Milano migliore, nel solco di una tradizione che non si è mai davvero interrotta. So bene che per ogni lettera come questa ne arrivano poi due che narrano l'altra faccia della realtà, che pure esiste, ma intanto, grazie alle sue righe, ci è concesso di nutrire qualche speranza in giorni migliori. di Isabella Bossi Fedrigotti

Milano, la storia di Dorina: dallo sgombero al dormitorio

Un’insegnante racconta la vicenda della bambina rom: dalle baracche di via Rubattino a viale Ortles E oggi è tornata con la famiglia sulla strada.
Dorina ha 11 anni, è una bella bambina, gentile e generosa. Dopo essere stata sgomberata dal campo irregolare di Rubattino, con eroica fatica, il 13 settembre ha ripreso a frequentare la scuola e ogni matti­na, senza cartella, senza quaderni e mate­riale didattico «senza il quale ai nostri figli non ci sogneremmo mai di far varcare la porta di un’aula scolastica» racconta Laura Terni, insegnante laica, dal dormitorio di viale Ortles (dove è stata accolta con la madre subito dopo lo sgombero), prendeva l’autobus, naturalmente, senza biglietto.
Dorina, insieme ad altri bambini ospitati «nel sottoscala del dormitorio» partecipava al doposcuola, organizzato dall’insegnante volontaria che, insieme ad altre operatrici si erano prese a cuore la vicenda dei piccoli studenti sgomberati e dedicavano loro due pomeriggi la settimana in viale Ortles.
«L’ultima volta che ho visto Dorina è stato mercoledì scorso – prosegue nel suo racconto l’insegnante – sabato le avevo comprato un piccolo ombrello per andare a scuola perchè il lunedì precedente, con la pioggia e il freddo, l’avevo trovata nella branda con la febbre alta. Oggi è mercoledì ma in viale Ortles non c’è più Dorina ad attendermi. I rom sono sta­ti costretti ad andarsene a piccoli gruppi e per non essere separati e restare uniti hanno deciso di spostarsi in una situazione ancora più precaria». La mamma di Dorina aveva infatti deciso di non abbandonare la sorella, che con un bimbo di otto mesi aveva scelto di ricongiungersi con il marito, lasciando il dormitorio (gli uomini non vengono accolti nella struttura comunale).
La storia di Dorina e della sua insegnante del doposcuola è una storia nuova, nata da un incontro: «Ci sono insegnanti ma anche studenti universitari volontari che, insieme a noi, hanno conosciuto questi bambini nei corsi doposcuola e ancora adesso continuano a seguirli – racconta Stefano Pasta, volontario della Comunità di Sant’Egidio che da anni opera con i nomadi – malgrado le mille difficoltà, per tutti. Si è formato un gruppo di cittadini che, coordinati da noi, si mettono insieme e decidono di fare qualcosa. Noi 'promuoviamo l’incontro' tra i rom e i cittadini. E da questo incontro nasce sempre un’amicizia» conclude Stefano Pasta. di Avvenire

giovedì 9 settembre 2010

Milano, ieri mattina hanno sgomberato il campo rom di via Rubattino

Come nel novembre dell’anno scorso, come papà e mamme dei compagni di classe di questi bambini eravamo presenti allo sgombero. Con noi le maestre dei nostri figli. Uno sgombero annunciato. Ci siamo trovati verso le sei circa, nella speranza di un falso allarme, ma purtroppo, così non è stato.
Verso le sette, la pioggia e il freddo hanno scortato le forze dell’ordine e le ruspe dentro il campo. Una storia che si ripete, la peggiore. Donne, uomini e bambini a cui non si offre nessuna speranza, nessun futuro, nessuna umanità. Tra cinque giorni, molti dei bambini presenti (29 ) avrebbero ripreso la scuola. L’unica possibilità per poter pensare ad un futuro diverso dai propri padri, dalle proprie madri. Negato. Bambini senza diritto di istruzione. Senza il diritto di sapere che si può vivere diversamente.
Ieri mattina, mentre ero nel campo, osservavo la barbarie di quella scena, donne uomini e bambini accampati tra la sporcizia, i topi, il freddo; e le Autorità che come unica soluzione, non riescono a fare altro che cacciarli, nella speranza che possano scomparire in altra sporcizia, convivere con altri topi, magari in un altro Comune. Tutto mi portava ad una considerazione: non è cambiato nulla.
Ora mentre scrivo mi accorgo che in realtà non è così. Grazie all’impegno in quest’ultimo anno da parte delle maestre, delle mamme di Rubattino e delle comunità che operano nell’assistenza, come la Comunità di S. Egidio, qualcosa è cambiato: si è creata una rete di solidarietà, di affetto, di contatti che con le proprie sole forze è riuscita a dare qualche speranza a qualcuna di queste famiglie. Qualche genitore Rom ha trovato lavoro, seppur temporaneo; qualche famiglia Rom è riuscita a trovare anche una casa.

Tutte le famiglie Rom hanno compreso l’importanza della scuola per i propri figli ed hanno messo in atto una grande determinazione e volontà nel far frequentare con continuità le lezioni, nonostante i continui disagi e incertezze a cui dovevano far fronte. Hanno capito che, attraverso la scuola, un processo di integrazione è possibile. I bambini Rom hanno festeggiato con i nostri figli i compleanni, partecipato alle feste della scuola.
La politica e le istituzioni hanno offerto solo sgomberi. Sgomberi che hanno comunque un costo molto alto, nella speranza di essere ripagati con la moneta elettorale. Ero al campo e la sola cosa che le istituzioni offrivano, senza peraltro grande convinzione, è lo smembramento delle famiglie. Allontanare gli uomini dalle donne e dai propri figli.
Alcune maestre e mamme del nostro circolo, con la Comunità di S. Egidio, avevano già iniziato in questi giorni, un pre-scuola con i bambini Rom. Sarà difficile, ma sono convinto che qualcosa cambierà ancora. Le maestre cercheranno ancora i propri alunni e i nostri figli inviteranno i loro compagni di classe ad una festa. L’Associazione Genitori della Scuola Munari sarà al loro fianco. di Domenico Protti

venerdì 6 agosto 2010

I Rom ed il volontariato

Qualche tempo fa (settembre 2009), grazie all’ospitalità di “U Velto”, presi l’iniziativa di scrivere una “lettera aperta” alle principali organizzazioni che fanno proprie le istanze delle Popolazioni Rom, per raccontare la storia di “Ladra di Profumi”, una giovane Romnì al nono mese di gravidanza, sorpresa a rubare in un negozio di profumi.
Arrestata, due giorni dopo dava alla luce il suo bambino, nato probabilmente all’interno della stessa struttura carceraria. Quasi contemporaneamente, un Giudice le negava qualsiasi misura alternativa alla prigione.
Questa lettera che, come potrete leggere, non apriva nessuna polemica se non quella di una carcerazione ai limiti del legittimo, si limitava soltanto ad auspicare la possibilità di andare a trovare mamma e figlio per sincerarsi delle loro condizioni di salute, per poi vedere, tutti insieme, se era possibile “immaginare” per loro un futuro diverso.
Nella discussione che ne seguì (che pure potete leggere), quasi nessuno intervenne. Ma quello che veramente mi colpì fu l’intervento del Presidente dell’Opera Nomadi, Massimo Converso, che pur di non assumere un impegno pubblico, in tutti i modi disattese la mia semplice richiesta: rifiutandosi d’intervenire direttamente nella discussione, tacciando di “provincialismo” la Redazione di “U Velto”, contestando, in maniera del tutto superficiale, l’indagine svolta dal Partito Radicale sulla presenza di donne e bambini di etnia Rom all’interno delle carceri, rivendicando lo “spirito di volontariato” che da 43 anni aveva sempre contraddistinto l’Ente Morale da lui presieduto, al contrario di tutte le altre organizzazioni, legate a diverse Chiese e Partiti, che a suo dire si realizzavano soltanto sulla base di “contratti e convenzioni economiche”. Poi, ingenuamente, ricordai la “Convenzione” che Converso aveva appena “chiuso” con la Regione Puglia (agosto 2009), per 480.000 euro, e qui si concluse la discussione.
… e così nessuno andò a Monza: di “Ladra di Profumi” e del suo bambino, nato carcerato, non se ne è saputo più nulla. Questa storia ritrova la sua attualità, per via di due notizie di questi giorni che riguardano la Regione Lazio:

- il Garante dei detenuti e l’Opera Nomadi firmano protocollo di intesa per detenuti Rom;
- il Garante per l’Infanzia e l’Associazione “21 luglio” firmano protocollo d’intesa per l’Osservatorio permanente sui diritti dei minori Rom
Per quanto riguarda l’Opera Nomadi se dovessimo pensare alla sensibilità dimostrata dal suo Presidente, ogni commento appare superfluo. Dobbiamo, invece, congratularci con l’Associazione 21 luglio, “New Entry” assoluta, costituitasi a Roma il 6 aprile 2010, con “pratica” in via di definizione per l’acquisizione della “personalità giuridica”ed il “riconoscimento” di Ente Morale, ma da subito chiamata a confrontarsi con la realtà difficile dei bambini Rom che, per Statuto, sono oggetto della propria attività.
Sembra quasi che in Italia, oggi più di ieri, nessuna seria politica di sostegno al “disagio” sia possibile se non attraverso il coinvolgimento di “partner” occasionali, scelti chissà come e perché. Eppure le attuali contraddizioni della nostra società, le infinite emergenze, la precarietà delle condizioni di vita di tante Famiglie, dovrebbero far riflettere e suggerire strade diverse da quelle fin qui percorse, che non possono trovare risposte nel “volontariato” più o meno assistito.
Noi aspettiamo con ansia che la “Politica”, fuori da ogni logica assistenziale ed abbandonando le tentazioni securitarie, ritrovi i suoi giusti spazi, senza più subappaltare ad altri i problemi delle persone ma, semplicemente, riscoprendo “percorsi istituzionali” certi che con “azioni amministrative” concrete, consentano il graduale superamento delle “precarietà” che, non necessariamente, sono rappresentate solo dalle “emergenze” dei Rom per i quali, invece, si concretizzano sempre più, vere e proprie politiche di “apartheid”.
... ed anche perché, come direbbe “Ladra di Profumi”, nel momento del bisogno tutti spariscono. di Giancarlo Ranaldi

venerdì 11 giugno 2010

Chiesa Battista: bisogna vincere il pregiudizio, la paura e l'indifferenza

"Un'occasione d'incontro per vincere il pregiudizio, la paura e l'indifferenza". Così la pastora Anna Maffei (in foto), presidente dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI) ha presentato oggi a Roma, in una conferenza stampa, il "Camper dell'amicizia con il popolo Rom e Sinti", un'iniziativa itinerante che dal 15 al 20 giugno prossimo toccherà cinque città dal nord al sud della penisola. "Il popolo rom è forse l'etnia più colpita dall'ondata xenofoba che sta attraversando l'Italia - ha spiegato Maffei -. Gli sgomberi dei campi che spesso lasciano intere famiglie all'addiaccio vengono accolti nel migliore dei casi con rassegnata indifferenza. Per combattere questa situazione è importante favorire l'incontro, valorizzare le esperienze positive e diventare portavoce di chi in questo paese non riceve alcun ascolto".
Il camper dell'amicizia partirà martedì 15 da Marghera (Ve), si sposterà quindi a Torino, Firenze, Napoli, per concludere il suo percorso domenica 20 giugno a Bari. Ogni tappa avrà un programma locale, pensato da chiese evangeliche, associazioni e popolazione rom, con culti, testimonianze, momenti musicali e conviviali, visite a campi rom, culti. "Non si tratta di fare un discorso sui rom e sui sinti, ma piuttosto di incontrarsi e dialogare con loro", ha aggiunto Franca Di Lecce, direttore del Servizio rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), che insieme al mensile "Confronti" e ad "Articolo 21" promuove l'iniziativa dell'UCEBI, situandola nell'ambito dell'Anno europeo 2010 delle chiese per i migranti.

Alla conferenza stampa, presieduta dal direttore della rivista "Confronti" Gian Mario Gillio, sono intervenuti anche il parlamentare Giuseppe Giulietti, come portavoce di "Articolo 21", e Marco Pannella, presidente del senato del partito radicale nonviolento transnazionale. Hanno quindi preso la parola i rappresentanti di alcune associazioni che partecipano all'iniziativa. Tra questi, Tonio Dell'Olio, dell'associazione Libera, Rocco Luigi Mangiavillano, operatore della comunità Capodarco di Roma, Salvo Di Maggio e Fabrizio Massara e Mirko Grga della cooperativa Ermes di Roma.

giovedì 29 aprile 2010

Albania, la Regione Molise finanzia un asilo per bambini rom

Incontro a Lezhe e partenza per l'Italia. Per il Governatore del Molise Iorio (in foto) e la delegazione regionale in visità in Albania da tre giorni, ieri pomeriggio si è concluso il viaggio oltre l'Adriatico dopo l'ultima visita in programma. Accolto dal sindaco Viktor Tushaj, Iorio ha incontrato il presidente e i consiglieri comunali. Presente anche il Presidente della Regione di Lezhe, Bardh Rica. Nel confronto, avuto con le Istituzioni, il Presidente Iorio ha discusso dei progetti di cooperazione in atto tra il Molise e la città di Lezhe. Successivamente, accompagnato dal Sindaco Tushaj, il Presidente Iorio ha visitato alcune aree della città che sono oggetto di specifici programmi di risanamento. Iorio si è quindi recato alla sede dell'asilo rom realizzato con il programma di cooperazione molisana.
Qui si è lungamente intrattenuto con i bambini, con i loro genitori e il personale docente e non, che lavora nell'Istituto. L'asilo accoglie oltre 60 bambini di etnia rom. Il capo della comunità rom, a nome dei genitori, ha voluto ringraziare il presidente Iorio per la generosità dimostrata dal Molise chidendo che in futuro i progetti di ampliamento della struttura didattica e di accoglienza vengano sostenuti dal Governo regionale «Abbiamo volentieri investito risorse per la realizzazione di questa moderna struttura - ha detto Iorio - perché essa è l'esempio di come la cooperazione possa interpetrare i bisogni di un territorio e dare risposte tempestive ed adeguate. Siamo certi che i molisani vorranno dare il proprio contributo alla crescita di questa comunità e dare la possibilità di poter un giorno studiare ed affermarsi». da Il Tempo

martedì 2 marzo 2010

Milano, le ruspe abbattono le baracche ma non abbattono la solidarietà

Andavano a scuola con i loro figli. Ma hanno rischiato di abbandonarla dopo gli sgomberi. Siamo entrati nelle case di mamme e maestre che li hanno ospitati e adottati.
«Le ruspe abbattono le baracche, ma non abbattono le mamme e le maestre», dice Flaviana Robbiati, insegnante della scuola elementare "Bruno Munari" di Milano. Nella città dei duecento e passa sgomberi dei rom, ci sono famiglie sgombre dai pregiudizi. Famiglie milanesi che accolgono famiglie rom. Nella propria casa. Le mamme e le maestre di via Rubattino sono diventate un simbolo anche se sono gente normale, normalissima: i figli, la scuola, la spesa, la casa, il lavoro. E un sussulto di dignità. A Milano, come è noto, il problema dei “campi nomadi” viene sbrigato come fanno certe massaie con la polvere del salotto: scuotendo lo straccio fuori dalla finestra. Gli sgomberi sono tutti uguali: gli agenti e i vigili in assetto antisommossa, le ruspe che passano sui tetti di eternit, sulle bombole del gas, sulle stufette, sui giocattoli e gli zainetti dei bambini che vanno a scuola, l’esultanza del vicesindaco Riccardo De Corato e della Lega Nord per aver «restituito pezzi di territorio alla città dell’Expo 2015».
I Rom radunano le loro poche cose, pigiano gli stracci dentro sacchi di plastica neri, le caricano sui carrelli del supermercato o su qualche macchina per poi scomparire nel nulla, o al massimo finire nel dormitorio di viale Ortles (ma solo le madri e i bambini piccoli, perché per i padri, i ragazzi, i giovani, gli anziani, non c’è posto). I nuclei che non si vogliono separare si rifugiano sotto qualche altro cavalcavia (in via Bacula, in via Bovisasca, in viale Forlanini, a Corsico, a Chiaravalle) per poi venir sgomberati nuovamente in un gioco dell’oca molto utile ai fini elettoralistici (le elezioni per il rinnovo della giunta del Pirellone sono alle porte). E nessuno che abbia nulla da dire, non un consigliere comunale, non un rappresentante della società civile, a parte i pochi coraggiosi delle associazioni di volontariato (come il Naga), della Caritas, delle parrocchie.

«Il giorno di Segrate, il 16 febbraio scorso, ci sono stati nuclei familiari che sono stati sgomberati cinque o sei volte nello stesso giorno, a distanza di poche ore», dice Elisa Giunipero, della Sant’Egidio. «Ogni sgombero costa almeno 30 mila euro. Quante strutture di accoglienza si potrebbero creare con quei soldi?», aggiunge Stefano Pasta, anch’egli volontario della comunità fondata da Andrea Riccardi. E i bambini, che venivano accompagnati in classe tutti i giorni grazie a un progetto scolastico della Sant’Egidio, sono costretti a cambiare istituto, quando va bene, oppure finiscono in strada a chiedere l’elemosina.
Una fragile rete di protezione. Dei 36 bambini che andavano a scuola ne sono rimasti una quindicina: «Eppure non davamo fastidio a nessuno», spiega George Paun, padre di Cristina e Florina. George ha alle spalle una lunga serie di sgomberi (Bovisa, Rubattino, Corsico, Segrate). Ma le madri e le maestre del circolo didattico di via Pini, dopo lo sgombero di via Rubattino (il 19 novembre), hanno cominciato a reagire, per la prima volta in tutta Italia, formando una fragile rete di protezione per quelli che sono rimasti.
Nei giorni degli sgomberi, in via Rubattino come a Segrate (l’ultimo in ordine di tempo) li hanno ospitati nelle loro case per un bagno caldo, una cena e un letto per la notte. «Avevano tanta paura negli occhi, anche se di giornate come quella ne avevano viste più di una», dice Assunta Vincenti. Da allora li vanno a prendere nei luoghi dove si sono rifugiati, ogni mattina, per caricarli in macchina e portarli a scuola. Di pomeriggio fanno i compiti coi loro figli.
«Il dramma ha rafforzato i rapporti, sono gli amici dei nostri figli e dunque li trattiamo come figli», spiega Francesca Amendola, un’altra delle madri che si prodiga per quell’infanzia negata. «Ci conosciamo tra le famiglie e devo dire che sono persone splendide, solo più sfortunate di noi. Se l’integrazione non parte dalla dignità umana e dalla scuola allora vuol dire che non c’è speranza», aggiunge Alessandra Bufalini, madre di Andrea. Le parrocchie, discretamente, offrono un alloggio; uomini e donne di buona volontà offrono un pasto, aiutano a fare i compiti, vanno a fare la spesa, portano le madri e i bambini dal medico.
Giovedì 25 febbraio mamme e maestre hanno organizzato una merenda in onore dei bimbi rom e soprattutto per ricordare quegli alunni invisibili scomparsi nel nulla. Tra i banchetti delle torte e della Nutella hanno appeso delle sagome di scolaro per ricordare i loro compagni scomparsi nel nulla. A casa di Francesca oggi c’è Marius, assistito anche da Assunta, mamma di Dario.
«A Natale si era ustionato mani e piedi», ricorda. «Lo abbiamo accompagnato a fare le medicazioni presso le Acli. La sera dello sgombero è venuto da me a dormire. Sua sorella Cristina è ospite dalla sua maestra. Il giorno dello sgombero di Segrate si aggirava smarrito per il campo. L’ho portato a casa mia a fare colazione, a lavarsi e poi l’ho accompagnato a scuola. Noi gli facciamo sentire la nostra solidarietà, ma questi sentimenti non gli daranno da mangiare a lungo. Le famiglie vorrebbero lavorare e affittare piccoli appartamenti in zona per poter continuare a mandare a scuola i figli. Non ci sono parole per descrivere la nostra fatica quotidiana in questi lunghi mesi. Per procurare materassi, fornelli, bombole del gas, giocattoli a Natale, pannolini, abiti, scarpe, viveri, portarli a fare le docce, pagare le multe per accattonaggio».
In questa opera silenziosa ci sono anche dei parroci. «C’è n’è uno che ospita due famiglie nella canonica», aggiunge, ma non dice il nome per evitare ritorsioni. A questo siamo arrivati a Milano. di Francesco Anfossi

giovedì 25 febbraio 2010

San Giorgio in Bosco (PD), imprenditore ospita i Rom nel giardino dell’azienda: «Ero povero come loro»

L'imprenditore «zingaro». E cacciatore di storie. Da dieci anni ospita quattro famiglie di rom all'esterno del suo capannone: ha comprato le roulotte e ha dato loro la residenza, così i bambini possono andare a scuola. Ma c'è molto di più da raccontare. E' una storia che comincia nel Veneto contadino, quando al posto dei capannoni c'era solo terra. E di un camion in cui si cucinavano gli spaghetti in corsa pur di arrivare in tempo all'apertura dei mercati. Oltre il muro di Berlino, a Est. Nel palazzo-capannone, sede dell'azienda con le pareti vetrate, si apre un porta nel corridoio e senza filtri si entra nel laboratorio delle decorazioni. C'è un mobile bianco in legno massiccio, placcato con fogli dorati: «Questo va in Russia».
Incontriamo Gianni Tonin nel cuore del suo impero a San Giorgio in Bosco dove il mobilificio sforna mobili di design da quando ha inventato il marchio di famiglia. Un suo tavolo, per dire, è finito in una delle edizioni del Grande fratello. Lui, nell'impeccabile gessato, entra in fabbrica e prende un caffè con gli operai dalla macchinetta. Intasca un numero di telefono ricevuto da una decoratrice romena, che gli chiede: «Gianni chiami tu?». All'esterno, oltre i capannoni hi-tech ultimati quattro anni fa, lasciati i suv aziendali nel piazzale, c'è un altro capannone dove risiedono - regolarmente iscritte all'anagrafe - quattro famiglie rom. Sono originari della Romania e sono diventati negli anni italiani a tutti gli effetti. Vivono in un camper e altre roulotte: ci sono dei servizi igienici, la corrente e l'antenna Tv. Hanno scelto di restare erranti per tutta la vita. Il riscaldamento lo forniscono le bombole del gas e il conto lo salda «Toni ».
E' il soprannome dell'imprenditore diventato re degli zingari in casa propria. Ed è lì nell'accampamento con il falò ai piedi dei capannoni, che c'è il cuore del suo regno. Si siede nel camper a bere un caffè e ad ascoltare le storie accendendosi l'ennesima sigaretta. Accade in un Veneto dove in quasi tutti i comuni vige il divieto di stazionamento e ci sono sbarre nei parcheggi. Con un ghigno, Gianni Tonin ricorda quando ha pagato tutte le multe e ospitato nel piazzale le quattro famiglie: «Così imparano a mandarli via».

«Ogni giorno c'era un polverone di denunce e io sono un maestro dei "disastri" - racconta con ironica schiettezza -Ho fatto prendere a tutti e sei la residenza, così ho risolto il problema e i bambini possono andare a scuola: ogni settimana ciascuno riceve ottanta euro, hanno la corrente il bagno esterno e il riscaldamento». E perché lo fa? «Se lo domandano in molti: io voglio sentire le storie del mondo. E visto che posso, faccio qualcosa». Dà un'altra possibilità. E' nella carovana, oltre la soglia del suo ufficio, che ricorda come è nato tutto. Risale a quando c'erano solo i campi dove adesso sorge la zona industriale. Tonin all'epoca, non era «nemmeno un contadino». «Con i miei genitori vivevamo in una baracca "abusiva", perché chiamarla casa… Era in mezzo alle terre dei contadini, rubavo le uova e le galline per mangiare. L'acqua la bollivamo per berla, la prendevamo a valle dopo che era passata dai maiali: perché non ci volevano dare niente nelle fattorie».
Il re del mobile si stiracchia sulla poltrona di design, distende le gambe e si scioglie un poco a ritrovarsi bambino. «Io e i miei ridevamo e cantavamo sempre, avevamo la fede: poveri i ricchi!». Racconta e arriva fino all'incidente che lo ha fatto diventare imprenditore quando, a vent'anni, faceva il camionista. In un viaggio gli capitò di restare intrappolato sotto la motrice del camion mentre si scapicollava per le strade della Polonia, Cecoslovacchia (allora) e Romania. Ai tempi del muro di Berlino. «Ero specializzato nel cucinare gli spaghetti in camion mentre correvamo: il ritardo al mercato ci sarebbe costato una penale - dice sorridendo - Passavamo le frontiere dell'Urss in silenzio tra carri armati e mitra, i militari guardavano sotto il camion con gli specchi: avevamo sempre un po' di burro di contrabbando». E via con le discese in folle per lanciare il camion oltre i cento all'ora. Una di quelle volte, il suo amico si scontrò vicino a un ponte. Lui dormiva in cuccetta: «Mi sono ritrovato con il letto incastrato sotto la motrice che sprofondava nel fango, l'olio del motore mi bruciava il petto e il peso mi stritolava: mi hanno salvato dei camionisti di passaggio che erano di Tombolo (Padova)».
Dopo essere tornato dalla Romania in treno con sette vertebre fuori posto, ha iniziato a vendere scarpiere a domicilio. Da qui nasce l'impero Tonin. Prima ne ha assunto uno, poi due fino ad oggi con oltre cento di dipendenti: italiani, turchi, romeni, brasiliani. Il capomastro è il primo romeno che Tonin ha aiutato e ce ne sono stati molti altri. Ancora, perché? «Mi ricordo la fame dei popoli che ho incontrato nei miei viaggi - racconta - Una ventina di anni fa sono tornato in Romania e in un bar di notte - va a nozze con le periferie - a Baia Mare ho conosciuto Beni, uno di lì, che parla italiano e con lui ho ricostruito un villaggio di zingari». É fatto così. Un giorno poco prima di Natale gli hanno raccontato di romeni che vivevano in un bosco, fuori San Giorgio, nel suo paese. Non poteva lasciarsi sfuggire quel mistero. «Sono arrivato in Bmw con cappello e cappotto nero: pensavano fossi un poliziotto invece li ho invitati tutti a casa per il pranzo di Natale - ride senza prendere fiato - E’ stato il più bel pranzo di Natale che ricordi ». Gianni Tonin ha molte altre storie da raccontare. Storie. Dell'imprenditore che sogna di tornare “zingaro” almeno per una volta, ancora a bordo della sua carovana. di Martino Galliolo

martedì 23 febbraio 2010

Guidizzolo (MN), un augurio alle famiglie sinte

Diversamente da quanto si crede, i Rom e i Sinti non irridono né osteggiano la legalità; ne danno una definizione precisa e coincidente a quella dei gagi (o “non sinti”), come rispetto delle regole in uno Stato di diritto.
Le popolazioni rom e sinte sono una «galassia» di minoranze: non possiedono una stessa storia, né tanto meno condividono una cultura fortemente omogenea o un’unica religione.
La non riconducibilità a un’appartenenza territoriale fa di rom e sinti dei gruppi privi di cittadinanza, e quindi privi di diritti.
E’ per questo motivo che nelle politiche sociali messe in campo da diverse città non si fatica a individuare forme nemmeno troppo sottili di trattamento diversificato e discriminatorio nei loro confronti.
I Governi locali sembrano non riconoscere che essi sono persone, dotate di capacità, culture e competenze politiche, con cui si può ragionare, negoziare, costruire.
Quindi, l’unico modo per abbattere i pregiudizi, è quello di prevedere ed attuare progetti d’integrazione il cui percorso non sia spianato con le ruspe .
Confrontarsi per invertire la tendenza alla discriminazione, una maggiore interazione e conoscenza reciproca, fare informazione e formazione nelle scuole, realizzando campagne anti-discriminazione sul modello della pubblicità progresso «Dosta!» (Basta!) promossa dall’UE, «perché la cultura rom venga fuori e sia quindi conosciuta, così da abbattere la forma di “visione” culturale prevalente (la miseria, la marginalità), errata perché parziale, e sostituirla con occasioni di incontro e di scambio interculturale sono sicuramente i percorsi giusti per realizzare un’informazione più corretta a loro riguardo».
L’integrazione si raggiunge attraverso un processo di introspezione (difficile e impegnativo sicuramente) che ogni cittadino dovrebbe compiere abbattendo innanzitutto le catene che lo imprigionano (pregiudizi) e che gli impediscono di conoscere realtà diverse dalla propria.
L’augurio che mi sento di fare ai nostri concittadini sinti (italiani a tutti gli effetti) è che possano trovare una casa, un lavoro, la serenità di cui tutti abbiamo bisogno, ma, soprattutto, auguro loro il giusto riconoscimento dell’identità culturale come popolo evitando criminalizzazioni generalizzate.
Mi auguro che si possa, da subito, affrontare questo problema con pacatezza, equilibrio e volontà di riportare le cose entro i giusti termini di discussione democratica. di Paolo Ghirardi

mercoledì 30 dicembre 2009

Roma, il Presidente Napolitano ha visitato la Comunità di Sant'Egidio

Il 23 dicembre, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è recato in visita alla Comunità di Sant’Egidio, a Trastevere. Si tratta di un incontro natalizio con il Consiglio di presidenza della Comunità e le diverse realtà e espressioni di quella che è stata definita l’ONU di Trastevere.
A dargli il benvenuto, con il fondatore, il Prof. Andrea Riccardi e il presidente Prof. Marco Impagliazzo c'erano i Rom e i Sinti che gli hanno esposto la loro volontà di uscire dalla precarietà (abitativa e sociale) e il cammino intrapreso per il riconoscimento di uno status giuridico. Poi il Presidente Napoletano ha incontrato un gruppo di disabili, che gli hanno parlato dell’impegno intrapreso con l’arte (e le esposizioni “Abbasso il grigio”) e dell’inserimento lavorativo attraverso la “Trattoria degli Amici”, un ristorante a Trastevere gestito dalla Comunità con i disabili. A seguire il Presidente si è intrattenuto con un gruppo di anziani e bambini: i primi hanno raccontato la loro campagna per il diritto di ogni anziano a rimanere a casa propria, mentre i più piccoli hanno spiegato al presidente l’impegno dei giovani per l’Africa.
Un momento particolare è stato dedicato agli “amici per la strada”, i senza fissa dimora, che hanno potuto parlare dei loro problemi e speranze e della gioia del “Pranzo di Natale” con la Comunità. Successivamente il Presidente ha incontrato un gruppo di immigrati del Movimento “Genti di pace”, che hanno studiato la lingua italiana presso la Scuola Louis Massignon della Comunità, per l'insegnamento della Lingua e Cultura italiane. L’apprendimento della lingua rappresenta infatti il primo passo per l’integrazione. I figli degli immigrati presenti hanno detto con semplicità al Presidente di sentirsi italiani, anzi romani, e il loro desiderio di divenire cittadini italiani a pieno titolo.
Il Presidente ha assistito anche alla proiezione in anteprima del film “L’audacia dell’amore” di Maite Carpio, realizzato da “La Storia siamo noi” - programma di RAI Educational – che ripercorre la storia della Comunità di Sant’Egidio, nata a Roma nel ’68.
Erano presenti tra i numerosi ospiti: Renzo Gattegna, Riccardo Di Segni e Riccardo Pacifici, il nunzio in Italia Bertello, il presidente Rai Garimberti, Arrigo Levi, Giovanni Minoli. da Comunità di Sant'Egidio

venerdì 16 ottobre 2009

Giornata internazionale contro la povertà

In occasione della Giornata internazionale contro la povertà (il 17 ottobre), sono molte le voci che si levano da tutta Europa per un’azione concreta contro una situazione di mancanza che affligge oltre 80 milioni di persone nell'Unione europea, una delle aree più ricche del mondo. Vladimir Spidla, commissario europeo agli Affari sociali, ricorda - parlando in occasione dell'ottava Tavola rotonda sulla lotta alla povertà, tenutasi nei due giorni scorsi a Stoccolma-, come in tempi di crisi siano i più deboli quelli che pagano il prezzo più alto: perdita del lavoro, difficoltà nel saldare i debiti, difficile accesso al credito. Fattori che possono portare migliaia di persone a entrare nel ciclo della povertà. Spidla ha inoltre ricordato che il 2010 sarà l'Anno europeo per la lotta contro la povertà e l'esclusione sociale: un'occasione per reintegrare a pieno titolo le persone in stato di povertàal centro della società.
Diverse ong e network europei hanno lanciato appelli e comunicati in occasione della giornata internazionale di mobilitazione. Enar, la rete antirazzista europea, ha messo l'accento sulla situazione di povertà cronica in cui in molti casi sono segregate le minoranze etniche. Per Enar è necessaria un'azione urgente a loro favore che si basi su una raccolta capillare di dati per capire qual è la reale situazione di queste minoranze e soprattutto quali ostacoli li tengono esclusi e in stato di privazione.

Erio, ufficio europeo d'informazione sui Rom, segue la stessa linea: la situazione di povertà delle minoranze rom e sinte in Europa dev'essere risolta urgentemente, per prevenire che questa comunità sprofondi ancora di più nell'esclusione a causa della crisi economica. Erio chiede un approccio integrato e che prevede azioni in tutte le aree rilevanti per l'inclusione sociale dei rom: educazione, lavoro, alloggio e salute.
Per Age, organizzazione che raccoglie le ong della terza età, si rivolge ai governi dei 27, chiedendo che venga stabilita una pensione minima garantita (e indicizzata in base agli aumenti del salario medio) ovunque in Europa, e rigettando l'idea che tale supporto disincentivi la permanenza degli anziani sul lavoro: per Age, il basso numero di anziani ancora attivi è dovuto ad altri fattori, quali la discriminazione basata sull'età, problemi di salute e mobilità o altre questioni famigliari. Eurochild, organizzazione dedicata all'infanzia, si appella affinché l'Europa diventi ancora più presente per sottrarre i quasi venti milioni di bambini europei (uno su cinque) dalla morsa della povertà.
Per Eurochild va creato un legame chiaro e forte tra lotta alla povertà e diritti dei minori. da Agenzia Dire