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martedì 15 marzo 2016

Milano, via Idro: il comunicato della ReteRom

Lo sgombero del campo regolare di via Idro. Una vittoria di Pirro
Siamo in campagna elettorale e, come il mattino dopo la notte, arriva inevitabile la caccia al rom. Niente di più facile e di conveniente, e anche di vigliacco. Un popolo abituato da secoli alla persecuzione non si ribella, si piega e cerca altrove un posto e sopravvive. In attesa della prossima campagna che sfoghi su di lui pregiudizi, malesseri e disagio di una società che non sta tanto bene e certo non per colpa sua.
A Milano la tradizione prevede che alla vigilia delle elezioni l’amministrazione uscente chiuda un campo. Lo ha fatto la Moratti con il campo regolare di via Triboniano. Ora lo fa Granelli, assessore alla sicurezza, con il campo regolare di via Idro. Certo, non è un bel precedente visto che la Moratti nonostante ciò ha perso le elezioni.

Milano, via Idro: la violenza paternalista dell’amministrazione comunale

Chi abita in Via Idro? Cittadini rom italiani.
Perché abitano lì? Perché hanno ricevuto dal Comune quelle piazzole a tempo indeterminato. Ci abitano regolarmente da 26 anni.
Crediamo sia fondamentale partire da queste due semplici domande per riflettere su cosa sta succedendo in via Idro: dei cittadini italiani sono costretti a lasciare le loro case perché è stato deciso che, vivere lì, è pericoloso. Cittadini italiani, per così dire, dato che hanno il difetto di essere rom.
“L’amministrazione comunale chiude il suo mandato instaurando una nuova eccezionale prassi di sgombero: il paternalismo violento è il metodo e i cittadini rom le cavie perfette. L’amministrazione comunale prima, a suo tempo, concede le piazzole, poi decide che non ci si può più vivere, offre delle soluzioni alternative abitative discutibili, peggiorative e neanche omogenee per tutti i nuclei familiari e chiude il campo. Proviamo una profonda tristezza nel vedere le famiglie che, sotto il ricatto secco del prendere-o-lasciare, abbandonano le case in cui hanno vissuto per tanti anni.
Tutto ciò è possibile perché sono cittadini rom, e dei rom, diciamo la verità, non importa niente a nessuno. Anzi. Azioni di questo tipo sarebbero impensabili nei confronti di qualsiasi altra minoranza. La violenza contro i rom è, invece, trasversalmente accettata e condivisa.” Dichiara Pietro Massarotto, presidente del Naga.
“I proclami vittoriosi di sgombero da parte delle amministrazioni comunali di ogni colore, oltre a dimostrare l’incapacità della politica di confrontarsi con la ‘questione rom’, nascondono il desiderio perverso di vedere scomparire, una volta per tutte, quelle sparute centinaia di fastidiosi rom che insistono a vivere nella nostra città. Come se a forza di sradicarli, distruggendo le case e demolendo i loro spazi, prima o poi li si possa far scomparire. Non succederà. Neanche con metodi (forse) leciti ma senz'altro ingiusti.” conclude il Presidente del Naga.

martedì 5 gennaio 2016

Milano, diamo una mano ai rom residenti in via Idro

Sucar Drom aderisce all'appello lanciato dalle famiglie rom residenti in via Idro a Milano e dalla Consulta Rom e Sinti di Milano perchè non riteniamo il progetto del Comune di Milano in linea con quanto prescritto dalla Strategia nazionale d'inclusione dei rom, dei sinti e dei camminanti. Il progetto deve essere fermato perchè nega alle famiglie rom italiane quella sicurezza abitativa che era stata conquista con tanta fatica negli Anni Novanta. Una sicurezza abitativa, ovvero la sicurezza di non rimanere per strada, che con tantissimi limiti è garantita dalla struttura esistente da trent'anni in via Idro. Invitiamo tutte e tutti ad inviare una mail al Sindaco di Milano, Giuliano Piasapia.

Subito dopo le feste natalizie i Rom del “campo” regolare di via Idro di Milano, nel quale vivono da 26 anni, saranno sgomberati. In 26 anni si sono inseriti, hanno costruito rapporti con il quartiere nel quale vivono regolarmente, i loro figli vanno a scuola. Sono tutti cittadini italiani, molti di loro discendono dai Rom internati nei campi di concentramento nazifascisti italiani. Dovranno abbandonare le loro case, le loro attività, i loro beni e affetti, i loro figli dovranno abbandonare le scuole che frequentano.

Come soluzione alternativa il Comune di Milano offre loro i container dei Centri di Emergenza Sociale e di Centri di Autonomia Abitativa nei quali sono già ospitate le famiglie rom sgomberate dai campi irregolari (che dovrebbero lasciare il loro posto alle famiglie di via Idro senza nessuna soluzione). In ogni caso l’ospitalità in questi centri è temporanea, in strutture precarie (container di 12-15 metri quadri per le famiglie di minimo 4-5 membri). Potrebbero stare lì al massimo un anno e in quest’anno il Comune di Milano dovrebbe offrire loro i percorsi di integrazione e di autonomia. Abbiamo seri dubbi che questi percorsi possono realizzarsi in un anno visti i precedenti con molte altre famiglie ospitate già in questi centri che non hanno avuto nessun percorso e sono finite per strada. Non si capisce poi perché questi percorsi non vengono effettuati direttamente dal campo nel quale le persone hanno già una loro casa evitando tra l’altro anche i costi di permanenza nei centri del Comune.

giovedì 5 marzo 2015

Piazza Pulita, Bezzecchi: mi sono indignato per ciò che è accaduto

Ho assistito alla trasmissione “Piazza Pulita” di lunedi 2 marzo e con grande sorpresa ho visto in primo piano l’Eurodeputato della Lega Nord Gianluca Buonanno insultare i Rom e i Sinti “siete la feccia della società” che ai più sa dell’incredibile ma che in effetti è la facciata realistica della medaglia, che continuamente, inarrestabilmente, ci buttano in faccia centinaia,migliaia di intolleranti in questa Italia incivile e faccendiera.

Mi sono indignato per ciò che è accaduto. Non è la prima volta che ciò accade, la “qualifica di ladri” ribadita più volte dall’Europarlamentare della Lega Nord, nei confronti del popolo Rom Sinto, afferma che la discriminazione oggi ha assunto una fisionomia funzionale molto pesante, sintomo di una mentalità razzista, bieca e volgare che sta diffondendosi sempre di più nel nostro paese.

Episodi come questo e come tutti quelli che leggiamo sul giornale quotidianamente ci fanno temere che, nei momenti economicamente difficili come quello che stiamo attraversando, i più deboli diventano nuovamente le vittime sacrificali di un darwinismo rampante che ci trasforma in branco.

giovedì 30 ottobre 2014

Mantova, il Sindaco ostaggio del razzismo

Il Sindaco di Mantova e la sua Giunta sono ostaggio del razzismo a Mantova. Da alcune settimane questo è il leitmotiv che tutti leggono nelle dichiarazioni del Consigliere comunale Luca De Marchi (in foto), fondamentale per i numeri della maggioranza in Consiglio comunale. Il Sindaco e la Sua Giunta avrebbero una maggioranza se negassero il diritto allo studio a dei bambini. Si dovrebbe negare a loro il diritto allo studio per la sola ragione che sono nati in famiglie che appartengono alle minoranza storica linguistica sinta. Per tutti gli altri bambini mantovani tale diritto non verrebbe negato.

Nelle continue dichiarazioni del Consigliere Luca De Marchi oltre a voler negare il diritto allo studio ai bambini sinti vi è la continua contrapposizione tra mantovani. Chi appartiene alla minoranza storico linguistica sinta non dovrebbe in alcun modo essere sostenuto se versa in situazione di povertà, mentre chi non appartiene a tale minoranza dovrebbe avere tutto il sostegno possibile. A parità di condizione all'uno nulla, all'altro tutto l'aiuto possibile.

giovedì 5 giugno 2014

Razzismo, Mario Borghezio vada processo

L'europarlamentare Mario Borghezio aveva insultato i rom durante il suo intervento l'8aprile 2013 alla trasmissione radiofonica “La Zanzara”. La Commissione affari giuridici dell’Europarlamento ha negato l'immunità parlamentare. Sucar Drom, Upre Roma e Nevo Drom plaudono la decisione e chiedono l'immediato rinvio a giudizio.

Mario Borghezio aveva espresso giudizi quali “non tutti i rom sono ladri ma molti ladri sono rom (…) una bella percentuale”, per poi attaccare la presidente Boldrini che aveva ricevuto otto ragazzi rom alla Camera dei Deputati, definendoli come “facce da c…”. La gravità delle dichiarazioni aveva determinato un esposto di Sucar Drom, Upre Roma e Nevo Drom presso il Tribunale di Milano. Ma l'esposto si era fermato per l’appello fatto da Borghenzio all’immunità garantita ai parlamentari europei.

Il Parlamento europeo, attraverso la Commissione affari giuridici, ha giustamente bocciato la richiesta di Borghezio, “considerando che le dichiarazioni che sarebbero state fatte vanno al di là del tono che generalmente si riscontra nel dibattito politico e che sono, inoltre, di natura profondamente inadeguata alla dignità del Parlamento e in contrasto con l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea” quello che vieta le discriminazioni.

La Commissione ha anche affermato nel dispositivo “Se fatte in una seduta del Parlamento Europeo affermazioni come quelle formulate da Borghezio avrebbero potuto comportare sanzioni ai sensi dell’art.153 del regolamento”, perciò “non è opportuno che l’immunità parlamentare le copra”.


Le associazioni Nevo Drom, Upre Roma e Sucar Drom plaudono per la giusta decisione presa dalla Commissione affari giuridici dell'Europarlamento e invitano la Procura della Repubblica di Milano a procedere senza indugi al rinvio a giudizio per sanzionare l'Europarlamentare per le gravi e discriminatorie affermazioni fatte.

sabato 7 settembre 2013

Parma, 21 luglio e Sucar Drom contrari a riqualificazione del "campo"

La decisione del Comune di Parma di riqualificare il “campo nomadi” di via del Cornocchio potrebbe indicare il reiterarsi di politiche discriminatorie e ghettizzanti nei confronti delle comunità rom e sinte. Lo scrivono Associazione 21 luglio e Sucar Drom in una lettera di preoccupazione congiunta inviata al sindaco di Parma Federico Pizzarotti.

La lettera si riferisce alla decisione del comune emiliano, annunciata con un comunicato stampa dello scorso 19 agosto, di «elaborare un progetto di riqualificazione del “campo” di via del Cornocchio, in linea con la nuova Legge Regionale su Sinti e Rom».

Il progetto, in particolare, prevede di «recintare e mettere in sicurezza la zona del “campo”, la predisposizione di un’area di sosta di dimensioni più limitate, il ripristino della palazzina operatori e la manutenzione del “dormitorio di emergenza” invernale», si legge nel comunicato del Comune di Parma.

Pur esprimendo apprezzamento per ogni azione pubblica volta a migliorare le condizioni igienico sanitarie delle comunità rom e sinte presenti negli insediamenti formali e informali del nostro Paese, Associazione 21 luglio e Sucar Drom definiscono «antistoriche, antieconomiche e discriminatorie quelle politiche abitative rivolte alle comunità rom basate in maniera quasi esclusiva sulla costruzione di “campi nomadi” e “aree di sosta”, che hanno come esito una situazione di ghettizzazione di fatto».

martedì 6 agosto 2013

Lombardia, una proposta di legge regionale razzista

Il Consigliere regionale Riccardo De Corato si era distinto nell'ostilità istituzionale contro i sinti e i rom milanesi quando era Vice Sindaco nella Giunta Moratti, ora da Consigliere regionale vuole estendere le sue proposte discriminatorie a tutta la Lombardia.

Riccardo De Corato non demorde. Per lui i sinti e i rom sono un'ossessione. Aveva incentrato tutta la sua attività amministrativa come Vice Sindaco del Comune di Milano sulla sicurezza e contro rom e sinti ed era stato punito con tutto il centro-destra dagli elettori nel 2011 perchè i problemi reali di Milano erano altri. Ora ci riprova in Consiglio regionale, presentando una proposta di legge a dir poco discriminatoria.

De Corato sul suo profilo facebook afferma: “la nostra legge stabilisce che il periodo massimo di sosta nei campi è di tre mesi prorogabile solo in caso di minori che frequentino la scuola dell’obbligo (quando sia comprovata la loro regolare presenza in classe!) I nomadi, come dice la parola stessa, sono popolazioni che si spostano da un territorio all’altro. Non sono popolazioni stanziali.”

De Corato non vuole capire che i “nomadi” sono un'invenzione stereotipata per discriminare e segregare i Cittadini italiani, appartenenti alle minoranze linguistiche sinte e rom e i Cittadini immigrati, appartenenti alle minoranze rom. Per altro se alcune famiglie di sinti italiani volessero continuare a svolgere l'attività di lavoro itinerante, come quella del giostraio, del circense o del musicista, nella legge regionale proposta non si fa accenno alla possibilità di potersi fermare senza essere cacciati immediatamente dai Sindaci, ma la stragrande maggioranza di sinti e rom sono stanziali da generazioni anche perchè tali attività lavorative sono oramai residuali.

giovedì 11 luglio 2013

Mantova, Sucar Drom risponde all'ennesima provocazione discriminatoria

Interveniamo dopo l’articolo apparso sulla Gazzetta di Mantova (6/07), in cui il consigliere De Marchi sollecita la maggioranza ad assicurare i tagli dei contributi per la comunità sinta e rom. Il sindaco Sodano deve mettergli per iscritto che taglierà il finanziamento al trasporto scolastico per le bambine e i bambini sinti che frequentano le scuole di Mantova, altrimenti lui non sarà soddisfatto! Della serie cominciamo con quelli più piccoli….

Per il momento tralasciamo il tono discriminatorio ed il razzismo evidente a cui De Marchi ci ha abituato e di cui presto legalmente dovrà rispondere. Tralasciamo anche il misero tentativo di far credere che siano questi i problemi più pressanti che l’amministrazione deve affrontare.

Per il momento vorremmo solamente portare a conoscenza del lettore il servizio di trasporto scolastico. Da diversi anni esso viene confermato dalle varie amministrazioni che si sono susseguite, come intervento fondamentale (se non doveroso, evidentemente utile) e che invece secondo Il consigliere leghista dovrebbe essere eliminato in quanto “aumenta la dipendenza dai servizi sociali e che, visti i risultati, non motiva il denaro speso”.

lunedì 15 aprile 2013

Bolzano, blitz oltraggioso e vergognoso

Il 13 aprile 2013 a Bolzano, siamo tornati indietro nel tempo, nel tempo di guerra. Ci sembrava un film degli anni 70 dove per catturare una banda di criminali circondavano un intero rione per non lasciare fuggire nessuno.

Ancora oggi che siamo nell'anno 2013, quando in Europa si parla di pari diritti e pari opportunità per tutti, Bolzano, nell'area di sosta in via Trento 50 (ma non solo), dove la maggioranza di persone che ci abitano sono anziani, bambini e ragazzi, le forze dell’ordine sono intervenute in massa per “un controllo di routine” secondo loro, identificando tutti gli abitanti senza dare ulteriori spiegazioni, come se nessuno sapesse che in via Trento 50 ci abitiamo solo noi, famiglia Gabrielli, nati e residenti a Bolzano da sempre.

Ovviamente non c’era nulla di cui le forze dell’ordine potessero accusarci, in compenso questo dispiegamento impressionante di forse dell’ordine è riuscito a spaventare i bambini e anziani. Questo, che è un vero e proprio atto di forza solo “per un controllo di routine”, è oltraggioso e vergognoso per tutti noi che con tutte le nostre forze stiamo cercando di farci conoscere dai nuovi vicini per riuscire a convivere in pace e armonia con tutti. Dopo questo raid delle forze d’ordine che cosa penseranno i nostri vicini? Che cosa diranno vedendo tutti quei carabinieri!

lunedì 10 settembre 2012

Verona, la Giunta comunale vuole discriminare i sinti italiani

La Giunta comunale di Verona, guidata dal Sindaco Flavio Tosi, sembra che abbia deliberato una proposta di modifica al regolamento per l’area per sinti italiani di Forte Azzano a Verona, da portare a breve in Consiglio comunale per l'approvazione definitiva. Dalla lettura delle agenzie e degli articoli stampa (ANSA, L'Arena, TG Verona) Sucar Drom ritene che in tale proposta si configuri una discriminazione istituzionale, punibile dalla normativa penale e civile vigente.

Secondo le notizie stampa la Giunta comunale di Verona è intenzionata ad introdurre una norma che permetterebbe all'Amministrazione comunale l'allontanamento dall'area per sinti italiani di Forte Azzano di ogni residente arrestato o condannato anche in primo grado per reati contro il patrimonio, le persone e la pubblica amministrazione.

Riteniamo tale norma discriminatoria, su base razziale, perchè rivolta solo ed esclusivamente alle persone, appartenenti alla minoranza linguistica dei sinti, che essendo povere usufruiscono di fatto di un alloggio popolare (area comunale), strutturato secondo i dettami della Legge regionale delVeneto n.54/1989.

lunedì 28 maggio 2012

Rom e Sinti, l'esclusione resta diffusa in Italia e in Europa

Presentati i dati dell'indagine "The situation of Roma in 11 Ue Member States" (qui la sintesi in italiano) che ha coinvolto 11 Paesi membri dell'UE ed è stata curata dell'Agenzia dell'UE per i diritti fondamentali e del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite. In Italia l'indagine è stata coordinata da Sucar Drom, dalla Federazione Rom e Sinti Insieme, da Demaskopea e ha coinvolto decine di giovani e meno giovani sinti e rom come rilevatori.

Secondo la relazione pubblicata il 23 maggio 2012 dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) congiuntamente con il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), molti Rom e Sinti continuano a essere oggetto di discriminazione ed esclusione sociale in tutta l’Unione europea (UE).

In media, la situazione dei Rom è peggiore di quella dei non-Rom che vivono nelle loro strette vicinanze. La relazione si basa su due indagini che analizzano la situazione socioeconomica di Rom e non-Rom abitanti nelle stesse zone, in undici Stati membri dell’Unione europea e in paesi europei limitrofi.

“I risultati di queste indagini tracciano un quadro fosco sulla situazione attuale dei Rom negli undici Stati membri dell’UE esaminati” dichiara il direttore della FRA Morten Kjaerum: “Le discriminazioni e l’antiziganismo persistono. Dai risultati delle indagini emerge che un’azione tempestiva ed efficace è indispensabile, soprattutto per migliorare l’istruzione dei Rom. Questo è un elemento cruciale per liberare il loro potenziale futuro e fornire ai giovani Rom competenze tali da spezzare il circolo vizioso della discriminazione, dell’esclusione e della povertà.”

Secondo la relazione, negli undici Stati membri dell’UE considerati, che ospitano la stragrande maggioranza dei cittadini Rom e Sinti dell’Unione europea, la situazione scolastica, occupazionale, abitativa e sanitaria dei Rom è in media peggiore di quella dei non-Rom abitanti nelle stesse zone.

I Rom continuano a subire discriminazioni e non hanno una conoscenza sufficiente dei diritti garantiti dalla legislazione dell’Unione europea.

Alcuni dati ricavati dalla ricerca:
- soltanto il 15% dei giovani adulti rom e sinti intervistati ha completato il ciclo di istruzione secondaria superiore generale o professionale, mentre per la popolazione maggioritaria delle stesse zone si registra una percentuale superiore al 70 %;
- in media, meno del 30% dei rom e sinti intervistati ha un’occupazione retribuita;
- il 45 % circa dei sinti e dei rom intervistati vive in abitazioni in cui manca almeno uno dei seguenti elementi: cucina, servizi sanitari, doccia o vasca interni, o elettricità;
- in media, il 40 % circa dei rom e dei sinti intervistati vive in una famiglia in cui una persona è andata a dormire affamata almeno una volta nel corso dell’ultimo mese a causa della mancanza di denaro necessario per l’acquisto di generi alimentari.

“Il partenariato fra le quattro organizzazioni internazionali nel condurre questa ricerca [FRA, UNDP, Banca Mondiale e Commissione Europea], manda un messaggio forte e chiaro: la gravità della situazione dei Rom è tale da richiedere una risposta concertata. Questa pubblicazione dimostra che un tale approccio unito e coordinato è possibile e che porta a risultati,” dichiara Andrej Ivanov, Senior Policy Advisor di UNDP per lo Sviluppo umano e l’Integrazione dei rom.

Le indagini hanno documentato la situazione concreta sul terreno. I risultati offrono ai responsabili politici le prove necessarie per elaborare risposte efficaci, che consentano di affrontare la situazione. I risultati delle indagini hanno contribuito alla Comunicazione n. 226/2012 della Commissione Europea sui Rom, presentata a Bruxelles il 23 maggio 2012.

giovedì 1 dicembre 2011

Bambini rom dovrebbero essere tolti alle rispettive famiglie e dati tutti in adozione?

Stando alla ricerca di Carlotta Saletti Salza, professoressa presso l’Università di Verona, su un totale di 8.830 procedure di adottabilità, i minori rom e sinti dichiarati adottabili in sette sedi di Tribunali Minorili italiani nel periodo compreso tra il 1985 e il 2005 sono stati 258. Quello che è oggi uno dei maggiori studiosi di cultura romanì in Italia, il professor Leonardo Piasere, commenta i dati: “Se consideriamo che la popolazione dei rom e dei sinti in Italia ammonta allo 0,15% circa della popolazione totale, capiamo che la percentuale di procedure di adottabilità dello 0,15%, cioè in sintonia con la proporzione della popolazione, corrisponderebbe a circa 13 procedure sulle 8.830. Ora il numero di procedure riguardanti rom e sinti, è superiore del 1700% a tale cifra!”

Questo mio intervento non è contro il sistema delle adozioni, perché, lo dico chiaramente, ci sono casi in cui togliere il bambino a una famiglia rom o sinta è cosa sacrosanta. Ciò che mi interessa è porre alcune domande.

Stando alla legge italiana sono dichiarati in stato di adottabilità i minori di cui sia accertata la situazione di “abbandono” (legge 184 del 2001), ma nella legge 149 dello stesso anno, si dice che:

1) Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto.

2) Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della loro autonomia e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei famigliari a rischio, al fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia….

L’interpretazione del termine “abbandono” è così lasciato alla discrezionalità del Tribunale dei Minori. Ma cosa si intende per abbandono?

Ipotizziamo ci siano due bambini rom di sette e dieci anni, Alin e Mari, che a causa della povertà dei genitori sono costretti a vivere sotto un ponte. Vengono sgomberati e i Vigili Urbani li portano sotto un altro ponte. Lì assistono all’incendio della loro baracca e all’orribile morte di quattro amichetti. Vengono sgomberati nuovamente e ritornano sotto il primo ponte.

I genitori non trovano lavoro (chi di noi assumerebbe un rom che vive sotto un ponte?) e tirano avanti solo con gli aiuti che forniscono loro alcuni volontari della Caritas e dell’Arci. Ogni mattina i genitori di Alin e Mari, però, accompagnano i figli a scuola dove i bambini arrivano sempre puliti e ben vestiti anche grazie all’aiuto dei sopra citati volontari. Aggiungo che i bambini, a detta delle maestre, seguono con sufficiente profitto le lezioni. I pomeriggi dei bambini, però, trascorrono sotto il ponte.

Voglio ora porre alcune domande:

1) Se vedessimo Alin e Mari sotto il ponte e non sapessimo nulla di loro, penseremmo giusta l’affidabilità? E sapendo la loro storia e la loro quotidianità, riterremmo lo stesso giusto toglierli alla famiglia e darli in adozione?

2) Può un’Amministrazione pubblica, di qualunque appartenenza politica, sentirsi priva di responsabilità nel lasciare che una famiglia di rom continui a sopravvivere sotto un ponte?

3) La famiglia di Alin e Mari va sgomberata? E, se si, può lo sgombero di un sottoponte, senza una reale alternativa abitativa, bastare a tutelare i minori che vi abitano?

4) Cosa si fa per prevenire le situazioni di estrema miseria in cui sono costretti a vivere alcuni bambini rom e sinti?

5) Togliere un bambino alla propria famiglia deve essere l’ultima strada percorribile o la prima? E se deve essere l’ultima, perché il numero di procedure riguardanti rom e sinti, è superiore del 1700% a quello delle procedure totali nelle sette sedi dei Tribunali dei Minori che ha preso in esame la professoressa di Verona nel suo libro “Dalla tutela al genocidio?” di Pino Petruzzelli

mercoledì 2 novembre 2011

Pisa, niente scuolabus per i bimbi Rom di Marina

Per chi suona la campana a Pisa? Quante volte ancora attraverseremo, indifferenti, i confini che ci allontanano dalla cosiddetta civiltà per approdare nei paludosi territori dominati dalla barbarie? Gran parte degli articoli sui rom pubblicati sulla stampa cittadina, palesano pregiudizi farciti di mezze verità e autentiche bugie.

Ultimamente, una bugia spesso propagandata è proprio quella di descrivere il campo rom di Marina di Pisa, come un accampamento abusivo. Certo, la definizione “abusivo” si presta a varie interpretazioni, che mutano con tempi e risentono del clima sociale, della strumentalizzazione politica, della crisi economica e sociale.

Il campo di Marina di Pisa nasce per volontà dell’Amministrazione Fontanelli nell’Ottobre 2003, per la esigenza di trovare una sistemazione ad alcuni nuclei familiari sgomberati da una proprietà privata di Tirrenia, famiglie inserite nel progetto Città Sottili. Ricordiamo che alcuni abitanti e commercianti di Marina manifestarono la loro contrarietà a questo insediamento e in quella occasione organizzarono anche il blocco della strada che conduce al campo per impedire il trasporto dei bambini e delle bambine con lo scuolabus!

Nel corso degli anni, il comune di Pisa ha inviato numerose altre famiglie in quel campo, con la promessa che sarebbe stata solo una sistemazione provvisoria. In seguito, altre famiglie sono state “spinte fuori” dal campo di Coltano (2009-2010!) ed obbligate a collocarsi nel campo di Marina. Altri nuclei familiari che alloggiavano in appartamenti nelle province di Pisa e Livorno, quando hanno ricevuto lo sfratto dal Comune, non potendo fare ritorno al campo di Coltano, hanno trovato accoglienza nel campo di Marina in virtù di accordi presi prima e in assenza di soluzioni alternative praticabili. Nei fatti è il Comune di Pisa ad avere riempito di famiglie il campo di Marina, quindi perché continuare a parlare di accampamento abusivo?

Questa breve ricostruzione storica induce a riflettere sul significato della parola “abusivo”. Ci domandiamo chi abbia rispettato le cosiddette regole, chi invece le ha semplicemente raggirate? I rom, anche quando seguono le regole o fanno valere le loro ragioni sono sempre visti o descritti come degli abusivi, a differenza di chi solitamente interpreta le regole a senso unico, cambia le parole o le date, si rimangia gli impegni assunti ma non per questo viene mai considerato un abusivo della verità.

“Dovete rispettare le regole”, è il loro eterno e sacro ritornello. Non sono forse “abusivi” anche quei responsabili, che spesso nascondono la faccia e celano la verità dei fatti? All’Assessore consigliamo di leggere i fatti con una lente diversa: i rom abitanti in via Filattiera, a Marina di Pisa, se sono diventati abusivi, insieme al campo, lo sono anche per colpa degli uffici della Società della salute. A Marina abitano famiglie rom, che con fatica cercano di integrarsi e che fino a ieri hanno mandato i loro figli a scuola, proprio come chiedeva loro l’Amministrazione Comunale di Pisa.

Dalla stampa cittadina si evince che quella stessa integrazione, che passa anche e soprattutto dalla scuola, ora viene vista dagli stessi che l’hanno propagandata (sventolando ai 4 venti-solo pochi mesi fa-gli ottimi risultati raggiunti), come una “minaccia”. Meglio allora interrompere lo scuolabus per i bimbi, è un buon deterrente per scoraggiare quei fastidiosi rom “abusivi”, per evitare che l’inserimento sociale dei rom avvenga! Ma questo è un altro capitolo di una storia che sembra non conoscere mai fine!

Sara Cozzani e Olivia Curzio (Opera nomadi Pisa), Federico Giusti (Confederazione cobas), don Agostino Rota Martir (campo rom Coltano), Sergio Bontempelli (Africa Insieme)

martedì 30 agosto 2011

Amnesty International: nuova legislazione viola il diritto alla libertà dei migranti

Amnesty International ha sollecitato il parlamento italiano ad annullare la Legge 129/2011, che il 2 agosto ha reso permanenti una serie di norme transitorie contenute nel Decreto legge 89/2011 adottato dal governo il 23 giugno. La legge viola in modo evidente i diritti dei migranti irregolari, estendendo tra l'altro il limite massimo di detenzione da sei a 18 mesi. La nuova legislazione autorizza inoltre l'espulsione dall'Italia di cittadini dell'Unione europea che non possiedono determinati requisiti e solleva il timore che questa norma possa essere applicata in modo discriminatorio e aprire la strada a espulsioni selettive di persone appartenenti a specifiche minoranze etniche, quali soprattutto i rom.
La legge, tra le altre cose, autorizza il prolungamento fino a 18 mesi del limite massimo di privazione della libertà per i migranti irregolari nei centri di detenzione. In precedenza, tale limite era di sei mesi. Amnesty International ha sottolineato che, sebbene sia consentita dalla legislazione dell'Unione europea, la detenzione fino a 18 mesi unicamente per ragioni legate all'immigrazione, senza che la persona detenuta abbia commesso alcun crimine, è incompatibile con il diritto alla libertà sancito dalla Convenzione europea sui diritti umani e da altri strumenti del diritto internazionale, di cui l'Italia è stato parte.
La legislazione adottata il 2 agosto ha introdotto nella normativa italiana la cosiddetta Direttiva europea sui rimpatri ("Direttiva 2008/115/EC del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008 su standard e procedure comuni negli stati membri per il rimpatrio di cittadini di paesi terzi che risiedono illegalmente") che Amnesty International aveva criticato per aver autorizzato un periodo di detenzione eccessivamente lungo e per non aver garantito il rimpatrio dei "migranti irregolari" in condizioni di sicurezza e dignità.
Amnesty International, in particolare, ha evidenziato che, sulla base delle norme e degli standard internazionali sui diritti umani, la detenzione dei "migranti irregolari" al fine di espellerli dal territorio italiano può essere consentita solo a condizione che le autorità siano in grado di dimostrare che esiste una prospettiva ragionevole per il rimpatrio delle persone in questione e che le procedure per il rimpatrio vengano eseguite con la diligenza dovuta. Il diritto internazionale richiede, infatti, che vi sia una prospettiva ragionevole di rimpatrio o espulsione affinché la detenzione sia legale: "La detenzione in attesa del rimpatrio sarà giustificata solo per il periodo in cui le procedure relative siano in corso. Se queste procedure non sono eseguite con la diligenza dovuta, la detenzione cesserà di essere consentita" (Linea guida n.7 sull'obbligo di rilascio quando le procedure per il rimpatrio sono sospese, "Venti linee guida del Consiglio d'Europa sui rimpatri forzati").
Amnesty International si oppone alla detenzione di una persona unicamente per ragioni legate all'immigrazione a meno che, ad esempio, le autorità non possano dimostrare l'esistenza di un rischio oggettivo che la persona in questione potrebbe far perdere le sue tracce e che altre misure diverse dalla detenzione potrebbero rivelarsi insufficienti. Le autorità, comunque, in ogni singolo caso devono dimostrare la legalità della detenzione rispetto alle rigorose disposizioni in materia di legalità, proporzionalità e necessità previste, tra l'altro, dall'art. 5 della Convenzione europea sui diritti umani.
La nuova legge non contiene alcune delle salvaguardie fondamentali contro le detenzioni illegali contenute nella Direttiva sui rimpatri, tra cui, ad esempio, quella che prevede che non si debba fare ricorso alla detenzione "se nel caso specifico possono essere applicate in modo efficace misure sufficienti ma meno coercitive della detenzione"; pregiudica soprattutto la promozione dei rimpatri volontari, favorendo invece la detenzione e le espulsioni.
La Legge 129/2011, inoltre, autorizza l'espulsione forzata dall'Italia di cittadini dell'Unione europea che non posseggano i requisiti previsti dalla Direttiva europea sul libero movimento (Direttiva 2004/58/EC del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004 sui diritti dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di muoversi e risiedere liberamente nel territorio di stati membri), e non abbiano rispettato un primo ordine di lasciare il paese. Amnesty International ritiene che tale disposizione possa essere applicata in modo discriminatorio e apra la strada all'espulsione di persone appartenenti a gruppi vulnerabili, come i rom.
Nel recente passato il ministro degli Interni Roberto Maroni aveva ripetutamente espresso l'intenzione di introdurre una legislazione che consentisse l'espulsione forzata di cittadini dell'Unione europea non in possesso dei requisiti indicati nella Direttiva collegando tale richiesta di poteri alla presenza dei rom sul territorio italiano.
In un'intervista rilasciata nell'agosto 2010 al "Corriere della Sera", il ministro Maroni aveva sottolineato che "molti rom sono cittadini dell'Unione europea ma non rispettano i requisiti" imposti dalla legislazione dell'Unione europea, aggiungendo che "il problema è che [...] nel nostro paese molti rom e sinti hanno anche cittadinanza italiana, quindi hanno il diritto di rimanere, non c'è niente da fare".Amnesty International chiede al parlamento italiano di annullare le disposizioni della Legge 129/2011 relative al limite massimo di 18 mesi per la detenzione dei migranti irregolari e di garantire che ogni ritorno di questi ultimi nei paesi di origine avvenga in condizioni di dignità e sicurezza. Il parlamento italiano deve garantire che ogni limitazione al diritto di libero movimento si attenga strettamente alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani, che comprendono in particolare il divieto di discriminazione sulla base di razza, nazionalità e origine etnica de jure o de facto.

martedì 9 agosto 2011

Libano, i dom sono discriminati

Sono 2,2 milioni in tutto il Medio Oriente, tra Libano, Giordania, Territori Palestinesi, Turchia, Iran e Iraq. In Libano sono una delle comunità più emarginate. Rom e Sinti in Europa, Dom in Medio Oriente. Quando si parla di loro nei paesi arabi, ci si riferisce a “nawar”. Un termine che se usato per designare queste comunità, assume una connotazione negativa, spesso associato a sporcizia, pigrizia, furto, elemosina e una moralità discutibile. Vale a dire che, anche il più povero tra i libanesi, si sente superiore ad un dom.
Si calcola, secondo uno studio fatto nel 2000, che nel paese dei Cedri, ve ne siano circa 8000; famiglie numerose con una media di 7, 8 bambini per nucleo, vivono ai margini delle città, in baraccopoli, in prossimità di altri gruppi marginalizzati dalla società, come i profughi palestinesi o i libanesi poveri.
A differenza dei profughi palestinesi e dei beduini però, con i quali vengono spesso erroneamente confusi, sono stati “naturalizzati” dal governo libanese nel 1994; ma la cittadinanza non gli assicura l’accesso ai più basilari diritti umani. Né li tutela dall’emarginazione e la discriminazione. Sono infatti più poveri dei profughi palestinesi, secondo una recente ricerca della ONG Terre des Hommes (basata su interviste a comunità in 4 diversi luoghi del paese dei Cedri) in collaborazione con la libanese Insan; se infatti secondo i dati rilasciati dall’American University di Beirut, in media un profugo palestinese in Libano vive con 2,7 dollari al giorno, il 30% dei Dom sopravvive con meno di 1 dollaro al giorno. Un alto tasso di disoccupazione, dato che oltre il 44% non lavora, e il resto sopravvive tra elemosina e “lavoretti” improvvisati, tra cui suonare a feste e matrimoni.
Un popolo che dopo la naturalizzazione è diventato stanziale, come i beduini, stabilendosi in ricoveri precari, fatti di latta, zinco, e legno. Il 36,4% di loro non riceve acqua potabile e la maggior parte delle abitazioni non è connessa al sistema fognario. Circa il 68% dei minori di 18 anni non ha mai messo piede in un’aula scolastica. Sono i minori i più vulnerabili nella comunità dom: esposti a violenze, malnutrizione, condizioni di lavoro precarie, quando non pericolose, sfruttamento.
Secondo il direttore della ONG Insan, Charles Nasrallah, “l’accesso di queste comunità all’assistenza legale, al sistema sanitario ed educativo e ad un’adeguata quantità di cibo, non è garantito”. Problemi a cui si aggiunge la marginalizzazione sociale. Ignorati dai libanesi, ma anche dalle ONG e dalle agenzie umanitarie.
E non è un caso che poco si sappia su di loro, e che in questo senso la ricerca congiunta di Insan e TDH rappresenti uno dei pochi documenti disponibili su questo gruppo etnico. Uno studio volto ad individuare bisogni e necessità delle comunità Dom, ma anche a valutare l’impatto sulla società libanese e la percezione che se ne ha.
Come risposta all’emarginazione, i dom hanno interiorizzato gli stereotipi negativi che gli sono stati “appiccicati” addosso in questi anni, tanto da rifiutare la loro cultura e le loro tradizioni, sottolinea la ricerca. Secondo TDH, i pregiudizi contro questa comunità sono un macigno tale che i dom stessi desiderano lasciarsi alle spalle la loro “identità etnica”. Lo dimostra il fatto che la lingua domari, ciò che li accomuna ad altre comunità in tutto il Medio Oriente (sebbene coesistano altri dialetti), quindi il marchio indelebile della loro identità, sta rapidamente lasciando terreno all’arabo. Tra gli intervistati, metà degli adulti, ma solo un quarto dei bambini, parlano il domari; una lingua, di cui non esistono né libri, né testimonianze. I dom in Medio Oriente usano infatti l’arabo per scrivere). di Barbara Antonelli

giovedì 6 maggio 2010

Roma, Trenitalia vuole schedare i passeggeri se sono Rom

Segnalare e contare "eventuali passeggeri di etnia rom" che salgono e scendono dal treno alla fermata di Salone, tra Roma Tiburtina e Avezzano. La "selezione" è affidata a controllori e capotreni alle prese con un modulo prestampato di Trenitalia (in foto), secondo l'azienda però mai in pratica utilizzato, che non menziona passeggeri senza biglietto o molesti, ma semplicemente gli appartenenti all'etnia rom.
Un asterisco tra voci burocratiche, proprio sopra la casella "annotazioni", che ha scatenato la denuncia dei ferrovieri del sindacato autonomo Fast Ferrovie, che conta 3mila iscritti soprattutto tra i macchinisti. Con un piccolo giallo: Ferrovie dello Stato sostiene che il modulo non è mai stato impiegato, ma evidentemente ha circolato abbastanza per provocare la reazione di capotreni e addetti, scandalizzati dalla prospettiva di dover compilare quelle caselle.
Con una lettera indirizzata al ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna chiedono di correggere il modulo "dall'evidente intento discriminatorio". "La richiesta ai capotreni di indicare viaggiatori di etnia rom, meramente in quanto tali e senza alcun'altra motivazione, non può avere altra lettura che la discriminazione - scrive al ministro il segretario di Fast, Piero Serbassi - Noi crediamo che tutto ciò non possa essere tollerato. Per questo siamo a chiederle un intervento". Intervento che però, secondo Ferrovie dello Stato non è necessario, perché il modulo non è stato poi "attivato".

"E comunque tutto quello che facciamo è per la sicurezza dei viaggiatori - spiegano dall'azienda - la fermata di Salone è nei pressi di un enorme campo nomadi, è stata chiusa nel 2002 per ragioni di sicurezza e riaperta solo dal primo aprile. La questione è molto seria, in passato ci sono state minacce ai viaggiatori, nessuno voleva più prendere il treno in quella stazione. La riapertura è stata concessa solo a patto di controlli molto rigidi sulla sicurezza, con tanto di telecamere. La questione di quell'area è nota a tutte le amministrazioni".
Gli addetti si pongono però anche problemi pratici. "Come fa il personale a stabilire che il cliente in questione sia inequivocabilmente di etnia rom? - chiede Serbassi nella lettera - il viaggiatore di etnia rom va segnalato anche se regolarmente in possesso di biglietto?". La questione finisce su un blog di ferrovieri che citano Bertolt Brecht: "Vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubacchiavano. Quando presero me non c'era rimasto nessuno a protestare". di Eleonora Capelli

lunedì 19 aprile 2010

Milano, continuano gli sgomberi e si pensa a nuove misure draconiane

Il Comune di Milano continua la politica degli sgomberi contro i Rom con cittadinanza rumena e i Sinti camminanti con Cittadinanza italiana. Gli sgomberi sono così tanti e continui che diventa difficile avere un quadro completo.
Oggi la notizia che gli Agenti del Nucleo Problemi del Territorio, del Settore Sicurezza, di Zona 7 e 8 della Polizia Locale hanno allontanato 28 sinti siciliani (16 adulti e 12 minori) da via Tosi dove si erano posizionati con 8 roulotte. Gli Agenti della Polizia locale hanno scortato fuori dai confini del Comune di Milano gli otto nuclei famigliari e hanno emesso otto sanzioni da 450 euro.
Il Comune di Milano per contrastare la presenza di famiglie di Cittadini italiani a Milano che svolgono l’attività artigianale dell’affilatura di coltelli e riparazione di ombrelli, chiede misure draconiane. Il Vice Sindaco De Corato intende chiedere al Questore di Milano di emettere un foglio di via per una quindicina di loro come persone indesiderate. La ragione è che alcuni di loro, secondo De Corato, hanno dei precedenti contro il patrimonio. Inoltre, il Vice Sindaco sembra che abbia dato incarico all’ufficio legale del Comune di Milano di trovare il modo di sequestrare, ovvero rubare, le roulotte e le auto a queste famiglie.
L’accanimento del Vice Sindaco De Corato è abbastanza evidente, l’intento come già spiegato è cancellare la presenza di Rom e Sinti a Milano. Prendendo ad esempio quest’ultimo sgombero si può evidenziare che qualsiasi Cittadino italiano può posizionare i propri mezzi (roulotte comprese) su qualsiasi fazzoletto di terra dello Stato italiano. Se il mezzo intralcia la circolazione stradale il Comune può emettere una contravvenzione e sarebbe auspicabile che offra informazioni su dove siano parcheggi per posizionare correttamente i mezzi. Non c’è bisogno ne di ordinanze ne di Agenti speciali.
Il dato è che a Milano non si vuole far rispettare la legge ma crearne una nuova con una connotazione etnica. Una legislazione differenziale e discriminatoria, anche usando scorciatoie come il foglio di via, che porti a “zero rom e sinti a Milano”. Questo avviene mentre a Milano si fanno “affari” e qualcuno finisce pure in galera, come il Consigliere comunale Milko Pennisi. Ma di questo il Vice Sindaco De Corato non esterna la sua preoccupazione e non prevede misure per evitare che si crei una tangentopoli milanese a traino dell’Expo 2015. Se questa è democrazia…

venerdì 5 febbraio 2010

Guidizzolo (MN), una pagina nera per Mantova

Nel Consiglio comunale di Guidizzolo si è consumata una delle pagine più tristi della nostra provincia. In sintesi con una decisone lampo sono state modificate le norme urbanistiche per impedire a quattro famiglie di poter risiedere nella frazione di Birbesi, in un terreno che stanno acquistando. Una decisione presa sull’onda dell’emozione contro persone che nemmeno si conoscono. Completa il quadro l’ordinanza emessa dal Sindaco, qualche ora prima, per vietare su tutto il territorio comunale, comprese le aree private, il posizionamento di case mobili.
Dobbiamo ringraziare il parroco don Adriano Avanzi, il Presidente Fontanili e la Diocesi di Mantova per i loro interventi, ma è da segnalare il silenzio della società civile. Anche quando si raccoglievano le firme contro dei Cittadini italiani, per il solo fatto che appartengono alla minoranza dei Sinti lombardi.
L’amministrazione comunale ad oggi ha negato qualsiasi confronto e questo dovrebbe far riflettere molti che in questi giorni hanno parlato di dialogo mancato, perché è indiscutibile che le famiglie Sinte non sarebbero venute ad abitare a Birbesi fino a quando il Comune non avesse rilasciato la concessione edilizia. Ma a Guidizzolo non si è voluto ragionare: Birbesi, frazione di diverse centinaia di persone, non può accettare la presenza di sedici persone (di cui nove bambini) perché sono Sinti.
Ma la questione è un’altra. Il Comune di Guidizzolo ha cambiato le regole per impedire la presenza di Sinti italiani. Il messaggio è chiaro: la legge, la legalità non è uguale per tutti! Un messaggio devastante per la comunità sinta mantovana.
Ma come è potuto succedere tutto questo? A Guidizzolo abbiamo vissuto di riflesso e nel peggior modo possibile una guerra tutta bresciana tra il Pdl e la Lega Nord da una parte e il Pd dall’altra. Una guerra violenta e senza esclusione di colpi per l’imminenza delle elezioni regionali. Con il Pd ancora ferito per aver perso la guida del Comune di Brescia e quindi pronto a tutto pur di distruggere la credibilità dei propri avversari politici.
Da domani l’impegno nostro è quello di riallacciare il filo del dialogo ma anche quello di essere fermi nel chiedere il rispetto delle leggi che governano il nostro Paese. Speriamo che a fianco a noi e soprattutto a fianco dei Sinti si schierino tutte le forze politiche, religiose e sociali di Guidizzolo e dell’intera Provincia di Mantova. di Carlo Berini e Yuri Del Bar, associazione Sucar Drom

Guidizzolo (MN), il Consiglio comunale vara una norma antiSinti

Il pubblico è quello dei grandi eventi. Sono usciti di casa, i guidizzolesi, con il sapore del caffè ancora in bocca e i piumini infilati di corsa sopra le felpe. Che non è il voto al bilancio, che verrà approvato a maggioranza, ad aver attirato decine di persone alla riunione del consiglio tradizionalmente ignorata, si intuisce dalla velocità con cui il sindaco illustra gli argomenti. Uno scioglilingua. E dalla benevolenza con cui la minoranza ascolta: numero di obiezioni ridotte al minimo. Perché tutti, stasera, vogliono arrivare carichi alla discussione sulla variante al Pgt, il sì alle norme tecniche che avrebbero dovuto essere inserite ad aprile.
Traduzione: il divieto alle case mobili dei sinti in arrivo da Brescia. «Un inserimento di norme regionali in quelle comunali. Nulla di eccezionale» afferma Pelizzaro, che chiarisce il concetto “ tanti metri tante case”. Ci tengono a ripeterlo, gli amministratori, che non si sta mettendo in atto uno stato di guerra, solo «una prassi normale», ma nessuno ci crede. Il primo a non nascondere la tensione e l’attesa per un voto quasi scontato è Claudio Bottari, il segretario della Lega, che per chiarire il Carroccio-pensiero mantovano indica l’estintore e fa il gesto di lanciarlo. «Questo gli farei ai bresciani». Lega contro Lega, dopo che le famiglie dei sinti hanno già acquistato i mille metri quadrati a Birbesi. Contro quello che considera uno scaricabarile il Carroccio, annuncia Bottari, forte delle firme raccolte, proporrà un referendum a Guidizzolo e pure a Bigarello, tanto per non farsi mancare nulla.

«Le regole devono essere uguali per tutti» spiega il sindaco. Il progetto di Brixia prevede la posa di 4 piazzole per altrettante casette mobili, ma con la variante al Pgt, quell’area, con quelle dimensioni, potrà ospitare solo una casa, cioé un edificio per sei o sette persone. «Se si parla, invece, non di insediamento, ma di campo nomadi, allora deve esserci una pianificazione per tutto l’Alto Mantovano. E questa per ora è inesistente».
Al momento del voto Elena Zaccagni, del Pd, esce. Lei e gli altri quattro della minoranza avrebbero voluto che il voto fosse rinviato a momenti più calmi. «Ora agiamo sull’onda dell’emotività». La maggioranza fa spallucce e si va al voto: la variante passa. E Pelizzaro, dopo l’ordinanza antinomadi, spara il secondo colpo contro gli invasori bresciani. di Rossella Canadè