lunedì 29 dicembre 2008

La cattiveria ha limiti?

“Le vicende di Napoli e di Roma ci confermano la necessità di affidare i bambini rom alle comunità protette, sganciandoli dall'emarginazione in cui vivono: c’é da applicare una legge del 2003 voluta dal centrodestra che solo in pochi casi è stata attuata”. Lo afferma in una nota l'ex presidente della Commissione bicamerale per l'infanzia, Maria Burani Procaccini (in foto).
La Burani invita per questa ragione la magistratura ad essere “più incisiva nel sottrarre i bambini ai nuclei familiari disagiati che vivono in condizioni di estrema povertà e di degrado”. La Burani non è la prima e non sarà certo l’ultima a fare certe “sparate” ma noi di sucardrom rimaniamo sempre scioccati dalla violenza di queste dichiarazioni.
Immediatamente ricordiamo la storia drammatica delle popolazioni sinte e jenisch in Svizzera, dove fu attuata fino al 1976 la politica che oggi viene invocata anche in Italia. Questa politica è una delle forme più vergognose di razzismo che si siano viste in Europa: se sei povero e sei Rom i tuoi figli devono subire il dramma dell’allontanamento e finire in una comunità, un orfanotrofio moderno. La colpa dei tuoi figli è quella di avere dei genitori poveri, genitori “orfani” di denaro.
Il denaro o meglio il dio denaro, utilizzato anche durante le festività natalizie per avere un po’ di visibilità politica per chi è a corto di argomenti. E naturalmente i Rom e i Sinti, bersaglio ideale di troppi politici italiani.
Nel 2006 qualcuno aveva chiesto di utilizzare gli studi di Lombroso per accertare le capacità della Burani, oggi noi di sucardrom ci chiediamo se la cattiveria abbia dei limiti…

Lecce, il Capodanno dei Popoli

Il 1 gennaio 2009 per il 19° anno torna il Capodanno dei Popoli, manifestazione realizzata dalle Comunità immigrate sul territorio della Provincia di Lecce.
Novità particolarmente significativa della manifestazione di questa edizione è l’iniziativa “Fiaccole e tamburi contro il razzismo” che inizierà il 1° gennaio alle 17,00 da Piazza Mazzini per concludersi intorno alle 18,30 nell’atrio di Palazzo Celestini che diventerà a seguire teatro della Festa dei Popoli con i tradizionali stands gastronomici etnici e l’esibizione dei gruppi di danza e musica.
Tale iniziativa, secondo la volontà delle comunità, è dedicata a tre persone recentemente scomparse in contesti differenti, che durante la loro esistenza si sono particolarmente impegnati per favorire la cultura della pace e del rispetto tra i popoli. Si tratta di Miriam Makeba (in foto), artista internazionale, Papa Hagi, primo cittadino immigrato giunto in Salento più di 30 anni fa e Were Mugabe Melitus, cittadino Keniano a lungo vissuto a Lecce e ucciso lo scorso anno a Nairobi, pochi giorni dopo la sua elezione a parlamentare Keniano.
L’iniziativa “Fiaccole e tamburi contro il razzismo” assume particolare valore sociale e culturale poiché intende contrastare fenomeni di discriminazione razziale e sensibilizzare l’opinione pubblica salentina sulla necessità di un reciproco riconoscimento dei popoli e delle culture d’origine. Siete tutte e tutti invitati a partecipare!

Roma, l'ultimo viaggio di Dorina e Daniel

Raccontano che Dorina la settimana scorsa sia salita su un bus a Craiova. Ha tranquillizzato il figlio di tre anni e mezzo, Daniel Kristinel, e sicuramente le avrà detto «andiamo in Italia, andiamo da papà».
Dicono che in quella regione del Sud della Romania, dove fa davvero freddo altro che Roma, fosse infermiera e che in Italia volesse lavorare come badante, perché è quello che hanno fatto tante sue connazionali alle quali in fondo non è andata così male. Qualcuno in lacrime spiega che Cristian, il marito che l’aspettava a Roma e che lavorava come manovale ed operaio edile, c’aveva pure provato a cercare una casa in affitto, perché visto che stava arrivando tutta la sua vita - la moglie e il figlio - non voleva chiuderla in una baracca. Soprattutto a Natale. Ma la casa non è riuscito a trovarla, i soldi erano pochi, e allora ha dovuto mettere tutta la sua vita in quella costruzione fatta di cartone e compensato. E tutta la sua vita è bruciata, quelli delle baracche sono accorsi per salvare Dorina e Daniel - i nuovi arrivati - ma è stato inutile.
Natale nella baracca. Quando domenica Dorina è arrivata, dopo un viaggio di oltre diciotto ore e Daniel Kristinel che chiedeva sempre «siamo arrivati?», i vicini delle altre baracche avevano pronti i regali. Per il bimbo una pistola giocattolo che si illuminava, per Dorina cinquanta euro, con la speranza che quella banconota fosse solo un punto d’inizio. Cristian era arrivato per la prima volta in Italia sei anni fa. Ma faceva il pendolare, spesso tornava a Craiova, importante provincia del sud della Romania, dove le fabbriche, dopo la caduta del comunismo, non sono state più sufficienti a dare un lavoro a tutti. Dove qualcuno si è arricchito, ma in tanti continuano ad essere poveri, a sperare che magari il viaggio ad ovest porti soldi e fortuna, una vita migliore. Così - non finivano mai quei viaggi sui pullman che arrivano alla Tiburtina - Cristian ogni tanto tornava a Craiova, s’incontrava con Dorina.

Nel giugno del 2005 nasce Daniel Kristinel, il padre lavora sempre più duro in Italia perché servono più soldi. «E’ un manovale, un operaio, uno che fatica, non è un delinquente», dicono gli amici. Certo, non potrebbero dire nient’altro visto la tragedia che sta vivendo, fatto sta però che la sua fedina penale è pulita e qualcosa vorrà pure dire. A un certo punto, però Dorina ritiene che così non si possa andare più avanti e decide anche lei di venire a Roma, insieme al figlio. Sono infermiera, deve avere pensato, un lavoro come badante lo troverò, con due stipendi come quelli italiani potremo avere tutti una vita migliore. Forse sogna per la sua famiglia un appartamento, un televisore, un impianto di riscaldamento. Invece, il primo impatto quando domenica è arrivata a Castelfusano è stato un foro nella rete di recinzione che delimita la pineta. Il sole, il freddo, il fango, i dieci minuti di cammino fra la vegetazione.
La baracca. Deve avere pensato: sarà così per un po’, quando troverò un lavoro come badante le cose andranno meglio. Dorina trascorre il Natale nelle baracche, Daniele Kristinel gioca con la nuova pistola. Questa è miseria e degrado, però siamo tutti insieme, come una vera famiglia. Il giorno dopo, alle 6.30 dicono alla baraccopoli, il marito si sveglia presto perché anche a Santo Stefano lavora.
Dorina resta con Cristian, forse si distrae, non vede che il bambino gioca vicino al braciere acceso per mitigare il freddo, non vede che lì vicino c’è una bottiglia di alcol. L’incendio, la morte, il Natale nelle baracche finisce così come il sogno - o semplicemente il progetto - di una vita migliore di Dorina per suo figlio.
A margine di questa storia, forse, bisognerebbe raccontare anche altro. Ieri “Adevarul”, un quotidiano romeno, nella sua edizione on line ha pubblicato un articolo sulla madre e il figlio morti in una baracca, a Roma. C’erano le foto, la distruzione, il dolore. E c’erano i commenti dei lettori, che ovviamente non rappresentano un sondaggio, non sono lo specchio dei sentimenti dei romeni: però in maggior parte sono crudeli, c’è chi si augura altre morti come queste, c’è chi scrive slogan contro «toti tigani», gli “zingari”.
Serve a poco ragionare sul fatto che Dorina e Daniel Kristinel non sono di etnia rom (la tragedia e il dolore sarebbero gli stessi, ovviamente). Ma anche quei commenti sembrano dire che quella come tante altre famiglie - a Roma come in Romania - restano racchiuse in quella baracca, condannate all’emarginazione anche dopo la morte.
Spiega una giornalista romena: «Purtroppo ormai il razzismo sta aumentando anche da noi e con il termine zingaro si mette tutto insieme: poco importa se sei rom, se vivi in una baracca sei comunque considerato uno “zingaro”, qualcuno da odiare». La povertà come condanna. di Mauro Evangelisti e Giulio Mancini

Roma, sfiorata una nuova tragedia

Tragedia sfiorata il 26 dicembre sera a Trigoria una baracca è infatti andata nella zona circostante il Campus universitario biomedico di Roma. La roulotte faceva da rifugio per una famiglia di romeni, e nell’incendio sono rimasti ustionati una donna di 31 anni e i suoi tre figli, di 13, 11 e 4 anni. Ustioni considerate almeno inizialmente non serie ma che hanno comunque reso necessario il trasferimento dei quattro all’ospedale Sant’Eugenio per fronteggiare il rischio di infezioni.
A dare l’allarme ai vigili del fuoco di Roma, distaccamento Eur, è stata una telefonata al 115 intorno alle 21 e sul posto sono subito intervenute due squadre di pompieri che hanno domato le fiamme già propagate all’intera baracca. La causa dell'incendio potrebbe essere un piccolo fuoco che la donna aveva acceso per riparare lei e i figli dal freddo della sera. Per fortuna la donna e i tre piccoli sono riusciti a scappare prima di restare intrappolati dalle fiamme o intossicati dal fumo a differenza della donna di Castel Fusano che è rimasta bloccata con il figlio, nella loro baracca infuocata.
Il gruppetto è stato poi trovato dai vigili del fuoco poco distante: da un lato la donna e i due figli maggiori, dall'altro il bimbo più piccolo, tutti nascosti dietro alcuni alberi. La donna, infatti, non voleva che lei e i ragazzini venissero identificati da polizia e carabinieri, che nel frattempo erano arrivati sul posto, perchè non erano in regola con i documenti di soggiorno. Il capofamiglia che lavora in una ditta edile, era in un'altra baracca al momento dello scoppio dell'incendio in quella che faceva da casa.

Reggio Emilia, solidarietà al Sindaco e ai Sinti

I gravi fatti che hanno colpito recentemente la nostra città, un suo importante progetto sperimentale di integrazione e il sindaco Graziano Delrio, non appartengono alla cultura di Reggio Emilia che è fatta di solidarietà e attenzione verso il prossimo.
E’ la storia a testimoniare queste parole e a condannare gli stupidi gesti di questi giorni che hanno cercato la visibilità per qualche xenofobo.
Il Centro di Servizio per il Volontariato “DarVoce” conosce bene l’attenzione e la passione che migliaia di volontari ogni giorno testimoniano con il loro operato e a nome delle associazioni reggiane testimonia la propria solidarietà al Sindaco e ai cittadini sinti. Il Centro di Servizio del Volontariato - DarVoce

Pesaro, i Rom e la Scavolini contro il razzismo

Scavolini Spar Pesaro - Fortitudo Gmac Bologna, la partita dell'antirazzismo è terminata da pochi minuti. La compagine pesarese ha trionfato: 99-72. I rappresentanti della comunità Rom hanno applaudito i virtuosismi di Hicks e Curry, Akindele, Hurd e Myers.
La tifoseria della "Vuelle" ha applaudito a propria volta lo striscione biancorosso con la scritta "I Rom di Pesaro e la Scavolini contro il razzismo". Prima della partita lo speaker aveva annunciato la presenza sugli spalti di Roberto Malini del Gruppo Everyone e di una nutrita rappresentanza della comunità Rom di Pesaro, cui sono stati donati biglietti omaggio.
Alcuni bambini, dopo l'annuncio, hanno effettuato il giro del campo esponendo un cartello recante lo slogan della campagna antirazzista della Scavolini: "Tutti diversi, tutti uguali". Fra qualche giorno gli atleti della squadra marchigiana si recheranno presso la fabbrica dismessa dove, in povertà, ma con molta dignità, vivono alcune delle famiglie Rom di Pesaro: "E' una visita a cui teniamo molto," ha detto Rodolfo Filippini, responsabile dei rapporti con le scuole, "perché la nostra squadra vuole rappresentare un esempio di tolleranza per le nuove generazioni: senza questi valori, le vittorie sportive sarebbero ben povera cosa".
La notizia riguardante la "partita dell'antirazzismo" si è diffusa in tutto il mondo, veicolata, fra l'altro, dai più importanti network che rappresentano il popolo Rom nell'Unione europea, da "O Nevo Drom" a "Roma Virtual Network". Un dossier relativo all'iniziativa promossa dalla Scavolini Spar in collaborazione con il Gruppo EveryOne è già stato inviato all'attenzione della Commissione europea e del Comitato contro la discriminazione presso le Nazioni Unite. La Scavolini Basket rappresenta l'anima di Pesaro e ora è auspicabile che le Istituzioni locali seguano il suo esempio e diano l'avvio a un serio progetto di integrazione dei Rom che vivono a Pesaro in condizioni difficilissime.

Reggio Emilia, attacco incendiario contro la prima microarea

Tutto era pronto: gli infissi, i sanitari, la recinzione. Tutto in ordine per ospitare la prima famiglia di Sinti reggiani, in quella microarea di via Felesino a Roncocesi che per mesi era stata oggetto di polemiche durissime. Ancora pochi giorni e il Comune avrebbe brindato a un progetto che lo stesso sindaco Graziano Delrio aveva annunciato lo scorso anno al congresso del suo partito. Quel brindisi si è infranto nella notte tra martedì e la vigilia di Natale, «macchiato» da almeno due bombe molotov e dal lancio di pietre che hanno devastato la microarea. Un attentato incendiario sul quale sta indagando la polizia. Gli investigatori stanno anche cercando di fare luce su un altro episodio inquietante: una svastica incisa sull’auto del sindaco.
La notte precedente all’attentato incendiaro, davanti all’abitazione del sindaco, qualcuno ha preso di mira la sua auto incidendo con un chiodo, una svastica. «E’ stata una bravata - minimizza Delrio - sono molto più preoccupato per quanto successo nella microarea in via Felesino».
Subito gli investigatori - coordinati dal sostituto procuratore Luciano Padula - hanno iniziato a lavorare transennando tutta l’a rea che ospita la «campina».
Gli agenti della squadra «Volanti», allertati da alcuni tecnici comunali, hanno ritrovato sia i resti delle bottiglie incendiarie sia alcune delle pietre che erano state utilizzate per infrangere i vetri della struttura. Al lavoro anche gli esperti della Scientifica che hanno setacciato tutta la zona a caccia di possibili tracce lasciate dagli autori dell’attentato.
In via Felesino si è precipitato anche il sindaco Graziano Delrio: «Tutti gli elementi portano a ritenere che si tratti di un’azione premeditata - ha detto il primo cittadino - il cui significato è chiaramente di ostilità e odio. Reggio è una città civile, che rifiuta l’odio ed è estranea a questa subcultura violenta e barbara, da cui trae linfa chi vuole intimidire e inibire l’inclusione sociale e la convivenza armoniosa tra le persone. Non ci lasciamo intimidire».
La microarea di via Felesino, oggetto da tempo di polemiche politiche, dovrebbe rappresentare un primo passo nella realizzazione sperimentale, da parte dell’amministrazione comunale, di microaree per famiglie nomadi sinte. «Con grande amarezza - ha aggiunto il sindaco - vedo bruciata l’abitazione pronta ad accogliere una famiglia reggiana sinta, onesta, con minori disabili e anziani. Una famiglia che con il Comune ha sottoscritto un patto di diritti e doveri nell’ambito di un percorso di inclusione sociale, che prevede scuola e lavoro».

La zona dove sorge la microarea è in aperta campagna, lontano dalla zona residenziale di Roncocesi. E’ anche per questo che le indagini potrebbero risultare ancora più difficili perché nessuno, almeno per il momento, pare abbia visto movimenti sospetti vicino alla «campina».
Sono due le piste investigative che gli uomini della Mobile stanno seguendo: la pesante bravata di un gruppo di ragazzini e l’atto intimidatorio indirizzato al sindaco per contestare le sue scelte. Non si esclude che ad agire possa anche essere stato un gruppo di estremisti, spinto da ideali xenofobi. Anche se questa pare l’ipotesi investigativa meno battuta.
Tutto il materiale ritrovato nell’area di via Felesino è stato sequestrato e messo a disposizione degli esperti della Scientifica che stanno analizzando sia i frammenti di bottiglia sia le pietre utilizzate per il raid notturno. Al lavoro anche i tecnici dei vigili del fuoco per stabilire con precisione la qualità del liquido infiammabile.

Campi nomadi a Roma

A Roma continua la telenovela sul destino delle minoranze Rom e Sinte, ogni giorno una scelta, mai una soluzione adeguata utile a tutti.
Recentemente, tanto per buttare benzina sul fuoco, il Sindaco Alemanno ha sollecitato i presidenti dei municipi ad individuare aree dove trasferire i campi nomadi, l’ennesimo “travaso”, ma anche l’ennesima demagogia politica per scaricare le proprie responsabilità. Questo “travaso” non piace a nessuno, non piace a noi e non piace ai cittadini.
Non ci piace perché si tratta delle solite politiche differenziate per Rom e Sinti con l’assistenzialismo e la segregazione, che nel passato hanno condotto al fallimento ogni iniziativa.
Non piace ai cittadini perché ancora una volta il Comune di Roma sperpera risorse pubbliche senza alcuna possibilità di risultati positivi.
La federazione Rom e Sinti Insieme sollecita il Comune di Roma a programmare politiche “normali” per le minoranze Rom e Sinte e formula una concreta proposta.
Qualche giorno fa l’assessora alle politiche sociali del Comune di Roma ha dichiarato la disponibilità di 8 milioni di euro per la sistemazione (il travaso!) di alcuni campi nomadi, inoltre il Comune di Roma spende da alcuni anni circa 5 milioni di euro l’anno per la gestione di sette campi nomadi.
Perché non impegnare questi 13 milioni di euro, già disponibili, per incrementare o avviare una politica della casa anche per Rom e Sinti nella Capitale, invece di utilizzarli per soluzioni che si sono manifestate fallimentari a tutti i livelli?
La federazione Rom e Sinti Insieme propone al Comune di Roma che i campi nomadi esistenti a Roma siano auto gestiti dagli stessi Rom e Sinti con la collaborazione delle associazioni di volontariato ed il monitoraggio dai servizi Comunali.
La Federazione Rom e Sinti insieme “ci mette la faccia” e si rende disponibile a collaborare attivamente con il Comune e coordinare l’autogestione.
Questa scelta politica comporta la sospensione di tutte le convenzioni per la gestione dei campi nomadi ed evitare il loro “travaso” e permette la immediata disponibilità dei 13 milioni di euro sopra descritti da utilizzare per iniziare a programmare una politica diversificata della casa anche per Rom e Sinti, tale da avviare SUBITO il superamento della disastrosa ed onerosa politica abitativa del campo nomade.
Rifiutare questa nostra “normale” proposta politica significa che l’amministrazione comunale di Roma non ha la volontà politica di risolvere la questione Rom e Sinti, ma di mettere in atto iniziative disastrose per tutti i cittadini per fare dei Rom e dei Sinti i capri espiatori perfetti per ricercare il consenso. Nazzareno Guarnieri, Presidente della federazione Rom e Sinti Insieme

Quel Natale nelle baracche...

Strano Natale. Una cronaca televisiva da Forte dei Marmi mostra un mercatino di Natale nel luogo più caro d´Italia. Un venditore dichiara soddisfatto: «Spendono, spendono». La televisione diffonde immagini da cartolina: paesaggi, consumi, uomini e donne - tutto di lusso. Spostiamoci di poco. Siamo nei pressi dell´Arno, a poca distanza da Pisa. Altre immagini, altre parole (vedi altre foto...). Si vedono - ma non in televisione - alcune baracche.
Gli abitanti hanno scritto un appello, in italiano e in inglese. Ne riporto alcune frasi: «Siamo dei Rom rumeni, siamo circa 60 famiglie. Viviamo nella città di Pisa, nelle baracche in condizioni non buone, senza acqua e senza luce. Noi non vogliamo vivere nelle baracche. Siamo costretti a vivere nelle baracche perché non ci è data la possibilità di prendere una casa: il Comune non ha interesse ad aiutarci a trovare una casa. Non possiamo mandare a scuola i bimbi perché non abbiamo le condizioni igienico-sanitarie.
Alcuni bimbi vanno a scuola, ma spesso le scuole rifiutano di iscrivere i nostri figli. Facciamo lavori che gli italiani non vogliono fare, in condizioni peggiori. Alcuni di noi lavorano con contratto regolare, altri al nero, altri sono in cerca.
Alcune persone hanno fatto dei corsi di specializzazione, anche se vivono in queste condizioni. è difficile trovare lavoro perché molti datori di lavoro chiedono la residenza dell´anagrafe. Anche se viviamo a Pisa da tanti anni, anche se lavoriamo, anche se i nostri figli vanno a scuola, il Comune non ci dà la residenza dell´anagrafe perché viviamo nelle baracche.
Noi siamo persone che vogliamo integrarci, siamo persone intelligenti, con cultura, con tradizioni.
Il Sindaco di Pisa ha firmato una ordinanza per sgomberare i campi, senza soluzione, in stagione di inverno. Noi non possiamo lasciare la città di Pisa, abbiamo lavoro, paghiamo i contributi, abbiamo anche alcuni figli malati. Ordinare uno sgombero in queste condizioni è inumano».
Mi dicono che lo sgombero sarà spostato a dopo Natale. Pietà? Forse è vero che, come ha scritto Machiavelli, gli uomini non sono mai del tutto buoni o del tutto cattivi. Forse si è temuto l´effetto sgradevole dello sgombero nel freddo intenso di questi giorni, mentre i cittadini bennati vanno alla messa. O forse anche i vigili incaricati della demolizione delle baracche e della deportazione dei rom in quel giorno hanno altro da fare.
Non chiedete da quale parte politica viene quell´ordinanza.
La cosa non è importante, non più. La politica, sia quella delle lotte dei partiti, sia l´antica paziente arte del possibile è morta. Rimane solo la caccia al favore degli elettori. Che non la faranno mancare.

Me ne offre la prova una lettera anonima (non del tutto, c´è una firma collettiva: «un gruppo di lettori del "Tirreno"») speditami un mese fa dove si legge fra l´altro: «In città ci sono troppi immigrati e zingari, tutta gente che non fa nulla ai quali si aggiungono una miriade di ambulanti di colore che danneggiano gravemente il turismo. Di qui l´ordinanza più che giusta anti-borzoni»(sic: trattasi di un´ordinanza che vietava le grosse borse dei venditori ambulanti di colore).
E continuava: «Case ai rom? Cose da pazzi! Gli zingari prima o poi dovranno essere rispediti nei loro paesi di provenienza. Di questo ne è convinto il novanta per cento della gente. Quella degli zingari, in particolare, è l´etnia più odiata dagli italiani».
Dai tempi dell´esplosione di violenza con l´aggressione fascista al campo di Ponticelli le cose sono dunque cambiate. Come, lo lasciamo giudicare ai lettori. Nel paese che ricorda ufficialmente le leggi razziali del 1938, nella regione che ha dedicato solenni e commosse cerimonie pubbliche e convegni di studio, a pochi passi da quel Parco di San Rossore dove quelle leggi vennero firmate, l´odio «etnico» è professato apertamente da anonimi lettori di un quotidiano di sinistra.
Forse è il caso di progettare su quell´argine dell´Arno, al posto delle baracche destinate alla ennesima demolizione (ché molte altre ce ne sono già state) un monumento alla memoria di Arturo Bocchini, il capo della polizia che nel settembre del 1940 emanò i primi provvedimenti di internamento degli "zingari" italiani.
Lui li internava nei campi di concentramento, i suoi imitatori di oggi li buttano fuori dalle baracche, all´aperto, in questa stagione. Forse moriranno di freddo. L´importante è che lo facciano lontano dai nostri occhi. Questo accade in un paese dove nella distrazione generale si parla apertamente di regime presidenziale e si portano a termine gli ultimi dettagli di quel piano della P2 di cui giustamente Licio Gelli rivendica la lungimiranza e il successo. Buon Natale e felice anno nuovo. di Adriano Prosperi

venerdì 26 dicembre 2008

Ostia (Roma), un'altra tragedia

Ennesima tragedia annunciata, questa mattina una donna con suo figlio di tre anni sono morti a causa di un incendio che ha distrutto la loro baracca, situata nella pineta di Castelfusano a Ostia, sul litorale romano. Madre e figlio sono morti tra le fiamme e sono stati ritrovai completamente carbonizzati. Sembra che madre e figlio fossero Rom rumeni.
A nulla è servito l’intervento dei vigili del fuoco. L’azione dei pompieri – secondo le prime agenzie stampa - è stata inoltre in qualche modo rallentata dal luogo impervio, tanto che i vigili hanno dovuto farsi spazio a piedi tra la vegetazione e lasciare i mezzi di soccorso sulla strada. L'incendio è stato domato con la sabbia. Ancora sconosciute le cause del rogo anche se si ipotizza che la tragedia sia stata causata da un braciere utilizzato per scaldare la baracca
Noi di sucardrom ci chiediamo quante tragedie debbano ancora avvenire prima che il Governo italiano intervenga. Sembra irreale che oggi in Italia si possa vivere e morire in una baracca ma purtroppo è così. Dopo la tragedia di Foggia nuove vittime ad un elenco che speriamo non debba nuovamente allungarsi nei prossimi mesi.

martedì 23 dicembre 2008

Roma, prima segregati e poi cacciati

Il Prefetto e il Sindaco di Roma hanno gettato la palla ai Presidenti dei Municipi romani sulla questione “campi nomadi”. Saranno infatti i Presidenti dei diciannove Municipi di Roma a dover individuare, entro il 22 gennaio, degli spazi disponibili per ospitare i Rom che saranno spostati dagli accampamenti abusivi. Se non saranno indicate, sarà il Prefetto a decidere.
Purtroppo noi di sucardrom dobbiamo rilevare che ancora una volta, come già successo in passato, la politica non riesce ad uscire dalla logica segregante e ghettizzante propria dei “campi nomadi”. Infatti non vi sarà un programma di uscita da questa logica, anzi la si accentuerà.
I nuovi “campi nomadi”, secondo le disposizioni del Prefetto e del Sindaco, dovranno essere situati lontani dai centri abitati, con un presidio di forze dell’ordine a controllare le entrate e le uscite. E’ anche allo studio la proposta di installare telecamere per controllare qualsiasi movimento.
Non c’è che dire, sono moderni campi di concentramento, dotati tra l’altro di presidi per l’educazione dei bambini. Come per dire “salviamo” i bambini dalla cultura rom. Davvero agghiacciante.
Inoltre sarà predisposta una “carta dei diritti e dei doveri”, già ribattezzata dalla stampa “obblighi e doveri” che, se non rispettata porterà all’espulsione. Il Sindaco ha dichiarato: «Devono restare solo le persone che vogliono integrarsi, le altre che si prestano ad attività illegali saranno subito espulse».
Ai Rom che risiederanno in una delle aree legali della Capitale sarà rilasciata dal dipartimento delle Politiche Sociali un’autorizzazione che avrà durata temporanea, rinnovabile di anno in anno fino a un massimo di 3 anni. Poi in strada…
Addirittura si ricomincia con il toto-presenze che tanti danni ha fatto nei mesi passati. Infatti l’assessore alle Politiche sociali, Sveva Belviso, ha messo in dubbio il censimento effettuato dalla Croce Rossa e per adesso aggiunge al censimento solo 2.000 Rom. Ma nei prossimi giorni siamo sicuri che aumenteranno, tant’è che una diversa agenzia stampa aggiunge, dopo poche ore, 500 persone. Totale, ad oggi, 2.500 "fantasmi".
In tutto questo bailamme una voce si alza sopra le altre, è quella di Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma. Zingaretti ha affermato: “Sul tema dei rom i proclami non servono a nulla. Quello che occorre, per risolvere i problemi, è avviare processi di concertazione con i diretti interessati”. Parole sante che però difficilmente saranno ascoltate da chi vuole esclusivamente l’annientamento delle culture sinte e rom. Come ad esempio il Sindaco Alemanno.
La federazione Rom e Sinti Insieme fa una controproposta: «I soldi destinati alla gestione dei campi possono essere risparmiati e destinati per costruire case. Basti pensare che a Castel Romano si spendono 80mila euro al mese». Chissà se qualcuno la prenderà in considerazione… di Carlo Berini

Palermo, tafferugli per l'acqua

Anche a Palermo un incendio ha rischiato di trasformarsi nell’ennesima tragedia. Per fortuna l’immediato arrivo dei Vigili del Fuoco ha evitato che dovessimo commentare l’ennesimo dramma. Ma anche a Palermo qualcosa è successo che può aiutare i lettori capire la situazione in molti “campi nomadi” in Italia.
Subito dopo aver spento l’incendio i Vigili del Fuoco hanno dovuto fare i conti con la richiesta di acqua delle famiglie rom palermitane. Al rifiuto categorico ne è nato un tafferuglio con tanto di lanci di pietre. Evidentemente il Comune di Palermo lascia le famiglie senz’acqua per "invitarle" ad andarsene.
Un modo semplice ed efficace utilizzato da molte amministrazioni anche contro Cittadini italiani. Sono infatti quotidiane le segnalazioni che arrivano a sucardrom da tutto il Nord e il Centro Italia da famiglie che vivono in terreni di proprietà, dove il Sindaco intima il taglio delle utenze alle aziende che forniscono acqua ed energia elettrica. Un moderno assedio al “fortino” come erano in uso nell’antichità.
A Palermo, visto che le cose si stavano mettendo male, sono intervenute le Forze dell’Ordine che hanno ordinato ai Vigili del Fuoco di riempire alcune cisterne del “campo nomadi”, facendo così rientrare immediatamente la protesta degli assetati.

Roma, rimandato il nuovo piano per i "campi"

La data di presentazione del nuovo Piano dei campi rom slitta al 22 gennaio prossimo. Lo ha annunciato ieri il sindaco Gianni Alemanno al termine della riunione con i presidenti dei municipi in Campidoglio, chiamati dall’amministrazione capitolina e dal prefetto, Giuseppe Pecoraro (in foto), a discutere le linee guida del progetto. Entro questa data i minisindaci dovranno individuare le aree in ciascun municipio da destinare ai “campi nomadi”, in modo da poter chiudere quelli che oggi sono in condizioni inaccettabili.
«Il nostro obiettivo è quello di ridurre il numero dei nomadi all’interno della regione - ha spiegato Alemanno - per questo avvieremo un percorso di espulsione di tutti coloro che sono al di fuori della legalità e di integrazione per quelli che rimangono, avendo cura di non creare disagi alla popolazione e facendo in modo che i campi siano distanti dai centri abitati». Si apre dunque un processo di concertazione con i municipi per la redazione del Piano nomadi cittadino e l’individuazione delle nuove aree da destinare agli accampamenti. «Ma se nessuno farà proposte sarà il prefetto a decidere sulle nuove aree», avverte il sindaco.
Già disposta la chiusura di 6 insediamenti: Casilino 900, Tor de’ Cenci, La Martora, la Monachina, Boiardo, Foro Italico. L’assessore alle Politiche Sociali, Sveva Belviso, ha spiegato che si stanno elaborando nuove collocazioni per questi insediamenti da spostare. «Per questo - ha aggiunto - il prefetto ha fatto un’interpellanza ai presidenti della Regione e della Provincia e al sindaco, che lo ha riproposto ai municipi». Dal canto suo, il primo cittadino non ha escluso lo spostamento di alcuni campi nomadi in provincia e ha ricordato che in Francia c’è una legge nazionale che impone a ogni comune di avere delle quote di accoglienza, in modo da evitare concentrazioni in un unico punto.

Il regolamento attuativo, che sarà presentato in Giunta e poi in consiglio comunale per l’approvazione, prevede un presidio di vigilanza interno ai campi legali gestito dalla polizia e dai vigili e un presidio socio-educativo-sanitario per garantire l’integrazione dei Rom. È inoltre prevista una Carta dei diritti e dei doveri a cui gli abitanti dei campi dovranno attenersi, pena l’espulsione dal territorio comunale. La proposta di trovare nuove aree ha trovato un’accoglienza tiepida da parte dei presidenti di municipio presenti all’incontro di ieri. Pollice verso dal minisindaco del V municipio, Ivano Caradonna, che ha ribadito la sua contrarietà a ogni ipotesi di nuovi insediamenti. Contrarietà espressa anche dal presidente del XII municipio, Pasquale Calzetta, che pur apprezzando le linee guida del piano ha ricordato la presenza nel suo territorio dei campi di Tor de’ Cenci e di Castel Romano e di quello abusivo di via Boccabelli.
Il presidente del III municipio, Dario Marcucci, mette invece le mani avanti e precisa: «il nostro è un municipio centrale e non ci sono zone lontane dai centri abitati da destinare ai campi rom». Ma quanti sono i Rom presenti nella capitale? Secondo il censimento effettuato dalla Croce Rossa ammontano a 6500 unità. Una dato non attendibile, secondo l’assessore Belviso: «il censimento è stato volontario, non obbligatorio, per cui molte persone non sono state contate e le nostre stime parlano di 8-9 mila unità». di Rita Smordoni

lunedì 22 dicembre 2008

Foggia, scoppiano le polemiche

Sarebbe stata una stufa a causare l'incendio divampato ieri sera al "campo nomadi" di borgo Arpinova, alla periferia di Foggia. Rogo che da tragedia si è trasformato in disgrazia con la morte di Geylo, un bimbo di appena due anni e mezzo. Le fiamme sarebbero partite, stando a quanto dichiarato dal padre del piccolo, proprio all'interno della loro roulotte.
Il fratellino più grande inavvertitamente avrebbe fatto cadere la stufa. In pochi istanti l'incendio ha avvolto il mezzo coinvolgendo alcune baracche nelle immediate vicinanze. Il padre avrebbe portato in salvo prima il figlioletto più grande di 4 anni; poi, però, le fiamme molto alte, hanno provocato il cedimento della tettuccio del mezzo, impedendo, così, all'uomo di entrare. Il piccolo, che in quel momento dormiva nella culletta, è rimasto intrappolato.
Ma l'esatta dinamica si saprà solo dopo che la polizia scientifica terminerà i rilievi. Intanto l'area "B" del capo, quella distrutta dall'incendio, è stata posta sotto sequestro. Anche questa mattina al lavoro i vigili del fuoco per le opera di messa in sicurezza delle bombole del gas e per la rimozione delle numerosissime carcasse d'auto e elettrodomestici carbonizzati. Secondo alcune stime saranno necessari 80mila euro per riorganizzare il campo in attesa di container dove far alloggiare le 53 famiglie, provvisoriamente sistemate presso altri rom.
Oggi si apre la discussione su quella che per alcuni potrebbe definirsi una “tragedia annunciata”, con l’Opera Nomadi che accusa il Comune di Foggia per incuria e l’Associazione Comunità Straniere in Italia, presieduta da Habib Sghaier, che annuncia l’imminente querela nei confronti di Palazzo di Città, chiedendo le dimissioni del sindaco.
Quando tre anni fa divampò un incendio al campo nomadi di via San Severo, il sindaco assicurò che la sistemazione di borgo Arpinova sarebbe durata per 8 mesi al massimo, il tempo necessario al Comune di attivarsi per la realizzazione della nuova struttura di via Castiglione.
Intanto, la zona del "campo nomadi" di Arpinova è ancora sotto sequestro, e i rom scampati all’incendio hanno trascorso la notte dai parenti nelle roulotte non colpite dalle fiamme.

Milano, il discorso alla città del cardinale Dionigi Tettamanzi

Il dialogo: è questo l’atteggiamento che il cardinale Dionigi Tettamanzi chiede alla città di Milano per affrontare il presente e il futuro. L’arcivescovo l’ha espresso il proprio pensiero nel “discorso alla città” pronunciato venerdì 5 dicembre 2008, in occasione dei primi vespri della solennità di Sant’Ambrogio. Tettamanzi ha ribadito il suo pensiero in un’intervista (di cui riportiamo la trascrizione integrale) realizzata da Davide Dionisi per Radio vaticana.
Esordisce Tettamanzi: “Io penso che il dialogo sia oggi una vera e propria emergenza. Questo, perché ci troviamo di fronte al fenomeno della solitudine, che chiude in se stessi ed esclude dagli altri, insieme al fenomeno di una contrapposizione molto accentuata, per cui pare di poter dire che gli uni sono contro gli altri e tutti contro tutti. Ma il dialogo, io penso, sia un tratto fondamentale, addirittura costitutivo della nostra umanità.
Proprio per questo diventa urgente domandarsi se oggi sia ancora possibile dialogare. Io risponderei che tante volte è difficile, è difficilissimo, ma è possibile dialogare ad una condizione che si impari a dialogare: questo significa riconoscere l’altro nella sua dignità di persona, rispettarlo nella sua libertà, consentirgli di essere se stesso, avere fiducia negli altri”.
La sua è anche un’esortazione all’incontro, a superare le contrapposizioni. In che modo creare i giusti presupposti nelle grandi città per aiutare un dialogo interculturale e interreligioso?
“Penso che si debba iniziare con l’abbandonare i pregiudizi e le schematizzazioni. Quando questo verrà abbandonato, io penso, potrà avere inizio il parlare, il discutere con tutti, anche con i credenti delle altre religioni e aggiungo anche con i fedeli dell’islam. Tanti dubbi, certe domande, certo esistono, a proposito delle altre religioni, ma di fronte a tutto questo penso che si debba pure incominciare con un dialogo personale e cercare di capire, di vedere se tutto quello che viene detto corrisponde al vero.
Certo, a volte, ci si trova di fronte a degli atteggiamenti singoli che sono gravi, sono da deprecare con grande forza, ma tutto questo non può diventare occasione per guardare con sospetto e per accusare tutti gli appartenenti ad una religione. Per incontrare l’altro, ciascuno di noi dovrebbe incontrare se stesso, la propria interiorità, e in questa interiorità incontrare Dio come Padre di tutti e quindi venire aiutato davvero ad avere un cuore grande, anche se tutto questo esige tanta pazienza, tanta onestà intellettuale, tanto rispetto della libertà dell’altro e tanta capacità di ascolto”.

Quale attualità ha ancora oggi il messaggio di Sant’Ambrogio e in che modo può essere applicato nella nostra quotidianità?
“Quando noi pensiamo a Sant’Ambrogio, pensiamo ad un grande vescovo, ad un grande pastore, e direi che occorrerebbe recuperare anche la figura di Ambrogio come politico, o meglio, come vescovo che è coraggioso, al punto che è capace nei momenti di difficoltà di fare chiarezza su uno dei problemi più delicati e più attuali, che è il problema del rapporto tra la politica e la morale.
Io penso che da Sant’Ambrogio viene un insegnamento che è particolarmente utile, vorrei dire assolutamente necessario oggi, ed è questo: che davanti alla legge morale - così ha continuato ad insegnare, a testimoniare Sant’Ambrogio - chi detiene il potere politico non è mai nella posizione di chi è sciolto dalla propria responsabilità, anzi, proprio perchè detiene questo potere ha un di più di responsabilità in rapporto alla propria coscienza, in rapporto a tutti gli altri, soprattutto in rapporto a Dio”.

Bologna, commemorazione delle vittime della "uno bianca"

Nel 18° anniversario della strage di via Gobetti, martedì 23 dicembre alle ore 15 si terrà a Bologna una cerimonia di dialogo e preghiera, in via della Beverara 123, nel piazzale del Museo della Civiltà Industriale, a fianco della passerella sul Navile e di froAggiungi immaginente alla fornace Galotti, luogo del campo nomadi di via Gobetti. Lì furono uccisi la mattina del 23 dicembre 1990 dalla banda della Uno bianca Patrizia Della Santina e Rodolfo Bellinati, appartenenti alla minoranza storica linguistica dei Sinti emiliani.
La cerimonia, promossa dall’Anpi e dal Comitato Antifascista del Navile ha il patrocinio del Quartiere Navile, con la collaborazione delle parrocchie della Beverara e dell’Arcoveggio e della associazione ex deportati nei lager ANED.
Al ricordo interverranno i Sinti italiani del campo di via Erbosa (parenti delle vittime) e la cittadinanza che non vuole dimenticare l’orrore provocato da banditi, che agivano da terroristi, muovendosi con una Uno bianca. Saranno presenti i genitori di Federico Aldrovandi, giovane ferrarese morto nel 2006 durante un fermo di polizia.
Interverranno il presidente del quartiere Navile Claudio Mazzanti, la presidente dell’Opera Nomadi di Bologna Antonia Dattilo, il consigliere comunale Leonardo Barcelò, Armando Gasiani ex deportato a Mauthausen ed il giornalista Claudio Santini.
La cerimonia verrà introdotta da Paolo Bernagozzi, presidente della Commissione Verde del Quartiere Navile, seguirà una preghiera di monsignor Giovanni Catti, di don Nildo Pirani e di don Davide Zangarini. Seguirà il dialogo con brevi interventi e la conoscenza fra i presenti, al termine verrà deposta una corona di alloro del comune di Bologna-quartiere Navile al cippo che ricorda i due Sinti. L’incontro sarà condotto da Armando Sarti, presidente della sezione Anpi Bolognina. In caso di maltempo l’incontro si svolgerà nella Sala Auditorim del Museo della Civiltà Industriale.
Nella foto di Antonella Beccaria il monumento eretto nel parco bolognese di via Lenin in memoria delle 24 vittime della banda della Uno bianca.

L'outing di Fini

Ci sono le polemiche politiche sui rapporti tra Chiesa cattolica e fascismo e c'è anche un nodo storiografico nelle dichiarazioni di Fini, un riferimento a un'interpretazione del fascismo come «autobiografia della nazione» sul quale vale la pena soffermarsi.
Interrogandosi sul perché la società italiana nel suo insieme sia stata così torpida, inerte, connivente nei confronti dell'infamia delle leggi razziali, Fini ha evocato (non so quanto consapevolmente) non solo il valore della testimonianza degli antifascisti, di quella minoranza eroica che riuscì a mantenere acceso un barlume di opposizione a prezzo di enormi sacrifici, ma anche l'ignavia della maggioranza degli italiani, di quelle folle straripanti che inneggiavano al Duce e che nel regime si riconoscevano, in un gioco di rispecchiamento che faceva del fascismo il «luogo storico» in cui affioravano tutti i nostri vizi tradizionali, una religiosità bigotta, un familismo autoritario, il disprezzo per la cultura, un concetto servile della legittimazione del potere, il culto della «roba», «un misto - come scrisse Mariuccia Salvati - di azzeccagarbugli e ragion politica, di nazionalismo e statalismo, di protervia e di garantismo».
Le parole di Gobetti. C'era il razzismo in quell'Italia che si rispecchiava nelle piazze fasciste, quello degli scienziati e dei colti e quello degli stereotipi e dei luoghi comuni popolari sulle «faccette nere», e c'era anche l'antisemitismo della tradizione cattolica. A dar conto in maniera più compiuta di questa realtà, a inserire il fascismo nel lungo periodo della storia italiana legandolo ai mali endemici di una democrazia zoppa, inquinata dal trasformismo e dalle pulsioni autoritarie che serpeggiavano nell'esecutivo e negli ambienti di corte, fu proprio quel filone politico-culturale che si riconosceva nella celebre affermazione di Piero Gobetti, «il fascismo è l'autobiografia di un popolo che rinunzia alla lotta politica, che ha il culto dell'unanimità, che fugge l'eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell'entusiasmo», successivamente ripresa da Carlo Rosselli («Il fascismo sprofonda le sue radici nel sottosuolo italico; esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie di tutta la nazione»).

Rivelazione nazionale. Allora, in seno all'antifascismo, a questa interpretazione del fascismo come «rivelazione» delle tare genetiche che avevano dall'inizio appesantito il progetto di «fare gli italiani», si affiancavano quella che insisteva sul fascismo «reazione di classe» (il Pci e in genere il movimento operaio) e quella del fascismo «parentesi» del liberalismo crociano. Delle tre, la più vitale e la meno caduca si sarebbe rivelata proprio la prima, con conseguenze significative soprattutto per quanto riguarda il significato dell'antifascismo. Se Fini è coerente con le cose che dice, le conseguenze da trarre dalle sue parole portano infatti a riconoscere nell'antifascismo un valore permanente dell'Italia repubblicana, una risorsa a cui un paese come quello che ha partorito uno dei più significativi totalitarismi novecenteschi non può fare a meno di attingere; non più un semplice «patto sulle procedure», una coalizione di partiti, uno schieramento politico legato solo alle condizioni estreme della lotta contro la dittatura e l'invasione tedesca, ma un «eccesso» di democrazia, una necessità etica, culturale e politica per un paese attraversato da una sinistra coazione a ripetere che ogni volta rende affascinanti soluzioni politiche al cui interno coniugare il sovversivismo e l'illegalità endemica delle nostre classi dirigenti con una irrefrenabile voglia di autorità e di ordine che proviene dai recessi più oscuri della nostra esistenza collettiva.
Dimenticanze e rimozioni. Un'ultima considerazione. Anche il consenso espresso da Veltroni alle parole di Fini andrebbe misurato su questo terreno. Al momento della sua fondazione il Pd si era dimenticato dell'antifascismo. Allora sembrò un lapsus, oggi appare come la spia dell'incapacità di avere un progetto di lungo periodo («il coraggio di non contare ad anni, ma a generazioni», come scriveva Carlo Rosselli) e della scelta sciagurata di azzerare una delle eredità più significative di quel tipo di antifascismo, una teoria della classe politica, della sua formazione e selezione, radicalmente democratica e insieme frutto di un processo faticoso, impegnativo, costoso in termini di responsabilità personale e di consapevolezza della non negoziabilità di alcuni fondamenti ultimi. di Giovanni De Luna

AUGURI A TUTTI

Non a Betlemme, non in una stalla.
Ma in una baracca di lamiere e legno marcio, in un campo nomadi.
E’ questo il Gesù bambino del 2008.
Al freddo e al gelo, attende che i magi gli portino
latte caldo, antibiotici e acqua potabile.
Ma soprattutto spera che un giorno
le popolazioni rom e sinte vengano liberate dalla persecuzione razzista
a cui tutti partecipiamo.

Sucar Drom Augura Buone Feste a Tutti
con le foto del presepe realizzato da Giacomo Sorressa

Pisa, appello delle famiglie Rom rumene

Siamo dei Rom rumeni, siamo circa 60 famiglie. Viviamo nella città di Pisa, nelle baracche in condizioni non buone, senza acqua e senza luce.
Noi non vogliamo vivere nelle baracche. Siamo costretti a vivere nelle baracche perchè non ci è data la possibilità di prendere una casa: il Comune non ha interesse ad aiutarci a trovare una casa. Non possiamo mandare a scuola i bimbi perchè non abbiamo le condizioni igienico-sanitarie. Alcuni bimbi vanno a scuola, ma spesso le scuole rifiutano di iscrivere i nostri figli.
Facciamo lavori che gli italiani non vogliono fare, in condizioni peggiori. Alcuni di noi lavorano con contratto regolare, altri al nero, altri sono in cerca. Alcune persone hanno fatto dei corsi di specializzazione, anche se vivono in queste condizioni. E' difficile trovare lavoro perchè molti datori di lavoro chiedono la residenza dell'anagrafe. Anche se viviamo a Pisa da tanti anni, anche se lavoriamo, anche se i nostri figli vanno a scuola, il Comune non ci dà la residenza dell'anagrafe perché viviamo nelle baracche.
Noi siamo persone che vogliamo integrarci, siamo persone intelligenti, con cultura, con tradizioni.
Il Sindaco di Pisa ha firmato una ordinanza per sgomberare i campi, senza soluzione, in stagione di inverno. Noi non possiamo lasciare la città di Pisa, abbiamo lavoro, paghiamo i contributi, abbiamo anche alcuni figli malati. Ordinare uno sgombero in queste condizioni è inumano.
Il Sindaco dice che non ha la possibilità di aiutarci. Sappiamo che l'Unione Europea ha programmi e fondi per i cittadini Rom e che l'Italia non li usa, e che è stata multata per questo.
Chiediamo che il Sindaco non faccia sgomberi e che si trovi insieme una soluzione per vivere normalmente come gli altri italiani. Ci sono i modi per fare questo che non sono sgomberi (come l'autorecupero delle case abbandonate). I Rom rumeni dei campi di Pisa

domenica 21 dicembre 2008

Sardegna, la lingua sinta e la lingua romanés sono riconosciute

La Giunta regionale della Sardegna ha approvato una proposta normativa, in linea con le migliori esperienze italiane ed europee ispirate al multilinguismo, che riscrive regole e metodi della politica linguistica a 11 anni dall'approvazione della vecchia legge 26 sulla cultura e lingua sarda. Nella stessa giornata l'esecutivo ha dato il via libera a una tv web in lingua sarda e sostegno a programmi radiofonici che aiutino ala riscoperta della lingua regionale e incentivino la popolazione a parlare di più in sardo.
Dopo i risultati della Conferenza regionale di Macomer, il Governo regionale ha messo a punto un progetto normativo che apre nuove prospettive alla pianificazione linguistica nell'isola e segna la possibilità di imprimere un nuovo slancio alla politica linguistica regionale.
Novità salienti della nuova proposta di legge, che arriva dopo quelle recenti del Friuli e della Provincia autonoma di Trento a cui è ispirata, sono l'insegnamento del sardo in orario curricolare, la segnaletica bilingue, la certificazione linguistica e la ricerca di un nuovo status sociale per la lingua dell'isola.
Identica tutela viene riconosciuta, nei territori di competenza, alle varietà cosiddette ''alloglotte'' ovvero il catalano di Alghero, il Sassarese, il Ligure dell'isola di San Pietro e il Gallurese. Hanno una tutela particolare nella legge anche le parlate venete di Arborea, istriane di Fertilia e quelle delle popolazioni sinte e rom. Questa notizia ci colma di gioia perché per la prima volta in Italia i Sinti e Rom sono riconosciuti come minoranza storica linguistica.

Pisa, i Rom invadono Sala Baleari

Ieri una nutrita delegazione di uomini, donne e bambini abitanti dei vari campi rom abusivi della nostra città ha invaso pacificamente il consiglio comunale di Pisa durante la discussione sul bilancio per esporre ai consiglieri la propria opinione in merito alla recente ordinanza del sindaco con la quale si prevede il loro sgombero in tempi molto brevi e chiedere che almeno, come misura provvisoria d’emergenza, la stessa ordinanza di sgombero venga sospesa fino a gennaio.
«Non si deve fare uno sgombero nel periodo natalizio. Il Natale è la festa dei bambini - ci dice con le lacrime agli occhi Marinela Nicolin, presidentessa dell’Associazione Sinti e Rom Insieme, e madre di 4 figli -. Anche noi ortodossi festeggiamo il Natale con i nostri bambini. Ci sarà Babbo Natale anche per i nostri bambini?».
La delegazione era accompagnata da Sergio Bontempelli (in foto) di Africa Insieme e da alcuni attivisti locali dell’Assemblea Antirazzista. Nei vari campi rom di Pisa abitano circa 150 persone, fra cui 60-70 bambini e adolescenti. «E’ lo stesso numero di persone censito nel 2007 - afferma Sergio Bontempelli -. Quindi non si capisce bene il motivo di urgenza addotto dal sindaco per questi sgomberi. Come non si capiscono le motivazioni di ordine pubblico se è vero che quest’anno i reati nella nostra città sono diminuiti del 5%».
Inoltre esiste un problema normativo. «Infatti i rom per la maggior parte sono romeni, quando non italiani - aggiunge Bontempelli -. Quindi, in quanto cittadini della Comunità Europea, non possono essere espulsi se non per comprovati gravi motivi di ordine pubblico, del tutto inesistenti in questo caso».

Il ministro dell’Interno, Maroni, ci aveva provato in effetti questa estate, ma aveva dovuto fare marcia indietro dopo le proteste della Ue. «La quale probabilmente comminerà anche una multa all’Italia a causa dei fondi europei assegnati al nostro governo per le politiche di integrazione dei Rom e mai spesi. Una situazione assurda».
Come controversi rischiano di essere gli effetti di un’ordinanza che con il fine di sgomberare i campi rom abusivi potrebbe spostare il problema solo di qualche centinaio di metri. «Dove possiamo andare? Se ci mandano via andremo da qualche altra parte nella zona. Anche perchè molti dei nostri bambini vanno a scuola e molti uomini lavorano come muratori nelle imprese edili locali, anche se spesso in nero», ci dicono alcuni di loro.
«Quasi tutti abbiamo i documenti in regola e non abbiamo mai creato problemi. Contrariamente a quanto crede la gente noi non vogliamo vivere nei campi o nelle roulotte. Noi vorremmo vivere in una casa, ma anche quando abbiamo i soldi per pagare l’affitto a noi non la danno. Inoltre spesso gli affitti sono troppo alti. Non possiamo pagare 700-800 euro al mese. Siamo persone per bene, non criminali, e viviamo in Italia da molti anni. Non chiediamo la luna. Vogliamo solo passare le feste in pace con le nostre famiglie e poi magari anche una soluzione provvisoria».
Una richiesta di aiuto che la delegazione ha ripetuto ad una rappresentanza dei partiti presenti in consiglio: Bini di Rifondazione Comunista, Patrizia Paoletti del Pdl, Titoni dell’Udc, Dell’Orto del Pd, e Paolo Mancini, vicepresidente del consiglio comunale.
Una rappresentanza politica che pur mostrando sensibilità per il disagio di queste famiglie non si è sentita di prendere alcun impegno, se non a livello personale, per risolvere la questione. «Non possiamo abbandonare il sindaco su questo problema», ha ribadito Patrizia Paoletti, prima di ritornare in consiglio mentre alcuni bambini osservavano la scena con grande curiosità. Chissà se Babbo Natale ci sarà per loro. di Marcello Cella

Berlino, iniziati i lavori per la costruzione del monumento sul Porrajmos

Dopo un’attesa durata sedici anni sono iniziati il 19 dicembre scorso a Berlino i lavori di costruzione di un monumento alla memoria delle migliaia di Sinti e Rom uccisi dai nazisti. Alla cerimonia hanno preso parte tra gli altri il sindaco di Berlino, Klaus Wowereit, e il ministro federale della Cultura, Bernd Neumann.
Il monumento, che costerà due milioni di euro e sarà finanziato interamente dallo Stato tedesco, sorgerà di fronte il Reichstag, la sede della camera bassa del parlamento. A disegnarlo è stato l'artista israeliano Dani Karavan. I primi piani risalgono a sedici anni fa, ma il progetto è stato più volte rinviato.
In mattinata il Bundesrat ha commemorato i sinti e rom perseguitati sotto il nazismo. L'ultima seduta dell'anno della camera alta del parlamento tedesco è tradizionalmente dedicata a ricordare il 16 dicembre 1942. Quel giorno il capo delle SS, Heinrich Himmler, firmò il cosiddetto "Decreto di Auschwitz", in base al quale almeno 500.000 sinti e rom in tutta Europa dovevano essere deportati nei campi di concentramento e sterminati.

sabato 20 dicembre 2008

Foggia, morire a tre anni in un "campo nomadi"

Ennesima tragedia in un cosiddetto “campo nomadi” in località Arpinova, alla periferia di Foggia. Un bimbo di poco meno di tre anni è morto carbonizzato nell'incendio che ha interessato una quindicina tra roulotte e case prefabbricate.
Il corpicino è stato trovato tra i resti della carcassa della roulotte di famiglia. L'incendio, secondo i primi accertamenti compiuti dalla polizia, sarebbe stato causato dal corto circuito di una stufetta. Le fiamme, su un fronte di circa venti metri, sono state spente dai vigili del fuoco i quali sono riusciti a evitare che il fuoco si propagasse al resto dell'accampamento nel quale vivono alcune centinaia di persone. Un sopralluogo nel “campo” è stato compiuto dal sostituto procuratore della Repubblica di turno.
Una trentina di rom, rimasti senza un tetto dopo l'incendio, trascorrerà la notte in un centro Caritas del capoluogo dove vengono allestite brandine e organizzata una cena. Lo ha reso noto la prefettura di Foggia che ha coordinato le operazioni di soccorso.
“La morte di un bimbo è un evento che addolora l'intera comunità di Capitanata, che si stringe attorno alla famiglia del piccolo Geylo”. Queste le parole del presidente della Provincia di Foggia Antonio Pepe, dopo aver appreso della morte del bambino nell'incendio che ha interessato ieri sera il “campo nomadi” di Arpinova.
“Proviamo dolore e sofferenza per una morte così improvvisa - afferma il presidente della Provincia - e sentiamo il dovere, istituzionale e civico, di essere al fianco di una famiglia tragicamente spezzata”.
Questa tragedia non è la prima, ne elenchiamo alcune:
7 settembre 1997. Alan e Sabrina di 4 e 2 anni muoiono carbonizzati nella loro baracca del “campo nomadi” «Casilino 700»
24 marzo 1999. Morto a tre anni in un “campo nomadi”. Morto giocando in una vecchia automobile. Fumo e fiamme lo hanno ucciso prima che potesse essere soccorso. La tragedia alla periferia di Aosta
8 aprile 2000. Altri due bambini sono morti nello stesso modo a Bologna
9 marzo del 2002. Una bambina di 4 anni è morta nell'incendio della sua roulotte nel campo di via Collatina a Roma
15 marzo 2002. Un ragazzino di 14 anni è morto in un vasto incendio scoppiato nel “campo nomadi” a Sanpierdarena, alla periferia di ponente di Genova
11 agosto 2007. La tragedia di Livorno. Quattro bimbi rom tra gli 11 e i 4 anni, tre fratellini e un’amica, muoiono in un incendio.

Milano, la Regione stanzia un milione di euro per la Prefettura

Vi ricordate le ordinanze di Berlusconi per l’emergenza rom? Insieme alle ordinanze il Governo si era impegnato a dare un milione di euro a ciascuna delle tre prefetture (Milano, Roma e Napoli) investite dai poteri speciali. Ma quei soldi non sono mai arrivati e infatti in sei mesi e mezzo, i Prefetti sono riusciti a fare solo il censimento… Di tutto il resto, abitativo e sociale, che tanto aveva scandalizzato l’Europa intera, non c’è traccia. O forse si…
Oggi veniamo a sapere da un’agenzia stampa (adnkronos) che la Regione Lombardia si è sostituita al Governo italiano e ha stanziato un milione di euro per la Prefettura di Milano. Il Prefetto Lombardi ha dichiarato: “A nome del ministro dell'Interno Roberto Maroni ringrazio Regione Lombardia per l'importante investimento a favore della sicurezza, considerato che stiamo vivendo un momento economico particolare. Il modello sicurezza che abbiamo creato in maniera partecipata con Regione Lombardia e altri livelli di Governo, dimostra che si può fare sistema quando c'è condivisione di obiettivi".
L’Assessore regionale alla Protezione Civile, Prevenzione e Polizia Locale, Maullu, ha dichiarato: “Regione Lombardia ha il compito di integrare e rafforzare il piano di azione delle Forze dell'Ordine per la prevenzione e il contrasto alla micro-criminalità, offrendo reali strumenti di lavoro, perchè servono innanzitutto concretezza e tempismo per intervenire efficacemente a tutela della sicurezza”.
L’assessore Prosperini (in foto e in video) ha invece dichiarato: “Uno stanziamento importante per potenziare la lotta contro l'immigrazione clandestina, l'abusivismo e per il controllo dei campi rom. Occorre potenziare le dotazioni delle forze dell'ordine perchè possano operare sempre più efficacemente contro ogni forma di criminalità e illegalità e per un controllo del territorio sempre più costante e puntuale. Con questo provvedimento si compie un altro passo avanti per sostenere il lavoro dell'autorità di pubblica sicurezza nel contrasto alla delinquenza e per garantire la sicurezza ai nostri cittadini”.
A noi di sucardrom sembra che questi soldi serviranno esclusivamente a cacciare i Rom e Sinti da Milano per preparare “degnamente” l’Expo 2015. Insomma un po’ come a Berlino nel 1936, quando prima delle Olimpiadi vennero stanziati i fondi per la sicurezza e il controllo dei Sinti e dei Rom che vivevano già nei campi di raccolta. Furono tutti cacciati…

Brescia, il Comune ha sgomberato e trovato una sistemazione ai Rom ma non a tutti

Prima delle 8 di mattina, il 18 dicembre 2008, erano già presenti una pattuglia di vigili e il camion per trasportare le poche cose che le quattro famiglie rom custodivano nelle loro baracche. Poi sono arrivate le ruspe, ma i Rom se n’erano già andati.
Così è iniziato lo sgombero del campo di via Orzinuovi 104, uno sgombero annunciato. «È semplicemente la prosecuzione dei procedimenti di chiusura di tutti i campi nomadi – spiega il vicesindaco Fabio Rolfi – così come si legge nei punti del nostra campagna elettorale, inseriti nel programma di mandato».
Con questo è il terzo campo ad essere chiuso, dopo l’abbattimento dei campi abusivi di via Serenissima e di via Girelli. L’operazione è stata possibile in quanto le baracche sono state liberate dagli occupanti.
Stupisce il momento scelto, giusto prima di Natale, e viene da chiedersi se non si poteva aspettare dopo le feste a mettere in moto le ruspe. Ma il vicesindaco (e assessore alla Sicurezza) Rolfi assicura che «a tutti i rom che risiedevano nel campo è stata trovata una sistemazione, nessuno è rimasto in mezzo alla strada».
Il “campo” era ormai ridotto a quattro baracche che ospitavano una coppia proveniente dal Kossovo, un serbo e una famiglia di slavi, senza bambini.
I due anziani, seguiti dai servizi sociali, sono stati trasferiti in due alloggi comunali, al rom, assente dal campo da oltre tre mesi, è stato annullato il domicilio, mentre l’altra famiglia è stata spostata nel campo nomadi di via Borgosatollo.
Il caso più drammatico è quello di Luisa, cioè Mariana Miclescu, romena di 29 anni, gravemente malata e incinta, a Brescia da circa 6 anni, prima in abitazioni di fortuna e poi nel campo di via Orzinuovi, dove ha sempre pagato regolarmente l’affitto all’Amministrazione comunale. Nella baracca la donna viveva con il marito, Silvi, dipendente della Tnt, e con tre dei quattro figli, il quarto dei quali è in affidamento perché gravemente disabile.

«Per questa famiglia – sostiene Rolfi – non è stato trovata nessuna abitazione alternativa, dato che la donna è stata sorpresa in flagranza di reato di spaccio e secondo il regolamento comunale non ha diritto ad un aiuto da parte del Comune».
In realtà la vicenda di Luisa sarebbe molto più complessa, «rispetto alla denuncia è stato presentato il ricorso al Tar e chiesta la sospensione del reato», spiega Luigino Beltrami di osservAzione, ricerca e azione per la difesa dei diritti dei rom e dei sinti.
«Il problema - continua Beltrami - è che l’azione del Comune di sgomberare il campo e di non trovare una soluzione per Luisa si è presentata nelle more della decisione del Tar, che è attesa tra pochi giorni».
L’amministrazione comunale continuerà nell’impegno di chiudere tutti i campi cittadini entro metà del mandato, «nella convinzione - si legge in una nota del Comune firmata dal vicesindaco Fabio Rolfi e dall’assessore Giorgio Maione - che il modello sociale del campo non ha favorito l’integrazione ma piuttosto l’emarginazione».
«Le prossime operazioni - concludono i due esponenti della Lega Nord e di Forza Italia - muoveranno da un’analisi dei singoli individui e delle famiglie presenti nelle realtà ancora da sgomberare, per rispondere efficacemente alle esigenze di disagio sociale o a quelle abitative dei residenti». di Lucilla Perrini

Quell'orrendo crimine della socialità...

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità. Questa frase è stata pronunciata dall'ufficiale nazista Joseph Goebbels durante il processo di Norimberga. In poche parole è riassunto tutto il meccanismo di propaganda e di plagio delle menti del Terzo Reich.
Basta individuare un nemico e accusarlo di qualsiasi crimine o pericolo, e ripetere le falsità 'cento, mille, un milione di volte'. La gente comincerà a crederci e qualsiasi menzogna si imporrà come verità.
Le falsità e le menzogne, le strumentalizzazioni che in questi mesi stanno colpendo l'ARCI e i suoi circoli non possono che far pensare ad una colossale opera di insulto e attacco degno di un apparato della propaganda.
I due quotidiani Libero e Il Giornale, tanto vicini ideologicamente quanto guardinghi e cagneschi l'uno verso l'altro, improvvisamente nelle ultime settimane hanno trovato un nemico comune da combattere: l'ARCI.
Il primo attacco recente è venuto dal quotidiano di Feltri, che in prima pagina, ha accusato un circolo di Milano, assieme al Naga (una onlus che assiste i migranti ) di aver redatto un manuale dell'illegalità.
Nelle pagine prodotte dalle due associazioni, scandalo e vergogna dell'organo di stampa dei monarchici italiani, si informano i migranti su quali sono i loro diritti e come difenderli. Addirittura dagli abusi della burocrazia e delle forze dell'ordine. Probabilmente il pestaggio e la ragazza denudata e sbattuta in cella a Parma e i frequenti pestaggi di migranti per Feltri sono esempi di civile convivenza e difesa della legalità. Così come lo sfruttamento nei campi pugliesi (ma non solo) per turni di lavoro massacranti, sottopagati e in nero sono competitività produttiva nel sistema economico nazionale.
Esattamente una settimana dopo Il Giornale torna sull'associazione e lancia l'ultimo (ci sono precedenti nei mesi scorsi) attacco. Parole di una violenza inaudita nelle quali l'ARCI diventa lo snodo di ogni illegalità e abuso italico. Descrivendo, fin nei minimi dettagli, una serata presso il circolo Magnolia di Milano a base di superalcolici, droghe e sballi vari. Sostanze legali, ma senza scontrino o alcuna ricevuta fiscale, e illegali. Una situazione che sarebbe preoccupante e inquietante, quasi verosimile, se non fosse che quella serata non c'è mai stata. Come ha dichiarato il presidente, la sera citata da Il Giornale il circolo era chiuso.

Strumentale, e parziale, appare poi il riferimento al club di Genova che organizzava orge e aveva ottenuto l'accreditamento come circolo ARCI. Dopo aver ironizzato in maniera grezza e banale, attaccando uno dei principi dell'associazione (la coesione e l'aggregazione sociale), il quotidiano non ricorda minimamente che, poche ore dopo l'intervento dei Carabinieri, l'accreditamento fosse stato prontamente ritirato, ponendo fine ad un raggiro che ha colpito l'associazione stessa per prima.
E' stato questo il terzo attacco in pochi mesi. Alcuni mesi fa, quando alcuni campi rom furono incendiati in tutta Italia, Il Giornale trasformò in una colpa la presenza di un operatore ARCI durante uno degli episodi. L'operatore fu definito un testimone totalmente non credibile, arrivando a teorizzare una 'industria della paura' ordita dai comunisti, con incendi realizzati ad hoc per attaccare il Governo Berlusconi e l'estrema destra.
Accuse che, mosse da chi sulla paura del diverso, dell'immigrato, del musulmano vive e prospera da anni, appaiono decisamente squallide e fuori luogo. Perché l'ARCI, così come altre associazioni ed enti, non si trova nei campi rom per caso ma per una scelta di solidarietà e principi sacrosanti.
Principi di integrazione multietnica, rispetto dei diritti, vicinanza con i più deboli ed emarginati della società. Parole che probabilmente ai frequentatori dei salotti televisivi e del jet-set mondano, sordi e ciechi di fronte alla società e alle sue istanze, appaiono terroriste e pericolose. E i salotti televisivi ci conducono direttamente al terzo attacco, insieme ad altri quotidiani e non solo, all'ARCI.
Il principe dei salotti televisivi, Bruno Vespa, nei mesi scorsi ha pubblicato l'ultimo dei suoi libri. Affermando di essersi accostato alla società per far rinascere il giornalismo d'inchiesta sparito dalla cronaca italiana (Gomorra non è mai stato pubblicato ...). Vespa aggiunge di essere stato nei supermercati, a Lampedusa, a Napoli tra i cumuli dell'immondizia e in migliaia di altri posti.
Nessuno l'ha mai visto ma tutti gli house organ dell'informazione mainstream si sono avventati a osannarlo e a diffonderne il sacro verbo. E, ovviamente, tra un'associazione che sono anni che vive coi migranti e i poveri della società italiana, che ne difende i diritti e ne vive le difficoltà, le sofferenze, l'esistenza quotidiana e un prezzolato opinionista, si sceglie il secondo. Le cifre, estrapolate non si è mai saputo da dove, di Vespa sono diventate l'ennesima occasione per attaccare l'ARCI e le altre realtà della solidarietà italiana. di Alessio Di Florio, continua a leggere…

Lazio, Pizzo: ecco le mie priorità per il 2009

"Mi impegnerò, a cominciare dai primi giorni di gennaio, a compiere una seria e puntuale ricognizione sull'intero territorio regionale per seguire e intervenire nei confronti dei soggetti più deboli: i migranti, gli anziani (molti dei quali sono costretti a vivere in veri e propri cronicari), i detenuti, i rom".
Mentre il consiglio regionale del Lazio si appresta ad approvare la legge Finanziaria, la consigliera Anna Pizzo (indipendente Prc) annuncia quali sono le sue priorità per il 2009, anno che si preannuncia tra i più critici degli ultimi anni.
Nel sottolineare il “periodo di eccezionale difficoltà che ha investito i cittadini -afferma- ritengo di dover impegnare la totalità della mia attività istituzionale per il 2009 a intercettare i luoghi e i soggetti maggiormente colpiti dalla crisi, per tentare di dare risposte a bisogni tanto drammatici da destare enorme preoccupazione”.
“L'approvazione della finanziaria della Regione Lazio - continua la consigliera - avviene in un momento mai così difficile a causa della crisi economica che produce i suoi effetti non solo nell'immediato ma ipoteca un futuro che si configura quanto mai incerto e difficile. Alla crisi economica si è ultimamente aggiunta anche una pesante crisi ambientale le cui ragioni non vanno semplicisticamente liquidate come "cause naturali" poiché a concorrere alla devastazione del territorio ha contribuito purtroppo anche la mano dell'uomo che troppo a lungo lo ha fortemente compromesso. Queste due forti crisi avranno conseguenze pesantissime sull'intero mondo del lavoro e delle imprese ma ci sono cittadini di questa regione già deprivati e senza "paracadute" di alcun tipo che rischiano di pagare tutto questo in maniera molto maggiore e per tempi molto più lunghi. Sto parlando in particolare dei cittadini stranieri immigrati, dei Rom che vivono in campi ridotti a enormi paludi di fango e senza la possibilità di adeguati sostegni, degli anziani i cui redditi sono ben al di sotto della soglia di sopravvivenza, dei detenuti in carceri che, a causa delle norme sulla cosiddetta "sicurezza", continuano ad affollare le carceri del Lazio in condizioni sempre più inadeguate e inaccettabili”.

“Penso che una Regione responsabile non debba trascurare nessuno dei cittadini e che, anzi, dovrebbe innanzitutto cercare di andare incontro alle difficoltà dei più deboli. Poiché le risorse regionali sono assai limitate e non ci consentono l'istituzione di Osservatori in grado di monitorare concretamente il territorio - annuncia la consigliera - costituirò un osservatorio "artigianale" al quale potranno rivolgersi le persone in difficoltà. A questo proposito, ho intenzione di aprire una sorta di "sportello-crisi" nei miei uffici al Consiglio regionale non solo per accogliere le segnalazioni problematiche che ci perverranno ma anche per dare voce a quanti, nella società civile, tra le associazioni e tra i cittadini volontariamente vorrà dare una mano con proposte e suggerimenti per tentare di dare risposte concrete. Il 2009 - conclude Anna Pizzo - sarà un anno molto duro ma potrebbe esserlo un po' meno se ciascuno "donerà" una parte del proprio tempo e della propria disponibilità a escogitare soluzioni per affrontare la crisi. Faccio mie le parole di don Milani e come lui penso che 'uscirne da soli è l'egoismo, uscirne insieme è la politica”.

Bari, con simple green spazio al lavoro

Si chiama simple green, è un innovativo prodotto che dall'America arriva in Italia per lavare le auto con un bicchiere d'acqua: non è uno scherzo ma la scommessa che Confcooperative, il Comune di Bari e la cooperativa Vita Nuova hanno deciso di intraprendere per scavare nuove nicchie di mercato in favore dei soci della cooperativa nata sei anni fa per volere di don Nicola Bonerba: persone che con il lavoro potranno trovare la svolta della vita. L'idea è quella di raccogliere commesse tra gli enti istituzionali, come il Comune, le aziende ex municipalizzate, i vigili urbani, per lavare le auto di servizio.
Poi secondo Piero Rossi, presidente di Vita Nuova, potrebbero arrivare accordi con la grande distribuzione o con i condomini privati per trovare aree dove poter lavare le auto spendendo tra i sette e i dodici euro a vettura al posto dei 15-20 euro oggi necessari per un lavaggio a mano. Al momento saranno impiegati 15 lavoratori, due dei quali sono Rom della cooperativa Artezian.
A regime, si spera in tre anni, l'obiettivo è di assumere 400 persone: "E' quello che ci chiedono le famiglie - ricorda l'assessore comunale al Welfare Susy Mazzei - l'opportunità di lavorare, di dare una possibilità a chi ha sbagliato o non ha i mezzi per farcela da solo".
"Abbiamo scelto un’idea innovativa- ha sottolineato il presidente di Confcooperative Giacomo Ruggieri - c'era diffidenza su questo prodotto, ma io credo che mettere insieme solidarietà e tecnologia possa essere un giusto modo per affrontare il mercato".
Simple Green è una linea di detergenti per auto a base acquosa, senza fosfati e biodegradabili, che diluiti in 100 millilitri d'acqua permettono una pulizia totale e perfetta delle autovetture. "C'è un risparmio d'acqua non indifferente - ha ricordato l'amministratore unico dell'azienda Angelo De Simoni- perchè in media vanno via dai 150ai 180 litri d'acqua per lavare l'auto. Così invece il lavaggio manuale consente il reimpeigo dell'uomo e il risparmio energetico più totale". di Antonella Ardito

venerdì 19 dicembre 2008

Le cose della vita: nenia per un bambino rom

Identità negate:
articoli 3 e 6 della Costituzione Italiana


Ti cullerò
e ti racconterò
“le cose della vita”.
Ti amerò
di vino e di pane,
di cielo e di mare.
Ti ninnerò
con musiche e danze
per farti sentire
odori
e fragranze
di pace.

di Maria Angela Zecca

Pisa, lasciamo vivere in pace il Natale ai Rom

La città di Pisa è quanto mai generosa nell’organizzare conferenze, dibattiti e forum sull’immigrazione, sul valore di una società interculturale che si sta delineando a vari livelli: lavorativo, culturale, sociale, scolastico. Non mancano appelli alla difesa dei diritti degli immigrati per favorire un’integrazione capace di valorizzare le diversità culturali e che eviti le derive razziste.
In genere tutto questo rimane come sospeso, quando i soggetti in causa sono le popolazioni Rom presenti nel territorio Pisano, anzi si assiste ad un tacito consenso degli stessi organizzatori di questi convegni, quando l’Amministrazione di Pisa prende provvedimenti, apertamente discriminatori verso i Rom.
Mentre a Pisa settimana scorsa si svolgeva uno di questi convegni (sponsorizzato anche dall’Amministrazione) il sindaco Marco Filippeschi firmava un’ordinanza indirizzata ai Rom (senza mai citarli!) che, di fatto, autorizza sgomberi di accampamenti abusivi, allontanamento di nuclei famigliari, il divieto di costruire nel territorio comunale baracche, innalzare tende, e prefabbricati, come pure il semplice parcheggio di camper, veicoli e roulotte: “Indipendentemente dalla natura pubblica e privata del luogo”. Un’autentica dichiarazione di guerra a chi vive ai margini della città!
E’ il regalo di Natale che il sindaco intende offrire alla cittadinanza pisana, e visto il tempo di strettezze economiche, senz’altro apprezzerà questo slancio così “disinteressato “ in nome della sicurezza e della legalità del primo cittadino… ma ne siamo certi?
“Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”. (Vangelo di Luca 2, 6-7)
Per il sindaco forse il Natale è solo una semplice favoletta… ma la sua ordinanza lo rende quanto mai attuale e reale! Sgomberare i poveri a colpi di ordinanza e di ruspa demolire le loro umili e a volte dignitose baracche, continuare ad escludere i Rom criminalizzandoli a giorni alterni, significa estromettere quel Gesù, Figlio di Dio che oggi continua a bussare alle porte della nostra città, sempre costretto a nascere e vivere fuori la città o sotto i ponti.
Esorto tutti ad inviare una e-mail al sindaco di Pisa Marco Filippeschi, per mostrare il nostro “sdegno Natalizio” per questa ordinanza che penalizza in primo luogo i Rom e gli immigrati in genere, chiediamo più coraggio alla politica perchè sia capace di “disgelare” l’inverno dei poveri.
Chiediamo espressamente al sindaco di lasciare vivere in Pace il Natale ai Rom, che sono tra coloro che realmente lo celebrano sulla loro pelle, e forse lo meritano più di noi, ma senza dubbio più del sindaco di Pisa! di Don Agostino Rota Martir
E-mail sindaco Pisa: segreteria.sindaco@comune.pisa.it
E-mail Consiglio Comunale Pisa: m.scaramelli@comune.pisa.it

Verona città aperta, firma anche tu

È stato presentato ieri sulla scalinata di Palazzo Barbieri l'appello per «Verona città aperta» lanciato via web e sottoscritto già da trecento persone. In esso si chiede di poter vivere in una città «normale» senza «incorrere in continui divieti che impediscono anche le più semplici azioni del vivere quotidiano, come fare un gesto di umanità verso mendicanti e barboni, mangiare o bere in luoghi pubblici, sentire e vedere suonatori e artisti di strada» e dove e si dia spazio «alla convivenza, vincendo le paure indotte e resistendo a divieti assurdi e pregiudizi».
L'appello è stato illustrato, tra gli altri, da Renzo Fior (in foto), responsabile della comunità Emmaus di Villafranca, Mao Valpiana del Movimento nonviolento, Giannina Dal Bosco, Giuseppe Malizia e da Giacomo Corticelli.
«Oltre all'appello per una città solidale in cui non si tolgano più le panchine dai parchi per impedire ai poveri di sedervisi», affermano i promotori, «faremo tre incontri: con Federica Panizzo, l'avvocato che difese i Sinti dagli attacchi della Lega, con il procuratore Guido Papalia, che farà una lettura delle ordinanze del sindaco Flavio Tosi e con Mao Valpiana che parlerà di disobbedienza civile».
Il percorso, aggiungono, si chiuderà con un evento pubblico in cui sarà esposta la mostra fotografica sugli «orrori di una città che ha scordato i valori dell'accoglienza e in cui la "sicurezza" diventa cardine che giustifica ogni misura, trasformando ogni malessere in egoismo sociale». Per adesioni: veronacittaaperta@hotmail.it

giovedì 18 dicembre 2008

Nomadi o Zingari? No, grazie! Chiamateci Sinti e Rom

Il movimento “Giornalisti contro il razzismo” ha rilanciato in questi giorni una loro campagna. Dopo aver ottenuto, da alcune agenzie stampa, l’impegno a non utilizzare più la parola clandestino, ha lanciato una campagna anche su altre parole: vu cumprà, extracomunitario, nomade e zingaro.
Questo movimento vede l’impegno di molti giornalisti che si batte per un’informazione corretta nei riguardi degli immigrati e delle minoranze. E propongono delle alternative a queste parole discriminati alla stampa nazionale e in generale a tutti i media. Termini corretti come ambulante al posto di vu comprà o far riferimento al Paese di provenienza al posto di extra-comunitario anche perché nessuno in Italia utilizzerebbe questo termine per uno statunitense o uno svizzero.
Giornalisti contro il razzismo ha posto anche l’accento sui termini “zingari” e “nomadi” ancora di uso corrente nei media. In questo caso noi di sucardrom abbiamo provato a fare una piccola sperimentazione, senza dare particolari spiegazioni, con i nostri lettori e ne è uscito un dato sconfortante.
Hanno partecipato al sondaggio solo 83 persone (al sondaggio precedente hanno partecipato 341 persone) e di queste il 59% ha votato per l’eliminazione della parola “zingari” dal vocabolario, il 38% la manterebbe mentre il 2% ha risposto non so.
La questione sui termini utilizzati per denominare le popolazioni sinte e rom ci ha visti impegnati su diversi fronti. Perché anche molti Rom e Sinti utilizzano ancora i termini “nomadi” e “zingari”. La questione è però abbastanza complessa perché mentre per gli appartenenti alla cultura maggioritaria questi termini sono sempre da usare, per i Sinti e i Rom è usato un termine o l’altro a seconda dell’interlocutore che si ha di fronte.
Di fatto molti Sinti e Rom che mai utilizzerebbero questi termini quando parlano tra di loro, li utilizzano se l’interlocutore è un’appartenete alla cultura maggioritaria. Quella che noi di sucardrom definiamo “sudditanza psicologica”.
I termine “nomadi” e “zingari” sono degli eteronimi, ovvero dei nomi inventati da appartenenti alla cultura maggioritaria. Inoltre, definiscono una realtà stratificata nei secoli per la parola “zingari” e negli ultimi quaranta anni in Italia per la parola “nomadi” che è molto lontana dai mondi sinti e rom.

Il termine “zingari” deriva da “athiganoi” che può essere tradotto in “intoccabili” o “paria”. Il termine greco è stato utilizzato anche per definire una setta eretica, gli atsiganti. Il termine “nomadi” deriva da “Opera Nomadi”, fondata negli Anni Sessanta in Italia.
Questi due termini hanno fortissimi limiti concettuali che si possono identificare su due piani diversi: in primo luogo sono denominazioni costruite e decise da appartenenti alla cultura maggioritaria (in senso numerico) che applicano una vecchia necessità etnocentrica di categorizzazione; in secondo luogo, questi termini, non sono in grado di designare con precisione le popolazioni sinte e rom, presenti in Italia, perché non hanno una definizione semantica precisa.
Il divario che esiste tra la classificazione imposta dalla cultura maggioritaria e quella propria delle popolazioni rom e sinte non è mai stato superato. Il primo deve categorizzare per dare risposte compiute sostenute da metodologie scientifiche; il secondo deve semplicemente chiamare per nome una realtà concreta, contingente, estremamente prossima: la sua stessa vita quotidiana.
Più precisamente si dovrebbe segnalare anche un minor interesse dei Rom e dei Sinti a fornire dati per l'identificazione "arbitraria" da parte degli appartenenti alla società maggioritaria. Questo perché, ad oggi, pochi sono i progetti che vedono protagonista la partecipazione attiva degli stessi Sinti e Rom.
Nessuno è riuscito fino ad ora a proporre elementi che giustifichino sia il termine "nomadi" che il termine “zingari” tanto che è quasi lecito affermare che queste parole non significhino niente perché non designano nulla. Categorie, quella dei “nomadi” e quella degli "zingari" inventate da appartenenti alla società maggioritaria per porre di fatto i Sinti e i Rom a distanza dal “normale cittadino”.
In Italia sono presenti Sinti e Rom e infatti tutte le organizzazioni internazionali utilizzano solo ed esclusivamente questi due autonimi, cioè una definizione che queste popolazioni in Italia danno di sé. Rispettare questo assunto è il primo passo per garantire la possibilità a Sinti e Roma ad una partecipazione attiva e decisionale. Perchè, come gli ultimi quarant’anni insegnano, se già parti con il piede sbagliato, l’etnocentrismo, sarà impossibile costruire un rapporto tra le culture libero da equivoci e da malintesi.

Sandrigo (VI), cacciate due famiglie di sinti italiani

La sera di giovedì 29 novembre i vigili del consorzio di Polizia Locale Nord Est Vicentino, hanno cacciato due famiglie di Sinti italiani residenti dalla nascita nel territorio comunale. I due nuclei familiari sono composti da due madri giovanissime (17 e 19 anni), dai loro compagni e dai loro 5 figli tutti di età inferiore ai 5 anni. Ma come mai questi sgomberi? Per capirne le motivazioni è necessario raccontare la storia dall’inizio.
Il campo nomadi di Sandrigo
A Sandrigo (Vicenza) vivono da più di vent’anni 36 Sinti italiani residenti, i due terzi dei quali sono minori. Sono tutti discendenti di una coppia (lei sinta, lui rom). Vivono in una striscia di terra sterrata nella zona industriale del paese. Non hanno un’autorizzazione ufficiale per vivere lì regolarmente (il sindaco in persona ha dichiarato che è meglio non regolarizzare la posizione per evitare ritorsioni nei confronti dell’amministrazione).
La capostipite vive in una casa prefabbricata in legno avuta circa 20 anni fa, grazie all’intervento degli alpini che hanno lavorato alla ricostruzione del Friuli in seguito al terremoto del 1976. Solo in questo prefabbricato c’è il bagno (solo acqua fredda), gli altri vivono in roulottes. Non ci sono neppure gli scarichi fognari. Un unico rubinetto esterno deve bastare a tutti per rifornirsi di acqua (solo fredda). Quando piove la zona diventa un acquitrino e la strada sul retro un’unica pozza d’acqua; confinano da un lato con una centrale termoelettrica e con la ex discarica (dichiarata sito inquinante dalla regione Veneto in quanto priva di isolamenti), dall’altro con una cava di ghiaia ancora attiva e di fronte con l’ecocentro.
33 persone sono iscritte in anagrafe; in base al regolamento comunale, non vengono più effettuate iscrizioni nel caso di nuovi nati o di matrimoni. Nello stato di famiglia della capostipite, sono inseriti anche tre figli coniugati e/o conviventi ed i loro figli, ma non i loro coniugi/compagni.I bambini vanno a scuola abbastanza regolarmente e ogni settimana una insegnante, un’assistente domiciliare e un bidello fanno loro la doccia.
Gli adulti del gruppo non riescono a trovare un lavoro stabile; rivendono il ferro e, in autunno, vanno a vendemmiare in un terreno poco lontano da casa. Le donne chiedono l’elemosina. Questo nonostante Sandrigo, paese di 8000 abitanti, sia molto ricco e abbia moltissime attività produttive e 10 banche. di Maria Rosaria Baldin, continua a leggere…