L'arte del circo e quella del cinema sono particolarmente presenti nelle parole di Moira (nome d'arte, quello originario è Miranda) Orfei, che in questa intervista narra anche la storia avventurosa della sua famiglia, presente da quasi duecento anni in Italia ma originaria del Montenegro: Moira ed in generale la sua famiglia, gli Orfei, sono infatti Sinti Italiani, cioè appartenenti ad una delle minoranze nelle quali si distinguono le popolazioni, denominate in maniera discriminatoria “zingare” o “nomadi”.
Gli Orfei sono un nome molto noto dello spettacolo in Italia, non solo per il Circo di Moira e di altri Orfei della famiglia, ma anche per ruoli svolti, in pellicole cinematografiche ed in televisione, non soltanto da Moira, ma anche, ad esempio, da Liana Orfei (cugina di Moira) e della figlia Ambra. Nato dall'amore tra un prete dei Balcani ed una Sinta, il Circo Orfei è attualmente uno dei più importanti del mondo, ed ha, tra fine 2007 ed inizio 2008, in agenda una serie di appuntamenti nel Lazio, in Sicilia ed in Campania, nei quali saranno presenti, tra gli altri, i classici numeri atletici, comici, e con numerosi animali (tigri, elefanti, ippopotami, cavalli, ed altri ancora..), riguardo i quali viene assicurato siano trattati con i giusti affetto ed attenzioni. Leggi l’intervista a Moira…
sabato 29 dicembre 2007
Moira Orfei si racconta...
venerdì 28 dicembre 2007
Roma, SOLIDeALI
L’Associazione culturale “Amici nel Pineto” in collaborazione con Biblioteche di Roma – Casa del Parco e ARCI Solidarietà Lazio con il Patrocinio del Municipio Roma 19 presenta SOLIDeALI, incontro multietnico di solidarietà. Il titolo dell’iniziativa è un singolare gioco di parole (solide ali, solidi ideali, solidali) che racchiude i punti cardine costituiti dall’evento promosso a Roma, sabato 29 dicembre dalle ore 15.00, presso il Casale del Giannotto, Casa del Parco. Ingresso libero.
Alle ore 15.30 sarà presentato il libro “Chejà Celen” (ragazze che ballano, in lingua romanés), edito dalla Casa Editrice Sensibili alle Foglie. Chejà Celen è un libro di Vania Mancini, con le fotografie di Tano D’Amico. “E’ stato durante un matrimonio Rom che, vedendo ballare tutti con tanta passione, mi è venuta l’idea di far partecipi noi “gagè” (non Rom) di questo splendido spettacolo e quindi di organizzare il gruppo di ballo di ragazze Rom che in seguito prenderà il nome “Chejà Celen”. Sarà presente l’autrice. Di seguito sarà proiettato il video “Jujerdan” e si terrà l’esibizione del gruppo di ballo rom “Chejà Celen”.
Alle ore 16.30 si esibirà il coro filippino “The loved flock youth & children’s choir” e di seguito il gruppo di ballo boliviano “Llajtaymanta”.
Latina, arrestati con l'accusa di riduzione in schiavitù di una donna e di una minorenne
La magistratura di Roma, il pm antimafia Carlo La Speranza e il gip Andrea Vardaro, hanno emesso quattro ordinanze di custodia cautelare eseguite oggi dagli agenti della polizia municipale dell'VIII Gruppo e del Gruppo sicurezza di Roma, nel “campo nomadi” di Latina a Borgo Sabotino. I tre uomini e una donna arrestati dovranno rispondere davanti al giudice dei reati di associazione a delinquere e riduzione in schiavitù.
L'attività investigativa che ha portato stamani all'arresto delle quattro persone è scattata dopo che il 23 novembre scorso gli agenti della municipale di Roma hanno trovato una minore e una donna in stato di totale indigenza nei pressi dei Fori Imperiali.
Le due donne, una di 17 anni, erano scappate dal “campo nomadi” di Latina dove erano costrette a vivere in stato di schiavitù, subendo vessazioni fisiche e morali, dopo essere state vendute per 5 mila e 12 mila euro. Secondo la ricostruzione fatta dalla magistratura fin dal febbraio del 2003, per quasi cinque anni vivevano costrette a mendicare e a compiere furti consegnando quanto racimolato ai loro 'padroni', che le avevano anche private dei documenti.
Una brutta storia che farà molto discutere. Naturalmente una certa stampa, a pochi minuti dal lancio di agenzia stampa, sta già strumentalizzando e generalizzando la notizia. Infatti, la Provincia di Latina TV nel dare la notizia utilizza una vecchia foto di Rom, estranei completamente ai fatti, che durante una manifestazione mostrano un cartello con scritto: aiutateci a vivere come esseri umani.
Castelsangiovanni (PC), i Sinti al freddo!
«Siamo senza riscaldamento. Per scaldareci ci arrangiamo con mezzi di fortuna e stufe a legna con le quali scaldiamo l'acqua, che usiamo anche per lavare i bambini». È stato un Natale al freddo quello che è appena trascorso per i Sinti di Castelsangiovanni, nel cui “campo” da diverse settimane, a causa di alcune bollette non pagate, manca il gas metano per far funzionare gli impianti di riscaldamento delle casette in muratura inaugurate solo un anno fa.
Per scaldare il “campo” gli occupanti della comunità sinta castellana hanno pensato di installare nelle case in muratura alcune stufe a legna, mentre nei camper e nelle roulotte parcheggiate nelle piazzole di sosta alcuni si arrangiano con impianti di fortuna. Al centro del “campo” è stato invece allestito un grande braciere a cielo aperto attorno al quale i Sinti castellani si riuniscono per far trascorrere le ore più fredde della giornata.
«Non abbiamo pagato l'ultima bolletta, era troppo alta e non avevamo abbastanza soldi - racconta uno dei sinti che abitano il campo di Castelsangiovanni - e così già da qualche mese siamo senza riscaldamento. Invece di prevedere un solo contatore potevano fare un contatore per ogni casa, così ognuno avrebbe pagato il suo consumo. Oggi ci arrangiamo con qualche stufa e qualche soffione di aria calda che abbiamo sistemato nelle roulotte. Per lavare i bambini facciamo scaldare l'acqua sulle stufe e poi la mettiamo in una bacinella dove loro possono entrare, ma per noi grandi diventa un po' più complicato».
Esempio classico, questo di Castelsangiovanni, di come le famiglie sinte sono discriminate. In primis dal fatto che non è possibile determinare il consumo per ogni famiglia, perché l'Amministrazione comunale ha dotato il "campo" con un solo contatore per tutte le utenze. Provate a pensare alle guerre condominali che scoppierebbero se in un condominio con quindici famiglie vi fosse installato un solo contatore per tutti, sia per il gas metano (e il consumo non è determinato da un'unica caldaia) sia per l'energia elettrica e l'acqua. Ci immaginiamo la scena alla riunione di condominio da fare ogni due mesi all'arrivo delle bollette: "Tu usi più la lavatrice di me?", "No, non è vero! Sono io che sento la tua lavatrice andare tutto il giorno", "Io ho un solo televisore! Voi ne avete due!", “Noi non usiamo la doccia meno di voi perché abbiamo meno bambini da lavare.”…
In secondo è da considerare il bassissimo reddito di queste famiglie. Infatti, tutte le altre famiglie castellane, con lo stesso basso reddito delle famiglie site, sono aiutate economicamente dal Comune che non potrebbe permettersi di lasciare al freddo bambini e anziani.
E pensare che qualcuno ancora afferma pubblicamente che i Sinti e i Rom sono dei privilegiati: vivono in ghetti senza le più elementari strutture e dovrebbero anche essere felici…
Mantova, sei pezzi semiseri...
Partinverse cooperativa sociale di Mantova presenta 6 PEZZI SEMISERI, brevi azioni di teatro sociale in vetrina con la collaborazione di CPS (Centro Psico Sociale), Opera Nomadi Mantova, Coop. di Solidarietà Fiordaliso e Casa di Riposo I. D’Este. Venerdì 28, sabato 29 e domenica 30 dicembre dalle ore 18:00 alle 20:00 presso alcuni negozi e bar del centro storico attori atipici creeranno performances teatrali al fine di relativizzare e arginare la tendenza all’esclusione sociale. Due ragazze sinte, Alisea Del Bar e Melody Fumagalli, saranno tra gli attori che animeranno gli eventi. Ingresso libero.
Partinverse sostiene le potenzialità del teatro come mezzo per la riduzione delle disuguaglianze sociali e ringrazia per la disponibilità i negozi e i locali che ospitano le performances (Supermercato Punto Sma, Libreria Giunti, Benini abbigliamento, Bar Alla Pace, Libreria La Feltrinelli, Caffè la Posta, Supermercato Gs, Mondo Natura negozio eco-bio, Libreria Mondatori). Invitiamo tutti i mantovani a partecipare.
giovedì 27 dicembre 2007
Modena, il nuovo "campo nomadi" è peggiore del vecchio
A quattro giorni di distanza dal trasloco del “campo”, i Sinti modenesi trasferiti a Lesignana fanno l’elenco delle carenze. A chi li va trovare raccontano del ‘prima’ e del ‘dopo’, di ciò che hanno lasciato in via Baccelliera a S.Damaso e di ciò che non hanno ancora nello spiazzo a fianco dell’Alta Velocità, tra le casette civettuole montate su ruote e il cantiere lasciato a metà.
«Non ci sono i bagni in muratura. Neanche le piazzole in cemento. E neppure le casette di otto metri per otto che ci avevano promesso e che invece sono già montate in altri “campi” in questa stessa regione».
«Le pare che si possa dire una sistemazione decente? - chiede con fermezza il più anziano con cui riusciamo a parlare - Ci avevano detto che avevano completato i lavori e invece qui hanno spianato solo la campagna. C’è la presa dell’acqua, quella della corrente con i contatori e nient’altro. I bagni sono quelli dei cantieri, si contano sulle dita di una mano. E’ così che vogliono integrarci?».
I baffi grondano di indignazione quando indica con un ampio gesto del braccio l’area tutt’intorno. Da una parte le piante giovanissime di alberi rachitici e dalla parte opposta, nell’ansa formata dalla provinciale per Campogalliano e la trincea con i pannelli antirumore, una recinzione appena abbozzata; sulla zoccolatura che corre attorno al “campo” e ai tre lotti, una per famiglia, spuntano verso l’alto i paletti di ferro di una rete che non c’è. «Qui non c’è nessuna protezione» dice serio, aggiungendo l’ennesimo sgarbo.
Gli altri due vicino a lui, vent’anni in meno e venti delusioni in più, fanno l’elenco delle inadempienze, dimostrando di conoscere a memoria la legge regionale e le cifre dei fondi stanziati, meglio di avvocati. La morale è una sola secondo loro: «I soldi pagati dalla Regione dove sono finiti? Qui non se ne sono visti molti trasformati in attrezzature per il campo». In foto uno scorcio del vecchio "campo nomadi, continua a leggere…
Benazir Bhutto è stata ammazzata
Benazir Bhutto è morta nell’attentato kamikaze compiuto al termine di un suo comizio a Rawalpindi. Lo ha annunciato un collaboratore del Partito del popolo pachistano. La notizia è stata confermata da un alto responsabile dell’esercito. Nella deflagrazione, avvenuta all’esterno della sede in cui Bhutto ha parlato, sono morte almeno altre venti persone. Il leader dell’opposizione era stata portata in un ospedale vicino al luogo dell’esplosione, dove era stata sottoposta a intervento chirurgico. I sostenitori della Bhutto, radunatisi intorno all’ospedale di Rawalpindi, hanno iniziato a intonare slogan contro il presidente Pervez Musharraf.
Benazir Bhutto, 54 anni, era la figlia primogenita del deposto primo ministro Zulfikar Ali Bhutto e di Begum Nusrat Bhutto (di origini curdo-iraniane). Il nonno paterno fu Sir Shah Nawaz Bhutto, un Sindhi e figura chiave del movimento indipendentista pakistano. Ha frequentato le scuole in Pakistan, e nel 1973 si è laureata in scienze politiche presso l'università statunitense di Harvard.
Successivamente ha perfezionato gli studi a Oxford dove ha conseguito un'altra laurea in politica, filosofia ed economia. Non ancora ventenne, aiutava il padre nel suo lavoro in qualità di assistente. Dopo l'università è tornata in Pakistan e, mentre suo padre veniva assassinato per volere del generale Muhammad Zia-ul-Haq, lei veniva stata confinata agli arresti domiciliari.
Nel 1984 le venne permesso di ritornare nel Regno Unito, dove divenne leader in esilio del Partito del Popolo Pakistano (PPP) già presieduto dal padre, ma non riuscì ad avere una sufficiente influenza politica sulla vita politica pakistana fino alla morte di Zia-ul-Haq.
Quando il 16 novembre 1988 si tennero le elezioni, ed il PPP ottenne il più ampio numero di seggi per un singolo partito, la Bhutto fu nominata primo ministro il 2 dicembre. E così all'età di trentacinque anni Benezir divenne la persona più giovane ma anche la prima donna a divenire capo del governo di un paese musulmano in tempi moderni. Continua a leggere...
La giustizia non è uguale per tutti...
E' risultato positivo al test dell'alcool e non è stato arrestato, al contrario di quanto successo per Marco Ahmetovic. E' indagato a piede libero con l'accusa di omicidio colposo plurimo, il giovane di 32 anni che era alla guida del 'Suv' coinvolto nello schianto in cui hanno perso la vita padre, madre e una bimba di 10 anni a Grumello del Monte, nel bergamasco. Una seconda figlia è ricoverata in ospedale in gravi condizioni.
Il trentaduenne, M.R., è invece rimasto illeso e non sono state fornite le sue generalità alla stampa. M. R. sottoposto al test dai carabinieri dopo l'incidente e' risultato avere una concentrazione di alcool superiore a quella consentita per legge. La patente gli è stata immediatamente ritirata.
L'incidente ha visto coinvolte l'automobile a bordo della quale viaggiava la famiglia, una Fiat Punto, e un fuoristrada Cherokee, che si sono scontrate in via Lega lombarda a Grumello, una strada che costeggia l'autostrada A4.
Da quanto risulta ad oggi i parenti delle vittime non sono ancora andati a bruciare ne la casa di M.R. ne le case dei suoi famigliari, al contrario di quanto successo a Marco Ahmetovic e ai suoi famigliari.
E' da segnalare che questa mattina la Magistratura ha negato gli arresti domiciliari a Marco Ahmetovic, l'avvocato ha dichiarato ai maggiori quotidiani nazionali che il suo assistito subisce un trattamento differenziale proprio perchè rom. Infatti in sessant'anni mai nessun condannato, per aver provocato un incidente stradale, è finito in carcere o agli arresti domiciliari.
mercoledì 26 dicembre 2007
Il Presidente Prodi incontra la famiglia Draghici
Nella sera della vigilia di Natale, il presidente del Consiglio Prodi ha voluto incontrare la famiglia Draghici, coppia di rom con due figli, che ne ha perso un altro un mese fa in un incendio. Il premier ha voluto mandare un messaggio di coesione e solidarietà. Ai due bimbi ("parlano un bolognese stretto") Prodi e la moglie Flavia hanno portato uno zainetto di articoli per la scuola e dei dolci.
"I problemi dell'immigrazione si affrontano soprattutto capendo che questi immigrati saranno nostri cittadini, dovranno comportarsi secondo le regole del Paese, ma essere anche accolti come accogliamo i nostri bambini". Forse un riferimento alle scelte del Comune di Milano, che ha deciso di non ammettere i bimbi figli di extracomunitari non in regola col permesso di soggiorno.
"Il problema dei rom - ha poi aggiunto Prodi - rimane ed è gravissimo. Non è un problema nè romeno nè italiano, ma è europeo e a livello europeo va risolto. Nessun Paese è in grado di affrontarlo da solo per la sua dimensione enorme". Continua a leggere…
Ho incontrato due "zingari" felici...
Da un po' di tempo a questa parte a Reggio Emilia si parla molto di "nomadi". Al centro dell'attenzione c’è il progetto, da parte del Comune, di costruire delle micro aree in cui ospitare le famiglie sinte che attualmente vivono nell'ormai troppo affollato accampamento di via Gramsci.
In città si è così assistito a un susseguirsi di raccolte firme, di assemblee di quartiere e di presentazione di odg in consiglio comunale. Appuntamenti in cui i partiti di destra hanno visto una buona occasione per mettersi in mostra. In vista delle amministrative del 2009 è sempre bene far vedere chi difende i sani e antichi valori della nostra cultura, che è fatta prima di tutto di valori materiali, come il mattone, ad esempio. Tra gli argomenti di coloro che non vogliono un micro accampamento di Sinti vicino a casa, infatti, c'è quello della svalutazione del valore di mercato del proprio immobile di proprietà (a volte della banca).
Così è la nostra scala di valori. Per nostra intendo dire quella del “gagio” (tutti coloro che non sono “zingari” vengono chiamati da questi, “gagi”). Prima gli oggetti materiali, poi le persone, prima il valore monetario, poi la convivenza pacifica.
Chi ha una scala di valori diametralmente opposta sono invece proprio i Sinti. Per loro al primo posto ci sono le persone, le feste, lo stare insieme. L'interesse economico è lasciato a un gradino che sta molto più in basso.
Emilianet ha incontrato due Sinti reggiani, Ettore Anselmi e Vladimiro Torre (in foto), che fanno parte dell'associazione Them Romanò (Mondo Rom e Sinto); il primo ne è il presidente. Insieme abbiamo cercato di approfondire un po' di aspetti sulla cultura sinti e sulla loro posizione nella società.
Cosa non va in voi Sinti?
Ettore Anselmi. Dentro di noi, credi a me, ci sono le razze più belle del mondo. Razze che ti fanno vivere, che sono capaci di darti allegria, felicità e si accontentano di un pezzo di pane.
Noi sinti italiani, però, abbiamo un solo grande difetto: la nostra ignoranza, la quale non ci permette, prima di tutto, di combattere contro i luoghi comuni e di dialogare tra pari con le autorità. Però noi abbiamo fiducia nei nostri figli, vogliamo che studino in modo da avere, un giorno, un sinto tra i consiglieri comunali e magari in Parlamento. In questo sono avvantaggiati anche da internet che è uno strumento che può permettergli di non restare ignoranti come lo sono stati i loro padri.
Tu, Vladimiro, come presidente di Them Romanò hai l'occasione di girare l'Europa, di vedere come stanno i nomadi da altre parti, com'è questa tua esperienza?
Vladimiro Torre. Da dieci anni a questa parte mi occupo di progetti mirati a far studiare i nostri ragazzi. Faccio parte di un organismo legato al parlamento europeo che si occupa della tutela dei Rom in Europa. Sono stato in diversi paesi, ho potuto così confrontare realtà diverse. In generale la mia impressione è stata che i Rom, in paesi come la Francia, la Germania e soprattutto, a mio avviso, la Spagna, vivono meglio rispetto all'Italia. Sarà forse perché, per fare l’esempio di quest’ultimo paese che ho citato, il vicesindaco di Granada è un sinto, il sindaco di Barcellona è un sinto, ci sono dei professori, dei funzionari di polizia sinti. I Sinti hanno in mano dei piccoli mercati, gestiti da loro, hanno delle cooperative che gestiscono dei banchi di vendita al minuto di verdura, scarpe e vestiti.
In Italia avete dunque meno potere...
Vladimiro Torre. Abbiamo capito che è una questione politica. Non è una questione di sola assistenza sociale. Per questo sappiamo che per ottenere certe cose dobbiamo non solo rivolgerci ai politici, ma anche cercare di metterci al loro livello. Perché da molti anni a questa parte, della nostra vita se ne sono sempre occupati i “gagi”. Hanno deciso loro dove metterci, in quale campo parcheggiarci. E noi Sinti, per paura, perché il sinto ha paura di tutto, abbiamo sempre risposto che andava bene così. Sapevamo che se ci fossimo in un qualche modo ribellati avremmo peggiorato da soli la nostra situazione. Si è deciso quindi di scegliere il male minore e di accettare la proposta del “gagio”. Però, pian piano, vogliamo essere noi a occuparci della nostra vita, perché appartiene a noi Sinti. Naturalmente abbiamo bisogno di lavorare fianco a fianco con i “gagi”, e siamo contenti quando loro ci aiutano ma delle nostre sorti vogliamo iniziare a decidere noi. Continua a leggere…
lunedì 24 dicembre 2007
Auguri perchè anche ognuno di noi riesca ad essere un po' malaccorto e cambiare il mondo!
"Per testimoni, al giorno del suo natale, sceglie malamente due animali: l'un senza seme, l'altro senza sale. Per genitori cerca un legnaiolo, per madre una bambina fino in fondo; lo annuncerà risorto una ex sgualdrina: è un dio il più malaccorto e cambia il mondo". (Oldani)
Qualche giorno fa, se esiste, Dio mi si è presentato sul treno. Cercava come duemila anni fa una "casa", qualcuno che lo accogliesse. Stavo tornado da Padova. Sul treno Brescia - Olmeneta un giovane chiedeva la sigaretta a tutti. "Scusa ma non fumo", gli ho detto. Pochi minuti dopo ripassava dalla mia carrozza per attaccare bottone. Siamo scesi assieme dal treno. Abbiamo atteso assieme quello dopo parlando da uomo a uomo. Poi mi ha chiesto l'indirizzo aggiungendo: "Grazie! Voglio solo scriverti, non voglio nient'altro. Sai, stasera tu mi hai salvato la vita perchè per me, eroinomane da anni, ogni giorno il confine tra la vita e la morte è labile". A Casalbuttano è sceso. Andava a rubare.
Per Ivan non sarà natale. E neanche per Rashid, uscito dal carcere qualche giorno fa. Non sarà Natale per il dottor Salim che vive nel campo profughi di Gerusalemme. Non lo sarà per quei rom a cui hanno distrutto la casa a Tor di Quinto. Non sarà Natale perchè dei sindaci hanno scelto con un'ordinanza di "accogliere" lo straniero in base al censo. E nessuno ha detto nulla: ne chi predica dai pulpiti la solidarietà ne chi scende in piazza con la bandiera della pace. Non lo sarà per chi vive in Palestina perchè troppi pellegrinaggi son passati dalla Terra Santa senza vedere quel muro che divide la terra di Cristo in due. Non lo sarà per quel bambino che a scuola è considerato una "pecora nera". Eppure se un dio dovesse ritornare a trovarci son certo che sceglierebbe per padre un rom e per madre una badante dell'est. A portare i doni vi sarebbero tanti precari, con quel poco che hanno. Per angeli tanti ex detenuti. E i pastori avrebbero con se un gregge di "pecore nere".
E allora auguri, con un sorriso vero, genuino, quello di Iris: la figlia di Pino, ex detenuto che in un anno ha avuto il coraggio di cambiare il mondo regalando a tutti noi una bambina, il futuro. E' un dio il più malaccorto e cambia il mondo..... di Alex
domenica 23 dicembre 2007
Auguri a Tutti
sabato 22 dicembre 2007
Diano Marina (IM), il jazz sinto manouche
Il comune di Diano Marina offre uno spettacolo imperdibile, domenica 26 dicembre, nel pomeriggio di Santo Stefano. Nella centrale via Canepa si esibiranno infatti gli Amici di Django Reinhardt (Marco Vescovi, chitarra - Renzo Luise, chitarra - Leonardo, Gramegna, contrabbasso - Fabio Biale, violino e voce) che, proponendo il loro repertorio di swing sinto manouche, terranno compagnia con allegre musiche d’antan.
Lo spettacolo è un entusiasmante percorso alla riscoperta della musica del grande Django Reinhardt e dello swing sinto manouche, interpretata con passione e coinvolgimento da una delle band emergenti nel panorama del swing in Italia.
I Sinti manouche, giunti in Europa verso la fine del XV secolo, scelsero come sede di permanenza la Francia, l'Olanda e la Germania. Fu in questi paesi che la cultura musicale sinta entrò in contatto con quella europea.
Nel corso degli anni '30 il chitarrista Django Reinhardt apportò un contributo espressivo allo sviluppo dello stile musicale manouche, fondendo le caratteristiche tipiche della musica sinta con il jazz che in quegli anni cominciava ad arrivare da oltre oceano e creando uno stile particolarissimo.
Milano, il Comune viola la Convenzione ONU del 1989
"La circolare del Comune di Milano è in netta violazione dei diritti dell'infanzia sanciti dalla Convenzione ONU del 1989, ratificata dall'Italia, che ribadisce l'uguaglianza fra tutti i bambini come principio cardine e sottolinea come l'interesse superiore del bambino debba sempre prevalere su ogni altra considerazione": lo afferma il Presidente di Unicef Italia, Antonio Sclavi, commentanto la circolare del Comune di Milano sulle nuove modalità d'iscrizione alle scuole dell'infanzia che di fatto nega ai bambini di famiglie extra-comunitarie prive di permesso di soggiorno l'accesso alle 170 scuole materne del capoluogo lombardo. "Mi sembra veramente penoso che ci si nasconda dietro al fatto che le materne comunali non offrono un servizio obbligatorio per legge" - aggiunge don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità di Milano.
La circolare del capoluogo lombardo, tra i documenti richiesti agli stranieri extra-UE prevede, infatti, il documento di "permesso di soggiorno in corso di validità o ricevuta di presentazione della domanda di rinnovo" e subito dopo precisa che chi non è in regola entro la fine del periodo delle iscrizioni, non verrà ammesso. "Le famiglie prive di regolare permesso di soggiorno avranno la possibilità di iscriversi, purché ottengano il permesso di soggiorno entro la data del 29 febbraio 2008. La mancata presentazione del permesso di soggiorno entro tale data non consentirà la formalizzazione della domanda di iscrizione" - riporta la circolare. Fino a quest'anno chi era in attesa del rinnovo dei documenti, veniva iscritto "con riserva". Ma di questa possibilità, nella circolare di quest'anno, non c'è più traccia. Continua a leggere…
L'Italia in declino
E così, dopo anni di piagnistei nostrani, anche quei cattivoni d’americani hanno osato criticare lo Stivalone con un articolo su uno dei loro più importanti quotidiani.
Subito si sono alzate alte grida contro questa indelicatezza: ma come si permettono questi stranieri di mettere il becco in casa nostra? Ma non lo sanno che siamo i discendenti di Roma e che, come ai tempi dell’Impero, nulla esiste al di fuori dei nostri confini se non leones e barbarus?!
Il dito sulla piaga fa male! Ed allora in alto i gagliardetti, avanti il presidente Napolitano a fare l’infermiere e a medicare la piaga! Guai far sapere ai depressi italioti che il mondo ci guarda, e ride, questo però i nostri solerti lacchè del giornalismo riescono a nasconderlo, ma quando sono proprio loro a parlare, i nuovi imperiali, gli americani, diventa un po’ difficile metterci una pietra sopra!
Ora, malgrado le cortine fumogene faticosamente accese e rinfocolate dalle lavatrici mentali televisive, l’italiano medio, forse che forse, comincia a guardarsi allo specchio (quale miglior specchio di colui che ti osserva?).
E allora il discendente di cotali antenati, i Cesari, dovrebbe provare ad uscire dai confini ed osservare i barbarus e confrontarsi con loro… forse avrebbe addirittura qualche soddisfazione vedendo paesi in condizioni sicuramente peggiori (che dire, ad esempio, della teocrazia iraniana?) ma potrebbe anche imparare qualcosa da altri paesi…
Lo Stivalone è un paese che, da tempo, ha cominciato a camminare con la testa rivolta all’indietro: ah! il bel tempo antico… e via piagnucolose insulsaggini sulla bella vita dei nostri vecchi (immaginate di portare ai nostri tempi il nostro bisnonno, povero diavolo di contadino valtellinese…), siamo tristi e frustrati… e via un fiorire di fascistume di tutti i tipi (immaginate di portare ai nostri tempi un povero cristo di partigiano segato dalla mitraglia durante i rastrellamenti delle brigate nere…), i padroni la fanno ancora da padroni… e via con prestanti, si fa per dire…, dichiarazioni di fede nel comunismo (immaginate di portare ai nostri tempi un povero… comunista valtellinese tolto dalle spese con un colpo alla nuca a Mosca, ai tempi di Stalin e Mussolini), la nostra cultura è cristiana… e via con l’imposizione a tutti di ciò che vuole la gerarchia vaticana (immaginate di portare ai nostri tempi un povero cristo, nel vero senso della parola, dei Cech squartato perché evangelico durante il Sacro Macello)…
Altri paesi non hanno fatto questo errore e hanno volto lo sguardo in avanti verso il futuro, ad esempio la Spagna ha fatto così, la Spagna che consideravamo il paese dei toreri e non altro… poi i nostri bambini hanno cominciato a succhiare il Chupa Chupa, abbiamo cominciato a comperare auto SEAT, messa in piedi dalla FIAT ma poi acquisita dal gruppo Wolkswagen, abbiamo cominciato ad andare al mare alle Canarie, a Mallorca, sulla Costa del Sol… abbiamo cominciato a ballare e a comperare la musica dei Gipsy King, Kalé cioè “zingari”!
Piccola riflessione, anche in Spagna ci sono i Sinti e i Rom e si chiamano Kalé, hanno inventato il flamenco e le sevillanas che sono la musica popolare della Spagna, Sevilla e i Kalé sono una delle mete turistiche della Spagna. Anche noi abbiamo gli “zingari” ma da noi sembra che siano un problema, che i nostri Sinti e Rom siano di qualità inferiore? Eppure diverse ditte dell’Emilia fanno fatturato, anche notevole, producendo giostre, un’invenzione dei Sinti, “zingari” italiani… Continua a leggere…
Viareggio (LU), rom e viareggini insieme per il Carnevale
Il Carnevale è davvero internazionale e soprattutto il lugo della pace e della concordia. Ed è quanto succederà a bordo di un carro, piccolo per la verità, e non di quelli ufficiali. Ma con il valore aggiunto di essere realizzato dai ragazzi del Cam, il centro di aggregazione della Misericordia di Viareggio.
"Un amico in più" è il titolo della costruzione fuori concorso e di modestissime dimensioni che vedremo sui viali a mare a partire dal 20 gennaio in occasione del primo corso mascherato. Ma ha un doppio valore.
Innanzitutto è stata realizzata dai ragazzi che frequentano il Cam, il centro per le attività pomeridiane dei giovani e giovanissimi. Poi perché sul proscenio, in mezzo alle figure di cartapesta, modellate dai ragazzi, balleranno a ritmo di samba e di canzoni del Carnevale bambini nostrani e bambini rom, i figli di quelle famiglie che avevano occupato l'ex Telecom e che sono state fatte sgombrare e sistemate in diversi alloggi.
Ebbene quando scoppiò l'emergenza i bambini trovarono posto presso uno speciale asilo in una delle sale della Misericordia. Adesso il processo di integrazione passa anche attraverso i coriandoli.
Mantova, superiamo la logica del "campo nomadi"
In questi giorni molti discutono a Mantova per l’intervento dell’Amministrazione Comunale a sanare un pregresso di consumo di energia elettrica, relativo al cosiddetto “campo nomadi”. Devo anche dire che sono rimasto stupito dalla modalità con cui la Gazzetta di Mantova ha dato la notizia: “i nomadi del campo di via Guerra fanno festa”.
Nessuna famiglia sinta, domiciliata in viale Learco Guerra, balla o canta, anzi le famiglie sono assediate dal circuito internazionale di motocross (motori senza silenziatore che sgasano ad ogni ora del giorno a pochi metri dalle roulotte) e dal depuratore (un “profumo” che ti accompagna per ventiquattro ore al giorno). E non credo che nessuno dei tanti cittadini che oggi discutono mai vivrebbe in una tale situazione di disagio.
La Lega Nord nostrana è naturalmente subito intervenuta ma per fortuna a Mantova è all’opposizione anche perché quando governa, come a CastelGoffredo, è capace solo di emettere ordinanze razziste (“divieto di sosta ai nomadi”) per poi litigare e cadere…
Nessuno propone soluzioni e quindi il sottoscritto ripropone a tutta la Città ciò che ha votato il Consiglio Comunale nelle Linee Programmatiche di inizio mandato: la chiusura del “campo nomadi”.
L’Italia è stata condannata formalmente dal Consiglio d’Europa perché la pratica abitativa del “campo nomadi” è segregante e di fatto ripropone una forma di apartheid, dove le famiglie sinte sono per lo più tollerate (pensiero quello della tolleranza molto amato purtroppo anche da alcuni politici del centro-sinistra nostrano).
In questi anni l’Associazione Sucar Drom (caro Fava, non è un nome fantasioso. “Sucar drom” nella lingua sinta, che deriva dal sanscrito, significa “bella strada”) ha sostenuto l’uscita dalla logica assistenziale e segregante, propria del “campo nomadi”, di una quindicina di famiglie sinte. Queste famiglie con le proprie risorse hanno acquistato dei piccoli terreni dove si sono stabilite in molti comuni della nostra provincia.
Nessuna famiglia sinta vede nel suo futuro e in quello dei propri figli il “campo nomadi” ed è per questo che dovremmo unire tutte le forze per sostenere con ancora più determinazione queste famiglie a costruire un percorso di autonomia abitativa.
Questo porterebbe a non spendere più soldi per mantenere una struttura ghettizzante e consentire ai nostri concittadini sinti di godere dei diritti che ogni mantovano gode da quando nasce.
Siamo al termine dell’Anno Europeo delle Pari opportunità per Tutti, anno drammatico per le minoranze sinte e rom italiane e Mantova non ha certo brillato, ma sarebbe di buon auspicio per il futuro che tutte le forze politiche mantovane controfirmassero oggi la Raccomandazione 1557/2002 del Consiglio d’Europa con l’obiettivo di attuare politiche di interazione, anche attraverso le metodologie della mediazione culturale, considerando le comunità sinte e rom protagoniste sociali pensanti. di Carlo Berini (in foto primo da destra, insieme agli altri tre membri della segreteria tecnica del comitato Rom e Sinti Insieme: Radames Gabrielli, Yuri Del Bar e Nazzareno Guarnieri)
Natale 2007
Grida di bambini, silenzi di anziani
un tavolo imbandito, una ciotola vuota,
allegria al luna park, tristezza in ospedale
tepore di casa, freddo di baracca
polsi con bracciali, polsi con manette
luci dell'albero, buio dell'emarginazione
calore di un abbraccio, gelo di uno schiaffo
condivisione dell'amicizia, solitudine dell'incomprensione
lacrime di gioia, lacrime di dolore
Un Buon Natale da Rossanina, con l'augurio che il 2008 sia un anno sereno e pieno di salute, con l'entusiasmo che avevamo da piccoli, la pace nel cuore, il piacere di una carezza, la gioia di un sorriso.
venerdì 21 dicembre 2007
Chiari (BS), un invito anche per te
Natale 2007, un invito anche per te:
AIUTIAMO I SINTI A SUPERARE L’INVERNO!
TANTI VISI, TANTI SORRISI
TANTE MANI, PER IL DOMANI
TANTO CUORE PER FAR PIU’ LIEVE IL DOLORE
TANTO COLORE PER UN PO’ DI CALORE
RACCOLTA DI FONDI, COPERTE, MAGLIONI, SCARPE…
Sabato 22 Dicembre, dalle 10.00 alle 19.30, in Piazza Rocca
Domenica 23 Dicembre, dalle10.00 alle 19.30, in Piazzetta Vittime della Strada
Lunedì 24 Dicembre, dalle 10.00 alle 20.00,in Piazza Rocca
PREGHIERA E RIFLESSIONE CON DON FAUSTO GNUTTI
SABATO 22 DICEMBRE, ORE 20.00, in Piazza ROCCA
Brescia, i Sinti al freddo per colpa di un'Amministrazione incapace
Black out notturno fra lunedì e martedì al cosiddetto “campo nomadi” di via Orzinuovi, nella parte destinata alle famiglie Sinte. Il problema non era legato all’illuminazione, ma all’alimentazione delle stufette elettriche che riscaldano le roulotte e le case mobili.
Al freddo sono rimaste poco più di ottanta persone, compresi 23 minori. Per dare conforto e assistenza ai Sinti sono intervenuti anche i vigili del fuoco, la protezione civile e i sanitari del 118. La notte era decisamente sottozero, ma nel “campo” non ci sono stati problemi sanitari rilevanti e l’alba è arrivata senza troppe difficoltà sia per i Sinti che per i volontari arrivati in loro aiuto.
Il black out causato da un sovrautilizzo dei contatori è stato accertato ieri mattina dai tecnici inviati al “campo” dal Comune, dall’assessore ai Servizi sociali Fabio Capra (in foto). Il sopralluogo ha permesso di verificare che il quadro elettrico generale, tenuto a distanza dalle 24 roulotte che hanno diritto ad alimentarsi proprio per evitare incidenti in caso di corto circuito. Ma la fornitura di energia elettrica, come spiegato dall’assessore Capra, «vengono forniti 40 chilowatt», è insufficiente per così tante famiglie. Si consideri che ogni stufetta elettrica consuma due chilowatt, le famiglie sono 24 e se la matematica non è un’opinione ci vogliono 48 chilowatt.
Non sembra che il Comune ci sia arrivato e dalle agenzie stampa sembra che vogliano cacciare delle famiglie. Lo faranno la notte di Natale?
Trento, un percorso inedito di partecipazione
Il 5 dicembre più di venti cittadini rom sono stati sgomberati da un’area trasformata in baraccopoli dalla Polizia Municipale del Comune di Trento. Lo stesso giorno si sono rifugiati sotto un ponte lungo l’argine del fiume Adige. L’11 e il 12 dicembre il gruppo dei rom insieme al Centro Sociale Bruno, ad Officina Sociale, ai Volontari di Strada e a tante altre persone solidali si è recato presso il palazzo comunale imponendo all’amministrazione di trovare una soluzione dignitosa per rimanere nella città di Trento. Ora i rom dormono in alcuni moduli abitativi posti dentro le ex Caserme Bresciani e quotidianamente con i volontari e con gli attivisti del centro sociale discutono del loro futuro all’interno di un’assemblea.
Di giorno sono ai lati delle strade del centro, inginocchiati e con la fronte bassa, un pezzo di cartone sotto le ginocchia e un altro tra le mani con scritto “sono povero, aiutami”. Un bicchiere per l’elemosina.
Alle cinque del pomeriggio sono in centro sociale, per l’assemblea, discutendo di come uscire da sotto un ponte, di come ottenere un posto caldo. Ascoltano attentamente i volontari che spiegano la legge sui cittadini comunitari e intervengono spiegando che vogliono rimanere a Trento, lavorare, abitare in una casa.
Sono i rom che un’ordinanza del sindaco del capoluogo trentino ha sgomberato nei primi giorni di dicembre da una baraccopoli allestita negli anni all’interno del perimetro di una fabbrica abbandonata che si componeva di tende e giacigli che seppur poco igienici erano un riparo dal freddo nordico che riduce le temperature al di sotto dello zero già da metà novembre. Sono i rom che assieme a volontari di strada e attivisti del centro sociale Bruno hanno iniziato un percorso inedito di partecipazione che da sotto un ponte in riva all’Adige li ha portati fin dentro le stanze del municipio per chiedere un posto dove dormire. In questi giorni, attraverso numerose iniziative pubbliche, sono riusciti a mobilitare una solidarietà che ha obbligato il comune di Trento a riprendere in mano il “caso rom” e attivarsi per la ricerca di soluzioni che vanno al di là della risposta emergenziale, obbligando l’assessorato alle politiche sociali ad accettare un percorso per l’integrazione possibile.
Dal giorno dello sgombero – ordinato per gravi motivi di igiene pubblica, gestito dai vigili urbani e dagli operai del comune che hanno divelto e spianato ogni riparo – le famiglie che compongono questo gruppo di una ventina di romeni di etnia rom si era accampato sotto il cavalcavia della tangenziale cittadina, sull’argine del fiume, non accettando la proposta dei servizi sociali che prevedeva – in via emergenziale – la disponibilità di accoglienza all’interno dei dormitori cittadini, uomini da una parte e donne dall’altra. La necessità di vivere assieme, di non disperdere il loro gruppo familiare, li aveva convinti a spostarsi di qualche centinaio di metri, alla ricerca di un nuovo accampamento.
La notizia ha subito mosso attivisti del centro sociale e volontari di strada che, accusando il comune di aver preferito l’ordine pubblico alle politiche sociali, hanno portato generi di conforto, materassi e coperte a un gruppo di rom che in pochi giorni è riuscito a coinvolgersi in una battaglia per i diritti e la dignità che – con controparte un’amministrazione – è riuscita nell’intento di far allestire dei moduli abitativi che permettano all’insieme della famiglia di rimanere unita.
Nel giro di pochi giorni, infatti, dopo due incontri in comune ai quali hanno partecipato tutti assieme i rom, gli attivisti e i volontari – con faccia a faccia a muso duro tra questa inusuale assemblea e l’assessora Plotegher – l’amministrazione ha accettato parte delle proposte avanzate. Ma oltre alla disponibilità al pernottamento notturno e alla garanzia dell’unità dei nuclei familiari, un no secco è arrivato alla richiesta di abitare anche durante il giorno quest’area attrezzata, impedendo così la possibilità - che l’assemblea dei rom aveva addirittura messo per iscritto in un documento – di ricostruire una parvenza di quotidianità.
Se da parte dell’amministrazione comunale si vuole evitare la trasformazione di un’emergenza nella costruzione di un campo rom – e da qui la negazione di momenti di socialità all’interno delle strutture di accoglienza allestite appositamente per il gruppo, riducendo a mero dormitorio i moduli prefabbricati –, da parte dei volontari e degli attivisti, e dagli stessi rom, la critica è mossa al limite assistenziale che non lascia spazio ad una partecipazione, ad un’autodeterminazione, ad una politica che nega l’opportunità di incontro e in prospettiva ostacola una possibile integrazione che non potrà mai nascere dal solo impegno delle strutture comunali ma necessita dell’impegno di tutti i soggetti – anche e soprattutto quelli non istituzionali – che si attivano attraverso relazioni soggettive e affettive, non burocratiche e distaccate. di CARAVANI (Trento, i Rom e la solidarietà), continua a leggere...
giovedì 20 dicembre 2007
Italia-Romania: firmato l'accordo per limitare la povertà dei Rom
Firmato oggi a Bucarest un accordo, in base al quale Italia e Romania hanno deciso di avviare una partnership per ridurre, in entrambi i paesi, la povertà dei cittadini romeni, in particolare dei Rom.
L'intesa, sottoscritta dal ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero e dal ministro del Lavoro rumeno Paul Pacuraru, si pone come obiettivo l'innalzamento della qualità della vita dei cittadini romeni e il contenimento dei flussi migratori dalla Romania verso il nostro paese.
L'accordo prevede una serie di progetti, per i quali saranno utilizzati fondi nazionali e comunitari. "Vogliamo lavorare perchè l'intervento di ordine pubblico sia sempre più piccolo, rimuovendo le cause'' che procurano disagio, e favorire a questo scopo gli interventi di inclusione sociale, ha detto il ministro Ferrero nella conferenza stampa congiunta con il collega rumeno.
Sicurezza, usciamo dalla logica dell'emergenza
Un fatto di cronaca efferato, la morte di una donna per mano di un uomo di nazionalità romena fermato per le accuse di una sua connazionale, è stato cinicamente usato per una pessima politica che ha rappresentato l'omicidio come conseguenza di un'emergenza rumena - dei rom - degli immigrati. Un cinismo che ha invocato perfino la cacciata (dove?) dei Rom reclusi nella drammatica realtà, dei "campi", una vergogna da affrontare con ben altre politiche su cui molti amministratori locali sono impegnati.
Politica pessima perché si insinua in un sentimento di paura, avvampandolo e orientandolo contro un capro espiatorio di turno. Ieri gli albanesi, oggi i rumeni. Politica pericolosa che pensa di difendere una comunità nella contrapposizione di "noi contro il nemico identificato con l'altro, lo straniero" e per questo produce segregazione, razzismo e xenofobia. Un'impostazione che ha prodotto le pagine più terribili della storia del novecento. La generalizzazione usata contro i romeni è ancor più grave perché ha suscitato un' onda emotiva che neutralizzato la principale caratteristica del manifestarsi delle violenze: quella di essere legate alla sessualità maschile. Ha rimosso tutte le storie di ordinaria violenza da parte di uomini su donne consumate dentro relazioni d'amore o dentro normali legami familiari. I dati parlano chiaro, le donne muoiono principalmente per mano di uomini di tutte le classi, le fedi, le culture, i territori.
La manifestazione di donne del 24 novembre scorso ha espresso un'altra reazione all'omicidio della signora Reggiani, di tutt'altro segno, critica verso le misure securitarie. di Marisa Nicchi (Deputata SD, Commissione Affari Costituzionali), continua a leggere…
Roma, una parte della società civile si ribella alla logica veltroniana di pulizia etnica
Novembre ha registrato un sgombero ogni due giorni circa, dicembre era cominciato con altri due grandi interventi a Ponte Mammolo, periferia est di Roma, ma nelle ultime ventiquattro ore, per l’azione di associazioni, parlamentari e i partiti di «La Sinistra e L’Arcobaleno» del Municipio V, la macchina da guerra messa in campo dal sindaco si è forse inceppata. Le due baraccopoli rase al suolo a Ponte Mammolo hanno infatti distrutto gli arredamenti, i libri, le pentole di decine di famiglie rom, ma soprattutto hanno lasciato quaranta bambini e due donne in gravidanza al gelo, in strada, per dieci notti.
Il Coordinamento Roma città democratica e solidale [Arci di Roma, Lunaria, Senza confine e molti altri], «La Sinistra e L’Arcobaleno del V Municipio», Carta, la bottega del commercio equo Tutti giù per terra hanno promosso un incontro pubblico per domani venerdì 21 dicembre alle ore 11,30 presso l’Arci [viale G. Stefanini 15], durante il quale saranno presenti alcuni rom, per proporre la convocazione di un Tavolo di dialogo «che metta insieme istituzioni locali, comunità di migranti, associazioni di solidarietà, cittadini, per intraprendere percorsi partecipati di reale soluzione dei problemi». Continua a leggere…
Roma specchio dell'Italia razzista
Vivevano sulle rive del fiume Aniene, periferia est di Roma. Da dieci anni. Settantadue baracche costruite a mano, in mezzo ai rifiuti,e che nel corso degli anni si erano trasformate in casette dignitose, a cui il Comune aveva addirittura assegnato un numero civico, a cui erano stati fatti regolari allacci di luce e acqua. Con tanto di bollette da pagare. Poi arriva il 31 ottobre, l’omicidio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto, l’emergenza sicurezza. E pure le conseguenze. Il 10 dicembre la baraccopoli sulle rive dell’Aniene viene sgomberata. Le ruspe buttano giù tutto. la destra esulta, il centrosinistra sente di aver raggiunto un obiettivo, dando la giusta riposta ai cittadini del quartiere che da tempo si lamentano dei vicini di casa indesiderati.
Già ma il problema è un altro. È che il centinaio di persone buttate fuori dal “campo nomadi” sono ancora lì, sulla via Tiburtina, all’addiaccio. Non parliamo di delinquenti, parliamo di gente che lavora, che fa il muratore, che fa la badante, che si sveglia alle 4, che ha il permesso di soggiorno, in alcuni casi addirittura la cittadinanza italiana. Gente che però non ce la fa ad affittare una casa vera e propria, perché nessuno gliela vuole dare o perché i soldi non bastano mai. Tra loro ci sono 39 bambini e molte donne, tre di loro sono incinta.
Il senatore del Prc Salvatore Bonadonna ha portato la vicenda in Senato: «Mi vergogno – ha detto illustrando la storia all’Aula – di un Paese che permette una simile crudeltà e che per giunta la contrabbanda come misura di sicurezza e ancora di più mi vergogno della città di Roma, la cui amministrazione, interpellata sul problema, risponde di non poter fare niente». In realtà, dal Campidoglio fanno sapere che «gli operatori della sala operativa sociale del comune di Roma hanno offerto assistenza presso i centri d'accoglienza ai bambini, alle mamme e alle persone in situazioni di fragilità, ma tale offerta non è stata accettata». Loro ammettono di aver rifiutato la proposta del Comune perché li separa, perché “sgombera” anche l’unica ricchezza che hanno, la loro famiglia: i bambini vanno in istituto, le donne in un residence e gli uomini non si sa dove. Ma non si può restare insieme.
Rosy Bindi, Ministro della Repubblica Italiana, alcuni giorni fa ha raccontato bugie all’Assemblea Plenaria dell’ONU, affermando che il Governo intende “promuovere azioni destinate ai minori stranieri, prendendo in considerazione l'età, il sesso, le origini etniche o religiose dei bambini, in particolare quelli di etnia Rom o Sinti, nell' ambito di un approccio integrato che protegga il bambino e rispetti il principio della unità familiare”. Sfrontate bugie, visto quello che succede nella Capitale.
La notizia, intanto, è passata sulle cronache locali di Roma ma non ha conquistato la ribalta dei tg di prima serata. Per questo, il capogruppo del Prc al Senato Giovanni Russo Spena ha deciso di inviare una lettera aperta ai direttori dei maggiori quotidiani e dei tg nazionali. «Mi rendo conto – scrive – che la quotidianità incalza e preme, ma ciò che sta avvenendo nelle città italiane, nel paese, io credo meriti il potere informativo delle vostre grandi inchieste, non la rubricazione (in questo caso addirittura la derubricazione) a “fatti di cronaca”. Sono certo – prosegue – che condividete la necessità che nel paese infatti, insieme alla giustissima condanna per atti criminali compiuti da alcuni rom, condanna morale e civile che deve esprimersi per la criminalità di qualsiasi persona, di qualsiasi nazionalità, venga prodotta anche l'informazione necessaria a non alimentare e anzi a frenare, l'odio per il diverso da noi».
Razzismo, Fini salva Amato e spara contro i Rom
Il decreto sicurezza dimostra quanto il governo sia «pasticcione e senza coraggio» così Gianfranco Fini ai microfoni di Sky, sottolineando che il governo «non ha le idee chiare«; secondo il leader di An «dare la colpa ad Amato significa caricare sulle sue spalle responsabilità che sono di tutto l'esecutivo, la mia polemica con il ministro dell'Interno più che sulle dimissioni è sulle risorse al settore della sicurezza».
Amato ha detto in commissione che al ministero «hanno talmente pochi soldi che ai vigili del fuoco ha consigliato di mettere il carburante nelle autobotti e di non pagare gli affitti perché è meglio andare a giudizio con proprietari di casa che non avere benzina».
In una situazione del genere, dice Fini, «o Amato batte il pugno sul tavolo e dice a Padoa Schioppa e a Prodi 'o mi dai i soldi o me ne vado' oppure non se la può cavare dicendo 'ah mai io l'avevo detto'». Il problema per il presidente di An «non sono i romeni ma i rom, gli zingari, che rifiutano l'integrazione e fanno fare l'accattonaggio ai figli. Sempre secondo Fini c'è un problema nella sinistra riguardo alla sicurezza che è «lassista» e non capisce che «dietro la solidarietà c'à la legalità».
Noi di sucardrom crediamo che Fini pensi ad Amato come prossimo Presidente del Consiglio e ai Rom come popolo da cancellare.
Ahmetovic, la legge non è uguale per tutti!
Marco Ahmetovic, il rom che, guidando ubriaco, uccise quattro ragazzi ad Appignano del Tronto, è tornato in carcere.
Fino ad oggi, era rimasto agli arresti domiciliari in un residence a San Benedetto del Tronto, un fatto che aveva suscitato accanite polemiche anche perché negli ultimi tempi il giovane era finito sotto i riflettori per le vicende legate a presunti contratti pubblicitari. Ahmetovic è stato ricondotto nel carcere di Marino del Tronto.
I carabinieri di Ascoli Piceno hanno infatti eseguito un ordine di inasprimento della pena firmato dal giudice Falco su richiesta del sostituto procuratore Ettore Picardi, in riferimento alla tentata rapina alle poste di Maltignano per la quale il 17 settembre aveva ottenuto gli arresti domiciliari. Esempio di come in Italia la giustizia viene fatta sui giornali e la Magistratura si adegua…
In tempi di caccia alle streghe
Il clima è dei peggiori, di quelli che non lasciano presagire niente di buono. Una cacofonia di voci dai più remoti angoli dello spettro politico si uniscono intorno a parole d'ordine come emergenza, urgenza, minaccia alla pubblica sicurezza, nemico pubblico. Presto a qualcuno verrà anche in mente di richiamare gli untori, la paura di epidemie e di malattie sconosciute.
L’aria che si respira in Italia è elettrica e piena di tensione. E la cosa ci preoccupa, perchè questi tentativi, anche se spesso maldestri, di unire la nazione contro la nuova ultima minaccia - niente di meno che gli “zingari”! - ricorda le imprese di una sgangherata armata brancaleone. Ma purtroppo anche i tentativi maldestri, fatti di annunci strombettanti e rettifiche a mezza voce, producono effetti gravi e pericolosi.
Non sorprende che gruppi e gruppuscoli più o meno neofascisti stiano alzando il tiro alla ricerca di visibilità e di obiettivi facili e alla loro portata. Il clima è proprio quello giusto. La situazione sta sfuggendo dalle mani degli imprenditori della politica istituzionale, per lasciare spazio a chi offre misure immediate, violente, a quelli che cercano di capitalizzare sulle paure della gente, paure spesso costruite abilmente con il contributo di giornalisti compiacenti, spregiudicati e talvolta apertamente razzisti.
La politica spettacolarizza il dolore delle vittime e la brutalità della violenza, usa le risorse dello stato per mettere in scena lo spettacolo della vendetta e utilizza il decreto come simbolo e come pretesto. Manda i vigili e i bulldozer a distruggere le baracche di qualche centinaia di persone, i poliziotti a fare controlli a tappeto negli accampamenti di fortuna, controlli che sono serviti a creare paura tra chi li ha subiti, a raccogliere un bel po’ di impronte digitali, ma poi non hanno prodotto che una manciata di provvedimenti di espulsione, chiama a raccolta i giornalisti per raccontare con immagini ben costruite la pronta risposta delle istituzioni, pubblica in fretta e furia, sull’onda dell’emotività popolare, un decreto di urgenza che modifica una norma già esistente e lo fa giocando con i termini, più per dimostrare che qualcosa è stato fatto che per fare davvero qualcosa. di Nando Sigona (OsservAzione), continua a leggere…
mercoledì 19 dicembre 2007
Anno europeo delle pari opportunità per tutti... Per fortuna è finito!
Il Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità celebra con un evento conclusivo, domani 20 dicembre a Roma, la chiusura dell'Anno europeo delle Pari Opportunità per Tutti, le direttive emanate per vietare ogni forma di discriminazione dei cittadini dell’Unione europea hanno costituito la base su cui, nel giugno 2005, la Commissione delle comunità europee ha proposto di dichiarare il 2007 «Anno europeo delle pari opportunità per tutti».
Per i Rom e i Sinti, i più discriminati in Europa, è stato un anno drammatico in Italia: campagne stampa xenofobe e in alcuni casi razziste, sgomberi, attentati, ordinanze, cacce all’uomo, decreti sicurezza… Una situazione vergognosa che farà discutere ancora per tantissimi anni. Non era mai successo niente di simile in Italia ma proprio durante l’«Anno europeo delle pari opportunità per tutti» si sono scatenate tutte le paure, i pregiudizi, gli stereotipi più subdoli e violenti.
L’obiettivo, mancato completamente in Italia, doveva essere quello di attirare l’attenzione dei cittadini europei sui vantaggi della diversità, da considerare come una preziosa risorsa, e per sensibilizzarli sul diritto di tutti a godere di un trattamento uguale e di una vita senza alcuna discriminazione determinata dall’origine etnica, dalla razza, dalla religione, dall’orientamento sessuale, dalle convinzioni personali o da handicap.
Abbiamo terminato quest’anno terribile con il pasticcio di Palazzo Madama e con la consapevolezza che l’Italia è un Paese razzista!
Il "decreto sicurezza" è sepolto!
Il decreto legge in materia di sicurezza non sarà convertito dal governo. Ma l’Esecutivo è già al lavoro per portare in dirittura d’arrivo un altro provvedimento nel Consiglio dei ministri di venerdì 28 dicembre. «Il governo rinuncia alla conversione del decreto legge sulla sicurezza» ha detto questa mattina al termine della riunione con i capigruppo parlamentari il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti (in foto).
«Il governo ha mantenuto l’impegno che aveva preso in Senato - ha aggiunto - questo è un governo che si assume le proprie responsabilità. Certo, la strada più lineare sarebbe stata quella di eliminare l’articolo 1 bis, che è una norma impropria e di confusa applicazione. Eliminarla alla Camera per tornare poi al Senato». Il ministro ha però spiegato che questa strada non è praticabile poiché «il Senato è impegnato in questi giorni per la legge finanziaria e successivamente per il welfare».
Il governo aveva anche ipotizzato l’emissione di un decreto legge ad hoc per eliminare la norma ma «anche questa strada è di difficile applicazione perchè non consente di mantenere gli impegni», come ha spiegato ancora Chiti.
«La via è quella quindi di rinunciare alla conversione del decreto e contemporaneamente il ministero dell’Interno sta valutando la costruzione di un altro provvedimento legislativo - ha spiegato ancora il ministro al termine della riunione con i capigruppo - poiché è ovvio che i caratteri e i temi della sicurezza permangono e bisogna intervenire con efficacia». «Il provvedimento legislativo sarà nuovo e salvaguarderà gli interventi già presi e introdurrà nuovi elementi - ha detto ancora Chiti - già il testo al Senato aveva introdotto nuovi elementi». Il ministro ha poi voluto sottolineare che nel decreto sicurezza «non ci può essere una norma sull’omofobia». «Siamo tutti d’accordo sul fatto che su questo tema ci sono delle normative europee - ha concluso - e la nuova legge verrà emanata prima che decada l’attuale decreto».
Ma è bastato l’annuncio di un nuovo decreto per far scatenare l’opposizione che con un coro unanime chiede le dimissioni del ministro dell’Interno, Giuliano Amato. In una conferenza stampa che si è da poco conclusa alla Camera, Elio Vito (Forza Italia); Marco Airaghi (An); Luca Volontè (Udc) e Roberto Maroni della Lega hanno sottolineato come: «un ministro dell’Interno che mette in difficoltà il Presidente della Repubblica, con un decreto incostituzionale, è un ministro dell’Interno che dimostra assoluta incapacità di servizio a disposizione del paese».
Rom e Sinti, la scuola che non basta!
I bambini e gli adolescenti Rom e Sinti che riescono a varcare la soglia di un’aula scolastica sono spesso i più soli ed emarginati e lo rimangono per tutti gli anni della frequenza obbligatoria. Il testo che segue è scritto da Graziano Halilovic Rom Xoraxané con cittadinanza bosniaca, mediatore culturale e membro del comitato “Rom e Sinti Insieme”.
Ancora oggi ricordo il mio primo giorno di scuola: un grandissimo autobus in mezzo al “campo nomade” che si trovava in un quartiere di Torino. In questo quartiere esistevano tante scuole, ma la nostra era dentro l’autobus. Il “campo nomade” era grandissimo e c’erano diverse etnie Rom e Sinte; ogni tanto litigavano tra di loro, ma se si avvicinavano e cercavano di mettere a rischio la nostra scuola tutti si alzavano gridando per allontanarli dall’autobus.
Era molto bello andare a scuola; tutte le mattine mi accompagnava mia madre o una delle mie sorelle. Io avevo 7 o 8 anni, e per la prima volta avevo un dovere e finalmente anche un diritto: quello di andare a scuola!
Le mie sorelle e tante altre ragazze e ragazzi si avvicinavano all’autobus a guardare e a curiosare dalla finestra. A me sembravano dei poveracci: il loro destino era stare fuori, mentre noi avevamo il privilegio di stare dentro. Non so bene chi, ma qualcuno aveva scelto il nostro destino, anzi meglio: qualcuno aveva tolto il sacro diritto allo studio a quei ragazzi e ragazze che stavano fuori, mentre noi stavamo dentro l’autobus a farci ghettizzare.
Mi chiamo Graziano Halilovic e sono un Rom Bosniaco. Oggi ho 35 anni, una moglie bellissima, 6 figli (3 maschi e 3 femmine), un lavoro e un mutuo da pagare! Da dodici anni la mia professione è il mediatore linguistico culturale. Mi sento fortunato per la persona che sono diventato e per il tipo di percorso di integrazione che ho fatto, anche grazie all’adeguata istruzione che ho ricevuto. Devo tutto questo, comunque, non a chi aveva pensato al sistema della scuola nell’autobus… ma ai miei genitori.
Lo Stato italiano ha deciso che tutti i bambini Rom e Sinti devono andare a scuola. Oggi esiste il progetto di scolarizzazione, gestito dalle varie associazioni, rivolto ai questi bambini (definiti minori a rischio). Il progetto ha come obiettivo l’integrazione, la responsabilizzazione e la sensibilizzazione dei genitori; le associazioni dovrebbero seguire i nostri minori nel percorso scolastico. Ormai sono più di quattordici anni che la scolarizzazione va avanti e i primi bambini Rom e Sinti che hanno fatto parte del progetto, oggi hanno 20 anni. La maggior parte di essi, però, è stata inserita a scuola quando aveva già 10 o 13 anni e questo ha creato grande disagio e poca sensibilità verso le loro problematiche. Spesso le scuole hanno inviato tante richieste di aiuto, ma le uniche risposte che hanno ricevuto sono state: “c’è l’obbligo scolastico e avete il dovere di prendere i bambini nella scuola”.
Ai genitori Rom e Sinti hanno imposto l’obbligo di mandare i figli a scuola, ma non hanno trasmesso e spiegato il valore e l’importanza di farli studiare. Questo ha creato l’allontanamento del genitore dal proprio ruolo.
Le associazione si vantano del loro progetto finanziato dal Comune di Roma, del numero di bambini che sono riusciti a portare nelle aule, ma la qualità della frequenza scolastica dei bambini e come il bambino vive questa situazione non sono considerati.
I bambini Rom e Sinti sono molto sensibili, delicati, attenti, curiosi, vivaci, intelligenti, pronti a imparare, hanno tanta voglia di giocare, di sbagliare, di ricominciare, insomma sono dei bambini, come tutti gli altri!. Ma quando si discute di loro sembra che siano solo degli “zingari”.
I bambini che hanno frequentato la scuola con questo sistema, oggi sono usciti con un diploma di terza media (grandi elogi al sistema!) ma se gli chiedi di leggere o scrivere fanno la stessa fatica di un bambino di seconda o terza elementare.
Nelle scuole subiscono tanto razzismo, sono sempre gli ultimi della classe e spesso gli ultimi di banco… disegnano, mentre gli altri bambini imparano a leggere e a scrivere. In classe i bambini Rom e Sinti si trovano a rappresentare per gli altri la negatività. In adolescenza capiscono cosa significa vivere isolato ed escluso! Condividono gli stessi sogni dei loro compagni, ma iniziano a capire che hanno ben poche speranze di realizzarli.
Dopo otto lunghissimi anni di dura prova escono con la coscienza che la vita che fanno è disastrosa, vergognosa e che nessuno li rispetta. Vorrebbero migliorare la propria condizione e acquisire dignità e sanno che la strada giusta è il lavoro, ma sono analfabeti e per gli altri sono solo degli zingari. Così cominciano a capire che dopo otto anni di scuola per loro non è cambiato niente.
Ritornano al proprio “campo nomade”, due volte sconfitti sperando di essere accettati almeno lì. E al “campo” li accettano, pur non riuscendo a capire come mai dei ragazzi che hanno speso otto anni della loro vita nella scuola e che hanno fatto tutto quello che si poteva fare per essere integrati, possano essere cosi maltrattati e rifiutati.
Nel “campo”, quando si ritrovano con altri ragazzi che non hanno mai frequentato la scuola si sentono diversi, persi nel nulla.
Una mia amica diceva che i bambini Rom o Sinti vengono trattati come sacchi di patate e non come esseri umani. Lo diceva ai suoi operatori e ai suoi educatori scolastici.
Oggi dico che non basta solo accompagnare i bambini dal “campo” alla scuola e fargli prendere la terza media senza garantire la qualità della frequenza scolastica: questi ragazzi devono avere un sostegno per poter proseguire gli studi; bisogna offrirgli un’alternativa. Bisogna sostenere il loro attaccamento alla famiglia e non cercare di allontanarli (la famiglia è una parte molto importante della loro vita); bisogna coinvolgere e sostenere la famiglia e mettere i genitori nella condizione di aiutare il proprio figlio o la propria figlia nel percorso scolastico.
So che non è un sogno e che tutto ciò potrebbe essere realizzato: per una completa e reale integrazione manca solo la volontà delle persone. E se non dimostrano di avere la volontà di percorrere questa strada, allora mi chiedo se per loro i Rom e i Sinti non sono altro che un ennesimo strumento per fare politica.
Decade il "decreto sicurezza"?
Sembra che il governo abbia deciso: lascerà decadere il decreto legge sulla sicurezza emanato all'indomani dell'uccisione a Roma di Giovanna Reggiani. La scelta di non insistere per la conversione, maturata perché non ci sarebbero i tempi prima della scadenza per un ulteriore passaggio del testo al Senato (unica strada possibile per tagliare la contestata norma sull'omofobia che di fatto cancella la legge Mancino), sembra scontata.
Tuttavia, sarà ufficializzata solo questa mattina dal ministro Chiti durante la conferenza dei capigruppo della Camera. Alla decisione si è giunti dopo una giornata di trattative parallele a una maratona oratoria in Aula alla Camera, dove si é svolta la discussione generale sul decreto già passato al Senato con la fiducia.
Un dibattito in cui sono intervenuti in numero quasi uguale gli esponenti della maggioranza e dell'opposizione: al punto da indurre il centrodestra ad accusare l'Unione di auto-ostruzionismo. Una scelta vista come quasi obbligata, quella della decadenza del decreto, davanti all'annuncio del Quirinale di un "esame serio e rigoroso" del testo, e particolarmente sull'errato riferimento al trattato di Amsterdam in tema di discriminazioni. Ma anche per la divisione tra la sinistra ed i moderati dell'Unione: con i primi che pretendevano ad ogni costo l'approvazione alla Camera del testo uscito del Senato e i secondi che contestavano le norme sul contrasto delle discriminazioni e preoccupati dal rischio-stop del Quirinale.
A questo punto, annuncia il capogruppo del Pd Soro, il governo sostituirà il decreto sicurezza con un altro provvedimento che ne recepisca le norme essenziali. Due sono i percorsi possibili. Palazzo Chigi potrebbe emanare un nuovo decreto che sostanzialmente riproduca le norme sulle espulsioni in una forma che, tuttavia, non sia una mera reiterazione, vietata da una sentenza della Consulta. Oppure, gli effetti delle 400 espulsioni verrebbero sanati da una norma nel dl Milleproroghe; le espulsioni verrebbero poi regolamentate a regime da un disegno di legge. Le norme sull'omofobia, invece, troverebbero spazio nella proposta di legge sullo stalking che sta per essere licenziata dalla commissione Giustizia di Montecitorio.
L'obiettivo che il governo si prefigge è comunque quello di recepire con un nuovo provvedimento le obiezioni del Quirinale, mantenere misure che consentano l'espulsione anche di cittadini comunitari, potendo anche stemperare alcune sue parti visto che i principali risultati che ci si prefiggeva sono stati già raggiunti.
Rom e non-zingari, vicende storiche e pratiche rieducative sotto il regime fascista
Alcuni giorni fa è stato presentato a Roma il nuovo libro di Luca Bravi: “Rom e non-zingari. Vicende storiche e pratiche rieducative sotto il regime fascista”, Edizioni CISU. Luca Bravi è dottore di ricerca presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Firenze. È autore di pubblicazioni relative alla storia dei Rom e dei Sinti in Europa e si dedicato in particolare a studi sulle persecuzioni subite da queste popolazioni durante il periodo fascista in Italia, sulla didattica della memoria della Shoah e degli altri genocidi. Ha pubblicato il volume “Altre tracce sul sentiero per Auschwitz. Il genocidio dei Rom sotto il Terzo Reich” nel 2002 (edizioni CISU) e ha collaborato con l’Istituto di Cultura Sinta alla pubblicazione del volume “Porrajmos. Altre tracce sul sentiero per Auschwitz”.
Il nuovo libro di Luca Bravi, riprende il lavoro iniziato con l’Istituto di Cultura Sinta nel 2005 sulle persecuzioni subite da Rom e Sinti durante il periodo fascista in Italia, volgendo il proprio interesse su un aspetto poco approfondito fino ad oggi in Italia: la rieducazione.
Infatti la storia delle popolazioni sinte, rom, kalé, manouche e romanichals può essere descritta come un costante processo di rieducazione ed omologazione tentato dagli appartenenti alla cultura maggioritaria (in senso numerico) ai danni di quelle che oggi rappresentano le minoranze più numerose all’interno dell’Unione Europea.
Il moderno progetto di rieducare Sinti, Rom, Kalé, Manouche e Romanichals, nato a partire dalla costruzione di Stati-nazione, si è talmente radicato nella cultura occidentale che è stato riproposto anche in situazioni limite come quella del campo di concentramento.
Vengono così alla luce i documenti che narrano di scuole sorte all’interno dei campi fascisti riservati a Sinti e Rom, in concomitanza con la costruzione di tesi che sostenevano l’inferiorità genetica di queste popolazioni; anche in Italia si stava organizzando una persecuzione razziale.
I governi europei tentarono di rendere i Sinti, i Rom e i Manouche degli “utili cittadini” tramite lo strumento dell’educazione coatta, ma simili esperimenti fallirono tutti miseramente, perché queste popolazioni resistettero.
Gli insuccessi patiti furono giustificati riferendosi a un’asocialità ereditaria che rendeva inutile qualsiasi intervento governativo: era la premessa per l’attuazione di un genocidio.
Minoranze etniche, le raccomandazioni sul tema del lavoro
Un gruppo di esperti ad alto livello ha presentato il 3 dicembre alla Commissione Europaea otto raccomandazioni politiche sull'integrazione sociale e lavorativa delle minoranze etniche. Il gruppo, presieduto dall'ex presidente del Bundestag tedesco Rita Süssmuth, era stato costituito dalla Commissione nel gennaio 2006 allo scopo di identificare gli ostacoli che impediscono l'integrazione sociale e la piena partecipazione dei membri delle minoranze etniche al mercato del lavoro e di evidenziare le buone pratiche esistenti nella pubblica amministrazione e nelle imprese.
Commentando il rapporto presentato dal gruppo di esperti, il Commissario europeo per le pari opportunità Vladimír Špidla ha dichiarato: "Le tensioni a cui abbiamo assistito di recente non sono sorte da un giorno all'altro. Abbiamo il potere e il dovere di fare qualcosa per porre rimedio a questa situazione. Nel momento in cui le nostre società si aprono sempre più alla diversità per effetto dei flussi migratori interni ed esterni, è nostro dovere mantenere la solidarietà e la coesione sociale. Ciò significa accrescere l'attenzione dei responsabili politici a tutti i livelli. È urgente contrastare le tendenze disfattiste di chi esclude la possibilità di integrazione sociale delle minoranze etniche."
Queste le raccomandazioni del gruppo di esperti:
1) fare dell'integrazione dei membri delle minoranze etniche nella società, e in particolare nel mercato del lavoro, una priorità politica;
2) tenere conto sistematicamente e a tutti i livelli delle questioni relative alle pari opportunità e all'uguaglianza uomo-donna;
3) individuare e cercare di rimuovere gli ostacoli specifici all'integrazione sociale delle minoranze etniche;
4) realizzare una politica sostenibile e a lungo termine per promuovere mercati del lavoro inclusivi, secondo un approccio mirato ma non basato sulla differenziazione etnica;
5) coinvolgere tutti gli attori interessati, valorizzando il contributo offerto alla società dai membri delle minoranze etniche;
6) stanziare le risorse necessarie;
7) favorire l'apprendimento reciproco mettendo in evidenza le buone pratiche, sviluppando le conoscenze e rafforzando gli strumenti di analisi;
8) concentrare l'attenzione sull'attuazione di politiche volte a migliorare la situazione dei rom sotto quattro profili: istruzione, occupazione, casa e salute.
Il gruppo di esperti, composto da dieci membri (rappresentanti di organizzazioni internazionali, di organizzazioni non governative e di organismi attivi nel campo delle pari opportunità, giornalisti, politici), ha individuato 14 grandi ostacoli all'integrazione delle minoranze etniche nel mercato del lavoro: mancanza di qualifiche, mancato riconoscimento delle qualifiche da parte degli Stati membri dell'UE, mancato accesso all'istruzione e alla formazione, ostacoli burocratici, disincentivi derivanti dai sistemi di previdenza e assistenza sociale e – cosa più importante - stereotipi, pregiudizi e discriminazioni. Senza un intervento concreto, questi ostacoli tendono a dar vita a circoli viziosi che si rafforzano di generazione in generazione.
Secondo il gruppo di esperti, soltanto politiche in grado di unire un approccio pragmatico ad un'attenzione per i valori sanciti dai diritti umani possono offrire soluzioni sostenibili, che affrontino allo stesso tempo le questioni della non discriminazione, delle pari opportunità e della gestione della diversità.
Alcuni esempi di buone pratiche sviluppate negli Stati membri illustrano le possibilità di azione. Programmi mirati finanziati dal Fondo sociale europeo come ACCEDER in Spagna sono riusciti ad accrescere l'occupabilità e il tasso di occupazione dei Rom. La polizia di Londra applica un sistema che permette, a parità di titoli, di selezionare candidati appartenenti a minoranze etniche. Svezia e Paesi Bassi riconoscono le qualifiche acquisite al di fuori dei sistemi nazionali.
Particolarmente efficaci sono le strategie a favore della diversità adottate dalle imprese per quanto concerne l'assunzione e lo sviluppo professionale del personale e la politica nei confronti dei fornitori. Un'altra possibilità è quella di promuovere il lavoro autonomo, attraverso piccole imprese costituite dagli stessi appartenenti alle minoranze etniche e finanziate attraverso il microcredito.
Roma, colpi d'arma da fuoco contro i Rom
Alcuni colpi d'arma da fuoco sarebbero stati esplosi la sera del 6 dicembre da un'auto in corsa verso l’insediamento di Rom della Monachina, a Casalotti, alla periferia di Roma. A raccontarlo sono stati alcuni Rom romeni dell' insediamento abusivo, che hanno telefonato ai carabinieri chiedendo aiuto dopo l'episodio.
Gli investigatori dell'Arma di Ostia stanno verificando quanto raccontato dai cittadini romeni e stanno effettuando alcuni sopralluoghi all'interno del “campo”.
Nessun bossolo al momento è stato trovato. Ai carabinieri, i Rom hanno raccontato che i colpi sono stati sparati da un'auto scura che è passata a tutta velocità davanti all'insediamento.
martedì 18 dicembre 2007
Al pasticcio di Palazzo Madama si cercano soluzioni...
Il pasticcio del "decreto sicurezza" con la norma anti-omofobia rischia, per un errore, di cancellare le norme vigenti sulle discriminazioni razziali, religiose ed etniche, trasformandosi in un colpo di spugna su un centinaio di processi in corso è sotto la lente del Quirinale.
Il Presidente potrebbe non promulgare la legge di conversione se l'errore non verrà corretto. La minaccia si fa sempre più concreta dopo la risposta inviata ieri da Giorgio Napolitano ai capigruppo della Cdl e ai senatori Marcello Pera e Alfredo Mantovano in merito all'«inammissibilità» della norma-antiomofobia.
Di per sé, la risposta di Napolitano era scontata: l'errore è un dato di fatto da giorni e il Capo dello Stato, indipendentemente dalla segnalazione della Cdl, aveva già dato ai suoi uffici tecnici il compito di vigilare e approfondire. Ma per quanto scontate, le parole di Napolitano suonano come un avvertimento al Governo e alla maggioranza. Che da giorni stanno studiando nei minimi dettagli una via d'uscita, per non creare imbarazzo al Quirinale.
Anche perché, in mancanza di promulgazione, il decreto decadrebbe, travolgendo le espulsioni eseguite finora. Un esito che il Governo non può permettersi. Di qui le riunioni susseguitesi ieri, anche durante le pause di lavoro delle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia, che hanno approvato senza modifiche il testo, da oggi in Aula per le votazioni.
Una cosa è certa, e ieri Giuliano Amato (in foto) l'ha ribadita con fermezza dopo la riunione dell'Unione nell'ufficio del presidente della commissione Affari costituzionali, Luciano Violante: «Il decreto resta così com'è – ha detto il ministro dell'Interno –. Il Governo non intende emendarlo». Dunque, dovrebbe essere approvato tra giovedì e sabato: dipende se l'opposizione deciderà di fare ostruzionismo, infatti per convertirlo in legge c'è tempo fino al 31 dicembre.
Le strade per correggere l'errore sono più d'una. E sullo sfondo resta anche quella estrema di modificare il testo, abrogando la norma anti-omofobia e rimandandola al Senato per un rapidissimo sì. Una soluzione estrema, appunto, dettata da ragioni di «deontologia costituzionale» che la Camera si sta ponendo. Ma prima di arrivarci, si stanno esplorando altre strade.
Un'ipotesi è che il decreto espulsioni, una volta approvato, sia pubblicato in Gazzetta ufficiale insieme a un altro decreto legge (il «milleproroghe» di fine anno oppure uno ad hoc) contenente l'abrogazione secca della norma sbagliata: il primo entrerebbe in vigore il giorno successivo alla pubblicazione, il secondo sarebbe subito operativo.
In tal modo, tornerebbero in vita le norme vigenti della legge Mancino (come modificate nel 2004 dal Governo Berlusconi), che puniscono con 2 anni e 6 mesi di carcere (o, in alternativa, con la multa fino a 6mila euro) gli atti discriminatori; il reato di omofobia, invece, verrebbe lasciato alla proposta di legge all'esame della commissione Giustizia della Camera, che l'ha appena approvata, ma in versione soft: per ogni forma di discriminazione si prevede infatti la pena di 1 anno e 6 mesi, in alternativa alla multa. Una pena addirittura più bassa di quella attuale e ben lontana dai 3 anni di carcere che Governo e maggioranza volevano inserire nel decreto espulsioni.
L'altra soluzione allo studio prevede invece un Dl tampone che inasprisce le norme della Mancino (Dl ininfluente sui processi in corso) e che entra in vigore prima del decreto espulsioni, in modo che quest'ultimo non crei più un vuoto normativo; con il «milleproroghe», poi, verrebbero ripristinate le norme attuali della Mancino che, in quanto più favorevoli, prevarrebbero sul Dl tampone. Per qualcuno è «troppo macchinoso». Certo è che qualunque soluzione dovrà funzionare come un orologio svizzero per evitare lo stop del Quirinale.
Luoghi comuni contro Rom e Sinti. Parte seconda: chi ruba i bambini rom?
Nella prima parte dell’articolo ho messo in discussione l’idea che i rom rubino i bambini italiani. La seconda parte insiste nella sua pretesa di paradossalità rispetto al senso comune. Non solo non sono i rom a rubare i bimbi italiani: sono gli italiani a rubare i bambini ai rom. Secondo alcune stime si possono contare 500 casi registrati negli ultimi venti anni. Una statistica più dettagliata è in corso d’opera presso una università veneta, ma ancora non se ne conoscono i risultati.
In genere i rom perdono i loro bambini sullo sfondo di due contesti diversi.
a) Un primo scenario (più inquietante, probabilmente raro ma su cui non c’è molta documentazione) riguarda alcuni casi di bambini rom nati in ospedali italiani, tolti alle madri in seguito al mancato riconoscimento, o dopo degenze troppo lunghe e in assenza di visite periodiche dei familiari. Tratterò questo punto nelle righe che seguono.
b) Un secondo scenario (ampiamente diffuso e documentato) è quello dei bambini già più grandi, sottratti ai genitori con la scusa che questi non garantiscono le necessarie cure (abitative, scolastiche, etc.). Al questo punto sarà dedicato il prossimo capitolo.
Gran parte del quadro giuridico e degli episodi che cito in questo capitolo si riferiscono agli anni Novanta e può darsi che la situazione sia cambiata, però i disastri nelle vite dei rom prodotti da queste leggi si fanno sentire ancora oggi.
La legge italiana – o almeno quella valida negli anni Novanta, quando si sono registrati i casi indicati di seguito - prevede che il riconoscimento del figlio avvenga entro dieci giorni dalla nascita. La denuncia di riconoscimento deve essere presentata dai genitori, o da un delegato, alla presenza di due testimoni, tutti con documenti d’identità validi. Per gli stranieri, oltre a un passaporto valido, è necessario un nullaosta al riconoscimento, da presentarsi sempre entro dieci giorni, che viene rilasciato dalle autorità consolari del loro paese di origine. Genitori minori di sedici anni non possono riconoscere in alcun modo il loro figlio.
Questa legge ha posto una serie di problemi ai rom: ad esempio, spesso i rom si sposano e hanno figli prima dei sedici anni (tra l’altro il costume dei rom prevede un matrimonio non riconosciuto dalle autorità civili, e questo crea difficoltà non solo nel riconoscimento dei neonati, ma anche nelle ricongiunzioni familiari e nei colloqui in carcere); molti rom provenienti dalla ex Jugoslavia negli anni Novanta non avevano un passaporto valido o avevano difficoltà a rinnovarlo, per mancanza di uffici consolari o per l’alto costo dei rinnovi; per la stessa ragione, e per l’inefficienza degli uffici consolari, è difficile per i rom produrre, entro dieci giorni dalla nascita del bambino, il nullaosta al riconoscimento.
Ad ogni modo, passati dieci giorni, senza il passaporto e il nullaosta è impossibile riconoscere il proprio bambino, anche di fronte all’evidenza del parto o alla testimonianza del personale medico.
Cosa succede dopo il decimo giorno? Il bambino è dichiarato in stato di abbandono e il Tribunale dei Minori può decidere: a) di affidare il bambino alla madre (se maggiore di 16 anni) o a un parente affidabile e controllabile; b) se affidare un bambino prima a un istituto, poi a una famiglia non rom, e infine darlo in adozione. Continua a leggere…
Napolitano interviene sul pasticcio di Palazzo Madama
Il decreto legge sulla sicurezza, che dà ai prefetti il potere di espellere i cittadini comunitari, è approdato oggi all'aula della Camera per una conversione che si annuncia tormentata, dopo l'avvertimento del Quirinale sugli errori contenuti nella norma anti-discriminazioni.
"La questione relativa alla norma inserita nella legge di conversione del decreto n. 181 e votata dal Senato in una dizione che contiene oltretutto riferimenti erronei, merita da parte mia, per la prerogativa attribuitami dalla Costituzione di promulgazione delle leggi, un esame attento e rigoroso che non certo mancherà", ha scritto Napolitano ad alcuni senatori dell'opposizione che sollecitavano il suo intervento, come confermato da fonti politiche.
Il punto in questione è che l'articolo che fissa pene severe per chi commette o incita a commettere atti di discriminazione o violenza fondati su sesso, razza, origine etnica, religione o convinzioni personali, handicap, età, o tendenze sessuali, fa riferimento al trattato europeo di Amsterdam, anziché al trattato costitutivo della Comunità europea che su questo punto è stato modificato da ultimo dal trattato di Nizza. Continua a leggere…
Il pasticcio sicurezza
E’ iniziata la discussione alla Camera sul decreto Amato sulla sicurezza. E’ evidente che così com’è, marchiato da un grave errore di riferimento sulle discriminazioni sessuali (ci si riferisce a un articolo sbagliato del Trattato di Amsterdam) il provvedimento non è votabile.
Oltretutto, in questo modo, verrebbero automaticamente soppresse le normative, in materia di discriminazioni, della legge Mancino. Dunque occorrono correttivi. Ma il governo non ne vuol sentir parlare per la fobia del Senato, al quale dovrebbe rimandare la legge qualora venisse modificata dalla Camera.
Si ipotizza il voto di fiducia e la successiva emanazione di un decreto che dovrebbe modificare “preventivamente” la parte sbagliata della legge che, così come sarà approvata, e per di più da un voto di fiducia alla Camera, non entrerebbe mai in vigore.
Mi pare un modo distorto di concepire l’approvazione delle leggi in un sistema bicamerale. Il Natale che si avvicina potrebbe evitare di porre questioni pur rilevanti come appunto quello delle funzioni del Parlamento. Resta il fatto che una legge che si vuole cambiare la si cambia in Parlamento e con le procedure che costituzionalmente vengono concepite e se si ritiene che questa legge non dovrebbe andare in vigore la si modifica in Parlamento. Ammettere deroghe alla prassi parlamentare lo ritengo un errore e uno strappo gravi. Onorevole Mauro Del Bue (Segretario Ps e promotore della Costituente socialista)
Cassazione, vanno rispettati di più i timori di repressione degli immigrati
Vanno rispettate maggiormente le preoccupazioni degli immigrati causate dalla paura di "intervento repressivo della pubblica autorità". A spezzare una lancia nei confronti degli immigrati spesso sottoposti a minacce pretestuose è la Cassazione che, con una sentenza della quinta sezione penale di ieri, stila una sorta di vademecum su come comportarsi nei loro confronti.
In particolare mettendo in evidenza come ciò che per un Cittadino italiano non costituisce minaccia spesso lo diventi per un Cittadino immigrato, scrive che la "manifestata volontà di chiamare la polizia se appare irrilevante per un cittadino italiano che non si sia macchiato di alcun reato, potrebbe costituire una minaccia quando venga rivolta nei confronti di un cittadino extracomunitario, che, anche se estraneo a quel fatto specifico, spesso si trova in condizioni di difficoltà e, comunque, di preoccupazione per l'intervento repressivo della pubblica autorità".
A chiedere, dunque, maggiore tolleranza nei confronti degli immigrati è la quinta sezione penale che, con la sentenza 46405, si è occupata del caso di una sorvegliante di un supermercato milanese, Laura A. condannata in appello per sequestro di persona di una cittadina extracomunitaria che, rileva la sentenza, era stata sorpresa dalla sorvegliante nell'atto di "riporre nella borsetta un rossetto prelevato da un banco di vendita e perciò -ricostruisce ancora la Suprema Corte-, dopo che quest’ultima ebbe superato la linea delle casse", l'addetta alla sorveglianza "la invitò a seguirla in altro locale del supermercato per i necessari controlli".
Se nonché i controlli diedero esito negativo e "l'attesa della polizia, in realtà mai convocata, divenne lunga e inutile". E solo dopo un battibecco tra le due donne la extracomunitaria lasciò il supermercato.
Immediata la denuncia dell'immigrata che in primo grado finiva con una assoluzione piena per la sorvegliante (Tribunale di Milano, settembre 2004). La situazione si complicava per l'addetta alla sorveglianza con la sentenza della Corte d'Appello di Milano, aprile 2005 che condannava Laura A. per il reato di sequestro di persona in quanto, nonostante l'assenza di refurtiva, l'immigrata veniva trattenuta nel supermercato in attesa dell'arrivo della polizia mai convocata.
Una condanna ingiusta secondo Laura A. che si è rivolta alla Cassazione sostenendo di essere stata nel giusto nel minacciare l'arrivo della polizia in quanto voleva indurre l'immigrata a confessare il reato.
La Suprema Corte, che comunque ha disposto un nuovo processo perchè non è stata motivata adeguatamente la "limitazione della libertà fisica" dell'immigrata, ha comunque bacchettato il comportamento dell'addetta alla sorveglianza del supermercato. E questo perchè "la manifestata volontà di chiamare la polizia, effettuata dopo l'esito negativo dei controlli, o meglio l'invito ad attendere l'arrivo della polizia, mai in realtà sollecitato, se appare irrilevante per un cittadino italiano che non si sia macchiato di alcun reato, potrebbe costituire minaccia se è rivolto nei confronti di un cittadino extracomunitario".
Invece, spiega la Cassazione, l'esito negativo dei controlli avrebbe dovuto consigliare alla sorvegliante "un atteggiamento diverso non essendovi più alcun motivo per trattenere" l'immigrata nei locali del supermercato. A questo punto sarà un'altra sezione della Corte d'Appello di Milano a riesaminare la vicenda verificando se il reato contestato non configuri addirittura violenza privata nei confronti dell'extracomunitaria costretta "a confessare il preteso e presumibilmente inesistente furto".
Tutte le agenzie stampa, la Magistratura e le Forze dell’Ordine hanno ritenuto di salvaguardare la privacy della sorvegliante non indicando il cognome della condannata dalla Corte di Appello di Milano e nemmeno indicando l’appartenenza geografica della stessa (milanese, bergamasca, varesotta…) come invece succede quotidianamente per i Cittadini rom, sinti e immigrati.
lunedì 17 dicembre 2007
Discriminazioni, il "pasticcio" di Palazzo Madama
Il 6 dicembre il Senato della Repubblica ha votato con non poche sofferenze il cosiddetto “decreto sicurezza”. Oggi il provvedimento è alla Camera dei Deputati. Il provvedimento, nato sull’onda emotiva del delitto Reggiani, rischia di compromettere tutta la legislazione a contrasto delle discriminazioni su base etnica/razziale.
In quattro punti offriamo a tutti, compresi i parlamentari, una lettura critica di un provvedimento affrettato e pasticciato. Il commento è stato redatto a partire da un documento dell’ASGI (associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), elaborato in particolare dagli avvocati Alessandro Maiorca, Enrico Varali con Federica Panizzo e Sergio Briguglio.
Punto 1
È da valutare in maniera insoddisfacente il mancato inserimento nel testo del d.lgs. 215/03 di una disposizione in merito all’inversione dell’onere della prova, laddove la modifica non presenta particolari caratteri di novità:
La direttiva 2000/43/CE, in merito all’attuazione del principio di parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, all’art. 8 faceva esplicito riferimento alla necessità di stabilire, all’interno dei procedimenti riguardanti i casi di discriminazione, un principio di inversione dell’onere della prova che favorisse realmente la persona che lamentava di essere stata vittima di una condotta discriminatoria, e stabiliva che innanzi all’esposizione di fatti dai quali si potesse (anche solo) presumere che ci fosse stata una condotta discriminatoria, spettasse al convenuto l’onere di provare di non aver violato il principio di parità di trattamento. Quindi, inversione dell’onere della prova in senso pieno.
Il decreto legislativo 215/2003, nel dare attuazione interna alla normativa europea, ne aveva completamente disatteso l’intenzione originaria, facendo riferimento, al 3° comma dell’art. 4, semplicemente al meccanismo delle presunzioni semplici ex art. 2729 c.c. e rimettendo così alla prudente valutazione del giudice solo quei fatti gravi, precisi e concordanti da cui si potessero trarre conseguenze logico - fattuali.
L’emendamento inserito in sede di conversione del decreto legge non sembra però apportare le modifiche richieste dalla Commissione Europea:
“Art. 2-ter. Al decreto legislativo n. 215 del 2003, all’articolo 4, comma 3 è sostituito con il seguente: «3. Qualora il ricorrente al fine di dimostrare la sussistenza di un comportamento discriminatorio a proprio danno, deduca in giudizio elementi di fatto in termini gravi, precisi e concordanti incombe alla parte convenuta provare che non vi è stata violazione del principio della parità di trattamento”.
E’ infatti evidente che la norma così come modificata non cambia per nulla la sostanza del problema, finendo per riproporre il consueto schema di ripartizione dell’onere probatorio fra attore e convenuto e evitando una volta ancora di introdurre un vero e proprio sistema processuale realmente favorevole alle vittime di discriminazioni.
Punto 2
Una piccola modifica anche a quanto previsto dall’art. 2 comma 3:
“Art. 2-bis. All’articolo 2 del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215, al comma 3 le parole: «umiliante e offensivo» sono sostituite con le seguenti: «umiliante o offensivo»”.
Viene corretto quello che già veniva considerato alla stregua di un refuso. Al massimo, eviterà quantomeno che qualcuno interpreti in modo del tutto restrittivo il testo della norma (laddove si fa riferimento a condotte che, poste in essere per motivi di razza o origine etnica, avessero lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante e offensivo), finendo per considerare gli attributi negativi del clima creato dal comportamento discriminatorio o molesto non come fra loro alternativi, ma come necessariamente compresenti perché ci possa essere una molestia o condotta discriminatoria.
Ecco allora come appare il testo definitivo dell’art. 2 comma 3 del decreto legislativo 215/03:
“Sono, altresì, considerate come discriminazioni, ai sensi del comma 1, anche le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi di razza o di origine etnica, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.”
Punto 3
Una piccola modifica anche per quel che riguarda quelle condotte discriminatorie o moleste poste in essere come ritorsione a precedenti azioni oppositive:
“Art. 2-quater. Al decreto legislativo n. 215 del 2003, all’articolo 4 comma 5, sono soppresse le parole: «del soggetto leso»”.
La modifica amplia l’ambito di tutela rispetto alle ritorsioni o azioni di rivalsa poste in essere come reazioni ad attività oppositive iniziate dal soggetto leso lesa dalla condotta discriminatoria (condotta evidentemente preesistente).
La modifica in esame, eliminando il riferimento esclusivo alla vittima della condotta, comporta che siano vietate anche le condotte discriminatorie di rivalsa che colpiscono il singolo in ragione di quelle azioni contro le discriminazioni che vengano portate avanti non da lui medesimo, ma da soggetti terzi, come associazioni o enti esponenziali.
Il testo dell’art. 4 , n. 5 del d.lgs. 215/03 diviene pertanto:
“Il giudice tiene conto, ai fini della liquidazione del danno di cui al comma 4, che l’atto o il comportamento discriminatorio costituiscono ritorsione ad una precedente azione giudiziale ovvero ingiusta reazione ad una precedente attività volta ad ottenere il rispetto del principio della parità di trattamento.”
Punto 4
L’ultimo punto, forse quello che sta suscitando maggiori polemiche per il riferimento alla sanzione per le condotte cosiddette “omofobe”, ma non solo, riguarda la modifica della legge 654/75:
“Art. 1 bis: All'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, il comma 1 è sostituito dal seguente:
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione dell’articolo 4 della convenzione è punito:
a) con la reclusione fino a tre anni chiunque, incita a commettere o commette atti di discriminazione di cui all’articolo 13, n. 1 del trattato di Amsterdam;
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, in qualsiasi modo incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per i motivi di cui alla lettera precedente”.
Rispetto alla dicitura della normativa penale com’era finora, è stato tolto il riferimento all’elemento della nazionalità. E’ tutto da vedere cosa questo comporterà in futuro.
Altro aspetto che suscita estremo stupore è che sembra che, con la modifica così come presentata nel testo, venga abrogato sic e simpliciter il reato di diffusione/propaganda di idee discriminatorie! Sembra infatti che la norma del disegno di legge sostituisca in toto il precedente art. 3 comma 1 della legge 654/75 con la previsione di illiceità penale della sola condotta dell'incitamento, dimenticandosi però di fare riferimento alla condotta di "diffusione" di idee razziste. Non ci si può augurare altro se non che si sia di fronte ad una semplice svista (seppur madornale!) cui dar subito rimedio.
Si è ritornati, sia dal punto di vista delle sanzioni, che da quello delle condotte, a quanto prevedeva la legge Reale prima della modifica operata dalla legge 85/2006, con il reingresso della previsione del divieto dell’"incitamento" in luogo della "istigazione" introdotta dalla norma dello scorso anno, con la previsione della pena detentiva nuovamente fissata fra i sei mesi e i quattro anni, rispetto a quella più mite precedentemente prevista, e la contestuale eliminazione dell’alternanza fra reclusione e multa.
In ultimo, il riferimento all’articolo 13 del Trattato di Amsterdam è errato. Infatti, l’articolo del Trattato di Amsterdam (a modifica l’articolo 13 del Trattato CEE) è l’articolo 2, comma 7:
"7) inserito il seguente articolo:
Articolo 6 A
Fatte salve le altre disposizioni del presente trattato e nell'ambito delle competenze da esso conferite alla Comunità, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali".
Essendo il richiamo legislativo europeo errato ci chiediamo se non cadano automaticamente i motivi a cui si dovrebbe far riferimento, ovvero quelli basati su sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali (o l’orientamento sessuale, come pare di capire).
Per altro il Trattato non ha il valore delle delibere europee, cioè di costruire indirizzo normativo per gli Stati membri. Ora sarà da verificare se questa modifica non comprometta tutta la legislazione, in particolare la Legge 654/1975, sul contrasto alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, in quanto se il “decreto sicurezza” diventasse legge avremmo una norma che parla genericamente di discriminazione.
Luoghi comuni contro Rom e Sinti. Parte prima: i ladri di bambini
Lo scopo di questo articolo è quello di rimettere in discussione e confutare alcuni luoghi comuni su Rom e Sinti. In particolare verranno esaminati alcuni asserti che il senso comune dà per assodati e che i media contribuiscono a radicare. Si vedrà che molti di questi giudizi nascono dalla necessità di creare un allarme sociale e da un diffuso pregiudizio e non sono confermati da dati concreti. Più avanti vedremo anche che una serie di paletti giuridici permettono di sovrarappresentare statisticamente i medesimi luoghi comuni. Ho diviso questo articolo in tre parti.
Nella prima parte analizzerò il luogo comune secondo cui i rom rubano i bambini. Vedremo che questa asserzione è decisamente confutabile nella prima parte del mio intervento e si vedrà nella seconda parte che la verità è — purtroppo e molto spesso — il contrario di questa menzogna: andando per generalizzazioni, sarebbe più realistico dire che gli italiani “rubano” i bambini dei rom. Infine, nella terza parte prenderemo in discussione altri luoghi comuni: il fatto che i rom delinquono più degli italiani, che non mandano i bambini a scuola, che vogliono vivere come nomadi nei campi.
Prima di tutto voglio spiegare quale coincidenza mi ha spinto a scrivere queste righe. Mi ritrovo una sera in una cena a casa di un amico, ci sono altri conoscenti e alcune persone mai viste. Arriva Teresa, una ragazza piccola e scura, dall’aria fricchettona, con capelli ricci e abiti molto colorati. Con lei c’è anche una bambina: biondissima e cogli occhi azzurri, sembra nordeuropea.
So che la ragazza fa l’educatrice e penso che la bambina sia la figlia di qualche amica o una delle bambine con cui lavora. Invece rimango sorpreso quando la bambina la chiama mamma. Ovviamente la genetica gioca a dadi, ma i carabinieri scherzano di meno.
Teresa intuisce le ragioni del mio stupore e mi racconta di aver passato un brutto quarto d’ora con le forze dell’ordine: l’hanno fermata in auto per un normale controllo. Ovviamente non aveva i documenti della bambina: prima di quindici anni non si fanno di solito i documenti, se non si viaggia all’estero. I carabinieri hanno incalzato la ragazza, accusandola di essere una “zingara” e di aver rubato la bambina. L’equivoco alla fine è stato risolto, ma rimane un dubbio inquietante: cosa sarebbe successo se la mamma scura, ricciola e fricchettona, fosse stata veramente una rom?
In assenza di un certificato di nascita della piccola (elemento comune a tanti genitori rom), la bambina sarebbe stata probabilmente portata via dalla propria mamma e Teresa sarebbe stata sbattuta sulle prime pagine dei giornali come ladra di bambini. Certo, il fatto sarebbe forse stato spiegato dopo qualche giorno, e allora avrebbe goduto del risalto che può dare un trafiletto in una cronaca locale. Nelle convinzioni delle persone, rimarrebbe confermato lo stereotipo: i rom rubano i bambini.
Cominciamo a ragionare su questa asserzione, a partire dai dati ufficiali: non esiste alcun riscontro, nei dati diffusi dalla polizia di stato, di casi di minori italiani rapiti da rom. È una bufala, una leggenda metropolitana, come quelle diffuse durante il ventennio sugli ebrei e serve solo per alimentare l’odio nei confronti di questa minoranza. Da fonti Reuter, e sulla base dei dati forniti dalla polizia di stato, i minori scomparsi in Italia nel periodo 1999-2004 (nella fascia dei minori di 10 anni) sono stati “portati via” da uno dei genitori per dissidi coniugali o, soprattutto nel caso di bambini stranieri, sono casi di bambini affidati dal Tribunale dei Minori a istituti, bambini che vengono “prelevati” da un genitore che si rende poi irreperibile assieme al figlio.
Per quanto riguarda i minori di età tra i 10 e i 14 anni e tra i 15 e i 17 anni, prevalgono tra gli italiani i casi di ragazzi allontanatisi volontariamente da casa per dissidi familiari, mentre rimangono presenti tra gli stranieri le fughe, assieme a un genitore, dalle strutture in cui i minori sono affidati, in maniera coatta, dai Tribunali dei minori (in questi ultimi casi qualche romantico parlerebbe non di rapimento, ma di evasione, per intenderci).
A questo punto l’obiezione classica è questa: “”ma io mi ricordo di almeno un caso visto al telegiornale di una rom che si è portata via un bambino sotto la gonna”… del resto, si sa, ce l’hanno insegnato a scuola le maestre: “Bambini, state attenti, ci sono gli zingari…. portano via i bambini”. Beh, prendiamo in esame alcuni casi recenti, che hanno un valore esemplare. Continua a leggere…
MAHALLA, la comunità virtuale dei Rom, dei Sinti e dei Kalé da tutto il mondo
Notizie da MAHALLA, la comunità virtuale dei Rom, dei Sinti e dei Kalé da tutto il mondo. Iscriviti alla news letters settimanale, scrivendo a sivola59@yahoo.it.
Romania del 11/12/2007. Da Romanian_Roma
Il 7 dicembre 2007 Banel Nicolita, giocatore dello Steaua Bucarest e della nazionale rumena, è stato nominato Ambasciatore contro il razzismo e la violenza in Romania. Banel Nicolita è al momento il terzo giocatore rumeno più popolare ed è Rom. Questo riconoscimento è un grande successo. Non soltanto è il primo riconoscimento del razzismo in Romania contro i giocatori Rom, ma anche perchè Banel ha riconosciuto pubblicamente la propria origine etnica...
Rom: sosteniamo le associazioni del 12/12/2007. Intervento di Luciano Muhlbauer, pubblicato su il Manifesto, 11 dicembre 2007 (pagine di Milano)
L’iniziativa congiunta di associazioni e sindacati sulla questione rom a Milano, presentata ieri alla Camera del Lavoro, è una preziosa boccata d’ossigeno, specie in questo momento, in cui stanno per sbarcare anche a Milano le ordinanze xenofobe provenienti dai comuni di Cittadella e Caravaggio. Finalmente una parte importante della società civile milanese ha deciso di rompere quell’assordante silenzio, che ha consegnato la città...
Sartoria rom del 13/12/2007.
E' nato "Imé Romnì", laboratorio artistico e sartoria, promosso dall'Opera Nomadi e gestito dalle donne rom del villaggio di Rho. Questo che adesso è uno spazio di aggregazione e di incontro ha come obbiettivo di diventare una vera e propria attività lavorativa...
Svizzera del 13/12/2007. Da Ticinonews
Furono 590 i bambini della strada "sequestrati" da Pro Juventute. Furono 590 i bambini jenisch tolti ai loro genitori fra il 1926 e il 1973 da Pro Juventute nell'ambito del programma "Bambini della strada". La metà di questi sequestri avvennero nel canton Grigioni, dove viveva la più importante comunità. Le cifre sono pubblicate in uno studio del Fondo nazionale che si è chinato sulla storia delle popolazioni “nomadi” in Svizzera nel XIX. e XX secolo...
Kosovo del 15/12/2007. Da Roma_ex_Yugoslavia, 11 Dicembre 2007
Secondo informazioni fornite dal Centro Rom ed Ashkali di Pristina, i Rom hanno iniziato a lasciare il Kosovo per timore di nuove violenze. Durante le loro visite sul campo nell'enclave serba di Gracanica nei pressi di Pristina, l'OnG ha trovato che sette famiglie su 38 sono già partite...
La voce dei rom 24 ore su 24 del 16/12/2007. Da ErrepiNews, di Sanja Lucic
A quello che un sondaggio realizzato dal Roma Information and Documentation Center (RIDC) ha confermato, con un po' di intuito si può arrivare anche da soli: i rom sono molto più interessati ai media elettronici come radio e televisione che ai giornali, anche perchè molti di loro non sanno leggere...
domenica 16 dicembre 2007
Milano, la segregazione per tutti i Sinti e i Rom
Il cosiddetto "patto di socialità e legalità" fatto sottoscrivere dal comune di Milano ai Rom romeni, residenti in via Triboniano, sarà esteso ad altri sette insediamenti meneghini, nei quali risiedono oggi 875 cittadini rom e sinti italiani, europei e non comunitari.
Ad annunciare questo provvedimento è stato il sindaco di Milano Letizia Moratti. «Proseguiamo sulla doppia linea di accoglienza e di rigore e rispetto delle regole di convivenza civile - ha detto il sindaco di Milano - già adottate nel campo di Triboniano e che sono state citate dalla Commissione Europea come una delle migliori pratiche per l' integrazione e la convivenza civile».
I residenti negli altri sette “campi” dovranno, con la sottoscrizione del patto, impegnarsi a mandare i propri figli a scuola, dimostrare di avere una occupazione che garantisca loro il sostentamento e di rispettare le normali norme igienico - sanitarie.
Contemporaneamente il comune si impegna a dotare questi “campi” di operatori e mediatori culturali e a garantire il presidio delle forze dell'ordine. Alla domanda se l'estensione del patto di socialità e legalità possa condurre all'istituzione di un numero chiuso di rom romeni ospitati a Milano, il sindaco di Milano si è limitata a rispondere: «il patto della sicurezza prevede la limitazione del numero di presenze in relazione alla capacità di assorbimento del territorio».
«Dopo Triboniano, il Comune di Milano riporterà controllo e legalità nei campi nomadi autorizzati della città». Così il vicesindaco e assessore alla Sicurezza di Milano, Riccardo De Corato che, in merito all'estensione del patto di legalità a tutti gli insediamenti nomadi regolari presenti sul territorio, ha aggiunto: «La delibera approvata oggi dalla Giunta è la risposta ad un ordine del giorno votato all'unanimità dal Consiglio Comunale».
«Inoltre -ha annunciato De Corato- per rafforzare ulteriormente la positiva azione di controllo già svolta a Triboniano, nell'ambito della convenzione per la realizzazione di programmi straordinari diretti a garantire la sicurezza della città in attuazione del Patto per Milano Sicura, abbiamo chiesto alla Prefettura un presidio fisso delle Forze dell'Ordine all'interno del campo soprattutto nelle ore serali e notturne».
Noi di sucardrom condanniamo il cosiddetto “patto di socialità e legalità”, imposto forzatamente alle famiglie Sinte e Rom, presenti a Milano. Infatti nel “patto” sono contemplate delle “leggi” apposite per queste minoranze che mai sarebbero imposte ad altri Cittadini. Il “patto di socialità e di legalità”, adottato dal Comune di Milano, ripropone la maggior parte delle “norme” già contenute nei “regolamenti” per i “campi nomadi”, votati dai Consigli comunali dagli anni Settanta ad oggi. Queste norme se violate comportano inevitabilmente la cacciata. Se non pulisci, se non mandi i bambini a scuola, se non favorisci la formazione professionale, se ospiterai parenti… sarai cacciato.
Ma è il pensiero che sottende al cosiddetto “patto” che fa paura. Perché un Cittadino assegnatario di un alloggio di proprietà dell’ALER (azienda che gestisce gli alloggi popolari in Lombardia) non firma un “patto di legalità e socialità”? La risposta: perché i Rom hanno comportamenti, insiti nella loro cultura, che sono “devianti” ed è necessario riscrivere le regole di convivenza, il diritto!
Infatti un Cittadino assegnatario di un alloggio ALER che non pulisce, che non manda i bambini a scuola, che non favorisce la formazione professionale, che ospita parenti… non sarà cacciato!
Quindi possiamo chiederci: perché un cittadino povero, appartenente ad una minoranza rom o sinta, non ha sottoscritto un contratto d’affitto come qualsiasi altro Cittadino povero, residente a Milano?
Perché l’Amministrazione Comunale di Milano, e non solo purtroppo, non ha mai voluto accettare la presenza delle famiglie rom e sinte, in quanto appunto Rom e Sinti, sul proprio territorio e ha lasciato che nelle estreme periferie si formassero delle e vere e proprie bidonville.
In effetti si vive nel paradosso: mentre tutti gli organismi internazionali chiedono all’Italia di legiferare per proteggere e tutelare le minoranze sinte e rom, a Milano, e non solo, si “legifera” per colpire i rom e sinti.
Naturalmente qualcuno pensa che il cosiddetto “patto” protegga i Rom e i Sinti e che non riuscirebbero altrimenti a proteggersi da loro stessi. Questo è una tesi razzista che sottende alla volontà di annientare culturalmente i Sinti e i Rom.
Una sconfitta!
Annullata la condanna a due mesi di reclusione per istigazione all'odio e alla discriminazione razziale nei confronti del sindaco di Verona, Flavio Tosi.
Lo ha deciso il 13 dicembre 2007 la Terza sezione penale della Cassazione che ha disposto un nuovo processo nei confronti del sindaco “sceriffo” che nell'estate del 2001, insieme ad altri 4 militanti della Lega Nord, organizzò una campagna di raccolta firme per cacciare le famiglie sinte italiane residenti a Verona.
L'attuale sindaco, che all'epoca era segretario della Lega Nord, era stato condannato a due mesi di reclusione, sospesi con la condizionale, sia in primo che in secondo grado (Tribunale Verona 2 dicembre 2004; Corte appello Venezia 30 gennaio 2007).
Una doppia condanna contro la quale i difensori del sindaco di Verona e degli altri militanti del Carroccio hanno fatto ricorso con successo in Cassazione.
Piazza Cavour, infatti, ha disposto un nuovo processo che sarà celebrato da un'altra sezione della Corte d'appello di Venezia. Nelle prossime settimane daremo notizia delle motivazione addotte dalla Cassazione.
mercoledì 12 dicembre 2007
L’Italia si impegna all’Onu per la tutela dell’infanzia rom e sinta
Il ministro Rosy Bindi, intervenendo ieri alla plenaria di New York, ha illustrato il piano per “proteggere i bambini rispettando il principio della unità familiare”. Un impegno concreto per la tutela dell’infanzia tra le popolazioni Rom e Sinti è stato preso dal governo italiano alla riunione plenaria delle Nazioni Unite.
La dichiarazione, è stata fatta ieri a New York dal ministro per le Politiche per la famiglia, Rosy Bindi, nella sessione speciale dedicata ai bambini nell’anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo.
La Bindi ha presentato il Piano di Azione del Governo italiano, in sei punti, che mira tra l'altro a ridurre la povertà infantile, migliorando il sistema educativo e quello sanitario.
“L'Italia si è trasformata da un Paese di emigrazione in un Paese di immigrazione - ha detto il ministro al Palazzo di Vetro - e l'immigrazione illegale ha portato nuovi problemi che l'Italia vuole risolvere ispirandosi ai principi di legalità e solidarietà”.
L’impegno dell’Italia è per “promuovere azioni destinate ai minori stranieri, prendendo in considerazione l'età, il sesso, le origini etniche o religiose dei bambini, in particolare quelli di etnia Rom o Sinti, nell' ambito di un approccio integrato che protegga il bambino e rispetti il principio della unità familiare”.
Gratta, gratta... Fini resta il fascista di sempre
Decreto legge sulle espulsioni dei cittadini comunitari, spazio europeo, cittadinanza europea. Melting Pot Europa ha intervistato Marco Revelli, storico e sociologo, docente all’Università Orientale del Piemonte.
Sembra che per una barriera caduta, quella che ha visto Romania e Bulgaria fare ingresso nell’ Unione Europea, se ne debbano per forza alzare di nuove. La politica, i mezzi di informazione, la normativa comunitaria, sembrano andate in corto circuito. Tu hai definito questa situazione “una crisi di nervi dello scenario italiano”. Cosa sta accadendo?
Effettivamente, quello a cui abbiamo assistito la scorsa settimana, è un vero e proprio caso di precipitazione ed imbarbarimento del nostro comune senso collettivo e della sfera politica che non ha probabilmente precedenti, quantomeno nella nostra storia recente, dell’ultimo mezzo secolo.
Di colpo ci siamo scoperti in un paese in preda ad una crisi di nervi, in tutti i suoi livelli. Quello delll’opinione pubblica, dei media che hanno svolto un ruolo devastante nell’area della comunicazione, e della politica, che ha prodotto un corto circuito devastante.
Da un evento, un crimine terribile come l’assassinio di Giovanna Reggiani, imputabile ad un individuo, ad una persona, che peraltro è stata immediatamente arrestata su denuncia di una Rom che abitava nel medesimo insediamento, si è passati alla colpevolizzazione collettiva di un intero gruppo etnico, di una intera popolazione, migrante, povera, già oggetto di stigma e persecuzione sociale in Italia ed in Romania.
Questa è una prova di irresponsabilità assoluta innescata sicuramente dalla destra, che ha il fascismo nel proprio dna, da Gianfranco Fini, che grattando sulla vernice di incivilimento che si è dato, resta il fascista di sempre, ma fatta propria e rincorsa dalla sinistra, dal Sindaco di Roma in particolare, che ha una responsabilità a mio avviso gravissima, e che ha fatto seguire a quell’episodio una vera e propria rappresaglia.
La distruzione dell’insediamento ad opera delle ruspe del comune è un atto di guerra, di rappresaglia, contro una collettività che non aveva alcuna responsabilità se non quella di abitare nello stesso luogo del colpevole. Continua a leggere…
Milano, le associazioni fanno cartello per i Rom
Nasce a Milano un Cartello permanente che riunisce una quindicina (per il momento) di associazioni laiche e cattoliche che operano da anni sul territorio del capoluogo lombardo per mettere in campo una strategia comune in grado di dare risposte alternative alla politica esclusivamente repressiva nei confronti di Rom e Sinti. Tra le principali sigle presenti ci sono Arci, Acli Milano, Caritas, Gruppo Abele, Comunità di Sant'Egidio, Camera del lavoro, Cisl Milano, a cui si aggiungono le diverse associazioni di solidarietà a Rom e Sinti. Ad oggi non risulta l’adesione della Casa della Carità di don Colmegna, ideatore dei cosiddetti “patti di socialità e legalità”.
"Vogliamo dare un messaggio in controtendenza, perché l'approccio alla povertà non può partire dagli sgomberi e dai rimpatri e vogliamo dunque pensare a una politica dell'accoglienza e dell'integrazione" spiega Fulvia Colombini della segreteria della Camera del Lavoro di Milano, sottolineando che il Cartello intende "essere un luogo di riflessione comune" ed "elaborare delle proposte" per una politica sui Rom che possa avere una valenza anche extra-milanese. Per questo il tavolo annuncia la volontà di organizzare a Milano per metà gennaio prossimo un convegno dedicato a questi temi con ospiti i ministri Paolo Ferrero (Solidarietà sociale), Barbara Pollastrini (Diritti e pari opportunità) e Rosy Bindi (Politiche per la famiglia).
Percorsi di alfabetizzazione, politica abitativa, formazione professionale, inserimento lavorativo, mediazione sociale, sono le chiavi individuate dal Cartello, per un processo fattivo di integrazione delle diverse comunità Rom e Sinti nel tessuto metropolitano. Ma le associazioni puntano anche alla costituzione di un Osservatorio su sgomberi ed esplusioni che censisca motivazioni e caratteristiche dei provvedimenti e prevenga eventuali violazioni dei diritti.
"Siamo qui per offrire spunti di riflessione di fronte a una questione talmente complessa che non puòessere approcciata con scelte urlate, demagogiche, elettoralistiche, ma che al contrario merita un supplemento di razionalità e pacatezza" spiega don Roberto Davanzo della Caritas Ambrosiana, che sottolinea la preoccupante "fragilità culturale del sentire della gente, che in taluni casi è già degenerata in un'insofferenza isterica, se non apertamente razzista". "Dobbbiamo riuscire a sconfiggere la paura - conclude don Davanzo - arrivando a toccare il cuore e la pancia delle persone, stimolando la coabitazione nel reciproco rispetto della legalità".
Dunque il Cartello si propone di uscire dalla logica dell'emergenza e della politica degli sgomberi, ricordando che a Milano da gennaio ad oggi sono stati fatti più di 65 interventi di sgombero contro insediamenti abusivi e aree dismesse occupate, la maggior parte dei quali diretti proprio contro gruppi Rom e Sinti, e che oggi ci sono circa "5-600 nomadi che dormono all'addiaccio dopo essere stati scacciati dai loro insediamenti". (In foto Dijana Pavlovic, tra le promotrici del cartello)
Abbattere il muro. La «buona notizia» dell’accoglienza di un popolo che c’interpella: i Rom
Intervento forte della Delegazione regionale della Caritas alle parrocchie toscane: l’accoglienza dei Rom. Il documento (che ha per titolo Abbattere il muro. La «buona notizia» dell’accoglienza di un popolo che c’interpella: i Rom) «vuole essere l’invito – spiega il delegato regionale don Emanuele Morelli (Presentazione lettera sui Rom) – ad iniziare un riflessione, alla luce della Parola di Dio, sulla nostra relazione con il popolo “zingaro”».
Ma la Lettera «ha anche – dice ancora don Morelli – l’obiettivo di favorire il confronto con le istituzioni della scoietà civile, perché, oltre i pregiudizi, si realizzino politiche sapienti e coraggiose».
«Gli “zingari” fanno clamore, perché fanno paura – si legge nella Lettera –. Eppure si tratta di una minoranza», in percentuale appena lo 0,2% della popolazione italiana. Inoltre bisogna distinguere fra le persone che appartengono al popolo rumeno (circa 600 mila in Italia) e quelle che appartengono appunto al popolo Rom. Si respira invece «una gran confusione riguardo a questo argomento».
Qual è allora il motivo di tanto clamore e di tanta paura? Forse «non c’è un motivo unico, ma un concorrere anche irrazionale di cause di diversa natura, il cui frutto resta una generale diffidenza e un pericoloso isolamento».
Per superarlo, la Lettera della Caritas regionale cerca di spiegare «L’identità zingara», anche se non è facile a causa soprattutto delle varie etnie (sinti e rom e a loro volta slavi, kosovari, rumeni). Ciò non toglie che possa essere sottolineato come tra i Rom siano forti, tra gli altri. il senso della famiglia e la dimensione religiosa.
«Nella loro diversità e peculiarità i Rom – si legge ancora della Lettera – ci interpellano almeno a due livelli: a) dopo sei secoli di vicinanza e convivenza nel mediesimo ambito geografico, questo popolo ci è ancora sconosciuto; b) la presenza degli “zingari” è sempre più vista come un problema da rimuovere, quasi una maledizione inevitabile, come drammaticamente testimoniano i casi di intolleranza, le vere e proprie campagne denigratorie in alcuni casi contro cittadini a tutti gli effetti italiani, che vivono in questi luoghi anche da 30 anni».
La Caritas regionale invita pertanto le singole Chiese locali ad interrogarsi «su quale ruolo possa giocare la Chiesa, nel suo essere comunità, e ogni cristiano, nella sua personale responsabilità: se si sceglie il rifiuto, la contrapposizione, il silenzio, la vicinanza, la condivisione».
In ogni caso, «la questione dei diritti dei popoli “zingari” non esime dal considerare le necessità dell’affermazione e del rispetto dei doveri, per questo – si legge ancora nel documento – riteniamo fondamentale realizzare con Rom e Sinti un vero e proprio patto sociale».
A giudizio della Caritas, è giunto il tempo «di iniziare a prendersi cura del popolo nomade, di viverne la presenza come un segno, di avvicinarsi a questa realtà itinerante con rispetto, con un punto di vista sapiente, che ci riporti all’origine del nostro essere Popolo di Dio, nell’atteggiamento biblico di porci in ricerca, in cammino con loro».
Rimaniamo stupiti che si utilizzi ancora il termine “zingari”, dispregiativo ed etnocentrico, che non rispecchia il doveroso avvio di politiche partecipative e rispettose.
Diffondi lo spot contro il pregiudizio nei confronti dei Rom
Invitiamo tutti a diffondere lo spot della campagna contro il pregiudizio nei confronti dei Rom, realizzato dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale (UNAR) e da Immigrazione Oggi Video Web. Nel video in evidenza l’Antica Sartoria Rom.
L’idea dell’Antica Sartoria Rom nasce nel 1997 in un “campo nomadi” alla periferia di Roma, dove alcune donne Rom, insieme ad Carmen Rocco, decidono di svolgere un’attività che erano solite svolgere come autodidatte nell’ambito familiare: la confezione dei vestiti in stile Rom. Questa volta però la produzione degli abiti è destinata alla vendita.
Lo spot riprende l’impostazione della campagna “Dosta!”, promossa dall’Unione Europea e diffusa capillarmente nei Paesi della exYugoslavia. L’idea è quella di smontare i pregiudizi diffusi nell’opinione pubblica, attraverso la voce e le esperienze dirette degli stessi Rom. Guarda il video…
Sgominata banda che schiavizzava i bambini
Oltre 30 minorenni rumeni sfruttati. Costretti dai propri connazionali, in alcuni casi con la complicità degli stessi genitori dei bambini. Sono le vittime di un'organizzazione transnazionale, operante tra Romania e Italia, smantellata all'alba di ieri dagli uomini della Squadra mobile di Milano.
L'indagine, scattata prima dell'estate scorsa, ha permesso di ricostruire l'organigramma dell'organizzazione criminale accusata di riduzione in schiavitù, tratta di minori e associazione a delinquere.
Sono 25 i romeni di etnia rom dediti all'attività illegale colpiti da ordinanza di custodia cautelare in carcere: 19 quelli arrestati tra Milano, Pavia e la città romena di Craiova . Almeno 34, invece, i minori dagli 8 ai 13 anni sfruttati. Ciascuno era capace di garantire fino a 800 euro al giorno. Soldi sottratti a turisti ignari e a pendolari che attraversavano la piazza davanti alla stazione centrale di Milano, vero cuore dell'attività illegale dei piccoli rom.
Nel mirino, però, anche altre mete: Venezia, Bologna, Ancona e Pescara, Parigi e Nizza. I guadagni erano destinati ai familiari in Romania o all'organizzazione criminale. I soldi affidati ai minori, circa 50 euro al giorno, venivano ripresi dall'associazione attraverso il gioco d'azzardo e l'applicazione sulle perdite ai dadi di tassi d'usura.
In un'intercettazione telefonica, A.L., una delle donne arrestate ieri, ammette di avere addirittura comprato un guinzaglio per tenere legato uno dei piccoli schiavi. Se non rubavo - racconta un ragazzino romeno di appena 12 anni - "mi minacciavano di spezzarmi le mani e le braccia''.
Sconcerto nelle comunità rom e sinte per la notizia. Sucar Drom si augura che la giustizia punisca i responsabili e che i servizi sociali sappiano offrire ai minori le cure necessarie per superare la tragica esperienza. Ma dalle prime agenzie sembra che a Milano fossero nove i bambini sfruttati. Di questi nove solo cinque sono stati accolti in comunità protette. Per gli altri quattro non c'è posto... I quattro bambini sono stati riconsegnati ai genitori, speriamo che questi genitori non siano conniventi con l'organizzazione criminale e che i servizi sociali seguano giornalmente i minori.
martedì 11 dicembre 2007
Rom, notizie da Napoli...
Soltanto a Giugliano, provocatoriamente, gli imprenditori dell'area Asi hanno addirittura annunciato che metteranno mano al portafogli pur di sistemare le comunità rom che si sono insediate sul «loro» territorio fra le discariche abusive di rifiuti.
Terreni che le aziende vogliono recintare a proprie spese, anche per evitare quei furti di cavi elettrici che spesso le hanno lasciate al buio. Gli imprenditori non accusano nessuno, ma hanno compulsato la Provincia, le amministrazioni locali ed il prefetto chiedendo una «sistemazione dignitosa» per questa gente fuggita dall'ex Jugoslavia e per loro stessi. Rivendicando il diritto, insomma, di fare impresa in un'area di sviluppo industriale, non di miseria e insalubre.
Il «Campo 7» - Dei 13 gruppi di baracche dell'area Asi di Giugliano, abitate da più di 500 persone, il più grande è quello denominato «Campo 7», cresciuto sopra montagne di rifiuti. Gli imprenditori sono riusciti ad accelerare le trattative e la Provincia costruirà un villaggio attrezzato con 37 moduli abitativi per almeno 180 persone, su un'area del Comune a ridosso del confine Asi.
Un “campo” che già due anni fa è stato murato, abusivamente, per tutto il suo perimetro, da un confinante che evidentemente non gradisce i Rom e tale è rimasto fino ad oggi.
L'Opera Nomadi, che presta un'assistenza di base e fa accompagnamento scolastico al «Campo 7», cercherà anche di far spostare senza dolori i Rom in “eccedenza”, le centinaia tagliate fuori dal progetto della Provincia, quando la recinzione dell'Asi coperta da finanziamenti regionali in scadenza dovrà partire per forza. Ci chiediamo dove saranno alloggiate dall’Opera Nomadi di Napoli le 320 persone “eccedenti”. Continua a leggere…
Dibattito sul ruolo delle Organizzazioni internazionali nelle politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina
Presentiamo la replica da parte del Direttore, Ufficio Regionale per il Mediterraneo e Capo Missione in Italia e a Malta dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) Peter Schatzer in merito all’articolo del Professor Fulvio Vassallo Paleologo. Diffondiamo anche l’ulteriore risposta a questa replica che Il Prof. Vassallo ha tempestivamente prodotto.
Gentile Direttore di Melting Pot, le scrivo in merito all’articolo “Il ruolo delle Organizzazioni internazionali nelle politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina”, scritto dal prof. Fulvio Vassallo Paleologo.
L’articolo del prof. Vassallo Paleologo trae spunto da un video prodotto recentemente nell’ambito di una campagna di prevenzione dell’immigrazione irregolare dall’Africa, e pretende di indicare quale dovrebbe essere il ruolo delle agenzie internazionali e cosa dovrebbero fare i governi europei, ma nella realtà si traduce in un violento e generalizzato attacco all’OIM, all’ACNUR, all’Unione Europea, alla Svizzera, all’agenzia comunitaria FRONTEX, alle politiche di controllo dell’immigrazione clandestina.
Alcune delle argomentazioni addotte per quanto riguarda l’OIM e il suo impegno “a favore delle politiche di controllo dell’immigrazione clandestina poste in essere dai governi europei e dalle agenzie comunitarie”, sono semplicemente false e prive di qualsiasi riscontro. di Peter Schatzer, continua a leggere…
Il capo missione dell’OIM in Italia ha duramente contestato i contenuti del mio intervento sul ruolo delle Organizzazioni internazionali nelle politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina, pubblicato alcuni giorni fa da Meltingpot, accusandomi di avere fornito informazioni non corrispondenti al vero riguardo al ruolo ed alle attività della sua organizzazione in Italia e in Libia.
In realtà la maggior parte della lettera di replica è riferita all’impegno dell’OIM in Italia negli ultimi anni, impegno che non ho richiamato nel mio intervento e sul quale credo di essere abbastanza informato, essendo stato invitato a diverse iniziative promosse anche da questa organizzazione.
Il mio intervento non si riferiva neppure al ruolo di altre organizzazioni, come l’ACNUR, che operano con l’OIM nei progetti italiani e con le quali ho una lunga esperienza di collaborazione, ma riguardava invece le diverse forme di esternalizzazione dei controlli di frontiera e per questa ragione trattava in particolare dell’OIM e della condizione dei migranti in Libia e negli altri paesi di transito. Condizione determinata anche dalle modalità espulsive adottate dall’Italia a partire dal 2004, ma non solo da queste. Una condizione che rimane caratterizzata da gravi violazioni dei diritti umani anche nelle diverse strutture nelle quali vengono condotti i migranti irregolarmente presenti in quel paese. di Fulvio Vassallo Paleologo, continua a leggere…
Milano, la Provincia acquista case per i Rom
Il Consiglio provinciale di Milano martedì 4 dicembre ha deliberato l'acquisto di alcuni appartamenti siti in via Varanini 27 a Milano.
Questo provvedimento affonda le radici in una storia datata 2005, quando trentacinque Rom iniziarono ad essere ospitati per un «periodo provvisorio di 6 mesi» a seguito dello smantellamento, per iniziativa del Comune di Milano amministrato da Gabriele Albertini, del “campo nomadi” di via Capo Rizzuto.
Il contratto stipulato dalla Provincia di Milano indicava 32 mila euro per un periodo di 3+3 mesi. Quel periodo provvisorio è durato 3 anni. Oggi si è proceduto all'acquisto degli alloggi con la motivazione di non voler continuare a pagare l'oneroso affitto. Alloggi saranno gestiti dalla Casa della Carità, che dal 2005 si occupa del turn-over di inquilini Rom, in progetto di «inclusione sociale».
Sucardrom plaude per questa piccola iniziativa della Provincia di Milano e attende notizie su come si sta concretizzando il progetto della Casa della Carità. (in foto Filippo Penati, Presidente della Provincia di Milano)
Pieve Porto Morone (PV), i Rom trovano casa
Se ne sono andati ieri gli ultimi Rom da Pieve Porto Morone e dalla cascina Scaiola. Hanno trovato sistemazione; «si sono integrati», assicura il prefetto di Pavia, Ferdinando Buffoni, che a tre mesi dall’abbattimento dei capannoni dell’ex Snia si dice soddisfatto del risultato dell’operazione.
Soddisfatto anche delle ragioni che il Tar ha riconosciuto alle sue scelte. Il tribunale, nei giorni scorsi, ha respinto il ricorso di alcuni proprietari delle cascine requisite dalla stessa prefettura: un provvedimento d’urgenza per dare una sistemazione provvisoria alle famiglie rom “sfrattate” dall’ex Snia.
Devono ancora andarsene, invece, i rom ospitati nella foresteria della prefettura. Ma è questione di giorni.
A tre mesi dall’abbattimento dei capannoni dell’ex area Snia, gran parte dei Rom che erano stati sgomberati e per i quali non si trovava una collocazione, dunque hanno potuto trovare un alloggio e un lavoro, e quindi iniziare una vita autonoma e più dignitosa.
Questo è il messaggio, forte e chiaro, che Ferdinando Buffoni, lancia a chi ha criticato l’operazione. Buffoni (in foto) si dice soddisfatto di aver trovato una sistemazione anche all’ultimo nucleo familiare che, l’altro giorno, ha lasciato una delle cascine requisite a settembre dalla prefettura per dare alloggio ai Rom.«Dopo tre mesi, come ci eravamo ripromessi - ha spiegato il prefetto - siamo riusciti a trovare una casa alla cinquantina di nomadi rimasti senza un tetto dopo lo sgombero dell’ex area Snia, portando così a termine una missione di integrazione molto importante». Continua a leggere…
Bologna vs La Spezia, sgomberi a confronto
In queste settimane innumerevoli sono gli sgomberi avvenuti in ogni parte d'Italia. Oggi mettiamo a confronto due diverse filosofie dello “sgombero”. A Bologna si chiude un insediamento e si offre una soluzione abitativa alle famiglie rom xoraxanè (bosniaci). A La Spezia si cacciano la famiglie sinte (italiani) dal territorio comunale.
In foto un comizio di Borghenzio (Lega Nord) con alle spalle un manifesto razzista.
Bologna. Ruspe in azione ieri mattina per sgomberare il campo nomadi di via Dalla Volta, alla periferia della città. Con l'ausilio dei servizi sociali del Comune, i carabinieri hanno sgomberato le 17 persone che lì ancora vivevano. Si tratta di due nuclei famigliari di origini bosniache composti da quattro adulti e 13 bambini di cui 12 ancora minorenni.
Le due famiglie sono comunque seguite da tempo dai servizi sociali del Comune che hanno trovato loro una sistemazione in zona San Donato. Fino a qualche anno fa in quel campo, sgomberato per gravi condizioni igienico-sanitarie, abitavano 7 famiglie ma 5 aveva già trovato collocazione altrove.
La Spezia. Le decine di famiglie del “campo nomadi” presso l’area del campo sportivo “Cerulli”, ormai diventata la loro casa, sono state fatte evacuare da un massiccio intervento della Polizia Municipale, insieme alla Polizia ed ai Carabinieri.
Non tutto è filato liscio, perché se tanti nuclei famigliari hanno accettato anche se non di buon grado la decisione dell’amministrazione, raccogliendo le loro cose, salendo su auto, roulotte e camper per abbandonare la zona, qualcuno si è barricato dentro i mezzi, manifestando la ferma intenzione di rimanere sul posto. Fortunatamente non è stata necessario l’uso della forza, ma lo sgombero non è stato ultimato.
Qualcuno degli “sgomberati” ha potuto rimanere, causa il protrarsi delle operazioni. Ma nei prossimi giorni sarà effettuato il completamento dello sgombero.
Il ruolo delle Organizzazioni internazionali nelle politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina
Ha destato scalpore un recente video, finanziato dall’Unione Europea e dall’OIM (Organizzazione internazionale con le migrazioni), nel quale si sconsiglia ai migranti di raggiungere l’Europa (la Svizzera, in particolare) perché qui li attenderebbe un futuro di fame e di emarginazione.
L’Europa che non è stata capace di adottare una direttiva sugli ingressi legali per lavoro, che ha chiuso la porta in faccia ai potenziali richiedenti asilo e che ha armato le missioni dell’Agenzia Frontex, per respingere a mare i migranti irregolari e per contribuire alla loro deportazione dai paesi di transito ai paesi di provenienza, promuove adesso campagne pubblicitarie allo scopo di dissuadere i “viaggi della speranza”.
La partecipazione dell’OIM alla campagna pubblicitaria di dissuasione rivolta ai candidati all’immigrazione clandestina non è che la punta dell’iceberg di un impegno complessivo di questa organizzazione a favore delle politiche di controllo dell’immigrazione clandestina poste in essere dai governi europei e dalle agenzie comunitarie come FRONTEX.
E’ a tutti noto il coinvolgimento dell’OIM nelle operazioni di rimpatrio forzato realizzate dal governo Berlusconi a partire dall’ottobre del 2004 da Lampedusa verso la Libia, operazioni censurate anche dal Parlamento europeo, dopo le quali centinaia di migranti deportati dall’Italia sono morti in Libia (per dichiarazione dello stesso governo libico) abbandonati nei deserti al confine con il Niger e l’Algeria.
Negli ultimi anni, l’attività dell’OIM si è concentrata sulle operazioni di “rimpatrio volontario assistito” dai paesi di transito ai paesi di provenienza dei migranti, paesi assai diversi e lontani come il Bangladesh , il Ghana, il Mali, il Sudan, il Niger, il Togo o il Senegal. Diverse le modalità dei rimpatri, alcuni per via aerea, altri su camion che attraversano il deserto in direzione sud, verso Agadez, la direzione opposta rispetto a quella seguita dai migranti irregolari per entrare in Libia.
L’impegno dell’OIM va quindi inquadrato nell’ambito delle politiche dei principali paesi europei che hanno esternalizzato i controlli di frontiera coinvolgendo i paesi di transito nella “lotta all’immigrazione clandestina”, restringendo in questo modo le possibilità di accesso anche nei confronti dei potenziali richiedenti asilo.
Per la piena attuazione di queste politiche di respingimento dei migranti irregolari, sia gli organismi comunitari che i singoli stati hanno cercato di ottenere, con diversi risultati, l’appoggio di grandi organizzazioni umanitarie come l’OIM e l’ACNUR ( Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).
L’Italia, malgrado le linee programmatiche del governo Prodi, che avrebbe dovuto favorire la possibilità di ingresso legale e l’accesso alle procedure di protezione internazionale, per quanto concerne la politica estera, è rimasta in piena continuità con il precedente governo, ed ha avuto un ruolo importante nel coinvolgimento dei paesi di transito, della Libia, dell’Egitto, della Tunisia e dell’Algeria in particolare, nella guerra contro la cd. “migrazione illegale”, giungendo persino ad avallare frettolose comparazioni tra l’immigrazione clandestina ed il terrorismo, nell’alveo delle politiche securitarie dominanti a livello nazionale come in ambito comunitario.
Non sono ben noti i risultati effettivi della Conferenza ministeriale di Tripoli, su migrazione e sviluppo, del novembre 2006, fortemente voluta dal governo Prodi, seguita da numerose missioni del ministro D’Alema e dei suoi tecnici in Libia nel corso del 2007. Di certo si sono instaurati stretti legami tra la politica di scambi commerciali tra i due paesi (gas e petrolio), il pagamento del cd. debito storico dell’Italia verso la Libia, ancora una volta danaro sonante promesso per finanziare opere pubbliche , e la gestione dei controlli delle rotte dell’immigrazione illegale, nei deserti e nelle acque del Mediterraneo.
Nel 2007 sono stati realizzati vari progetti a cui ha partecipato l’Italia, con il coinvolgimento dell’OIM, sulla base di cofinanziamenti europei, che riguardano Paesi come la Libia, il Ghana, la Nigeria, il Senegal ed altri Paesi dell’Africa orientale. Si tratta del programma Across Sahara 2, presentato dal Ministero dell’interno in partnership con la Libia e l’OIM, relativo ad azioni di assistenza tecnica in materia di immigrazione clandestina sulla frontiera libico-algerina; del programma East Africa migration route, presentato dal Ministero dell’interno britannico con la partecipazione del nostro Ministero dell’interno, relativo alla cooperazione tra gli esperti di immigrazione dell’Unione europea nell’Africa orientale e le autorità di tali Paesi; del programma Facilitating coherent migration management approach in Ghana, Nigeria, Senegal and Libia presentato dalla OIM, con la partecipazione dei nostri Ministeri dell’interno e della solidarietà sociale, per promuovere la collaborazione operativa tra tali Paesi nella gestione delle migrazioni.
Adesso nelle dichiarazioni dei rappresentanti dell’OIM non si parla più di collaborazione ai rimpatri forzati, ma si sostegno delle operazioni di “ritorno volontario”, ma a leggere bene le direttive e le istruzioni operative impartite dalla Commissione e dal Consiglio dell’Unione Europea il coinvolgimento che si richiede all’OIM, ed in prospettiva anche all’ACNUR nella “guerra” all’immigrazione clandestina appare chiaro. di Fulvio Vassallo Paleologo, continua a leggere…
lunedì 10 dicembre 2007
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo
La Dichiarazione è composta da un preambolo e da 30 articoli che sanciscono i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali di ogni persona. I diritti dell'uomo vanno quindi suddivisi in due grandi aree: i diritti civili e politici e i diritti economici, sociali e culturali.
La Dichiarazione può essere suddivisa in argomenti:
- il preambolo enuncia le cause storiche e sociali che hanno portato alla necessità della stesura della Dichiarazione;
- gli articoli 1-2 stabiliscono i concetti basilari di libertà ed eguaglianza (già sanciti dalla Rivoluzione francese);
- gli articoli 3-11 stabiliscono i diritti individuali;
- gli articoli 12-17 stabiliscono i diritti dell'individuo verso la comunità (anche qui rifacendosi a un dibattito filosofico che va da Platone ad Hannah Arendt);
- gli articoli 18-21 sanciscono le cosiddette "libertà costituzionali", quali libertà di pensiero, opinione, fede e coscienza, parola, associazione pacifica;
- gli articoli 22-27 sanciscono i diritti economici, sociali e culturali;
- i conclusivi articoli 28-30 stabiliscono le modalità generali di utilizzo di questi diritti e gli ambiti in cui tali diritti non possono essere utilizzati.
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;
L'ASSEMBLEA GENERALE proclama
la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.
Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.
Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.
Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.
Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.
Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.
Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.
Articolo 11
Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.
Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.
Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.
Articolo 13
Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.
Articolo 14
Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.
Articolo 15
Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.
Articolo 16
Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
Articolo 17
Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.
Articolo 18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.
Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Articolo 20
Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.
Articolo 21
Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.
La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.
Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Articolo 23
Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.
Articolo 24
Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.
Articolo 25
Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.
Articolo 26
Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.
Articolo 27
Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.
Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.
Articolo 29
Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.
Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.
Milano, conferenza stampa sui problemi dei Rom
Il 10 dicembre la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo compie 59 anni. Ma non lo si direbbe, tanto è vasto e sistematico il panorama delle violazioni e delle discriminazioni che colpiscono singoli individui e interi popoli ai quattro angoli del mondo. In aree di guerre, di conflitti e di dittature, con stragi, genocidi e uccisioni. Ma anche in Paesi a salda tradizione democratica, dove la tortura viene ora addirittura teorizzata e neppure più nascosta, come a Guantanamo.
Seppure su un piano diverso, la violazione dei diritti avanza e si estende anche nelle nostre città, dove la questione della legalità e della sicurezza non di rado viene strumentalizzata politicamente e diviene pretesto per politiche miopi e autoritarie, che trasformano i problemi sociali in questioni di ordine pubblico.
Uno di questi problemi riguarda i Rom. In generale, e a Milano in modo particolare, dove le autorità cittadine dal 2003 all’ottobre 2007 hanno fatto 340 interventi di sgombero in aree dismesse e insediamenti abusivi; mentre da gennaio 2007 a oggi sono stati più di 65. Questi sgomberi quasi mai sono stati accompagnati da alternative, ma si sono limitati a scacciare con le ruspe, costringendo all’addiaccio e a condizioni di vita ancora peggiori uomini e donne, anziani e bambini.
È un modo di spostare il problema, di nascondere la polvere sotto il tappeto. Ma in questo caso, la polvere è costituita dalla vita di migliaia di persone, di centinaia di famiglie smembrate e perseguitate senza colpa, se non quella di essere poveri e privi di opportunità abitative.
Si tratta di una politica, o meglio di una non-politica, che insegue le logiche di emergenza, incapace com’è di analisi dei problemi, di ascolto, confronto, programmazione, risposte equilibrate.
Ma l’unica emergenza, in questo caso, è quella umanitaria.
Per questo motivo un gruppo di associazioni oggi 10 dicembre, alle ore 14,30 presso la Camera del Lavoro di Milano (corso di Porta Vittoria 43) terrà una Conferenza stampa sui problemi dei rom a Milano, significativamente e simbolicamente indetta nella Giornata mondiale dei Diritti Umani.
Occasione e motivo della conferenza stampa è la nascita di un Cartello permanente delle associazioni milanesi che operano per promuovere una città e politiche inclusive.
- Saranno illustrate le prime proposte del Cartello di associazioni, finalizzate a uscire dalla logica dell’emergenza e a chiedere confronto e cambiamento di rotta alle istituzioni locali.
- Proposte che troveranno un successivo momento di dibattito e verifica in un Convegno che si terrà a metà gennaio a Milano, cui sono stati invitati i ministri con competenze sui problemi posti.
Prime adesioni al Cartello e saranno presenti:
Caritas Ambrosiana, Acli Milano, Arci, Opera Nomadi Milano, Comitato “Rom e Sinti Insieme”, Gruppo Abele Milano, Comunità di S. Egidio, CGIL Camera del Lavoro di Milano, CISL Milano, Naga, Associazione Nocetum, Associazione Aven Amenza, Padri Somaschi, Associazione Liberi
domenica 9 dicembre 2007
Alexian Group, il ritmo della musica rom e…
Volete organizzare una serata /concerto per il vostro festival, manifestazione, festa della birra, di piazza, comunale, religiosa, sagre, feste di paese, feste di quartiere, raduni, in locali…
L’Alexian Group vi propone un viaggio ideale attraverso l'intimità di un’arte assolutamente originale offrendovi un repertorio di musica rom che spazia dalle sonorità indiane a quelle dell’Europa dell’Est, al flamenco, passando per il jazz manouche. L’Alexian Group propone due ore di spettacolo. Due ore dove l'emozioni tra pubblico e musicisti la faranno da padrone. Guarda l’elenco completo delle proposte artistiche…
I prossimi appuntamenti con l’Alexian Group
lunedì 10 Dicembre 2007
- ore 11,00 intervista su Radio Kapodistria: "Spazio Aperto";
- ore 14,15 intervista in diretta su RAI NEWS 24 (canale 500 di SKY);
- ore 20,30 Alexian presenterà il suo nuovo Cd "Romano Thèm - Orizzonte Rom" in un'intervista in diretta su Radio Città Futura: "Buffalo Bill".
martedì 11 Dicembre 2007
Roma, Teatro Piccolo Apollo (via Conteverde, 51) ore 21,00
Alexian group in concerto nell'ambito della Settimana per la Pace ed i Diritti Umani organizzata dalla Provincia di Roma.
mercoledì 12 Dicembre 2007
In occasione della giornata della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, Alexian sarà a Pomezia per l'evento dedicato alla cultura rom, "Tu taj me - Io e te" incontro con la cultura Rom.
Contattateci per informazioni e preventivi, stiamo organizzando il nuovo tour per un altro anno di meravigliose emozioni: date estive, invernali in tutta Italia. Per ulteriori informazioni visitate il sito ufficiale… o contattate direttamente Daniela De Rentiis (telefono 0872 660099, cellulare 340 6278489, e-mail: spithrom@webzone.it)
giovedì 6 dicembre 2007
Veltroni non caccia in massa i Rom, li vessa...
''Le espulsioni di massa non sono previste dalla normativa europea. Se ne può parlare solo quando si è all'opposizione. Questa è una materia in cui la politica esercita uno dei suoi vizi peggiori, che si chiama demagogia''. Così il sindaco di Roma Walter Veltroni risponde alle polemiche del centrodestra in fatto di immigrazione e sgomberi degli insediamenti abusivi nella Capitale.
Poi però Veltroni spiega: ''C'è la percezione che il flusso di persone provenienti dai paesi neocomunitari sia diminuito: la gente va via spontaneamente, grazie anche ai rimpatri assistiti che organizza il Comune di Roma''.
Precisamente, tra gennaio e novembre 2007 gli interventi di sgombero e riqualificazione degli insediamenti abusivi nel territorio romano hanno interessato circa 6.000 persone (sempre le solite 3.000 persone che si spostano da un luogo all’altro) e infatti sono stati 995 i manufatti demoliti.
Strane le affermazioni del Sindaco di Roma, prima afferma che non si potrebbero fare le espulsioni di massa, poi spiega cosa fa l’Amministrazione capitolina a favore di questi disperati: li sgombera in un eterno “gioco dell’oca” con l’obiettivo di stroncare ogni resistenza.
L'assessore alla sicurezza Jean Leonard Touadi si preoccupa del futuro di uomini, donne e bambini? No, assolutamente. Infatti per l’Amministrazione "il prossimo passo è riassegnare questi spazi bonificati ai Municipi per la riqualificazione attraverso al creazione di attività virtuose: solo così è possibile la messa in sicurezza''.
''L'obiettivo è quello di bonificare tutti i campi nomadi del territorio del Comune di Roma entro aprile-maggio del 2008'', annuncia Fulvi e chiarisce: "La pianificazione è partita dalla parte bassa del Tevere, è risalita all'Aniene”. E si arriva all’insediamento di Ponte Mammolo, dove ieri è stato eseguito l'ennesimo sgombero.
Naturalmente due donne sole con i loro sei bambini hanno accettato di ricominciare a vivere in un centro di accoglienza. Tutti gli altri che fino a ieri abitavano nel campo assunto alla cronache nazionali per l’agguato razzista, sono spariti nel “nulla”. Ieri mattina le ruspe hanno portato via tutto: materassi, sedili d’auto, bombole del gas, fornelletti; routine per vigili urbani, assistenti sociali, poliziotti, è così ogni volta, è così ogni sgombero. E ogni volta la domanda è la stessa: dove andranno ora queste sessanta persone allontanate dal “campo”? Cento metri più in là, è la risposta.
Infatti, l’Amministrazione offre soluzioni abitative che dividono le famiglie: donne e bambini al centro di accoglienza; gli uomini al dormitorio, se va bene, perché nella maggioranza dei casi devono rimanere in strada. E il gioco dell’oca continua…
Nello sconforto dobbiamo però registrare che Veltroni fa un passo indietro sui cosiddetti “villaggi della solidarietà”. "Non necessariamente si dovranno aprire. Se sarà necessario, ce ne assumeremo la responsabilità''.
Ma afferma sibillino: ''Stiamo lavorando - aggiunge - per vedere se si riusciranno ad individuare soluzioni che, nella misura del possibile, ci possano evitare di aprire altri siti e garantire una riorganizzazione interna''. Quindi il nuovo obiettivo sarà quello di ingrandire i “campi” già presenti, dopo aver cacciato o sfiancato la maggioranza dei Rom rumeni.
Questa è la Capitale d’Italia e la guida chi vorrebbe governare l’Italia. Noi ci chiediamo, non era Veltroni che si identificava in John Fitzgerald Kennedy?
Monsignor Montenegro, "anche l'indifferenza è violenza"
Monsignor Montenegro, o “Padre Franco” come più semplicemente ama chiamarlo chi gli è più vicino, sa sempre trovare le parole giuste. Il Vescovo ausiliare di Messina la Parola l'ha portata in giro per il mondo, l'ha fatta ascoltare a coloro che hanno sempre vissuto nella sofferenza, e alle parole ha sempre fatto seguire le azioni. Per questo oggi è presidente della Caritas Italiana, ma anche presidente della Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute, della Consulta Nazionale per la pastorale e la sanità, della Consulta Ecclesiale degli organismi socio-assistenziali. In un periodo storico come questo, in cui la città è ansimante, si sente precaria, senza una guida politica, in balia degli eventi, la parola di “Padre Franco” diviene illuminante per affrontare la quotidianità.
Partiamo proprio dai concetti di assistenza, di accoglienza. La questione Rom nelle ultime settimane è balzata agli onori della cronaca, a Roma come a Messina. L'impressione è che si sia passati da una preoccupante indifferenza ad una ancora più preoccupante intolleranza.
«L'intolleranza è violenza. Ma anche l'indifferenza è violenza. Anzi, qualcuno diceva che è la più alta forma di violenza, perché nascosta. Nel passaggio dall'indifferenza all'intolleranza non è cambiato il nostro atteggiamento, semplicemente viene espresso in un'altra maniera. Noi rifiutiamo chi è diverso. Il problema, però, non sta nell'accoglienza, ma in ciò che ci ricorda il diverso, ovvero che esiste la povertà. E dunque preferiamo escluderlo dalla nostra vita. Ma nei momenti di lucidità, quando ci si ferma a riflettere, si pensa: “Ma noi senza di loro, gli extracomunitari, come andremmo avanti?”. Ci servono le loro braccia, ma ci poniamo il problema di cosa serve a loro? Il punto è che dobbiamo convincerci del fatto che la nostra è ormai una civiltà multietnica, e dunque dobbiamo abituarci a convivere con loro. I Rom hanno una loro cultura, che in un certo senso fa a pugni con la nostra, ma è solo stando accanto che potremo aiutarci. Come è possibile che un Rom si comporti bene quando è costretto a vivere come gli animali? Noi pretendiamo che loro si comportino come noi, ma sono nelle condizioni perché ciò avvenga? Ricordo una giovane Rom che portava la figlia all'asilo a pagamento, e per non farsi riconoscere ogni mattina prendeva il treno e andava a fare l'elemosina a Taormina. Io sono entrato in diverse roulotte di nomadi: alcune erano tenute come bomboniere, altre erano in pessime condizioni». Continua a leggere…
mercoledì 5 dicembre 2007
Sindaci nordisti e immigrati paria
Dall’ordinanza contro i lavavetri del sindaco di Firenze, all’ordinanza antisbandati del sindaco di Cittadella, il passo era purtroppo fatale e prevedibile. Non poteva bastare a impedirlo, nei due mesi che le separano, il decreto governativo che autorizza i prefetti a espellere gli immigrati di riconosciuta pericolosità sociale. Approvato, come è noto, sull’onda dello sdegno popolare per l’omicidio di Giovanna Reggiani commesso da un rom. Siccome poi gli effettivi accompagnamenti alla frontiera si contano nell’ordine delle centinaia e non delle migliaia, com’era inevitabile a meno di organizzare incivili deportazioni di massa, l’allarme sociale ne risulta enfatizzato a prescindere dalle statistiche sulla criminalità straniera.
Così ora tocca fare i conti con il movimentismo di decine di sindaci del lombardo-veneto, scatenati nella gara a chi s’inventa il provvedimento più spettacolare contro gli stranieri. Ha un sapore antico il loro prodigarsi nella costruzione di una solida diga della rispettabilità, tale da separare i cives dagli infames. Da una parte il popolo titolare della dignità civica, dall’altra gli estranei che la insidiano. Adopero non a caso il linguaggio del diritto medievale riproposto dallo storico Giacomo Todeschini in un libro dai richiami purtroppo attuali: “Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna” (Il Mulino).
Ha fatto scuola Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella, con l’ordinanza che prescrive un reddito minimo di residenza. Vale la pena di ricordarne i termini: iscrizione all’anagrafe comunale vietata per chi non dimostri un’entrata minima di cinquemila euro l’anno; obbligo di esibire un’assicurazione sanitaria; sopralluogo dei vigili per verificare che l’abitazione sia decorosa; creazione di un’apposita commissione municipale per accertare che non sussistano sospetti di pericolosità sociale.
Quando poi la Procura della repubblica di Padova ha avviato un’indagine per verificare che non sussista un’usurpazione di funzioni competenti ad altri organi dello Stato –come il prefetto o il questore- è scattata la solidarietà degli altri primi cittadini: “10, 100, 1000… Bitonci”, si leggeva sullo striscione esibito domenica 25 novembre nella piazza di Cittadella. E già quaranta sindaci veneti hanno seguito l’esempio di Bitonci, appigliandosi alla direttiva 38 dell’Unione europea segnalata sui giornali italiani dal commissario Franco Frattini con un’enfasi distorsiva tale che gli è valsa, il 15 novembre scorso, una mozione di censura del Parlamento di Strasburgo. Tale direttiva afferma, all’articolo 7, che il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro Stato membro è previsto a condizione di disporre “di risorse economiche sufficienti”. Può bastare tale richiamo a cancellare un iritto fondamentale come la libera circolazione dei cittadini dell’Ue? Il diritto può essere limitato sulla base del censo?
Sono domande che appaiono oziose ai sindaci di centrodestra del lombardo-veneto. E poco importa loro che Gianantonio Stella segnali come un’ordinanza stile Bitonci avrebbe impedito lo sbarco in America di centinaia di migliaia di poveri emigranti dalle tre Venezie. di Gad Lerener, continua a leggere…
Stasera alle 21,30 su La7, Gad Lerner ospiterà gli autori di alcune delle più controverse ordinanze municipali finalizzate a privilegiare i residenti italiani rispetto agli immigrati: ci saranno i sindaci di Romano d’Ezzelino, Teolo, Loria, Montegrotto Terme, Caravaggio. A guidare la loro nutrita delegazione, il sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi.
La paura e il razzismo
Il 4 novembre Alessio Bacchi per sucardrom ha scritto: l’Italia si è persa, la bestia è scatenata. Molti hanno criticato il nostro intervento soprattutto per il parallelismo dell’oggi con la Germania nazista e l’Italia fascista.
Il Ministro Amato continua ad arrabbiarsi con la stampa estera che sta martellando il nostro Paese per la svolta xenofoba che ha investito la politica e la società civile. Ancora ieri Amato è intervenuto al Senato affermando: «ho reagito con durezza ai giornali stranieri che hanno scritto “L'Italia sbatte fuori migliaia di cittadini romeni”, una delle offese più gravi fatte all' Italia. Ho reagito e ho detto che non ha senso». Ma alcuni giorni fa aveva invitato tutti i Prefetti ad applicare il “decreto sicurezza”, dopo che il Parlamento Europeo aveva richiamato ufficialmente l’Italia con un’apposita Risoluzione.
Il ragionamento di Amato è questo: il decreto sulle espulsioni non è stato adottato sull'onda dell'emotività «dopo la tragica uccisione» della signora Reggiani ma perché «a Roma e non solo stavano prendendo piede delle reazioni xenofobe che investivano la comunità rumena e non solo».
Il risultato è che i Comuni stanno assumendo iniziative razziste, come in Veneto, ed esponenti politici si sentono liberi di dichiarare l’impensabile: «Usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino».
Non solo, ricordiamo la furia cieca dei tifosi che hanno voluto farsi giustizia da soli, attaccando le questure a Roma, per l’amico ucciso da un poliziotto.
Oramai i freni sono stati tolti e l’Italia, che non ha ancora fatto i conti con il suo passato fascista, ritrova le pulsioni più aberranti che hanno colpito il genere umano. Pulsioni che sono covate sotto la cenere dell’ipocrisia sulla Resistenza, enfatizzata e mitizzata a dismisura per nascondere la cruda realtà: l’Italia insieme alla Germania e al Giappone hanno portato l’intero genere umano ad un passo dall’abisso.
L’Italia non ha fatto i conti con questa dura realtà, al contrario dei tedeschi e dei giapponesi, e gli italiani erano e purtroppo sono ancora oggi un popolo di razzisti, pronto a sbranare il “diverso” che “invade l’orticello”.
Amato dovrebbe intervenire duramente contro i Sindaci razzisti, come quello di Cittadella di Padova, e commissariare i Comuni ma la paura di perdere consenso lo blocca. La storia si ripete, settant’anni fa come oggi la paura ha bloccato le democrazie europee, davanti ad una Spagna democratica attaccata dall’Italia fascista e dalla Germania nazista. Oggi una classe politica largamente razzista, sdoganata anche da Berlusconi, può dire convintamene: «Usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Domani aspettiamoci un nuovo Duce che imporrà senza fatica leggi razziali…
Treviso, usiamo con gli immigrati i metodi delle SS
«Usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Ha usato queste parole, a quanto scrive «La Tribuna», il consigliere leghista di Treviso Giorgio Bettio, intervenuto durante il consiglio comunale per dare il suo appoggio all'ordinanza anti-sbandati e chiedere metodi più duri contro gli stranieri che abitano in città.
«Non è possibile che gli immigrati vengano a vivere nei nostri condomini e poi comincino a comportarsi come Ras di quartiere o terroristi - dice Bettio - dovrebbero rispettare le regole e invece prima fanno finta di non capire poi, se redarguiti, passano alla minacce. Il decreto è troppo tenero».
E lancia la sua proposta: «Gli immigrati che chiedono la residenza, se in possesso dei requisiti, dovrebbero essere messi sotto osservazione per sei mesi». E ancora: «Nel momento in cui ottengono la residenza - dice - la commissione dovrebbe assumersi il compito di seguirne gli spostamenti e controllarne il comportamento andando a chiedere informazioni anche ai vicini di casa. Passati questi primi sei mesi - continua Bettio - se gli stranieri si sono comportati bene, allora possono restare, in caso contrario devono essere sottoposti ad altri tre mesi di verifica e poi espulsi».
Poi l'affondo: «Sarebbe giusto fargli capire come ci si comporta usando gli stessi metodi dei nazisti. Per ogni trevigiano a cui recano danno o disturbo, vengono puniti dieci extracomunitari»
Dura presa di posizione della Comunità ebraica di Roma, il portavoce Pacifici ha dichiarato: «È assolutamente aberrante, su temi di questo genere nessuno ha voglia di scherzare - ha affermato Pacifici - gli italiani e non solo gli ebrei conoscono bene il meccanismo dell'uno contro dieci, Roma ne ha una testimonianza viva con le Fosse Ardeatine dove uomini di fede, carabinieri, oppositori, passanti presi per la strada furono assassinati con tale metodo».
«Ci aspettiamo dal sindaco e dal consiglio comunale tutto - ha sottolineato Pacifici - ci siano parole di condanna nei confronti di tali dichiarazioni, e che persone di questo genere vengano espulse dal consiglio comunale se previsto dalle norme. Su questi argomenti non si può scherzare - ha continuato - perchè non possiamo tollerare che nel nostro paese ci siano espressioni di questo genere ed in particolare che avvengano nei luoghi delle istituzioni».
«Crediamo che i valori dell'accoglienza siano importanti - ha concluso Pacifici - chiediamo regole e rispetto di queste regole: quando un immigrato viola una norma deve essere punito come un cittadino italiano. Tutto cio che concerne la clandestinità deve essere contrastata secondo la legge e non attraverso queste espressioni che fanno rivoltare lo stomaco».
(In foto SS italiane in marcia agli ordini del comandante tenente colonnello Armando Giorleo)
martedì 4 dicembre 2007
Brescia, in Consiglio Comunale si prepara la cacciata dei Sinti Italiani
Torna a riunirsi il consiglio comunale di Brescia: la presidente Laura Castelletti ha convocato la seduta a Palazzo Loggia nella giornata di oggi, martedì 4 dicembre, alle ore venti.
L'assemblea affronterà, in base a una specifica richiesta dei gruppi di minoranza del centrodestra (ex articolo 22 del Regolamento per il funzionamento del consiglio e della giunta comunali), i temi inerenti i Rom e i Sinti presenti sul territorio comunale.
Sullo stesso tema, l’assessore Fabio Capra (in foto) presenterà la delibera che trasformerà le aree per Rom e Sinti di via Orzinuovi e via Borgosatollo in "Centri per l’emergenza abitativa" regolamentati dalla disciplina relativa alle prestazioni socio-assistenziali, con conseguente modifica del regolamento aree oggi vigente, preparandosi di fatto alla cacciata di un centinaio di Cittadini italiani perchè non è prevista nessuna politica di accompagnamento verso una diversa tipologia abitativa.
La seduta si concluderà con l’esame delle mozioni e, negli ultimi 45 minuti, degli ordini del giorno. La seduta – così come concordato dalla conferenza dei capigruppo consiliari – verrà integralmente trasmessa in diretta televisiva, diretta che sarà effettuata dall’Emittente Teletutto.
Roma, la sporca politica italiana
Il governo cade qui, nei “campi” rom del lungo argine del Tevere. Dove è stata uccisa Giovanna Reggiani, dove Giovanna ha alzato gli occhi al cielo nella sua ultima ora. Il Parlamento della XV legislatura si conclude tra quello che resta di uno sgombero eseguito nel chiasso delle accuse. La Seconda Repubblica finisce sotto il sudiciume e i resti di un'umanità incompresa, e non amata.
Li hanno mandati via. Come è stato chiesto coi rimpatri. Li hanno trasferiti come previsto dalle ordinanza delle autorità prefettizie, del sindaco Veltroni e come stabilito dal decreto del Ministero dell'Interno. Pensavano che fossero loro, i rom, il volto sporco delle nostre città. Via loro puliti noi, come fosse una rimozione. Così sono partiti: i bambini cresciuti sotto i cieli, le donne con le grazie da gitane, i ragazzini e gli uomini dalla faccia dura. Sono partiti, sotto l'eco roboante dei media. Via dagli argini, via dal fiume, via dalle baracche.
Via anime. Via vita. Però il degrado è là. Sempre là. Non lo ha tolto nessuno. E' fatto di argini incolti e dimenticati dal susseguirsi delle amministrazioni, di un verde piegato dall'incuria, di canne intrecciate coi rifiuti. Poi fango, melma, avanzi sedimentati in una poltiglia maleodorante e scivolosa. Una colata di indecenza e cartacce, lattine, bottiglie. Rifiuti. Di gente che passa e getta nella grande pattumiera cittadina.
Sono tornata dove li avevo conosciuti, i rom. Sotto il ponte bianco che porta allo stadio Olimpico. Si erano mimetizzati, nascosti, ma in quegli anfratti erano riusciti a creare sapori di minestre e dare una dimensione esistenziale a luoghi di fantasmi. Pensavo di trovare il vuoto della loro presenza e quegli spazi tornati alla proprietà capitolina. Invece d'un tratto davanti ai miei occhi si è presentato lo scenario di una devastazione: mucchi di oggetti, materassi logori, vecchie pentole, stracci, cuscini, ferri vecchi. Dai rom alla vera discarica. Rifiuti e animali. Nessuno ha pulito, nessuno ha tolto nulla. Tutto è lì. Abbiamo solo gettato via corpi di bimbi, di famiglie e di genti rassegnate al freddo e alle difficoltà di patrie che avrebbero bisogno di collaborazione. Li abbiamo buttati come sagome sui carri della peste di Milano. Siamo noi la coscienza sporca collettiva.
I rom sono partiti, una notte. Dopo le urla e il sacrificio di Giovanna Reggiani. Mi avevano telefonato terrorizzati, li avevano minacciati di dar fuoco alle baracche. "Via - avevo detto loro -, via. A casa, qui non siete più sicuri. Poi vedremo dalla Romania come aiutarvi". Continua a leggere…
Romania, vittoria di Basescu alle elezioni per Strasburgo
I risultati ufficiali diffusi in Romania e relativi alle elezioni valide per l’elezione dei rappresentanti di Bucarest al Parlamento europeo, sono ormai pressoché definitivi e non hanno riservato grandi sorprese.
Vincitore è risultato il Presidente della Repubblica Traian Basescu il cui Partito Democratico, che a differenza di quello italiano si colloca nella grande famiglia del Partito Popolare Europeo accanto alla fu Forza Italia, all’Udeur ed all’Udc, è oggi il partito di maggioranza relativa nel paese avendo riportato un lusinghiero 30% dei voti validamente espressi.
Il partito del Presidente distanzia notevolmente gli avversari: il Partito Social Democratico viene staccato di ben otto lunghezze e mezzo, si è attestato attorno al 21,5%, mantre il partito liberale del premier Tariceanu è stato addirittura doppiato.
Grande sconfitto Tariceanu che sperava di superare la soglia del 15% dei voti almeno, ed invece si è dovuto fermare attorno al 13%. Sicuramente il premier, molto più apprezzato a Bruxelles che a Bucarest, ha pagato pesantemente il prezzo della scissione con il Partito Liberal- democratico, grosso modo sulle posizioni espresse in Italia da Lamberto Dini, che non ha seguito Tariceanu nella sua politica di rottura con il presidente Basescu, insieme al quale aveva vinto le elezioni politiche del 2004, e ieri è stato premiato dall’elettorato con un lusinghiero 8,5%. Tariceanu pur avendo portato la Romania nell’Unione Europea pare aver imboccato la strada del declino almeno sino a quando continuerà nella sua politica di piccolo cabotaggio finalizzata al mantenimento del potere ad ogni costo, pronto ad allearsi con chiunque assecondi questi suoi desideri.Da rimarcare la scomparsa dell’estrema destra, rappresentata dai nazionalisti di Corneliu Vadim Tudor, che non hanno raggiunto la quota del 5%, soglia di sbarramento sotto la quale in Romania non si ha diritto alla rappresentanza. E’uno schiaffo al leader che nelle ultime giornate aveva arringato le folle in nome della tutela della romenità contro i razzisti italiani. Continua a leggere…
Molfetta (BA), i Rom tra disperazione e desolazione...
Di questi tempi per molti rappresentano il male assoluto: quelli che se cammini per strada e li vedi, devi girarti dall’altra parte; che se ti fermi per il rosso al semaforo, desideri istintivamente di scendere dall’auto e cantargliene quattro. Sono loro le cause del tanto declamato “senso di insicurezza sociale”, della percezione del disordine che, agli occhi di molti, è sufficiente per invocare misure estreme.
Per tanti sono semplicemente Rom; che poi siano semplicemente rumeni, cioè abitanti della Romania, fa poca differenza. Tutti “zingari”. Ma se ti avvicini a parlarci, se ti confronti con loro, se visiti le loro “case”, ti accorgi che sono semplici esseri umani che aspirano a diventare cittadini, che desiderano un lavoro, che vorrebbero mandare i loro figli a scuola. Ma che non possono.
A Molfetta vivono in baracche messe in piedi nella zona che da qualche anno pare destinata alla costruzione del nuovo stadio. Alle spalle del Liceo Scientifico, Kostel e parenti vivono alla giornata, confidando nella compassione di qualche passante e nella moltiplicazione di pochi spiccioli.
Scelta o necessità? Ecco la domanda che tutti si pongono, a cui Kostel e il nipote ventiquattrenne, ma con due figli a carico, rispondono con franchezza. Risiedevano in Romania, quando il regime di Ceauşescu crollò. Kostel faceva il muratore, sognava un futuro diverso per sé e la propria famiglia. Poi i disagi, le sofferenze, la partenza. Inizia l’esodo alla ricerca di qualcuno che li accolga, che consenta loro di condurre una vita dignitosa: un lavoro, una casa, i figli a scuola. Continua a leggere…
sabato 1 dicembre 2007
Storia di Lili e Sasa, giovani rom morti bruciati
Domenica due dicembre 2007 sarà passato un anno dalla morte di Lili e Sasa. Due ragazzi come tanti altri, bruciati in un container situato a ridosso del centro di Roma, nel "campo attrezzato" di via dei Gordiani. Fino al 2002, via dei Gordiani era un "campo abusivo" su un terreno comunale dove circa duecentocinquanta donne, uomini e bambini rom sopravvivevano. Poi le baracche andarono a fuoco senza che si sapesse perché, rimase ucciso un cane. In due anni, furono allestiti i container, il "campo" fu asfaltato, i rom furono divisi in due spazi: da una parte quelli che arrivarono negli anni sessanta dalla ex Jugoslavia, dall'altra i rumeni, anch’essi giunti in Italia da decine di anni.
Lili e Sasa, nonostante la giovane età, si erano sposati poco prima di quel tragico dicembre dello scorso anno. Lili, 17 anni, era bellissima, i capelli lunghissimi e un’aria allegra; Sasa anche era molto bello, un sorriso simpatico e due occhi intelligenti. Sasa aveva preso la terza media, lavorava nell'attiguo campo di calcio dove giocava con la squadra dei ragazzi rom: puliva spogliatoi e bagni. Suonava nella Sarabanda, il gruppo musicale messo su insieme ad altri ragazzi del "campo". Lili e Sasa sono morti all’inizio di dicembre, quando il container dove vivevano e quello vicino, dove dormivano i familiari di Sasa, hanno preso fuoco: lui ha salvato la madre, la sorella e la nipotina di un anno; non ha visto sua moglie fuori ed è rientrato una quarta volta. Li hanno trovati vicini, si dice abbracciati. Al funerale parteciparono le autorità municipali, i rappresentanti del comune: c’erano le corone del Presidente della Repubblica, si parlò di dare a Sasa la medaglia al valore civile per il suo sacrificio. C’era tanta gente, quel giorno.
Entrare a Gordiani, come viene chiamato il "campo", non è più facile, da quando il 30 ottobre scorso sono stati distrutti cinque container perché ci vivevano degli spacciatori: oltre alle persone indagate, intere famiglie e molti bambini sono rimasti senza niente, dato che non hanno avuto neanche il tempo di sgomberare gli alloggi prima che venissero distrutti. Un signore incaricato dal comune, un immigrato forse rumeno, chiede ora a chi entra i documenti, nel caso in cui passino carabinieri o polizia a chiedere se chi è entrato è un non residente. «Sembra di stare in un lager», mormora qualcuno che guarda la scena. I bambini giocano all’aperto nonostante il freddo, ma l’aria, nella comunità, appare tesa. di Cristina Formica, continua a leggere…




