giovedì 31 dicembre 2009

Veneto, Cittadini italiani di serie “Z”

Giovedì 17 dicembre alle 8.30 all’Osservatorio riceviamo una chiamata da parte di una donna: “Un’ora fa sono venuti i vigili a casa mia, hanno detto che devo dare le mie generalità perché stanno facendo un censimento per i Rom e per i Sinti. Cosa devo fare? Perché ci stanno facendo questo? Siamo tutti cittadini italiani, se vogliono fare un censimento possono andare in Comune e chiedere lì tutte le informazioni”.
La signora vive nel Veneto da sempre, in un terreno privato di sua proprietà, in una casa mobile, con suo marito e i suoi tre bambini, sono sinti, cittadini italiani. Nel terreno privato ci sono altri cinque nuclei famigliari, anche loro sinti, anche loro cittadini, anche loro proprietari della loro terra.
La signora ci dice di non aver valuto fornire le sue generalità perché i vigili sono entrati nella sua proprietà privata senza autorizzazione e che vuole sentire il suo legale. Mentre erano lì, la figlia più grande si stava preparando. I vigili stupiti hanno chiesto alla madre se la bambina andasse a scuola; lei meravigliata della domanda ha risposto ovviamente di sì e, raccontandocelo, aggiunge: “Per chi ci hanno presi?”.
I vigili a quel punto se ne sono andati dicendo che sarebbero tornati con un’ordinanza e che a quel punto lei si sarebbe dovuta recare in comando per fornire i propri dati.
Era molto scossa: “Oggi mi sono sentita violata, umiliata, sono indignata nel profondo, mi sono sentita in un lager, ho detto loro che mi stavano mettendo un marchio, ho chiesto se a loro avrebbe fatto piacere camminare con una lettera scarlatta. Volevano i dati dei miei bambini. Non riesco a capire il perché, visto che siamo cittadini italiani”.
Non è nemmeno passata un’ora e i vigili si sono ripresentati per chiedere nuovamente documenti e informazioni sue, di suo marito e dei sui figli, senza presentare alcun provvedimento; lei inizialmente si è opposta poi, temendo di peggiorare la situazione, ha ceduto. Non si sono limitati a chiedere le generalità, hanno preso il numero di targa delle autovetture parcheggiate e di fronte alla sua richiesta di motivazioni i vigili hanno risposto che stavano conducendo l’operazione per contrastare eventuali casi di tratta dei minori. A quel punto la signora ha alzato il braccio, suggerendo di fare un esame del DNA, aggiungendo che in questo modo sarebbero stati certi della sua maternità. Loro l’hanno rassicurata sottolineando che poteva stare tranquilla e serena perché non avevano l’intenzione di fotografarli.

Questa operazione di censimento non è un fatto nuovo; a tal proposito vorremmo riproporre un’intervista rilasciata al quotidiano di Verona (l’Arena) il 6 marzo scorso da Don Francesco Cipriani che da anni vive con la comunità rom del cosiddetto “campo” di Strada La Rizza a Verona. Il titolo è: «Mi pare di tornare ai campi di internamento»:
«Siamo tutti cittadini italiani, siamo residenti a Verona, siamo da vent’anni in questo posto e non capisco perché devono controllare in questo modo». Suona indignata la voce di don Francesco Cipriani, dal 1972 incaricato diocesano per l’assistenza e la pastorale tra i rom e i sinti. «Mi sembra che siamo tornati agli inizi dei campi di concentramento. Mi pare purtroppo che sia così...». Anche don Cipriani, assieme a un’altra esponente della comunità che da anni vive dentro il campo di strada La Rizza 65, Forte Azzano a Verona, è stato fotografato di fronte e di profilo, con nome, cognome e dati anagrafici. «Io avevo il numero 40 ed Elisabetta Adami il 41», riferisce. «Faccio una riflessione da cittadino, quale sono e quali siamo tutti qui al campo: questo non succederebbe in un quartiere normale, non succederebbe in un condominio o in un’area di casette a schiera. Mi pare quindi che ci sia discriminazione. Bastava che andassero in Circoscrizione per avere tutti i nostri nomi. Qui nessuno è abusivo. Questa operazione ci ha sorpresi», conclude, «e preoccupati perché si avvicinano tempi brutti. Alcuni dei più anziani sono stati internati a Tossicia, nei campi di concentramento fascisti, e temono di rivivere quelle esperienze». (L’ARENA Venerdì 06 Marzo 2009)
Le operazioni di censimento, o meglio di schedatura su base etnica, dei cittadini rom e sinti in Veneto sono iniziate già il 5 marzo 2009. Le testimonianze raccolte da diverse associazioni per la tutela dei diritti di rom e sinti hanno dimostrato che le modalità operative si sono diversificate da città e città.
Le testimonianze di quello che è avvenuto a Verona sono veramente inquietanti.
Si pensava che il possesso di carta di identità, e quindi il riconoscimento della cittadinanza italiana tramite l’iscrizione nei registri anagrafici locali, preservasse chiunque dal subire metodi di identificazione così lesivi della dignità personale. Evidentemente ci si sbagliava.
Il 21 maggio 2008 con un decreto legge del Presidente del Consiglio dei Ministri, che non ha precedenti nel secondo dopoguerra e il cui titolo recita: Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti delle comunità nomadi nelle regioni di Campania, Lazio e Lombardia. (estesa al territorio delle regioni Piemonte e Veneto, fino al 31 dicembre 2010.) indica la presenza di rom e sinti in queste zone come causa del grande allarme sociale dovuto alla concreta possibilità di gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e di sicurezza: il Governo italiano ha proclamato lo stato di emergenza adottando nelle regioni indicate delle ordinanze applicative.
Per affrontare il “problema” sono stati conferiti a funzionari dello stato e degli organi locali poteri straordinari, concepibili solo in casi di gravi calamità naturali.
In teoria il censimento dovrebbe riguardare solo i cosiddetti “campi nomadi” autorizzati e non; in realtà di recente ci è giunta un’altra segnalazione da parte di altri appartenenti alla comunità sinta che vivono in Veneto, i quali ci hanno comunicato di essere stati censiti pur vivendo in una casa in muratura in un terreno privato edificabile. I testimoni di tali violazioni istituzionali ci hanno chiamato sabato 19 dicembre dicendoci che i vigili volevano effettuare il censimento la domenica mattina, senza considerare il giorno festivo comune a tutti i cittadini.
Le persone non hanno accettato e il censimento è stato effettuato il lunedì; sono state chieste le generalità, informazioni sui minori e numero di targa delle autovetture presenti nel terreno privato.
Sembra assurdo: il 16 dicembre a Montecitorio si celebrava il 71° anniversario della promulgazione delle leggi razziali ed antiebraiche, “L’internamento dei rom e dei sinti in Italia dal 1940 al 1943”, le testimonianze che ci sono pervenute sollevano in noi interrogativi forti sulla discrepanza tra questa importante iniziativa e la realtà.
Di fronte all’esistenza di queste politiche istituzionali discriminanti che portano all’adozione di metodi di identificazione lesivi della dignità umana proviamo un senso di impotenza e la paura che tutto questo sia visto e vissuto dagli altri, e dalle stesse minoranze, come qualcosa di normale; dispiace dirlo, ma riteniamo a questo punto che la memoria non sia sufficiente. Abbiamo un desiderio e speriamo si avveri: che un giorno in Italia si possa avvertire un sentimento di vergogna e di indignazione, come quello che ancora ci assale al ricordo delle schedature e delle testimonianze di tanti anni fa! di Eva Rizzin (Newsletter n. 69) Articolo 3, Osservatorio sulle Discriminazioni

mercoledì 30 dicembre 2009

Che puzza di bruciato! Ah vabbé, è una Rom

"Cosa hanno in comune artisti del rango di Sir Charlie Chaplin, Sir Michael Caine, Bob Hoskins, Ava Gardner, Elvis Presley (sì! proprio lui!), Rickie Lee Jones oppure calciatori come Zlatan Ibraimovic, Sinisa Mihailovic, Ricardo Andrade Quaresma, e giusto per citare un italiano, Andrea Pirlo o Premi Nobel per la medicina come Schack August Steenberg Krogh (1920) o esploratori come Augustine Bearce o scrittori come Virginia Wolf o Katarina Taikon o presidenti del Brasile come Juscelino Kubitschek de Oliveira, Washington Luís Pereira de Souza e first ladies come Cecilia Sarkozy o stiliste come Juana Martín Manzano? Ma come? Non lo sapete? Che ci crediate o no, sono tutti gitani (rom , sinti o camminanti), ovvero, come li chiamate voi, zingari. Io sono un’architetta laureata in Italia, con uno studio ben avviato, e sono di origine sinta (altra etnia gitana). Dimenticavo: nessuno di questi (me compresa) si è mai fatto un giorno di galera, né credo abbia mai avuto propensione criminale".
A volte i commenti in calce agli articoli possono far riflettere di più degli articoli stessi.
Un mesetto fa lessi questo commento di luminal81 che avete appena letto, e mi colpì tantissimo; era sul sito dell’Espresso, sotto un articolo di Emiliano Fittipaldi, che segnalava una sentenza choc del Tribunale dei Minori di Napoli.
Alcuni giudici avevano respinto una richiesta di arresti domiciliari per una ragazzina di 15 anni, accusata del tentato rapimento di una neonata nel maggio 2008, per un motivo specifico: essere Rom. Una Rom, proprio come Andreina.

Ma dire Andreina non vuol dire Andrea Pirlo, Ava Gardner o Virginia Wolf, come ricordò l’attenta commentatrice, dire Andreina la Rom vuol dire Andreina e basta. Perchè dire Andreina la Rom, significa morire tra le fiamme in una baracca sull’Ardeatina, a 18 anni.
Dormiva, ora di lei non è rimasto quasi nulla.
Ma Andreina non era Augustine Bearce, Katarina Taikon o Cecilia Sarkozy, era una giovane badante clandestina. Aveva un lavoro, ora è un corpo carbonizzato.
Il Sindaco di Roma Alemanno, giunto sul posto per un sopralluogo, ha dichiarato: "Si tratta di persone che vivono di piccoli lavori, che per non pagare gli affitti si attrezzano in questa maniera".
Andreina allora non era Juana Martin Manzano, Bob Hoskins o Sinisa Mihailovic, era una che viveva con un piccolo lavoro, che per non pagare l’affitto si era attrezzata in quella maniera.
E poi il fuoco, le fiamme, l’alcool.
Si trattava di una persona ma di Andreina non è rimasta una persona. Non è mica rimasto un Micheal Cain, un Ricardo Andrade Quaresma o un Rickie Lee Jones.
Di Andreina sono rimaste solo quattro sbarre di ferro, un lucchetto con una catena, una sedia bruciata ed una rete del letto. Ah, e poi una puzza di bruciato. Una forte puzza di bruciato.
Una puzza d’odio. Una puzza d’indifferenza. Una puzza di razzismo.
Ma Andreina non era mica morta come Elvis Presley, Charlie Chaplin o Schack August Steenberg Krogh. Andreina era morta a 18 anni. E puzzava di Rom. di Cogito ergo Vomito

Milano, non si ferma la furia degli sgomberi mentre la Lega spinge e il Corsera fa la ronda

Dopo l'articolo del Corriere sul campo rom che si era riformato in via Bovisasca nonostante lo sgombero del marzo 2008, lunedì i Rom sono stati allontanati dall'insediamento abusivo nell'area ex Montedison. Il vicesindaco Riccardo De Corato, che in mattinata aveva annunciato uno sgombero a breve, ha poi annunciato che polizia e polizia locale hanno già allontanato 22 rom di origine romena e che Nuir e Amsa hanno smantellato le 24 tende e le sei baracche che erano state costruite su un terreno a forte inquinamento da arsenico. «Lì dunque - ha detto il vicesindaco - non ci si può accampare con dei bambini». A donne e piccoli è stato offerto un ricovero nelle strutture del Comune. «Ma hanno rifiutato», ha aggiunto De Corato, ricordando che gli irregolari in città sono scesi a 1.400.
Sulla vicenda c'è stata una polemica a distanza, con uno scambio di battute fra il leghista Davide Boni e il vicesindaco Riccardo De Corato. L'assessore regionale Boni, dopo aver visto l'articolo del Corriere, ha definito «inaccettabile» che a Milano i Rom tornino nelle zone da cui sono stati sgomberati, e ha affermato di augurarsi che le «istituzioni locali» sfruttino nel modo giusto «sforzi e supporto del Ministero dell'Interno» per risolvere il problema: «Resta la necessità di allontanare in maniera definitiva coloro che non hanno dimostrato alcuna volontà di integrarsi e non hanno mezzi di sostentamento adeguati per restare in questo Paese».
Senza mai citare apertamente Boni, ma usando la parola «im-BONI-tori», De Corato ha replicato con un grazie a «suggeritori, imbonitori e menagramo». «Ma li invitiamo - ha aggiunto - a non spendere troppi consigli sui rom, visto che il Comune su questo tema da tre anni ha adottato una linea chiara». «Ringraziamo tutti coloro che si prodigano a dare consigli - ha poi detto De Corato -, ma di lezioncine su come e dove intervenire, dopo 175 sgomberi, non ne abbiamo bisogno».

Già in mattinata il vicesindaco aveva ribadito che «la polizia locale non è andata in vacanza e continua ad intervenire con celerità non appena spuntano occupazioni abusive o bivaccamenti non autorizzati. Interverremo anche in via Bovisasca, dove sono rispuntate alcune tende. Una situazione che da alcune settimane è costantemente monitorata dalla Polizia Locale che ha già preso contatto con la proprietà, la Santa Giulia spa, chiedendo di sporgere una nuova querela per potere effettuare un nuovo sgombero. Replicando così la stessa procedura già seguita per l'intervento dello scorso marzo 2008».
«Continueremo a sgomberare inesorabilmente nei confronti di rom italiani o stranieri, che con comportamento recidivo tornano ad accamparsi in aree non autorizzate, contravvenendo a un'ordinanza che vieta il campeggio abusivo», ha aggiunto il vicesindaco. «Stiamo pensando poi al sequestro di camper e roulotte, anche se in merito la legge è poco chiara. Un aspetto che è stato dibattuto anche nel recente incontro in Prefettura da parte del Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza».
Intanto, agenti del Comando di Zona 4 e del Nucleo Problemi del Territorio hanno anche effettuato lo sgombero coattivo di una ventina tra camper e roulotte di proprietà di una cinquantina di rom di origine slava, ma con cittadinanza italiana, legati alla famiglia Hudorovic, che si erano accampati in via Sacile, nei pressi dell'Ortomercato. I rom bivaccavano in quell'area comunale da circa cinque giorni. da Il Corriere della Sera

Quel ragazzo senza braccia sul treno dell'indifferenza

CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po' tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.
Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent'anni.
Si parte. Poco prima della stazione di (...) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: "No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap". Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l'umiliazione ripete "Handicap, handicap".
I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato. di Shulim Vogelmann, continua a leggere…

Castiglione delle Stiviere (MN), la Chiesa e la carità...

«La mia è stata una provocazione, non è che all’improvviso abbia dimenticato la carità cristiana». Don Italo Panizza, rettore della basilica santuario di san Luigi Gonzaga a Castiglione delle Stiviere, grosso centro industriale dell’alto mantovano, nella messa serale di Santo Stefano ha sorpreso i suoi fedeli invitandoli a limitare le elemosine ai mendicanti. Motivo: lui stesso era stato aggredito da un questuante che lo aveva seguito fino in sagrestia.
«Ho voluto essere provocatorio - dice ora padre Italo che ha deciso di spiegare la sua decisione - perché i bisognosi non si aiutano facendo loro l’elemosina: si può, invece, far loro del male non insegnando che potrebbero sfamarsi lavorando. Non è che un ubriaco lo si aiuti dandogli da bere, semmai, lo si aiuta togliendogli il vino».
Don Italo, origini trentine, rettore del santuario da quattro anni, è stato aggredito il 26 dicembre a mezzogiorno. Sul sagrato ci sono spesso mendicanti che aspettano i fedeli all’entrata e all’uscita dalla messa per chiedere soldi. Lo stesso sacerdote è stato supplicato più volte di regalare qualche moneta. Ma l’altro giorno ha dovuto affrontare una situazione ben più pericolosa. Uno di quei questuanti, pare un giovane italiano che suona spesso una chitarra, lo ha seguito dentro la chiesa. «Mi sono trovato davanti questa persona, che vedevo spesso mendicare per le vie di Castiglione, che mi ha chiesto dei soldi - racconta -. Al mio rifiuto mi ha minacciato, poi messo le mani addosso e mi ha spintonato. Ho avuto paura». Il giovane è scappato senza prendere nulla.
Per questo nella messa della stessa sera, dopo aver raccontato la sua disavventura, ha invitato i fedeli a limitare le elemosine. Poi ha ripetuto lo stesso suggerimento nella messa di domenica. Non ha voluto comunque sporgere denuncia ai carabinieri.

La vicenda ha subito innescato il dibattito politico. E naturalmente si è subita fatta confusione e i questuanti sono diventati “zingari”, quando sono semplici italiani poveri. La Lega Nord di Castiglione, esprimendo solidarietà a padre Italo, ha invitato, attraverso un comunicato, il sindaco, Fabrizio Paganella (Pdl), ad emanare subito un’ordinanza che vieti l’accattonaggio in tutto il territorio comunale. «Un singolo episodio, deprecabile ma ancor tutto da verificare visto che non è stato denunciato all’autorità giudiziaria - risponde il primo cittadino - non giustifica alcun provvedimento generalizzato. Tenendo conto che a Castiglione il fenomeno dell’accattonaggio non è diffuso come nelle grandi città e che i reati in tutta la nostra zona sono in forte diminuzione. Forse - conclude il sindaco - un po’ di carità cristiana non guasterebbe».
Difende, invece, il sacerdote, don Gibelli, vicario episcopale di Mantova. «Ben vengano le provocazioni - dice - se queste aiutano a far capire alle persone quale è la vera carità cristiana».

Roma, il Sindaco cerca rimedi per aiutare i senza tetto

"Chiamerò il ministro Roberto Maroni per sollecitare il progetto di Ponte Galeria e ribadire la richiesta di mandare via il Cie. Abbiamo bisogno di trasformare Ponte Galeria in un punto di transito che ci permetta di fare opere di bonifica su tutto il territorio". Lo ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Quando parla di «bonifica» si riferisce alla necessità di eliminare le baracche dove si accampo principalmente i cittadini rumeni. Da quanto si capisce l’intenzione è cacciare i rumeni stessi, o almeno concentrali in «campi di transito». La proposta è stata lanciata dal primo cittadino della capitale in visita nel micro-accampamento dove la scorsa notte ha perso la vita una donna rumena, a causa di un incendio sprigionato da una vecchia caldaia.
"È un'altra tragedia di questi micro-accampamenti abusivi. In questa zona la polizia municipale è già intervenuta 4 volte per sgomberare e in alcuni casi sono state anche abbattute le baracche, che però si sono sistematicamente riformate. Gli abitanti sono persone che vivono di piccoli lavori e per non pagare l'affitto si attrezzano in questa maniera: ma è un modo di sopravvivenza che va impedito, perchè gli incidenti come quello di questa notte sono molto probabili", ha spiegato Alemanno. Che con questa affermazione ha messo in evidenza due elementi fondamentali: le persone che vivono in questi accampamenti spesso sono lavoratori che però non possono permettersi un affitto, e che la logica delle ruspe non serve a nulla visto che le baracche vengono ricostruite dopo pochi giorni.

A questo il sindaco vorrebbe ovviare creando tanti «centri di transito», non solo a Ponte Galeria ma anche «nelle caserme del Demanio». L'operazione dovrebbe entrare a far parte del cosiddetto "Piano Nomadi" (che già nella definizione la dice lunga sulla cultura dell'amministrazione capitolina sulla questione rom) che a quanto pare comprenderà anche il destino di chi abita negli accampamenti, e che spesso non è rom.
"Il piano - ha detto il sindaco - prenderà il via a gennaio con lo sgombero del Casilino 900 e prossimamente di tutti quei microcampi". Il Piano, che ha già scatenato una marea di polemiche anche sul conflitto di competenze delle varie istituzioni coinvolte, per ora segue e peggiora la politica attuata dal secondo mandato Veltroni: allargare i mega-campi attrezzati costruiti dalla passata giunta fuori dal raccordo anulare. In attesa del trasferimento di Casilino 900, le ruspe intanto tornano a marciare. Le baracche dove viveva la donna uccisa dal fuoco insieme ad altre tredici persone saranno distrutte. di Cinzia Gubbini

Roma, muore ragazza nell'incendio sull'Ardeatina

Si chiamava Andreia, aveva 18 anni e faceva la badante, la ragazza rom rumena morta nella notte tra domenica e lunedì (27 e 28 dicembre 2009) nel sonno, nel rogo della baracca dove viveva con il fidanzato, sulla via Ardeatina. Dalle prime ricostruzioni, a scatenare l’incendio sembra sia stata la caduta accidentale di un contenitore pieno di alcool, usato dalla coppia per scaldarsi e cucinare. I Vigili del fuoco, immediatamente accorsi alla chiamata del fidanzato - che in quel momento si trovava in un’altra baracca - hanno subito spento le fiamme, ma per Andreia non c’è stato niente da fare. E si pone di nuovo all’attenzione dell’opinione pubblica la situazione dei micro accampamenti abusivi.
La baracca dove si è sviluppato l’incendio, infatti, si trovava all’interno di un micro accampamento, assieme ad altri quattro rifugi di fortuna. Nella piccola tendopoli vivevano in tutto dieci persone, sei uomini e quattro donne, che ieri (28 dicembre 2009) sono state prelevate dalla Polizia municipale e trasferite in un centro di accoglienza. Questa mattina (29 dicembre) le ruspe hanno abbattuto i bivacchi e ripulito l’area. Ma il problema resta, come sottolineato ieri dal sindaco Gianni Alemanno dopo una visita al campo: «Abbiamo bisogno di strutture di accoglienza per impedire fisicamente che chi viene sfollato da questi micro-campi ne vada a creare degli altri».

Secondo il comandante del XII gruppo della Polizia municipale, Rolando Marinelli, il campo era nato da 2-3 mesi, dopo l’ultimo sgombero avvenuto in via Millevoi, a 500 metri dall’attuale insediamento. «Nella zona compresa fra Trigoria, il fosso di Vallerano, il parco di Decima Malafede, e via Castel di Leva – ha spiegato Marinelli – i micro-campi sono una decina. Dove è possibile cerchiamo di fare dei censimenti, ma a distanza di tempo dagli sgomberi gli accampamenti si riformano spontaneamente».
Complice il freddo e i fornelletti usati per scaldarsi in mancanza di elettricità e riscaldamenti, una settimana fa erano già bruciate una quarantina di costruzioni abusive a via della Martora, mentre un altro incendio, il giorno successivo, era scoppiato nell’insediamento di via Cesare Lombroso, fuori dell’ex manicomio di Santa Maria della Pietà. Ribadendo la necessità di creare delle strutture attrezzate per l’accoglienza di rom e nomadi, Alemanno ha quindi nuovamente chiesto al governo di liberare il Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria, adibendolo a “punto di transito”: «È necessario trasformare Ponte Galeria in un punto di transito, che ci permetta di fare opere di bonifica su tutto il territorio; da gennaio speriamo di dare risposte sistematiche in maniera da abolire la vergogna dei micro-campi». da Roma Sette

Albania, ticket to rom

Undici fotografi italiani e albanesi hanno dato vita a un workshop sui campi rom in Albania. Davide Grossi, parmigiano, ha firmato “Ticket to rom”, tre differenti reportage sulle condizioni di vita nelle tendopoli. Il portfolio che ci presenta è “Camera con svista” nel quale ha indagato il rapporto tra “la casa” (il suo aspetto) e “la casa” (luogo d’affezione e di intimo rifugio da ciò che è esterno a noi)
Radio Tirana non trasmette musiche balcaniche. Tirana è un enorme periferia senza centro e senza figura. Tirana è la capitale di un paese piccolo, un paese dove negli ultimi anni i rumori della tecnologia occidentale hanno aumentato il loro volume. Impietosamente macchine lussuose si sono gettate nelle strade con i loro sedili in pelle e una coda di fumo nero. Il flusso disordinato e senza codice di queste macchine è comandato da improbabili semafori. All’ombra dei semafori si sono consolidate le professioni di poca esperienza, tra le quali la mendicazione. La mendicazione viene operata diffusamente dai bimbi. Dai bimbi rom.
A Tirana vivono due gruppi, quello rom e quello rom egiziano. Queste due minoranze rappresentano il 10% della popolazione albanese, ma non vengono riconosciuti legalmente come minoranze nazionali. Le famiglie rom risiedenti in Albania vivono al di sotto della soglia di povertà, in condizioni miserabili e precarie. Il campo della stazione centrale è privo di acqua, luce, gas. L’ impossibilità di essere registrati all’anagrafe impedisce il godimento dei diritti e delle libertà fondamentali: l’istruzione, la formazione professionale, l’accesso alla sanità pubblica. Tutti questi aspetti limitano fortemente la possibilità di inserimento della comunità rom di Tirana nella società Albanese. A queste condizioni si aggiunge il totale disinteresse delle istituzioni locali ed ogni forma di supporto ed ausilio avviene esclusivamente dalle Organizzazioni Non Governative.

Queste sono le premesse con le quali io ed altri dieci fotografi Italiani ed Albanesi abbiamo affrontato il progetto. Completamente autoprodotto sottoforma di Workshop e coordinato dal fotografo Giovanni Marrozzini, l’insieme dei lavori fotografici si pone come invito alla riflessione. La fotografia è qui chiamata a rendere testimonianza ed a recuperare la propria ontologia, a farsi strumento di rilevazione e rivelazione di una pesante e delicata tematica sociale.
Il mio soggiorno a Tirana, compiuto nell’ agosto 2009, ha dato vita ad un articolato lavoro che ha preso il titolo di “Ticket to rom” composto di tre differenti reportage sulle condizioni di vita nelle tendopoli rom. Il portfolio qui presentato è “Camera con svista” nel quale ho indagato il rapporto tra “la casa” (il suo aspetto) e “la casa” (luogo d’affezione e di intimo rifugio da ciò che è esterno a noi). Ogni mio lavoro è improntato all’osservazione ed al recupero del “paesaggio umano” quale elemento inevitabile per una comprensione cosciente dell’uomo e della propria condizione. Nei miei lavori cerco un approccio topografico mediato dai quei piccoli elementi che si celano nelle pieghe piu’ intime e nascoste della realtà come elementi mitigatori che rivelano la costante presenza dell’uomo. da la Repubblica Parma

Udine, Roma-Net, integration of Roma popolation

C’è anche Udine nel lotto delle cinque città europee che svilupperanno il progetto europeo “Roma-Net – Integration of Roma popolation”, il piano di attività finalizzato all’integrazione sociale della popolazione rom recentemente approvato e finanziato dall’Unione Europea.
“Per la prima volta Udine entra in un progetto comunitario integrato per affrontare una questione complessa come quella dell’inclusione sociale della comunità rom – sottolinea il sindaco Furio Honsell –. Sono pochissime le città italiane che si sono già mosse in questo senso”. Scopo del progetto, che oltre al capoluogo friulano include anche Heraklion (Grecia), Karvinà (Repubblica Ceca), Amadora (Portogallo) e la città di Budapest (Ungheria) nelle vesti di capofila, è stabilire, nell’ambito del Programma Comunitario Urbact II, un network tematico di 8-10 città partecipanti ad un piano di scambi, allo scopo di facilitare il trasferimento di politiche, progetti e pratiche sul tema dell’integrazione della popolazione rom.
Il budget complessivo per questa prima fase del progetto, che terminerà a maggio 2010, sarà di 75 mila euro, coperti da un contributo comunitario di 55 mila euro. “Al di là delle azioni specifiche e della possibilità di accedere a fondi dell’Unione Europea – spiega Honsell – il valore aggiunto di queste iniziative sta proprio nella possibilità di sviluppare un piano di lavoro in un quadro comunitario, scambiando con i partner buone pratiche nell’approccio a temi così complessi”. Diverse le azioni inserite nel progetto, da sviluppare nell’arco di un triennio. In questo senso è prevista la definizione di un Piano d’azione locale e l’istituzione di un Gruppo di supporto locale nel quale riunire tutti i soggetti interessati dal progetto.
“Gli obiettivi sui quali ci concentreremo – sottolinea Honsell – riguardano nello specifico la promozione dell’accesso ai servizi, l’inclusione attiva nel mercato del lavoro attraverso azioni educative e lo sviluppo di programmi di auto-aiuto”. Come per altri progetti analoghi rivestirà particolare importanza anche la diffusione ad altre realtà e territori dei risultati dell’attività svolta. Proprio per questo è prevista la creazione di un sito web che dovrà includere casi studio, reports, pubblicazioni e contatti.

Roma, il Presidente Napolitano ha visitato la Comunità di Sant'Egidio

Il 23 dicembre, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è recato in visita alla Comunità di Sant’Egidio, a Trastevere. Si tratta di un incontro natalizio con il Consiglio di presidenza della Comunità e le diverse realtà e espressioni di quella che è stata definita l’ONU di Trastevere.
A dargli il benvenuto, con il fondatore, il Prof. Andrea Riccardi e il presidente Prof. Marco Impagliazzo c'erano i Rom e i Sinti che gli hanno esposto la loro volontà di uscire dalla precarietà (abitativa e sociale) e il cammino intrapreso per il riconoscimento di uno status giuridico. Poi il Presidente Napoletano ha incontrato un gruppo di disabili, che gli hanno parlato dell’impegno intrapreso con l’arte (e le esposizioni “Abbasso il grigio”) e dell’inserimento lavorativo attraverso la “Trattoria degli Amici”, un ristorante a Trastevere gestito dalla Comunità con i disabili. A seguire il Presidente si è intrattenuto con un gruppo di anziani e bambini: i primi hanno raccontato la loro campagna per il diritto di ogni anziano a rimanere a casa propria, mentre i più piccoli hanno spiegato al presidente l’impegno dei giovani per l’Africa.
Un momento particolare è stato dedicato agli “amici per la strada”, i senza fissa dimora, che hanno potuto parlare dei loro problemi e speranze e della gioia del “Pranzo di Natale” con la Comunità. Successivamente il Presidente ha incontrato un gruppo di immigrati del Movimento “Genti di pace”, che hanno studiato la lingua italiana presso la Scuola Louis Massignon della Comunità, per l'insegnamento della Lingua e Cultura italiane. L’apprendimento della lingua rappresenta infatti il primo passo per l’integrazione. I figli degli immigrati presenti hanno detto con semplicità al Presidente di sentirsi italiani, anzi romani, e il loro desiderio di divenire cittadini italiani a pieno titolo.
Il Presidente ha assistito anche alla proiezione in anteprima del film “L’audacia dell’amore” di Maite Carpio, realizzato da “La Storia siamo noi” - programma di RAI Educational – che ripercorre la storia della Comunità di Sant’Egidio, nata a Roma nel ’68.
Erano presenti tra i numerosi ospiti: Renzo Gattegna, Riccardo Di Segni e Riccardo Pacifici, il nunzio in Italia Bertello, il presidente Rai Garimberti, Arrigo Levi, Giovanni Minoli. da Comunità di Sant'Egidio

Venezia, il primo Natale al caldo per i Sinti

Natale al caldo e con la corrente elettrica al nuovo villaggio sinti di via Vallenari. Il primo Natale nella nuova struttura, aperta tra le polemiche dal Comune di Venezia, ha visto le famiglie sinti uscire dalle case subito dopo mezzanotte per il tradizionale scambio di auguri.
«Nel vecchio campo festeggiavamo assieme. Qui le casette sono piccole e allora ci siamo trovati fuori, dopo mezzanotte. Si è fatto il giro di ogni casa per gli auguri e abbiamo trascorso le ore successive all'aperto, in allegria», ci racconta Paolo Hudorovic. tra gli ospiti più anziani del campo. «Siamo contenti, qui si vive bene e i nostri bambini giocano in mezzo al verde».
E' il primo Natale nelle casette costruite dal Comune per la comunità sinti. «Da cinque giorni è arrivata la corrente elettrica, il riscaldamento funziona. Insomma, è tutto a posto. Queste casette sono altro rispetto al vecchio campo. E' un vero villaggio», ci raccontano i Sinti. Alle porte delle casette ci sono le vetrofanie natalizie e i Babbi Natale di pezza sono appesi accanto alle finestre. I bambini giocano nella strada di accesso alle case, rincorrendosi. Uno ha un fucile di plastica colorata, forse uno dei regali che ha trovato sotto l'albero. Le risate dei bambini sono l'unico segnale della festa che si celebra nel chiuso delle casette, lontano da occhi indiscreti. Dalle case escono voci e musica.
«Gli alberi di Natale? Sono dentro le case - ci racconta Paolo Hudorovic che venerdì pomeriggio ci ha accolto al campo - praticamente tutti li hanno fatti dentro casa. Io, no. Non c'è stato il tempo. Del resto, siamo reduci dai disagi della nevicata di pochi giorni fa e vi assicuro che qui, nonostante ci sia il riscaldamento, abbiamo patito il freddo per le temperature sotto zero».

Altri al villaggio dei sinti preferiscono non parlare ai giornalisti. Non c'è voglia di tornare, nel giorno di festa, sulle polemiche politiche della Lega Nord dopo il blitz notturno del Comune che ha trasferito i sinti da una parte all'altra della statale 14bis. «Ci dispiace molto che sia stato allontanato il prefetto Lepri Gallerano - dice invece Hudorovic, a nome della comunità - La notizia ci ha sorpreso e ribadiamo che il Comune ha fatto bene ad organizzare il trasloco di notte, non solo per la questione delle proteste, ma per evitare disagi. E qui finora non ci sono stati problemi con nessuno. Adesso noi chiediamo solo di esser lasciati in pace».
Ma la Lega Nord minaccia in caso di vittoria alle prossime elezioni comunali, di sgomberare il campo. «Se temiamo che ci mandino via? Ma dove volete che ci mandino - continua Hudorovic - e poi qui non verrebbero mai a vivere anziani e disabili. Noi siamo tranquilli, abbiamo aspettato tredici anni per venire a vivere qui. E in questi anni abbiamo capito anche qualcosa di politica. Agli esponenti della Lega Nord dico solo che sarebbe meglio se si occupassero dei veri problemi della città, di quanti stanno perdendo il lavoro, delle fabbriche che chiudono. Non siamo noi l'emergenza». di Mitia Chiarin

giovedì 24 dicembre 2009

L’alba dei Popoli

Canterò
inni di pace e di gioia
in luoghi e Paesi
di voci
e silenzi.

Canterò
e danzerò fino all’alba
per uomini, donne e bambini
violati nei corpi
e nell’anima.

Canterò e danzerò.
E il sole sorgerà
ancora.

Ringraziamo tutti per gli auguri che sono arrivati in questi giorni con questa poesia di Maria Angela Zecca

Bosnia, Costituzione giudicata razzista dall'Alta corte europea

La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il 22 dicembre, con sentenza definitiva, la Bosnia Erzegovina per non aver permesso a due cittadini di origine rom ed ebraica di presentarsi alle elezioni per il Parlamento e per la Presidenza del Paese.
A portare all'attenzione di Bruxelles questi aspetti della Carta bosniaca Dervo Sejdic, presidente di un'associazione rom e Jakob Finci, ex presidente della comunità ebrea di Sarajevo. Entrambi contestano il rifiuto da parte delle autorità di lasciarli partecipare alle elezioni per via delle loro origini etniche. La Costituzione bosniaca riconosce in effetti due categorie di cittadini, da una parte i popoli costituenti": bosniaci musulmani, serbi e croati, e poi tutti gli altri cittadini che non appartengono a queste tre etnie.
Per la Corte europea non vi è dubbio, si tratta di una violazione della Convenzione europea dei diritti fondamentali, che vieta la discriminazione. Le autorità elettorali bosniache avevano però chiamato in causa una disposizione della Costituzione bosniaca, secondo cui vi sono due categorie di cittadini: quelli appartenenti ai tre “popoli costituenti” (bosniaci musulmani, croati, serbi) e quelli che fanno parte delle minoranze, compresi rom ed ebrei. L’accesso alla Camera alta del parlamento e alla presidenza dello stato è riservata ai “popoli costituenti”. I giudici di Strasburgo hanno stabilito però che la continuata ineleggibilità dei due ricorrenti a ricoprire cariche pubbliche non ha un fondamento oggettivo e una ragionevole giustificazione e che quindi costituisce una violazione del diritto dei due uomini a non essere discriminati.
Nella sua sentenza la Corte ha asserito, dando ragione cosi al governo bosniaco, che forse i tempi per abbandonare il sistema di partizione del potere tra le tre etnie “costituenti” non sono ancora maturi. Ma nonostante ciò i giudici di Strasburgo ritengono che tale sistema, frutto degli Accordi di Dayton, non debba escludere membri delle comunità che non appartengono alle etnie bosniaca, croata e serba.

Roma, due incendi distruggono le abitazioni di alcune famiglie rom

In due “campi nomadi” a Roma sono scoppiati due incendi nella notte tra il 20 e il 21 dicembre che hanno distrutto delle baracche senza provocare feriti. Il primo, hanno riferito i Vigili del Fuoco, è avvenuto nel “campo” di via della Martora. Intorno all'una di notte sono intervenuti sei automezzi dei pompieri, di cui quattro autobotti, per spengere le fiamme che hanno distrutto 70 baracche e causato lievi ustioni ad un piede ad un uomo di 37 anni.
La mattina del 21 dicembre, intorno alle 10, i Vigili del Fuoco sono intervenuti per spegnere le fiamme in un altro “campo nomadi”, di piccole dimensioni, situato all'interno di un parco nel quartiere di Monte Mario. Sette, otto baracche sono state distrutte dalle fiamme. Non ci sono stati feriti.
Per entrambi i casi non sono ancora chiare le cause, tra le ipotesi il malfunzionamento di stufette o altro utilizzate per scaldarsi. Ad occuparsi delle indagini sono i carabinieri di Montesacro, anche se a quanto si è appreso le cause, per entrambi gli incendi, paiono accidentali. Si ipotizza il malfunzionamento di stufette o altro utilizzate per scaldarsi.
A questo proposito l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma, Sveva Belviso ha sottolineato l’impegno del Comune a monitorare la situazione relativa all’incendio scoppiato domenica notte al campo rom di via La Martora dichiarando che “gli operatori della Sala Operativa Sociale sono intervenuti ma non è pervenuta loro alcuna richiesta di assistenza da parte delle persone coinvolte nell'incendio, che sono state ospitate da parenti e amici presenti nel campo”.

Il Ministro Maroni perde l’ennesima buona occasione per arginare il razzismo in Italia

Un codice di autoregolamentazione per prevenire i reati nel web è la soluzione emersa dall'incontro tra il ministro Maroni e gli operatori convocati in relazione ai contenuti apparsi sul web dopo l'aggressione a Berlusconi
«La strada da seguire è quella di un accordo fra tutti, definendo un codice di autoregolamentazione che coinvolga i soggetti interessati, evitando interventi d'autorità». Lo ha dichiarato ieri pomeriggio al Viminale il ministro dell'Interno Maroni al termine di una riunione con i gestori di rete e i rappresentanti dei social network, alla quale hanno partecipato anche il vice ministro delle Comunicazioni Paolo Romani, il capo della Polizia Antonio Manganelli, il consigliere ministeriale con delega alla sicurezza informatica Domenico Vulpiani, il capo della Polizia postale Antonio Apruzzese.
Gli operatori erano stati convocati per un incontro interlocutorio dopo la comparsa nel web di siti e gruppi che incitavano alla violenza a seguito dell'aggressione al premier Berlusconi avvenuta il 13 dicembre scorso a Milano.
La linea indicata da Maroni è quella di «un grande accordo di responsabilità fra tutti gli operatori, evitando interventi d'autorità ma ottenendo ugualmente il risultato», cioè contemperare la tutela della libertà di espressione con la necessità di rimuovere da Internet «contenuti che integrino gravi reati». La soluzione migliore è, dunque, un codice di autoregolamentazione che sarebbe, ha aggiunto Maroni, «il primo caso al mondo» e che dovrà essere elaborato e approvato «in tempi rapidi, per combattere il proliferare di gruppi che inneggiano all'omicidio, al terrorismo e alla mafia».
Giusto combattere il proliferare di gruppi che inneggiano all'omicidio, al terrorismo e alla mafia ma non si capisce il motivo per il quale il Ministro Maroni non creda che sia necessario inserire anche quei gruppi che inneggiano al razzismo e/o alla discriminazione dei “diversi” o alimentano la xenofobia. Ci sembra che il Ministro abbia perso di nuovo una buona occasione.
Le proposte emerse nell'incontro di ieri e quelle che seguiranno saranno esaminate e valutate all'inizio del nuovo anno nel corso di un tavolo di lavoro. L'obiettivo è individuare procedure efficaci che intervengano immediatamente dopo la segnalazione di siti o gruppi che istigano alla violenza o a commettere reato. Speriamo che anche i reati di discriminazione e razzismo siano inseriti nelle procedure adottate.

mercoledì 23 dicembre 2009

Camera dei Deputati, si riconosce il Porrajmos

Quest’anno l’associazione Sucar Drom e l’Istituto di Cultura Sinta augurano Buone feste, donando la trascrizione dell’intervento del Vice presidente della Camera dei Deputati, On. Maurizio Lupi, pronunciato durante la commemorazione per il 71° dalla promulgazione delle Leggi Razziali, il 16 dicembre 2009.
Abbiamo fatto questa scelta perché l’intervento del Vice Presidente Lupi ha un valore storico eccezionale. Per la prima volta nel cuore dello Stato italiano, il Parlamento, si è affermato che i Sinti e i Rom hanno subito una persecuzione su base razziale durante il fascismo. Inoltre, all’intervento del Vice Presidente Lupi riconosciamo un valore politico attuale che non ha precedenti in Italia e che accogliamo con soddisfazione.
Invitiamo quindi a leggere l’intervento e a diffonderlo nelle Istituzioni e nella società civile.

Commemorazione per il settantunesimo
dalla promulgazione delle Leggi Razziali in Italia
L’internamento dei Rom e dei Sinti tra il 1940 e il 1943
Camera dei Deputati, Sala del Mappamondo, 16 dicembre 2009


Intervento del Vice Presidente alla Camera, On. Maurizio Lupi

Sono particolarmente onorato di avere l’opportunità di partecipare a questa cerimonia di commemorazione con cui per la prima volta nella storia del Parlamento Italiano si intende far riemergere alla dignità della memoria eventi tragici che hanno riguardato le popolazioni rom e sinte nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, accumunandone le sofferenze a quelle delle altre componenti sociali perseguitate per motivi razziali.
Il periodo in cui tali eventi storicamente si collocano riveste ormai nel sentimento comune la valenza simbolica della negazione, dell’annientamento delle identità diverse rispetto ad un modello artificiosamente concepito e brutalmente imposto come dominante rispetto a tutti gli altri.
A questo simbolo di negazione e di morte, la commemorazione odierna contrappone il valore parimenti simbolico di un incontro nella sede più alta della rappresentanza politica che in un sistema democratico e pluralista costituisce luogo istituzionale privilegiato del dialogo e dell’accreditamento reciproco fra tutte le identità culturali.

Io credo che in un periodo come questo, siano importanti anche i segni, i segni e i gesti a cui i nostri cittadini possano guardare, perché mai come oggi c’è bisogno di positività, di esempi positivi. Di segni che più che le parole possono parlare, possono raccontare e possono dire la direzione da seguire.
Nella vita di ognuno di noi seguire qualcuno o qualcosa vale sempre di più che discutere o dialogare – da questo punto di vista.
Per dialogare ed accreditarsi reciprocamente occorre in un primo luogo conoscersi ed avere consapevolezza che anche se divisi o diversi nell’appartenenza culturale o etnica si può riscoprire un passato di comune sofferenza su cui può fondarsi un presente di comprensione e di solidarietà.
In tal senso la rievocazione storica delle persecuzioni subite dalle minoranze rom e sinte tra il 1941 e il 1945 alimenta in tutti noi la consapevolezza di quanto queste popolazioni facciano a pieno titolo parte della storia europea.
La storia europea è una storia di popoli, di identità e di valori. E l’Europa e l’unione dell’Europa, è l’unione di queste identità, di questi valori. Questo non dobbiamo mai dimenticarcelo. Proprio perché la radice è comune e riguarda l’identità e l’idea di persona che esprime negli ideali e nei valori, nella sua storia, il giudizio sulla storia, il senso della vita di un popolo e il ruolo che la vita di un popolo può avere in un territorio e in un contesto geografico.
Una storia che tuttavia fin dal primo provvedimento che nel 1492 formalmente li accumunò a ebrei e mori nell’espulsione dal regno di Spagna, ci appare prevalentemente scandita da forme di discriminazione tendenti a relegarle ai margini della vita civile.
Rispetto a questa storia complessiva appunto, il periodo tra il 1940 e il 1945 rappresenta una fase drammatica, di drammatica cesura culturale in cui per la prima volta la persecuzione razziale assume una tale estensione e sistematicità da tramutarsi in progetto di genocidio.
Non si trattava più come spesso era accaduto in passato di catalizzare su determinate componenti sociali minoritarie la colpa dei mali che nelle diverse epoche affliggevano le comunità nazionali, ma di eliminare totalmente dal contesto sociale i soggetti ritenuti indegni di esistere.
Per reagire fermamente alla mostruosità di tali concetti disumani, tutte le costituzioni del secondo dopoguerra, fra cui in primo luogo la Costituzione Italiana, concepirono il principio di non discriminazione e il riconoscimento dei diritti alla persona umana come fondamenti necessari ed imprescindibili della comunità nazionale e dello stato democratico.
Sappiamo bene tuttavia che la pur necessaria proclamazione formale dei principi e dei diritti deve essere costantemente accompagnata da azioni positive degli individui, delle persone e delle istituzioni per rafforzare lo spirito della convivenza civile e dissipare i pregiudizi che tuttora alimentano atteggiamenti di intolleranza e di antagonismo antropologico.
Quell’espressione formale che è sostanziale che nella nostra costituzione è contenuta ha la necessità di essere applicata attraverso la responsabilità di ognuno di noi, attraverso la responsabilità dell’azione della libertà della persona che declina quei principi in esempi, in testimonianze, in una costruzione di una società che ha fondamenta vere e che si fondano su quei principi costituzionali.
Una sia pur sommaria ricognizione di quanto in tal senso è stato fatto finora, evidenzia una costellazione di iniziative in parte affidate a livelli di governo locale e al prezioso apporto del volontariato, all’insegna del principio di sussidiarietà istituzionale sia verticale, quello dallo Stato agli Enti Locali, che a quello orizzontale, cioè quella della molteplicità di soggetti che animano le iniziative dei cosiddetti corpi sociali.
Queste esperienze tuttavia per quanto rappresentino preziosi e lodevoli espressioni di una diffusa consapevolezza del dovere di inclusività sociale di tutte le componenti etniche presenti sul territorio permangono in gran parte ispirate a logiche emergenziali caratterizzate da una frammentazione localistica che non garantisce omogeneità di trattamento su tutto il territorio nazionale.
Noi non dobbiamo esprimere la solidarietà solo nella fase emergenziale, ma la solidarietà, la sussidiarietà, il principio di attuazione della dignità della persona, è il fondamento di una costruzione normale e quotidiana del convivere civile.
Si esprime in maniera clamorosa ed evidente quando un’emergenza esplode, quando un fatto clamoroso diventa e apre un caso di discriminazione sotto gli occhi di tutti, ma dovrebbe questo richiamare a un comportamento quotidiano, cioè ad una responsabilità quotidiana.
E’ forse giunto il momento di far evolvere questo modello di tipo assistenziale verso forme più compiute di progettualità politica, che proprio in quanto finalizzate a garantire una sostanziale parità di condizioni nell’ambito dell’intera comunità nazionale trovino nel Parlamento nazionale il principio referente istituzionale e la principale sede di elaborazione.
In questa prospettiva vedo tre possibili ambiti di confronto politico e di costruzione comune nel luogo principe del confronto politico che è il Parlamento. Primo, quello relativo all’individuazione di condizioni basilari di inserimento delle minoranze rom e sinte nei contesti residenziali, lavorativi, sociali e sanitari che garantiscano loro una dignità di condizioni di vita, ed alimentino nella collettività una percezione positiva della loro presenza sul territorio. In secondo luogo quello relativo ad un percorso teso al riconoscimento dello status di minoranze linguistiche ribadendone in tal modo la titolarità a particolari forme di tutela. In terzo luogo quella di un’azione informativa conoscitiva ed educativa a vasto raggio, attraverso cui alimentare una diffusa consapevolezza che grazie al miglioramento delle condizioni di vita e di interazione di questa etnia con la società italiana è possibile innescare circuiti virtuosi di rispetto reciproco e di pacifica convivenza sociale.
Sono ovviamente consapevole che si tratta di un percorso, quindi di una strada che insieme dobbiamo fare, e anche se in parte attivato si presenta ancora pieno di incognite, di asperità.
Percepisco tuttavia però un dovere precipuo della politica per la promozione della persona umana nei diversi contesti e nella rete di relazioni sociali, economiche e culturali in cui si esplica e quali che siano le difficoltà da affrontare per conseguire a tal fine decisioni condivise.
Come cattolico interpreto per altro questo obiettivo come un valore fondante dell’impegno laicale cristiano, di quell’impegno che il 26 settembre 1965 un grande Pontefice volle testimoniare alle comunità nomadi convenute a Roma da tutta Europa, accogliendo un messaggio preciso: “Voi nella Chiesa non siete ai margini - disse in quell’occasione Paolo VI- ma sotto certi aspetti voi siete al centro, voi siete nel cuore della Chiesa”.
Trovo che queste parole, pronunciate allora da una guida spirituale, possano trovare oggi accoglienza anche secondo un’accezione laica, che è quella che spetta a me e a noi come rappresentanti delle Istituzioni, non solo di comprensione umana ma di solidarietà, di costruzione di una società dove questi principi diventano fondamenti stabili.
Permettetemi concludendo questo piccolo contributo che ho voluto dare a questa commemorazione di dire anche che oggi questa commemorazione avviene assieme alla decisione presa dall’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati, appena concluso, di istituire l’Osservatorio nel Parlamento italiano, l’Osservatorio Parlamentare sul Razzismo nel nostro Paese.
I Presidenti di questo osservatorio sono il Vice Presidente della Camera Bindi e il sottoscritto. Abbiamo chiesto ad alcuni colleghi, come Ufficio di presidenza parlamentare, di partecipare. E’ un osservatorio molto ristretto, composto da otto membri, che vuole coinvolgere e vuole interloquire con il lavoro che le Istituzioni fanno riguardo al tema del razzismo. Ma vuole coinvolgere ed evidenziare come il Parlamento deve essere il luogo principale di dialogo, di confronto e di recepimento della vita della società civile.
Mi sembra un bel gesto come quello dell’anno scorso, con l’istituzione che abbiamo fatto con il Presidente Fini di una targa, nella nostra Sala principale, di memoria e di ricordo di quanto accaduto. Oggi, in occasione di questa commemorazione, viene dato un segnale forte dal Parlamento Italiano con la costituzione dell’Osservatorio sul Razzismo. Credo che questo vada nella direzione non solo di ricordare o commemorare, ma partendo dalla storia di poter non dimenticare la storia perché si viva il presente ma si guardi al futuro. E’ solo radicandosi nella storia di ognuno di noi che si può vivere con certezza il presente e si può guardare con positività al futuro.

Trascrizione a cura di Luca Dotti (associazione Sucar Drom) dalla registrazione video/audio della Camera dei Deputati (http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Eventi/Rom).

Bologna, la commemorazione dei Sinti vittime della banda della uno bianca

Questo pomeriggio si terrà una cerimonia di dialogo e preghiera in ricordo dei Sinti assassinati nel "campo nomadi" di via Gobetti. La mattina del 23 novembre 1990 furono uccisi, dalla banda della "Uno bianca", Patrizia Della Santina e Rodolfo Bellinati. L’iniziativa, che si terrà alle ore 15.00, in via della Beverara 123, nella sala Auditorium del Museo della Civiltà industriale, è promossa dall’Anpi e dal Comitato antifascista del Navile con il patrocinio del quartiere Navile, in collaborazione con le parrocchie cattoliche della Beverara, dell’Arcoveggio, della Missione Evangelica Zigana di Bologna e dell’associazione Sinti Italiani di Bologna.
Al ricordo interverrà la comunità sinta di Bologna, i Sinti italiani parenti delle vittime, alcune associazioni di rappresentanza nomade e la cittadinanza che non vuole dimenticare l’orrore provocato dalle stragi della "Uno bianca".
La cerimonia verrà introdotta da Leonardo Barcelò, consigliere comunale di Bologna. Ad un momento di raccoglimento e preghiera con monsignor Giovanni Catti, don Nildo Pirani, don Luciano Galliani, il ministro di culto Luigi Chiesi della chiesa evangelica Mez di Bologna. Seguiranno dei brevi interventi di dialogo per agevolare la conoscenza fra i presenti. Al termine della cerimonia verrà deposta una corona di alloro al cippo che ricorda le due vittime.

Roma, l'osservatorio sui fenomeni di xenofobia e razzismo

La Presidenza della Camera dei deputati ha istituito un «Osservatorio sui fenomeni di xenofobia e razzismo diretto alla sensibilizzazione su tali tematiche, al monitoraggio e alla valorizzazione delle attività svolte in materia da organismi pubblici e privati».
«L'Osservatorio - si legge in una nota dell'ufficio stampa - che si è riunito per la prima volta questa mattina a Montecitorio, si compone pariteticamente di otto deputati, scelti dalla Presidenza sulla base delle esperienze già acquisite sulla materia, con riferimento ai diversi profili in cui essa potrà articolarsi, ed è coordinato dai Vicepresidenti della Camera Rosy Bindi e Maurizio Lupi (in foto), nella qualità di Presidenti, rispettivamente, del Comitato di vigilanza sull'attività di documentazione e del Comitato per la comunicazione e l'informazione esterna».
«Per quanto riguarda le sue funzioni, l'Osservatorio si occuperà in particolare di: monitorare le attività svolte in materia da organismi pubblici e privati; realizzare studi e dossier tematici e promuovere una strategia di comunicazione volta alla sensibilizzazione, con particolare riferimento al mondo scolastico; collegarsi con analoghe iniziative promosse da altre Istituzioni, con particolare riferimento alle altre Assemblee legislative ed organizzare una Conferenza annuale per il raccordo tra le Istituzioni e gli organismi della società civile».
«I componenti dell'Osservatorio, oltre ai Vicepresidenti della Camera, Bindi e Lupi, sono i seguenti deputati: Souad Sbai, Fiamma Nirenstein, Margherita Boniver, Marco Giovanni Reguzzoni, Jean Touadi, Fabio Evangelisti, Savino Pezzotta». da Il Messaggero

martedì 22 dicembre 2009

Time for Responsibilities, estratti dal diario di Vikttoriia Dubìnina

Si è svolta dal 10 al 17 ottobre 2009 una delle più grandi Missioni di Pace mai realizzate dall’Italia a Gerusalemme, in Israele, e nei territori palestinesi occupati. La missione è stata contrassegnata dal motto “Time for Responsibilities”, parole mutuate da quelle pronunziate dal Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama che al Cairo il 4 giugno scorso ha detto: “Per giungere alla pace in Medio Oriente, è ora che israeliani e palestinesi - e noi tutti con loro – ci assumiamo le nostre responsabilità”.
La missione di pace ha visto la partecipazione di oltre quattrocento italiani provenienti da 127 città italiane: semplici cittadini, giovani, studenti e insegnanti, sportivi e artisti, giornalisti, amministratori locali (84 gli Enti Locali presenti) e rappresentanti di associazioni. L’associazione Sucar Drom ha partecipato alla missione con la Consigliera Vikttoriia Dubìnina che è partita da Mantova insieme alla delegazione della Provincia di Mantova.
Una missione, organizzata dal Coordinamento degli Enti Locali per la Pace, tutta italiana, per andare incontro al popolo palestinese e al popolo israeliano e per ascoltare le loro voci. Durante la missione si sono svolti incontri con politici israeliani e palestinesi, con associazioni ma anche con semplici cittadini a Gerusalemme, Betlemme, Hebron, Birzeit, Nablus, Jenin, Ramallah, Tel Aviv, Nazareth, Misgav-Sachnin, Jazza, Haifa, Sderot, Neve Shalom.

Yad Vashem. Mercoledì 14 ottobre 2009 la Missione è andata in visita al Museo Yad Vashem (un memoriale e un nome), il memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dell'olocausto fondato nel 1953. La visita è iniziata da una rievocazione dei drammatici avvenimenti che portarono alle persecuzioni razziali e all’Olocausto degli Ebrei in Europa, durante il fascismo e il nazismo. Il museo è una testimonianza delle vite distrutte dalla furia cieca del razzismo. Il museo è composto da una sala memoriale, un museo storico, una galleria d'arte, una Sala dei Nomi, un archivio, "la valle delle comunità perdute" ed un centro educativo. Presso il museo esiste un giardino, il giardino dei Giusti tra le nazioni dove vengono onorati coloro che, spesso a rischio della propria vita, salvarono degli ebrei dallo sterminio. Ancor oggi si continua la ricerca su chi è scomparso nel nulla e si invitano le persone che visitano il museo a collaborare se hanno conoscenza di fatti legati alla Shoah.
Prima dell’inizio della conferenza al museo, la Consigliera Vikttoriia Dubìnina ha incontrato il Direttore dello Yad Vashem, Avner Shalev, a cui ha consegnato le pubblicazioni dell’Istituto di Cultura Sinta sul Porrajmos, la persecuzione su base razziale subita da Sinti e da Rom, durante il fascismo e il nazismo. Le pubblicazioni sono due libri: “Porrajmos, la persecuzione razziale dei Rom e dei Sitni durante il periodo nazi-fascista” di Virginia Donati (2003) e “Porrajmos, altre tracce sul sentiero per Auschwitz” di Vari Autori (2006); la mostra fotografica/documentaria: “Porrajmos, altre tracce sul sentiero per Auschwitz” (2007), realizzata in collaborazione con l’associazione Nevo Drom. Avner Shalev ha ringraziato per la donazione dei due libri e della mostra fotografica/documentaria che sono entrate a far parte della collezione della Biblioteca del Museo. Rachel Cohen, della Biblioteca, ha scritto all’Istituto che la donazione è importante perché il museo raccoglie da alcuni anni non solo il materiale sulla Shoah ma anche i documenti che afferiscono a quanto successo in quel periodo storico per offrire sia nuovo materiale di studio per studiosi e ricercatori ma anche una risorsa di conoscenza per le generazioni future.
Domari Society. Sempre Mercoledì 14 ottobre 2009, la Consigliera Vikttoriia Dubìnina con una delegazione della Provincia di Mantova ha incontrato Amoun Sleem, Presidente della Domari Society, l’associazione che rappresenta la minoranza dom. I Dom sono una delle grandi minoranze, insieme a Sinti e Rom, che sono migrate dalla penisola indiana, a partire dall’Anno Mille. Questa minoranza vive schiacciata dal conflitto Israele-Palestinese, infatti i Dom sono presenti sia sul territorio palestinese che su quello israeliano.
La Domari Society ha la sua sede a Gerusalemme. Questo il diario dell’incontro
Il quartiere che ospita l’associazione si trova in una periferia urbana non ricca ma dignitosa. La visione d’insieme è quella di sobrie costruzioni, cubiche e bianche, circondate da piccoli giardini che servono da ingresso a più abitazioni. La Domari Society ha sede in una di queste abitazioni, si differenzia solo per il cortile-giardino proprio.
Arriviamo con un taxi guidato da un appartenente alla minoranza dom. Entrando nel cortile vediamo da un lato giovani, ragazze e ragazzi, che siedono in conversazione ascoltando musica; davanti a noi c’è invece un grande tavolo dove in presenza di due volontarie, venute dagli Stati Uniti d’America, cinque o sei bambini fanno i compiti. Per entrare all’interno passiamo vicino a questo tavolo lo studio si svolge in un’atmosfera di serenità.
Ci viene incontro Amoun Sleem che ci offre subito un the aromatico, pasticcini e caffè. Si unisce al gruppo anche un giovane canadese, è uno studente universitario che insieme come le due volontarie americane rimarrà per un anno di servizio presso la Domari Society. Amoun Sleem ci spiega che la minoranza dom risiede a Gerusalemme da cinque secoli, si era stabilita nel quartiere di Wadi Joz a Gerusalemme Est e nelle mura della città vecchia vicino alla porta “Lions’ Gate”. E’ in questa zona che risiede la famiglia di Amoun Sleem. La Domari Society fu fondata nel 1999. Dal 2005 è aperto il “Community Center”. Conversando visitiamo il centro. Oltre al tinello-salotto dove abbiamo gustato il caffè ci sono altri locali; quello per l’esposizione degli oggetti che vengono confezionati nella sartoria e nei laboratori artigianali, un ufficio modernamente arredato e una grande sala-sartoria con macchine per cucire e magazzino con stoffe varie. A Gerusalemme, nella città vecchia, la Domari Society gestisce due negozi dove si vendono i prodotti confezionati dalle donne. Non hanno una produzione tale da poter sostenere una maggior espansione commerciale.
Amoun Sleem ha spiegato che la minoranza dom subisce spesso discriminazioni sia da parte palestinese che da quella israeliana per i soliti pregiudizi e sono respinti in quanto la maggior parte vive come mendicanti. Inoltre, molte famiglie dom sono scappate in Giordania per le continue guerre. Tant’è che la minoranza dom, presente in Israele e Palestina, risulta oggi dimezzata.
Le relazioni con le Autorità israeliane sembrano solo di tipo assistenziale, pochi o quasi nessuno ne conosce la lingua e le abitudini. Della Shoah non si sa nulla o non se ne parla. C’è però anche una realtà fatta di persone inserite nel mondo del lavoro quali autisti di taxi, di autobus, di pullman che godono certi privilegi. Da qualche anno il Governo israeliano assiste le famiglie dom con un contributo per lo studio. Non si hanno figure politiche che possano rappresentare la minoranza dom che viene ignorata come avviene anche con le minoranze beduine.
Solo da poco si hanno contatti intimi con i palestinesi in quanto ci sono stati dei matrimoni misti. Pochi uomini riescono a trovare lavoro, se lo trovano è nella nettezza urbana. Vi sono problemi abitativi, nella città vecchia gli edifici sono diroccati e spesso le famiglie vivono in ambienti inadatti al numero delle persone. I Dom si trovano nel territorio da molto prima dei palestinesi ma essendo una minoranza non vengono presi in considerazione.
Soprattutto tra i giovani pochi ammettono di appartenere alla minoranza dom. Si hanno molte abitudini simili con i palestinesi, nella maggior parte sono musulmani, vestono nello stesso modo, anche la cucina è simile a quella palestinese.
La Domari Society è nata soprattutto per appoggiare i bambini negli studi e per dare una formazione professionale agli adulti. Importante è anche l’attività politica per esigere dalle Autorità israeliane l’assistenza medica che tempo fa non si aveva.
L’attività principale oggi della Domari Society, insieme a quella relativa all’istruzione, è a favore delle donne. Per questa ragione sono state avviate delle attività di sartoria e di produzione di oggetti artigianali (flauti, piccoli girelli, borse…) che vengono venduti sia nel Community Center che nei due negozi nel centro di Gerusalemme. Un’altra attività svolta è quella per la tutela della lingua e della cultura dom. La lingua dom si sta perdendo perché è orale. Soprattutto i giovani parlano il palestinese di Gerusalemme e si studia l’inglese che è ormai la lingua più parlata in Israele.
L’attivismo a favore delle donne di Amoun Sleem non è ben visto da tutta la comunità dom di Gerusalemme, in particolare dagli uomini. Non è facile convincere gli uomini dom ad uscire da una certa chiusura e sono i giovani che tendono ad ignorare le regole scontrandosi con gli anziani.
Gli ostacoli maggiori per le ragazze si hanno nel proseguire gli studi superiori. Molte donne e alcuni giovani sono infermieri ma non possono essere medici perché l’iscrizione all’università è legata alla situazione economica.
Le ultime parole di Amoun Sleem, prima dei saluti, sono state: “se gli uomini ascoltassero di più le donne le cose andrebbero meglio”. Salutandoci è stato chiesto ad Amoun Sleem di venire in Italia per conferenze che svelino di più i loro problemi e per prendere contatto con le altre comunità sinte o rom italiane ma anche europee. La proposta le è sembrata interessante. di Vikttoriia Dubìnina

In foto, da sinistra: Sabrina Pinardi (Mantova TV), Luigia Trabalza (insegnate di Bergamo), Vikttoriia Dubìnina (Sucar Drom), Amoun Sleem (Domari Society), Laura Pradella (Presidente del Consiglio Provinciale di Mantova) Gino Goffetti (Mappamondo e Coordinamento per la Pace di Mantova), in basso al centro Nicolò Agosta (Diocesi di Mantova)

domenica 20 dicembre 2009

Roma, dal Maggiore ai Rom in dono l'albero di Natale

In vista del prossimo sgombero del campo rom Casilino 900 - previsto entro la metà di gennaio - il pontificio Seminario Romano Maggiore ha donato agli abitanti un albero di Natale. Un grande abete che, dopo essere stato allestito con decorazioni artigianali realizzate da alcuni maestri ramai del campo, verrà consegnato al sindaco di Roma Gianni Alemanno.
«L’idea - spiega don Paolo Lojudice (in foto), direttore spirituale del Seminario - è che il sindaco custodisca l’albero fino al giorno in cui l’ultima famiglia sarà riuscita a sistemarsi nelle nuove abitazioni promesse dall’amministrazione comunale».Un regalo simbolico, per ricordare alle autorità gli impegni presi con i rappresentanti delle associazioni che da mesi seguono la vicenda del Casilino 900. «La donazione di un albero di Natale agli abitanti del Casilino è un gesto molto semplice - chiarisce don Paolo - che rientra in un cammino che stiamo facendo con loro già da alcuni anni. La scorsa Pasqua, ad esempio, piantammo insieme un ulivo, anche in quel caso simbolico di un rapporto fra noi e loro e della speranza in un futuro di stabilità e pace per gli abitanti del campo».
E all’albero di Natale donato dal Seminario il 16 dicembre si è aggiunto un piccolo presepe, offerto in dono dal commissario provinciale della Croce Rossa italiana Marco Squicciarini, in visita al campo insieme con Cristopher Lamb, ambasciatore della Croce Rossa internazionale. «La Croce Rossa vuole dare un taglio umanitario all’approccio della risoluzione dei problemi legati alla popolazione rom - ha spiegato Squicciarini al termine della visita - per questo ho chiesto a Lamb di portare questo messaggio a livello europeo, per trovare soluzioni uniche».

Per quanto riguarda le circa 800 persone che vivono al Casilino 900, al momento l’obiettivo del Comune sarebbe quello di collocare i nuclei familiari presso altri insediamenti rom nella Capitale o, nel caso di bambini, donne, anziani e malati, in via temporanea presso istituti di accoglienza. La questione resta aperta, e del problema si è parlato anche in occasione dell’incontro - svoltosi sempre il 16 dicembre - tra operatori sociale e comunità rom, sugli strumenti da mettere in campo contro le discriminazioni. In quella circostanza, Mirko Grga mediatore della cooperativa Ermes (ex Capodarco, da molti anni convenzionata con il Comune per interventi a favore della minoranza rom) ha ricordato «l’urgenza dell’eliminazione dei campi nomadi attraverso l’assegnazione di case popolari ai rom secondo criteri che promuovano l’integrazione senza creare nuovi ghetti». Già nel 2008, davanti alle condizioni di vita precarie dei rom, il sindaco Alemanno in visita al Casilino 900 aveva detto: «Serve un grande impegno affinché Roma non diventi una città divisa in due in modo così profondo». Un impegno che da oggi ha la forma di un albero di Natale. di Elisa Storace

Moni Ovadia: il furto di Auschwitz e l'uso strumentale di un luogo di dolore

Il furto della scritta Arbeit macht frei da Auschwitz (mascalzoni e speculatori a parte: la loro esistenza è sempre possibile) ci invia un segnale preciso. Quel luogo di dolore sta diventando il ricettacolo della falsa coscienza, il posto dove ricostruire delle identità presentabili, dove ricevere certificati di buona condotta che poi consentano di penalizzare i “diversi” di oggi, gli ebrei di oggi, cioè i rom, i clandestini, gli extracomunitari, i lavoratori-schiavi.
Di Auschwitz si fa ormai un uso strumentale. Anche da parte di certi politici israeliani, che insistono sulla necessità di non mutare i termini del discorso e mantengono “in vita” troppe divisioni, troppo odio. Vorrei ricordare che Primo Levi ha scritto Se questo è un uomo, non Se questo è un ebreo. L’ebreo rappresenta la minoranza e l’alterità. Il suo capolavoro è la distruzione degli idoli e dell’idolatria. Il suo messaggio è la volontà di onorare la persona e darle una centralità costante e assoluta.
Solo richiamando questa realtà, facendone partecipi i “diversi” di oggi, che fanno paura come gli ebrei di allora, daremo finalmente ad Auschwitz il valore maieutico che ha. di Moni Ovadia

Il Viminale sacrifica la legalità al "territorio"

Primo comandamento: non disturbare il territorio. Anzi, assecondarlo, cioè inviare prefetti graditi agli equilibri politici del luogo. Possibilmente, poi, premiando non i funzionari già in servizio a Roma-Viminale ma pescandoli in giro, nei vari uffici territoriali del governo anche se questo vuol dire scavalcare le graduatorie. Anche questo è federalismo. Anzi, una sua forma assai sottile e più evoluta. Era già successo con il prefetto di Roma Carlo Mosca, rimosso a novembre 2008 perché si rifiutava di far prendere le impronte digitali ai rom così come voleva il sindaco Alemanno. Succede, e si ripete, di nuovo adesso con i casi di Venezia e Fondi dove sono stati rimossi-promossi due prefetti - Michele Lepri Gallerano e Bruno Frattasi - entrati in rotta di collisione con le autorità politiche e amministrative del luogo.
Vanno sempre letti in controluce gli sterminati elenchi della Presidenza del Consiglio con cui vengono comunicati i movimenti e le promozioni dei prefetti in giro per l’Italia. «Rispetto al 1994, la prima volta di Maroni al Viminale come titolare dell’Interno - viene fatto notare in ambiente prefettizio - c’è stato un netto miglioramento nei rapporti tra il ministro e i prefetti. Allora, infatti, il piano più o meno esplicito era quello svuotare la figura del responsabile territoriale del governo ed era stata imboccata una strada che avrebbe portato, nel giro di breve, all’abolizione della nostra figura. Ora invece il prefetto è tornato ad essere centrale nell’organizzazione del territorio, e questo è sicuramente positivo».

Ad alcune condizioni, però: che sia compatibile e omogeneo con le esigenze del territorio. Ecco che a Venezia non era più sopportabile un prefetto - Michele Lepri Gallerano - arrivato lì quattro mesi fa, prossimo alla pensione, che la notte tra il 25 e il 26 novembre ha avuto l’ardire di trasferire in un villaggio con vere casette costruite dal comune la comunità sinti di Venezia parcheggiata da sempre in modo indegno in una baraccopoli. Il presidente della Provincia, la leghista Francesca Zaccariotto ha chiesto da quel giorno, ogni giorno, la testa del prefetto. Anche Maroni, tenuto rigorosamente all’oscuro di tutto, gliel’aveva giurata a quel suo rappresentante. Rimosso, quindi, in nome della pax politica del posto.
Promosso al Viminale, invece, Bruno Frattasi, ex prefetto di Latina, che dall’inizio del 2008 ha condotto quasi in solitario una battaglia durissima contro i clan di camorra e ’ndrangheta che piano piano si sono impossessati del territorio di Fondi e del basso Lazio. Frattasi ha “perso” quella battaglia perché il comune di cui ha chiesto lo scioglimento per mafiosità non è stato sciolto - nonostante due richieste dello stesso ministro Maroni - perché il sindaco Parisella (pdl), uomo del senatore Fazzone, alla fine ha preferito il minore dei mali: dimissioni, con la possibilità di ricandidarsi a marzo. La normalizzazione è già in atto a Fondi. Nel silenzio generale. A marzo si vota. Frattasi avrebbe potuto garantire elezioni più serene. E trasparenti. Colpisce, anche, la nomina del nuovo prefetto di Frosinone, Paolino Maddaloni. Nel 2006 è stato a un passo dal diventare sindaco di Caserta in quota Pdl. Tra i suoi principali supporter c’era l’onorevole sottosegretario Nicola Cosentino. Adesso lascia la Commissione per il diritto d’asilo e va a gestire un territorio ad alto rischio di infiltrazioni mafiose. di Claudia Fusani

giovedì 17 dicembre 2009

Roma, una giornata storica!

Ieri si è tenuto un momento storico per i Sinti, i Rom e per tutta l’Italia. Alla Camera dei Deputati si è tenuta la commemorazione per il settantunesimo dalla promulgazione delle Leggi Razziali in Italia. Nella Sala del Mappamondo si è tenuto il convegno sull’internamento dei Rom e dei Sinti tra il 1940 e il 1945. La presidenza della camera ha infatti deciso di dedicare quest’anno la commemorazione alle persecuzioni subite dai Sinti e dai Rom. Quindi per la prima volta, come ha da subito affermato il Vice Presidente Maurizio Lupi (in foto), lo Stato italiano ha deciso di ricordare quanto hanno subito Sinti e Rom, durante il fascismo.
L’intervento di Maurizio Lupi ha sorpreso e commosso tutti. L’intervento del Vice presidente della Camera, partendo dalle persecuzioni subite dai Rom e dai Sinti, ha affermato inequivocabilmente che bisogna superare l’attuale situazione in Italia. Il Vice presidente ha delineato tre priorità: sperare l’emergenza e offrire pari opportunità nell’abitare, nell’accesso ai servizi, nell’accesso al lavoro; riconoscere a Sinti e Rom lo status di minoranze; far conoscere e promuovere le culture sinte e rom.
L’obiettivo che deve perseguire il Parlamento italiano, secondo il Vice Presidente, deve essere improntato sull’interazione tra le culture perché i Sinti e i Rom sono parte integrante dell’intera Europa.
In conclusione, il Vice Presidente Lupi, ha annunciato la costituzione di un Osservatorio sul razzismo alla Camera dei Deputati perché se si ha il compito di ricordare quanto successo, è pur fondamentale intervenire sull’oggi perché quanto successo non debba più succedere.
Sono seguiti gli interventi di Nazzareno Guarnieri (Federazione Romanì) e di Radames Gabrielli (Federazione Rom e Sinti Insieme). E’ poi intervenuto lo storico Luca Bravi che ha spiegato come la persecuzione subita da Sinti e da Rom, durante il fascismo, fu una persecuzione su base razziale. Nel suo intervento Luca Bravi ha presentato anche un video con le testimonianze di Sinti e Rom che hanno subito l’internamento nei campi di concentramento e nei campi di sterminio. Ha concluso la commemorazione l’On. Letizia De Torre che con impegno e passione ha lavorato per la realizzazione della commemorazione.

Venezia, prefetto silurato per caso Sinti

Il prefetto di Venezia Michele Lepri Gallerano (in foto) è stato silurato dopo che il ministro dell'Interno Roberto Maroni non aveva gradito le modalità del trasferimento dei Sinti nel nuovo villaggio.
Nel consiglio dei ministri di oggi Lepri Gallerano (che era arrivato a Venezia lo scorso agosto) è stato rimosso e "collocato in posizione di fuori ruolo presso la presidenza del Consiglio dei ministri per assumere l'incarico di Commissario dello Stato per la Regione Siciliana", come afferma il comunicato ufficiale. Sarà sostituito da Luciana Lamorgese.
Maroni non avrebbe gradito le procedure di trasferimento dei Sinti nel nuovo villaggio di Favaro Veneto, trasferimento fatto in accordo con il comune di Venezia e con il sindaco Massimo Cacciari (Pd), ma in disaccordo con la provincia e la presidente Francesca Zaccariotto (Lega).
Per il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, il trasferimento del prefetto è «una rimozione» e rappresenta «un episodio di gravità eccezionale, sia per le modalità con cui avviene sia per i motivi che ne sono alla base». «A Venezia da soli quattro mesi, il dottor Lepri Gallerano - afferma Cacciari - è stato rimosso per ragioni esclusivamente politiche, anzi per vendetta politica». «In buona sostanza, al di là di ipocrite frasi fatte in burocratese - insiste Cacciari - , gli si imputa di non essere riuscito a impedire il trasloco della comunità Sinti di via Vallenari nel nuovo villaggio. Fatto doppiamente e gravemente sbagliato».

Cacciari si riferisce alle tensioni nei rapporti tra Lepri Gallerano e la neo presidente della Provincia, che proprio sul campo Sinti di Favaro Veneto aveva ingaggiato un braccio di ferro con il Comune, nel quale il prefetto cercava di svolgere attività di mediatore. Il trasloco delle 38 famiglie di Sinti nel nuovo campo era avvenuto proprio all'indomani della riunione a Venezia del G8 dei ministri dell'Interno.
Cacciari, riferendosi alla vicenda del trasferimento dei Sinti nel nuovo campo di via Vallenari, sottolinea che «non si poteva impedire ciò che era stato già riconosciuto atto legittimo non solo dalle sentenze del Tar, ma anche da quella del Consiglio di Stato». In secondo luogo, prosegue il sindaco, «il prefetto in nulla poteva interferire riguardo a una decisione che l'Amministrazione comunale era pienamente titolata e autorizzata ad assumere, specie dopo che l'Asl 12 aveva dichiarato del tutto inagibile il vecchio campo per gravissime carenze igienico-sanitarie e di fronte all'avanzare della stagione invernale». «Ora, non essendo riusciti a impedire tale trasloco per le vie che la legge e il diritto consentono - afferma Cacciari - si vuole colpire, con quella che, ripeto, considero una volgare vendetta politica , un funzionario dello Stato di provata lealtà che non ha colpa alcuna». Per Cacciari «il segnale che da tutto ciò proviene (altro che quella attenuazione dei toni, cui per primo il Capo dello Stato invita in questi giorni) è quello di un pesante avvertimento a tutti coloro che non si inchinino prontamente ai voleri strumentali di una politica rozza, intollerante e, ancor prima e peggio, stupida». da Il Messaggero

Roma, manuale di sopravvivenza per il turista

È stato distribuito ieri mattina nelle vie del centro storico della capitale, in mille copie, un opuscolo dal titolo inequivocabile: «Manuale di sopravvivenza per il turista a Roma - Dove e come divertirsi tornando a casa sani e salvi». Concepita dal gruppo provinciale di Sinistra e Libertà, la guida è una maniera goliardica per denunciare la politica dei divieti portata avanti dal sindaco Gianni Alemanno, peraltro ritratto in copertina con le sembianze della Dea Kalì.
Con uno scacciamosche in una mano e una paletta della polizia nell’altra, un retino acchiappafarfalle in una terza mano e una multa in una quarta, il primo cittadino esce piuttosto malconcio, risultando come vero colpevole della situazione venutasi a creare a Roma dopo il suo insediamento. Al sindaco non è rimasto altro che abbozzare un sorriso, facendo dunque buon viso a cattivo gioco: «Una volta tanto una trovata simpatica da parte dell’opposizione», questa la sua reazione.
Paradossalmente, le polemiche sono giunte da sinistra, con in prima fila Imma Battaglia (associazione Di Gay Project) e l’onorevole Paola Concia del Pd. La guida ideata e distribuita dal comitato provinciale di Sinistra e Libertà, secondo Imma Battaglia, è una trovata non solo inutile ma anche alimentatrice di «odio, paure e insicurezze. Di fatto è un’aggressione a tutta la comunità gay». Fin qui le reazioni, ora i contenuti tanto vituperati dalla Battaglia: turista rom? «Assicurarsi di non essere il rom numero 6001, c´è il numero chiuso».

Sei un turista e ti piace bere? «Non sostare nelle zone centrali della città con bottiglie di vetro, in periferia fate come volete». Siete gay, lesbo, bisexual o trans gender? Sono «sconsigliate vivamente le zone del Colosseo o il Gay Village. Rischio accoltellamenti, pestaggi e insulti omofobi».
C’è n’è anche per i motociclisti, «Evitare le strade alberate senza equipaggiamento protettivo. Causa caduta rami e alluvioni», e per gli extracomunitari a cui è scaduto il visto turistico: «Comune e Stato assicurano vitto e alloggio gratis nel comodo centro di accoglienza di Ponte Galeria».
Pur precisando che di provocazione si tratta, il responsabile dell’iniziativa, il consigliere provinciale Gianluca Peciola, ha voluto sottolineare come «nonostante le parole rassicuranti del sindaco Gianni Alemanno riteniamo che per i diritti civili e le questioni sociali dall’amministrazione comunale non arrivano risposte convincenti». Sorvolando sulla qualità dell’iniziativa, è un dato di fatto che la città di Roma sia diventata, negli ultimi mesi, un luogo ad alto rischio per extracomunitari e omosessuali o, in altre parole, per i diversi da chi presume di avere il diritto/dovere di affermare la propria supremazia italica ed eterosessuale.
La notte fra il 21 e il 22 agosto scorso, due ragazzi omosessuali sono stati selvaggiamente aggrediti da un 40enne nelle vicinanze del Gay Village, con la conclusione che una delle due vittime è stato operato d’urgenza all’addome per le ferite inferte con un coltello. La notte fra il 16 e il 17 di ottobre, invece, è stata la volta di quattro ragazzi aggrediti a colpi di mazza da baseball da un altro 40enne, stavolta al Testaccio, mentre l’11 dello stesso mese, una coppia gay è stata assalita da tre ragazzini in pieno centro. di Donato Capozzi